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16 febbraio 2018

Chi teme Ila, il salvato dalle ninfe

di Marco Crevani
Mi permetto di tornare sulla vicenda segnalata dall’ottimo Giorgio Enrico Cavallo, ossia la rimozione del quadro di Waterhouse “Ila e le ninfe” (1896) dalla Art Gallery di Manchester. Non sono un critico d’arte e non pratico la mitologia greca, ma la curiosità resa così appagabile dalla Rete mi ha fatto subito evidenziare e cliccare su quello strano nome maschile. La nota enciclopedia on-line e il vecchio “Dizionario di Mitologia” del Tocci, seppur ovviamente meno esplicito, concordano e forniscono quella che mi pare la probabilissima spiegazione della censura. Giudicate voi stessi.

Eh sì, amici, non sembra una pruderie impazzita nell’era della pan-pornografia quella che rimuove dalla parete del museo di Manchester i volti meravigliosi e i castissimi seni delle ninfe di Waterhouse. Sa molto di una precisa operazione di psicopolizia da parte della Gaystapo. Cosa c’è infatti di più intollerabile della castissima seduzione femminile dell’ “eromenos” di Ercole? Mi perdonano i cultori di lettere greche se, da povero avanzo di liceo scientifico traduco “eromenos” con “femminiello”?

La potenza dell’arte (lo sapevano bene gli autori delle vetrate delle cattedrali) arriva diritta all’anima, che si conosca o no la vicenda, attraverso le civiltà e i millenni. E mi immagino l’adolescente inglese, lentigginoso e dubbioso dei suoi poveri ormoni maschili bistrattati ed estenuati, confuso dai messaggi osceni della nostra in-civiltà, magari pronto ad essere irretito da qualche erastès al viagra, quell’adolescente dunque che intravvede tra la penombra delle ninfee e la luminosità dolce delle ninfe la meraviglia del piano della Creazione. E, rapito come Ila, possa sfuggire a un immondo destino trovando la freschezza della Grazia. Roba intollerabile per gli psicopoliziotti della Gaystapo. Ma di ninfe, meglio, di Beatrici è pieno il mondo: il Creatore non si stanca di mettercele a fianco, e da infinite generazioni un giovane ne viene convertito in uomo, prima che in maschio. Quel presagio di Infinito che la castità può rendere eterno salva l’anima, e fortifica il corpo. Nella vita e nell’arte.

VIVA ILA SALVATO DALLE NINFE!

 

13 febbraio 2018

Mario Caffaro, l'ultimo artista religioso

Iniziamo oggi la pubblicazione settimanale di una serie di articoli, a noi concessi dall'autore, il professor Franco Ressa, docente universitario, studioso di storia e archeologia.

di Franco Ressa
Mario Caffaro Rore era un ometto robusto, misurato nei propri movimenti, con radi capelli in testa, lo sguardo acquoso ma pervaso da una grande tenerezza, e una voce poco squillante anzi quasi rotta.
Questa poca venustà d’aspetto celava una personalità artistica veramente singolare, Caffaro era infatti l’ultimo artista religioso in Italia, unico tra migliaia di artisti cresciuti tra le avanguardie del XX secolo ad aver considerato la religione Cristiana come totale sua fonte d’ispirazione.

In passato era tutto l’opposto. Per mille anni, dall’affermazione del Cristianesimo fino al rinascimento, non esistette quasi la pittura di soggetto profano, e le uniche sedi di committenza, diffusione e conservazione dell’arte figurativa furono le chiese. Poi iniziò l’affermazione dell’arte laica, sebbene i più grandi capolavori della pittura e della scultura rinascimentale siano stati prodotti per le chiese di Roma, Firenze e Venezia come la Pietà, il Mosé, la cappella Sistina.

Le collezioni artistiche di principi e regnanti furono l’origine degli attuali musei: gli Uffizi, il Louvre, il Prado e altri, ma gli stessi monarchi ebbero ugualmente a cuore la fondazione e decorazione di grandi e ricche chiese. Il vero inizio dell’arte privata è in Olanda nel ‘600. I ricchi mercanti e borghesi fanno lavorare Rembrandt, che ha pochissime commissioni da parte della chiesa protestante a cui appartiene. In tutti i paesi protestanti le chiese sono spoglie di testimonianze artistiche.
È questa una grave mancanza culturale. Rischiò di propagarsi ai paesi cattolici, quando nell’800 la pittura di migliore qualità e di innovazione si rivolse al laico formando un proprio mercato, talvolta troppo mirato alla speculazione. A dipingere le chiese restarono figure di secondo piano e di non grande spessore artistico. Ma nella prima metà del ‘900 iniziarono le novità, a cominciare dall’interesse espresso per l’iconografia religiosa, nientemeno che dai pittori futuristi come Gerardo Dottori, Gino Severini, Mino Rosso, Oriani, Luigi Colombo “Fillia”. L’attivismo dei nuovi ordini religiosi impegnati nel sociale come i Salesiani e l’Opus Dei e la rinascita del papato come stato indipendente dopo il concordato del 1929, hanno incoraggiato una ripresa dell’arte religiosa e l’accettazione delle nuove forme ed ispirazioni.

Mario Caffaro nasce a Torino il 26 febbraio 1910, è quasi figlio d’arte perché il padre cesella i metalli preziosi, espertissimo artigiano e persona di acuta sensibilità artistica, che comprende ben presto le promettenti capacità del figlio, le incoraggia ed asseconda. Mario frequenta l’istituto tecnico La Salle dei Fratelli delle Scuole Cristiane. Da ragazzo viene notato e seguito da fratel Amerigo, per il suo interessamento arriverà ad entrare nel liceo artistico dell’Accademia di belle arti. In quei tempi per esservi ammessi occorre un esame. Caffaro lo supera così brillantemente da essere ammesso direttamente al secondo anno. Il suo maestro di pittura è Giacomo Grosso (1860-1938) specialmente conosciuto come ritrattista, che così consiglia il suo allievo: “A te non manca niente, non farti mai influenzare da tutti gli -ismi che sgonfiano in giro, e poi vedrai !” Questo consiglio verrà ottimamente recepito dal giovane pittore, egli osserva ciò che succede nel mondo, vede il successo di Picasso, Braque, Chagall, Modigliani, De Chirico, Balla, Morandi, Campigli, ma disegna come vuole lui, cioè il più possibile aderente al vero.
È una controtendenza che i critici d’arte non vorranno mai comprendere, ancor oggi cerchereste invano il nome di Caffaro sulle enciclopedie di pittura. Ma a Mario non mancherà mai il lavoro, inizia a 17 anni ed è subito un soggetto religioso. Un cappellano militare gli chiede un dipinto portatile per un altare da campo, poi per 12 anni fornisce ad una ditta i cartoni sui quali vengono eseguite numerose vetrate di chiese della Valsesia. I disegni vengono pagati, ma nessuna di tali vetrate porta la firma dell’autore.

Caffaro fa proprie alcune tecniche dei pittori antichi, da Antonio Allegri detto il Correggio (1489-1534) acquisisce la pittura a sovrapposizione: il disegno sulla tela eseguito a sfumo con la matita sanguigna rosso mattone, viene ricoperto da una prima dipintura ad olio eseguita con soli due colori, il bianco ed il rosso madera. Asciugato questo primo strato viene passata la seconda pittura con tutti i colori, ma la consistenza delle tinte è liquida e trasparente, non ricopre ma integra soltanto la forma della prima pittura e dà all’immagine una grande brillantezza ed un ottima stabilità del colore nel tempo. Non sarebbero sufficienti le tecniche se però non vi fosse una completa padronanza della forma e della luce.
Chi osserva un dipinto di Caffaro noterà:
- La vivezza del soggetto, le figure non sono appiattite sulla superficie dipinta, ma “escono fuori” in un loro naturale e spontaneo rilievo.
- La luminosità che emana, tutto il contrario dei quadri religiosi che solitamente conosciamo, bui, tetri ed affumicati, resi quasi indiscernibili dalla scarsa luce che filtra nelle chiese dove sono esposti.

Caffaro ama i toni caldi e chiari, i corpi magri ed asciutti, il suo Cristianesimo è essenziale, familiare, mai opulento, espressivo ma non melodrammatico, ridondante o barocco. È in effetti una corrente artistica del XX secolo quanto a novità rispetto ad epoche precedenti, ma la gestirà da solo.
I committenti si è detto sono religiosi, come i grandi ordini dei Salesiani (notevole il ciclo pittorico del nostro artista nella basilica di Colle Don Bosco, presso la casa natale del santo), dei Gesuiti, dei Fratelli delle Scuole Cristiane, in Piemonte, a Roma e Napoli. A Torino da segnalare le pale d’altare delle parrocchie di Madonna di Campagna, Sassi, Santa Maria del Suffragio, e nelle cappelle montane di Salbertrand e colle del Lys. Nel duomo di Torino un altare della navata sinistra raffigura di sua mano san Massimo, san Remigio e san Giovanni Battista de la Salle, fondatore dei Fratelli delle Scuole Cristiane.
La maggiore opera di Mario Caffaro sarà la decorazione interna della cupola della cattedrale di Birgu nell’isola di Malta. Decorare le pareti elle chiese non era un impresa facile per i pittori antichi, occorreva costruire un ponteggio che portasse il pittore a contatto della superficie muraria, alta anche decine di metri. Bisognava poi lavorare sul muro appena intonacato, spesso in condizioni scomode ed anche pericolose. Michelangelo Buonarroti affrescando la volta della cappella Sistina rischiò di perdere la vista e la vita: accecato dal colore appena spennellato che gli sgocciolava sul volto, mise un piede in fallo e cadde giù dall’impalcatura, restando invalido per qualche mese.
Caffaro invece, avute le misure della cupola (14 metri di diametro), fece realizzare 24 spicchi curvati in alluminio, su questi stese l’imprimitura e dipinse con tempere acriliche le figure dei santi nel paradiso. Per avere un vero effetto prospettico l’artista proiettò le diapositive dei bozzetti sugli spicchi, ottenendo con una giusta angolazione l’immagine voluta, che veniva così direttamente tracopiata.

La realizzazione di quest’opera durò dal giugno 1952 all’ottbre 1954 e venne compiuta interamente nel grande studio di via Mancini, presso la chiesa della Gran Madre, ai piedi del monte dei Cappuccini, dove Caffaro lavorò tutta la vita. Nell’aprile 1955 gli spicchi vennero messi in opera avvitandoli alla cupola con dei tasselli. Il risultato è perfetto, dal livello di terra non è visibile nessuna giuntura.
Stesso sistema su pannelli in alluminio anodizzato anticorrosione venne seguito per la decorazione di alcune pareti del santuario della Madonna di Oropa sopra Biella. La piovosità ed umidità del luogo sconsigliava l’affresco, poiché le pitture così realizzate dopo pochi anni “fiorivano” rovinandosi irreparabilmente. Dieci pannelli oggi esistono e resistono sul sacro monte, ma bisognò attendere 30 anni prima che gli amministratori del santuario si convincessero della bontà di una tale soluzione innovativa.
Caffaro morì il 14 giugno 2001 all’età di 91 anni. Lo spaziosissimo studio illuminato attraverso grandi vetrate non è oggi deserto, ma vi svolge attività pittorica la figlia e continuatrice Adriana. Caffaro dipingeva alla luce del sole, ed aveva il talento di farlo uscire dalla propria tavolozza, lo stesso sole dei pennelli di Guido di Pietro il frate Beato Angelico (1395-1455) e Paolo di Dono detto Paolo Uccello (1397-1475). Una luce, un calore che è quello della fede.

 

09 febbraio 2018

Addio alle ninfe vittoriane: il sonno della ragione rimuove i quadri

di Giorgio Enrico Cavallo
Il corto-circuito della società post-cristiana, post-europea e post-umana genera situazioni così paradossali e così divertenti, che si potrebbe pensare che viviamo tutti dentro un grande scherzo globale. Un immenso, delirante Truman Show. Deve essere così. Perché se così non fosse, bisognerebbe smettere subito di ridere e prenotare con urgenza una cura dallo psichiatra.
Il più divertente e paradossale dei casi recenti – un caso da ricovero immediato – è avvenuto a Manchester, dove i curatori della locale Art Gallery hanno deciso di rimuovere il quadro "Ila e le Ninfe" dell’artista preraffaelita William Waterhouse perché, udite udite, potrebbe essere ritenuto inadatto o offensivo per il pubblico. Offensivo, naturalmente, perché sono raffigurate una serie di provocanti ninfe tutte nude. Per una volta, non c’entra il “rispetto” della suscettibilissima (e presunta) sensibilità islamica, in quanto la rimozione del quadro è frutto dell’ondata di indignazione sulle molestie sessuali iniziata in America. Dove si trovi la molestia in un quadro, è mistero; ma, poiché il politicamente corretto impedisce di ragionare, qualcuno deve aver pensato che eliminare un quadro da una mostra sia davvero una mossa sagace. Al posto del quadro “incriminato”, cosa hanno messo, i brillanti soloni della Manchester Art Gallery? Uno spazio vuoto, con un cartello che invita al dibattito. Pare che anche le cartoline in vendita al book shop siano state ritirate: insomma, quel quadro “sporcaccione” non è mai esistito.

Ora, già per il fatto che viviamo immersi in una società satura di stimoli sessuali e di richiami alla sessualità, la censura ad un quadro del XIX secolo appare piuttosto bislacca; ma lo è ancora di più perché al posto dell’opera di William Waterhouse la MAG ha preferito lasciare il nulla. Il vuoto. Alcuni lettori diranno: «Meglio il vuoto che qualche agghiacciante “installazione” contemporanea!» ed, in fondo, non si può dar loro torto. Ma il vuoto è sintomatico di una società ormai annichilita, che non propone niente e, d’altronde, non può e non vuole proporre niente. Dopo aver cancellato le radici cristiane, dopo aver lottato contro la cultura europea imbevuta di cristianesimo, la società moderna ha eliminato le premesse culturali per proporre qualcosa di nuovo e per rispondere alle sfide della nostra epoca. Basta vedere quali sono le “soluzioni” adottate ogni volta che qualcosa incrina il delirante sistema della post-modernità: di fronte ai terroristi islamici, si usano i gessetti colorati. Per risolvere i problemi sociali, si storpiano le lingue coniando raccapriccianti nomi al femminile. Per combattere le molestie sessuali, si tolgono i quadri dalle mostre. Tra cento anni, sui libri di storia questa sarà chiamata l’Era della Follia; ammesso che qualche folle dell’Era della Follia non faccia finire il mondo prima; e ammesso, naturalmente, che tra cento anni i libri di scuola ci siano ancora, perché effettivamente sui manuali d’arte ci sono anche opere come la Venere di Botticelli o la Venere di Urbino di Tiziano.

Qualche altro lettore dirà che, in fondo, noi cattolici del XXI secolo possiamo anche ridere di queste palesi soppressioni dell’umano intelletto, ma che non dobbiamo dimenticare che la censura, in Europa, aveva il suo sponsor nella Chiesa romana. «Pensate ai “braghettoni” sul Giudizio Universale di Michelangelo…». Chi, giustamente, ricorda questi episodi non può però dimenticare che la censura era raramente compiuta assecondando isolate scelte di singoli, ma spesso chi decideva lo faceva consigliato da artisti e uomini di cultura; personalità ben diverse da coloro che, oggi, millantano la qualifica di artisti. Qualche fanatico c’era, eccome; ma i più sapevano preservare le opere d’arte ed escogitavano stratagemmi per renderle “inoffensive”. Fu con la consulenza del pittore Daniele da Volterra che si “salvò” il Giudizio Universale di Michelangelo da chi avrebbe voluto coprirlo con un nuovo affresco. Si badi: con un nuovo affresco, non con il nulla.

Ritorniamo dunque al consueto appuntamento con il “nulla” della società contemporanea. Non a caso, una società che, in tema d’arte, non sa esprimere alcunché. Le cosiddette opere d’arte odierne sono enigmatiche, inquietanti, spesso raccapriccianti. Non solo non esprimono niente, ma non si sforzano nemmeno di piacere; anzi: sembra che vogliano a tutti i costi gridare, disturbare, rovinare quanto di bello e di sublime abbiamo creato nel corso dei secoli: ecco perché sono disposte nelle piazze auliche e nei musei, costringendo il passante ad una punizione visiva e spirituale. Non diversamente – e lo abbiamo denunciato più volte – è l’arte sacra moderna, nella quale sono scomparsi i richiami al divino e sono stati sostituiti da insoliti rebus: come se la ricerca di Dio fosse un rebus anche per i cristiani. È questo l’humus culturale contemporaneo; un humus sterile. Un terreno dal quale non può nascere niente di buono. Pensiamoci, la prossima volta che andremo in un museo: potrebbe essere l’ultima volta che ci sarà permesso di vedere la Maja Desnuda di Goya o il Discobolo di Mirone; la Nascita di Venere di Bouguereau o l’Uomo Vitruviano di Leonardo. E, procedendo di pari passo, anche i musei potrebbero essere chiusi, un giorno o l’altro: al loro posto, una raffinata serie di pareti vuote. Pareti vuote e politicamente corrette.

 

03 febbraio 2018

Andy Warhol ai musei Vaticani? No grazie

Pubblichiamo la lettera di un lettore, che fa luce sulla persona di Andy Warhol e sulla sua dimensione artistica. La lettera è una risposta ad un articolo pubblicato in precedenza su queste pagine. 

Carissimi amici di Campari&deMaistre,

vi seguo sempre con ammirazione e condivido molti dei vostri contenuti, ma nei giorni scorsi sono rimasto piuttosto colpito da un articolo di elogio ad Andy Warhol, artista certamente geniale, che però di cristiano aveva molto poco, tantomeno era un cattolico esemplare. Per quanto riguarda la mostra in Vaticano, prima aspetterei di capire come l'argomento verrà trattato, ma dato l'andazzo attualmente in corso, si rischia che nei Musei vada in onda un elogio del sadomaso. Mi limito a citare alcuni aspetti che mi inducono a sostenere questa tesi, che non è però una tesi personale, ma una nuda e cruda esposizione della realtà. La vulgata del Warhol fervente cattolico è infatti una semplificazione e, come direbbe Popper descrivendo il suo "Mondo 1 della descrizione dei Fatti", una menzogna.

In primo luogo, la questione omosessuale. Andy Wharol non rivendicava diritti gay e non faceva parte del movimento omosessualista, ma era apertamente omosessuale, lo dichiarava nelle interviste (non dimenticandosi di sottolineare anche particolari scabrosi: "Le sole persone che mi piacciono sono quelle che hanno una eiaculazione precoce. Sì, quelle che vengono prima che succeda qualcosa"), frequentava locali gay, era in compagnia molto spesso di transessuali e aveva amanti momentanei. Quando venne ferito alla Factory era infatti assieme al suo amante del giorno. Il fatto che non politicizzasse le sue inclinazioni sessuali non è sufficiente per negare il pubblico scandalo che lo seguiva continuamente. Tutto questo è scritto in sue interviste reperibili facilmente, in biografie e in tutte le testimonianze di amici. Era famoso per avere collezionato migliaia di foto degli organi genitali di TUTTI gli ospiti che entravano nel suo atelier La Factory, ritratti con la sua onnipresente Polaroid. Lo sdoganamento dei trans e del sadomaso\bondage nella cultura popolare è "merito" suo. La sua frequenza alla messa domenicale e le sue buone azioni sono certamente un lato positivo della sua personalità, ma la dimensione pubblica scandalosa soverchia di gran lunga quella religiosa, che veniva mantenuta ad una forma strettamente privata.

In secondo luogo, va presa in esame l'arte di Warhol. Da un punto di vista artistico, l'omosessualità è presente in modo pervasivo, soprattutto nelle produzioni cinematografiche e nella produzione musicale di Warhol. I film da lui girati o da lui prodotti, pallosi all'ennesima potenza, sono un florilegio di peni, di transessuali, di situazioni scabrose, fiumi di droga, prostituzione maschile e femminile: la sua produzione di Flesh, Trash, Calore, Chelsea girls, Blow Job (il nome vi lascia immaginare il contenuto) e tanti altri con il lancio di molti porno attori. La sua organizzazione degli eventi musicali per la presentazione del primo LP dei Velvet Underground (i testi dell'album sono quasi tutti dedicati a eroina e bondage) accompagnate da balletti sadomaso con fruste ed affini sono tra i vari esempi di questa sua passione e sdoganamento del sordido e del contro natura. Sia chiaro però che non si tratta di una disamina dal sapore realista con la quale un artista vuole cercare di analizzare la vita dei bassifondi, ma è un'apologia della bassezza morale tout court.

Terzo ed ultimo punto, la vita non privata ma pubblica. L'artista si circondava volutamente di gente border line, ma non per aiutarli, ma per - almeno apparentemente - indurli alla tentazione e alla perdizione. La droga, eroina e metanfetamine, nell'entourage della Factory era una costante assoluta, incentivata da Warhol stesso, il quale probabilmente era un individuo anaffettivo alla ricerca di qualche emozione forte. Su questo punto, va detto che Warhol non era per niente tipo da affezionarsi a qualcuno, ma anzi sfruttava le persone (era famosa la sua avarizia) e poi le abbandonava. Sarà un caso che fra i suoi "amici" e collaboratori, siano stati numerosi gli episodi di suicidi? A tal proposito, va segnalato il rapporto con Edie Sedgwick, la musa di Warhol, la factory girl. L'artista venne introdotto da Edie nell'alta società e fra i due si instaurò un rapporto fortissimo, tanto che si parlava di una relazione amorosa, seppur platonica. L'artista doveva moltissimo alla ragazza, ma quando sostanzialmente non gli servì più, la mise alla porta, esponendola al ludibrio della Factory, un ambiente inumano. Edie cadde in disgrazia. La stampa chiese ad Andy dove fosse finita la sua amica e lui rispose "Non so dove sia. Insomma, non siamo mai stati molto intimi. Ci ha lasciati molto tempo fa. Ma io non l’ho mai conosciuta molto bene". Era però noto che in passato Andy la adorasse. Edie dal canto suo, di Andy dirà "Mi rende un po’ nervosa parlare dell’Artista perché è un po’ come fargli del male, ma se lo merita. Warhol riuscì davvero a fottere la vita di un sacco di gente, gente giovane.”
Andy è un po’ come il Marchese De Sade – disse Emile de Antonio- nel senso che la sua sola presenza era un elemento scatenante: faceva sentire le persone libere di svestirsi e di inscenare le proprie fantasie oppure, in certi casi, di fare cose molto violente per costringere Andy a guardarle. In un film di Andy c’è una tipa che [censura della redazione]. Può darsi che fosse quello che aveva sempre desiderato fare, ma dubito che volesse farlo sul divano dello studio di Andy, davanti a una cinepresa.

Possiamo ben dire quindi che enfatizzare la dimensione religiosa di Warhol, pur esistente nel suo "privato" (anche se si narra soprattutto per fare piacere alla sua amata madre, molto devota), senza dimenticare quanto sopra descritto e senza notare che lo stesso artista abbia avuto una certa importanza nello sdoganamento della "cultura" gay, sadomaso, pro droghe, etc con tutto ciò che ne deriva, è un'operazione estremamente parziale. Peraltro, anche la presente lettera è una disamina estremamente limitata della perversione degli ambienti frequentati da Warhol, perversione che egli fomentava e ricercava. Come dicevo all'inizio, al momento il mio parere su una mostra su Andy Warhol ai musei vaticani è sostanzialmente negativo e reputo assolutamente erroneo l'articolo che avete pubblicato.

 

31 gennaio 2018

Quel cristiano di Andy Wahrol. Artista e cattolico

di Roberto de Albentiis
Da “Il Giornale dell’Arte” apprendiamo che, nel mese di gennaio 2019, i Musei Vaticani ospiteranno una grande mostra dedicata ad Andy Warhol (1928 – 1987), uno dei massimi esponenti della Pop Art e uno dei più grandi artisti, a tutto tondo, del XX secolo.
«Siamo molto interessati ad esplorare il lato spirituale di Andy Warhol» ha dichiarato Barbara Jatta, direttrice dei Musei Vaticani. «Per noi è importante dialogare con l’arte contemporanea. Viviamo in un mondo di immagini e la Chiesa deve farne parte»; se certamente la Pop Art di Warhol (e altri) non può essere definita contemporanea tout court, essendo altri i filoni dell’arte contemporanea, non di meno la Jatta ha pienamente ragione sulla necessità del confronto (confronto, però, non acritica accettazione di tutto, sia chiaro) da parte della Chiesa con quella che è comunque l’arte odierna. Warhol è stato certamente un visionario e un rivoluzionario, un vero genio, e la scelta di ospitare questa mostra ha peraltro scatenato delle polemiche; ma sono fondate?

Andy Warhol, in realtà, era il nome d’arte di Andrew Warhola, figlio di immigrati lemki (una popolazione slava diffusa tra Ucraina, Polonia e Slovacchia e in gran parte cattolica di rito orientale) nato a Pittsburgh, negli Stati Uniti, il 6 agosto 1928, novant’anni fa; studente talentuoso, si trasferisce a New York e diventa un affermato grafico pubblicitario, prima di approdare definitivamente al mondo dell’arte, un’arte a tutto tondo, non solamente confinata alla pittura o alla scultura, ma comprendente anche il cinema, la stampa, la fotografia.

Autore dei celebri dipinti seriali di Marylin Monroe, Mao Zedong, delle bottiglie di Coca Cola e della zuppa di pomodoro Campbell, con la rappresentazione seriale voleva provocatoriamente denunciare il vuoto e la serialità della società consumista occidentale: i “vip” sono ridotti a mere copie, e al contrario i prodotti del supermercato entrano nei prestigiosi musei americani; l’arte, quindi, diviene oggetto di consumo, come tante altre cose, e la sua polemica non è affatto velata. Celebre, poi, è la sua famosa frase “Nel futuro ognuno sarà famoso per 15 minuti”; e non è stata una frase profetica? Non può essere anch’essa letta come una critica alla vacuità del mondo di oggi?

Andy Warhol frequentava il jet set della società newyorchese degli anni ’60 e ’70, ma non venne mai coinvolto in nessuno scandalo che pure, periodicamente, colpivano e colpiscono quel mondo; Andy Warhol era omosessuale, ma visse sempre questa dimensione come privata, senza alcuna ostentazione o rivendicazione o richiesta di pubblicità o legittimazione.

Soprattutto, Andy Warhol era un devoto cattolico, un fedele praticante che ogni giorno andava a pregare e frequentare la Messa nella Chiesa di San Vincenzo Ferreri di New York; non solo lui stesso si descriveva come una persona religiosa, ma anche il fratello e il nipote (sacerdote cui aveva pagato gli studi seminariali), come tanti altri amici e conoscenti, descrivevano questo suo lato invero poco noto e conosciuto, tanto agli estimatori quanto ai critici. Faceva donazioni e trascorreva il suo tempo alla mensa per i poveri e nei rifugi dei senzatetto, gli esclusi dalla società del consumo che lui aveva descritto e irriso nelle sue opere; soprattutto, la sua arte era ispirata alla tradizione di preghiera e di rappresentazione iconografica della Chiesa Cattolica Rutena.

Tra le sue ultime opere si ricorda la serie “L’Ultima Cena” (1986), ispirata al Cenacolo leonardiano, e nel 1980 si ricorda una sua visita a Roma, immortalata da molte foto, da Papa San Giovanni Paolo II.
Andy Warhol era una buona persona, un buon cristiano e un grande artista; se Andy Warhol è giustamente passato alla storia come geniale artista, nondimeno Andy Warhol era cattolico, è “nostro”, e non dobbiamo vergognarcene.

Non c’è davvero ragione per protestare per la futura mostra a lui dedicata nei Musei Vaticani: se tanti sono gli aspetti critici di questo pontificato, non lo è certamente questo. Semplicemente, i Musei Vaticani ospitano una mostra dedicata ad un grande uomo d’arte e, soprattutto, ad un uomo d’arte cattolico.

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26 settembre 2017

Marina Abramovic entra in chiesa. È proprio il caso?


di Daniele Barale

Il periodo storico in cui viviamo mostra sempre più, giorno dopo giorno, le caratteristiche da “fine impero romano”. Da una parte la barbarie, che erode i pilastri le mura, nel tentativo di depredare i tesori della civiltà, dall'altra gli eroici resistenti, i quali difendono con amore e la propria vita quei pilastri quelle mura e soprattutto quei tesori. Una situazione ben descritta in “After Virtue: a Study in Moral Theory” del filosofo Alsdair MacIntyre, il quale fa capire che è bene che quegli eroi, che “setacciano tutto per trattenere ciò che vale” (San Paolo docet), gettino le basi per un movimento che guarda al monachesimo di San Benedetto. Questo movimento per il bene comune può essere messo in moto solo dalla Chiesa e dai cattolici. Ma un’ombra rischia di avvolgerli: la dimenticanza. “La vostra costruzione è imperfetta perché avete dimenticato la pietra angolare, Gesù Cristo medesimo”. Così si legge nel II coro dei “Cori da La Rocca” di T.S. Eliot.

Questa dimenticanza è l’origine della rovina. La rovina non è anzitutto – come si legge ne “Gli uomini vuoti, sempre di Eliot – una conseguenza di un disordine etico o sociale; inizia come rovina esistenziale, come dimenticanza, quindi come divisione o schizofrenia nel soggetto, come impossibilità dell’opera. “Fra l’idea/ e la realtà/ fra il gesto/ e l’atto/ cade l’ombra… Fra la concezione/ e la creazione/ fra l’emozione/ e la responsione/ cade l’Ombra” (ibidem). L’ombra si allarga anche perché molti uomini di Chiesa hanno smesso di credere in Lei, nella sua missione di essere legata alla società umana per dare a ogni uomo il senso di ogni cosa, in primis della propria vita. E questo acuisce ancor più la rovina; porta alla confusione di fronte a cosa è bene e cosa è male; addirittura all’inversione di questi criteri/coordinate fondamentali nel cammino di “homo religiosus-viator” che ciascuna persona compie con le proprie esigenze di senso.

E gli intellettuali (se si possono definire tali!) che trovano affascinanti la decadenza e la rovina, oggi, non sono pochi. Non aiutano il popolo, non si schierano con il popolo. Essendo che si credono “demiurghi” con l’ultima parola su tutto-uomo compreso, il caos, l’indefinito (o fluido) sono opportunità per realizzare nuovi mondi. In apparenza nuovi, ma in realtà vecchi come l’arroganza e la ribellione delle “origini”, ecco perché non portano luce ma rendono cupi i cuori, lugubri i luoghi. In particolare gli artisti sono molto ricercati, visti come i progettisti delle architetture, dell’immaginario dei “mondi nuovi”: anziché usare l’arte per proporre il “bello il buono il vero”, come facevano Raffaello, Michelangelo, Caravaggio, in omaggio e in nome della civiltà della vita, della dignità “sacrale” della vita umana, perché nata dall’incontro con Cristo-Dio, loro propongono l’autolesionismo, lo spiritismo, la dissacrazione dei luoghi di culto, il satanismo. Definire cultura, arte, opere con questi soggetti è una contraddizione. Perché essi non esprimono amore per la vita (come le stesse etimologie di cultura e arte suggeriscono) ma il tentativo appunto di ferire l’anima la coscienza dell’uomo; abbrutirlo per incatenarlo nell’ombra e fargli dimenticare che è fatto per la Verità la Bontà e la Bellezza. L’ombra e la dimenticanza di cui parlavano Tolkien nel ne “Il signore degli anelli” e T.S. Eliot nella citazione riportata più sopra.

Un’artista in particolare si distingue dagli altri, è Marina Abramovic; signora statunitense di origine serba, nota alle cronache di tutto il mondo come “performing artist”, ossia una che nelle gallerie d’arte più esclusive non fa quadri o statue, ma “azioni recitate”. Performance estreme e provocatorie, e soprattutto per il fatto che includono attività, rituali e simboli di pessimo gusto e spregiativi del valore della persona umana, quando non apertamente blasfemi, esoterici e/o satanici. Per esempio – e purtroppo tocca scriverlo, per dovere di cronaca – si pensi ai video che girano sulle sue “performances”: realizzati in quelle gallerie d’arte, mostrano l’Abramovic intenta a scrivere sul muro con sangue di maiale (“che somiglia di più al sangue umano”) mescolato con urina, sperma e latte preso dalle donne: “Mescola latte fresco di donna con sperma fresco”, “con un coltello affilato taglia in profondità il tuo dito medio e mangia il dolore”. La sua è “un’arte” dissacrante e inquietante; e questi aspetti trovano ulteriore conferma quando si aprono i giornali come il Corriere della Sera, Il sole24ore: “La Abramovic fa il gioco del coltello finché non si ferisce e allora lo replica cercando di tagliarsi nuovamente e negli stessi punti; si fa avvolgere da serpenti lasciati digiuni, presta il suo corpo inerme per ore a spettatori e passanti, che possono fare quello che vogliono; Si taglia le unghie delle mani e dei piedi e i capelli per gettarli in un falò a forma di stella a cinque punte, al centro della quale si butta lei stessa, per rimanervi fino a perdere coscienza. La paura e la capacità di esorcizzarla sono al centro dei suoi lavori: spaventata da sempre dal sangue, si taglia, si fa incidere il corpo con le lamette, sfregia il volto”. Inoltre, è famosa per offrire ai membri delle élite-demiurga-mainstream di New York, che ospita in casa propria, serate di “Spirit Cooking”, una “cucina” secondo un rituale del satanista Alesteir Crowley.

Ma ad Alba la famiglia di viticoltori Ceretto, famosa nelle Langhe e non solo, per organizzare da anni eventi culturali di respiro internazionale, ha deciso di ospitare Marina Abramovic. Il 28 settembre, presso il Coro della chiesa di Santa Maddalena, lei inaugurerà la video-installazione Holding The Milk da The Kitchen, Homage to Saint Therese. L’opera rimarrà esposta fino al 12 novembre. The Kitchen, Homage to Saint Therese è un progetto artistico elaborato da Marina Abramovic nel 2009, costituito da nove fotoritratti e tre opere video. I video sono girati nella cucina dell’ex convento La Laboral a Gijón, un monastero certosino abbandonato, dove un tempo le monache accudivano bambini orfani; l’opera rimanda alla vita della mistica Santa Teresa di Avila, intrecciandosi coi ricordi dell’infanzia dell’artista. Come ha spiegato la stessa Marina Abramovic: “La cucina di mia nonna è stato il fulcro del mio mondo: tutte le storie venivano raccontate in cucina, ogni consiglio sulla mia vita veniva dato in cucina, il futuro, contenuto nelle tazze di caffè nero, veniva letto (una cosa che assolutamente non confligge con il cattolicesimo… Ma scherziamo!?) e annunciato solo in cucina; quindi è stata davvero il centro del mio universo, e tutti i miei ricordi più belli nascono lì. L’ispirazione di questi lavori nasce dalla combinazione tra la rievocazione della cucina della mia infanzia, la storia di Santa Teresa d’Avila, e questa straordinaria cucina abbandonata piena di bambini, tutto insieme e nello stesso momento.”

La memoria dei Santi e i luoghi di Agape-Carità e di culto, qual è anche il Coro di Santa Maddalena di Alba, ormai sono abbandonati e lasciati alla mercé di chi non sa rispettarli.

Certo, il Coro della Maddalena risulta essere un luogo sconsacrato, di proprietà del comune albese. Però, rimane ugualmente un luogo ove per molti anni, se non secoli, si è custodito il Santissimo Sacramento e officiato il Sacrificio della Messa. Per rispetto di questo e dei tanti albesi che qui vollero incontrare Dio, l’evento ivi non si dovrebbe tenere.

Con il cuore di figlio spero, nel pieno rispetto del canone 212 paragrafo 3 del diritto canonico, che sua eccellenza, monsignor Brunetti, i suoi collaboratori e tutto il clero di Alba, si prodighino almeno dal punto di vista del buon senso comune/della morale, se è vero che de jure non possono fare molto.

Si ricordino che è un atto di civiltà l’impedire che in un luogo che è stato realizzato per rendere culto a Dio si realizzino eventi ed entrino personaggi così contrari alla fede e alla morale, è un atto di civiltà. La Chiesa è dentro l’opera (nel ma non) del mondo, dentro al tessuto della storia. Perciò lo stato delle società umane e della Chiesa appaiono legati indissolubilmente. Perché la Chiesa esiste per accompagnare l’uomo verso Chi risponde a tutte le sue esigenze di senso. Se gli uomini di Chiesa dimenticano questo, non consegnano solo se stessi alla rovina, bensì anche tutte le società umane.

Ripeto, e così concludo, dare un giudizio chiaro su un evento del genere, il provare a fermarlo, è il primo passo per salvare e riproporre le cose “vere buone e belle” di sempre, in vista della costruzione della civiltà; mentre evitare ciò: “È questo il modo in cui il mondo finisce/ non già con uno schianto ma con un piagnisteo” (sempre Eliot ne “Gli uomini vuoti”). Scuotiamoci dal torpore, quindi, e ritorniamo alla pietra angolare, oppure attendiamo “inermi” – cioè colpevoli – l’avanzar dell’ombra.

https://labaionetta.blogspot.it/2017/09/obice-marina-abramovic-entra-in-chiesa.html


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21 dicembre 2016

Un Campari con... Giovanni Gasparro


a cura di Alessandro Rico

Giovanni Gasparro è nato a Bari, ha studiato al liceo artistico ‘De Nittis’, si è diplomato nel 2007 all’Accademia di belle arti di Roma in pittura. Di lui Vittorio Sgarbi dice "giovane valentissimo con una carica di passione e di vitalità che lo ha portato a dipingere 18 pale, prove di un impegno formidabile. Per San Giuseppe Artigiano la scelta di un autore figurativo è la prova di una visione liturgica ed estetica in ordine agli scritti di Papa Benedetto XVI che indicano in modo molto chiaro quale debba essere la funzione delle opere d’arte in una chiesa: una funzione eminentemente liturgica". Incuriositi dal fatto che esista un artista sacro contemporaneo, lo abbiamo intervistato.

Esordiamo chiedendoti non, banalmente, cosa è per te l’arte, ma cosa è oggettivamente l’arte.

L'arte è una delle manifestazioni più nobili che distingue l'uomo dalla bestia. È l'insieme codificato di tutte le capacità creative che esprimono la natura del pensiero in forme visibili, sonore, performative e testimoniano l'essenza del tempo in cui sono state concepite. Non a caso l'immagine di un "fondo oro" rimanda inevitabilmente ad un contesto di Sancta Dei Civitas medioevale italiana, tanto quanto la musica di Offenbach è prepotentemente identitaria e diviene paradigma perfetto della società francese della fine XIX secolo. L'evoluzione del pensiero critico che ha declinato il senso di tèchne, ovvero il complesso di regole e codici atti a rappresentare un dato naturale e realistico, in una creazione che sia l'espressione originale dell'artista, è alla base della concezione attuale delle arti e dell'evoluzione del concetto del "bello", nelle sue differenti teorizzazioni ed espressioni estetiche, così difformi a seconda dei contesti spazio-temporali.   

Perché nell’era contemporanea l’arte è così decaduta?

Il decadimento estetico contemporaneo è connaturato con il decadimento morale ed il rinnegamento di Dio, perpetrato in forme embrionali sin dal XVI secolo, ed evolvendo nel pensiero di Lutero e Calvino, Diderot e Voltaire, Kant ed Hegel, sino alle forme più abominevoli e triviali della nostra età.    
Il "bello" per come lo concepiscono ancora gli spiriti nobili, è l'espressione dello splendore del vero e del bene. San Tommaso d’Aquino, nel solco del pensiero aristotelico, intuisce che ciò che è presente nell'intelletto è necessariamente percepito sensorialmente, in prima istanza. A differenza degli animali, l'uomo è in grado di saggiare le delizie della bellezza, riconducendole ad un senso più alto, ovvero a Dio.  Nella Summa Theologiae identifica il bello come la sintesi di vero e di bene. Verum, bonum, pulchrum, verità, bene e bellezza. Questi sono i caratteri costitutivi del Dio dei cattolici, inteso come Divina perfezione, e per l'appunto la somma di ogni bellezza, verità e bontà. Una società che rifiuta Dio, inevitabilmente, rifiuta la Bellezza più autentica, ed essendo l'arte l'espressione dell'epoca che la produce, oggi non si può che assistere a questo decadimento. Il sistema ideologico postmoderno, tanto quanto quello truffaldino di complicità fra critica e mercato dell'arte, hanno inaugurato la stagione del De Immundo, per dirla come Jean Clair. 
 
Nella maggior parte delle tue opere hai scelto di trattare il tema del sacro. È possibile, nell’era del secolarismo, produrre arte sacra, cioè dipinti e decorazioni che non abbiano solo un valore strumentale, ma assoluto?

L'arte dovrebbe avere sempre, in senso costitutivo, questo anelito all'assoluto. Dirò di più, oggi si evita persino la creazione di manufatti artistici che possano durare nel tempo perché concepiti con materiali effimeri. Si è scelto in modo programmatico di impedire ad essi di avere una durata temporale più estesa di qualche stagione. Non lasceremo molto ai posteri. In questo panorama desolato, partorito dopo lo spartiacque del ready-made di Marcel Duchamp, è ancora possibile produrre arte sacra. È un dovere morale. Posso certamente testimoniare le difficoltà di inserirsi in un sistema espositivo, mecenatizio, storico-critico, commerciale, ma in termini estetici ed intellettuali, con ricadute inevitabilmente spirituali, è doveroso sfidare il secolarismo imperante con una nuova stagione d'arte sacra. La avverto come una sorta di missione per scardinare il sistema. È la mia personale controrivoluzione. Va detto che per arte sacra si intende l'arte concepita per un contesto liturgico, quindi per le chiese, sicché va distinta dall'arte di ispirazione religiosa in senso lato. Ne consegue che le problematiche restano correlate alle richieste della committenza tanto quanto alla sensibilità delle maestranze artistiche.  

Nei tuoi quadri raffiguri i soggetti rappresentando diverse posture delle loro mani, quasi come in una fotografia scattata in movimento. Che cosa vuoi comunicare? Che ruolo hanno per te le mani nell’espressione artistica?

Le mani sono idealmente portatrici di un linguaggio non verbale, strumentale nella resa pittorica che si esprime per figure.
Nei miei dipinti sono ripetute in modo multiforme, rimandando idealmente ad antiche iconografie sacre del XV secolo, dalla Pietà di Lorenzo Monaco del 1404 e quella del Maestro della Madonna Strauss, entrambe nelle collezioni delle Gallerie dell’Accademia di Firenze, Il Cristo in Pietà nel pannello centrale del trittico di Domenico di Michelino al Musée des Beaux-Arts di Chambéry o il Cristo deriso fra san Domenico e la santa Vergine in meditazione della cella numero sette nel convento di San Marco a Firenze, opera ad affresco del Beato Angelico.
Molti storici dell'arte hanno evidenziato il legame estetico con il Futurismo. Se per Balla e Boccioni la moltiplicazione delle figure era puro esercizio ed analisi meccanica del movimento dei corpi, per la mia pittura, la frammentarietà e la moltiplicazione connotano una percezione spirituale diversificata più che una analisi fisica del movimento. I futuristi avevano il culto del progresso e della macchina. La mia latria è riservata a Dio. 

Della decadenza dell’arte contemporanea fa parte, purtroppo, anche l’arte sacra, spesso e volentieri con il consenso della Chiesa stessa, che autorizza la realizzazione di edifici orrendi, o impiega arredi e oggetti sgraziati e dozzinali. Quali sono le cause di questa involuzione? Il Concilio Vaticano II ha una responsabilità?

La Chiesa cattolica, negli ultimi cinquant'anni, si è mondanizzata in modo preoccupante. Come appena detto, se l'arte è l'espressione e la proposizione figurata della cultura della società che l'ha generata, l'arte sacra è la traslazione in figura della Chiesa che l'ha commissionata. Quello che sperimentiamo in modo tangibile, in questi ultimi decenni, è un progressivo processo di protestantizzazione in campo dottrinale, liturgico, pastorale. La deriva ecumenico-sincretista, l'incredulità malcelata riguardo la Presenza reale del Corpo e Sangue di Cristo nelle Sacre Specie, davanti alle quali non ci si inginocchia più, si traduce chiaramente nelle nuove forme artistiche e negli "adeguamenti liturgici" scellerati seguiti alla riforma liturgica di Paolo VI e Bugnini, rei di aver snaturato centinaia di presbitèri e altari antichi, sacrificato balaustre ed inginocchiatoi.
Le architetture tradiscono una chiara volontà di protestantizzare il culto e la liturgia cattolica. In numerose chiese dove si è proceduto con adeguamenti liturgici o in quelle costruite negli ultimi anni, soprattutto in area belga, tedesca ed austriaca, ma ormai anche in Francia, Italia (chiesa di San Fedele a Milano, chiesa del "monastero" di Bose) e Spagna, gli altari sono posti al centro, sottendendo un concetto luterano di "sacerdozio universale". L'altare assume la foggia di tavolo perché non è più concepito come ara sacrificale per il sacrificio incruento di Cristo che si rinnova nella Santa Messa. Diviene una mensa per la cena, nell'accezione analoga a quella del porcus saxoniae. Nelle arti figurative, la Chiesa ha sposato l'aniconismo più estremo, spogliando le cappelle delle immagini che in passato avevano anche una funzione chiaramente didattica e catechetica, traducendo in figura le Verità rivelate dei Testi sacri. La biblia pauperum ha lasciato il posto a Croci senza il Santo Corpo di Nostro Signore. Eppure la Chiesa cattolica, sin dal secondo Concilio di Nicea, nel 787 d.C., ha inteso ribadire che le immagini sacre sono elementi irrinunciabili della devozione, non certamente come oggetto del culto (latria), ma come strumento di ausilio ad essa. Lo hanno ribadito numerosi santi e romani Pontefici. La stessa incarnazione di Nostro Signore legittima la riproposizione visibile, in forme d'arte, della Sua immagine. Il Cattolicesimo è l'unica religione monoteista che ha un marcato senso iconico, a contrario dell'Ebraismo e dell'Islam e delle varie sette ereticali protestanti. Per questo siamo debitori verso il Cattolicesimo, altrimenti non avremmo avuto né Ghiberti, né Michelangelo né Francesco Solimena.    
Le arti sacre sono sempre state un valido strumento di proselitismo, per la salvezza delle anime, ispirando un autentico sensu fidei. Capirà che da quando lo stesso concetto di proselitismo è stato derubricato, tacciandolo addirittura di essere "il veleno più forte verso l'ecumenismo", dalle più alte gerarchie cattoliche, che senso mai potrà avere l'arte sacra se non quello di diventare arredo alla stregua del design? L'arte cattolica, come le Verità rivelate, dovranno essere sacrificate al nuovo culto sincretista, lodato dai poteri forti.
Il Concilio Vaticano II, pur essendo un concilio pastorale e non dogmatico, ha assunto, nella mentalità del clero attuale, i connotati di un superdogma che azzera tutto il Magistero e la Tradizione. Chiaramente, non ha suggerito esplicitamente di rinnegare le forme artistiche del passato per convertirle nelle attuali soluzioni controverse. Ad ogni modo ha numerose responsabilità intrinseche, sia come evento storico che nei contenuti dei documenti prodotti. Nei testi conciliari, i cenni alle questioni artistiche ed iconografiche sono esigui, ma come la gran parte delle costituzioni e degli altri documenti partoriti nell'assise, il linguaggio è ambiguo, demandando a terzi le responsabilità delle scelte da operare. I pronunciamenti immediatamente precedenti di San Pio X, Pio XI e Pio XII, riguardo le arti e la musica sacra, mostrano chiaramente che il problema del Vaticano II è riferibile al linguaggio non definitorio, più che ad un'annosa questione ermeneutica. Se un pronunciamento non intende definire, lascia inevitabilmente spazio all'arbitrio, generando l'anarchia. I risultati in termini estetici sono sotto gli occhi di tutti. Persino le frange moderniste, all'interno della Chiesa, si mostrano perplesse dinanzi allo scempio di certe architetture o cicli decorativi. Dai frutti valutiamo gli intenti primigeni conciliari.   
Nella contemporaneità, molte forme d'arte sacra hanno assunto valenze gnostiche, al pari di certe teologie osannate da stampa, università, editoria, omelietica e catechesi parrocchiali sedicenti cattoliche. Ovviamente l'arte sacra può evolvere in senso iconografico e stilistico. I secoli passati hanno sedimentato opere d'arte sacra notevolmente diverse. Il Cattolicesimo non ha imposto la fissità iconografica dell'oriente ortodosso che produce ancora oggi icone aderenti ai caratteri formali dei primi secoli. Nella storia dell'arte sacra cattolica c'è evoluzione stilistica ma senza rinunciare alle prerogative formali iconiche che facilitino l'azione cultuale, le esigenze catechetiche e l'adesione alle sacre scritture. Oggi gli artisti sono abbandonati ad un culto autoreferenziale della propria arte, a cui le esigenze del sacro debbano soggiacere. La committenza ecclesiastica, ridestatasi iconoclasta o al massimo filo-bizantina (le icone moderne appaiono ormai in ogni chiesa), appare lassista, talvolta per ignoranza o senso di inferiorità verso gli artisti (in seminario non si studiano più queste discipline), in altri casi per non apparire arroccata su posizioni rigide. Il più delle volte disattende al proprio compito di guida, ahimè, per malafede. Ringraziando il Signore, non mancano sacerdoti e vescovi ancora virtuosi per Fede e cultura.  

Qual è la funzione della bellezza nella liturgia? C’è la speranza che il rito torni a essere bello e non sciatto, disordinato, popolato di schitarrate e cori stonati?

San Giovanni Maria Vianney, patrono e modello dei sacerdoti, come San Carlo Borromeo e San Pio da Pietrelcina, sceglievano i vasi sacri ed i paramenti più belli e preziosi da usare nella liturgia, pur vivendo, in privato, volutamente, ai limiti dell'indigenza,  perché erano coscienti che questo fosse giusto come atto di lode a Dio, nel momento più sacro, del Sacrificio eucaristico.  Allo stesso modo, questa scelta appariva loro come uno strumento di elevazione spirituale per i fedeli, perché enfatizzava l'importanza e la sacralità dell'atto compiuto sull'altare, aiutandoli a comprendere questioni dogmatiche più complesse da intuire.
La sciatteria ed il pressapochismo che accompagnano le liturgie postconciliari, sono al limite della blasfemia perché sottendono un diniego sostanziale del Sacramento che si celebra.  
Questo fenomeno estraneo alla Tradizione bimillenaria della Chiesa è conosciuto come Pauperismo, l'antica eresia condannata sin dai tempi dalla Chiesa dei Santi Apostoli e persino da quel San Francesco d'Assisi che imponeva, nella Regola ad uso dei frati, di usare "calici e pissidi preziose" per custodire le Sacre Specie. Cosa direbbe oggi il santo umbro dei tabernacoli costruiti nelle forme più improbabili o delle pissidi in terracotta e legno? Cosa potrebbe pensare dei paramenti dozzinali e dei bicchieri di plastica usati come pissidi nelle Messe, alla presenza di Papa Francesco, celebrate per la Giornata Mondiale della Gioventù a Rio de Janeiro, lui che faceva ricamare i paramenti in filo d'oro dalle clarisse?
Ad ogni modo, sbaglierebbero quanti volessero individuare nel periodo dell'attuale pontificato, l'unica nota dolente in termini dottrinali piuttosto che liturgici.
La deriva attuale è il naturale punto d'approdo di un percorso di secolarizzazione della Chiesa, che ha avuto come imput epocale proprio il Concilio Vaticano II (serpeggiando clandestinamente anche prima del Concilio, nelle frange moderniste) e si è sviluppato a fasi alterne, con note più o meno dolenti, durante tutti i pontificati post-conciliari.
Lex orandi, lex credendi. Se è vero che il modo in cui preghiamo tradisce ed estrinseca quello in cui crediamo, la nostra Fede dev'essere diventata alquanto carnascialesca.
Personalmente, ho riscoperto una devozione più autentica proprio da quando ho cercato una liturgia che fosse un ausilio all'orazione. Nel panorama attuale, fortemente diversificato, in cui ogni sacerdote inventa azioni liturgiche arbitrarie, ho scoperto nel santo rigore del Messale di San Pio V, una fonte inesauribile per appagare questo mio afflato trascendente. Il Vetus Ordo Missae, in latino, mai abrogato dalla Chiesa Cattolica, purtroppo pesantemente osteggiato e vilipeso con l'avvento della Messa di Paolo VI, ha ridestato la Fede di moltissimi cattolici, perlopiù giovani, dal 2007, anno del Motu Proprio Summorum Pontificum, con cui Benedetto XVI ribadì la legittimità all'antico rito.
Evito digressioni in ambito musicale perché non mi competono, ma ovviamente, la questione è sostanzialmente analoga a quella del decadimento delle arti figurative. Se per Aristotele, ne La politica, "Talune forme di musica rendono ignobili", a maggior ragione durante la Santa Messa, da quando si è abbandonato il repertorio sublime del gregoriano e della polifonia, come l'uso dell'organo, così intrinsecamente aderenti al Messale di San Pio V, lo scadimento nella trivialità delle canzonette di derivazione pop non poteva che giungere al suo livello più infimo.
 

17 luglio 2016

Viaggio sentimentale e devozionale a Roma: le Sette Chiese (Parte I)


di Alfredo Incollingo

A Roma ci si deve accostare con devozione e con sacro rispetto. Non è una città qualunque, anonima come le grandi metropoli moderne. A Roma ci vai per pregare e salmodiare, per respirare cultura e per conoscere i valori più alti della civiltà. Se sei il classico turista irrispettoso e chiassoso, allora vai altrove! Roma richiede silenzio e contemplazione.
E' la città sacra per eccellenza: ogni luogo e ogni pietra traspira la spiritualità che per secoli ha permeato l'Urbe e l'Occidente. La fede cristiana vive nelle numerose chiese e nei ricordi di epoche passate che l'hanno resa il centro del mondo. Dio ha scelto l'Urbe per diffondere il suo Verbo e per tale motivo non possiamo non accostarci ad essa con devozione.
A Roma ci si viene con religiosità e ci si inginocchia ai sacri altari meditando sulle vite e sulle gesta dei grandi santi che qui vissero. La bellezza delle chiese romane, tanto osteggiata dai moderni bacchettoni del pauperismo, è la celebrazione di Dio tramite l'arte. Il bello non è un valore assoluto, perché è lo strumento per glorificare la perfezione divina. Bernini e Michelangelo, Borromini e Raffaello, per citare i più noti, contemplarono Dio con le loro arti, così come un corista con il canto e un monaco con le preghiere: ognuno loda con le sue qualità migliori. Il sentimento è quindi spontaneo e nasce dalla meraviglia e dalla gioia nel testare una fede tangibile.

Il cattolicesimo a Roma si racconta con le sue chiese, che nel tempo hanno preservato la sacralità dei luoghi dove sono sorte o gli alti concetti che le loro decorazioni racchiudono.

Sette chiese testimoniano con la loro mole le fondamenta cristologiche ed ecclesiologiche della Chiesa Cattolica. Il Giro delle Sette Chiese si organizza durante la settimana santa che precede la Pasqua e durante i Giubilei. Si chiede la remissione dei peccati, la misericordia divina e si rivive meditando la Passione di Cristo.
Sette è un numero chiave per i cattolici. Sette sono i peccati capitali, le virtù, i salmi penitenziali, le opere di misericordia, i Sacramenti, i doni dello Spirito Santo, le tappe fondamentali della Passione, le parole pronunciate da Gesù in croce e le Sue effusioni di sangue. Sette sono anche le chiese d'Asia citate nell'Apocalisse di San Giovanni per ricordare l'universalità del cattolicesimo e il ruolo centrale del Papa.

Si parte da San Pietro in Vaticano, che custodisce la tomba dell'Apostolo, prima guida della comunità dei fedeli per mandato divino. La sua imponenza e maestosità celebra il Primato della Cattedra Pietrina. San Paolo fuori le Mura, la seconda tappa, conserva al suo interno la tomba dell'Apostolo delle Genti, San Paolo di Tarso, e le catene della prigionia, simboli di martirio (avvenuto nei presi dell'Abbazia delle Tre Fontane). San Paolo non conobbe Cristo direttamente, ma ebbe fede, talmente immensa da evangelizzare i gentili viaggiando per l'impero romano. Fu uno dei grandi animatori delle prime comunità cristiane e le sue lettere, raffinati trattatelli di teologia, furono le prediche fondanti della nascente Chiesa Cattolica.
San Sebastiano e San Lorenzo fuori le Mura sono le basiliche costantiniane sorte in ricordo dei primi martiri della cristianità: l'imperatore Costantino le volle dopo la sua divina vittoria per commemorare le vittime delle persecuzioni imperiale e, forse, per un possibile presagio... (ancora oggi i cristiani sono perseguitati!)
Costantiniane sono anche le basiliche di Santa Croce in Gerusalemme e San Giovanni in Laterano. La prima ha in sé le prove materiali della Passione di Nostro Signore, il titulus crucis e i frammenti della croce, portati da Sant'Elena a Roma. La seconda è la “Madre di tutte le Chiese”, la prima chiesa della storia della cristianità. E' la cattedrale di Roma ed è dedicata a San Giovanni Evangelista e ad un'altra figura emblematica, San Giovanni Battista, colui che predicò l'imminente venuta di Cristo. Costantino e Papa Silvestro vollero dedicare la basilica a due grandi omonimi testimoni di Cristo: il Battista annunciandolo e l'Evangelista tramandando il Suo insegnamento.
L'ultima tappa del giro è la basilica di Santa Maria Maggiore. Venne edificata per celebrare il dogma della divinità materna di Maria, riconosciuto qualche tempo prima dal Concilio di Efeso. Maria è Madre di Dio, colei che ha concepito Gesù e intercede costantemente per noi. A lei la Chiesa si è rivolta nei momenti difficili e all'interno della basilica vi è la cappella della Madonna salus populi romani, invocata per salvezza del popolo cristiano.
Le Sette Chiese le potremmo definire le sette “chiavi” di accesso alla Chiesa Cattolica: San Pietro, San Paolo, i testimoni della fede, la Passione di Cristo, San Giovanni Battista (e l'Evangelista) e la Vergine Maria.
Non potremmo mai conoscere e capire il cattolicesimo senza conoscere queste personalità e queste verità. Avremmo modo di immergersi nella tradizione cristiana più autentica senza troppi discorsi teologici: basta un buon passo nel camminare e la fede.
Il viaggio non finisce qui.

 

13 novembre 2015

L’anticristianesimo in mostra


di Giuliano Guzzo

Niente visita alla mostra «Bellezza Divina» in corso a Palazzo Strozzi, a Firenze, per i bambini della scuola elementare Matteotti, importante presidio alle porte del centro: è per venire incontro alla sensibilità delle famiglie non cattoliche dato il tema religioso della mostra, fanno sapere dal consiglio interclasse con cui è stata presa la decisione. Intanto a Lucca, dal 21 novembre prossimo, prenderà il via una mostra fotografica Photolux con esposto anche Andres Serrano, autore di «Piss Christ» («Cristo di piscio», letteralmente), una fotografia del 1987 che mostra un Crocifisso immerso nell’urina: ma di scuole che abbiano escluso di voler visitare questa seconda mostra – che pare abbia persino il patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e il Turismo, oltre che del Comune di Lucca e della Provincia – al momento non si ha notizia.

Sono i piccoli ed enormi paradossi di questo tempo apparentemente dominato da variopinto pluralismo ma in realtà estremamente coordinato, persino conformista, quando si tratta di esibire ostilità al Cristianesimo. Come si spiega il fenomeno? Certamente gli errori – gli orrori, in alcuni casi – di alcuni uomini di Chiesa possono aver generato in molti ostilità verso la religione cristiana. Ma l’atteggiamento ben più benevolo che il mondo della cultura – lo stesso che non fa mistero del proprio anticristianesimo – per esempio riserva generalmente al comunismo, dei cui orrori non si è mai parlato abbastanza a dispetto delle decine di milioni di vittime innocenti, conferma come il problema sia di altra natura e che le colpe che si rimproverano ai cristiani, più che altro, siano pretesti dietro ai quali serpeggia altro.
Su cosa esattamente sia questo “altro” si potrebbero scrivere libri, ma voglio azzardare un’ipotesi per spiegare contemporaneamente l’ostilità laica, per così dire, al Cristianesimo e lo scarso attaccamento di cui non di rado gli stessi cristiani, in nome del Dialogo – divinità nuova ma sostenuta da devozione fervente -, danno prova rispetto al proprio Simbolo. L’ipotesi, in sé semplice, è che ancora oggi ci si vergogna di Gesù Cristo. Così come duemila anni fa venne preso a bastonate e sputi oggi la Sua immagine viene vilipesa, e come allora i suoi, a partire da Pietro, si vergognarono di Lui lasciandolo solo oggi è più facile incontrare battezzati inclini a spiegare quanto siano belli amore e perdono, o persino a sconsigliare mostre dal sapore cristiano, piuttosto che pronti a ripetere senza esitazione chi sia, Lui solo, «la Via, la Verità e la Vita».
Se siamo insomma al punto in cui siamo, con l’anticristianesimo dentro e fuori le mostre, non è per un deficit di cultura democratica o per una sovrabbondanza di egoismo; né c’entrano la scarsa conoscenza della Costituzione o il tramonto delle buone maniere. Il guaio è difatti più serio e deriva dal fatto che l’uomo – dalla Giudea all’Unione Europea – in fondo non è poi così cambiato. C’è sempre una immensa difficoltà a fare i conti con Gesù perché Costui non è entità astratta e non può essere liquidato come questione filosofica, essendo stato un uomo convinto di essere il Figlio di Dio; non ha detto “amico”, “simpatizzante”, “emissario”, no: ha preteso di essere proprio il Figlio di Dio. E il fatto che per questo abbia accettato una morte orrenda mentre invece l’uomo non riesce ad accettare neppure una vita agiata senza sperimentare tormenti, disturba. Lasciando intatta la stessa domanda di allora: «Quid est veritas?».

http://giulianoguzzo.com/2015/11/13/lanticristianesimo-in-mostra/

 

02 maggio 2013

Il complesso (anticattolico) del Primo Maggio

di Satiricus

Guardate, evitiamo di tirarla tanto per le lunghe con le consuete moine da ultra-conservatori neo-borbonici fissati con la palla delle blasfemie e i castighi divini: un cantante sale sul Palchettone del Primo Maggio e sponsorizza preservativi con un fervore tale che metà dei teologi oggi non riservano alla santa Eucaristia? Ben venga! 
 

20 gennaio 2013

Quando il profano strumentalizza il Sacro

di Valentina "Vittoria" Arduini

Che l'arte abbia la capacità di far parlare di sé non è cosa rara, anzi. Nel corso dei secoli notiamo un susseguirsi di artisti che suscitarono scalpore portando innovazioni all'interno delle loro opere: Caravaggio, per esempio, fu criticato per eccesso di concretezza e mancanza di decoro nel rappresentare devoti con i piedi sporchi, al cospetto della Vergine o raffigurando ne “la morte della Vergine” Maria col ventre gonfio; Monet, non da meno, sentì definire la sua opera “Impression soleil levant” un qualcosa che faceva impressione; insomma, il genio artistico vive della critica, solitamente negativa, degli intellettuali e committenti ad egli contemporanei che, involontariamente, danno così avvio alla fama dell'artista e alla diffusione della sua arte. Ma questa fama e notorietà è giustificata in tutti i casi?
 

29 novembre 2012

11 novembre 2012

Non è Bello ciò che piace, ovvero del Valore della Bellezza (II parte)

di Isacco Tacconi

Tornando ora però alla domanda posta al principio, nella prima parte di questa trattazione, la Bellezza è qualcosa di oggettivo o no? Per dare una risposta a questo quesito potrebbe forse bastare osservare il mondo che ci circonda e tentare di misurare il grado di sensibilità che la gente possiede, non tanto per una colpa propria, quanto per l’influenza che i media e la cultura dominante impone a noi tutti. Questo a partire dalla musica della quale ci vengono riempite le orecchie alla radio, nei supermercati, in tv. Oppure dalle immagini semi o totalmente pornografiche che ci scorrono davanti agli occhi continuamente, e fondamentalmente da un malcelato egoismo di massa, che non spinge più l’uomo a guardare fuori di sé, ma lo rinchiude in se stesso imponendogli di ricercare solo il proprio utile. 
 

10 novembre 2012

Non è Bello ciò che piace, ovvero del Valore della Bellezza (I parte)

di Isacco Tacconi

La domanda è lecita e sorge spontanea, in un mondo che sembra aver smarrito il “senso” della Bellezza: ma è proprio vero l’assioma “Non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace?”
La questione è più sottile e ingarbugliata di quello che sembra. Spesso infatti parliamo di “senso della bellezza” intendendo un sensus communis proprio dell’essere umano, esattamente come la vista, il tatto, il gusto, l’udito e l’odorato.
 

29 settembre 2012

Ma che musica, Magistero!


di Franciscus Pentagrammuli

Sabato 6 Ottobre avrà luogo a Verona il secondo Colloquio nazionale sulla musica sacra, che avrà fra i relatori anche il Cardinal Burke (che nel pomeriggio canterà la Messa pontificale nella locale chiesa dei Padri Filippini), e monsignor Nicola Bux, noto per la sua attività di divulgazione liturgica a sostegno della linea del Papa Benedetto XVI.