Visualizzazione post con etichetta Cristo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Cristo. Mostra tutti i post

29 dicembre 2017

Chi si festeggia il 25 dicembre? (di E.Gotti Tedeschi)

di Ettore Gotti Tedeschi 
(pubblicato su La Verità il 24 dicembre, da notare che l'articolo è stato scritto almeno 48 ore prima della triste predica in San Pietro).

Ma la nascita di chi festeggeremo il prossimo 25 dicembre? Di un uomo-dio inventato dalla teologia scientifica modernista che ne esalta l’umanità verso la divinità con la scusa di renderlo più credibile? E’ necessario domandarcelo poiché i “manipolatori” del Concilio Vaticano II han tentato in tutti i modi di renderci più “adulti” per aiutarci a evitare il rischio di inconsapevole eresia (criptoeresia, secondo Karl Rahner ) dove, «per considerare Gesù vero Dio, si lasciava troppo in secondo piano il fatto che egli è vero uomo», con una sua storia umana.

Questo rischio era secondo loro dovuto ai vangeli non sufficientemente storici, fatti da testimonianze sospette di testimoni non oculari, in contraddizione fra loro. E costoro considerano la concezione verginale di Maria materia accessibile e credibile solo per fede e non per ricerca storica. Sempre per costoro il Padre Nostro, come noi lo recitiamo oggi, non è quello di Gesù, bensì è stato adattato dalle prime comunità per esprimere la concezione necessaria e voluta di Gesù. Sempre secondo loro il vero Gesù insegnava la ripartizione equa delle risorse in relazione all’ambiente e spiegava che il regno di Dio è gratuito, senza bisogno di meritarlo, essendo la salvezza già ottenuta.

Dio per loro non è certo (come penso invece io) meritocratico. Inoltre, di fatto, sembrano ignorare la sua Resurrezione, perché senza prove attendibili, così sembrano ignorare il male, il peccato originale, il diavolo, l’inferno, ecc.

Poiché però il 25 prossimo è Natale, e il Natale deve tornare ad avere il senso originale per il bene di tutti, propongo una riflessione da “bambini", non da adulti , come voleva Gesù stesso. Ho la triste impressione che, anche all’interno della Chiesa , qualcuno si prepari a non accogliere Gesù quale Salvatore, spiegando che non c’è più bisogno di essere salvati, non essendoci nessuno da salvare perché siamo già tutti salvi. Un tempo nelle omelie natalizie si ricordava la non accoglienza a Betlemme della Sacra Famiglia, quale rifiuto simbolico del Salvatore.
Oggi invece questa non accoglienza della Sacra Famiglia viene configurata (persino da parte di Vescovi ) alla nostra non accoglienza … degli immigrati.

Oggi troppi neoteologi, che non hanno studiato Tommaso d’Aquino, rappresentano il rapporto Dio/mondo lasciando intendere che Dio, dopo averlo creato, lo ha lasciato evolvere per conto suo, restando (panteisticamente ) ovunque in ogni creatura e ambiente. E’ naturale che in tal modo l’Incarnazione diventi una metafora. Questi teologi pensano tanto e pregano poco, dimenticando che nulla di importante nella storia della vita umana nasce dal pensiero, bensì dal cuore e invece di seguire l’esortazione “fate penitenza , cambiate la vostra mente e credete al vangelo (Marco 1-14)“ continuano a elucubrare e non fare esercizi spirituali (magari quelli di S.Ignazio di Loyola…).

Perciò vorrei ricordare che il Gesù che ricorderemo il 25 dicembre non è qualcuno che si è identificato con Dio e diventa Dio, Gesù era Dio, dal principio (“prima che Abramo nascesse, io sono …” Gv, 8-58). Incarnazione significa che la parola viva di Dio (logos) in virtù dello Spirito Santo si fa uomo, non entra in un uomo!
Nella incarnazione Dio (occulto) si rivela.

Detta confusione è dovuta alla strenua attività del Suo “grande avversario” che riesce a confondere scientificamente-storicamente la storia negando che Egli “entra nella storia e fa la storia”, grazie alla Sua nascita umana, proprio quella che festeggeremo il 25. Perché Gesù è venuto al mondo? Non per annunciare misericordia per tutto e tutti, ma per annunciare la necessità di redenzione, per invitare l’uomo a convertirsi.
E’ venuto al mondo per contrastare le potenze del male che si oppongono alla volontà di Dio, che pretendono di fare una contro-creazione opposta a quella di Dio. Eppure troppi teologi di oggi hanno trasformato il principe del male in una specie di comico, alla “piccolo diavolo” di Benigni . I frutti della venuta di Cristo dipendono dalla disponibilità degli uomini a realizzare con opere la Sua volontà , con opere virtuose fatte con merito, non con parole. Il messaggio di Gesù non è di amore incondizionato, è messaggio di salvezza mirante a farci aprire gli occhi, a cercare il senso della vita, spiegando che tutto fallirà se ci si allontana da Dio.

Attenzione Cristo non è un mero fondatore di una religione come altri. 
Altre religioni vengono dal mondo , Cristo non fonda una religione , porta il messaggio di Dio in evidente contrasto con le altre religioni. Il perdono da lui predicato è espiazione, l’iniquità resta tale se l’uomo non lotta per combatterla. Redenzione non significa “tutti salvi” per il sacrifico di Cristo, Redenzione è la struttura portante della vita cristiana di ieri e di oggi, lo spirito di redenzione deve essere operativo sempre, non si è esaurito.
Chi confonde tutto ciò è un certo spirito gnostico che sembra trionfare dopo il Vaticano II. Troppi teologi in auge sostengono che le parole di Cristo son state scritte dai discepoli e nessuno era li con il registratore.Vero , non avevano il registratore, ma avevano una fede che li ha portati al martirio . Ricordare tutto ciò su un giornale laico e serio, come LaVerità è importante, perché il contenuto della civiltà cristiana, di cui tutti beneficiano ( i laici in primis ), si è formato grazie alla Rivelazione.

Negandola o confondendola, chiedendo alla scienza ed alla storia di stabilire solo loro chi era Gesù , è errato e pericoloso. Non è solo pericolosamente sinergico con il processo di sincretismo religioso necessario a creare una omogeneizzazione multicultualista ( sostenuta dagli immigrazionisti) ma anche a preparare il processo di disumanizzazione che è anticamera della auspicata “creazione artificiale”.

Il Cristo , la cui nascita festeggeremo il 25 dicembre, da 2000anni è quello della fede reale. E’ la fede reale infatti che si è ordinata a Cristo, non Cristo si è conformato alla fede, come vorrebbero farci credere. Se il Cristo reale finisce per esser considerato (troppo ) uomo , il senso della vita si sarà costretti a cercarlo attraverso l’esistenza reale (esistenzialismo di Heidegger , “maestro” di Rahner  .Cristo è il criterio di misura e conoscenza del “reale”, non è il “reale” il criterio di conoscenza di Cristo. Il prossimo 25 dicembre ricordiamolo e riflettiamoci.




Iscrivetevi alla nostra newsletter settimanale, che conterrà una rassegna dei nostri articoli.

 

02 ottobre 2017

Bux e Valli. Che cosa sta accadendo, oggi, nella Chiesa?


di Riccardo Zenobi

Venerdì 29 settembre sono riprese le conferenze promosse dall’Associazione Culturale Oriente Occidente, delle quali si è parlato qui, qui e qui. Gli incontri si tengono, come avvenuto precedentemente, nella sala conferenze della chiesa san Carlo Borromeo, in via Vincenzo Gentiloni 4 ad Ancona.

La prima conferenza di questo secondo ciclo di appuntamenti è stata una conversazione ‘a due voci’ con gli interventi di Aldo Maria Valli (giornalista, vaticanista del TG1, laureato in scienze politiche all’università cattolica di Milano) e di mons. Nicola Bux (sacerdote dell’arcidiocesi di Bari, esperto di liturgia orientale e di sacramentaria, consultore della congregazione della dottrina della Fede e della congregazione per le cause dei santi, collabora con la rivista Communio). Lo spunto di riflessione da cui ha preso avvio l’incontro è la parola “confusione”, termine che viene usato sempre più spesso dai fedeli, che vivono in un crescente disorientamento; la causa di tutto ciò in cosa è rintracciabile? Nella penetrazione di pensieri spuri nella Chiesa? Stiamo vivendo ciò che il beato Paolo VI dichiarò a Jean Guitton, ossia che siamo di fronte alla presenza dentro la Chiesa cattolica di un pensiero non cattolico il quale, seppur divenisse maggioritario, non sarà mai il pensiero ufficiale della Chiesa?

La conversazione si è aperta con l’intervento di Aldo Maria Valli, per il quale la confusione è l’elemento distintivo dell’epoca moderna, non solo nella Chiesa; ma lo stato interno di quest’ultima sconcerta molti, tanto che sempre più persone si chiedono: dove stiamo andando? Cosa ne sarà della Fede? Queste domande coinvolgono persone che prima non si ponevano problemi a riguardo, e nell’ultimo anno è aumentato enormemente il numero di tali persone. Nel giugno 2016, appena uscì, il libro “266” (nel quale si pongono tali interrogativi) era una sorta di avanguardia, ma nel giro di poco più di un anno lo sconcerto si è allargato moltissimo – e sono stati avanzati dei Dubia da parte di cardinali. I primi che si posero tale domanda erano essi stessi incerti del loro proprio sconcerto, cosa del resto comprensibile: chi si espone per primo è sempre titubante, poiché potrebbe essere una semplice impressione personale a muoverlo e non un reale problema. Ora però lo sconcerto c’è: Pietro parla in modo strano, anche i contenuti sono strani; c’è ambiguità, superficialità, e non si è in linea con la tradizione dottrinale. Si contano sempre più le dichiarazioni rilasciate in occasioni colloquiali, nelle quali non si approfondisce, e si cede al “gioco al massacro” di portare l’intervistato dove vuole il giornalista. Ci si può guardare da tali pericoli, serve prudenza e una adesione a quello che è il ruolo del Sommo Pontefice, confermare nella Fede. Oltre a tali questioni di modo, ci sono anche perplessità sui contenuti dei messaggi, che sono esplose con Amoris Laetitia, la quale ha interpellato Valli in quanto fedele, il quale in una digressione ha parlato di alcuni aspetti della sua vita di fede: nato e cresciuto a Milano, si è assunto l’avventura di costruire una famiglia numerosa grazie al ruolo fondamentale delle catechesi di Giovanni Paolo II sul matrimonio cristiano. Si era tra gli anni ’70 e gli ’80, quando molti (più o meno come oggi) consigliavano di andare a convivere; Valli prese invece il rischio di andare controcorrente, sfidando anche i medici i quali, di fronte alla patologia della moglie, dissero di non fare figli.
Tale digressione fa capire quale sia l’importanza di avere dei maestri e cui fare riferimento nella verità, e tante gioie nella vita di Valli non sarebbero arrivate se Giovanni Paolo II non avesse parlato chiaro: non si può giocare con le parole, quando si hanno dei problemi. Amoris Laetitia ad una prima lettura non crea molti problemi, ma approfondendo si trovano delle perplessità nel capitolo VIII, nel quale si rintraccia la modalità espressiva “sì, ma anche”: va bene così, ma in fondo è il soggetto che decide di fronte a Dio qualità morale dell’atto. Questo soggettivismo porta l’uomo ad essere come Dio, a decidere al Suo posto, di autogiustificarsi. Il buon Josef Seifert segnala che si arriverebbe addirittura, nel discorso sulla retta coscienza, ad affermare che Dio può chiedere di fare un comportamento non in linea con la legge divina, in determinate circostanze: sotto questa ambiguità passa l’eresia.
Se un semplice fedele si accorge di ciò, cosa fare? Uscire allo scoperto, con massima umiltà e senza pose, schierandosi dalla parte della Verità della Fede, la quale va testimoniata senza cadere in contrapposizioni, ma alzando il livello dello scontro, il quale troppo spesso liquida tale posizione con un’etichetta o uno slogan.

Mons. Bux ha rintracciato i contenuti della confusione, che affonda le sue radici su equivoci e deformazioni riguardo 3 aspetti della Fede:
1- Chi è Gesù Cristo? È il Figlio di Dio fatto uomo per salvarci dal peccato, sollevandoci da una situazione di male, incarnandosi ha portato la salvezza dentro l’umano. Cominciare a credere in Gesù converte la vita, è perciò fondamentale da parte dei vescovi e dei sacerdoti parlare di Gesù e della salvezza che ci viene offerta nella Verità, invece di trattare temi politici e di attualità, i quali non competono loro. Molti esponenti delle gerarchie non hanno negato apertamente ed esplicitamente tutto ciò (al limite hanno pubblicato libri per un pubblico ristretto di intellettuali), ma c’è una letteratura su Gesù Cristo che ridimensiona portata epocale dell’evento cristiano, equiparandolo ad altri “personaggi religiosi”. Negli ultimi decenni il catechismo è stato distrutto: non c’è più un prontuario di domande e risposte chiare su ciò che c’è da sapere su Dio e la redenzione, su chi è Gesù (per molti bimbi è solo “un amico”).
2- Cosa è e a cosa serve la Chiesa? Per qual motivo Gesù Cristo ha fondato la Chiesa? Per far conoscere sé stesso e il messaggio salvifico a tutta l’umanità, rendendo discepole tutte le nazioni, perché nessun altro salva. Il paganesimo dell’epoca negava l’esclusività salvifica di Cristo: a ben guardare, c’erano moltissime “vie” e “salvatori”, ma solo Gesù è la via e il salvatore. Vorremmo sentir dire che senza Gesù non c’è salvezza, e annunciare ai 4 venti che non c’è altro nome nel quale si possa essere salvati. Solo in Cristo c’è riscatto dal peccato e trovano significato la morte e la sofferenza, attraverso la quale l’uomo salva sé stesso e il mondo. La Chiesa non è un’agenzia ONG che fa da concorrente all’ONU, all’UNESCO o quant’altro. Possibile che Gesù volesse ciò per la sua Chiesa? Questo non fa altro che confermare i lontani nella loro lontananza, perché passa il messaggio che vivono bene, e quindi sono confermati nella loro vita.
3- Qual è la natura della liturgia e del culto divino? I sacramenti si sono ridotti a cerimonie più o meno attraenti, ma così si è snaturato il loro senso. I sacramenti sono essenziali, sono “farmaco salvavita”, mezzi di salvezza: non solo Gesù ha predicato la salvezza, ma ha dato anche i mezzi. Sono amministrati come un patrimonio, che non va sperperato e, come i farmaci, hanno delle controindicazioni (si può commettere sacrilegio fruendone male) e dei modi d’utilizzo. Non sono utilizzabili da chiunque, in qualunque momento e in ogni circostanza. Non si è padroni dei sacramenti: essi appartengono a Dio, e nella liturgia non si può improvvisare. Cambiare la formula del sacramento implica renderlo invalido.

Un ultimo intervento ha riguardato il punto di vista dei relatori sulla Correzione Filiale. Per Valli, essa mette il dito nella piaga, è una iniziativa importante che dà voce e struttura filosofica e teologica alla confusione che vediamo. Sulla stessa linea si muove Bux, affermando che se ci riteniamo cattolici dobbiamo sapere cosa vuol dire essere tali, e dunque è necessario, in questi tempi di confusione, mettersi al lavoro per conoscere i contenuti della propria Fede.

Il prossimo incontro si terrà sabato 7 ottobre alle 17:15, sempre nella chiesa san Carlo Borromeo, e avrà come ospite Massimo Viglione.


Iscrivetevi alla nostra newsletter settimanale, che conterrà una rassegna dei nostri articoli. Utilizzeremo agosto come mese di prova, poi a settembre si parte a regime.

 

15 maggio 2017

«La gloria di Dio è l’uomo vivente»: considerazioni teologiche sulla cultura della vita/02


di Francesco Del Giudice

Col primo articolo di questa rubrica abbiamo iniziato un lungo cammino di approfondimento teologico sulla cultura della vita e la cultura della morte in vista del più grande evento pro-life italiano, la Marcia per la Vita 2017, cercando di capire meglio – pur essendo coscienti dei nostri limiti e difetti – il perché la Chiesa Cattolica fin dalla sua fondazione difenda e promuova la vita dal concepimento fino alla morte naturale. Abbiamo preso avvio dal I Libro della Bibbia, il Genesi, analizzando il giudizio che Dio dà alla creatura che, tra le innumerevoli da lui create, compresi gli Angeli, ha scelto per essere sua gloria; oggi cercheremo di capire meglio cosa ha significato per tutta l'umanità l'Incarnazione di Nostro Signore Gesù Cristo, vale a dire cosa ha comportato l'irrompere reale, storico, fattuale, carnale dell'infinito nel finito creaturale che era stato ferito dal peccato originale. Parliamo oggi dell'Incarnazione perché, nei nostri articoli, abbiamo privilegiato l'andamento cronologico della Storia della Salvezza così come Dio ce l'ha voluta rivelare: le prossime puntate, dedicate tutte al mistero di Cristo e della Chiesa, Suo Mistico Corpo, verteranno pertanto a) sul matrimonio, in quanto Cristo ha voluto istituire il sacramento del matrimonio agli albori della sua predicazione, cioè al momento della sua manifestazione in Cana di Galilea; b) sulla Passione – Morte – Risurrezione – Ascensione al Cielo di Cristo; seguiranno due approfondimenti dedicati alla cultura della morte.

«Nella pienezza del tempo» l'arcangelo Gabriele fu inviato da Dio alla Vergine Maria per chiederle se accettava di essere, per opera dello Spirito Santo, la Madre del Figlio Eterno del Padre: quel 25 marzo in Paradiso non si pensava che a questo in quanto il divino decreto eterno che avrebbe salvato dall'inferno tutta l'umanità, aprendole il cielo serrato a causa del peccato originale, aveva bisogno della libera risposta di una fanciulla di circa 15 anni, residente a Nazareth, uno sperduto villaggio della Galilea. Già l'incipit della narrazione, «nella pienezza del tempo», è foriera di innumerevoli riflessioni ed approfondimenti teologici ed antropologici: basterebbe solo pensare al fatto che l'Incarnazione non è avvenuta né un attimo prima né un attimo dopo, non in un momento casuale ma in un momento di pienezza benché mancasse all'epoca ogni conforto tecnologico che noi riteniamo indispensabile per poter dire di vivere pienamente la nostra vita. Riflettiamo mai sulla gravità e sull'importanza di queste quattro (dicesi 4) parole? Eppure dovremmo farlo perché a partire da quella pienezza del tempo noi abbiamo ricevuto grazia su grazia; per Dio infatti ogni singolo secondo del tempo da lui creato, anche quando non c'erano uomini sulla terra, ha un valore elevatissimo: con l'Incarnazione, rivolta essenzialmente agli uomini (benché abbia riguardato tutta la creazione, compresi gli angeli decaduti che – non dovremmo dimenticarlo mai!!! – sono sottomessi per la loro stessa natura al creatore di tutte le cose), hanno capito definitivamente che non esiste più né il tempo ciclico, tipico delle culture pagane ma anche delle concezioni moderne che osannano l'oroscopo, né il caso (Darwin non sarebbe d'accordo ma peggio per lui) in quanto ogni cosa è stata fatta in vista di Cristo, vero centro e signore della storia.

Nulla è fatto a caso in quanto Dio si prende cura di ciascuno di noi in ogni singolo secondo della nostra vita, compreso il nostro sonno, continuamente quanto misteriosamente. Ma, attenzione, Dio riesce anche a “gerarchizzare” il tempo in quanto vede ogni cosa ricapitolata in Cristo: come infatti ogni cosa è stata fatta/creata per mezzo di Cristo, così ogni cosa torna al Padre per mezzo di Cristo. Ma se Cristo non si fosse incarnato il piano della salvezza sarebbe stato, per così dire, monco: come ha giustamente affermato Sant'Agostino, infatti, non ci sarebbe nessun vantaggio per noi ad essere nati se Cristo non ci avesse redenti. Il semplice affermare che il tempo è, per la sua stessa natura, una dimensione quantitativa su cui prevale tuttavia la dimensione qualitativa ma indipendente dai nostri moderni pareri di valutazione della qualità della vita, ci porta a concludere che agli occhi di Dio, e dunque della Chiesa, un embrione appena creato e poi misteriosamente abortito naturalmente (anche nei casi in cui i genitori non se ne sono accorti) sia identico, tranne che per la mancata ricezione dei sacramenti, ad una persona morta centenaria.

C'è di più. La dignificazione dell'uomo fin dal suo concepimento, infatti, oltre che per le considerazioni fatte in precedenza, passa e dipende dall'Incarnazione di Cristo. Qui è opportuno ricordare un principio già espresso nel I articolo di questa rubrica: la grazia nulla toglie alla natura ma, anzi, la eleva: oltre alle verità rivelate (incomprensibili per sola ragione, sebbene se ne possa assaporare e considerare la loro ragionevolezza) ci sono infatti alcune verità naturali, valide per tutti gli uomini, che però assumono una connotazione diversa, elevata per l'appunto, se viste con gli occhi della fede. Le riflessioni sull'Incarnazione sono moltissime tra cui un aspetto che oggigiorno, in tempi in cui si esalta la determinazione del singolo, non mi sembra venga messo in giusta evidenza: il semplice fatto di aver accettato la libera scelta di una fanciulla, ci fa capire quanto Dio rispetti ed ami l'uomo in quanto ha messo nelle sue mani (anzi: per essere più precisi nelle mani di una donna) la condizione imprescindibile alla redenzione della medesima umanità. Ma c'è di più. Molto di più. E grandissimi Santi prima delle misere parole del sottoscritto si sono posti queste domande che ancora oggi affascinano ogni credente: una fra tutte, cosa ha significato l'Incarnazione? Come anche: cur Deus Homo? Perché Dio si è fatto uomo?

Cos'è l'Incarnazione? Cosa ha comportato il fatto che l'Essere perfettissimo e immenso (perché non dimentichiamolo: Gesù Cristo era-è-sarà sempre il Figlio di Dio, II Persona della Santissima Trinità e dunque Dio come il Padre e lo Spirito Santo: io e il Padre siamo una cosa sola) abbia deciso di entrare nel tempo, nello spazio, nel dolore, ed in ogni aspetto dell'umana vita? Ci fermiamo mai a pensare al fatto che Cristo, assumendo la natura umana, ha assunto ogni singolo aspetto di essa per poterla interamente redimere? Pensiamo mai al fatto che tutto ciò che è stato assunto è stato redento, e che dunque ciò che non sarebbe stato assunto non sarebbe stato redento? Non si tratta di giochi lessicali o di questioni teologiche di lana caprina (come si suol dire, ma erroneamente: disquisire sul sesso degli angeli) bensì di una realtà con cui ciascuno di noi ha a che fare ogni giorno in quanto appartenenti al genere umano: se Cristo infatti non avesse redento l'intera umanità (e quindi anche la natura umana nella sua interezza) avrebbe compiuto un atto imperfetto rendendo vana l'intera Redenzione e non permettendoci di entrare in Paradiso!

L'Incarnazione di Cristo è (stata) un fatto reale, un avvenimento come sottolineato da Mons. Giussani e ribadito Benedetto XVI in diverse occasioni del suo Magistero, talmente reale da aver preso carne e sangue. Sebbene sia un linguaggio a noi poco usuale, è lecito dire che: Iddio si sia fatto embrione; è vissuto nel segreto del seno della Vergine Maria per 9 mesi; è nato (sebbene con un parto miracoloso che ha preservato la Verginità di Maria); ha avuto fame e sete; ha avuto bisogno del cambio dei pannolini come tutti i bambini; ha giocato e riso; ha pianto e sofferto; ha camminato ed è caduto; ha lavorato e pregato; etc. Come accennato sopra, non c'è nulla di propriamente umano che Gesù Cristo non abbia fatto né vissuto giacché, come afferma genialmente San Gregorio Nazianzeno «ciò che non è stato assunto, non è stato guarito».

Il Figlio, Verbo Eterno del Padre, per mezzo dell'Incarnazione per opera dello Spirito Santo, ha assunto la natura umana alla sua persona divina nella sua interezza, fuorché nel peccato(1) per poter ricondurre l'umanità, come anche la creazione, redenta, al Padre per mezzo del sacrificio della croce che ha espiato sia il peccato originale che tutti i peccati degli uomini da Adamo fino alla fine dei tempi. Senza Incarnazione non ci sarebbe stata Resurrezione: senza Presepe non ci sarebbe stato il Golgota(2).

L'Incarnazione non va vista solamente dal punto di vista dell'assunzione della natura umana da parte di Cristo, ma anche dal punto di vista dell'uomo: se Dio nobilita l'umanità, vuol dire che l'umanità guadagna una nuova dignità. Ma in cosa consiste questo mirabile scambio di doni (come recita il Prefazio della Messa della Notte di Natale)? Nel fatto che Gesù Cristo da ricco che era, si fece povero per arricchire noi con la sua povertà (cfr. 2Cor 8,9). E per capire nel miglior modo possibile questo profondo mistero, conviene riportare per intero il Canone 460 del Catechismo della Chiesa Cattolica:

Il Verbo si è fatto carne perché diventassimo «partecipi della natura divina» (2 Pt 1,4): «Infatti, questo è il motivo per cui il Verbo si è fatto uomo, e il Figlio di Dio, Figlio dell'uomo: perché l'uomo, entrando in comunione con il Verbo e ricevendo così la filiazione divina, diventasse figlio di Dio»3. «Infatti il Figlio di Dio si è fatto uomo per farci Dio»4. «Unigenitus [...] Dei Filius, Suae divinitatis volens nos esse participes, naturam nostram assumpsit, ut homines deos faceret factus homo – L'unigenito [...] Figlio di Dio, volendo che noi fossimo partecipi della sua divinità, assunse la nostra natura, affinché, fatto uomo, facesse gli uomini dei»(5).

Dal momento che Dio si è incarnato, ogni cosa propriamente umana è stata elevata ancor di più del già essere stata creata ad immagine e somiglianza di Dio: è stato nobilitato il suo corpo e la sua ragione ma non dobbiamo avere paura di dire che sono state nobilitate anche le sue feci come anche il suo seme in quanto, non smetteremo mai di ripeterlo, tutto ciò che non fosse stato assunto non sarebbe stato redento. Cristo dunque ha redento, nobilitandolo, il riso(6) e la tristezza, la gioia ed il dolore, il mangiare ed il bere, il dormire e il camminare, l'essere embrione come l'essere cadavere(7), l'avere una famiglia ed il lavoro, il giocare ed il predicare, e così via.

Benché feriti dal peccato, siamo dunque nobili. E lo siamo, per così dire, per diritto e per conquista: per diritto in quanto Dio non ha mai ritirato la sua benedizione dall'uomo; per conquista perché Cristo ci ha comprati a caro prezzo. L'Incarnazione, primo atto della Redenzione, mette insieme queste due caratteristiche che noi dovremmo sempre cercare di comprendere quanto più possibile ricordandoci inoltre che noi siamo dei anche perché, se viviamo in grazia, inabita in noi la Santissima Trinità: non rattristiamo dunque lo Spirito Santo che è in noi e ringraziamo continuamente Dio per la sua infinita misericordia giacché quando eravamo ancora peccatori ha chiesto alla Vergine di essere Madre del Verbo Incarnato.

Guardiamo a Maria, «umile ed alta più che creatura», per poter contemplare, come ha fatto Lei stessa durante tutta la vita di Cristo, la profondità e la grandezza del mistero della natura umana che il Figlio ha unito alla sua Persona per mezzo dell'Incarnazione.

https://labaionetta.blogspot.it/2017/05/lettera-dal-fronte-la-gloria-di-dio.html

1- È bene ricordare, in questi tempi in cui dilagano espressioni semi-ariane, che Cristo ha 2 Nature, l'umana e la divina, distinte ma non confuse tra loro, unite indissolubilmente per l'Incarnazione (unione ipostatica: stesso discorso vale per le volontà) nell'unica Persona Divina di Cristo: per questo egli è vero uomo e vero Dio. Anticipando il prossimo articolo, conviene notare che l'unione ipostatica non si è conclusa con la Redenzione ma perdura tutt'oggi: dopo la Resurrezione infatti Cristo non ha abbandonato il suo corpo, ma l'ha riavuto/ripreso già glorificato (cosa che per gli uomini di tutti i tempi avverrà nell'ultimo giorno, al momento della sua seconda venuta. Notiamo inoltre che il corpo risorto di Cristo è il suo vero corpo, come afferma la liturgia pasquale, ed è si glorioso (può non usare le porte per entrare in una stanza, scompare e riappare, etc) ma è altresì un vero e proprio corpo tant'è che Cristo dopo la Resurrezione ha avuto fame ( scegliendo anche cosa-dove-con chi mangiare mostrando anche gusto ed appetito: Gesù stesso ad esempio prepara da mangiare per se e per i discepoli, segno anche carnale di fame), ha camminato con i discepoli di Emmaus e gli Apostoli che lo hanno potuto toccare, etc.
2- In molte rappresentazioni presepiali, come anche in diversi dipinti sulla Natività o la Santa Famiglia, sono presenti elementi che rimandano alla Passione, a volte addirittura delle croci. La cosa, che a prima vista potrebbe essere erronea, è invece una verità di fede profonda: Cristo, in quanto Dio, sapeva benissimo fin dall'Incarnazione che avrebbe patito il supplizio della Croce. Sant'Alfonso Maria dÈ Liguori ha mirabilmente espresso questa verità nell'ultima, come anche sconosciuta oggigiorno, strofa del Tu scendi dalle Stelle: «Tu dormi o Ninno mio, ma intanto il Core / Non dorme no, ma veglia tutte l'ore: / Deh mio bello e puro Agnello, / A che pensi dimmi Tu? / O Ammore immenso, / “A morire per te”, rispondi, io penso».
La moderna cristologia, meglio conosciuta con il nome di cristologia dal basso, invero, propone una lettura antitetica a quanto da noi affermato poc'anzi in ossequio al Magistero bi millenario della Chiesa: in poche parole, per questa teoria ampiamente diffusa e propagandata persino nei seminari pontifici, Gesù non sapeva di essere Dio e ciò che noi leggiamo nei Vangeli sono una (ri)lettura post-pasquale della vita di Gesù, periodo in cui egli prende sempre più coscienza del suo essere Dio.
3- Sant'Ireneo di Lione, Adversus haereses, 3, 19, 1: SC 211, 374 (PG 7, 939).
4- Sant'Atanasio di Alessandria, De Incarnatione, 54, 3: SC 199, 458 (PG 25, 192).
5- San Tommaso d'Aquino, Officium de festo corporis Christi, Ad Matutinas, In primo Nocturno, Lectio 1: Opera omnia, v. 29 (Parigi 1876) p. 336.
6- È molto interessante notare come per i santi, l'allegria è sinonimo di beatitudine: San Giovanni Bosco spiegava ai suoi giovani che «noi facciamo consistere la santità nello stare sempre allegri»; San Tommaso d'Aquino ha scritto sull'eutrapelia, vale a dire la buona allegria, ed è noto il titolo di un'opera di Chesterton, la cui Causa di Canonizzazione è in corso, La serietà non è una virtù.
7- Ci sia permessa questa terminologia molto semplice.
 

20 aprile 2017

Il senso della vita e la deriva eutanasica attuale


di Roberto De Albentiis

Non sono bastate le polemiche sul suicidio assistito di Dj Fabo, aiutato dai soliti necrofori radicali, o su quelle del sedicenne ligure sorpreso con della droga in casa, ma oggi ancora si dà notizia di un altro suicidio di un malato di SLA, Davide, aiutato anche stavolta dai radicali ; a tutto ciò aggiungiamo il titolo di “Repubblica” sui malati cronici come un “peso per lo Stato” e, di contro, il silenzio su una notizia: un bambino inglese malato, Charlie, ucciso per sentenza contro il volere dei genitori, sulla falsariga di quello che sarebbe successo ad un’altra bambina francese.

Credete che tutto ciò sia casuale? Credete che sia un caso l’enfasi posta su queste notizie, proprio mentre si discute in parlamento delle famose DAT, e tra l’altro mente lo stesso governo decide di tagliare i fondi agli studenti disabili e alle loro famiglie? (ma per la MinistrA Fedeli il problema è se la chiamano al femminile, non che i piccoli disabili e le loro famiglie rimangano senza aiuti) Credete che dietro l’eutanasia ci siano concetti come “libertà” o perfino “amore”? No, ci sono solo soldi: i malati costano, meglio sopprimerli, anzi, meglio spingerli a chiedere loro stessi la soppressione. E c’è soprattutto dietro una cultura mortifera, una cultura, come quella radicale, che affonda le sue radici nel liberalismo e nel libertarismo, che lotta per l’affermazione di contraccezione, aborto, divorzio e convivenze, droga libera, eutanasia, ovvero la contrarietà esatta della vita. Una cultura che ha appoggi, anche internazionali, potentissimi, e che pur con percentuali infinitesimali condiziona e domina, attraverso il sapiente uso dei media, l’opinione pubblica.

Per i radicali, per il “partito radicale di massa” di cui parlava Augusto Del Noce, per “Repubblica” e Saviano, i malati sono un “peso”; e poi, si passerà ai bambini malati, poi tout court agli anziani, e poi? Perché una volta inclinato il piano, poi non ci si può fermare, perché dopo ogni richiesta perversa ne arriva una ancora più malvagia e perversa. Per tutta questa gente, quindi, i milioni di malati cronici (i “pesi per le casse dello Stato”) e i milioni di anziani sono “indegni di vivere”? Nella Germania nazista venivano usate queste stesse argomentazioni per terminare i disabili e i malati, eppure se a questa gente glielo ricordiamo misteriosamente si offendono e si indignano: sono diversi e superiori ai nazisti cattivi, loro!

Questa cultura della morte, del disvalore e dello scarto della vita, che rende la vita degna solamente se si è belli e ricchi, se si produce e si ha una grande dotazione di soldi, dell’hic et nunc, rovina tutti, tanto i malati e gli anziani, che si sentono indesiderati e inutili, quanto i giovani, che aderiscono sempre più a questo falso mito. Ma che società di produrrebbe così? Una società di individualisti ed egoisti, che ritiene giusto abbandonare e far morire i genitori e i nonni per i propri figli (se ne avrà, cosa che, con contraccezione, aborto e disvalore del matrimonio, non è scontata. Ma poi questi figli non seguiranno l’esempio dei padri?), una società che non scommette più sul futuro, che si gode un immenso presente, un presente, però, che ha bisogno di soldi, tanti soldi, e che non esita a uccidere per averli.

Ma che senso ha, del resto, la vita, e anche la malattia, se tutto finisce nella tomba, se la vita va goduta immediatamente, se l’unica ragione di vita diviene lo spinello e l’unico dovere civile il morire? Bene, questo è il tempo della Passione e della Resurrezione: solo Dio, solo Cristo danno senso alla vita. Può non piacere, può essere indelicato per le orecchie “inclusive” e “mentalmente aperte”, ma è così: e non si tratta dell’insegnamento di un Dio astratto e lontano, massonico e deista, ma di un Dio che si è incarnato, che ha conosciuto la sofferenza e la morte, e che solo Lui sa dare senso alla vita. Tolto Dio dalle nostre vite, tanto pubbliche quanto private, che cosa abbiamo ottenuto, negli ultimi secoli e negli ultimi decenni e anni con una velocità spaventosa, se non infelicità, orrore, solitudine? E allora, se non si crede più in niente e nessuno, ha senso la cupio dissolvi, l’idolatria della morte, in cui è precipitato l’Occidente.

Solo Cristo, morto e risorto, dà senso alla malattia, alla sofferenza, all’anzianità, alla morte; e solo con Lui hanno senso gli auguri pasquali, gli auguri di una vita che non finirà mai, e di una sofferenza e di una morte che non hanno l’ultima parola, e men che meno sono diritti cui aspirare o doveri da imporre! E allora, augurando buona Pasqua e spronando a combattere sempre più contro la cultura liberale della morte, voglio citare, a proposito della vita e dell’amore, l’amore cristiano vero, due grandi personalità ecclesiali francesi del secolo scorso, Monsignor Marcel Lefebvre e Santa Teresa di Lisieux.

“Quando predicherete sull’Eucarestia state attenti a non considerarla unicamente sotto l’aspetto della refezione spirituale, del cibo spirituale: è vero, non è inesatto, ma è incompleto, non è sufficiente, manca qualcosa: bisogna assolutamente aggiungervi l’aspetto dell’oblazione, come vittima, che fa di noi delle vittime unite alla Vittima, che è Nostro Signore Gesù Cristo Stesso: è tutto lo spirito del cristianesimo, è ciò che realizza la civilizzazione cristiana! Quante persone soffrono! Qual è il cristiano che non ha delle prove? Ebbene, il cristiano che soffre ed offre le sue prove in unione con Nostro Signore Gesù Cristo, mediante la pazienza e l’oblio di sè, considera queste prove come una partecipazione alla Croce di Nostro Signore Gesù Cristo, alla Sua Passione. In modo, direi naturale, i fedeli ci pensano, perchè se capiscono bene il Santo Sacrificio acquisiscono questo spirito di vittima, di sacrificio, di martirio, per la gloria di Dio e la salvezza delle loro anime.” (predica ai seminaristi tratta da “Econe, porte aperte”)

“Essere tua sposa, o Gesù, essere carmelitana, essere per mezzo della mia unione con te la madre delle anime, questo dovrebbe bastarmi… non è così… Certo questi tre privilegi sono proprio la mia vocazione, Carmelitana, Sposa e Madre, tuttavia sento in me altre vocazioni, mi sento la vocazione di GUERRIERO, di SACERDOTE, di APOSTOLO, di DOTTORE, di MARTIRE; infine sento il bisogno, il desiderio di compiere per te, Gesù, tutte le opere più eroiche… Sento nella mia anima il coraggio di un Crociato, di uno Zuavo Pontificio, vorrei morire su un campo di battaglia per la difesa della Chiesa..
(…)
Considerando il corpo mistico della Chiesa, non mi ero riconosciuta in nessuna delle membra descritte da S. Paolo, o piuttosto volevo riconoscermi in tutte… La Carità mi diede la chiave della mia vocazione. Compresi che la Chiesa aveva un corpo, composto da diverse membra, il più necessario, il più nobile di tutte non le mancava, compresi che la Chiesa aveva un Cuore, e che questo Cuore era ARDENTE d’AMORE. Compresi che l’Amore soltanto faceva agire le membra della Chiesa, che se l’Amore venisse a spegnersi, gli Apostoli non annuncerebbero più il Vangelo, i Martiri rifiuterebbero di versare il loro sangue… Compresi che l’AMORE RACCHIUDEVA TUTTE LE VOCAZIONI, CHE L’AMORE ERA TUTTO, CHE ESSO ABBRACCIAVA TUTTI I TEMPI E TUTTI I LUOGHI… IN UNA PAROLA CHE ESSO È ETERNO!:..
Allora nell’eccesso della mia gioia delirante, ho esclamato: O Gesù, Amore mio… la mia Vocazione, finalmente l’ho trovata, LA MIA VOCAZIONE È L’AMORE!…
Sì ho trovato il mio posto nella Chiesa e questo posto, o mio Dio, sei tu che me l’hai dato… nel Cuore della Chiesa, mia Madre, sarò l’Amore… così sarò tutto… così il mio sogno sarà realizzato!!!..” (tratto da “Storia di un’anima”)

Buona Pasqua di vita e resurrezione, e non lasciatevi mai fregare dai mercanti e predicatori di morte, perché la morte viene solo dal diavolo, e non ha l’ultima parola!

“Cristo è risorto dai morti, e con la Sua morte ha calpestato la morte e ha ridato la vita a coloro che giacevano nei sepolcri” (tropario pasquale della liturgia bizantina)

http://www.motoretrogrado.it/2017/04/18/il-senso-della-vita-e-la-deriva-eutanasica-attuale/

 

20 dicembre 2016

Trattato sulla "tolleranza"


di Roberto De Albentiis

Molti pensano che il cristianesimo sia la religione “del dialogo” e “della tolleranza”; bene, mi dispiace, ma non è così, il cristianesimo è la religione dell’annuncio che Nostro Signore Gesù Cristo è Dio e Re (non molto relativista, invero, se diceva di essere, e nemmeno “una” ma “la”, “Via, Verità e Vita”), e, soprattutto, è la religione dell’Amore, dell’Amore sacrificale che porta alla Croce, non della melassa sentimentalista e buonista con cui viene oggi scambiato l’amore o della finta tolleranza di derivazione illuministica, nata anzi contro il cristianesimo. Prima lo si capisce, prima finiranno molti equivoci.

Oggi, quando si vuole tappare la bocca a qualcuno per le sue idee scomode (in grande maggioranza cristiane, certo, ma non solo), lo si accusa di essere “intollerante”: si badi bene, non si scende mai nel merito delle affermazioni, giuste o sbagliate che siano, ma si dice che sono “intolleranti”; non si dice che siano vere o false, ma si dice che “non possono essere dette”. Esempi di censure democratiche e politically correct ne abbiamo sotto gli occhi ogni giorno di più: censure “anti-razziste” (con l’effetto di far aumentare la vera xenofobia!), “anti-omofobia” (con l’effetto, anche qui, di far aumentare il fastidio delle persone nei confronti degli omosessuali!), anti-negazioniste (contro la negazione di un ben preciso genocidio, ma solo di quello, e non certo di altri), e chi ne ha più ne metta.

Il mondo moderno è così alieno dal concetto di verità, di qualsiasi verità, che, in nome della tolleranza, non può fare altro che censurare l’interlocutore, perché non in grado di controbattere efficacemente; e si ha così il caso di un pensiero debole, quello liberale moderno, che spinge verso la debolezza e l’appiattimento tutti gli altri pensieri.

Uno dei bersagli preferiti è il pensiero cristiano che, frutto dell’incontro tra l’antica sapienza ebraica, la filosofia greca e il diritto romano, è un osso fin troppo duro da addentare e digerire e, visti gli insuccessi delle persecuzioni aperte, si prova a svuotarlo di significato: ecco quindi che, per mettere in cattiva luce l’interlocutore cristiano, per tappargli la bocca, lo si accusa di essere incoerente, di essere non “tollerante”, come predicherebbe la sua religione. Ma è così?

Certamente quella cristiana è la religione dell’Amore, ma dell’Amore fondato sul Logos (“E il Verbo si fece carne”; il Verbo, prima di tutto, non l’Amore, per quanto Verbo e Amore coesistano), e che dimostra tale solido amore proprio con l’Incarnazione e con la morte in Croce di Cristo; altro che obamiano e arco balenato “love is love”! L’amore mondano nulla ha a che vedere con quello autenticamente cristiano, essendone una mera e vuota parodia; del resto, quanti degli arcobalenati e degli assertori di tale amore sarebbe disposto a sacrificare sé stesso per le sue idee? Piuttosto, si sacrifichino gli altri, in nome della “tolleranza” e dei “diritti umani”!

L’amore cristiano è tollerante? No. O meglio: è tollerante verso la persona, soprattutto se peccatrice (ma chi non lo è?), perché sa che la persona umana, per l’antica colpa di Adamo ed Eva, è peccatrice, debole, fragile, e senza la grazia divina e il proprio impegno personale, nulla può fare di buono; ma non è affatto tollerante verso gli errori e il peccato, no, mai. Del resto, la tolleranza è un fenomeno di invenzione illuminista, nato proprio contro il cristianesimo, e in specie il cattolicesimo: non si scordi che Locke e Voltaire erano fanatici anticattolici, e quando invocavano la tolleranza era solo per dare addosso all’”infame”, cioè alla Chiesa, loro mortale nemica.

Ma poi, che intollerante questo Gesù, che si definisce Dio e Figlio di Dio, che intollerante quando scaccia i mercanti dal Tempio, o che intollerante quando dice che senza di Lui non possiamo fare niente: non poco o male, NIENTE! O che intolleranti gli Apostoli, come San Paolo, che dicevano che i peccatori impenitenti non avrebbero ereditato il Regno dei Cieli, che chi si comunicava indegnamente avrebbe mangiato la propria condanna, o che non solo non bisogna partecipare alle opere delle tenebre, ma addirittura denunciarle! O che intolleranti i primi cristiani, che pur di non partecipare ai sacrifici pagani o anche solo ai giochi gladiatori, subirono cruente persecuzioni!

Il mondo moderno non riconosce la verità e i suoi diritti, che soli dovrebbero avere spazio, e per questo la combatte strenuamente: soprattutto ai giovani insegna ad essere “tolleranti”, di una tolleranza che non fa prendere posizione davanti al bene o al male (che anzi sono sempre più equiparati, con l’esito finale di far trionfare il male sul bene), che rende schiavi dei propri vizi (che vanno non combattuti, ma, appunto, tollerati), che non spinge a grandi gesti e decisioni, ma fa rimanere nelle proprie situazioni.

Vorrei finire con una frase di uno dei più grandi filosofi e teologi del secolo scorso, Reginald Garrigou-Lagrange, che affermava a ragione che “La Chiesa è intransigente sui principi, perché crede, ma è tollerante nella pratica, perché ama. I nemici della Chiesa sono invece tolleranti sui principi, perché non credono, ma intransigenti nella pratica, perché non amano. La Chiesa assolve i peccatori, i nemici della Chiesa assolvono i peccati.” Volete un facile esempio? Pensate al sesso (non me ne si faccia una colpa, il mondo di oggi gronda sesso da ogni poro, ascoltare un’opinione diversa non ucciderà nessuno!). Oggi il mondo propone sesso in tutte le salse, oggi si ha quasi dignità solamente se si è consumatori sessuali, se si incanalano tutte le proprie energie in tali attività, che peraltro con una normale e sana sessualità nulla hanno a che vedere; ma cosa succede se non ci si interessa a queste proposte, se anzi si propongono o si riscoprono vere alternative, come un fidanzamento serio, la dominanza di sé, il matrimonio? Dal mondo “aperto” e “tollerante”, che tutto permette perché dice di volerti bene, si viene ostracizzati e ridicolizzati. La Chiesa propone una ben precisa e, sì, esigente sessualità, ma se per qualsiasi motivo si cade e ci si pente, è pronta a perdonare e dimenticare. Chi è che mostra vero amore e versa comprensione? E questo esempio è applicabile a tutte le realtà possibili.

Termino con uno strano appello: siate san(t)amente intolleranti, intolleranti alle vere e proprie imposture ideologiche, filosofiche ed esistenziali che vi propinano, siate intolleranti con chi vi prende per deficienti, incapaci di gesti eroici o forti, siate intolleranti con le idee false ed errate. E siate amorevoli, e forti, come amorevole e forte era Gesù Cristo, che tutto era tranne che un mollaccione o un finto buonista, ma era insieme forza poderosa e amore infinito.


 

16 settembre 2016

Dalla cultura alla fede


Amicizia San Benedetto Brixia

“Come rassicura lui stesso dal pulpito, durante la Messa in Duomo per la Natività di Maria (8 settembre), il card. Angelo Scola non intende neppure quest’anno scrivere una nuova lettera pastorale. Offre solo uno spunto pratico, che è l’indicazione a mettere al primo posto, sia per le parrocchie che per il mondo associativo cattolico, il dovere di “crescere nella dimensione culturale della fede (…) per proporre con gioia a tutte le donne e a tutti gli uomini della nostra società plurale che Cristo Risorto, Verità vivente e personale, non cessa di venire incontro ad ogni uomo”.” (link)

Noi lodiamo l’iniziativa del primate ambrosiano: meno carta, meno parole, più sostanza e dedizione. Ma soprattutto ci troviamo in profonda sintonia con tale pensiero e per questo decidiamo di rilanciarlo dalla nostra pagina: la dimensione culturale della fede per noi è davvero importante ed è stata il trampolino di lancio della nostra Associazione.
In realtà l’uso di questi termini - cultura e fede - nel nostro dizionario e in quello del Prelato non è in tutto il medesimo, ma neppure è del tutto eterogeneo. In fondo il Cardinale parla un lessico moderno, mentre noi cerchiamo di riattualizzare la Tradizione liturgico-spirituale scavando appositamente nella teologia classica. Rimane il punto fondamentale: mons. Scola esorta a valorizzare lo spessore culturale della fede e noi, nelle nostre analisi, continuamente ritorniamo alla cultura, al senso comune, all’antropologia comune, per ricavarne indicazioni utili a ricomprendere e riattuare prassi di fede ingiustamente ed ingenerosamente dimenticate e destituite di merito.
E’ un esercizio fecondo, che mette d’accordo soprattutto i fedeli comuni, digiuni di teologie elucubranti. Ci auguriamo che molti vogliano percorrere come noi tale strada, i cui frutti non tardano a manifestarsi per chi la pratichi.

 

30 marzo 2016

Prendere sul serio la Croce di Cristo



di Marco Mancini
La domenica di Pasqua Canale5 ha trasmesso in prima serata The Passion of the Christ, il discusso film di Mel Gibson sulla passione e la morte di Gesù: è necessario chiedersi il motivo per cui tale pellicola continua ancora a impressionare gli spettatori, come mi hanno confermato amici e conoscenti che ne hanno descritto la visione come sconvolgente, tale da far loro addirittura riconsiderare il proprio rapporto con la fede.

Cosa c’è di tanto speciale nel film di Gibson? La risposta è semplice: c’è una Passione raffigurata in tutta la sua crudeltà e la sua concreta “materialità”, di cui spesso tendiamo a dimenticarci o che, comunque, tendiamo a dare per scontata. Noi tutti, che abbiamo assorbito il cattolicesimo con il latte delle nostre madri, che siamo cattolici “sociologicamente” prima ancora che nella professione di fede, spesso non riusciamo ad avere fino in fondo la consapevolezza della vicenda storica della Passione e della Resurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo, tanto siamo abituati a sentirne parlare fin da bambini quasi fosse una “favola” per l’infanzia, o un racconto mitologico.

“The Passion of the Christ” ha ricordato a molti, anche in maniera brutale, che dietro il mistero della nostra Redenzione c’è un Sacrificio che non rimane sulla carta, che non è frutto di elucubrazioni teologiche o oggetto di teorizzazioni filantropiche, ma che è fatto di carne e sangue. È San Giovanni, non a caso testimone della crocifissione, a ricordarci nella sua prima lettera che Cristo è venuto “non con acqua soltanto, ma con l’acqua e con il sangue” (1Gv 5,6). Senza l’esperienza della Croce, ha scritto Benedetto XVI, “quel che resta del cristianesimo è «acqua» - la parola senza la corporeità di Gesù perde la sua forza. Il cristianesimo diventa puro moralismo e questione di intelletto, ma gli mancano la carne e il sangue” (J. Ratzinger, Gesù di Nazaret, Rizzoli, 2007, p. 284).

Questo è lo scandaloso “materialismo” cristiano: bisognerebbe spiegarlo, ad esempio, al “filosofo” Galimberti, che dall’alto della sua abissale ignoranza ha accusato di incoerenza i cattolici che difendono la famiglia naturale e la natura procreativa del matrimonio, dal momento che – a suo giudizio – essi dovrebbero avere una visione “spirituale” e non “materialista”. Il Cristianesimo si distingue da tutte le altre fedi perché non è semplicemente una dottrina religiosa, o un insieme di precetti morali: esso è un fatto, che pretende di collocarsi all’interno della storia umana. Per citare il compianto Cardinale Giacomo Biffi, “il Cristianesimo è un fatto. E i fatti non si scelgono, i fatti sono”. L’atto di fede del cristiano, e del cattolico in particolare, si gioca anzitutto sulla credibilità storica di quanto raccontato dai Vangeli, dalla nascita di Gesù alla sua resurrezione.

La storicità del sacrificio salvifico di Cristo, del resto, non impedisce di coglierne la portata metafisica, cosmica e, per così dire, simbolica. René Guénon scriveva, nell’introduzione alla sua opera “Il simbolismo della croce”, che “si è troppo indotti a pensare che l'ammissione di un senso simbolico implichi l'esclusione del senso letterale o storico”: è senz’altro possibile sottoscrivere questa considerazione, facendo però i dovuti distinguo. Se per Guénon il fatto storico non è altro che il corrispondente simbolico, nell’ordine inferiore, di un principio superiore e metafisico, nell’ottica cattolica esso ne rappresenta invece la realizzazione, il pieno compimento. Non colgono dunque nel segno, risultando anzi risibili, tutti gli argomenti che vorrebbero ridurre i dogmi della fede cristiana a pallide imitazioni di altri culti ad essa precedenti o contemporanei, dalla religione egizia al mitraismo. Non c’è da stupirsi che elementi “archetipici” fondamentali della storia delle religioni (il problema dell’espiazione, la nascita verginale della figura messianica, il ciclo cosmico vita-morte-rinascita) ricorrano nell’epoca che precede la nascita di Cristo: ciò che conta è che tutto ciò trovi un compimento reale, concreto e storicamente documentato nella vicenda terrena del Dio incarnato in Gesù, che presenta peraltro notevoli elementi di originalità.

Si può dunque comprendere il fascino che il Cristianesimo nascente esercitò su una parte del mondo romano, da tempo ammaliato dalle suggestioni dei culti misterici orientali, fondati proprio sul ciclo vita-morte-rinascita e sulla “liberazione” offerta agli adepti dal rito iniziatico. A tale riguardo, è bene specificare che, con buona pace di una certa vulgata di stampo pauperistico, il Cristianesimo si diffuse anzitutto nelle classi agiate, tra l’aristocrazia di rango senatorio e anche negli ambienti della corte imperiale (vedi, tra le altre, l’opera di Marta Sordi “I cristiani e l’Impero Romano”). Cristo crocifisso, definito da San Paolo “scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani”, era pur tuttavia il Dio-uomo in cui quel ciclo cosmico aveva trovato la sua realizzazione, non solo simbolica ma concretissima. E ai suoi “adepti” era dato addirittura di cibarsi del suo Corpo e del suo Sangue, realmente presenti sotto le specie eucaristiche e offerti in sacrificio sulla Croce per la redenzione del genere umano.

Questo è, infatti, il significato principale della Passione di Cristo. L’umanità ha da sempre riconosciuto la necessità di purificarsi dal male, di espiare i propri peccati e reintegrare il mondo nella sua purezza originaria. Nella storia delle religioni è stato tradizionalmente utilizzato lo strumento del “sacrificio vicario”: animale, persino umano. Nell’Ebraismo antico, ad esempio, nel giorno dello Yom Kippur il coperchio dell’Arca dell’Alleanza veniva asperso con il sangue di un giovenco immolato in sacrificio di espiazione. Secondo le parole di Joseph Raztinger, “l’idea di fondo è che il sangue del sacrificio, nel quale sono stati assorbiti tutti i peccati degli uomini, toccando la divinità stessa viene purificato e così, mediante il contatto con Dio, anche gli uomini rappresentati da questo sangue vengono resi mondi”. Si tratta di un pensiero, prosegue Ratzinger, “che nella sua grandezza e, insieme, nella sua insufficienza è commovente, un pensiero che non poteva rimanere l’ultima parola della storia delle religioni”. L’ultima parola, infatti, è Cristo, che pone termine all’età dei sacrifici trasformando se stesso in sacrificio unico e definitivo di espiazione, “per mezzo della fede, nel suo sangue, a manifestazione della sua giustizia per la remissione dei peccati” (Rm, 3,25), secondo quanto predetto da Isaia attraverso la figura del “servo sofferente” (Is 53). Egli è l’Agnello di Dio, che prende su di sé (tollit) i peccati del mondo e si immola per la redenzione di tutto il genere umano. “In Lui Dio e uomo, Dio e il mondo sono in contatto. In Lui si realizza ciò che il rito del giorno dell’Espiazione intendeva esprimere: nella donazione di sé sulla croce, Gesù depone, per così dire, tutto il peccato del mondo nell’amore di Dio e lo scioglie in esso. Accostarsi alla croce, entrare in comunione con Cristo significa entrare nell’ambito della trasformazione e dell’espiazione”.
Quanti di noi percepiscono fino in fondo questo grande mistero? Quanti intendono realmente che nella Santa Messa l’unico sacrificio di Cristo si rinnova in maniera incruenta? Quanti hanno la consapevolezza di trovarsi sotto il Calvario, ogni volta che assistono alla consacrazione delle specie eucaristiche? Più semplicemente, quanti pensano davvero alla Croce di Cristo come a un evento storico che ci interpella qui ed ora e non può lasciarci indifferenti, e non a uno dei tanti simboli religiosi da ostentare o nascondere a seconda delle circostanze? Ben venga, allora, la Passione di Mel Gibson, se serve a scuotere le nostre coscienze e a darci la consapevolezza che, come recita l’Apocalisse e come il Crocifisso del regista australiano confida alla Madre lungo la sua ascesa al Golgota, Egli ha fatto nuove tutte le cose.


 

13 novembre 2015

L’anticristianesimo in mostra


di Giuliano Guzzo

Niente visita alla mostra «Bellezza Divina» in corso a Palazzo Strozzi, a Firenze, per i bambini della scuola elementare Matteotti, importante presidio alle porte del centro: è per venire incontro alla sensibilità delle famiglie non cattoliche dato il tema religioso della mostra, fanno sapere dal consiglio interclasse con cui è stata presa la decisione. Intanto a Lucca, dal 21 novembre prossimo, prenderà il via una mostra fotografica Photolux con esposto anche Andres Serrano, autore di «Piss Christ» («Cristo di piscio», letteralmente), una fotografia del 1987 che mostra un Crocifisso immerso nell’urina: ma di scuole che abbiano escluso di voler visitare questa seconda mostra – che pare abbia persino il patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e il Turismo, oltre che del Comune di Lucca e della Provincia – al momento non si ha notizia.

Sono i piccoli ed enormi paradossi di questo tempo apparentemente dominato da variopinto pluralismo ma in realtà estremamente coordinato, persino conformista, quando si tratta di esibire ostilità al Cristianesimo. Come si spiega il fenomeno? Certamente gli errori – gli orrori, in alcuni casi – di alcuni uomini di Chiesa possono aver generato in molti ostilità verso la religione cristiana. Ma l’atteggiamento ben più benevolo che il mondo della cultura – lo stesso che non fa mistero del proprio anticristianesimo – per esempio riserva generalmente al comunismo, dei cui orrori non si è mai parlato abbastanza a dispetto delle decine di milioni di vittime innocenti, conferma come il problema sia di altra natura e che le colpe che si rimproverano ai cristiani, più che altro, siano pretesti dietro ai quali serpeggia altro.
Su cosa esattamente sia questo “altro” si potrebbero scrivere libri, ma voglio azzardare un’ipotesi per spiegare contemporaneamente l’ostilità laica, per così dire, al Cristianesimo e lo scarso attaccamento di cui non di rado gli stessi cristiani, in nome del Dialogo – divinità nuova ma sostenuta da devozione fervente -, danno prova rispetto al proprio Simbolo. L’ipotesi, in sé semplice, è che ancora oggi ci si vergogna di Gesù Cristo. Così come duemila anni fa venne preso a bastonate e sputi oggi la Sua immagine viene vilipesa, e come allora i suoi, a partire da Pietro, si vergognarono di Lui lasciandolo solo oggi è più facile incontrare battezzati inclini a spiegare quanto siano belli amore e perdono, o persino a sconsigliare mostre dal sapore cristiano, piuttosto che pronti a ripetere senza esitazione chi sia, Lui solo, «la Via, la Verità e la Vita».
Se siamo insomma al punto in cui siamo, con l’anticristianesimo dentro e fuori le mostre, non è per un deficit di cultura democratica o per una sovrabbondanza di egoismo; né c’entrano la scarsa conoscenza della Costituzione o il tramonto delle buone maniere. Il guaio è difatti più serio e deriva dal fatto che l’uomo – dalla Giudea all’Unione Europea – in fondo non è poi così cambiato. C’è sempre una immensa difficoltà a fare i conti con Gesù perché Costui non è entità astratta e non può essere liquidato come questione filosofica, essendo stato un uomo convinto di essere il Figlio di Dio; non ha detto “amico”, “simpatizzante”, “emissario”, no: ha preteso di essere proprio il Figlio di Dio. E il fatto che per questo abbia accettato una morte orrenda mentre invece l’uomo non riesce ad accettare neppure una vita agiata senza sperimentare tormenti, disturba. Lasciando intatta la stessa domanda di allora: «Quid est veritas?».

http://giulianoguzzo.com/2015/11/13/lanticristianesimo-in-mostra/

 

18 luglio 2015

Tolkien: il segreto per un matrimonio felice


Articolo tratto dal sito www.catholicgentleman.net

traduzione a cura di Sonia Ritondale

J.R.R. Tolkien era un romantico. Quando incontrò la sua futura moglie, Edith, all’età di 16 anni, s’innamorò all’istante e iniziò immediatamente un corteggiamento informale, invitandola regolarmente nelle sale da tè locali. Quando il sacerdote che gli faceva da tutore scoprì la sua storia d’amore, tuttavia, gli proibì di avere contatti con Edith sino all’età di 21anni, per non farlo distogliere dai suoi studi. Tolkien seppur a malincuore obbedì. Per 5 lunghi anni, attese l’unica donna certo che fosse la sua anima gemella. La sera del suo 21 compleanno, scrisse una lettera a Edith, dichiarandole il suo amore e chiedendola in sposa. Una settimana dopo, erano fidanzati in attesa del matrimonio. Durante la sua vita, Tolkien scrisse poesie d’amore alla moglie, e nelle sue lettere agli amici, scrive di lei in maniera brillante. Ma forse il famoso e intramontabile contributo alla sua amata sposa fu l’intrecciare la sua storia d’amore con la mitologia del Middle Earth nella storia di Beren e Luthien. Fu difficile trovare un contributo più commovente. Scrisse al figlio, Christopher:

"Non l’ho mai chiamata Edith Luthien – ma ella fu la fonte della storia che a quel tempo divenne la parte principale del Silmarillion. Fu all’inizio pensata in una piccola foresta, una radura traboccante di cicuta a Roos nello Yorkshire (dove fui per un breve periodo al comando di un avamposto di Humber Garrison nel 1917, e lei poté vivere con me per un pò). In quei giorni i suoi capelli color corvino, la sua carnagione chiara, i suoi occhi più brillanti come non li avevo visti mai, e così lei poteva cantare – e ballare."

Neppure dopo la morte, Tolkien avrebbe lasciato la sua Edith. Fu seppellito accanto a lei e sotto un’unica lapide erano scritti i nomi di Beren e Luthien. Per usare una frase popolare, Tolkien fu “innamoratissimo” della sua sposa.

L’AMORE VERO FA MALE
J.R.R. Tolkien fu felicemente sposato per 55 anni. In contrasto, il tasso moderno sul divorzio è in maniera scioccante più elevato, e alcuni stanno rinunciando completamente al matrimonio monogamo, sostenendo semplicemente che non è possibile o sano. Che cosa aveva Tolkien che molti matrimoni non hanno? Come lo fece funzionare? La risposta è semplice: capì che il vero amore implica l’ab-negazione.
La nozione moderna di amore è puro sentimento, e si focalizza soprattutto sull’io. Se qualcuno ti eccita, se ti fa palpitare, se sanno affermare l’io e i tuoi desideri, allora si che puoi dire di essere innamorato secondo le definizioni moderne.
Proprio perché era profondamente legato a sua moglie Tolkien rigettava questa idea squallida sull’amore. Egli abbracciava invece l’idea cattolica del vero amore fondato sull’altro — qualcosa che richiede il sacrificio degli istinti naturali e un’azione determinata sulla volontà.
Per illustrare il profondo punto di vista di Tolkien sull’amore coniugale, desidero condividere un estratto della lettera al figlio Michael Tolkien. È un lato diverso di Tolkien che molti non conoscono. A coloro i quali hanno un’eccessiva veduta sentimentale sull’amore, le sue parole possono sembrare scioccanti, persino offensive. Tuttavia, parla delle verità che, se comprese e fatte proprie, portano alla verità e alla felicità che dura a lungo nel matrimonio. Ecco una versione tronca della lettera.

“NON C’È VIA DI SCAMPO”
"Gli uomini non sono [monogami]. Monogami, non dobbiamo fingere, per la natura non lo sono. La monogamia (sebbene sia stata per molto tempo fondamentale per le nostre idee ereditate) è per scelta etica e di fede e non di carne. L'essenza di un mondo decaduto è che il meglio non lo si può ottenere con godimento gratuito, o con quello che è definito” realizzazione dell’io” ( spesso un nome carino per intendere l’indulgenza verso se stesso, completamente nemico della realizzazione dell’altro da sé) ma con sforzo, con sofferenza.
... Per un cristiano non c'è scampo. Il matrimonio può aiutarlo a santificarsi e a gestire i suoi impulsi sessuali, la grazia divina può aiutarlo nella lotta, ma la lotta rimane... Nessun uomo può amare la sua sposa in anima e corpo senza un esercizio consapevole e deliberato della volontà, senza abnegazione. Ho sentito questo troppe poche volte in Chiesa, quasi mai fuori…
Quando il fascino finisce, o semplicemente le cose non vanno al meglio, l'uomo pensa di aver fatto un errore, che la vera anima gemella sia ancora da trovare. In realtà, la vera anima gemella risulterà essere solo la prima persona sessualmente attraente che gli capiterà davanti…
E naturalmente, solo in linea di principio ha ragione: hanno fatto un errore. Solo un uomo molto saggio alla fine della sua vita potrebbe esprimere un sano giudizio secondo il quale, tra tutti i rischi possibili, la scelta migliore è stata quella di sposarsi. Tutti i matrimoni, anche quelli felici, sono un errore: nel senso che quasi certamente entrambi i partner avrebbero potuto trovare un compagno più adatto. Ma, in realtà, la "vera anima gemella"è quella che hanno sposato....
In questo mondo decaduto abbiamo come nostre uniche guide la prudenza, la saggezza (così poca in gioventù, troppo tardi nella vecchiaia), un cuore puro e la fedeltà nella verità…"
(Lettere di J.R.R. Tolkien, pp. 51-52)

L’AMORE È UN SACRIFICIO
Come ho detto, molti si potrebbero offendere per le parole dirette di Tolkien sul matrimonio. “Se ami davvero qualcuno,” litigando, “sarà difficile amarsi! Non dovreste essere in lotta. Matrimonio come mortificazione? Com’è offensivo! Non dovresti amare veramente tua moglie.”
Questa linea di pensiero non si capisce, poichè l’amore vero è una lotta contro l’amore per se stessi. È un sacrificio contro le nostre nature decadute e molto egoiste. È il morire a se stessi che dona la vita. E molti uomini che sono onesti con se stessi ammettono che Tolkien aveva ragione. Lo sforzo per la castità e la fedeltà non finisce mai, non importa quanto ami tua moglie.
L’essenza dell’amore è un atto di volontà. I sentimenti vanno e vengono nel matrimonio. Quelli che hanno matrimoni felici sono quelli che scelgono — scelgono di amare le loro mogli più di se stessi, che scelgono di sacrificare i loro desideri “ a breve termine” per una felicità a lungo termine, quelli che “scelgono di dare invece che di prendere”.
E sai cosa? Quando scegli di essere fedele, la felicità inevitabilmente arriva. Così molti si arrendono quando le cose diventano inevitabilmente difficili — se in quell’istante avessero scelto di essere fedeli e lottare, avrebbero trovato la vera felicità aspettando la fine della lotta.
Come scrisse, un altro cattolico felicemente sposato, “ho conosciuto molti matrimoni felici, ma mai uno compatibile . L’unico scopo del matrimonio è combattere e sopravvivere a quell’istante quando l’incompatibilità diventa indiscutibile.” La vera gioia e la felicità senza fine nel matrimonio sono possibili. Innumerevoli matrimoni, incluso quello di Tolkien dimostrano il fatto. Ma non troveremo mai la gioia se siamo concentrati su noi stessi. Il paradosso è che ti devi dimenticare di te stesso per trovare la felicità che cerchi.
Uomini, se desiderate un matrimonio fedele e felice, dovete morire a voi stessi. Dovete mettere vostra moglie al primo posto. Dovete amarla con sacrificio e abnegazione — allo stesso modo in cui Cristo ama la sua sposa, la Chiesa. Questo è il semplice segreto per cui molti mancano il bersaglio.

 

11 luglio 2015

"Realismo, umorismo, concretezza": un ricordo del Cardinale Giacomo Biffi

di Marco Mancini

Vorrei infine dirle grazie per il suo realismo, per il suo umorismo e per la sua concretezza, fino alla teologia un po’ audace di una sua domestica: non oserei sottoporre queste parole "il Signore forse ha i suoi difetti" al giudizio della Congregazione per la Dottrina della Fede. Ma in ogni caso abbiamo imparato e i suoi pensieri, Signor Cardinale, ci accompagneranno non solo nelle prossime settimane”. Con queste parole Benedetto XVI si rivolgeva al Cardinale Giacomo Biffi, Arcivescovo emerito di Bologna, al termine degli Esercizi spirituali per la Quaresima del 2007, che lo stesso Cardinale aveva predicato su incarico del Pontefice. Realismo, umorismo, concretezza: non si potrebbero trovare sostantivi migliori per descrivere il più “cattolico” tra i Cardinali, spentosi oggi all’età di 87 anni.
 

20 aprile 2015

Il mistero della Sindone


di Giuliano Guzzo
SindoneUn regalo per chi ha potuto ammirarla, un mistero per chi la conosce poco: per tutti, in ogni caso, la Sindone rappresenta una reliquia emozionante. Sì, perché comunque la si pensi è impossibile fissare quel sudario o le sue immagini senza sentirsi attraversare al tempo stesso da un brivido e da un dubbio; il brivido di chi scorge l’immagine di uomo crocifisso, passato quindi per chissà quali sofferenze, e il dubbio che quell’uomo, in fondo, possa essere proprio Lui, Gesù di Nazareth. Ma andiamo con ordine e – prima di iniziare una piccola indagine su questa incredibile reliquia – specifichiamo subito un fatto: nessuno, ad oggi, sa dire come si sia formata l’immagine della Sindone.

In passato si sono formulate molte ipotesi senza che nessuna, però, abbia portato alle conclusioni sperate. Si è cioè partiti dalla teoria, ma una volta davanti alla Sindone si è riscontrata l’impossibilità di una spiegazione concreta. C’è anche chi, in questi anni, ha provato a realizzarne una copia, come il dottor Luigi Garlaschelli, chimico e docente di chimica organica all’Università di Pavia, il quale – pur non avendo mai studiato direttamente il celebre sudario – si è reso autore di un manufatto che però ha sollevato molte perplessità, a partire dalla mancata verifica del suo lavoro: sarebbe stato interessante farlo esaminare da altri per vedere, per esempio, se anche l’immagine da lui ricavata, al pari di quella della Sindone, resista a 25 solventi da laboratorio. Al momento, però, pare non siano ammessi controlli “esterni”. Peccato.
garla1
Tornando al Sacro Lino, se da un lato non sappiamo come sia stata realizzata, dall’altro possiamo serenamente affermare che è assai inverosimile che sia – come alcuni seguitano a ritenere – un falso medievale. Prima di vedere perché, ricordiamo che è provato come abbia ospitato un cadavere insanguinato. Lo provano le numerosissime ferite, il test positivo dell’emocromo, della bilirubina [1], della cianoemoglobina, dell’albumina, la dimostrazione dell’esistenza di proteine [2] nonché la verifica della fibrinolisi interrotta dopo 36-40 ore [3]. Del sangue rinvenuto abbiamo anche l’identificazione: gruppo AB [4]. Chiunque fosse, l’uomo della Sindone venne quindi torturato. Ragion per cui chi è per la datazione medievale del sudario non può che supporre che il suo autore si sia procurato il cadavere di un uomo crocifisso, impresa tutt’altro che scontata nel Medioevo, oppure che lo abbia crocifisso con le proprie mani. Inoltre il misterioso uomo medievale – secondo questa teoria – avrebbe dovuto, anticipando l’invenzione del microscopio, aggiungere sul telo svariate decine di elementi invisibili a occhio nudo: pollini, terriccio, siero, aromi per la sepoltura, aragonite e altro ancora; avrebbe dovuto conoscere la fotografia, inventata la XIX secolo – perché la Sindone è un’immagine in negativo; avrebbe dovuto pure saper distinguere tra circolazione venosa e arteriosa, studiata per la prima volta nel 1593, nonché essere in grado di macchiare il lenzuolo in alcuni punti con sangue uscito durante la vita e in altri con sangue post-mortale. Insomma, il falsario della Sindone avrebbe dovuto essere un gigante della scienza, un genio assoluto; un genio del quale, stranamente, non si ha la benché minima traccia storica. Una teoria, converrete, piuttosto curiosa. Del resto la stessa datazione medievale – la datazione al Carbonio 14 eseguita nel 1988 per la quale il sudario risalirebbe al periodo fra il 1290 e il 1360 – presenta non poche lacune. Al di là di numerose anomalie procedurali che non stiamo qui a ricordare, i “dati grezzi” degli esami, per esempio, vale a dire le cifre di base che sono servite a stilare il rapporto, a dispetto di numerose richieste non sono mai stati resi pubblici. Senza dimenticare quanto affermato dal chimico Raymond N. Rogers, uno dei maggiori esperti a livello internazionale in analisi termica, che ha individuato nella zona in cui è stato prelevato il campione per quella datazione delle inserzioni di rammendo invisibile con filo di cotone, probabilmente questo sì di origine medioevale, arrivando ad dire: «La data emersa dall’esame al radiocarbonio non è da considerarsi valida per determinare la vera età della Sindone».

Ma cosa sappiamo, allora, di questo lino di 4,4 x 1,13 metri? Anzitutto che è un prodotto filato a mano e che mostra le caratteristiche di tessuti antichissimi risalenti I secolo d.C, come la torcitura «Z», tipica dell’area siro-palestinese dell’epoca di Cristo [5]. Grazie alle ricerche di Max Frei Sulzer [6], esperto in microtracce e criminologo di fama internazionale, sappiamo poi che il sudario contiene granuli di polline – come il Zygophyllum dumosum  assenti in Europa e abbondanti nei sedimenti del Lago di Genezareth e del Mar Morto. Dunque certamente la Sindone è stata sui luoghi dove visse Gesù. Sappiamo che il sudario – ne accennavamo poc’anzi – ha certamente avvolto il cadavere di un uomo le cui caratteristiche presentano impressionanti analogie con quella che è la cronaca evangelica della crocifissione e della sepoltura.
foto3
Infatti, oltre a presentare le ferite su mani e piedi tipiche dei condannati alla crocifissione (come Gesù), l’uomo della Sindone deve aver subito – stando a quel che “racconta” il sudario – oltre cento colpi di flagello (come Gesù), presentava una ferita al costato (come Gesù: Gv. 19, 34), a giudicare dalle ferite al capo indossava una corona di spine (come Gesù), rimase disidratato (come Gesù: Mt. 27,48; Mc 15,36), e come appurarono gli scienziati americani dello STURP nel 1978 non rimase più di quaranta ore avvolto in quel sudario (come Gesù). E qui inizia un nuovo mistero: come uscì il cadavere dalla Sindone? Come venne estratto? Non vi sono segni di trascinamento, come se fosse scomparso, imploso, dissolto. Un mistero, questo, che rimarrebbe tale anche nell’ipotesi – piuttosto incerta, abbiamo visto – di una effettiva datazione medievale della reliquia.
Mistero che non può – sommato alle numerose analogie che abbiamo ricordato fra Sindone e cronaca evangelica – che portare anche lo scettico ad ammettere che «quando gli indizi si moltiplicano, concordano fra loro e confluiscono verso una conclusione, si fa strada una ragionevole certezza» [7]. Anche perché, allo stato, l’ipotesi che pare più accettabile per spiegare la formazione dell’immagine della Sindone è quella, impensabile nell’antichità, della radiazione ultravioletta (UV), la sola – ha spiegato il prof. Di Lazzaro dirigente presso il Centro Ricerche Enea di Frascati – in grado di colorare un tessuto di lino in modo similsindonico. Fermo restando, comunque, che un’immagine come quella della Sindone, specificano gli studiosi dell’Enea, rimane «ad oggi impossibile» da «ottenere in laboratorio» [8].
Per concludere, sappiamo che la Chiesa non si è mai pronunciata sull’autenticità della Sindone – anche se Papa Ratti (1857-1938), ad esempio, si disse persuaso «dell’autenticità» [9] –  e quindi a nessuno, nemmeno fra i cattolici, è chiesto di venerarla. Tuttavia ciò nulla toglie, soprattutto alla luce delle cose sopra ricordate e che fra l’altro rappresentano solo una parte delle curiosità della Sindone, al fascino di questa reliquia misteriosa. Misteriosa perché non sappiamo precisamente da dove venga. Perché non sappiamo chi, se non Gesù, possa aver avvolto. Misteriosa perché, per le caratteristiche che presenta, non dovrebbe neppure esistere. Lo studioso J.Jackson ha detto: «Sulla base dei processi fisico-chimici fino a oggi conosciuti, avremmo motivo di dire che l’immagine sindonica non può esistere, ma essa è reale» [10]. Come reale, e concreto, è il nostro stupore per quel volto sofferente. Che non parla, eppure ci dice tutto.
Sindone
Note:[1] Cfr.Adler A. Aspetti fisico chimici delle immagini sindoniche in Sindone, cento anni di ricerca, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Libreria dello Stato, Roma 1998, pp. 165-184; [2] Cfr. Esame di Heller ed Adler, 1978; [3] Cfr. Esame di Brillante – Baima Bollone, 1982; [4] Cfr. Baima Bollone, Indagini identificative su fili della Sindone – Giornale dell’Accademia di Medicina di Torino, n. 1-12, 1982, pp. 228 – 239; [5] Cfr. Marinelli E. La Sindone. Il mistero di un’immagine, I Quaderni del Timone, Edizioni Art 2007, p. 15; [6] Cfr. Frei M. in La Sindone, Scienza e Fede. Atti del II Convegno Nazionale di Sindonologia, Bologna 1981, Clueb, pp. 277-281; [7] Moroni M. – Barbesino F. Apologia di un falsario, Maurizio Minchella, Milano 1997, p. 5; [8] Di Lazzaro P. – Murra D. – Santoni A. – Nichelatti E. – Baldacchini G. Riassunto dei risultati ottenuti presso il Centro ENEA di Frascati negli anni 2005 – 2010, RT/2011/14/ENEA; [9] Ratti A. cit in Fossati M. Pio XI e la Santa Sindone cit. in. Cappi M. Tutto sulla Sindone, Edizioni Messaggero Padova 1997, p. 319; [10] Jackson J. in «Famiglia Cristiana», 6/11/1983, n. 44.
http://giulianoguzzo.com/2014/04/19/il-mistero-della-sindone-2/
 

05 aprile 2015

Un'alba senza fine


a cura di Marco Massignan

Offriamo ai lettori del nostro sito tre brevi letture-meditazioni per la Santa Pasqua 2015. La prima è tratta da un libro dello scrittore Nino Badano (E abitò tra noi, Volpe editore, 1980). Il secondo contributo è tratto da due omelie del Card. Giuseppe Siri per la Pasqua del 1972 e del 1973 (ora in Omelie per l'anno liturgico, Fede & Cultura 2008). L'ultimo scritto è di don Ennio Innocenti (ora in Fede Grazia Legge. Nona raccolta dei testi radiotrasmessi nella rubrica “Ascolta, si fa sera” - Rai/Gr1, Sacra Fraternitas Aurigarum in Urbe, Roma 1997).

Mattino di Pasqua. E' a quell'ora che è finita la notte della morte; da quell'ora ogni alba ricorda l'alba di un giorno che non finirà. Dall'annuncio degli Angeli: surrexit non est hic - che ha cambiato la storia del mondo e quella di ogni uomo, la vita non è più ciò che era prima: un dono più o meno lungo e propizio di anni, concluso da un abisso e da un mistero; è un passaggio che un giorno sembrerà insignificante, verso un'altra vita. Da quell'alba di Pasqua, per chi sa volere, vivere è attesa e dolcezza: Introduxit vos Dominus in terram fluentem lac et mel. Se vogliamo, dipende da noi, la Pasqua non è un momento, ma una condizione; è un'alba che continua. I santi sono quelli tra noi che riescono a gioire della vita e delle cose effimere senza soffrire della loro caducità. E' un privilegio accessibile a tutti: basterebbe riuscire a desiderarlo come il ladrone fortunato che ha chiesto sulla croce l'ingresso nel regno. Da quel mattino di Pasqua per quelli che credono è possibile vivere senza paura della morte. Il sepolcro vuoto e la Sindone ripiegata sono promesse e certezze date soltanto per confermare che la Vita non “è più qui”, ma altrove: perché noi cerchiamo la Vita non al di qua della morte, ma al di là, dove la resurrezione è cominciata

La Risurrezione del Salvatore è stata una prova storica della verità da Lui asserita. Ma è stata anche la grande sfida gettata non solo ai suoi restii connazionali, ma a tutto un mondo di uomini liberi, che hanno sì la possibilità di scelta, ma non l'esenzione dalle passioni, dagli errori, dalla cecità, dal peccato. Questi sono infatti i veri termini della situazione del mondo. Ho detto che è stata una sfida divina. (…) La sfida sta nel fatto di invitare gli uomini a misurarsi sul limite della morte: essi non possono sostenere la prova; Lui solo ha potuto. (…) Il fatto più incomprensibile di tutti è che gli uomini non si vogliono ricordare ogni giorno, al momento giusto, di essere morituri. Quel limite non lo varca che Cristo, Figlio di Dio. E' allora che il significato della morte dà contezza della vita; la sua ineluttabilità tronca e riduce all'estrema umiltà ogni fatidica superbia: non è in un mondo di morituri che si può cantare vittoria! La sfida della Risurrezione sta nel porre con gesto solenne e divino nella più luminosa chiarezza i limiti della potenza umana, i limiti della vita ed a questi limiti, più grandi dei cieli, domandare alla fine di un confronto tra Dio e l'uomo, l'irrevocabile sentenza della vita umana perdente. (…) Siamo davanti ad uno dei metri della Divina Provvidenza, davanti a uno dei segreti più profondi e più impressionanti della storia delle anime, perché in verità la storia delle anime si svolge intorno a questo perno: o guardano Dio o chiudono gli occhi. Tutte le loro azioni, tutti i peccati, tutti i meriti sono riassunti in queste due posizioni: o guardano Dio o chiudono gli occhi davanti a Dio. Ed è la storia vera della nostra vita. Ed è a questo punto che si capiscono tutte le gioie possibili e tutti i reali dolori inutili degli uomini. Ma è davanti a questa certezza che dobbiamo fare i conti con una legge che domina la storia e domina anche il diagramma della nostra vita. Possiate avere una santa e buona Pasqua!

Simbolismo del Risorto. Fin dai primi tempi del Cristianesimo i nuovi credenti proiettarono sui misteri dell'evangelo cristiano il simbolismo del Sole. Le sacre pagine dell'Antico e del Nuovo Testamento offrivano vari suggerimenti in questo senso, ma le genti che si convertivano a Cristo erano già preparate a questa connessione simbolica dalle mitologie precristiane che avevano ispirato, più che poesia, una vera pietas religiosa. Dall'adorazione del Sole, come simbolo della Divinità, si passò, dunque, eliminato ogni residuo di panteismo naturalistico, all'adorazione di Cristo quale Sole che vince le tenebre e mai più tramonta, tutto irradia e tutti benefica. Fu in questa prospettiva che la festa liturgica del Natale di Cristo sostituì la festa del Natale del Sole, fu anche per l'identificazione simbolica di Cristo e del Sole che la domenica sostituì, appunto, il giorno dedicato al Sole (il secondo giorno della settimana astrale, che cominciava col giorno dedicato a Saturno). Ma, soprattutto, è solare il giorno della Pasqua cristiana. I romani cristiani non hanno incertezze: Gesù morì nel giorno di Venere, restò sepolto nel giorno di Saturno, risorse nel giorno del Sole e precisamente in quel giorno del Sole che stava a metà di quel mese che anche per i Romani era il primo dell’anno, e anno solare! I convertiti trasponevano su Cristo la loro poesia mitologica: Helios, il sole, s'inabissa, tramontando, nel mare, ossia nel regno delle tenebre e dell'oltretomba, ma torna, per vie misteriose, verso oriente, a risplendere tutti illuminando: come Cristo - appunto – che muore ma risale dall'oltretomba per effondere su tutti la sua grazia divina. E così “pasqua” (o passaggio) non è più semplicemente il passaggio del Mar Rosso da parte di un popolo particolare, ma direttamente il passaggio dal tramonto all'aurora, ossia dalla morte alla vita, dalle tenebre spirituali alla luce spirituale, dal peccato alla grazia. Il Risorto è raffigurato come nuovo Apollo, Divinità Solare che guida, nuovo Auriga, il carro dorato e luminoso, trasforma qualsiasi occidente in un oriente e uccide con la sua luce il drago tenebroso che causava la morte; diventa così il nuovo Adamo, ossia il capostipite di un’umanità rinnovata, spiritualmente illuminata, investita della gloria divina. Gli echi di questo antichissimo simbolismo sono ancora riconoscibili nella liturgia di Pasqua, che è tutta intrisa del tema della luce.