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16 novembre 2017

Sinodo dei giovani secondo Romano Amerio


di Satiricus

“Se non lo trovi nella Summa, cercalo in Iota Unum”. Non mi ricordo chi lo dicesse, ma credo sia un consiglio che non si discute: si applica. Lo applico all’argomento fuffa dell’anno, la preparazione al Sinodo dei Giovani. E inizio pure a chiedermi cosa c’entri e come mai si affianchi questo nuovo evento ecclesiale con le tristi iniziative antiliturgiche a antidogmatiche in auge, generalmente sussumibili nell’etichetta ‘luteranizzazione della Chiesa e demolizione della medesima’. Forse che i giovani sono il grimaldello da agitare contro la tradizione?

Andiamo per gradi e proviamo a sfogliare insieme il capitolo che Romano Amerio dedicò ai rapporti tra Chiesa e gioventù. Si tratta dell’ottavo capitolo dello Iota, composto di soli quattro paragrafi §§85-88 (pp. 186-192, ed. Lindau).

§85. Cominciamo dal paragrafo 85, nel quale il filosofo luganese presenta la visione classica relativa alla gioventù e all’educazione. La giovinezza è una “età di imperfezione naturale e di imperfezione morale”, in cui vige più che mai il “periculum tentationis” (S. Agostino). Per questo il giovane ha bisogno di maestro, in quanto “è un soggetto in possesso della libertà e deve essere formato ad esercitare la libertà”. E qui sta la delicatezza del compito educativo, che si trova ad “avere come oggetto un soggetto” e ad esercitare dunque un’azione che è “un’imitazione della causalità divina” secondo che “produce l’azione libera dell’uomo proprio in quanto libera”. Ne discende, nell’ottica dell’Amerio e dei classici, l’imperativo: “non si può trattare... i giovani come maturi, i proficienti come perfetti..., il dipendente come indipendente”.

§86. Il secondo paragrafo presenta le variazioni culturali contemporanee più evidenti a livello culturale in ambito pedagogico. Tradizionalmente il primo compito del pedagogo era presentare alla gioventù l’intero della vita, che è “difficile o, se si vuole, seria” a causa della natura debole e incline al male dell’uomo. A partire da ciò l’individuo veniva chiamato non a “realizzarsi, ma a realizzare i valori per cui è fatto”, con tutta la mole di fatica e impegno che ciò comporta. Ed ecco la variazione: oggi - Amerio scrive negli anni ‘80 - la vita è presentata come gioia, l’obiettivo è posto nel realizzarsi, gli ostacoli conseguentemente appaiono solo come scandali ingiusti, mentre gli adulti rinunciano all’esercizio dell’autorità “per voler piacere”.

§87. A questo punto Amerio entra in merito alla dimensione religiosa ed accusa due discorsi pontifici di aver progressivamente variato la lezione cattolica su giovani ed educazione. Anzitutto si rimanda al discorso di Paolo VI del 1971 ad un gruppo di hippies: i quattro suggerimenti papali, contestati dal nostro autore, sono la spontaneità, la liberazione da certi vincoli formali e convenzionali, la necessità di essere se stessi e lo slancio a vivere e interpretare il proprio tempo. Quattro indicazioni ove oscure (essere se stessi?) ove contraddittorie (es. spontaneità vs ricerca). Interessante la chiosa dell’Amerio “certo il Papa parla qui opinativamente e non magistralmente”. Nel discorso del 3 gennaio 1972 andiamo peggiorando e si approvano il naturale distacco dal passato, il facile genio critico, l’antiveggenza intuitiva dei giovani. Anche qui le critiche puntuali e concise non si risparmiano (lascio a voi di andarle a leggere nel testo), mentre il Papa è visto inclinare sull’onda dell’entusiasmo verso una “dossologia della gioventù”.

§88. Il quarto paragrafo esamina alcuni discorsi dell’episcopato elvetico - Amerio era legato a quelle diocesi e sovente nel suo Iota porta ad esempio la decadenza delle medesime. Riporto per intero la sezione correttiva redatta dall’autore, in essa si confutano uno ad uno gli ideali precedentemente sollevati dai pastori svizzeri nelle allocuzioni citate dal testo: “l’autenticità, in senso cattolico, non consiste già nel porsi come naturalmente si è, ma nel farsi come si deve essere, cioè ultimamente nell’umiltà. La disponibilità poi è per sé adiafora e si qualifica come buona soltanto dal bene cui l’uomo si rende disponibile. Il rispetto dell’uomo esclude il disprezzo del passato dell’uomo e il ripudio della Chiesa storica. L’insofferenza della mediocrità, oltre a mancare di determinatezza, è contro la saggezza antica, contro la virtù di contentamento e contro la povertà di spirito. Che poi siamo in presenza di nuovi traguardi umani e religiosi è affermazione che… dimentica non esserci altra creatura nuova oltre a quella ri-fondata dall’uomo-Dio, né altri traguardi che quelli da lui prescritti”.

Non si aggiunge molto altro in Iota Unum, ma quanto riportato può bastare per avere l’attrezzatura concettuale minima ad affrontare le retoriche dei prossimi mesi.

Anzi, alla luce della riflessione ameriana scaturiscono purtroppo un paio di considerazioni ulteriori.

La prima è che, nonostante tutto l’affetto che chi scrive prova per il beato Paolo VI, è innegabile che davvero in certi discorsi di allora si siano già creati i precedenti per un paradigma comunicativo pontificio debole e ambiguo, schiavo dei tempi (in senso storicistico: esser vittima delle mode culturali) e ben poco edificante di per sé. La seconda è che si fa strada una tentazione, accennata nell’incipit dell’articolo: forse l’attenzione del Papa per i giovani ha solo uno scopo strumentale - e quindi intrinsecamente anti-pedagogico, perché tratterebbe i soggetti come meri oggetti - finalizzato ad alimentare il disprezzo per la tradizione e la rincorsa del nuovo per il nuovo, agitando contraddizioni, ideali indeterminati, sogni pericolosi? Lo scopriremo. Ma speriamo di non perdere anche i giovani, dopo aver perso la famiglia e l’Eucaristia.


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15 novembre 2017

Unità dei cristiani: l'incubo continua


di Satiricus

“Potente è la tua mano Signore” così titola il sussidio per la settimana dedicata alla preghiera per l’unità dei cristiani (18-25 gennaio 2018) e fin dal titolo ci fa sorridere: se la mano del Signore è tanto potente, perché architettare una mole di stravaganze umane al fine di affastellare un’apparenza di unità che il vestito di Arlecchino a confronto è uno smoking? Perché non lasciare che il Signore agisca secondo i mezzi suoi propri: Grazia e sacramenti?

Non c’è niente da fare, le iniziative per l’unità dei cristiani si confermano tra le situazioni più ridicole in cui la Catholica va a tuffarsi regolarmente.
Sfoglio il libretto - e mi rifiuto di perdere tempo in una analisi serrata - ma subito saltano all’occhio due stramberie. Due, e poi chiudo l’opuscolo e mi dedico ad altro.

La prima è nella Introduzione, che purtroppo ci getta in faccia una secchiata gelata e fetida: “Nel 2017 abbiamo ricordato i cinquecento anni della Riforma di Lutero. Anche in questa occasione, pur nel dolore della divisione creata nella cristianità dell’occidente, dobbiamo sottolineare l’aspetto positivo della Riforma, che ha costituito un appello continuo ad unirci nel canto di lode a Dio”. Aiuto. Anzitutto speravo che la pagliacciata filo-luterana finisse col 2017, invece qua ci toccano gli strascichi del post-sbornia (Dio non voglia che abbiamo contratto un’epatite cronica!). In secondo luogo non è corretto né completo dire che vi è una “divisione creata nella cristianità dell’occidente”: la divisione è stata “creata” da Lutero, ed è una divisione di e in tutta la Chiesa. Infine - dico infine perché non vado a leggere altro, non perché mi illuda che le facezie si chiudano qui - mi è molto poco chiaro in che senso la “Riforma” (la Rivoluzione luterana) abbia aspetti positivi e particolarmente in che senso l’aspetto positivo sia un “appello continuo ad unirci nel canto di lode a Dio”. Per poco che ne capisco, Lutero ha demolito la vita consacrata, ergo ha demolito il coro, ergo ha interrotto la lode costante che la Chiesa alzava tradizionalmente a Dio. Povero me, povero scemo che continuo a cercare semi di intelligenza nei documenti episcopali! Meno male che i Pastori facentefunzione sono tutti un po’ comunisti, altrimenti mi attendevo da loro pure l’elogio di Mussolini ‘perché ci ha insegnato a valorizzare lo sport nei fine settimana’. Molto grande dev’essere il mio peccato per meritarmi delle guide siffatte. E niente, siamo nella chiesa di Francesco, dove la retorica propagandistica prevale sulla Verità e persino sul buon senso.

La seconda osservazione però mi permette di rilanciare una tesi cui sono affezionato - nihil novi, beninteso - e che attenua le responsabilità dei franceschisti vari. Al capitolo V si propone la recita del Credo. Meno male, direte voi. Mica tanto, aggiungo io. Il Credo proposto è epurato del “Filioque”. Lo Spirito Santo, udite udite, non procede più dal Padre e dal Figlio, ma solo dal Padre. Eresia anti-nicena, verrebbe da urlare. E verrebbe da aggiungere una lunga lista di improperi alle curie che in questo clima di Chiesa liquida liquidano il cattolicesimo. Non fosse che il testo proposto non è un parto sic et simpliciter del clima franceschiano, bensì recupera un testo analogo già usato nel lontano 1984 a Riva del Garda nell’incontro delle chiese europee e delle conferenze episcopali europee (KEK & CCEE). A dire che l’assurdo ci contamina da decenni ormai, e che la linea di Francesco non ha che sdoganato quelle aberrazioni cui i pontefici precedenti indulgevano in piccole dosi.

Chiudo e lascio a voi ulteriori giudizi, citando due autori che mi sono cari.

Il primo è Romano Amerio di cui cito non una frase bensì un’opera, Iota unum, edita nel 1985 a denuncia definitiva dell’inappropriatezza filologica, filosofica e teologica dell’andazzo pre-in-post conciliare. La cultura cattolica fece la scelta di liquidare il capolavoro e di relegarlo a lettura per le riserve tradizionaliste. Lo accettiamo. Però non lamentiamoci oggi del nulla in cui stiamo rotolando, con annesse retoriche irrazionali e pseudo-teologiche.
Il secondo è Ernst Hello che ci ha insegnato, nel capitolo di apertura al suo “L’uomo”, “l’uomo morto ha perduto il senso dell’unità [...] In cambio compone una parodia satanica dell’unità; cerca di amare insieme il vero e il falso, il bene e il male, il bello e il brutto; non sempre si adira, almeno in apparenza, se si affermano i dogmi, ma preferisce che si neghino. Non avendo voluto unire ciò che è unito, credere a tutta la verità, conciliare ciò che è conciliabile, cerca di unire ciò che è necessariamente ed eternamente contraddittorio, di credere insieme alla verità e all’errore, di conciliare il Sì e il No; non avendo voluto amare Dio tutto intiero, cerca di amare insieme Dio e il diavolo: ma è l’ultimo che preferisce” (ed. R. Carabba, pp. 19-20).


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30 marzo 2017

Dacci oggi la nostra eresia quotidiana/02: Luteranesimo un tanto al chilo


del Cardinale Dal Sacco

Anno Domini 2017: 500 anni ci separano dalla riforma di Lutero, 300 dalla fondazione della prima loggia massonica speculativa e 100 sia dalla rivoluzione russa che dalla rotta di Caporetto. Non c’è che dire: siamo in buona compagnia per poter rafforzare la nostra fede e dedicarci allo studio della storia. E’ innegabile, tuttavia, che oggigiorno la cultura dominante ci porta a non ricordare questi eventi che, benché uno più drammatico dell’altro, fanno parte della nostra storia e della nostra identità di cristiani, italiani, europei. Similmente, non è ben chiaro se-come-perché commemorare e/o celebrare e/o ricordare (e volutamente uso questi termini che, avviso fin da subito, non ritengo essere sinonimi) questi anniversari da un punto di vista cattolico. Occorre dunque cercare di fare chiarezza in un’epoca di dubbi e di falsità dilaganti: sarebbe bellissimo analizzare ogni singolo anniversario di questo nostro martoriato 2017 ma preferiamo dedicarci, almeno in questa rubrica, al cinquecentesimo della riforma protestante.

In un prossimo articolo ci ripromettiamo di parlare dei semi protestanti disseminati oggigiorno dappertutto anche in molti componenti della Chiesa Cattolica (la quale, Corpo Mistico di Cristo, è sempre santa per opera dello Spirito Santo): piuttosto, ora, riteniamo doveroso fare alcune precisazioni lessicali che renderanno maggiormente capibile la nostra ermeneutica delle tendenze protestanti all'interno della Chiesa e, allo stesso modo, è nostro dovere capire cosa sta succedendo attorno a noi in occasione di questo centenario.

Da un punto di vista storico e storiografico, il termine di Riforma Protestante è ormai diventato di uso comune e generalizzato: alcuni storici hanno provato ad usare il termine di Rivoluzione Protestante ma non sono generalmente seguiti dalla massa degli studiosi. Essendo questo un articolo di Storia della Chiesa, che analizza ogni cosa alla luce del Catechismo della Chiesa Cattolica, preferisco usare il termine classico di riforma ma rigorosamente in corsivo e minuscolo riprendendo in un certo senso il termine con cui la Santa Sede ha per secoli definito i figli ed i nipoti di Lutero («i cosiddetti riformati»).

Non penso sia necessario spiegare il perché tutti i fedeli cattolici non possano celebrare questo anniversario: il concetto rimanda infatti alla festa ed alla solennizzazione di eventi che sono sia unitivi che comuni (qualità decisamente assenti negli eventi della riforma). Il concetto di commemorazione, invece, potrebbe essere utilizzato a patto tuttavia di non dargli il carattere sacro e liturgico che la Chiesa attribuisce ad alcune celebrazioni come la Commemorazione di tutti i fedeli defunti o la Commemorazione di un Santo durante un Tempo Forte. Bisognerebbe invece, a mio modesto parere, utilizzare il verbo ricordare (purché scevro dal carattere sacrale e liturgico, utilizzato in particolare nella Santa Messa, di rendere presente) inteso da un punto di vista storico: è innegabile che la riforma sia avvenuta, è altrettanto innegabile il fatto che – ci piaccia o non ci piaccia – perduri ancora oggi e che, pertanto, è nostro dovere analizzarla in ogni sua componente compresa la prospettiva futura di convivenza (perché l’epoca degli Stati confessionali è ormai tramontata da tempo) che la Chiesa ha sempre denominato tolleranza . Utilizzando la categoria storica del ricordo (il fare dunque memoria) si potrà parlare in piena coscienza, con meno acredine possibile, delle gravi colpe degli uomini della Chiesa del XVI secolo, di dottrine peregrine che all'epoca si insegnavano in ogni dove, dei morti dell’una e dell’altra parte, degli errori dottrinali di Lutero, ma anche dell’opera e dell’insegnamento dei Santi della contro-riforma, etc.

Per far questo però è necessario precisare due cose: 1) è impossibile cancellare 500 anni di storia (basti pensare che è difficile parlare in maniera serena di eventi ben più recenti e cronologicamente più modesti come il ventennio fascista) e 2) si è trattata di un’eresia all'interno della Chiesa Cattolica che si è propagata in tutto il mondo dando vita a numerosissime denominazioni cristiane che, secondo il loro modo di vedere, si riconoscono come l’unica vera Chiesa di Cristo.

Se non si parte da questi dati di fatto stiamo solamente rimestando l’acqua nel mortaio. Alla luce di quanto detto, è chiaro come il sole come si deve vivere questo triste anniversario: con mestizia ed il ritorno alla vera fede. E dobbiamo farlo con il cuore che gronda sangue perché non solo la Chiesa è ancora oggi lacerata nella sua unità ma anche perché ci sono milioni di anime che non possono attingere ai fiumi d’acqua viva che da essa sgorgano per mezzo dei Sacramenti: riflettiamo mai abbastanza a come siamo “fortunati” noi cattolici? Noi abbiamo la possibilità di stare bocca a bocca (etimologia di adorare) a Cristo nella Santa Eucarestia, i protestanti no; noi possiamo dire correttamente di aver avuto i peccati perdonati nella Confessione, i protestanti si devono appellare ad un atto di fede talmente puro per essere giustificati che è difficile solo immaginarlo; noi cattolici possiamo ricorrere al Magistero quando non comprendiamo appieno né la dottrina né la Sacra Scrittura, i protestanti invece sono lasciati come pecore senza pastore in balia dell’una o dell’altra corrente dominante; noi cattolici abbiamo la grazia di poter onorare la Vergine Maria, avendo in lei una sicura Avvocata presso suo Figlio, mentre i protestanti non riconoscono nessun intermediario tra Dio e l’uomo che non sanno (letteralmente) a che santo votarsi. Pensiamo mai a queste grazie come anche alle altre centinaia di cui è oggetto e deposito la Chiesa Cattolica? Contemporaneamente – repetita iuvant – soffriamo per tutte le anime delle chiese protestanti che non hanno nulla di tutto questo? Similmente, pensiamo mai al fatto che Lutero e tutti gli altri riformatori partivano da una critica feroce alla Chiesa che, all’epoca, appariva loro come una turba di uomini e donne alla ricerca non tanto della gloria di Dio bensì di quella del Mondo? E ci fermiamo mai a pensare adeguatamente al fatto che se queste persone hanno potuto confondere e travisare la sana dottrina l’hanno potuto fare perché non l’avevano degnamente studiata, compresa, amata e vissuta? Come non temere che l’abbandono degli studi di tutte le scienze sacre potrebbe generare sempre nuovi Lutero e Calvino? Come non avere paura della scarsa fedeltà dei religiosi pensando a tutti i conventi tedeschi che si svuotarono in brevissimo tempo a seguito delle prediche dei vari predicatori di turno?

Ma se è chiaro in che modo è possibile parlare del centenario della riforma, è altrettanto ovvio cosa sia da evitare. E qui, dispiace dirlo, siamo dinanzi veramente all'assurdo in quanto – è innegabile – ci sono fior fiore di prelati e di cosiddetti laici impegnati che tutto fanno tranne che ricordare: anzi, la riforma è esaltata, celebrata, lodata, festeggiata fin nei più piccoli consessi ecclesiali di tutte le Diocesi cattoliche. Si moltiplicano come funghi i gruppi ecumenici per preghiere in comune e per poter partecipare ad incontri organizzati quasi sempre dalle chiese protestanti con l’invito rivolto al parroco di turno, sempre presente a porgere il saluto dei cristiani altri (ebbene si: ci chiamano così) blaterando di cose che magari loro neanche conoscono. Ma attenzione: non dobbiamo solamente stigmatizzare questi comportamenti ma anche riflettere sul fatto che le chiese protestanti stanno lavorando alacremente per questo centenario togliendoci ogni possibilità di parola. Ebbene sì, signori: noi cattolici non ci siamo interessati della questione, o se si è fatto abbiamo davanti ai nostri occhi gli esempi di cui sopra, cosicché le chiese protestanti di varia denominazione stanno letteralmente impadronendosi del centenario, mostrandosi quindi non come una eresia che a sua volta ha prodotto la nascita di gruppi e gruppetti, bensì come uno dei tanti modi in cui il cristianesimo è presente sulla terra benché siamo tutti uniti in Cristo: e se ci sono vari modi, sono tutti validi, ed allora è inutile cercare l’unità privilegiando pratiche comuni da attuare giorno per giorno nelle singole comunità. Non stiamo discutendo di cose di poco conto, bensì di applicazione delle dottrine (ortoprassi) in quanto è risaputo infatti che i protestanti parlano di unità delle Chiese (che, pertanto, potrebbero anche convivere una accanto all'altra come in una federazione) e non dei cristiani: la Chiesa Cattolica afferma invece che la Chiesa è (e sempre sarà, logicamente) una e che, pertanto, semplificando il concetto, ogni singolo protestante (ma anche ogni singolo cristiano non cattolico) deve tornare in seno all'unica e vera Chiesa che è quella cattolica fondata direttamente da Cristo sulla roccia di Pietro. Non c’è altra via: le federazioni non possono esistere nella Chiesa Cattolica in quanto Cristo non ha stabilito più primati.

Dispiace dirlo, ma abbiamo commesso un enorme errore a lasciare in mano il centenario della riforma solo ai protestanti perché così si rinnova ancora una volta la dicotomia (a loro tanto cara) tra riforma e controriforma, in cui ovviamente la Chiesa Cattolica è vista come freno alle loro istanze riformistiche: ma – dicono loro – la riforma segue la decadenza, rappresentata dalla Chiesa Cattolica che sarà sempre ancorata a modelli da superare (se sono decadenti perché mantenerli?), e via di questo passo in una logica sempre più dialettica di progresso e regresso. La Chiesa Cattolica, manco a dirlo, afferma altro: la vera riforma è il ritorno alle origini e non uno stravolgimento della dottrina, della liturgia, della Sacra Scrittura come hanno voluto invece Lutero ed i suoi epigoni.

Ma c’è anche altro, in quanto ad ogni convegno che queste chiese organizzano, siatene certi, la Chiesa Cattolica è semplicemente ribattezzata come Chiesa Romana: non che non sia vero – per carità: Dio benedica la Cattedra di Pietro in ogni momento! – ma è emblematico che queste chiese, che non sono universali in quanto fin dalla loro denominazione (valdesi = di Valdo; luterani = di Lutero; calvinisti = di Calvino; etc), utilizzino un aggettivo “localistico” e “topografico” per poter affermare di avere esse uno spirito cattolico. Anche qui, non si sta subendo passivamente l’infamia che generazioni di cattolici inglesi e irlandesi hanno subito sulla loro pelle sentendosi appellare come papisti? E queste cose ce le dicono direttamente in faccia, non le mandano mica a dire: fatevi una navigata nel sito web della chiesa luterana italiana e vedrete, in relazione al celeberrimo incontro di Lund, che terminologia utilizzano per descrivere il Papa.

Sperando di celebrare degnamente ed allo stesso modo il centenario del Concilio di Trento, nel frattempo il quesito rimane: che cosa fare? E, soprattutto, cosa fare per non seminare scandalo tra i semplici che vedono che ci sono tante chiese diverse che vengono ricevute, accolte e finanche elogiate persino dai vertici della Chiesa Cattolica (compresa una certa persona di bianco vestita)? Innanzitutto pregare. E poi studiare: storia, filosofia, teologia, qualsiasi cosa possa aiutarci ad amare sempre di più la nostra Santa Fede Cattolica.

Riprendiamo in mano la storia, vera Magistra Vitae, da sempre elogiata e coltivata dalla Chiesa per il suo valore intrinseco, e non abbiamo paura di dire al mondo intero cosa è stata o cosa ha prodotto la riforma: divisione, iconoclastia, roghi, eresie e guerre di religione. Non nascondiamoci dietro un dito, tuttavia, e affermiamo altresì senza paura che la Chiesa dell’epoca mostrava tutto tranne la santità che le è propria come Corpo Mistico di Cristo. Ma soprattutto torniamo ad applicare San Paolo che invitava i cristiani del suo tempo, e dunque anche noi, a vagliare tutto e trattenere ciò che è buono: non solo la Chiesa può ma, anzi, deve dire la sua sulla riforma senza fare il pappagallo dei nipotini di Lutero.

https://labaionetta.blogspot.it/2017/03/eresia-quotidiana-luteranesimo.html

 

22 novembre 2016

Un Campari con... Susanna Manzin


In preparazione alle abbuffate natalizie e consapevoli dei benefici che il mangiar bene apporta alle attività umane, spirituali e non (basti pensare alla teologia "wurstel e crauti" tedesca...), abbiamo intervistato Susanna Manzin, scrittrice e curatrice del blog "Pane e focolare", dedicato proprio al rapporto tra cibo e cultura cattolica (ma non solo), per una gustosissima chiacchierata. 

Il suo blog (dal quale è nato un libro che uscirà a gennaio) tratta della "cultura della tavola orientata alla bellezza e alla valorizzazione dei valori familiari e sociali connessi con il mondo del cibo e del vino". Può spiegarci meglio il contributo del cattolicesimo a questa cultura?


Una domanda così, posta da un blog che si chiama “Campari e De Maistre”, è davvero intrigante! Se i cattolici hanno un rapporto gioioso e piacevole con il cibo, non è un caso. Come ha detto Papa Francesco ad un’udienza del mercoledì, il cristianesimo ha a che fare con la convivialità. Non solo Gesù ha istituito a tavola il più grande sacramento, ma considerava i pasti un’occasione importante di incontro con il suo prossimo, un modo per entrare in confidenza e amicizia con le persone. Ci sono tanti episodi evangelici che vedono Gesù a tavola, al punto da essere giudicato con disprezzo “un mangione e un beone”. Sicuramente non era così, ma se attirava questo genere di commenti vuol dire che accoglieva volentieri gli inviti a pranzo. La sua vita, le sue parabole e l’Eucarestia hanno abituato culturalmente il popolo cattolico a vedere la tavola come momento non solo di nutrimento ma anche di cultura, di amore, di scambio di doni generosi. Mangiare insieme consolida la comunità, e lo ha ben intuito san Benedetto che ha descritto dettagliatamente nella sua Regola come si dovevano svolgere i pasti in refettorio. La cultura cattolica ha modellato l’Europa anche a tavola: ha bandito gli eccessi sregolati della tavola dell’antica Roma e dei barbari, insegnando un rapporto equilibrato con il cibo, misurato e orientato alla temperanza, sano per il corpo e per l’anima. Stare a tavola con la famiglia, gli amici o la propria comunità è considerato un rito, da vivere con attenzione e gioia, con senso della misura ma allo stesso tempo con cura dei dettagli, proprio come si fa con un rito sacro. Il risultato? Molti cibi di cui oggi godiamo hanno un’origine monastica oppure, se già esistevano, con il cristianesimo hanno raggiunto vertici di eccellenza: ad es. la birra, il vino, il formaggio grana, lo champagne. Sto parlando del cattolicesimo, perché laddove si è diffusa l’eresia protestante, questo sano ed equilibrato rapporto con la buona tavola, pieno di gioia e ricerca della bellezza e della qualità, ha trovato ostacolo nell’austerità puritana. Un motivo in più per vedere nella Chiesa Cattolica la fedeltà al messaggio evangelico.


Come sono nati i suoi due romanzi, "Il destino del fuco" e "Come salmoni in un torrente"? Si può dire che cercano di introdursi nel dibattito riguardante la famiglia?


“Il Destino del Fuco” (D’Ettoris Editori, 2014) è nato quasi per caso, riflettendo sulle sfide della fecondazione eterologa: immaginavo cosa dovessero provare i protagonisti di queste complesse vicende famigliari. Perché la vita non è fatta di teorie e dottrine, ma è fatta da persone concrete che quando prendono strade sbagliate rendono la vita più complicata, a volte più drammatica e devastante. Allora mi sono immaginata questa trama: c’è una donna, Marianna, felicemente sposata con Riccardo, ha due figli e gestisce con successo un agriturismo. Arrivano quattro ospiti, una madre single con una figlia e un padre divorziato con il figlio. All’improvviso si scopre che i ragazzi sono nati entrambi grazie alla fecondazione eterologa, da un donatore anonimo. Quando si scopre chi è questo padre biologico, tutti i personaggi rivelano la loro difficoltà e angoscia nel gestire una situazione così imprevedibile. Ho cominciato a scrivere, quasi per gioco, ed è nato il romanzo. Ho trovato un editore pieno di entusiasmo e (vi assicuro, io non pensavo che sarebbe andata così!) il libro ha avuto un’ottima accoglienza. L’invito da parte di molti lettori di scrivere ancora mi ha spronato a mettermi al lavoro e le vicende dei protagonisti del primo romanzo hanno trovato un seguito nel romanzo “Come salmoni in un torrente”, edito anch’esso da D’Ettoris Editori (ottobre 2016), che affronta altri temi delicati: in particolare il dramma dell’aborto e della sindrome post-abortiva, le sfide dell’adolescenza e le relazioni sentimentali complicate. Entrambi i romanzi parlano della famiglia e delle difficoltà che oggi deve affrontare, degli attacchi alla sua integrità, della debolezza della cultura incentrata sull’individualismo, sulla dittatura del desiderio e sul mancato rispetto della vita umana.

Mi sono resa conto che il romanzo ha un vantaggio, rispetto ad altre forme di comunicazione: un romanzo può riscuotere curiosità ed interesse in molte persone che non leggerebbero mai un saggio di bioetica o di dottrina sociale, che non hanno voglia di andare ad una conferenza o ad un convegno, né di leggere lunghi post su facebook, ma che sono disponibili ad una lettura leggera che si può fare sotto l’ombrellone o durante un viaggio in treno. Ho avuto lettori inaspettati, che sono rimasti toccati e hanno riflettuto, vedendo le problematiche della famiglia e della tutela della vita umana calate nel concreto dei drammi vissuti.

I due romanzi parlano di temi di estrema attualità, come l'aborto, il divorzio, la fecondazione artificiale, anche se si può notare come il personaggio principale sia il padre. Perché parlarne, dato che ormai la cultura attuale lo considera un soggetto di cui si può fare a meno?


Sì, c’è proprio una crisi della figura paterna e credo che molti problemi della nostra società siano causati anche dall’attacco al padre. Nel primo romanzo questo tema era centrale, sintetizzato dal titolo, un po’ emblematico. Il fuco è il maschio dell’ape domestica ed è assistito e alimentato abbondantemente dalle api operaie perché è indispensabile per la perpetuazione della specie. Ma muore subito dopo l’accoppiamento, proprio perché la sua funzione all’interno dell’alveare è soltanto quella di fecondare l’ape regina. Non serve ad altro. Per questo ho azzardato questo raffronto, assistendo al tentativo di eliminare il padre dalla società occidentale.  Un lungo processo rivoluzionario, dalla Rivoluzione protestante fino al Sessantotto, ha portato alla crisi del principio di autorità, fino al “vietato vietare” e al “non abbiamo bisogno di padri” della cultura sessantottina. La società dell’assenza del padre è la società dell’assenza della norma morale, con gravissime conseguenze sociali, familiari ed educative.

Nel secondo romanzo il ruolo paterno è affrontato anche presentando lo scandalo della legge 194 sull’aborto, che esclude il padre del bambino da ogni decisione a proposito dell’aborto. Anche in questo aspetto, si vede  la volontà di uccidere il padre, di eliminare questa figura dalla società.

Ci può parlare anche del ruolo della donna, incarnato nei due libri dalla figura di Marianna, la proprietaria dell'agriturismo? Ci può parlare anche del ruolo delle altre donne, come Alessandra, Anita o Caterina?


Ho cercato di creare personaggi concreti, realistici: nessun personaggio perfetto e nessuna figura completamente negativa. Certo, Marianna è una bella figura, incarna molti valori positivi, ma nel secondo romanzo subisce tentazioni e commette leggerezze, come purtroppo capita nella realtà anche ai migliori. Anita è in un certo senso l’opposto di Marianna: se questa ha costruito la sua casa sulla roccia di sani valori familiari, Anita ha rifiutato quelli che considera stereotipi superati e si è avventurata sulla strada della fecondazione eterologa per avere una figlia senza un partner. E’ una persona in crisi personale, ma è vittima di se stessa, delle sue scelte sbagliate. Alessandra è figlia della cultura della leggerezza esistenziale, ma sempre alla ricerca di un porto sicuro. Caterina è il medico che sostiene il principio di autodeterminazione della donna in modo ideologico. Ma una delle figure femminili che mi appassiona di più è sicuramente Greta, la giovane figlia di Anita, fragile e bisognosa di affetto. Il secondo romanzo è molto incentrato su di lei, sul suo oscillare tra desiderio di libertà e nostalgia di una famiglia.

Le donne hanno un ruolo fondamentale nelle relazioni umane, il loro istinto materno può influenzare positivamente sia il rapporto con gli adulti che con i ragazzi. Padri e madri sono complementari, ognuno deve fare la propria parte e se manca uno dei due elementi, quello femminile o quello maschile, la società ne risente. L’uomo ha bisogno di una donna accanto, che con la sua sensibilità lo indirizzi e consigli, e la donna ha bisogno dell’uomo forte, per sostenerla e difenderla.

Le storie raccontate dai due libri sono ambientate all'interno di un agriturismo, luogo in cui il contatto con la natura e i suoi tempi lunghi la fanno da padrone; persino i titoli presentano un richiamo a queste tematiche. Come si inserisce la natura all'interno della cultura della tavola?


Quando c’è cultura della tavola, c’è anche amore per la natura. Tutto quanto mangiamo ci viene donato dalla terra, dal regno vegetale e animale (e anche minerale: pensiamo al sale!). Chi lavora nell’agricoltura e nell’allevamento del bestiame conosce bene i ritmi della natura, la sua bellezza e anche i suoi problemi, le sue potenzialità e i suoi rischi. La cucina si colloca con armonia all’interno di questo processo, prendendo il prodotto e trasformandolo: nascono così i sistemi di cottura, di trasformazione e conservazione dei cibi. Si valorizza ciò che è buono e si scarta quanto è cattivo, si accoglie quello che la natura ci dona ma ci si difende dalla nocività che a volte in essa è racchiusa e anche dalle condizioni meteorologiche avverse che possono distruggere il faticoso lavoro. C’è un impegno intelligente e sapiente che si tramanda di padre in figlio e ad ogni passaggio generazionale si aggiunge qualcosa, verso un miglioramento delle condizioni di vita che tiene però sempre conto della tradizione. Oggi chi compra la merce al supermercato, magari cibi precotti che si mettono nel microonde, perde il rapporto con la natura e alla fine non gusta adeguatamente quello che mangia. Chi segue tutta la filiera apprezza maggiormente quello che mette nel piatto. Non dimentichiamo che “sapore” e “sapere” hanno la stessa origine etimologica.


Secondo lei c'è un nesso tra la decadenza della civiltà occidentale nella sua crisi morale (e religiosa) ed il modo in cui mangiamo?


Non ho dubbi in proposito! Come ho spesso scritto nel mio blog e pubblicato nel libro “Pane & Focolare” (D’Ettoris Editori, 2016), siamo sempre più individualisti e non dedichiamo attenzione alla tavola, che è un momento di socialità. Guardiamo ad esempio la famiglia: la sua crisi è manifestata anche dalle abitudini alimentari. I pasti sono sempre più irregolari, si pranza fuori casa, questo è abbastanza inevitabile con i ritmi moderni di studio e lavoro, ma almeno a cena si dovrebbe condividere la tavola. Eppure ci sono famiglie dove nemmeno questo accade: si mangia quando capita, a mano a mano che si arriva a casa; i figli hanno orari complicati per attività sportive o per gli appuntamenti serali con gli amici; i genitori rientrano tardi dall’ufficio; basterebbe metterci un po’ di buona volontà e trovare un orario comune, ma quanti comprendono il valore di questo sforzo? Più facile lasciare ad ognuno la scelta di quando mangiare e cosa mangiare: tanto, che importanza ha mangiare insieme? E anche quando ci si siede a tavola, la televisione è accesa o si consultano gli smartphone. Non si dedica più tempo alla cucina, viene considerata perdita di tempo. Non ci sono più orari comuni, rituali familiari. E anche tra amici, si preferisce fare notte in discoteca piuttosto che cenare insieme con una certa forma e qualità. La festa assume i toni della trasgressione, non della ritualità.

Sono cresciuta alla scuola del pensatore brasiliano Plinio Correa de Oliveira, che ha descritto così bene il lungo processo plurisecolare che ha attaccato la società occidentale. Il soggettivismo, il relativismo etico hanno dato giustificazione filosofica ed esistenziale all’uomo che crede di poter fare a meno di identità, di storia, di strutture, di tradizioni da rispettare, di una comunità alla quale appartenere. L’uomo corrotto dalla rivoluzione, individualista e sciolto da legami, mangia solo per nutrirsi e non vede la necessità di dedicare tempo ed energie alla bellezza della tavola.  
Se vogliamo ricostruire i legami sociali e familiari, la tavola, a mio parere, può avere un ruolo importante. Se è vero che la bellezza ci salverà, questo può avvenire tutti i giorni, quando una bella compagnia si siede intorno ad una tavola, apparecchiata con cura e ordine, con cibi gustosi; quando si chiacchiera con calma e serenità, e magari si attende l’arrivo del primo piatto sorseggiando … un Campari! 

 

02 novembre 2016

Il senso cristiano della storia di fronte a Lutero, il rivoluzionario (I parte)


di Daniele Barale

Qualsiasi cosa accadrà dopo Lund, noi del popolo dovremo essere uomini, essere vivi, essere realisti ed essere cristiani. Si tratta di quattro affermazioni di buon cuore e di volontà salda. Utili per non smarrirsi in questo tempo di confusione. Il modo migliore per riuscirvi è quello di fare tesoro della propria tradizione. Noi cattolici siamo chiamati a custodire le nostre radici, attraverso la conoscenza dei secoli passati che la Fede cattolica ha 'attraversato', partendo da Cristo, passando per gli apostoli i santi e giungendo fino ai nostri nonni e ai nostri genitori, che poi l'hanno consegnata a noi. Se risponderemo a questa chiamata, otterremo una sapienza tale da essere una luce nelle tenebre, che ci aiuterà a distinguere il male dal bene, per affrontarlo. E grazie alla Fede in Cristo in Maria e in tutti i Santi, il Signore non farà mancare la Sua Grazia santificante. Aiuterà noi e il Papa a non smarrire la strada giusta.

Il Prosper Guéranger afferma ne Il senso cristiano della storia: “Spetta allo storico cristiano additare ai credenti l'interpretazione corretta, e, nel fare ciò, dovrà scrivere senza concedere nulla ai filosofi, senza venire a patti con i nemici della fede ma dovrà esprimersi con quella intransigenza e quella forza che gli derivano dal fatto di narrare la verità. Gli insegnamenti dell'uomo-Dio rivelano con sovrana chiarezza il criterio di interpretazione che deve usare per giudicare gli avvenimenti, la loro moralità e la loro portata. Il criterio è unico, che si tratti di un uomo o di un popolo. Tutto ciò che esprime, conserva o diffonde l'elemento soprannaturale, è socialmente utile e vantaggioso; tutto ciò che l'ostacola, lo indebolisce e lo annienta, è socialmente funesto. Ciò che rende la visione ancora più solida e serena è la certezza che gli dà la Chiesa, la quale ininterrottamente gli rischiara il cammino come un faro e illumina di divino i suoi giudizi”.

Siccome sono anche studioso di storia, oltre che giornalista, desidero non tirarmi indietro e accettare l'invito del Guéranger, perché è una sfida affascinante. Con una certa cura, cercherò di descrivervi i problemi che le azioni rivoluzionarie di Lutero hanno causato alla Chiesa, rompendo l'unità cristiana in Europa.

Inizio. Martin Lutero (1483-1546) era un frate agostiniano – e Agostino era il suo nome in religione – profondamente e devotamente pio, addirittura scrupoloso nell'osservanza delle regole della comunità religiosa, alla quale apparteneva. Brillante, emotivo, chiuso in se stesso, facilmente portato all'indignazione. Di origini contadine, amava i poveri e si rammaricava di vederli oppressi. Non era avaro e questa caratteristica lo renderà favorito agli occhi di quei governanti civili desiderosi di incamerare i beni ecclesiastici. Non a caso, furono tra coloro che lo seguirono quando presentò il 31 ottobre 1517 le 95 critiche alle Indulgenze. Dopo questa data, Lutero divenne il campione popolare della Germania, che sfidava “la tirannia finanziaria di Roma”, e iniziò a propagandare nuove e pericolose affermazioni dottrinali.

Com'è possibile che un'intera nazione sia stata trascinata dalla polemica di un solo uomo. Sicuramente, l'eloquenza franca, cordiale, bizzarra e, va detto, volgare, dava a Lutero molta popolarità, come l'aiuto che questi riceveva da uomini potenti; e tra i suoi “alleati” bisogna aggiungere anche i chierici ignoranti e i teologi “ribelli”. Però, questi sono semplici epifenomeni, non spiegano tutto. Occorre indagare più in profondità, guardando ai secoli precedenti la stesura delle 95 tesi. In Germania più che altrove vi erano le condizioni favorevoli ad una rivolta. Da quasi tre secoli i tedeschi, laboriosi, frugali ed amanti della libertà, soffrivano di quello che può essere definito il complesso della “persecuzione papale”. Essi credevano di essere derubati del proprio denaro, guadagnato a fatica, allo scopo di finanziare i piani politici o addirittura le stravaganze della corte papale italiana. Già durante il tredicesimo secolo messi papali, inviati a raccogliere fondi per una crociata, erano stati scacciati da Magdeburgo.

Nel secolo seguente l'imperatore tedesco Ludovico il Bavaro (1314-47) aveva osato sfidare i papi per il corso di una generazione, ma, quel che è più grave, aveva sottoscritto la propaganda antipapale del Defensor pacis di Marsilio da Padova. Che definiva il papato come una istituzione puramente umana che aveva usurpato la divina autorità: sia in ordine alle funzioni spirituali sia come corte mondana dedita agli affari temporali, il papato non aveva determinato che «civili discordie e dissensi». Certo, gli insegnamenti di Marsilio, non buoni e pericolosi, vennero rifiutati dalla maggioranza dei suoi contemporanei perfino in Germania, ma è pur vero che non furono dimenticati, bensì ripresi dai nuovi ribelli. Nel corso del XV secolo i governanti civili germanici parteciparono ad un movimento che si proponeva di adottare in parte il programma di Marsilio

Esasperati dal protrarsi del grande Scisma di Occidente (1378-1417), durante il quale rivali italiani e francesi reclamavano il papato, i teologi tedeschi Langestein e Gelnhausen proposero di 'rimodellare' la Chiesa di Cristo su base aristocratica o quasi democratica, a seconda del punto di vista. Il Papa, invece di essere colui che per investitura divina incontestabilmente tiene le chiavi del Regno del Cielo, avrebbe avuto il compito di una specie di primo ministro responsabile di fronte ad un parlamento cristiano, chiamato concilio generale, ovvero un presidente che agisce “per e con il consenso “ di un senato (ndr: non ricordano i tentativi pericolosi odierni di cambiare la Chiesa e la figura del Pontefice?).

Ora un piano del genere potrà essere considerato vantaggioso o meno nel campo politico, ma in ogni caso non poteva venire applicato alla Chiesa, che quattordici secoli di storia indicavano non come una istituzione umana bensì come una società fondata da Dio stesso: la fede cristiana è chiara, e non si sbaglia, Gesù Cristo ha conferito il primato a S. Pietro ed ai suoi successori; non può essere discusso e neppure modificato nei suoi termini. Anche se la proposta di quei teologi fu respinta, non si riuscì a fermarla del tutto. Si diffuse con l'andare del tempo, trovando nei tedeschi, appunto, il sostegno. Al Concilio di Costanza (1414-1418) ritennero di essere stati oppressi dalle altre nazionalità. E un secolo prima di Lutero, nel 1417, diedero vita ad una prima veemente protesta; seguirono poi in anni successivi, nel 1437-47, ne 1460, nel 1478-79, nel 1510-12, ricatti al papato in materia di concessioni finanziarie con la minaccia della convocazione di un concilio generale o nazionale. In tutti questi casi, da come si può evincere, affiorarono gretti motivi di nazionalismo e di egoismo in misura maggiore di quel che si possa credere. Questo egoismo si unì a quello di altre nazioni. Non risposero agli appelli disperati dei Papi, avvantaggiando così i Turchi, che stavano divenendo sempre più una minaccia. Purtroppo i Balcani caddero nelle mani degli invasori, come i due terzi dell'Ungheria.


 

14 giugno 2016

Al Mein Kampf va contrapposto il Vangelo

di Francesco Filipazzi

Quel furbacchione di Alessandro Sallusti era consapevole che vendere il Mein Kampf di Hitler in allegato con il Giornale l'avrebbe esposto ad una selva di polemiche che, puntualissime, sono arrivate. Eppure è strano che nel 2016 ci siano governanti e uomini di cultura che a sentire nominare un libro scritto decenni fa, da un imbianchino morto nel 1945 (a meno di sconosciute fughe in Sud America), siano vittime di un'ondata di paura inconsulta. Il fatto che Adolf Hitler sia universalmente indicato come responsabile del peggior genocidio della storia e come causa della Seconda Guerra Mondiale, dovrebbe essere garanzia che le sue idee non possano più influenzare nessuno, eppure al solo vedere una svastica esplodono i nervi dei vari Gad Lerner, partigiani e via dicendo. Quali sono i motivi di questa instabilità emotiva degli avversatori del Mein Kampf? A nostro parere ce ne sono tre, che vi spieghiamo.

Motivi economici. Il Mein Kampf è un affarone per chi lo pubblica. E' best seller del 2016 in tutta Europa, perché la scadenza dei diritti d'autore, detenuti dalla Baviera, ne ha liberalizzato la pubblicazione. Chi l'ha pubblicato ha fatto i milioni. L'intellighenzia della sinistra italiana, con la scusa di pubblicarlo inserendo "un corposo apparato critico", stava già decidendo come spartirsi la grana. Peraltro, in questi giorni è stato fatto notare che sul sito della Feltrinelli, casa editrice di punta della sinistra, il libro si può ordinare online e arriva in 5 giorni. Quindi il Giornale ha rotto le uova nel paniere a tutti, sparandolo in giro a 11 euro come un libro da autogrill. Addio milioni e addio presentazioni radical chic nei caffé letterari, con tanto di "lo pubblichiamo per farvi rendere conto dell'orrore (ma intanto intaschiamo 30 euro a copia)".

La società non ha anticorpi. Per come la si pensi sull'idea hitleriana, è innegabile che questa sia di natura "totalitaria", nel senso che riguarda la persona nella sua totalità. Ha tratti di natura religiosa e per molti è stata una religione.
Se andiamo a controllare i voti dell'elezione che permise ad Hitler di andare al potere, possiamo capire che laddove era forte il cattolicesimo, il partito di Hitler non sfondò elettoralmente. Laddove invece era da secoli stato eliminato il cattolicesimo e vigeva il luteranismo e quindi la sostanziale assenza di ogni tipo di spiritualità, il partito Nazionalsocialista si è preso percentuali oltre il 70% con punte del 90%. La cattolica Baviera fu l'area che diede meno soddisfazione al futuro Fhurer. Questa avversione venne poi "fatta pagare", poiché era noto che uno degli obiettivi di molti alti gerarchi era "ri-paganizzare" la Germania.
Ciò vuol dire che i tedeschi protestanti erano in cerca di un punto di riferimento (che i cattolici invece avevano già) e l'hanno trovato nella nuova religione Nazionalsocialista. Oggi il mondo intero a partire dall'Italia è totalmente secolarizzato e la stessa Chiesa è ormai asservita in buona parte al laicismo generale. Siamo sicuri che gli avversatori del Mein Kampf, dopo aver distrutto ogni modello di riferimento, a partire dall'istituzione familiare, non siano timorosi di dover competere con un modello "forte", a cui non hanno nulla da opporre, se non multiculturalismo fallimentare e ideologia gender? Comunque la si voglia guardare, le ideologie del '900 erano roba potente e per questo hanno incendiato il mondo.
Il Cattolicesimo, essendo l'unica Verità sulla piazza, è anche l'unico vero anticorpo ad ogni ideologia totalitaria del Novecento, ma lorsignori l'hanno voluto eliminare e combattere. Eliminando la Verità, si spiana il campo ad altre verità molto relative. La stessa scuola italiana, indicata come la panacea di tutti i mali e faro dell'educazione civica, ha fallito miseramente il suo compito, riempiendo la testa degli studenti di scemenze, senza generare nessun tipo di senso critico.
Dunque il Mein Kampf rischia di essere per questi signori la dimostrazione di tutti i loro fallimenti. L'unico antidoto sarebbe il Vangelo.

Il capitolo sulla propaganda. Nel Mein Kampf c'è un capitolo sulla propaganda politica. L'imbianchino austriaco, è incontrovertibile, ci sapeva fare quanto a marketing. Forse è per questo che le sue tecniche sono seguite pedissequamente dagli attuali distributori del pensieri unico. Leggere per credere, non anticipiamo niente. Però forse questo capitolo, più di altri, a chi ne applica i fondamenti, fa molta, molta paura. Il Re rischia di perdere i suoi vestiti.
 

10 giugno 2015

Medjugorje, oltre la gospalatria e la demonologia


di Alessio Gospare Calò 

"Se su Medjugorje la Chiesa dovrà esprimere delle riserve o fare delle severe correzioni (o perfino delle severe bocciature), ben venga. Saranno preziose. Sicuramente saranno fatte dal card. Müller nei modi dovuti. La Chiesa Madre e Maestra, che fa il su dovere di custode della fede, va ascoltata e seguita." Così uno (stranamente) sobrio Antonio Socci sul suo profilo facebook, in risposta alle eterogenee reazioni derivanti dalle esternazioni del Santo Padre sull'affaire Medjugorje. Un atteggiamento - quello che suggerisce Socci - che dovremmo avere sempre, non solo verso le dichiarazioni del Papa (che invita a suo modo alla prudenza sulla “Madonna-postina”, anche se le sue parole – fra l’altro indirette – sul fenomeno Medjugorje non sembrano così tranchant), ma anche verso la recente decisione del Card. Müller (in realtà non l’unica) di bloccare un incontro di preghiera con la veggente Vicka Ivankovic a Sestola (Modena).
Che dire? Per un riassunto recente della questione segnaliamo l'articolo dell'ottimo Matzuzzi, uscito all’inizio dello scorso anno in occasione della chiusura dei lavori svolti dalla Commissione internazionale di inchiesta dei fenomeni di Medjugorje, la quale ha inviato le proprie considerazioni alla Congregazione per la dottrina della fede. Per una valutazione equilibrata, rimandiamo all’articolo dell’amico Bertocchi, che invita all’“estrema prudenza e cautela”. Giustamente, dato che le apparizioni sono/sarebbero ancora in corso, e per evitare che i vescovi si “compromettano” con questi fenomeni e che i fedeli si confondano (non lo sono già abbastanza?).
Invito inoltre a consultare sempre le fonti originali, in particolare i discorsi di Papa Francesco, in quanto rileggendo sulla stampa le sue presunte dichiarazioni mi chiedo se i giornalisti ci sono o ci fanno, forse di fretta o forse divertendosi in esegesi imbarazzanti (un virgolettato qua, un virgolettato là, e via di teologia scalfariana). Ma sappiamo bene come è ridotto il giornalismo italiano, servo dei servi.

Dico solo due cose.

La prima a chi considera le apparizioni come opera di persone malate o di geniali businessmen (se non addirittura del demonio), pensiero abbastanza diffuso in area “tradizionalista”: le apparizioni sostanzialmente vengono contestate per alcuni messaggi ecumenici (se non interreligiosi) della Gospa; le accuse non possono essere altre dato che i veggenti godono di buona salute psicofisica (ecco uno studio), mentre sarebbe sovrastimata la loro capacità imprenditoriale (a dir poco profetica), dal momento che nel 1981, in pieno regime comunista (che non fu molto carino coi nostri), 6 giovani dai 16 ai 10 anni avrebbero immaginato un cospicuo afflusso turistico nelle zone delle apparizioni. Senza contare i frutti, in termini di conversioni ma non solo, derivanti dal fenomeno Medjugorje. Ma torniamo al ragionamento dei trad: se la Madonna parla di ecumenismo, frutto del teribbbile CVII, meglio dire subito che è tutto demoniaco così poi se la Chiesa approva abbiamo un altro motivo per parlare di apostasia. Poi se il finto Papa massone ed eretico sbugiarda le apparizioni allora si tratta di un palese cortocircuito modernista: tutto si tiene. Se invece vogliamo far parlare le persone competenti, in un suo libro il teologo René Laurentin, il massimo mariologo vivente, spiega meglio i termini della questione, con una sana contestualizzazione delle parole della Gospa. Un altro fattore di disturbo per molti, non solo per i trad, riguarda la numerosità delle apparizioni della Madonna: se volete un precedente (“certificato”), andate ad assaporare a pieni polmoni i profumi di Laus, dove la Madonna si è presentata per 54 anni. Non credo che la Madonna abbia bisogno del nostro permesso per apparire, o sbaglio?

La seconda cosa la dico a chi venera la Gospa così intensamente da voler abbandonare la Chiesa in caso di "rigetto" delle apparizioni, magari con Paolo Brosio anti-Papa. State tranquilli, l'unica apparizione alla quale dovete credere come cattolici è quella di Gesù Cristo risorto, che si mostra agli apostoli il giorno di Pasqua. Il resto è tutto dato in sovrappiù. Magari si eviti quel sentimentalismo di stampo protestante tutto cuore e spirito, unendo alle preghiere anche un po' di sana formazione cattolica (forse è questo il vero messaggio dell'omelia mattutina del Santo Padre). Meno gospalatria e più dogmatica, please.

Per entrambe le categorie, in attesa del pronunciamento della Santa Sede vi segnalo l'interessante incontro tra Messori e Laurentin, in cui si discute di apparizioni mariane e accondiscendenza divina,  e si ricorda che Gesù ha detto “beati quelli che credono senza vedere”.

 

18 agosto 2014

Le nuove Clarisse di Norimberga

di Arduino Tarabelli
Abbiamo avuto tra le mani un brano del libro “Nella tua tenda per sempre. Storia delle Clarisse. Un’avventura di ottocento anni” (Porziuncola, Assisi 2005), scritto da M.C. Roussey e M.P. Gounon (vedere qui). Vi si narra la storia di Caritas Pirkheimer, abbadessa del convento delle Clarisse di Norimberga al tempo della Rivoluzione Protestante, che si abbatté come un tornado sulla città e sull’intera Cristianità. Anzi, l'ideologia protestante nacque all’interno della Cristianità e si diffuse sempre più sino a spezzare l’unità cattolica occidentale, arrecando una gravissima ferita alla Chiesa, che però, essendo di natura divina, continua a sopravvivere. La Rivoluzione Protestante (che non fu una riforma, come dicono i libri di scuola!) sta a dimostrare che il pericolo più subdolo e dannoso è quello che viene dall’interno, e ciò invita a stare sempre allerta di fronte alle minacce che possono sorgere a causa di motivazioni anche buone o quantomeno condivisibili.

Tornando a noi, tra il 1524 e il 1528, in una Norimberga ormai datasi totalmente ai seguaci di Lutero, solo il monastero retto da madre Caristas Pirkheimer resistette saldo nella fede cattolica. Attorno era tutto un tradimento e un abbandono. Sacerdoti, religiosi e religiose, ammaliati dal protestantesimo, lasciarono l’abito, tornarono nel mondo e preferirono sposarsi, rinnegando tutto ciò in cui avevano creduto fino ad allora, e accusando la Chiesa di Roma di superstizione. Il Santo Sacrificio della Messa venne proibito. Al su posto si iniziò a celebrare la Cena del Signore, stravolgendo radicalmente il sacro rito di sempre. I genitori che erano soliti mandare le loro figlie a studiare nei conventi di suore optarono per tirarle fuori da quelle case, ritenute prigioni in cui veniva praticato il lavaggio del cervello. Si iniziò ad avere in gran disprezzo la vita consacrata, vista come improduttiva, inutile e castrante. Insomma, tutto fu stravolto. Le autorità politiche della città, passate al luteranesimo, imposero la “vera” religione a tutti. In nome della libertà di coscienza e della salvezza dal totalitarismo papista, fu proibito l’essere cattolici.

Ma le Clarisse di madre Caritas resistettero intrepide. Private dei sacramenti e costrette a sopportare le prediche di sacerdoti divenuti eretici, non mollarono e custodirono la fede: grande esempio di donne forti, libere e decise,  molto più preparate di tanti uomini che invece avevano ceduto all’errore. Le Clarisse di Norimberga vantavano infatti una preparazione teologica e culturale davvero invidiabile, una formazione che permise loro di rispondere senza dubbi e tentennamenti a tutte le folli accuse che i cosiddetti riformatori lanciavano contro il Cattolicesimo e la Chiesa di Roma. Madre Caristas Pirkheimer seppe sempre affrontare degnamente i dibattiti teologici cui era sottoposta. Difese la retta interpretazione della Sacra Scrittura, il dogma della transustanziazione, la giusta relazione tra fede ed opere, l’importanza della verginità consacrata e della vita religiosa contemplativa, il vero senso del matrimonio, il culto dei Santi, e così via. "I predicatori di Strasburgo - sosteneva l'abbadessa - non considerano il Cristo che un uomo, simile a tutti gli altri uomini. Se noi li ascoltassimo saremmo certamente sulla cattiva strada". E di fronte allo sbandamento di allora, ella preferì attenersi a quanto affermato da s. Vincenzo di Lerino, ovvero si attenne alla Tradizione: "preferiamo restare dove siamo e Dio accordi la sua grazia a noi povere creature". A difesa della vita consacrata, madre Caritas affermò di seguire l'esempio dei primi cristiani, "che possedevano tutte le cose in comune, condividevano tra loro ogni nutrimento e che dimoravano tutto il giorno nel tempio e lodavano Dio". In conclusione, madre Pirkheimer decise di restare nella Chiesa: "niente ci separerà da essa. Noi soffriremo ciò che piacerà a Dio di mandarci; è meglio soffrire a causa del male che consentire a fare del male". 

Le minacce si facevano sempre più forti contro queste suore indifese, che però facevano paura. Tutti i vecchi amici del convento si allontanarono; chi era solito frequentarle iniziò a stare alla larga dalle mura della clausura, per timore che potessero incorrere in qualche terribile punizione da parte delle autorità. Si tentò in tutti i modi di far cedere queste intrepide suore, con le buone e con le cattive, con le lusinghe e con gli inganni, con la dolcezza e con la violenza, ma le degne figlie di Santa Chiara furono tutte eroicamente irremovibili. Anche quando una di loro tradì e lasciò l’abito, le altre non scesero a compromessi e, anzi, rafforzarono l’unità e la compattezza, che costituirono la loro forza. Nonostante ormai dominasse un generale rilassamento dei costumi, le Clarisse di Norimberga mantennero la loro austerità, le loro penitenze e la loro preghiera incessante. Alle imposizioni protestanti, esse scelsero la libertà della loro coscienza rettamente formata. Di fronte a queste donne, lo stesso Melantone dovette piegarsi.

Queste suore del XVI secolo sono l’esempio che le donne possono avere un ruolo decisivo nella Chiesa anche da claustrali e senza sacerdozio femminile o incarichi particolari. Le ridicole ed eretiche femministe cattoliche di oggi farebbero bene a tacere e imparare da Caritas Pirkheimer e dalle sue consorelle, anziché sbraitare sui giornali diocesani, parrocchiali o vaticani di diritti che non hanno e non potranno mai avere. La resistenza delle Clarisse di Norimberga ha reso possibile il mantenimento del loro monastero e il ritorno ai sacramenti. La loro sfida ai protestanti si concluse quindi con una vittoria.

A questo punto il lettore che ha avuto pazienza di leggere fin qui si chiederà il perché di questo articolo dedicato a un argomento così lontano nel tempo e così marginale. Ebbene, forse si sarà capito che l'ideologia protestante oggi si chiama neomodernismo ed è ben presente, ahimé, nella Chiesa attuale e usa gli stessi metodi dei cosiddetti riformatori. Non accade forse anche ai giorni nostri ad esempio che, in nome della libertà, si impedisca ai fedeli legati alla liturgia gregoriana di assistere e partecipare alla Santa Messa nella forma straordinaria? Questo è un diritto riconosciuto dalla Chiesa che viene conculcato! Anche oggi, inoltre, ci sono religiose costrette a resistere ad attacchi vergognosi ed eretici delle autorità: le Suore Francescane dell’Immacolata. Come giudicherà la storia, tra alcuni anni, la lotta di queste religiose per la libertà di culto e la fedeltà verso il loro carisma che non si impone a nessuno, ma viene proposto come vera riforma della vita francescana? Forse saranno proprio le Suore Francescane dell'Immacolata le eroine delle future generazioni, che le ricorderanno con ammirazione, mentre coloro che oggi predicano il femminismo e il modernismo spinto saranno inesorabilmente dimenticate.