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27 gennaio 2019

Fede, politica e lo Stato-Moloch

di Riccardo Zenobi
Cosa c’entra la Fede con la politica? Eppure ogni schieramento e movimento politico comportano una fede in qualcosa: ideali, obiettivi da perseguire, sistemi di pensiero più o meno ideologici, un progetto che si vuole portare a termine in più tappe, anche solo la certezza che stiamo facendo la cosa giusta… sono tutte dinamiche che innegabilmente appartengono alla politica, ma potreste obiettare che si tratta pur sempre di fiducia in qualcosa di razionale o di umanamente controllabile e verificabile – in altri termini, che l’esperienza può con il tempo affinare la politica e sfrondarla degli atti di fede più grossolani, come certe ideologie o sistemi di governo che appartengono al passato. A questo punto potrei dire che anche le nostre forme di Stato e di governo possono fare la stessa fine ed un giorno diventare una nota a piè di pagina di un futuro manuale, ma vado ben oltre verso un giudizio molto più estremo, affermando che la Fede – maiuscola, la Fede teologale cattolica – è al fondo di ogni analisi politica.

È cosa sorprendente come alla base della nostra politica troviamo sempre la teologia, scriveva Pierre-Joseph Proudhon nelle sue Confessioni di un rivoluzionario nella prima metà dell’800, ed anche oggi solo alcuni si accorgono di queste correlazioni. Ogni azione politica di una certa rilevanza è infatti intimamente connessa ad un giudizio su cosa è un bene da perseguire e cosa invece è un male che si vuole evitare; non è per caso o per ignoranza che gli esseri umani dall’alba della civiltà fino a Machiavelli abbiano visto la politica come intimamente connessa all’etica e alla religione. Questo vale anche in epoca secolarista, perché un punto inconcusso della mentalità corrente è che lo Stato moderno deve essere laico e non confessionale. Il problema è che non ci riesce in nessun modo, né può riuscirci finché rimane vera la definizione di Weber che lo descrive come “ente che ha il monopolio del diritto e dell’uso legale della forza”. Ai fini del discorso tralascio il secondo aspetto e mi concentro sul diritto, che è la base per poter poi legiferare. Cos’è infatti una legge se non una linea di confine tra il lecito e l’illecito? I confini della legge sono anche i confini della moralità di fronte allo Stato, e il rischio molto concreto – in quanto avvenuto con frequenza – è che quest’ultimo diventi il solo padrone a decidere cosa è Bene e male, in modo da ridurre il codice morale al codice penale. Questa è una situazione che prima o poi si verifica logicamente, perché è inserita essa stessa nella definizione di Stato laico, il quale non potendo né riconoscere una verità superiore né potendo esso stesso costituirsi come istituzione morale, si limita a riconoscere la propria laicità come principio morale, in base al quale organizzare e fondare ogni rapporto tra persone, gruppi e istituzioni.

A livello storico è avvenuto più volte che lo Stato si autoproclamasse “ultimo depositario della Verità” ed abbia imposto (per il bene dei sudditi!) ciò che riteneva “evidentemente vero e buono” per poi arrivare a costruire un inferno esattamente opposto a tutto ciò che aveva predetto, pianificato e creduto, spesso con un costo enorme di vite umane. Ecco perché lo Stato moderno prima o poi fa i conti con Dio: o perché deve ammettere il fallimento della sua fede ideologica o perché – più spesso – deve mandare in galera/manicomio/centro di rieducazione chi non è d’accordo con i suoi “valori”. Certo, non si potrà mai avere unanimità di vedute tra il popolo, nemmeno nell’attuale epoca di sistematico lavaggio del cervello mediatico e giornalistico continuo e uniforme; ma perché allora lo Stato semplicemente non smette di legiferare sulla morale e non si limita a certe aree di sua pertinenza più specifica? Perché l’uomo non è a compartimenti stagni, né si riduce ad una sola dimensione (politica, economica, sociale, etc.) come invece dicevano i marxisti negli anni ’70. Ci fu un tempo in cui lo Stato liberale si limitava a voler essere nulla più di un poliziotto che fa rispettare alcune regole di base, ma inevitabilmente ha dovuto accettare il principio democratico anche in tali questioni, spostandosi sempre più verso il socialismo – del resto, se ogni singolo o gruppo può far valere la sua opinione/fede, perché lo Stato non può avere una propria?

In base a quanto esposto finora non posso che trarre delle conclusioni paradossali rispetto alle opinioni comuni. L’assoluta laicità nella politica dello Stato, monopolista del diritto e della forza, non è possibile, perché una volta ammessa la libertà d’opinione/coscienza si accetta il contrasto tra i vari gruppi, e occorre quindi che intervenga un’autorità che calmi le coscienze e reprima certe opinioni che “evidentemente” non possono trovare spazio nella sfera pubblica, imponendo così un limite alle coscienze e alla libertà, ed è inevitabile: una società civile è fondata su verità condivise, e francamente parlando la maggioranza della popolazione ha il diritto di vivere tranquilla, e perciò le varie minoranze devono correre il rischio di essere marginalizzate o censurate dalla scena pubblica. Ciò che in passato è toccato alle religioni, oggi tocca a certe ideologie politiche e ad alcuni aspetti della morale che oggi sono ritenuti “inaccettabili”; in futuro, Dio solo sa cosa sarà escluso di volta in volta dalla politica. C’è da rilevare che quanto nacque nel 1600 per garantire la pace religiosa e la civile convivenza è diventato alla fine del 1700 l’unica fonte della pace e l’arbitro delle opinioni pubbliche, e dall’inizio del 1900 si è costituito unico arbitro della verità – escludendo pace e religione, riducendo la convivenza civile alla vita privata e al “buon senso” cittadino debitamente formato dalle mode intellettuali. Per cui, o si accetta questo Moloch-Stato oppure si abbia il coraggio di ripensarlo alla radice, e fondare la vita umana e sociale non più sulla libertà sociale garantita dallo Stato ma, più radicalmente, sulla Verità che precede Stato, società e uomo, e di fronte alla quale anche Cesare e il Papa devono inchinarsi.


 

09 gennaio 2018

Cattolici in politica. Un libro di Benedetto XVI

di Francesco Filipazzi
Che rapporto c'è fra cattolicesimo, potere e legge? Nei prossimi mesi in Italia si eleggerà un nuovo Parlamento, andranno al voto alcune Regioni importanti e successivamente ci sarà una tornata di amministrative, ma del rapporto fra fede e politica probabilmente non si parlerà. Eppure, poiché dal voto “cattolico” cercheranno tutti di attingere, è bene ricordare qualche fondamentale.
Ad aiutarci ci pensa il volume “Il Posto di Dio nel mondo – potere, politica, legge”, contenente una raccolta di discorsi pronunciati da Benedetto XVI durante il pontificato. Il testo è molto denso, ma possiamo estrapolarne alcuni punti fermi, di cui tenere conto in un'azione politica, a partire dal livello locale, diciamo noi, per arrivare ad un livello sovranazionale.
I concetti sono molti, calati certamente nell'attualità, ma discendenti direttamente dalla patristica e dalla tradizione ecclesiastica. Cerchiamo di trarre qualche spunto.

In primo luogo, Ratzinger ricorda, nella prima parte del libro, che esiste un diritto preesistente all'uomo e che la logica della maggioranza non è sufficiente per stabilire criteri di verità. «Se i principi morali che sostengono il processo democratico, a loro volta, non si fondano su nient'altro di più solido che sul consenso sociale, allora la fragilità del processo si mostra in tutta la sua evidenza». Il diritto naturale ha quindi la precedenza su ogni scelta. Ratzinger scarta il diritto positivista, spiegando che, non essendo l'uomo a creare l'uomo, il legislatore deve tenere conto del fatto che l'uomo è volontà, ma anche natura e quindi la sua volontà è giusta quando rispetta la propria natura.

In questo ambito si inserisce il concetto di laicità. Il Papa metteva in guardia dalla perversione della laicità in laicismo, emblema della post modernità, per cui si dovrebbe eliminare dalla vita pubblica ogni richiamo alla religione. E' compito di tutti i fedeli in Cristo quindi la costruzione di una "sana laicità", che «riconosca a Dio e alla sua legge morale, a Cristo e alla sua Chiesa il posto che ad essi spetta nella vita umana, individuale e sociale». «Non è sana laicità il rifiuto alla comunità cristiana, e a coloro che legittimamente la rappresentano, del diritto di pronunziarsi sui temi morali». Queste ultime frasi furono rivolte nel 2006 all'Unione dei giuristi cattolici italiani, ai quali ricordava che l'esclusione del cristianesimo mina la sopravvivenza della società.

Il primato di Dio non è discutibile. «Non voglio dire che i non credenti non possano vivere con moralità elevata ed esemplare; dico solamente che una società nella quale Dio è assente non trova il consenso necessario sui valori morali e la forza per vivere secondo il modello di questi valori, anche contro i propri interessi».

La Chiesa però non deve impegnarsi direttamente in politica (qui l'obiezione appare attualissima, data la deriva politicizzata intrapresa recentemente) perché altrimenti perderebbe il proprio carattere di universalità e si identificherebbe con "una sola via e posizioni parziali opinabili". Benedetto vedeva invece un ruolo di azione sociale diretta da un lato e di "avvocata della giustizia e dei poveri" dall'altro. Identificarsi con una parte politica sarebbe una perdita di autonomia.
Proprio perché non è possibile un impegno diretto della Chiesa, è necessario che esistano politici cattolici che operino coerentemente secondo la loro fede, affinché "gli ideali evangelici non vengano oscurati dall'azione quotidiana".

Interessanti anche alcune riflessioni sulla solidarietà, la sussidiarietà e  sull'ambito economico, che deve essere guidato dall'etica, poiché il profitto non è sinonimo di bene. 

Il volume è molto complesso e contiene  riflessioni sul ruolo odierno dell'Europa, la cura del creato, l'azione nell'ambito della bioetica. Invitiamo quindi alla lettura.

Un punto di riferimento
A questo volume, è interessante aggiungere un altro testo, scritto dal Nostro nel 2002, quando era ancora prefetto per la Congregazione per la dottrina della Fede.
In esso veniva ribadito; «In questo contesto, è necessario aggiungere che la coscienza cristiana ben formata non permette a nessuno di favorire con il proprio voto l’attuazione di un programma politico o di una singola legge in cui i contenuti fondamentali della fede e della morale siano sovvertiti dalla presentazione di proposte alternative o contrarie a tali contenuti. Poiché la fede costituisce come un’unità inscindibile, non è logico l’isolamento di uno solo dei suoi contenuti a scapito della totalità della dottrina cattolica. L’impegno politico per un aspetto isolato della dottrina sociale della Chiesa non è sufficiente ad esaurire la responsabilità per il bene comune. Né il cattolico può pensare di delegare ad altri l’impegno che gli proviene dal vangelo di Gesù Cristo perché la verità sull’uomo e sul mondo possa essere annunciata e raggiunta».

Detto ciò, basandosi su volumi come quello qui recensito e, in generale, sull'azione del Ratzinger pontefice (tralasciando la parte in cui si dimette), non si può che individuare un punto di riferimento per gli anni che stiamo vivendo, anni di caos, durante i quali i cattolici si sono auto espulsi dal dibattito pubblico. Questo volume va consigliato a tutti coloro che, sotto elezioni, si autodefiniscono “politici cattolici”, come sostegno alla loro azione.

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08 gennaio 2018

Perché Fede e violenza non stanno bene insieme

di Lorenzo Zuppini 

Papa Benedetto XVI, dopo la lectio magistralis tenuta all’Università di Ratisbona il 12 settembre 2006, venne investito da una serie di rimproveri e di minacce tali da indurlo a meditare se lasciare il pontificato. Gli esperti dicono che andò proprio così. E insomma, sebbene sia avvenuto anni dopo, Ratzinger effettivamente si dimise.

Ebbene, tornando sulla questione dell'incontro/scontro di civiltà che intercorre tra l’Occidente  e le teocrazie islamiche mediorientali, è necessario precisare, anzi rimarcare, quanto detto dall’allora Pontefice sul binomio fede e ragione. O meglio, e per farla breve, sulla feroce contraddittorietà di chi, sguainando spade e caricando fucili, esporta la propria confessione religiosa nel mondo.

Il Papa fece riferimento durante il suo monologo ad una conversazione intercorsa tra l’imperatore bizantino Manuele II Paleologo e un islamico colto riguardante cristianesimo e islam e la verità di entrambi. L’imperatore bizantino, come è noto, disse al suo interlocutore: “Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava”.

Ora, dobbiamo convergere tutti quanti su di un fatto: l’islam, in particolare la corrente sunnita attualmente maggioritaria,  non è una religione che predica la pace, la tolleranza e la convivenza tra popoli diversi, ovvero tra islamici e non [o fra islamici buoni e islamici cattivi, come mostra una recente strage a danno dei sufi, NDR]. La storia di Maometto parla chiaramente: egli, dopo la rivelazione fattagli dall’Arcangelo Gabriele, avviò a propagandare la sua nuova religione tramite la guerra. Spostatosi a Medina, dopo aver proposto alla Mecca di adorare unicamente Allah, uno dei trecentosessanta idoli del pantheon politeista arabo pre islamico, assediò negli anni le tribù ebraiche che lì viveano obbligandole ad adorare Allah. Addirittura nel 627, dopo la battaglia del Fossato, sottomise l’ultima tribù ebraica rimasta, i Banu Quraiza, e partecipò alla decapitazione di un numero di maschi adulti che varia da i 600 e i 900. Ma se degli ebrei qualcuno se ne volesse disinteressare, è bene ricordare che tre dei quattro successori di Maometto vennero uccisi da altri islamici, e in due casi l’omicidio avvenne all’interno di una moschea, provandone la connotazione ideologica anziché squisitamente religiosa. Gli eserciti islamici, dopo la morte di Maometto, confissero l’impero persiano nel 637, poi corrosero l’impero bizantino conquistando la Siria, la Palestina, l’Egitto e Gerusalemme. Il Nord Africa venne conquistato tra il settimo e l’ottavo secolo. Nel 711, come tutti sappiamo, iniziò l’occupazione della Spagna protrattasi fino al 1492. Molti altri sono gli eventi simili e che coinvolsero anche l’Italia, ma è inutile adesso continuare la lunga lista. È lecito ritenere questa religione non esattamente un inno al pacifismo o è blasfemia?

Sapendo tutto ciò, è necessario aggiungere il tassello fondamentale a questo mosaico: la religione è questione che riguarda l’anima di un uomo, non il corpo. Dunque una religione non può essere diffusa tramite la violenza, poiché, come disse a Ratisbona Ratzinger, chi voglia farne proselitismo deve avere la “capacità di parlare bene e di ragionare correttamente, non invece della violenza e della minaccia Per convincere un'anima ragionevole non è necessario disporre né del proprio braccio, né di strumenti per colpire né di qualunque altro mezzo con cui si possa minacciare una persona di morte”.

La violenza è quindi contraria alla natura di Dio e, di conseguenza, utilizzarla per propagandare la fede, è irragionevole. Dio e ragione vanno a braccetto.
Al contrario, nell’islam Allah è totalmente trascendente e si sottrae a qualsiasi categoria che noi potremmo immaginare. Addirittura, il giurista arabo Ibn Hazm, si è spinto fino a dire che Dio non sarebbe legato neanche alla sua parola, senza quindi esser obbligato a rivelare a noi la verità. Non esiste l’uso della ragione nell’islam poiché Allah è il dio che si fa testo e si incarta nel Corano, dunque nessun pensiero razionale potrà, ad esempio, contestualizzarne il contenuto all’epoca attuale eliminandone la parte violenta e retrograda.
Nel caso del cristianesimo, invece, il Verbo si incarna in Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo che, in quanto tale, non può che far suo l’uso della ragione, anche e sopratutto per quanto riguarda la diffusione della parola di Dio.
Per quale arcano motivo ci stiamo incaponendo nel voler dialogare con un mondo così, nel patetico tentativo di coccolare chi neanche conosce l’uso del logos?
 

29 dicembre 2017

Chi si festeggia il 25 dicembre? (di E.Gotti Tedeschi)

di Ettore Gotti Tedeschi 
(pubblicato su La Verità il 24 dicembre, da notare che l'articolo è stato scritto almeno 48 ore prima della triste predica in San Pietro).

Ma la nascita di chi festeggeremo il prossimo 25 dicembre? Di un uomo-dio inventato dalla teologia scientifica modernista che ne esalta l’umanità verso la divinità con la scusa di renderlo più credibile? E’ necessario domandarcelo poiché i “manipolatori” del Concilio Vaticano II han tentato in tutti i modi di renderci più “adulti” per aiutarci a evitare il rischio di inconsapevole eresia (criptoeresia, secondo Karl Rahner ) dove, «per considerare Gesù vero Dio, si lasciava troppo in secondo piano il fatto che egli è vero uomo», con una sua storia umana.

Questo rischio era secondo loro dovuto ai vangeli non sufficientemente storici, fatti da testimonianze sospette di testimoni non oculari, in contraddizione fra loro. E costoro considerano la concezione verginale di Maria materia accessibile e credibile solo per fede e non per ricerca storica. Sempre per costoro il Padre Nostro, come noi lo recitiamo oggi, non è quello di Gesù, bensì è stato adattato dalle prime comunità per esprimere la concezione necessaria e voluta di Gesù. Sempre secondo loro il vero Gesù insegnava la ripartizione equa delle risorse in relazione all’ambiente e spiegava che il regno di Dio è gratuito, senza bisogno di meritarlo, essendo la salvezza già ottenuta.

Dio per loro non è certo (come penso invece io) meritocratico. Inoltre, di fatto, sembrano ignorare la sua Resurrezione, perché senza prove attendibili, così sembrano ignorare il male, il peccato originale, il diavolo, l’inferno, ecc.

Poiché però il 25 prossimo è Natale, e il Natale deve tornare ad avere il senso originale per il bene di tutti, propongo una riflessione da “bambini", non da adulti , come voleva Gesù stesso. Ho la triste impressione che, anche all’interno della Chiesa , qualcuno si prepari a non accogliere Gesù quale Salvatore, spiegando che non c’è più bisogno di essere salvati, non essendoci nessuno da salvare perché siamo già tutti salvi. Un tempo nelle omelie natalizie si ricordava la non accoglienza a Betlemme della Sacra Famiglia, quale rifiuto simbolico del Salvatore.
Oggi invece questa non accoglienza della Sacra Famiglia viene configurata (persino da parte di Vescovi ) alla nostra non accoglienza … degli immigrati.

Oggi troppi neoteologi, che non hanno studiato Tommaso d’Aquino, rappresentano il rapporto Dio/mondo lasciando intendere che Dio, dopo averlo creato, lo ha lasciato evolvere per conto suo, restando (panteisticamente ) ovunque in ogni creatura e ambiente. E’ naturale che in tal modo l’Incarnazione diventi una metafora. Questi teologi pensano tanto e pregano poco, dimenticando che nulla di importante nella storia della vita umana nasce dal pensiero, bensì dal cuore e invece di seguire l’esortazione “fate penitenza , cambiate la vostra mente e credete al vangelo (Marco 1-14)“ continuano a elucubrare e non fare esercizi spirituali (magari quelli di S.Ignazio di Loyola…).

Perciò vorrei ricordare che il Gesù che ricorderemo il 25 dicembre non è qualcuno che si è identificato con Dio e diventa Dio, Gesù era Dio, dal principio (“prima che Abramo nascesse, io sono …” Gv, 8-58). Incarnazione significa che la parola viva di Dio (logos) in virtù dello Spirito Santo si fa uomo, non entra in un uomo!
Nella incarnazione Dio (occulto) si rivela.

Detta confusione è dovuta alla strenua attività del Suo “grande avversario” che riesce a confondere scientificamente-storicamente la storia negando che Egli “entra nella storia e fa la storia”, grazie alla Sua nascita umana, proprio quella che festeggeremo il 25. Perché Gesù è venuto al mondo? Non per annunciare misericordia per tutto e tutti, ma per annunciare la necessità di redenzione, per invitare l’uomo a convertirsi.
E’ venuto al mondo per contrastare le potenze del male che si oppongono alla volontà di Dio, che pretendono di fare una contro-creazione opposta a quella di Dio. Eppure troppi teologi di oggi hanno trasformato il principe del male in una specie di comico, alla “piccolo diavolo” di Benigni . I frutti della venuta di Cristo dipendono dalla disponibilità degli uomini a realizzare con opere la Sua volontà , con opere virtuose fatte con merito, non con parole. Il messaggio di Gesù non è di amore incondizionato, è messaggio di salvezza mirante a farci aprire gli occhi, a cercare il senso della vita, spiegando che tutto fallirà se ci si allontana da Dio.

Attenzione Cristo non è un mero fondatore di una religione come altri. 
Altre religioni vengono dal mondo , Cristo non fonda una religione , porta il messaggio di Dio in evidente contrasto con le altre religioni. Il perdono da lui predicato è espiazione, l’iniquità resta tale se l’uomo non lotta per combatterla. Redenzione non significa “tutti salvi” per il sacrifico di Cristo, Redenzione è la struttura portante della vita cristiana di ieri e di oggi, lo spirito di redenzione deve essere operativo sempre, non si è esaurito.
Chi confonde tutto ciò è un certo spirito gnostico che sembra trionfare dopo il Vaticano II. Troppi teologi in auge sostengono che le parole di Cristo son state scritte dai discepoli e nessuno era li con il registratore.Vero , non avevano il registratore, ma avevano una fede che li ha portati al martirio . Ricordare tutto ciò su un giornale laico e serio, come LaVerità è importante, perché il contenuto della civiltà cristiana, di cui tutti beneficiano ( i laici in primis ), si è formato grazie alla Rivelazione.

Negandola o confondendola, chiedendo alla scienza ed alla storia di stabilire solo loro chi era Gesù , è errato e pericoloso. Non è solo pericolosamente sinergico con il processo di sincretismo religioso necessario a creare una omogeneizzazione multicultualista ( sostenuta dagli immigrazionisti) ma anche a preparare il processo di disumanizzazione che è anticamera della auspicata “creazione artificiale”.

Il Cristo , la cui nascita festeggeremo il 25 dicembre, da 2000anni è quello della fede reale. E’ la fede reale infatti che si è ordinata a Cristo, non Cristo si è conformato alla fede, come vorrebbero farci credere. Se il Cristo reale finisce per esser considerato (troppo ) uomo , il senso della vita si sarà costretti a cercarlo attraverso l’esistenza reale (esistenzialismo di Heidegger , “maestro” di Rahner  .Cristo è il criterio di misura e conoscenza del “reale”, non è il “reale” il criterio di conoscenza di Cristo. Il prossimo 25 dicembre ricordiamolo e riflettiamoci.




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06 ottobre 2017

Teologia e rivoluzione scientifica

È opinione diffusa che la rivoluzione scientifica del XVII secolo sia stata contrastata dai pregiudizi religiosi e dall'autorità di Aristotele. È tuttavia possibile mostrare che il famoso processo a Galileo ebbe un iter un po’ diverso da quello presentato nelle consuete narrazioni, e che la filosofia di Aristotele contribuì ad innescare indirettamente la fioritura della scienza ellenistica (il cui recupero, mediato dall'Islam, è parte del sostrato da cui sorse la scienza moderna).

 In questa sede però ci si contenterà di mettere in luce il ruolo delle dispute teologiche del tardo medioevo nel preparare la rivoluzione astronomica del ‘600. Emergerà anche, nella ricezione di Aristotele dell’epoca, uno spirito critico che molti non sospetterebbero. Per Aristotele il mondo era unico, finito ed eterno. Il vero problema sorse solo con l’ultimo attributo, apparentemente inconciliabile con la Creatio Ex Nihilo, ma non mancarono teologi, come San Tommaso d’Aquino, che trovarono possibile ammettere questa ipotesi.

Per quanto riguarda unicità e finitudine del mondo, ipotesi perfettamente conciliabili col cristianesimo, il disappunto dei teologi si accendeva contro le argomentazioni utilizzate da Aristotele. Com'è noto, lo stagirita credeva che i quattro elementi del mondo sublunare, cioè terra, acqua, aria e fuoco, tendessero ognuno verso una loro esclusiva regione di pertinenza, verso il loro luogo naturale. Ecco perché, ad esempio, un fuoco acceso va verso l’alto, attratto dal suo luogo naturale posto in cielo. Per Aristotele la pluralità dei mondi è problematica: gli elementi in un mondo sarebbero attratti anche dai rispettivi luoghi naturali negli altri mondi, e questo farebbe collassare i mondi gli uni sugli altri. Per i teologi cristiani questa era un'inaccettabile limitazione alle possibilità di Dio. Pietro di Tarantasia (papa Innocenzo V) dice: "Dio potè, e ancora può fare un universo oltre a questo, cioè un altro mondo, e infiniti mondi, sia dello stesso sia di altro genere". E a ciò aggiungeva che gli elementi sono ordinati solo all’interno del mondo che li ospita. A fargli eco Nicola d’Oresme: "Se Dio creasse un mondo oltre a questo gli elementi di un altro mondo si comporterebbero, al suo interno, come gli elementi di questo mondo si comportano in questo".

A parte l’apertura all'ipotesi dei molti mondi, queste obiezioni sono fondamentali perché mettono in discussione la teoria dei luoghi naturali e suggeriscono l’idea che le distanze possano giocare un ruolo nel regolare l’intensità delle interazioni fisiche. Guglielmo da Ockham e Nicola d’Oresme sono portati a considerare la distinzione tra "alto" e "basso" come puramente relativa e a ridefinirla in rapporto alla coppia "leggero" e "pesante". Oltre ai moti spontanei verso i luoghi naturali, Aristotele si dedicava anche ai moti violenti, quelli prodotti su un corpo da un motore esterno, con un’azione che persiste finché dura il contatto tra i due. Ma come avviene il moto dei proiettili, ovvero di quei corpi il cui moto prosegue anche dopo che il contatto col motore è cessato? Secondo Aristotele il moto prosegue perché il motore iniziale comunica al mezzo il potere di trasportare il corpo mobile. 

Nel VI secolo Giovanni Filopono, il primo direttore cristiano della biblioteca di Alessandria, alla tesi aristotelica ribatte che l’aria, lungi dal trasmettere movimento ai corpi, ne ostacola in realtà il movimento opponendo resistenza. Secondo Filopono si deve immaginare "che una certa potenza motrice immateriale sia impartita dal proiciente al proietto", e che questo sia dunque in grado di proseguire il suo moto anche da solo. Questa idea avrà successo nel mondo Arabo e tornerà in Europa col teologo Francesco Della Marca.

Nel XIV secolo l’idea è ormai diffusa nelle linee generali (in vari modi la formulano Guglielmo da Ockham, Nicola d’Oresme e altri), ma è Giovanni Buridano che più di tutti anticipa la futura formulazione di Newton del principio di inerzia: Buridano infatti afferma chiaramente che il moto di un proiettile prosegue finché non prevalgono le forze contrarie e lega esplicitamente "l'impetus" alla velocità e alla quantità di materia del corpo lanciato. L’aspetto più importante della sua riflessione è però l'estensione di questo principio a qualsiasi tipo di moto, anche quello dei corpi celesti, che per Aristotele faceva caso a sé. Nella fisica di Aristotele i corpi celesti sono fatti di etere, un quinto elemento assente sulla Terra, e si muovono di un moto rettilineo uniforme a causa di un motore immobile che non cessa mai la sua azione. Dopo Buridano diventa possibile immaginare gli astri messi originariamente in moto da una causa ora non più operante. In altre parole si apre la strada all'unificazione della fisica terrestre con quella celeste.

E la Terra? Per Aristotele essa era immobile, ma Buridano e Oresme ribattono che la Terra potrebbe tranquillamente muoversi in quanto le prove osservative non sono dirimenti a causa della relatività dei moti. Anticipano cioè le intuizioni che lo stesso Galileo ebbe, senza però svilupparle fino al punto di comprendere che il suo sistema eliocentrico era equivalente a quello geocentrico di Tycho Brahe. Oresme si preoccupa anche di spiegare che non ci sarebbe discordanza tra la tesi della Terra in movimento e l’insegnamento biblico, in quanto i libri sacri adottano il linguaggio delle epoche in cui compaiono affinché gli uomini possano capirli. Per concludere, una sotterranea influenza sulla scienza fu esercitata anche da Niccolò Cusano: il suo metodo di insegnamento teologico, che si avvale largamente di matematica e geometria, esteso al campo della fisica mette in discussione molte idee care ad Aristotele: la Terra non è perfettamente sferica, le orbite planetarie non sono perfettamente circolari, tra Terra ed astri non c’è necessariamente differenza di natura e nell’universo non può esistere un centro immobile. 

Bibliografia: “Storia della filosofia Vol. 3”, a cura di Umberto Eco e Riccardo Fedriga, Gruppo Editoriale L’Espresso 2015

Tratto da: Storia delle Idee




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23 agosto 2017

Francesco, Brandmuller o Brian Moore?


di Amicizia San Benedetto Brixia

L’intervista di Brandmuller per Die Neue Ordnung, tradotta da 1P5 e rilanciata da Marco Tosatti, è di estremo interesse e di nessuna inopportunità e ora dirò il motivo.

Correva l’anno 1973 quando Jack Gold produsse il film “The Catholics”, ispirato all’omonimo romanzo di Brian Moore e proiettato in Italia con il titolo “Il conflitto”. La trama è semplice: un monastero irlandese di osservanza tradizionale viene commissariato dal Vaticano. Il commissario è un sacerdote modernista che pratica yoga e l’obiettivo è far desistere la comunità dalla celebrazione del Vetus Ordo. Lungo il film il sacerdote riesce a ottenere il consenso dell’abate, che in virtù dell’obbedienza impone il cambio di rotta ai suoi monaci. La pellicola termina con i religiosi in ginocchio, mentre pregano il Padre Nostro, e il loro abate che - preda di forti crisi di fede - non riesce a concludere l’orazione… ma facilmente concluderà la riforma.
La sceneggiatura, a tratti un po’ lenta, tiene il pari con sorprendente tempismo alla polemica tra tradizione e progresso, superstizione e secolarismo. La domanda finale dello spettatore è semplice: ha senso obbedire in nome della fede a un superiore che abbia smarrito la fede? Mi sono sempre chiesto come si sarebbe comportata la Chiesa in casi simili, al di fuori della finzione.

Risponde a tale quesito l’articolo di Tosatti: “c’è una tradizione in questo senso che risale al V secolo, e che vedeva il papa neo-eletto comunicare la sua Professione di fede” e Brandmuller precisa che in tali confessioni, per esempio nell’Indiculum Pontificis, “il nuovo papa dichiara la vera Fede come è stata fondata da Cristo, passata da Pietro, e poi trasmessa dal suo successore fino all’ultimo, il papa neo-eletto, così come l’ha trovata nella Chiesa e che desidera ora proteggere con il suo sangue. Il nuovo papa si impegnava a confermare e difendere i decreti dei suoi predecessori. Brandmüller commenta così: E’ notevole come esplicitamente, specialmente nell’ultimo paragrafo del testo, è sottolineata la stretta conservazione di ciò che è stato dato e trasmesso; il papa promette di conservare i canoni e i decreti dei nostri papi come comandi divini”.

Interessante, dunque l’obbedienza nella fede presuppone che il superiore condivida tale fede (come attestano le dichiarazioni dei pontefici medievali) e/o si impegni a comandare ciò che ad essa è conforme (vincolandosi ai canoni e decreti e alle tradizioni ricevute).

Se convenga proporla a Francesco, non sta a me indagarlo. Che sia nei diritti-doveri di un cardinale pronunciarsi a tal riguardo, è fuor di discussione. Io perintanto mi procuro fotocopia dell’Indiculum Pontificis da tenere nel giustacuore: può sempre tornare utile con qualche parroco o parrocchiano poco versato in storia ecclesiastica e troppo incline alle mode del tempo.

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10 agosto 2017

La Chiesa post-sessuale (II parte)


(qui la prima parte)

di Marco Sambruna

DAI FRUTTI RICONOSCERETE L’ALBERO

Per soppesare i fenomeni della storia, compresa la storia della Chiesa, vale sempre la Parola di Cristo il quale ci ha suggerito un metodo infallibile per valutare la bontà del decorso materiale e spirituale di una realtà: occorre osservare la qualità degli effetti per comprendere la qualità delle cause. Questo è il significato più trasparente della frase evangelica “dai loro frutti dunque li riconoscerete”.
Noi tentiamo qui di percorrere il medesimo itinerario proponendoci di osservare e valutare la qualità della causa a partire dagli effetti che ne sono scaturiti: ne risulta infine come l’iter di sterilizzazione indotta e spacciato da una parte della leadership cattolica come percorso di maturazione cristiana sia la causa scatenante dell’attuale impotenza e infecondità cattolica allo stesso modo in cui un albero infetto produce frutti atrofizzati.

L’analisi degli effetti prodotti dalla realtà cattolica attuale ci rivela dunque le seguenti evidenze tutte o quasi riconducibili a un cammino di depotenziamento in materia dottrinale, teologica, etica e devozionale:

- Sentimentalizzazione del Cristo, gradualmente disinnescato fino alla sua riduzione al rango di un buonista qualsiasi desideroso di andare d'accordo con tutti per non dispiacere a nessuno nell’oblio degli episodi evangelici che ne manifestano invece la virilità come le invettive contro i mercanti del tempio, contro gli scribi e farisei ossia i radical chic dell'epoca e perfino contro qualche apostolo. Riduzione del Cristo da Colui che non è venuto a portare la pace, ma la spada a colui che non è venuto a portare la spada, ma la pace anche a costo di compromessi secolarizzanti;

- Dissoluzione dell’aura solenne che circondava i sacramenti e loro progressiva banalizzazione e riduzione a prodotti di consumo che non necessitano più di alcuna evoluzione personale prima di essere accostati; desacralizzazione, dissacrazione e infine derisione del sacro e sua mercificazione a livello di un articolo commerciale low cost il cui conseguimento non è più frutto di un’impegnativa conquista, ma di un preteso diritto;

- Denigrazione e colpevolizzazione della civiltà europea e della storia occidentale contrabbandata come una sequela di soprusi priva di qualsiasi connotazione positiva da scontare tramite una resa incondizionata alla penetrazione di altre culture e visioni del mondo;

- Psichiatrizzazione della fede tradizionale cioè della fede tout court tramite sua squalifica al rango di residuo archeologico degno di una mente mineralizzata dai connotati nevrotici;

- Confortevole rinuncia all’evangelizzazione perché incompatibile con la narcosi laicista spacciata per pace che gode anche in seno alla chiesa di priorità assoluta. Divulgazione della errata credenza per cui il proselitismo ha connotati negativi laddove invece il proselita è colui che diventa cristiano in seguito all’evangelizzazione. Ne esce inficiata la dimensione missionaria tipica dell’appartenenza cristiana e rinforzata la fondazione di una fede privatizzata e intimistica dalle sfumature ereticali;

- Estinzione dello spirito di profezia, dell’escatologia e della soteriologia come capacità da parte della Chiesa di indicare scenari futuri terreni e ultraterreni e loro sostituzione con calcoli previsionali di corto respiro, ad esempio sullo stato di salute del pianeta, fondati talvolta su concezioni scientifiche tuttora dibattute e mai definitivamente chiarificate peraltro mutuate da agende laiciste affette da manipolazioni ideologiche.

- Sostituzione dell'autentica esperienza religiosa in quanto tale sempre personale e soggettiva con pratiche collettive di erogazione di servizi sociali grossolanamente confusi come autentici percorsi di fede e conseguente nefasta identificazione fra sviluppo umano e obblighi civili da adempiere per legge. La raccolta differenziata come nuova frontiera dello spirito;

- Omologazione del magistero cattolico all'agenda mondialista come dimostrano i notevoli cedimenti sulle questioni di bioetica e sugli ex “principi non negoziabili”;

- Scissione schizoide nella coscienza dei cattolici a causa del divergere fra le esigenze previste dal magistero tradizionale e le eterodossie personali di taluni vertici ecclesiastici tragicamente presentati come dogmi con conseguente caotizzazione e destabilizzazione delle certezze di fede che favoriscono il consolidarsi del relativismo etico di matrice protestante;

- Imborghesimento del credente medio la cui devozione è spesso ridotta alla ripetizione di gesti e formule di cui non conosce nemmeno il significato simbolico da cui deriva una narcosi esistenziale e una tranquillizzante anestesia morale che ottunde l’inquietudine necessaria a ogni ricerca;

- Retrocessione dell'estetica e solennità della liturgia cattolica a livelli di oggettivo squallore tanto da configurare tale sciatteria come un elemento distintivo della chiesa contemporanea da ostentare orgogliosamente;

- Avversione e atteggiamento di spocchiosa sufficienza verso la devozione popolare e in particolare verso il culto mariano percepito ormai come un ostacolo lungo il tragitto di protestantizzazione della chiesa. Disinnesco dei significati più urgenti e degli appelli più pressanti rivelati dalle apparizioni riconosciute e loro addomesticamento arcobalenizzante verso un generico appello alla pace e alla concordia universale

- Valorizzazione narcisistica dell'approssimazione teologica e filosofica in nome di un primato della prassi che segmenta e parcellizza l’impegno caritativo in una serie di operazioni caratterizzate da arido funzionalismo spesso non privo di elementi affaristici;

- Laida bruttezza e volgare anonimia degli edifici destinati al culto e sempre più frequente ricorso a rappresentazioni ai limiti dell'osceno nell'arte sacra;

- Induzione di papolatria idolatrica e forme devozionali verso i massimi rappresentanti del laicismo militante, del radicalismo libertario e del nichilismo materialista;

- Svenevole e infingarda arrendevolezza di fronte all'aggressività islamista di contro allo spietato cinismo adottato verso le realtà cattoliche più ortodosse;

Inoltre e infine la più tragica delle conseguenze: l'indebolimento o l'abolizione dall'orizzonte antropologico della speranza ultraterrena quale contributo decisivo alla formazione di un uomo più triste, disperato, solo.


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01 agosto 2017

La Bonino in chiesa e il «piccolo gregge»

di Giuliano Guzzo

All’inizio ho provato forte disagio, nell’apprendere che Emma Bonino, a Biella, abbia potuto predicare in una chiesa a (coi pro life presenti allontanati, e Crocifisso e tabernacolo coperti). Poi mi sono ricordato ciò che è il mondo cattolico odierno, ossia un’armata Brancaleone dove ci sono pastori che ringraziano Allah (Libero, 2.9.2011); che prima che fossero legge chiedevano il riconoscimento delle unioni gay (La Sicilia, 13.1.2012) e che oggi benedicono gli anelli delle unioni civili (Il Giornale di Vicenza, 27.6.2017); che fanno omelie leggendo editoriali de L’Unità (Il Giornale, 3.2.2011), che distribuiscono preservativi (Libero, 28.10.2010), che sostengono che la Madonna di Lourdes voti Pd (Il Giornale, 3.4.2008), che il diavolo non esiste (La Verità, 4.6.2017) e che è opportuno, a Messa, pregare tutti insieme per lo Ius soli (La Verità, 28.6.2017).

In questo contesto, l’anomalia non è tanto che un’abortista mai pentita possa parlare di accoglienza dal pulpito come rimedio al declino demografico che le sue stesse battaglie hanno favorito se non prodotto: no, la cosa strana è che non sia ancora stata fatta vescovo o cardinale. Ironie a parte, è chiaro che i tempi sono difficili. Anzi difficilissimi, ma ampiamente previsti. «Siamo prossimi alla fine?», si chiedeva Papa Paolo VI rivolgendosi al filosofo Jean Guitton, l’8 settembre 1977. Per poi aggiungere: «Questo non lo sapremo mai. Occorre tenersi sempre pronti, ma tutto può durare ancora molto a lungo. Ciò che mi colpisce, quando considero il mondo cattolico, è che all’interno del cattolicesimo sembra talvolta predominare un pensiero di tipo non cattolico, e può avvenire che questo pensiero non cattolico all’interno del cattolicesimo diventi domani il più forte».

Ecco, direi che quel giorno è arrivato. Ma Papa Montini non si è limitato a prevedere il momento in cui il pensiero non cattolico sarebbe stato prevalente nella Chiesa, precisando che «esso non rappresenterà mai il pensiero della Chiesa. Bisogna che sussista un piccolo gregge». Può sembrare poco consolante ma sono certo, insisto, che oggi sia quel giorno: quello del «piccolo gregge». Del quale, sia chiaro, non oso presumermi parte, ma che seguo con passione. Perché so – anche se sui giornali non ci finisce e, alle prediche, continua a preferire le preghiere – che esiste. E può contare su un buon numero di pastori. E che continua, giorno dopo giorno, la sua marcia. In nome della fede in Gesù, chiaramente, ma anche di chi verrà dopo, che ha il diritto di conoscere il Cristianesimo com’era ieri, com’è oggi, come sarà sempre; tutto intero, senza versioni da discount o dentro il cellophane arcobaleno, che pure oggi tira tanto.

https://giulianoguzzo.com/2017/07/28/la-bonino-in-chiesa-e-il-piccolo-gregge/

 

29 luglio 2017

Linkin Park. Ipotesi per un suicidio

di Francesco Filipazzi
Si perdoni l'ineleganza dell'utilizzo della prima persona singolare.
Quando ho letto del suicidio di Chester Bennington, cantante dei Linkin Park, come sempre accade in questi casi sono rimasto piuttosto sorpreso. Da ragazzino, nel loro periodo Nu Metal, quando esisteva ancora MTV, avevo iniziato ad ascoltare questo gruppo, perché mi sembrava una buona variazione sul tema rispetto al solito metal che ascolto e ascoltavo con gusto (state chiamando l'esorcista?). Poi hanno innovato il loro genere e li ho persi di vista. I Linkin Park sono (o sono stati? con la morte del cantante non si sa che ne sarà) un gruppo piuttosto importante e conosciuto.

Ed è proprio qui il punto. Bennington era ricco e famoso, aveva sei figli (da due matrimoni), una carriera artistica di tutto rispetto, una voce che gli permetteva di fare tantissimo. Eppure era depresso e si è suicidato.Su questo fenomeno riguardante persone che hanno tutto e apparentemente vivono al massimo, ma poi si suicidano, ultimamente sto iniziando ad elaborare un pensiero personale, che propongo al lettore.

Partiamo dal presupposto che viviamo in un'età che probabilmente sarà ricordata come un'epoca di disperazione. L'Età della Disperazione la chiamerei. Per la prima volta nella storia viene negata pervicacemente l'esistenza della realtà spirituale. Se ci pensiamo gli ultimi 100 anni sono un unicum nella storia dell'uomo. Che ci si riunisse attorno a Irminsul o si venerassero gli antenati, nessun popolo e nessuna cultura hanno mai negato che esiste qualcosa oltre e sopra la realtà materiale. Oggi invece no, l'uomo è presentato come un essere che si muove senza senso su un pianeta marginale di una galassia marginale. Dunque, l'uomo moderno vive in uno stato di continua angoscia latente e cerca di riempire il vuoto lasciato dall'assenza di spiritualità nella propria vita con beni materiali o false gioie passeggere (vedi Flambeau). E' una ricerca continua di ciò che non si trova.

Anche chi è materialmente ricco oggi capisce che c'è qualcosa che non va, ma non trova gli strumenti per rispondere alle domande che si pone. Lo stato di ricchezza, se non accompagnato da una fede forte, può diventare una disperazione ancora più profonda, perché più si cerca di riempire il vuoto spirituale più si capisce che non si può riempire. E' come cercare di tappare un pozzo senza fondo.

Viene da dire che molti atei, più diventano ricchi più si accorgono di ciò che stanno vivendo. Forse è questo il motivo della loro depressione. Capire che ciò che si sta accumulando non serve a nulla.

La disperazione porta poi al gesto estremo. Noi credenti sappiamo che non è giustificabile, ma in qualche modo possiamo pensare che quelli come Bennington abbiano compiuto un ultimo atto di ricerca. Una fuga dall'Inferno che l'uomo moderno ha creato con le proprie mani? Non so se il cantante dei Linkin Park fosse credente, quella proposta è solo una chiave di lettura possibile.
Certo è che aveva avuto un'infanzia pesante che ha poi condizionato la sua vita e recentemente era morto un caro amico e proprio la Fede in questi casi è un sostegno formidabile.

Ricordiamo però che Gesù dice di non accumulare tesori su questa terra ma in cielo. Ciò non vuol dire che dobbiamo fare i poveri per scelta, ma che dobbiamo essere consapevoli che, pur se diventiamo ricchi dobbiamo curare il nostro spirito, riempire il nostro vuoto con la Fede. L'attaccamento ai beni terreni è solo un attaccamento a ciò che pensiamo possa farci stare bene, ma è effimero.
 

28 luglio 2017

I fondamenti dell'esistenza

(tratto da S. Pinna - D. Riserbato (curr.), Ubi fides ibi libertas. Studi in onore di Giacomo Biffi, Cantagalli, Siena 2016, pp. 303-304) 

di +Giacomo Biffi (vescovo)
1. Tre verità
Nel progetto predisposto da Dio per la salvezza degli uomini, ci sono tre pilastri che reggono tutto l’edificio della nostra esistenza. Se essi cedono, il crollo di tutti i valori è immancabile.
Sono anche le verità che è indispensabile accogliere, se ci si vuol chiamare cristiani. Queste verità sono: Dio, nostro Padre e amico; Gesù Cristo, inviato e Figlio di Dio; la Chiesa, come popolo dei salvati e comunità di coloro che sono in attesa del Regno di Dio.

2. Tre verità connesse
Queste verità sono tra loro così legate che se una si smarrisce, o presto o tardi anche le altre si perdono.
La storia di questi ultimi secoli lo dimostra. Quattro secoli fa per la prima volta in Europa si mise in discussione l’idea di Chiesa, pur conservando una profonda fede in Cristo, Dio e salvatore. Dopo qualche secolo però, dove si era persa l’idea giusta di Chiesa, si finì per scoronare Cristo della sua divinità e pensarlo come un puro uomo, sia pure grande e geniale. E divenne un luogo comune pensare a lui solo come al «primo socialista», a un liberatore degli oppressi, a un predicatore di giustizia terrestre. Affascinanti idiozie: se Gesù non fosse veramente il Figlio di Dio, sarebbe solo un esaltato e un uomo fallito.
Corrosa la fede in Cristo, anche l’idea di Dio, che sembrava vivissima, a poco a poco cominciava a sbiadire. E, per la prima volta nella storia, fece la sua comparsa l’ateismo di massa.

3. La fine dell’uomo
Sembrò in principio che anche senza l’idea di Dio si potessero salvare gli ideali umani di giustizia e di moralità. Qualcuno, più intelligente, vide invece dove si andava a finire: «Se Dio non esiste, tutto è lecito», dice un personaggio di Dostoevskij e arriva a giustificare l’omicidio.
Oggi ce ne stiamo convincendo a nostre spese. Questa società presuntuosa, che ha demolito i suoi fondamenti, non riesce più a stare in piedi: niente sembra più avere significato, nessun valore sembra sostenersi. Siamo di fronte a un mondo senza senso, che si avvia inesorabilmente alla disperazione.

4. La nostra speranza
Naturalmente alla disperazione noi non arriviamo, perché a noi è stata data una grande speranza e ogni celebrazione pasquale ce ne ripropone il motivo e ce ne ridona la freschezza e la vitalità.
Purché restiamo ben consapevoli dei tre «pilastri» e della loro necessaria concatenazione: non si riesce a salvare una esistenza umana degna di questo nome, senza la fede in Dio; non si riesce a credere in Dio che ci è Padre e non ci abbandona, senza la contemplazione di Gesù crocifisso e risorto, nel quale l’amore di Dio si è rivelato; non si arriva a conoscere veramente chi è Gesù, se non ci si mantiene nella Chiesa, «colonna e fondamento della verità», «Sposa senza macchia e senza ruga», come dice san Paolo.
Coi fondamenti della nostra esistenza non si può scherzare: chi ci verrà a tirar fuori dalle macerie dei nostri pretenziosi castelli?

 

04 luglio 2017

Pier Giorgio Frassati, l'alpinista della fede


di Alfredo Incollingo

Chi meglio di lui ci può spiegare quant'è difficile vivere pienamente la fede in Cristo. Affermava: “Vivere senza fede, senza un patrimonio da difendere, senza sostenere una lotta per la Verità non è vivere ma vivacchiare”. La fede è un moto ascensionale dell'uomo verso Dio e Pier Giorgio Frassati di scalate se n'intendeva. La sua passione per l'alpinismo gli permise di provare pienamente questa esperienza. Pier Giorgio non era un mistico, ma un uomo di carità: preferiva donare tutti i suoi risparmi ai poveri, destando l'incomprensione dei familiari, una ricca famiglia torinese.
Era nato a Torino il 6 aprile 1901 tra gli agi della sua condizione alto-borghese. Nonostante le ricchezze e una buona educazione, impostata su rigide regole, la sua giovinezza soffrì delle incomprensioni tra i coniugi Frassati. Eppure Pier Giorgio era un ragazzo molto vivace e sempre allegro, impegnato nella Fuci e nell'Azione Cattolica. Si dedicava allo sport, preferendo tra tutte le discipline l'alpinismo. Si iscrisse all'associazione “Giovane Montagna”, composta da giovani alpinisti cattolici. Durante le tante escursioni conobbe Laura Hidalgo, che fu per lui un grande amore. Era un'orfana e il cadetto di una ricca famiglia non poteva sperare di concludere un matrimonio. Dovette rinunciare ai suoi desideri e fu una scelta dolorosa, come raccontò in una lettere ad un suo amico: “Nelle mie lotte interne mi sono spesse volte domandato perché dovrei io essere triste? Dovrei soffrire, sopportare a malincuore questo sacrificio? Ho forse io perso la Fede? No, grazie a Dio, la mia Fede è ancora abbastanza salda ed allora rinforziamo, rinsaldiamo questa che è l'unica Gioia, di cui uno possa essere pago in questo mondo. Ogni sacrificio vale solo per essa.” Il 18 maggio 1924, durante una gita al “Pian della Mussa”, fondò con alcuni compagni la goliardica “Compagnia o Società dei Tipi Loschi”. Era sì un gruppo d'amici votati allo scherzo e al gioco, ma in realtà si dedicavano intensamente alla preghiera e a vivere pienamente la fede cristiana. La spiensieratezza e la religiosità di Pier Giorgio furono spezzati da una tremenda malattia, la “poliomelite”, che accusò una settimana prima della sua morte, il 4 luglio 1925. Si tentò di tutto per salvarlo, ma le cure, anche quelle più innovative, riuscirono a guarire.
 

03 luglio 2017

San Tommaso apostolo, il missionario persiano


di Alfredo Incollingo

“Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dissero allora gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò». Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c'era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!». Rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!” Così il “Vangelo secondo Giovanni” racconta l'incontro tra San Tommaso e Gesù dopo la Resurrezione e l'Ascensione. L'incredulo apostolo dubita che l'uomo che ha di fronte sia Cristo e, solo toccando le ferite della Crocifissione, alla fine crede.
Il discepolo non è solo un uomo dubbioso, è anche un cristiano determinato. Dopo la risurrezione di Lazzaro, Gesù è deciso a tornare in Giudea, ma i discepoli si oppongono, temendo che i giudei lo possano lapidare. E' Tommaso che sprona gli altri a seguirLo: “Andiamo anche noi a morire con lui!”
Anche durante l'Ultima Cena è presente l'apostolo e prende la parola quando Gesù afferma che tutti i commensali sanno bene cosa sarebbe accaduto. Tommaso con Filippo ribatte di ignorare i disegni del Padre e Gesù così risponde: “Gli disse Gesù: Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me”, rivelandosi in maniera potente, senza tuttavia la comprensione di Tommaso, che avverrà solo nell'episodio prima citato.
Dopo la Pentecoste, secondo un'antica tradizione, Tommaso si recò prima in Siria per predicare e poi nella città di Edessa e a Babilonia. Prese il mare alla volta dell'India, stabilendosi a Muziris, dove si trovava una ricca comunità ebraica. San Tommaso convertì gli israeliti e si rivolse successivamente alla popolazione indiana, battezzando le personalità più in vista delle caste superiori della città. Dall'India è probabile che San Tommaso viaggiò alla volta della Cina per poi ritornare nella penisola indiana, dove, secondo la tradizione, si spense in età avanzata.

 

08 giugno 2017

Torna il Gay Village! Una lezione per i cattolici.


di Alfredo Incollingo

Oggi 8 giugno sarà inaugurato nel quartiere romano dell'Eur il “Gay Village”, la nota manifestazione LGBT che occupa tutta l'estate fino al 9 settembre. Dal 2002, quando si svolse la prima edizione presso l'ex Mattatoio di Testaccio, l'evento ha visto crescere i partecipanti e la sua visibilità massmediatica. Cosa strana, si segnala una massiccia presenza di eterosessuali in un ambiente destinato alla cultura gay. Non è questo l'obiettivo dell'evento, ovvero accattivarsi l'opinione pubblica? Il tema di quest'anno, la “fantasia”, è uno stimolo a continuare le battaglie culturali che hanno portato all'approvazione delle leggi sulle “Unioni Civili” nel 2016. A cavallo di un Unicorno un gruppo di ragazzi riesce a vincere le tenebre che li circondano e a raggiungere il regno di Fantasia, dove tutti sono uguali e liberi. Tutto torna. La manifestazione incita da anni una campagna di sensibilizzazione a favore della cultura e dei “diritti” omosessuali. Gli organizzatori parlano a proposito di una coltre oscurantista che copre Roma e impedisce di vivere liberamente. L'appariscenza del “Gay Village” ha il fine di rompere il buio dell'omofobia e di manifestare apertamente l'orgoglio LGBT. Oggi giorno però sembra che a essere altamente discriminati siano i cattolici. Si vive una discriminazione all'inverso e la si subisce da chi parla di libertà d'espressione e di tolleranza. Il “Gay Village” ci offre però una grande lezione. Il mondo cattolico è diviso, oppresso e lassista. La realtà LGBT è invece accattivante, “movimentista” e motivata. Ecco le tre parole chiavi che ci permettono di spiegare il successo delle loro campagne massmediatiche. E' vero, ci sono anche potentati che supportano queste battaglie, ma è altrettanto vero che i denari, senza chi li sappia utilizzare, non bastano. Il “Gay Village” ci fa riflettere sul modo di portare avanti le nostre battaglie per la famiglia, ma anche contro l'aborto, l'eutanasia e le altre anormalità moderne. Non bastano le preghiere e le veglie per sconfiggere il Nemico, perché sarebbe segno di pigrizia e di poco zelo. Il cattolicesimo non è solo contemplazione, ma anche (collabor)azione, che nasce dalla prima. I grandi santi ce lo hanno insegnato con la loro carità: fede e opere. Cosa avrebbe fatto San Francesco d'Assisi o San Domenico di Guzman se si fossero limitati a pregare? E' certo che la preghiera è un'arma potente, il supporto necessario per vincere, ma, illuminati dalla Grazia divina, possiamo meglio agire. Il “Gay Village” occuperà l'intera estate romana e perché non sperare in un “Villaggio cattolico”, sullo stile medievale, che sappia insegnare la bellezza della famiglia?

 

21 aprile 2017

Sant'Anselmo d'Aosta. La ragione nella comprensione della fede.


di Alfredo Incollingo

E' sbagliato accostare la ragione alla fede? Sono due realtà totalmente inconciliabili? La scolastica medievale aveva compreso il ruolo positivo della ragione nel definire cosa sia la fede. I moderni li considerano in totale inimicizia, mossi da presunte certezze scientifiche; paradossalmente i medievali riconobbero l'apporto fondamentale della ragione e della scienza nel campo teologico. Nella giusta posizione erano benefici per approfondire la fede in Gesù Cristo. Il medioevo, come affermava G.K. Chesterton, ha vissuto il conflitto tra due anime del cattolicesimo: quella mistica e agostiniana e quella razionale e aristotelica con Sant'Anselmo d'Aosta. La riflessione del santo dottore valdostano non poteva prescindere dal ruolo rilevante svolto dalla ragione nell'approfondire la fede: da questa certezza Sant'Anselmo muoveva nell'interrogarsi sulla dimostrazione dell'esistenza di Dio, sul peccato, sulla Grazia e sul mistero del male. Ma partiamo dall'inizio. Chi era Sant'Anselmo? Era di nobili origini, rampollo di un ricco e potente casato d'Aosta, destinato a vivere agiatamente. Invece, contro il parere della sua famiglia, scelse la vita monastica, entrando nell'Ordine di San Benedetto. I dissidi familiari furono così frequenti e coercitivi da spingerlo a lasciare l'Italia per la Normandia, trasferendosi nell'abbazia di Bec. Il priore, Lanfranco di Bari, fu il suo mentore nei primi studi teologici, i cui frutti si videro negli anni della maturità, quando nel 1076 pubblicò il “Monologion”. Qualche anno dopo, nel 1093, venne consacrato arcivescovo di Canterbury e in Inghilterra lottò affinché la Chiesa fosse libera da qualsiasi ingerenza temporale. Questo scontro inevitabile con la Corona inglese gli costarono ben due esili. Non è caso se, dopo la sua morte, il processo di canonizzazione fu inaugurato da San Tommaso Becket, un martire inglese per la una Chiesa libera. Perché Sant'Anselmo d'Aosta è importante nella storia della teologia e per noi cattolici? La risposta è semplice: ci ha insegnato a vedere la ragione non come una nemica, ma come un aiuto importante per approfondire la nostra fede. Il motto anselmiano è “credere per comprendere”. La conoscenza di Dio parte naturalmente dalla fede nella Rivelazione. La ragione è uno strumento importante per chiarire i dati di fede: in Sant'Anselmo troviamo il concetto di “razionalismo”, cioè di un uso “ragionevole” dell'intelletto umano. Oggi si parla di razionalismo, della versione ideologizzata della ragione. Un assoluto che si contrappone alla realista ragione medievale. Partendo da questi presupposti il santo valdostano inizia la sua fervida indagine intellettuale che lo porta a esplorare i misteri dell'esistenza umana e anche a cercare di dimostrare, nel suo “Monologion”, l'esistenza di Dio “a posteriori”, cioè partendo dal mondo sensibile e da qui risalire al Creatore. Possiamo alla fine capire l'importanza di un santo dottore che ha saputo conciliare il Vangelo con la logica aristotelica, che ha introdotto Aristotele al cristianesimo, come affermava G.K. Chesterton. Non è il cristianesimo che si è aristotelizzato, ma è lo Stagirita che è stato battezzato.

 

18 aprile 2017

Messa abolita per mancanza di fede

di Giuliano Guzzo

Nella vicenda di don Mario S., il sacerdote che presso la chiesa di Sant’Erasmo, nella piccolissima isola delle Vignole, nella Laguna veneziana, ha sospeso la Messa «per mancanza di fedeli», c’è sicuramente tutto il dramma di un Cristianesimo in ritirata, ma non ridurrei il problema ad una questione di numeri. Mi spiego. E’ vero che in Italia, oggi, la domenica va in chiesa, in media, meno di una persona su cinque (l’Istat dice una su tre, ma non specifica di quale luogo di culto si tratti e, soprattutto, si basa su ciò che la gente dice, non su quello che fa, che di solito è meno), ma il vero guaio è quello che denunciava il cardinal Biffi (1928-2015): «Non bisogna aver paura dei cattolici non praticanti, ma dei praticanti non cattolici».

Sì, Biffi purtroppo aveva ragione. Se infatti il don Mario di turno non ha più fedeli (posto che la Messa, in una prospettiva di fede, ha lo stesso senso anche alla presenza del solo celebrante), la responsabilità è anzitutto di un popolo solo nominalmente cristiano. Qualche esempio? Guardate la differenza tra quelli che vanno a Messa e quelli che (ancora) si confessano; fra coloro che si dichiarano cattolici e quelli che lo fanno senza subito aggiungere che la Chiesa, a detta loro, «dovrebbe aggiornarsi»; tra quanti si recano fisicamente in chiesa e quanti si accostano consapevolmente all’Eucaristia, senza chiacchierare, guardare il telefonino né filarsela con scatti alla Usain Bolt durante il canto finale, come spessissimo capita, col celebrante ancora sull’altare.

Non intendo, sia chiaro, giudicare la fede di alcuno. Tuttavia, insisto, limitarsi a leggere l’attuale crisi religiosa quantitativamente – alla luce cioè delle residuali affluenze domenicali o della povertà di vocazioni -, significa chiudere la stalla quando i buoi sono scappati. Perché la diminuzione di fedeli non avrebbe luogo senza una precedente diminuzione di fede, diminuzione dovuta non tanto – a mio modesto avviso – alla secolarizzazione della società, ma a quella della Chiesa, con l’annuncio cristiano (che dopo Pasqua dovremmo aver tutti ben chiaro) sovente ridotto a invito alla benevolenza, l’evento reale della risurrezione a suggestione e Gesù ad hippie ante litteram. Con queste premesse, converrete, non è strano che il Cristianesimo europeo sia in crisi, anzi. Sarebbe incredibile non lo fosse.
 

28 marzo 2017

Brescia pro-life: la testimonianza di Gianna Jessen


di Amicizia san Benedetto Brixia

Per una sera almeno, quella di venerdì 24 marzo, Brescia si è scoperta pro-life. L’occasione è stata offerta dalla presenza di Gianna Jessen, la quarantenne americana che, sopravvissuta ad aborto salino, nonché sfuggita miracolosamente ai tentativi di strangolamento del medico illuminato di turno, ora gira il mondo raccontando la propria storia e portando la testimonianza della “bambina di Dio”, abbandonata da tutti ma non dal Padreterno. Bello il racconto di Janna, che ha intrecciato tre livelli di riflessione: l’olocausto dell’aborto, l’annuncio di fede cristiana, l’invito alla riscoperta di una virilità e di una femminilità all’insegna della purezza. Mi preme particolarmente ricordare due commenti della Jessen: il primo di totale stroncatura nei confronti del progetto di legge liberticida che la Francia giacobina e anti-libertaria ha in cantiere, un progetto “terribile” e dannoso per tutti (non solo per i cattolici, con buona pace della Stampa illuminata), a dire della quotatissima testimone non cattolica; il secondo un endorsement biblico a Trump, “non trovate curioso - chiede ironica Gianna - che Dio abbia scelto una persona così particolare per attuare il suo grande progetto?” Non servono commenti.
E ora torniamo al risveglio pro-life di Brescia. A suo modo Brescia è una realtà dalla vivacità che davvero impressiona: piccola ma tenace, la sua attività culturale è continuamente tagliata da influssi di sinistra e di destra - se concedete la semplificazione. Non mancano periodici interventi dei grandi nomi à la page: Cacciari, Mancuso, Bianchi, Kung (sventato all’ultimo) e gli altri grandi ospiti del “pensiero pericoloso” (per dirla con i dizionaristi del Timone); sono già stati celebrati i primi matrimoni omosessuali in comune; si attende a settimane la profanazione del Corpus Domini con la sfilata del Gay-pride. D’altro canto la Leonessa ha sfornato in questi ultimi anni fenomeni del calibro delle Sentinelle in Piedi (da subito attivissime in questa sede); testimonial d’impatto nazionale come Massimo Gandolfini e ha raccolto in pochi mesi la presenza di nomi quali il card. Burke (due volte in meno di un anno), Amato (con e senza Povia), Miriano (con e senza p. Botta), Gotti Tedeschi, don Bux, il card. Sarah. Interessante, non trovate? Evidentemente i due spiriti del beato Paolo VI continuano a soffiare. E insomma non è stato per nulla scontato venerdì scorso trovarsi nella chiesa di S. Maria del Carmine e scoprirla stracolma di fedeli e sacerdoti, esponenti progressive e conservative, movimenti laicali e ordini religiosi, assessori e uomini di Curia (quest’ultimi mica troppi, a meno di aver visto male). Mi ha colpito in particolare notare come l’invito di Gianna Jessen abbia catalizzato e messo in stretta collaborazione svariati gruppi tra loro. Teniamo la doppia lezione: del fatto che il popolo pro-life non è né esiguo, né pavido, né disarticolato, né arrendevole e del fatto che se i gruppi variamente legati alla tradizione si uniscono tra loro, possono fare davvero la differenza su larga scala. Un insegnamento semplice, ma non banale per la causa contro-rivoluzionaria.

 

18 febbraio 2017

Quando la carità cristiana plasmò la carismatica Europa


di Alfredo Incollingo

Sarebbe ingiusto nei confronti della storia, se vogliamo mantenerci su un piano laico, negare le radici giudeo – cristiane dell'Europa. Cristo ha capovolto i parametri filosofici e etici dei popoli europei: il concetto di persona, la sua sacralità, la sua dignità, l'amore  che è carità e il patrimonio culturale cristiano sono realtà concrete che oggi vengono spiegate con dubbie origini. Sarebbe un tradimento per i cattolici condividere il parere di chi rifiuta queste evidenze ed è giusto continuare a impegnarsi a livello europeo affinché li si riconosca. Suor Marina Motta, sorella delle Suore del Bambino Gesù, dottoressa in lettere moderne e in scienze religiose, ci racconta in "Carismatica Europa: come i santi hanno rivoluzionato la storia dell'Occidente" (Città Nuova, 2015) la straordinaria vita dei santi che hanno plasmato la nostra Europa.
Dall'antichità all'età contemporanea si delinea una galleria di volti e di personalità carismatiche, sante e integre nella loro fede, che hanno lasciato la loro sacra orma nella società umana. Motta ci racconta le loro vite, le loro opere e come hanno contribuito alla cristianizzazione dell'occidente e poi a forgiare la nostra Europa. San Cirillo e San Metodio hanno avvicinato l'occidente all'oriente; San Benedetto da Norcia ha fatto conoscere Cristo alle genti europee; San Francesco e gli ordini mendicanti hanno insegnato che la carità e l'economia non sono incompatibili: è possibile un'economia umana. Le grandi mistiche medievali e moderne hanno parlato del Dio d'Amore e della Vergine Maria che ci assiste e ci consola, ricordandoci di convertirci per far trionfare il Sacro Cuore di Gesù; i missionari, gesuiti e no, hanno portato il Vangelo nei quattro angoli del pianeta, come Gesù stesso ha insegnato.
Il cristianesimo non è una filosofia, perché, se fosse così, si ridurrebbe a un insieme di concetti astratti. La fede in Cristo è invece un fatto concreto perché Gesù è un Dio vivente, una divinità che si è fatta uomo. Se fosse una semplice dottrina, non avrebbe lasciato il segno nelle nostre vite e nella nostra civiltà. Il racconto dei santi fondatori dell'Europa ci provano che il cristianesimo è verità e come tale ha rivoluzionato nel segno dell'Amore (cristiano)  e con la carità quello che una volta era un continente privo di umanità e un misto confusionario di genti. Quale ruolo ha la santità oggi? Motta conclude il suo interessante lavoro delineando l'importanza dei santi nella contemporaneità, in un mondo che sembra aver allontanato Dio dal suo orizzonte esistenziale.

(Da Il Settimanale di Padre Pio, n.5, del 5 febbraio 2017)

 

01 febbraio 2017

Qualche divagazione sul film Silence


di Alfredo Incollingo

Il Giappone ci ammalia: sushi, manga, anime (i cartoni animati) e tutta la chincaglieria nipponica ha conquistato centinaia di migliaia di fan nell'altrettanto ingegnoso e eccelso occidente. Forse oggi avremo da ridire su questi aggettivi, ma sarebbe un tradimento negare la luce dei secoli passati, anche di quelli che sono solitamente definiti bui. Siamo sinceri, i gusti sono gusti: c'è chi ama il sushi e i manga e chi non li apprezza. Piena libertà. Eppure le luci stroboscopiche dei cartoni animati nipponici e la tecnologia futuristica, aggiungiamo anche Yukio Mishima e i kimono, ci portano a esaltare una civiltà originale, sì, fedele a stessa, altrettanto, ma non superiore alla nostra. Nel nostro Kali Yuga permane una parvenza di verità e di luminosità. Il problema è trovare questa luce nell'oscurità odierna e la cerchiamo invece in luoghi lontani che ci paiono più chiari e sani di noi. I samurai ci piacciono e la nostra cavalleria? Erano bellatores disciplinati e devoti, ma c'è Verità e verità: c'è quella cristiana, l'unica, e quella del bushido e del buddismo, che avrà segni di fondatezza (che l'avvicinano al cristianesimo), ma non si può prescindere da ciò che ci allontana. Le proporzioni tra le similitudine e le differenze sono a favore della seconda. L'ultimo film di Martin Scorsese, Silence, ci ha posto di fronte a tante domande. E' lecita l'apostasia in caso di pericolo e il perdono è possibile? Il gesuita padre Cristovao Ferreira nel film ritiene incompatibile Cristo con la cultura giapponese e anzi propone una versione addolcita del cristianesimo. Gli Shogun massacrano i cristiani? Allora vuol dire che Cristo non è adatto a questo popolo, sostiene l'apostata missionario. Meglio abiurare la propria fede, cercando Dio nella tradizione giapponese, o convertendosi addirittura al buddismo. Cristo lo mettiamo da parte per tempi migliori. Non trovate similitudine con la situazione dei cattolici odierni? Nell'errore vi cade anche il gesuita Rodrigues quando accetta di negare la sua missione apostolica per seguire l'atteggiamento del suo maestro. Era partito per il Giappone nel tentativo di salvare Ferreira, ma finisce nel cadere nella rete del nemico. Quanti di noi pensano di trovare la salvezza in Oriente? O quanti pensano che le dottrine filosofiche e religiose orientali siano compatibili con il cristianesimo? René Guénon, che va trattato con una certa cautela, biasimava l'orientalismo della cultura europea. Come il gesuita apostata anche la Francia della Belle Epoque, di fronte alle nevrosi della modernità, cercava la sua anima in Sud America o in Asia, dimenticandosi di avere monasteri, chiese e un patrimonio spirituale immenso dentro di sé. L'acceso anticlericalismo aveva sviato intenzionalmente la ricerca delle proprie radici cristiani, portando il francese a guardare in Oriente, verso qualche improbabile sorgente di vera fede. In Oriente e Occidente Guénon critica questo atteggiamento, definendolo blando e d'erudizione: è facile mettere insieme, a caso spesso, le varie ritualità religiose; è difficile invece capire l'essenza sacra (tradizionale, direbbe lo scrittore) che farebbe coincidere queste forme essoteriche del sacro. Ammesso che ci sia. Il cattolico che fa ciò è un fedele confuso, molto confuso. I Ferreira abbondano anche nella Chiesa moderna. Quanti sacerdoti, missionari e cardinali mettono da parte l'apostolato per non turbare le coscienze altrui o per vivere in tutta tranquillità?
Abbiamo di fronte a noi uomini di Chiesa tentennanti (meglio i tanti laici che testimoniano il Vangelo anche nel pericolo), occidentali smemorati (e resi ignoranti intenzionalmente) e un Giappone tradizionalista e modernista, che si lacera in questi opposti, capace anche di perseguitare una religione che portava un Dio d'amore nell'arcipelago. I samurai saranno anche affascinanti, ma nessuno toglie la fierezza, la fede e il sano carattere aristocratico della cavalleria templare, dei maltesi difensori d'Europa e dei tanti ordini militari e monastici che ci hanno protetto nei secoli passati. Nel Cristo Re e nel Cristo amante degli ultimi ritroviamo quell'unità e quella ragione d'essere che nessun Budda e nessun imperatore potrebbe darci.
 

09 dicembre 2016

Non praevalebunt! Un prontuario per la resistenza cattolica


di Alfredo Incollingo

Il titolo di questa recensione potrebbe far storcere il naso ai cattolici più sensibili, aperturisti e dialoganti, ma non dobbiamo temere il giudizio altrui. Siamo dunque politicamente scorretti, il che non vuol dire insultare alcuno, ma affermare la verità. Il saggio che presentiamo va in questa direzione e va compreso senza “se” e senza “ma”. Le critiche, se ben fondate, sono valide, ma il piagnisteo non ci garba. Dunque se volete conoscere la Verità, con la V maiuscola, non vi rimane che acquistare il nuovo saggio di Fabrizio Cannone, “Per una resistenza cattolica. Politica, attualità e cultura alla luce del Vangelo” (Solfanelli, Chieti, 2016: da richiedersi su www.edizionisolfanelli.it). Troverete una critica pungente della modernità e un nuovo modo di intendere l'esistenza e la società alla luce del Vangelo, come ben evidenzia il sottotitolo.

Procediamo con ordine e presentiamo il nostro autore e collaboratore, sin dal 2012, di Campari & De Maistre. Fabrizio Cannone è romano, fedele all'Urbe, cristianamente parlando, quindi è un cattolico “osservante” (come li si definisce adesso i credenti in Cristo, perché purtroppo oggi esistono troppe e vuote categorie di fedeli). E' un tomista di ferro, che farebbe sbiancare qualsiasi teologo modernista, ed è dottore in Storia del Cristianesimo (Uniroma 2, 2001) e in Scienze religiose (Angelicum, 2008). Ha all'attivo già due libri e ha scritto più di cinquecento articoli su molte testate note e importanti del mondo cattolico (La Croce Quotidiano, La Verità, Fides catholica, Radici Cristiane...). E' un grande e appassionante apologeta, e in questo ultimo lavoro non smentisce la sua vena dissacratoria dei moderni tabù.

“Per una resistenza cattolica” si può leggere come un manuale per giovani credenti o per chi, ormai avanti con l'età, vuole mantenere accesa la fiamma della fede. E' una raccolta dei migliori scritti dell'autore, interamente riveduti migliorati e corretti, ma strutturata come un saggio. Ogni capitolo tratta di un argomento d'attualità, dalla famiglia al tomismo, dal femminismo al gender, appoggiandosi con rigore a dati statistici, citazioni, fonti documentarie... L'erudizione non manca, ma questo lavoro non vuole essere certamente un esercizio di stile. La conoscenza è al servizio della fede e non viceversa, altrimenti è gnosticismo.

Ogni capitolo racchiude un seme di verità che, depositato nella coscienza del lettore, farà germogliare un albero rigoglioso e forte. Cannone ha voluto offrire così tanti spunti di riflessione sui temi più urgenti di oggi, parlando anche dell'importanza del “servizio militare”, per esempio, o del valore della cultura e della ricerca, snocciolando il messaggio evangelico su ogni singola tematica. La famiglia, la vita, la politica o la scuola vengono letti secondo il Vangelo, quindi smantellando i pregiudizi moderni, costruiti sulla sabbia, e fondando queste bellezze della vita sulla roccia, come la Parola del Signore, al quale si rifà.

Ecco quindi lo scopo principale di Cannone: fornire al lettore spunti di riflessione, ma anche strumenti per affrontare il dibattito. Mai arrendersi o tirarsi indietro, ma è necessario affrontate il “nemico” in ogni circostanza. Le trecento pagine di “Per una resistenza cattolica” vanno lette con attenzione (lo stile aiuta notevolmente) e comprese fino in fondo. Mai lasciare nulla per scontato, ma tutto va analizzato e assimilato. Solo in questo modo sapremo far tesoro delle ottime riflessioni di Cannone.

 

02 dicembre 2016

Il martirio di Bibiana, santa della purezza


di Alfredo Incollingo

Nonostante la tolleranza religiosa imposta dall'imperatore Costantino (313), la minaccia delle persecuzione non era svanita. I cristiani non erano al sicuro da attacchi esterni e il potere ancora bramava di distruggere la Chiesa di Cristo. Con l'imperatore Giuliano l'Apostata la comunità cristiana era piombata di nuovo nel terrore: nuove restrizioni e nuovi arresti gravavano sui fedeli di Gesù e ormai si preannunciava una nuova ondata di condanne a morte in odio alla fede. In molte province dell'impero i cristiani più reticenti furono martirizzati. E' il destino che fu riservato a Santa Bibiana, una giovane nobile romana che venne arrestata e condannata a morte per il suo credo. La sua famiglia discendeva da un ricco casato consolare e dai tempi di Costantino aveva abbracciato il cristianesimo. Per questo motivo, quando divenne imperatore Giuliano, Flaviano, il padre di Bibiana dovette abbandonare il suo incarico prefettizio e, sorpreso mentre seppelliva alcuni confratelli, venne ridotto in schiavitù e infine ucciso.
La famiglia, certa della sorte che le sarebbe toccata, si chiuse in casa in preghiera, aspettando i soldati, che non tardarono a fare irruzione nella loro abitazione. Dapprima fu loro riservata la morte per inedia, ma miracolosamente sopravvissero; poi si optò per altre condanne più efficaci. Dafrosa, la madre di Bibiana, venne decapitata, mentre la sorella, Demetria, venne rinchiusa di nuovo in prigione dove morì senza mai rinnegare la sua fede.
Bibiana venne risparmiata, ma fu affidata a una donna lasciva, esperta nell'arte d'amare e nella seduzione. Si voleva convertirla al paganesimo con la mondanità e il sesso, ma a nulla valsero le numerose tentazione cui fu sottoposta. Bibiana rifiutò qualsiasi lusinga e pregava intensamente. La sua fede era infatti più salda della malvagità dei suoi aguzzini. La sua tenacia le causò la morte: venne legata ad una colonna e fustigata con delle “piombate”, ovvero dei fasci di verghe con pallini di piombo. Il supplizio fu cruento e il suo corpo martoriato fu abbandonato per strada tra i cani randagi, gli unici ad avere pietà, evitando di mangiarlo e di annusarlo. Un prefetto, mosso da compassione, provvide alla sepoltura.
Quanti cristiani in Africa o in Asia vengono uccisi per la loro fede? Ancora oggi i martiri si contano a migliaia e niente pare arrestare la furia anticristiana che si manifesta purtroppo a fasi alterne nella storia. Santa Bibiana ci rammenta tutto ciò e la sua fortezza è per noi un esempio: è un monito a resistere nella fede tra le tante lusinghe del mondo.