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12 luglio 2019

Maturità, scuola e una cultura mostruosa

di Marco Crevani
Il pavone nel prato ben curato della scuola paritaria, gli eroici giardinieri albanesi nei 35 °C del campo sportivo della scuola pubblica, mentre al di qua delle finestre va in scena la Maturità 2019, che forse passerà alla storia come “quella delle buste”. I “Millennials” veri e propri, quest’anno sono di scena loro, ragazzi e ragazze della classe 2000, si lanciano più o meno leggiadri in arditi collegamenti fra le materie, come vuole la nuova formula della prova orale, ma ciò che vedo fuori mi ricorda troppo la frase attribuita a San Tommaso d’Aquino: “Questa è una mela, chi non è d’accordo può andare via”. Eh no, caro Padre Tommaso! Questa ormai “è una mela” solo se è “biologica”, ecosostenibile, a km zero… altrimenti non è una mela ma un’arma ostile.
Anche i millennials ne sembrano convinti, ripetono i dubbi e gli arzigogoli appresi negli anni da maestri simpatici, competenti, ma altrettanto convinti nell’insegnare a ignorare le mele, per concentrarsi sui buchi dei vermi, l’unica realtà degna di essere considerata e studiata.

Un’altra ragazza bravina, candidata al “100”, ha appena terminato l’ennesima via crucis fra nichilismo e crisi delle certezze, dopo aver pescato dalla mitica “busta” non so se una foto del fungo atomico o qualche deprimente pensiero novecentesco, si alza, sfodera la sua “chiavetta” e ci proietta la presentazione delle esperienze di “Alternanza Scuola-Lavoro”: constato che non è ancora morta schiantata dalla crisi delle certezze e mi sfugge un: “Oh, finalmente!” Più tardi un bravo ragazzo dall’aspetto vagamente jovanottiano presenta la sua esperienza dello scorso anno in Burundi, col papà ed altri amici, a fare un rilievo topografico: ah, che risorsa la famiglia (per chi ce l’ha…)!
Una pausa, il tempo di invitare il jovanottino a non smarrire quella strada e di incoraggiare due ragazze penalizzate dagli scritti ad andare oltre il numerino che vedranno sul tabellone: non sarà certo valutata lì  la ricchezza interiore che hanno dimostrato nell’illustrare le esperienze svolte (lacrime al ricordo del reparto di Oncologia, fiducia nella giustizia - beata lei! – e conseguente scelta universitaria…)

Quindi è un diabolico slalom al contrario questo che “somministriamo” ai liceali: andare a incocciare tutti i “pali” che il Nulla ha posto sulla strada dell’Umanità prima ancora di averla assaporata, quella strada. O forse è come bromuro, gli diamo un sedativo velenoso per l’anima: “Non ne vale la pena, è tutta una finzione, concentrati sui particolari e trova soddisfazione in quelli” … Dativo, non ablativo… funzione continua, ma non derivabile… il latino del Vangelo non val la pena, tanto gli originali sono in greco… meglio studiare le porcate di Petronio che la redenzione di Agostino…
Poi la vita c’è, per fortuna, ma è tutta fuori. Resterà sempre, però, su ciò che “non abbiamo visto in classe” il marchio  di meno vero, con un grado inferiore di esistenza nel grande quadro della Cultura. Una cultura mostruosa.


 

05 novembre 2017

Lezione paurosa ai padrini dell'Europa – Un manifesto (II parte)


di Matteo Donadoni

(prima parte qui)

«Chiedere, o figuriamoci promuovere, l’assimilazione dei nuovi arrivati musulmani alle nostre usanze e ai nostri costumi, peggio ancora alla nostra religione, è stata giudicata un’ingiustizia triviale. L’impegno egualitario, ci è stato detto, impone che noi abiuriamo anche la più piccola pretesa di ritenere superiore la nostra cultura».
Chiediamoci allora quali alternative abbiamo di fronte. Cosa vorreste fare? Darvela a gambe verso la prima caverna dove emettere grugniti di dissenso? Scalare l’albero più alto dove appollaiarvi in attesa della completa involuzione antropologica? Generare orfani? Sembra che l’Italia sia incapace di affrontare il momento storico senza scivolare nell’odio etnico (fattore di aggressività controproducente) o nella pacchianeria ideologica del progressismo più violento (fattore di aggressività ideologica al contrario). La politica mostra sintomi di un malato ossessivo compulsivo, anzi ossessionato, monomaniaco, con impellenza ostinata e melvilliana, quasi biologica: ora il gender, ora lo ius soli – in attesa dello ius cogitandi: sarà sufficiente pensare al Bel Paese per divenire automaticamente italiani. Almeno il capitano Acab nel suo intento ossessivo si disinteressa del proprio futuro, perché condizionato compulsivamente da un fine preciso, magari per alcuni idiota, ma non a detrimento del proprio Paese. Oggi il gubernator medio conduce direttamente la nave a picco senza troppi fronzoli e nemmeno fini decenti.
Ma il futuro dell’Europa riposa in una lealtà rinnovata verso le nostre tradizioni migliori, non in un universalismo spurio e malsano, che impone la perdita della memoria e il ripudio di sé.
Anche se le nostre università, da scrigni di sapienza quali erano nel medioevo, sono diventate agenti attivi della distruzione culturale, dobbiamo assumerci le nostre responsabilità ed essere fieri e consapevoli di essere ancora popoli liberi: è la libertà ad accomunarci come ci accomuna l’aria che respiriamo, come un tempo fu la necessità a farci uscire dal neolitico. Penso che i popoli europei si amino più di quanto non si voglia far credere, dovremmo ascoltare i sentimenti del disprezzato popolino. Quei contadini che si scannarono nell’immenso macello di cui ricorrono i cento anni, la Grande Guerra, avevano molte più cose in comune fra loro, di quante ne abbiamo noi oggi con una qualsiasi risorsa ambulante richiedente asilo oggi.
Ormai lo hanno capito anche i portaborse dell’Inguscezia che gli euro burocrati lavorano a danno dei popoli europei. Allora, quale deve essere l’impegno di un movimento di pensiero “conservativo” nel ventunesimo secolo? Dobbiamo amarci l’un l’altro o morire! Non sto preconizzando con ciò un dolciume buonista e borgataro che costringa ad amarsi personalmente, ci mancherebbe, ma, se abbiamo a cuore la sopravvivenza dei nostri figli in qualità di eredi dei nostri padri, dobbiamo cominciare ad amare violentemente le nostre tradizioni, o almeno quanto ne resta. Dobbiamo trovare la forza di tirar fuori gli antichi valori dalla montagna di spazzatura sotto cui sono stati seppelliti dalle sciagurate generazioni sessantottine. Dobbiamo innescare quel coraggio che ci faccia confessare il peccato originale del conservatorismo continentale, che è un peccato in un certo senso di processione ipostatica. “Dio, Patria, Famiglia” deve diventare “Dio, Famiglia, Patria”, solo così potremo salvare il continente europeo dal nichilismo materialista e dalla dominazione islamica. Perciò sono convinto che il futuro dell’Europa sarà una società conservativa, democratica (che non esclude monarchie parlamentari) e religiosa. Il processo è già incominciato.
Lo va ripetendo da tempo il politologo americano Edward Luttwak: «Si sta rompendo un equilibrio. Le persone non possono più accettare un sistema che opprime le popolazioni, sono stufe marce di subire la presenza delle élite europee il cui unico pensiero è la globalizzazione della cooperazione. Sempre più persone vogliono difendere la propria identità, la propria tradizione, il proprio territorio». Ogni cittadino normale non può che percepire l’afflusso incondizionato di centinaia di migliaia di maschi in età militare come una minaccia. Scappano dalla guerra, quando è vero, se è vero (fatta esclusione per i Siriani), abbandonando donne, bambini e veri poveri, all’orrore da cui pretendono di liberarsi. Il risultato di questa dinamica non è la salvezza dei rifugiati, ma un cambiamento ontologico della nostra realtà quotidiana: le cose che riteniamo normali e diamo ormai per scontate sono in pericolo.
In Italia come in vari Stati europei la misura è colma, ma in aggiunta abbiamo da anni un governo che non è stato eletto da nessuno, e sarebbe anche ora di reagire. «Il vino si fa con l'uva, la democrazia si fa con le elezioni – dice sempre Luttwak – Ma non in Italia: tre consecutivi governi non eletti sono un fatto molto grave».
Che fare?
Una è la cultura europea, una è la nostra religione. E già i popoli hanno rigettato la religione dell’Euro. Ora è necessario ricucire la frattura fra popoli del Sud, che devono smettere di vergognarsi della propria superiorità storica e culturale, a fronte dell’arretratezza economica, e popoli del Nord, che non devono pretendere di mettere quella stessa cultura sul piano cartesiano della contabilità, ma sfruttare le proprie doti di onestà e dovere per sanare le ferite dei fratelli meridionali piegati dalla storia, ma forse, non ancora sconfitti.
Perché, se esiste ancora qualcosa da conservare, seguiamo Roger Scruton: «L’essere conservatore è desiderare l’equilibrio del proprio paese, preservarlo, garantirgli continuità, con l’unico fine di poterlo tramandare alle generazioni future». Ora, cos’è questo equilibrio? È la società come la definiva Burke, una partnership fra vivi, morti e non nati, un’associazione civile fra vicini, fra famiglie, senza che uno Stato ficchi il naso nel principio di sussidiarietà, e perciò insediarsi su una terra, costruire una casa e lasciarla ai propri figli, affinché la custodiscano per i loro. Conservare la nostra fede cattolica nell’unico vero Dio, conservare l’eredità classica con la sua filosofia assertivo-veritativa, unica in grado di sconfiggere il relativismo, e infine, conservare un fucile per ogni padre di famiglia. Un mio amico dice anche conservare la pazienza. Solo così potremo preservare la nostra libertà.
E cos’è la nostra libertà? L’opportunità di vivere la nostra vita come vogliamo dentro i cardini della legge e non contro di essa (si può fare non ciò che è lecito, ma tutto ciò che non è vietato), la libertà di pensare autonomamente e dire ciò che si pensa, la libertà di professarsi cristiani. La libertà è il privilegio di sedersi una zolla di terra e dire: questa è mia e guai a chi la tocca.

Non voglio presentare queste idee come idee di destra tout court, siamo stanchi almeno quanto Primo de Rivera della destra e della sinistra, non esistono più. Certamente, mi rendo conto, queste idee verranno percepite e presentate da un mainstream che ha ormai perso completamente aderenza con la realtà, come di destra o destra estrema o destra religiosa. Perciò, per semplicità, utilizziamo questo termine – Camillo Langone la chiamerebbe Destra Divina.
Per questo motivo sono convinto che presentarsi ad elezioni con un classico centro-destra formato dai vecchi partiti, potrà magari risultare vincente sul breve periodo, ma denota arretratezza politica e difetto tattico. È di vitale importanza tagliare i ponti con le vecchie logiche nostalgiche del ventesimo secolo e presentare una proposta politica fresca nella forma quanto antica nei valori. Non è ancora troppo tardi per salvare l’Europa, ma è il momento di dare una paurosa lezione a quei burocrati che credono che rubare le case dei Quiriti sia un’operazione facile. Ricordiamo loro che l’Agnello di Dio è anche il Leone di Giuda.

(fine)


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25 agosto 2017

La Chiesa è in guerra


di Paolo Spaziani

Molti di voi conoscono George Weigel, scrittore e studioso cattolico statunitense, autore di una delle migliori biografie di San Giovanni Paolo II. Nei giorni scorsi sul sito della rivista First Things è stato pubblicato un articolo di Weigel dal titolo “It’s a culture war, stupid” in cui lo studioso, partendo da un fatto accaduto recentemente, arriva ad una interessante e inesorabile conclusione: la Chiesa è coinvolta in una guerra culturale da cui non può ritirarsi. Il giudizio di Weigel trae spunto da un post pubblicato sul blog di Padre Tim Moyle, un sacerdote che Weigel ha conosciuto durante le sue vacanze estive in Quebec. In questo post Padre Moyle dice di accingersi a celebrare il funerale di un uomo di 63 anni, sposato, con due figlie, malato di cancro, che era stato ricoverato in ospedale per una infezione alla vescica. Poco dopo il ricovero i familiari del malato hanno appreso con orrore e disperazione che i medici avevano di deciso di non curare l’infezione, ritenendo fosse meglio che l’uomo morisse per l’infezione piuttosto che lasciare che il cancro lo uccidesse. Nonostante le richieste e le suppliche dei familiari, i medici non hanno cambiato la loro decisione e hanno iniettato all’uomo una grande quantità di morfina per “controllare il dolore”, lasciandolo morire in meno di ventiquattro ore. “Stiamo parlando di un uomo, scrive nel suo post Padre Moyle, che, grazie alla chemioterapia e alla radioterapia, sperava di potere vivere abbastanza a lungo per vedere le sue figlie laureate. L’espresso desiderio del paziente e dei suoi familiari era che i medici curassero l’infezione, ma questo desiderio è stato ignorato dai medici”. Weigel, analizzando lo stato del sistema sanitario canadese, evidenzia come risulti più economico per lo stato promuovere l’eutanasia piuttosto che curare eventuali malattie secondarie che potrebbero diventare letali o offrire cure palliative. Il calcolo economico come unico criterio: questo il laconico e perentorio giudizio di Weigel che conferma come i governi che si sono succeduti in Canada, conservatori e liberali, hanno sempre promesso di affrontare il tema dell’accesso alle cure palliative, ma hanno poi nascosto la testa sotto la sabbia, lasciando che l’eutanasia dilagasse. Nella parte finale del suo articolo Weigel tocca il cuore del problema: “….In Canada, il calcolo utilitaristico dei governanti non sarebbe sopravvissuto a lungo se non avesse trovato la condivisione di troppi cittadini. E questo è il motivo per cui la Chiesa deve impegnarsi nella guerra culturale, non solo in Canada, ma negli Stati Uniti e in tutto l’Occidente: per riscaldare le anime raffreddate e ricostruire una società civile impegnata nella difesa della dignità umana”. Weigel centra un punto fondamentale quando individua nel risveglio delle coscienze l’unica possibile via d’uscita a questa situazione e attribuisce alla Chiesa il compito di coinvolgersi nella guerra culturale in corso. La crisi dell’uomo d’oggi è innanzitutto il riflesso della crisi in cui versa la Chiesa che ha scelto il disarmo totale tra il disorientamento di molti fedeli. C’è chi gioisce di questo disimpegno della Chiesa, ritenendolo una conquista di civiltà, eppure Weigel nel suo articolo precisa che la difesa di una vita come quella dell’uomo malato di cancro è una questione prima di tutto di civiltà. “Ridurre un essere umano ad un oggetto da misurare secondo l’utilità è il miglior modo, secondo Weigel, per distruggere la verità morale che la dichiarazione d’indipendenza americana chiama “il diritto inalienabile alla vita”. Il diritto alla vita è inalienabile, non è un dono dello stato, e riflette qualcosa di ancora più fondamentale: il diritto alla dignità della persona umana. Quando noi perdiamo questo diritto, conclude Weigel, siamo perduti come comunità e la democrazia è persa. Quindi la guerra culturale deve essere combattuta e una Chiesa che prende sul serio la questione della giustizia sociale deve combattere questa guerra”. Purtroppo, la timidezza dimostrata dalla Chiesa (salvo alcuni rari casi) sul caso del piccolo Charlie Gard la dice lunga su quale sia l’idea di giustizia sociale che la Chiesa attualmente intende promuovere. La guerra imperversa, si aprono quotidianamente nuovi fronti a cui alcuni uomini di Chiesa, sostenuti dai fedeli, tentano eroicamente di opporre resistenza. I nemici attaccano con ogni mezzo per demolire qualsiasi difesa, ma quando i soldati del nostro esercito si voltano per cercare rinforzi si accorgono che molti generali hanno alzato bandiera bianca, troppo impegnati a costruire ponti destinati a crollare miseramente. Anche nel bel mezzo di questa crisi non mancano però condottieri capaci di richiamarci alla battaglia: è il caso del cardinale Sarah il quale, durante la recente visita in Vandea ha affermato: “…come i nostri fratelli vandeani di un tempo, siamo oggi chiamati alla testimonianza, vale a dire al martirio! Cari fratelli, noi cristiani abbiamo bisogno dello spirito dei Vandeani! Abbiamo bisogno di un tale esempio! Come loro, abbiamo bisogno di abbandonare le nostre semine, le nostre messi, i solchi tracciati dai nostri aratri, per combattere, e non a difesa di interessi umani, ma per Dio. Chi, dunque, si leverà in piedi, oggi, per Dio? Chi oserà affrontare i moderni persecutori della Chiesa?” Le domande del cardinale Sarah sono rivolte ad ognuno di noi e ci spronano a coinvolgerci in questa guerra che non è finita, anzi è nel pieno del suo svolgimento. L’esercito con cui la Chiesa è destinata a combattere questa guerra è formato da tutti noi, chiamati a risvegliare le coscienze sopite senza grossi proclami, ma con piccoli gesti di verità. Non sono ammesse diserzioni.

 

09 dicembre 2016

Non praevalebunt! Un prontuario per la resistenza cattolica


di Alfredo Incollingo

Il titolo di questa recensione potrebbe far storcere il naso ai cattolici più sensibili, aperturisti e dialoganti, ma non dobbiamo temere il giudizio altrui. Siamo dunque politicamente scorretti, il che non vuol dire insultare alcuno, ma affermare la verità. Il saggio che presentiamo va in questa direzione e va compreso senza “se” e senza “ma”. Le critiche, se ben fondate, sono valide, ma il piagnisteo non ci garba. Dunque se volete conoscere la Verità, con la V maiuscola, non vi rimane che acquistare il nuovo saggio di Fabrizio Cannone, “Per una resistenza cattolica. Politica, attualità e cultura alla luce del Vangelo” (Solfanelli, Chieti, 2016: da richiedersi su www.edizionisolfanelli.it). Troverete una critica pungente della modernità e un nuovo modo di intendere l'esistenza e la società alla luce del Vangelo, come ben evidenzia il sottotitolo.

Procediamo con ordine e presentiamo il nostro autore e collaboratore, sin dal 2012, di Campari & De Maistre. Fabrizio Cannone è romano, fedele all'Urbe, cristianamente parlando, quindi è un cattolico “osservante” (come li si definisce adesso i credenti in Cristo, perché purtroppo oggi esistono troppe e vuote categorie di fedeli). E' un tomista di ferro, che farebbe sbiancare qualsiasi teologo modernista, ed è dottore in Storia del Cristianesimo (Uniroma 2, 2001) e in Scienze religiose (Angelicum, 2008). Ha all'attivo già due libri e ha scritto più di cinquecento articoli su molte testate note e importanti del mondo cattolico (La Croce Quotidiano, La Verità, Fides catholica, Radici Cristiane...). E' un grande e appassionante apologeta, e in questo ultimo lavoro non smentisce la sua vena dissacratoria dei moderni tabù.

“Per una resistenza cattolica” si può leggere come un manuale per giovani credenti o per chi, ormai avanti con l'età, vuole mantenere accesa la fiamma della fede. E' una raccolta dei migliori scritti dell'autore, interamente riveduti migliorati e corretti, ma strutturata come un saggio. Ogni capitolo tratta di un argomento d'attualità, dalla famiglia al tomismo, dal femminismo al gender, appoggiandosi con rigore a dati statistici, citazioni, fonti documentarie... L'erudizione non manca, ma questo lavoro non vuole essere certamente un esercizio di stile. La conoscenza è al servizio della fede e non viceversa, altrimenti è gnosticismo.

Ogni capitolo racchiude un seme di verità che, depositato nella coscienza del lettore, farà germogliare un albero rigoglioso e forte. Cannone ha voluto offrire così tanti spunti di riflessione sui temi più urgenti di oggi, parlando anche dell'importanza del “servizio militare”, per esempio, o del valore della cultura e della ricerca, snocciolando il messaggio evangelico su ogni singola tematica. La famiglia, la vita, la politica o la scuola vengono letti secondo il Vangelo, quindi smantellando i pregiudizi moderni, costruiti sulla sabbia, e fondando queste bellezze della vita sulla roccia, come la Parola del Signore, al quale si rifà.

Ecco quindi lo scopo principale di Cannone: fornire al lettore spunti di riflessione, ma anche strumenti per affrontare il dibattito. Mai arrendersi o tirarsi indietro, ma è necessario affrontate il “nemico” in ogni circostanza. Le trecento pagine di “Per una resistenza cattolica” vanno lette con attenzione (lo stile aiuta notevolmente) e comprese fino in fondo. Mai lasciare nulla per scontato, ma tutto va analizzato e assimilato. Solo in questo modo sapremo far tesoro delle ottime riflessioni di Cannone.

 

23 novembre 2016

Campari & de Maistre - Il libro


di Alessio Calò e Francesco Maria Filipazzi

"Custos, quid de nocte?" Sentinella, a che punto è la notte? La frase, tratta dal libro del profeta Isaia, appare oggi attuale per descrivere un'attesa che viene vissuta quotidianamente dai fedeli in Cristo. Ormai certo che la modernità stia per dissolversi, come appunto la notte poco prima del mattino, il popolo di Dio, decimato e stanco, sembra ormai in una condizione di attesa. Quando finirà questa lunga notte dello Spirito?

Come sapete bene, dalla sua nascita questo blog ha cercato di offrire quotidianamente una serie di contributi critici alla modernità, senza perdere quella vena ironica e irriverente che caratterizza il sano cattolicesimo. Campari & de Maistre appunto.
Dopo cinque anni di attività la redazione ha pensato di proporre al pubblico una serie di riflessioni, organizzate in un libro, riguardanti la Fede e l'attualità, per fare un bilancio di questi tempi oscuri che ci tocca vivere: il nostro vuole essere un messaggio di natura generazionale, una sfida da proporre a chi, nostro coetaneo, si ritrova davanti un mondo da ricostruire. Da dove partire e verso dove andare?
Il libro è così organizzato: dopo aver rinfrescato alcuni concetti di base riguardanti la sana filosofia (Alessandro Elia e Francesco Righini, Amicizia San Benedetto Brixia) e la sacra Liturgia (Marco Sgroi), il libro procede gettando il guanto di sfida alla modernità e al suo peggior frutto, la solitudine disperata dell'uomo sradicato (Francesco Filipazzi, Riccardo Zenobi, Giuliano Guzzo e Giulia Tanel), per poi allargare lo sguardo verso la società contemporanea attraverso un'analisi approfondita della situazione economica (Giovanni Campari) e geopolitica europea (Paolo Maria Filipazzi) ed internazionale (Fabrizio Cositore e Fabio Petrucci) e delle sfide che l'attendono (Alessandro Rico); si chiude alla fine con una nota di speranza per un ritorno alla pratica delle devozioni (Roberto de Albentiis) e ad un nuovo monachesimo familiare (Matteo Donadoni), supplicando continuamente l'intercessione della schiera dei Santi, ed in particolare della loro Regina, che ci hanno dimostrato come solo nell'imitazione di Cristo si possa rinnovare l'uomo e con lui ricostruire un mondo devastato (Federico Catani).
Ci chiedevamo dunque: da dove partire e verso dove andare? A Dio per Maria è la nostra risposta.

Per chi fosse interessato all'acquisto o ad una presentazione del volume, edito dalla casa editrice Historica (che ringraziamo per l'ampia libertà concessaci) e in uscita l'8 dicembre, giorno dell'Immacolata Concezione, ci può contattare all'indirizzo campariedemaistre@gmail.com.
Il ricavato derivante dai diritti d'autore sarà donato ai monaci di Norcia, colpiti duramente dal recente terremoto.
 

22 novembre 2016

Un Campari con... Susanna Manzin


In preparazione alle abbuffate natalizie e consapevoli dei benefici che il mangiar bene apporta alle attività umane, spirituali e non (basti pensare alla teologia "wurstel e crauti" tedesca...), abbiamo intervistato Susanna Manzin, scrittrice e curatrice del blog "Pane e focolare", dedicato proprio al rapporto tra cibo e cultura cattolica (ma non solo), per una gustosissima chiacchierata. 

Il suo blog (dal quale è nato un libro che uscirà a gennaio) tratta della "cultura della tavola orientata alla bellezza e alla valorizzazione dei valori familiari e sociali connessi con il mondo del cibo e del vino". Può spiegarci meglio il contributo del cattolicesimo a questa cultura?


Una domanda così, posta da un blog che si chiama “Campari e De Maistre”, è davvero intrigante! Se i cattolici hanno un rapporto gioioso e piacevole con il cibo, non è un caso. Come ha detto Papa Francesco ad un’udienza del mercoledì, il cristianesimo ha a che fare con la convivialità. Non solo Gesù ha istituito a tavola il più grande sacramento, ma considerava i pasti un’occasione importante di incontro con il suo prossimo, un modo per entrare in confidenza e amicizia con le persone. Ci sono tanti episodi evangelici che vedono Gesù a tavola, al punto da essere giudicato con disprezzo “un mangione e un beone”. Sicuramente non era così, ma se attirava questo genere di commenti vuol dire che accoglieva volentieri gli inviti a pranzo. La sua vita, le sue parabole e l’Eucarestia hanno abituato culturalmente il popolo cattolico a vedere la tavola come momento non solo di nutrimento ma anche di cultura, di amore, di scambio di doni generosi. Mangiare insieme consolida la comunità, e lo ha ben intuito san Benedetto che ha descritto dettagliatamente nella sua Regola come si dovevano svolgere i pasti in refettorio. La cultura cattolica ha modellato l’Europa anche a tavola: ha bandito gli eccessi sregolati della tavola dell’antica Roma e dei barbari, insegnando un rapporto equilibrato con il cibo, misurato e orientato alla temperanza, sano per il corpo e per l’anima. Stare a tavola con la famiglia, gli amici o la propria comunità è considerato un rito, da vivere con attenzione e gioia, con senso della misura ma allo stesso tempo con cura dei dettagli, proprio come si fa con un rito sacro. Il risultato? Molti cibi di cui oggi godiamo hanno un’origine monastica oppure, se già esistevano, con il cristianesimo hanno raggiunto vertici di eccellenza: ad es. la birra, il vino, il formaggio grana, lo champagne. Sto parlando del cattolicesimo, perché laddove si è diffusa l’eresia protestante, questo sano ed equilibrato rapporto con la buona tavola, pieno di gioia e ricerca della bellezza e della qualità, ha trovato ostacolo nell’austerità puritana. Un motivo in più per vedere nella Chiesa Cattolica la fedeltà al messaggio evangelico.


Come sono nati i suoi due romanzi, "Il destino del fuco" e "Come salmoni in un torrente"? Si può dire che cercano di introdursi nel dibattito riguardante la famiglia?


“Il Destino del Fuco” (D’Ettoris Editori, 2014) è nato quasi per caso, riflettendo sulle sfide della fecondazione eterologa: immaginavo cosa dovessero provare i protagonisti di queste complesse vicende famigliari. Perché la vita non è fatta di teorie e dottrine, ma è fatta da persone concrete che quando prendono strade sbagliate rendono la vita più complicata, a volte più drammatica e devastante. Allora mi sono immaginata questa trama: c’è una donna, Marianna, felicemente sposata con Riccardo, ha due figli e gestisce con successo un agriturismo. Arrivano quattro ospiti, una madre single con una figlia e un padre divorziato con il figlio. All’improvviso si scopre che i ragazzi sono nati entrambi grazie alla fecondazione eterologa, da un donatore anonimo. Quando si scopre chi è questo padre biologico, tutti i personaggi rivelano la loro difficoltà e angoscia nel gestire una situazione così imprevedibile. Ho cominciato a scrivere, quasi per gioco, ed è nato il romanzo. Ho trovato un editore pieno di entusiasmo e (vi assicuro, io non pensavo che sarebbe andata così!) il libro ha avuto un’ottima accoglienza. L’invito da parte di molti lettori di scrivere ancora mi ha spronato a mettermi al lavoro e le vicende dei protagonisti del primo romanzo hanno trovato un seguito nel romanzo “Come salmoni in un torrente”, edito anch’esso da D’Ettoris Editori (ottobre 2016), che affronta altri temi delicati: in particolare il dramma dell’aborto e della sindrome post-abortiva, le sfide dell’adolescenza e le relazioni sentimentali complicate. Entrambi i romanzi parlano della famiglia e delle difficoltà che oggi deve affrontare, degli attacchi alla sua integrità, della debolezza della cultura incentrata sull’individualismo, sulla dittatura del desiderio e sul mancato rispetto della vita umana.

Mi sono resa conto che il romanzo ha un vantaggio, rispetto ad altre forme di comunicazione: un romanzo può riscuotere curiosità ed interesse in molte persone che non leggerebbero mai un saggio di bioetica o di dottrina sociale, che non hanno voglia di andare ad una conferenza o ad un convegno, né di leggere lunghi post su facebook, ma che sono disponibili ad una lettura leggera che si può fare sotto l’ombrellone o durante un viaggio in treno. Ho avuto lettori inaspettati, che sono rimasti toccati e hanno riflettuto, vedendo le problematiche della famiglia e della tutela della vita umana calate nel concreto dei drammi vissuti.

I due romanzi parlano di temi di estrema attualità, come l'aborto, il divorzio, la fecondazione artificiale, anche se si può notare come il personaggio principale sia il padre. Perché parlarne, dato che ormai la cultura attuale lo considera un soggetto di cui si può fare a meno?


Sì, c’è proprio una crisi della figura paterna e credo che molti problemi della nostra società siano causati anche dall’attacco al padre. Nel primo romanzo questo tema era centrale, sintetizzato dal titolo, un po’ emblematico. Il fuco è il maschio dell’ape domestica ed è assistito e alimentato abbondantemente dalle api operaie perché è indispensabile per la perpetuazione della specie. Ma muore subito dopo l’accoppiamento, proprio perché la sua funzione all’interno dell’alveare è soltanto quella di fecondare l’ape regina. Non serve ad altro. Per questo ho azzardato questo raffronto, assistendo al tentativo di eliminare il padre dalla società occidentale.  Un lungo processo rivoluzionario, dalla Rivoluzione protestante fino al Sessantotto, ha portato alla crisi del principio di autorità, fino al “vietato vietare” e al “non abbiamo bisogno di padri” della cultura sessantottina. La società dell’assenza del padre è la società dell’assenza della norma morale, con gravissime conseguenze sociali, familiari ed educative.

Nel secondo romanzo il ruolo paterno è affrontato anche presentando lo scandalo della legge 194 sull’aborto, che esclude il padre del bambino da ogni decisione a proposito dell’aborto. Anche in questo aspetto, si vede  la volontà di uccidere il padre, di eliminare questa figura dalla società.

Ci può parlare anche del ruolo della donna, incarnato nei due libri dalla figura di Marianna, la proprietaria dell'agriturismo? Ci può parlare anche del ruolo delle altre donne, come Alessandra, Anita o Caterina?


Ho cercato di creare personaggi concreti, realistici: nessun personaggio perfetto e nessuna figura completamente negativa. Certo, Marianna è una bella figura, incarna molti valori positivi, ma nel secondo romanzo subisce tentazioni e commette leggerezze, come purtroppo capita nella realtà anche ai migliori. Anita è in un certo senso l’opposto di Marianna: se questa ha costruito la sua casa sulla roccia di sani valori familiari, Anita ha rifiutato quelli che considera stereotipi superati e si è avventurata sulla strada della fecondazione eterologa per avere una figlia senza un partner. E’ una persona in crisi personale, ma è vittima di se stessa, delle sue scelte sbagliate. Alessandra è figlia della cultura della leggerezza esistenziale, ma sempre alla ricerca di un porto sicuro. Caterina è il medico che sostiene il principio di autodeterminazione della donna in modo ideologico. Ma una delle figure femminili che mi appassiona di più è sicuramente Greta, la giovane figlia di Anita, fragile e bisognosa di affetto. Il secondo romanzo è molto incentrato su di lei, sul suo oscillare tra desiderio di libertà e nostalgia di una famiglia.

Le donne hanno un ruolo fondamentale nelle relazioni umane, il loro istinto materno può influenzare positivamente sia il rapporto con gli adulti che con i ragazzi. Padri e madri sono complementari, ognuno deve fare la propria parte e se manca uno dei due elementi, quello femminile o quello maschile, la società ne risente. L’uomo ha bisogno di una donna accanto, che con la sua sensibilità lo indirizzi e consigli, e la donna ha bisogno dell’uomo forte, per sostenerla e difenderla.

Le storie raccontate dai due libri sono ambientate all'interno di un agriturismo, luogo in cui il contatto con la natura e i suoi tempi lunghi la fanno da padrone; persino i titoli presentano un richiamo a queste tematiche. Come si inserisce la natura all'interno della cultura della tavola?


Quando c’è cultura della tavola, c’è anche amore per la natura. Tutto quanto mangiamo ci viene donato dalla terra, dal regno vegetale e animale (e anche minerale: pensiamo al sale!). Chi lavora nell’agricoltura e nell’allevamento del bestiame conosce bene i ritmi della natura, la sua bellezza e anche i suoi problemi, le sue potenzialità e i suoi rischi. La cucina si colloca con armonia all’interno di questo processo, prendendo il prodotto e trasformandolo: nascono così i sistemi di cottura, di trasformazione e conservazione dei cibi. Si valorizza ciò che è buono e si scarta quanto è cattivo, si accoglie quello che la natura ci dona ma ci si difende dalla nocività che a volte in essa è racchiusa e anche dalle condizioni meteorologiche avverse che possono distruggere il faticoso lavoro. C’è un impegno intelligente e sapiente che si tramanda di padre in figlio e ad ogni passaggio generazionale si aggiunge qualcosa, verso un miglioramento delle condizioni di vita che tiene però sempre conto della tradizione. Oggi chi compra la merce al supermercato, magari cibi precotti che si mettono nel microonde, perde il rapporto con la natura e alla fine non gusta adeguatamente quello che mangia. Chi segue tutta la filiera apprezza maggiormente quello che mette nel piatto. Non dimentichiamo che “sapore” e “sapere” hanno la stessa origine etimologica.


Secondo lei c'è un nesso tra la decadenza della civiltà occidentale nella sua crisi morale (e religiosa) ed il modo in cui mangiamo?


Non ho dubbi in proposito! Come ho spesso scritto nel mio blog e pubblicato nel libro “Pane & Focolare” (D’Ettoris Editori, 2016), siamo sempre più individualisti e non dedichiamo attenzione alla tavola, che è un momento di socialità. Guardiamo ad esempio la famiglia: la sua crisi è manifestata anche dalle abitudini alimentari. I pasti sono sempre più irregolari, si pranza fuori casa, questo è abbastanza inevitabile con i ritmi moderni di studio e lavoro, ma almeno a cena si dovrebbe condividere la tavola. Eppure ci sono famiglie dove nemmeno questo accade: si mangia quando capita, a mano a mano che si arriva a casa; i figli hanno orari complicati per attività sportive o per gli appuntamenti serali con gli amici; i genitori rientrano tardi dall’ufficio; basterebbe metterci un po’ di buona volontà e trovare un orario comune, ma quanti comprendono il valore di questo sforzo? Più facile lasciare ad ognuno la scelta di quando mangiare e cosa mangiare: tanto, che importanza ha mangiare insieme? E anche quando ci si siede a tavola, la televisione è accesa o si consultano gli smartphone. Non si dedica più tempo alla cucina, viene considerata perdita di tempo. Non ci sono più orari comuni, rituali familiari. E anche tra amici, si preferisce fare notte in discoteca piuttosto che cenare insieme con una certa forma e qualità. La festa assume i toni della trasgressione, non della ritualità.

Sono cresciuta alla scuola del pensatore brasiliano Plinio Correa de Oliveira, che ha descritto così bene il lungo processo plurisecolare che ha attaccato la società occidentale. Il soggettivismo, il relativismo etico hanno dato giustificazione filosofica ed esistenziale all’uomo che crede di poter fare a meno di identità, di storia, di strutture, di tradizioni da rispettare, di una comunità alla quale appartenere. L’uomo corrotto dalla rivoluzione, individualista e sciolto da legami, mangia solo per nutrirsi e non vede la necessità di dedicare tempo ed energie alla bellezza della tavola.  
Se vogliamo ricostruire i legami sociali e familiari, la tavola, a mio parere, può avere un ruolo importante. Se è vero che la bellezza ci salverà, questo può avvenire tutti i giorni, quando una bella compagnia si siede intorno ad una tavola, apparecchiata con cura e ordine, con cibi gustosi; quando si chiacchiera con calma e serenità, e magari si attende l’arrivo del primo piatto sorseggiando … un Campari! 

 

15 novembre 2016

Sacred Art School: il ritorno di Cristo nell'arte




di Alfredo Incollingo

Avevamo l'impressione che ormai l'arte contemporanea fosse irrecuperabile, presa com'è dal suo minimalismo che è una parola dolce per dire nichilismo. Si parla spesso della funzione educativa e sociale dell'opera artistica, ma se questa è vuota di contenuto, il suo valore etico è pari a zero. Non tutto è perduto, per nostra fortuna! A Firenze esiste una scuola d'arte, la Sacred Art School, fondata nel 2012 che ha come obiettivo il ritorno di Cristo nell'arte, dopo secoli d'esilio. Ideatore della Scuola è stato lo scultore irlandese Dony Mac Manus, tra i soci fondatori c’è l’opera di s. Maria del Fiore, la Camera di Commercio di Firenze e alcuni artigiani e artisti fiorentini.
Mac Manus in un'intervista rilasciata al blog affermava: “Stiamo per partire con una scuola di arte sacra, la Sacred Art School - Firenze, perché vogliamo affrontare la crisi della cultura occidentale. Quando guardo alla storia dellʼarte vedo che la più alta manifestazione di ogni cultura è nell'arte sacra, sia essa greca, egizia, azteca, indiana o africana. Quindi, se vogliamo affrontare la crisi culturale dell'occidente, il modo più efficace è quello di recuperare lʼarte sacra. Tutte le culture derivano dalla fede e quindi, prima di recuperare la nostra cultura, dobbiamo ritrovare la nostra fede. La cultura occidentale poggia su quattro pilastri: il mondo greco, quello romano, quello giudaico ed infine quello cristiano, che trovano la massima sintesi nella Chiesa Cattolica, il luogo dove l'artista "sacro" cerca l'ispirazione. Abbiamo scelto Firenze come principio di questo Rinascimento dell'arte visuale per la sua ricca tradizione e la sua capacità di ispirare: è il luogo dove gli artisti si sentono più a loro agio, è la Mecca dellʼarte!”
Potrebbe sembrare un'operazione anacronistica e futile il recupero di un'arte cristiana, perché la nostra epoca è profana e spietata nel rapportarsi nel sacro, che pare sparito dal nostro orizzonte esistenziale: a smarrirsi non è il suo sentore, quando piuttosto la nostra capacità di percepirlo, ottenebrati come siamo. I fondatori della Scuola mirano a recuperare quei linguaggi capaci di parlarci di Dio, quei segni che solo l'arte riesce a fornire. Il problema è linguistico e non solo contenutistico: questa operazione di recupero è anche un modo per riscoprire le nostre radici cristiani, anche nell'arte, queste fondamenta da lungo tempo dimenticate.
Esiste quindi un rapporto tra arte e fede? Sempre nella stessa intervista Mac Manus affermava che “la fede è lʼidea, lʼarte è il linguaggio. Senza unʼidea non abbiamo niente da comunicare. Questa è la radice della crisi nell'arte contemporanea, come abbiamo visto prima. Ci sono molti artisti che non hanno niente da dire perché non credono in niente, e ci sono altri artisti che credono, ma non possiedono un linguaggio che consenta loro di comunicare questa fede. Ciò che proponiamo nella nostra Scuola è l'insegnamento del linguaggio artistico, potenziato dallo studio della filosofia e della teologia dei Grandi Maestri del passato.” Solo questo ritorno alla fede potrà salvare l'arte moderna da se stessa, perché ormai sta precipitando in un baratro senza fondo.
Gli ottimi propositi purtroppo non bastano! C'è bisogno di incoraggiare, anche con i nostri aiuti economici, i 25 allievi che la scuola sta formando: a tal fine si terrà dall'otto novembre al dodici dicembre 2016 una mostra (la prima!) presso il Museo dell'Opera del Duomo a Firenze intitolata “In una Carne, il senso del corpo”. Questa esposizione terminerà il 12 dicembre con un workshop dedicato al tema “Arte sacra e corporeità” cui prederanno parte importanti relatori esperti in teologia e in arte. Lo scopo della mostra, oltre a far conoscere questi giovani artisti, è di far conoscere il lavoro di formazione della scuola e raccogliere i fondi per continuare l'attività didattica. La teologia del corpo di San Giovanni Paolo II fa da sfondo alla mostra, perché le opere esposte ci parlano del corpo e del linguaggio corporale, della necessità di rivederli alla luce della fede: solo relazionandoli a Dio infatti sarà possibile ridare un significato a queste parole oggi svuotate di ogni valore.
E' vero che il cristianesimo ha svalutato il corpo e la corporalità? Falsità belle e buone, diffuse con intenzioni tutt'altro che disinteressate. I grandi capolavori dell'arte sacra fanno ampio sfoggio del linguaggio corporale perché è nel mistero del “Dio Incarnato” che si concretizza la nostra fede: Dio si è fatto uomo, ha avuto un corpo e tramite esso ci ha salvati.
San Paolo, i Vangeli e il sacrificio di Gesù sulla Croce ci sottolineano che esso è una via privilegiata per salvarci, tanto che l'Apostolo delle Genti lo definiva un “tempio” e come tale andava trattato: è peccaminoso non il corpo, ma il suo uso sbagliato, dando sfogo ai propri bassi istinti. Inoltre il cristianesimo, in linea con la tradizione ebraica, usa un linguaggio corporale e le metafore in tal senso abbondano nel linguaggio ecclesiastico: pensiamo alle formule dell'Eucarestia, alla definizione della Chiesa quale corpo di Cristo e di noi quali Sue membra...
Il cristianesimo non si vergogna del corpo, ma lo celebra e lo esalta quale creazione di Dio e quale mezzo di salvezza: le opere dei giovani artisti della Sacred Art School rappresentano questi fondamenti teologici e, seguendo gli insegnamenti di San Giovanni Paolo II, danno un senso all'anatomia umana, alle movenze corporali e al corpo stesso.
Per aderire alla raccolta fondi a sostegno del programma di formazione di giovani artisti cristiani c’è tempo fino al 7 dicembre partecipando al crowdfunding sulla piattaforma Eppela a questo link.

 

16 settembre 2016

Dalla cultura alla fede


Amicizia San Benedetto Brixia

“Come rassicura lui stesso dal pulpito, durante la Messa in Duomo per la Natività di Maria (8 settembre), il card. Angelo Scola non intende neppure quest’anno scrivere una nuova lettera pastorale. Offre solo uno spunto pratico, che è l’indicazione a mettere al primo posto, sia per le parrocchie che per il mondo associativo cattolico, il dovere di “crescere nella dimensione culturale della fede (…) per proporre con gioia a tutte le donne e a tutti gli uomini della nostra società plurale che Cristo Risorto, Verità vivente e personale, non cessa di venire incontro ad ogni uomo”.” (link)

Noi lodiamo l’iniziativa del primate ambrosiano: meno carta, meno parole, più sostanza e dedizione. Ma soprattutto ci troviamo in profonda sintonia con tale pensiero e per questo decidiamo di rilanciarlo dalla nostra pagina: la dimensione culturale della fede per noi è davvero importante ed è stata il trampolino di lancio della nostra Associazione.
In realtà l’uso di questi termini - cultura e fede - nel nostro dizionario e in quello del Prelato non è in tutto il medesimo, ma neppure è del tutto eterogeneo. In fondo il Cardinale parla un lessico moderno, mentre noi cerchiamo di riattualizzare la Tradizione liturgico-spirituale scavando appositamente nella teologia classica. Rimane il punto fondamentale: mons. Scola esorta a valorizzare lo spessore culturale della fede e noi, nelle nostre analisi, continuamente ritorniamo alla cultura, al senso comune, all’antropologia comune, per ricavarne indicazioni utili a ricomprendere e riattuare prassi di fede ingiustamente ed ingenerosamente dimenticate e destituite di merito.
E’ un esercizio fecondo, che mette d’accordo soprattutto i fedeli comuni, digiuni di teologie elucubranti. Ci auguriamo che molti vogliano percorrere come noi tale strada, i cui frutti non tardano a manifestarsi per chi la pratichi.

 

30 luglio 2016

Politica o cultura? Pastorale o dottrina?


di Amicizia San Benedetto Brixia

Per la seconda puntata della rubrica crossover continuiamo a riferirci all'inchiesta di Stonor Saunders Gli intellettuali e la CIA, in cui si indaga senza filtri attorno alla massiccia attività di controllo degli intellettuali svolta dalla CIA nel periodo della Guerra Fredda.

Tra le categorie laiche più utili a comprendere i disagi della Catholica nell'ultimo cinquantennio reputo che quelle di globalizzazione e di Guerra Fredda occupino un posto di primo piano. L'annuncio di salvezza della Chiesa avviene tra il cardo e il decumano di questi due termini, occasione e tentazione per tutti noi.

Il cuore del problema, tornando al libro di Saunders, è raccolto da Richard Rovere, direttore associato del New Yorker: "il problema principale, qui, è che la politica sta cominciando a decidere della cultura (p. 179)".

Sarebbe ingenuo misconoscere che anche in ambito teologico e liturgico molti sono i casi in cui interessi politici, partitici, ideologici ed extra-teologici hanno veicolato scelte e programmi in seno alla Chiesa.

Ogni volta in cui riusciremo a marginalizzare l'apprensione politica - finanche di politica ecumenica - a vantaggio dello zelo propriamente religioso, compiremo un atto di risanamento importantissimo.

Con ciò mi pare possibile indicare come nemico e massima insidia l'ottusità ideologica. Dove alberga ottusità ideologica sarà impossibile mettere in discussione il primato politico consolidatosi negli ultimi decenni. Dove al contrario l'ottusità ideologica fa spazio al coraggio teologico si aprono varchi di restaurazione e rilancio ecclesiale.

Credo di poter asserire che la nostra Amicizia ha salutato con entusiasmo il Summorum Pontificum proprio in quanto varco coraggioso e profetico, scandalo per le ideologie, riaffermazione della spiritualità contro le mode 'guerrafreddaie'.

 

03 dicembre 2015

Pace di tomba

 
di Satiricus

«Io farei tanti passi indietro pur di mantenerci nella pace e pur di mantenerci nell'amicizia». Così monsignor Cipolla, che effettivamente fa piangere. E’ l’esito del franceschianesimo, la fede che rinuncia alla cultura, sperando di piacere. La fede in braghe di tela che fa il paio con grasse fette di ignoranza imbarazzante. Ridatemi uomini di un qualche peso, non dico uomini di Chiesa, ma uomini di peso. Datemi, dal Veneto come il Cipolla, Kamel Layachi, che veste con più decoro, conosce meglio la teologia e - di questi tempi serve - non deve pagare il soldo a nessun capetto, ma può parlare liberamente e quindi sapientemente: «Il presepe ci ricorda la nascita di un profeta tra i più grandi nella storia dell'umanità. Il sacro Corano ricorda più volte Gesù e dedica un'intera sura a sua madre, la vergine Maria. Perciò la rappresentazione della natività cristiana è una bellissima tradizione e un punto d'incontro e di conciliazione tra due fedi religiose. Non c’è ombra di discordia nel presepe, forse chi lo vieta e lo bandisce dalle scuole è animato da spirito laico o da un atteggiamento ateo ma evocare un presunto turbamento dei musulmani è contrario alla verità». Oppure datemi un cadavere, quello di Ernest Hello, cattolico francese del Settecento, un lupo solitario, sufficientemente lupo e sufficientemente solitario da potersi dedicare ancora alla ricerca della Verità, senza sconti né in uscita né in dottrina, senza debiti con pecore né comunità. Scrive una sorta di capolavoro, “L’uomo”, che si apre con un capitolo sulla “Unità” in cui i due termini in rima sono Dio e pace, demonio e neutralità: “La Vita, l’Amore, l’Unità si sostengono dunque o piuttosto non fanno che uno”, e la loro alternativa è l’uomo “superiormente separato; perché è separato dolcemente, senza agitazione, senza terrore, senza rimorso; ha il silenzio della tomba, che è la parodia della pace”. Ovviamente si tratta di un uomo guidato dal demonio, al quale questi assicura: “ - tu gusti il riposo del savio; vedendolo neutro tra la verità e l’errore, gli dice: - tu li domini entrambi; vedendolo inattivo, gli dice: tu non fai del male; vedendolo senza risorsa, senza vita, senza reazione contro la menzogna e il male, vedendolo destituito della collera dell’Amore, come parlava De Maistre, gli dice: - io ti ho ispirato una filosofia savia, una dolce tolleranza, tu hai trovato la calma nella carità; perché il demonio pronunzia spesso le parole di tolleranza e di carità”. Datemi qualsiasi cosa, ma non ricacciatemi nelle prigioni della menzogna (Gv 8,32), nemmeno in nome dell’amore, o tantomeno in nome dell’amicizia, specie se sono falsi nomi per servilismo e pigrizia.

 

23 aprile 2013

La Giornata Mondiale del libro

di Giulia Tanel

Il 23 aprile, dal 1995 a questa parte, si festeggia la Giornata Mondiale del Libro e del Diritto d’Autoreistituita dall'UNESCO al fine di promuovere la lettura e la pubblicazione di libri e salvaguardare il contribuito che gli autori forniscono per il progresso dell’umanità.
 

17 aprile 2013

Ricercare il fondamento: perché abbiamo ancora bisogno della cultura

di Alessandro Rico

Un paio di settimane fa, con il solito tono indistinguibilmente serio e faceto, Vittorio Sgarbi ha suggerito il suo premier ideale: Riccardo Muti. Manco a farlo apposta, il giorno dopo il Corriere ospitava una bellissima intervista al grande direttore d’orchestra, che almeno costringeva il lettore ad apprezzare l’acume dell’analisi di un uomo di cultura come Muti. Questo, per rimanere in tema musicale, offre il La a una più ampia riflessione sul ruolo della cultura nella società italiana, specialmente in questa fase storica così delicata.
 

10 dicembre 2012

Perché non mi straccio le vesti sul caso Buttafuoco

di Marco Mancini

E’ di sabato sera la notizia della presunta rottura tra Pietrangelo Buttafuoco e il settimanale berlusconiano “Panorama”, dovuta a un articolo, pubblicato su “Repubblica”, in cui lo scrittore e giornalista siciliano tracciava un bilancio ironico, ma severissimo, dell’avventura politica del Cavaliere. Ne sono seguite aspre polemiche, anche su Twitter, dove si è combattuto un vero e proprio duello rusticano tra Pierluigi Battista e il direttore del settimanale incriminato, Giorgio Mulè, e dove l’hashtag #iostoconButtafuoco ha subito preso il largo. Ecco, il punto è proprio questo: io non so se ho proprio voglia, almeno questa volta, di stare con Buttafuoco e di indignarmi per un nuovo caso di libertà negata. Anche perché io non m’indigno mai, semmai m’incazzo.
 

11 novembre 2012

Non è Bello ciò che piace, ovvero del Valore della Bellezza (II parte)

di Isacco Tacconi

Tornando ora però alla domanda posta al principio, nella prima parte di questa trattazione, la Bellezza è qualcosa di oggettivo o no? Per dare una risposta a questo quesito potrebbe forse bastare osservare il mondo che ci circonda e tentare di misurare il grado di sensibilità che la gente possiede, non tanto per una colpa propria, quanto per l’influenza che i media e la cultura dominante impone a noi tutti. Questo a partire dalla musica della quale ci vengono riempite le orecchie alla radio, nei supermercati, in tv. Oppure dalle immagini semi o totalmente pornografiche che ci scorrono davanti agli occhi continuamente, e fondamentalmente da un malcelato egoismo di massa, che non spinge più l’uomo a guardare fuori di sé, ma lo rinchiude in se stesso imponendogli di ricercare solo il proprio utile. 
 

10 novembre 2012

Non è Bello ciò che piace, ovvero del Valore della Bellezza (I parte)

di Isacco Tacconi

La domanda è lecita e sorge spontanea, in un mondo che sembra aver smarrito il “senso” della Bellezza: ma è proprio vero l’assioma “Non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace?”
La questione è più sottile e ingarbugliata di quello che sembra. Spesso infatti parliamo di “senso della bellezza” intendendo un sensus communis proprio dell’essere umano, esattamente come la vista, il tatto, il gusto, l’udito e l’odorato.
 

08 giugno 2012

Miseria della teologia - parte II

di Luca Gili
Qualche persona che fraintenda il significato dell'umiltà potrebbe essere tentata di dire che in fondo non è un male se gli uomini di Chiesa non fanno ricerca ad alto livello: purtroppo non è raro ascoltare queste sciocchezze fra gli uomini di Chiesa, ed anche sulla bocca di molti che il destino cinico e baro ha destinato alla 'formazione' delle nuove leve del clero.
 

05 giugno 2012

Miseria della teologia - parte I


di Luca Gili
Nel mio precedente intervento su Campari e de Maistre, osservavo ironicamente che la qualità della formazione intellettuale del clero lascia molto a desiderare. Il mio era solo un accenno, che magari può risultare di facile comprensione a chi conosce l'ambiente, ma che andrebbe provato con maggiore dovizia di dettagli.
 

01 giugno 2012

Presentazione in aforismi di un reazionario colombiano


di Giulia Tanel
Gómez Dávila nella sua vita “lesse, scrisse e morì”.
Si dice di lui che l’unica cura che ritenesse utile contro il tedio dell’esistenza fosse la “biblioterapia”: Il pensatore colombiano, infatti, era solito rintanarsi nella sua biblioteca da dove usciva solo a notte fonda, dopo aver passato la giornata a scrivere su piccoli quaderni verdi i propri pensieri sotto forma di aforismi, perché “[…] tra poche parole è difficile nascondersi come tra pochi alberi”.
 

20 aprile 2012

Se il rabbino se la prende con l'imperatore Costantino

di Marco Mancini
A 1700 anni dalla Battaglia di Ponte Milvio, in cui secondo la tradizione Costantino sconfisse Massenzio affidandosi alla Croce (“in hoc signo vinces”), il Pontificio Comitato di Scienze Storiche ha organizzato un convegno internazionale sulla figura del primo imperatore cristiano (anche se la discussione sulla sua effettiva conversione è ancora aperta).
Durante la presentazione del convegno, ieri, la storica Claire Sotinel ha osservato en passant come l’atteggiamento benevolo di Costantino nei confronti dei cristiani e della Chiesa non abbia determinato di per sé una condotta persecutoria nei confronti degli ebrei, come solitamente si tende a credere, dal momento che misure antiebraiche nell’Impero sono state adottate solo successivamente alla morte dell’imperatore.