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19 febbraio 2018

Cattolici chi votare/3. La macronizzazione di Forza Italia

di Marco Sambruna.

Nelle ultime elezioni francesi abbiamo assistito a un interessante esperimento politico finalizzato alla conservazione del potere al di la delle sigle, dei partiti e delle leadership: il Potere infatti ha mostrato quanto sia abile nel clonare se stesso e perpetuarsi con una nuova fisionomia apparente, ma con gli stessi contenuti politici.

Il Partito Socialista, ossia la realtà politica incaricata di dileguare l’identità e la sovranità francese, guidato dal machiavellico Hollande ormai in caduta libera prima delle elezioni ha compiuto due mosse da maestro: ha eliminato Fillon candidato conservatore favoritissimo all’Eliseo prima di essere travolto da uno scandaletto tutto sommato risibile – avrebbe fatto assumere la moglie presso un ente di prestigio – di cui a tutt’oggi non c’è alcuna sentenza di colpevolezza; ma soprattutto ha clonato il Partito Socialista trasferendone il programma verso la nuova formazione politica “En Marche” dell’enfant prodige già consulente Goldman Sachs, Emmanuel Macron.

“En Marche” non ha fatto altro che raccogliere l’eredità che il Partito Socialista gli ha trasmesso: un passaggio del testimone, o meglio una metamorfosi, che ha permesso al Potere mondialista, nichilista e denatalista di restare saldamente al governo nel paese transalpino e quindi di garantire la prosecuzione del programma di disgregazione della civiltà europea: Macron proseguirà il programma di delocalizzazione delle imprese, di secolarizzazione della società, di dissoluzione dell’identità culturale che già furono di Hollande. Non bisogna infatti dimenticare che, nonostante il richiamo al socialismo evochi scenari politici di segno contrario, il Partito Socialista Francese era libertario sul piano etico, liberalista sul piano giuridico, liberista sul piano economico, e dunque in virtù di tutto questo come naturale conseguenza tenacemente europeista.
“En Marche” è esattamente omogeneo a questo profilo politico: infatti è anch’esso libertario, liberalista, liberista e dunque tenacemente europeista. Solo i più sprovveduti fra gli elettori, tra cui come spesso accade i cattolici, hanno pensato che Macron rappresentasse la svolta rispetto alle politiche mondialiste di Hollande.

LO SCENARIO ITALIANO
Come sappiamo a breve anche in Italia si svolgeranno le elezioni politiche.
I temi più dibattuti si possono riassumere in tre macro categorie:
  • Lavoro e previdenza.
  • Bioetica.
  • Europa ed euro.
In tutti questi ambiti dopo le prime roboanti dichiarazione tese a smarcarsi il più possibile dal progressismo mondialista, Silvio Berlusconi ha cominciato a convergere su posizioni così moderate da apparire pressoché organiche a quelle del PD tanto da configurare uno scenario di tipo francese in cui il PD clona se stesso in FI e Berlusconi si “macronizza” cioè si traveste da innovatore ed elemento di rottura col passato mentre in realtà non fa altro che adeguarsi alle politiche progressiste della legislatura uscente magari con qualche ridimensionamento strategico.
Insomma esiste un patetico parallelo fra gli ex principi non negoziabili della Chiesa attuale e quelli di Forza Italia: in entrambi i casi si stanno verificando clamorosi dietrofront.

In ambito lavorativo e previdenziale gli oggetti del contendere principali sono due: il job act e la “riforma Fornero”. Sul primo Berlusconi dopo averne paventato l’abolizione ci ha ripensato: non si parla più di abolizione, ma semmai di correzione perché a parte qualche emendamento la legge va bene così com’è (vedi qui ).
Idem sulla legge Fornero: secondo il leader di Forza Italia “alcune cose vanno mantenute” tra cui l’età pensionabile (vedi qui ).
Capitolo bioetica: fermo restando che ormai, tranne qualche posizione isolata, Forza Italia ha abbondantemente metabolizzato sia l’aborto che il cosiddetto divorzio breve, resta sul piatto degli ex “principi non negoziabili” indicati dalla Chiesa solo la questione DAT cioè le Disposizioni Anticipate Trattamento ossia il biotestamento: mentre nel centro destra Lega e FdI hanno votato compattamente contro, la dirigenza di Forza Italia ha lasciato libertà di voto ai propri parlamentari. Di più: mentre Lega e Alternativa Popolare hanno proposto alla legge più di 3000 emendamenti con l’intento di bloccarne il percorso, Forza Italia non ha frapposto alcun ostacolo di natura giuridica o procedurale alla legge ( qui ).
Sull’Europa Berlusconi non ha dubbi: il futuro d’Italia è l’Europa. E’ vero che indica la necessità di un’ Europa liberale e cristiana diversa da quella attuale, ma l’esperienza storica ci induce a molte riserve circa la compatibilità fra istanze liberali e cattoliche. E la possibilità di un eventuale referendum sulla permanenza o meno del paese nella zona euro? per Berlusconi non se ne parla nemmeno, tanto più che il candidato premier più probabile nel caso in cui Forza Italia risulti il primo partito alle elezioni in seno alla coalizione e che Berlusconi risulti ineleggibile, è Antonio Tajani, presidente del parlamento europeo, liberale, cattolico e convinto europeista.

FORZA ITALIA = EN MARCHE ?
Del resto Berlusconi ha già dichiarato di auspicare un prolungamento di legislatura guidata da Gentiloni e quindi dal PD nel caso in cui dalla consultazione elettorale non risulti una netta maggioranza in attesa di tornare al voto ( qui ). E’ un’altra ambiguità: infatti non è chiaro perché prolungare una legislatura dimissionaria se una nuova coalizione vince sia pure di misura se non per permettere l’approvazione di alcune leggi rimaste in sospeso. Come quella dello “ius soli” che verrebbe così realizzata da un governo agonizzante e non dal nuovo esecutivo che si trova così sollevato dall’imbarazzo di dibattere su una legge che a più riprese ha dichiarato di non volere.
Ora se l’ipotesi di un Berlusconi macronizzato che catalizza voti assumendo le sembianze dell’innovatore, ma il cui programma è mutuato dal PD il quale, prima di eclissarsi definitivamente similmente a quanto fatto dal Partito Socialista in Francia, trasmette i suoi cosiddetti valori a una realtà politica ancora vitale ci si domanda seriamente perché un cattolico, specialmente se di ascendenze sovraniste e identitarie, dovrebbe votare Forza Italia.

E’ vero che un tale elettore all’interno della coalizione di centro destra può votare altri partiti, ma occorre che i voti a loro favore siano numericamente consistenti o rischiano di favorire indirettamente la formazione di un governo a guida Forza Italia che su determinati temi, come visto sopra, non appare troppo combattivo. In altri termini i voti cattolici possono determinare la vittoria del centro destra, ma se Forza Italia sarà il primo partito della coalizione sarà esso a trarne beneficio. In questo caso il partito di Berlusconi potrà infatti esprimere il premier e a dettare un’agenda politica che le ambiguità berlusconiane sopra delineate già lasciano intravedere: libertaria in ambito etico, liberalista in ambito giuridico e liberista in ambito economico.
Insomma la versione italiana di “En Marche”.

 

27 novembre 2017

A proposito della Leadership


di Niccolò Mochi-Poltri

E’ risaputo che tre indizi fanno una prova. In ordine cronologico, il primo indizio è stata l’amara sconfitta alle elezioni del comune di Roma. Il secondo indizio sono state le numerose e talvolta sorprendenti vittorie alle elezioni amministrative. Il terzo indizio infine è stata l’elezione di Nello Musumeci a governatore della regione Sicilia. Tre indizi dunque che provano in maniera inequivocabile come l’unica possibilità per le forze politiche di cdx di vincere le prossime elezioni politiche sia coalizzarsi.

Eppure all’approssimarsi dell’appuntamento elettorale pare che la discussione politica si stia vieppiù affossando nella questione della leadership, ovverosia su chi dei tre leaders delle tre maggiori forze politiche di cdx debba essere il candidato dell’intera coalizione. Già qui sarebbe opportuno fugare un’ambiguità imbarazzante a proposito di come quei tre leaders interpretano il ruolo a cui ambiscono. Le possibilità possono essere fondamentalmente due: 1) essi interpretano la candidatura come mero espediente di contabilità elettorale, nel senso che ritengono il proprio nome più adeguato strategicamente a condurre la coalizione alla vittoria e per giustificare il proprio peso specifico all’interno della coalizione stessa 2) essi interpretano la candidatura in un’accezione ad un tempo più nobile e più gravosa, cioè proponendosi come “guida” della coalizione: in tale senso il candidato sarà anche colui che condurrà il popolo del cdx fuori dal deserto degli ultimi cinqu’anni, verso la terra promessa del governo d’Italia. Nei discorsi politici pubblici tale ambiguità non viene affatto risolta, ma anzi viene aggravata dalla malcelata faziosità con cui i capi stessi o i loro epigoni interpretano i dati delle vittorie e le ambizioni della coalizione. Si tratta di un atteggiamento che invece di rafforzare la coalizione la rende vulnerabile, e che soprattutto mortifica  tutti quegli elettori, assicurati o putativi del cdx, che prima di tutto tengono alla sconfitta della sx e del M5S, anziché ai giochetti di gabinetto.
L’ambiguità che ho poc’anzi rilevata falsa a priori una possibile soluzione alla questione della leadership. Ma volendo indagarla più a fondo, è possibile scoprire ulteriori difficoltà. Anzitutto, i possibili candidati non sono adeguati ad assumere la leadership, e pertanto, qualunque sistema possano escogitare per stabilirla, sarà destinato a fallire. Silvio Berlusconi si è compromesso in maniera imbarazzante all’epoca del “patto del Nazareno”; Matteo Salvini è persona troppo intemperante e pressapochista; Giorgia Meloni, infine, è immacolata ma decisamente troppo debole e troppo poco carismatica. A tale problema di merito, si aggiunge un problema di metodo: è da mesi che si sente insistere sul “problema della leadership” come in ambito calcistico si potrebbe discutere del “problema del top-player”. L’attenzione viene fossilizzata sul singolo talento, distraendo dall’evidenza che è il gioco di squadra ad assicurare la vittoria; che le giocate del talento possono sì risultare incisive, ma la gestione della partita è affidata fondamentalmente a tutta la squadra, panchinari e società compresa, che devono credere nel progetto.
Quest’ultima constatazione ci conduce a rilevare qual è il vero problema della leadership in Italia. Negli ultimi venticinque anni di storia politica del nostro paese ci siamo assuefatti all’idea che una forza politica possa vincere solo se condotta da un leader carismatico, ma contemporaneamente abbiamo smarrito il senso autentico del “carisma”. In altri tempi il potere politico non avrebbe potuto sussistere senza la legittimazione carismatica. Ma in una democrazia liberale sarebbe opportuno diffidare del “leader carismatico”, perché una tale figura tende a dirigere la società verso lo scivoloso crinale di quella che uomini più saggi di noi avrebbero stigmatizzato come oclocrazia – governo delle masse dirette da un demagogo.
L’idea della necessità di un leader carismatico anche in una democrazia liberale fu introdotta e sviluppata in Italia da Silvio Berlusconi, e poi adottata da pressoché chiunque, Matteo Renzi, Matteo Salvini, Giorgia Meloni [sic!], Giuliano Pisapia (Pisapia!), etc. Oltre al problema inerente al concetto di “carisma”, quell’idea ne pone immediatamente un altro, a mo’ di corollario: alla crescente importanza del leader corrisponde l’indebolimento e la rarefazione della forza politica, incarnata nella forma del partito. Il partito smette progressivamente d’essere luogo di elaborazione e diffusione di idee e di proposte, smarrisce il suo ruolo di trait d’union coi cittadini, per diventare una mèra cassa di risonanza per la volubilità del leader. E mentre al leader vengono attribuiti troppi poteri e conseguentemente troppi oneri, i militanti del partito vengono corrispettivamente deresponsabilizzati, quando invece dovrebbero esser loro i primi responsabili di un’attività politica sana ed onesta.
Da tutte queste considerazioni, non posso che trarre una conclusione: nell’attuale circostanza storica, in cui il supremo obiettivo è coalizzarsi per vincere, le forze politiche del cdx devono comprendere come il “problema della leadership” sia in verità un falso problema, su cui è sterile, per non dire dannoso, indugiare. Che le forze politiche del cdx, e dunque i loro leaders, si comportino alle prossime elezioni politiche come si sono comportate alle scorse elezioni amministrative e regionali: cioè investendo del loro potere un candidato alternativo che sia essenzialmente una figura politicamente credibile ed onesta umanamente. A conferirgli il mandato di governo sarà infine l’elettorato italiano.



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15 maggio 2017

Dimissioni di Benedetto. Ecco il segreto...di Pulcinella


di Paolo Maria Filipazzi

Vi invitiamo a leggere tutto l'articolo che segue, non tanto per prendere atto di "cosa" viene svelato, ma per prendere atto di "chi"avalla questa tesi.

 “Le frizioni tra Chiesa e Stati Uniti non sarebbero venute meno neanche con la scomparsa di Giovanni Paolo II. Avrebbero invece avuto un seguito durante il pontificato di papa Ratzinger, nel corso del quale ad acuirle non sarebbe stato soltanto l’investimento fatto da Barack Obama e Hillary Clinton sull’ islam politico della Fratellanza musulmana durante le cosiddette primavere arabe, ma altresì la ferma volontà di Benedetto XVI di pervenire a una riconciliazione storica con il patriarcato di Mosca, che sarebbe stata nelle sue intenzioni il vero e proprio coronamento religioso di un progetto politico di integrazione euro-russa sostenuto con convinzione dalla Germania e anche dall’Italia di Silvio Berlusconi – ma non da quella, più filo-americana, che si riconosceva in Giorgio Napolitano.
Com’è andata a finire, è noto a tutti. Governo italiano e papato sarebbero stati simultaneamente investiti da una campagna scandalistica, coordinata, di rara violenza e priva di precedenti, alla quale si sarebbero associate anche manovre più o meno opache nel campo finanziario, con l’effetto finale di precipitare nel novembre del 2011 l’allontanamento di Berlusconi da Palazzo Chigi e, il 10 febbraio 2013, l’abdicazione di Ratzinger. Al culmine della crisi, l’Italia avrebbe visto progressivamente chiudersi le porte d’accesso ai mercati finanziari internazionali, mentre l’Istituto per le Opere di Religione (Ior) sarebbe stato tagliato temporaneamente fuori dal circuito Swift (4).
(4) Lo Ior sarebbe stato escluso dal sistema internazionale dei pagamenti dal 1° gennaio all’11 febbraio 2013 sulla base dell’accusa di concorrere ad attività di riciclaggio, con l’effetto di indurre Deutsche Bank a bloccare il funzionamento dei bancomat in tutto il territorio dello Stato della Città del Vaticano. La notizia venne data in Italia da la Repubblica, il 3 gennaio 2013, quando Fabio Tonacci pubblicò un pezzo con questo titolo: “ Vaticano, stop a carte e bancomat. Sospesi i servizi di pagamento”. All’indomani dell’annuncio dell’abdicazione di papa Ratzinger, la Santa Sede otterrà da una banca svizzera il ripristino dei servizi interrotti” .

Conclusa questa lunga citazione, passiamo ad indicarne la fonte. Maurizio Blondet? Antonio Socci? Gli hacker russi? Ebbene no, i dati bibliografici sono i seguenti: Germano Dottori, Perché ci serve il Vaticano, in Limes – Rivista italiana di geopolitica, n.4/2017 (aprile), pagg. 151-158 (in particolare, le frasi riportate sono a pagina 154).

Insomma, leggendo l’ultima uscita della più autorevole testata italiana nel settore della geopolitica, una testata cui viene riconosciuto un ruolo tale che ogni numero viene presentato, non senza una certa solennità, dal suo direttore, sulla televisione di Stato, possiamo apprendere le seguenti informazioni:

1) Il successo politico della Fratellanza Musulmana (cioè dell’ Islam integralista) in seguito alla “primavere arabe” non è stato, come molti potrebbero pensare, un effetto non voluto dal progressismo deficiente di Obama, ma qualcosa di voluto;
2) Benedetto XVI ha perseguito con “ferma volontà” il disegno di riconciliare la Chiesa Cattolica con il Patriarcato di Mosca;
3) Questi due fattori hanno acuito le frizioni fra Chiesa e Stati Uniti iniziate nell’ultima fase del pontificato di San Giovanni Paolo II;
4) Il Governo Berlusconi sosteneva il disegno di Benedetto XVI in ottica filorussa;
5) In questo si è alienato le simpatie degli americani, il cui uomo in Italia era nientemeno che l’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano;
6) Le campagne scandalistiche simultanee subite in quegli anni da Berlusconi e da Benedetto XVI erano coordinate fra loro, volte a colpire due personaggi che, nell’ottica statunitense, erano evidentemente troppo filo-russi ed assai poco obbedienti alla Casa Bianca;
7) A questa campagna denigratoria si accompagnarono manovre finanziarie opache sia contro l’Italia (ricordate lo spread?), sia contro il Vaticano (confermando quanto già lasciato intendere in precedenza da altre fonti);
8) Tutto questo ha portato alle dimissioni di Berlusconi (e fin qui, niente che già non fosse notorio) ed anche, udite udite, a quelle di Benedetto XVI.

Come carico da novanta, Limes è da sempre edito dal medesimo gruppo editoriale di la Repubblica, vale a dire dell’organo di stampa che fece da apripista a quella doppia campagna scandalistica “coordinata, di rara violenza e priva di precedenti”. Insomma, lo sanno…

Che dire? Ci eravamo sempre voluti tenere fuori da polemiche di tipo “complottista” su quanto accaduto negli ultimi tempi del papato ratzingeriano e dalle dietrologie sulle sue dimissioni. Lo faremo anche stavolta. Ci limitiamo a segnalare quanto affermato da una stimata ed autorevole testata, non certo accusabile di vicinanza alla “kuria conservatrice” e nemmeno ai “quattro gatti” tradizionalisti. Ci permettiamo di segnalare il passaggio in cui si dice: “Come è andata a finire, è noto a tutti”.
Altro che “gombloddo”. Qui si tratta di un segreto di Pulcinella… 
 

26 gennaio 2016

Le comiche acrobazie di Forza Italia in tema di diritti civili


di Nicola Tomasso

Nell’animato dibattito sulle nozze di Sodoma e la compravendita di bambini ed uteri, colpisce l’inquietante gioco d’equilibrismo che il partito di Silvio Berlusconi pratica quotidianamente. Alcuni esponenti di Forza Italia, piuttosto indecisi su quale versante gettarsi per recuperare qualche briciola di consenso, si muovono con cautela, malcelata preoccupazione, attendendo ansiosi la fine del dibattito e il voto in aula così da poter tornare sorridenti a rilasciare le loro dichiarazioni. Altri invece, non riescono proprio a tacere e, per evitare di scontentare parti di elettorato, danno come si suol dire un colpo al cerchio ed uno alla botte. È il caso del presidente Silvio Berlusconi che, parlando alla presentazione del libro di Myrta Merlino “Madri”, ha dichiarato che «lo stato deve lasciare ad ognuno il diritto di scegliere», puntualizzando che «essendo noi aperti al riconoscimento dei diritti anche delle coppie omosessuali, in questa situazione ci siamo trovati a confrontarci su posizioni diverse». Basta dare uno sguardo alle dichiarazioni degli ultimi anni per cogliere il disorientamento interiore dell’ex presidente del consiglio in tema di diritti (meglio dire privilegi) civili. Frasi dette a metà, ragionamenti largamente ambigui, se non contraddittori, scombussolamento mentale causato da questa schizofrenia comunicativa: dichiarare una tal cosa o l’esatto contrario a seconda dei contesti in cui ci si trova.
Un caso ancora più eclatante e, oserei dire, sconcertante è quello di Gianfranco Rotondi, presidente – udite udite! – di un movimento dal nome “Rivoluzione Cristiana”. Intervistato dal conduttore di un noto programma di Radio 1, il parlamentare ha dichiarato che la legge sulle unioni civili è necessaria per evitare vuoti normativi (ragionamento pericolosissimo, oltre che paradossale) e che il grande merito della Democrazia Cristiana è stato quello di tradurre in atti legislativi le istanze etiche poste nel dibattito pubblico (ricordate aborto, divorzio etc.?). Ha dichiarato inoltre che il suo è l’unico movimento politico che si rifà alla dottrina sociale della Chiesa! Chissà, forse ci sarà sfuggito: non è che anche SEL si rifà alla dottrina sociale della Chiesa, considerando la vicinanza e la comunanza di intendi con Rivoluzione Cristiana?
Il terzo ed ultimo gruppo di Forza Italia è quello esplicitamente a favore del disegno di legge (Brambilla & co.), e forse anche quello meno ipocrita. È il gruppo che interpreta in pieno la concezione liberale e che sistematicamente smentisce quanti per troppi anni hanno creduto – illudendosi – in una pseudo-destra moderna e snella che potesse incarnare i valori del rispetto della vita, della famiglia, ma soprattutto della realtà (ricordate Chesterton?).
Non si comprende bene a cosa serva oggi un voto contrario al ddl Cirinnà se si è convinti della bontà del matrimonio agli omosessuali. Nascondersi dietro la libertà di coscienza dei singoli parlamentari è un modo subdolo di scavalcare le questioni. Un partito politico che non ha le idee chiare su temi che toccano lo statuto ontologico e biologico della persona non potrà mai avere una concezione solida della società e dell’economia, di una politica, per dirla bergoglianamente, che serve l’uomo e non si serve di esso.
Cara Forza Italia, gli italiani che sabato scenderanno in piazza non sono mossi da interessi di tatticismo politico o da inafferrabili congetture costituzionali, ma da una radicata convinzione secondo cui la famiglia è una sola, il matrimonio è uno solo, i bambini non sono oggetto da mercificare. Sono convinti che in nome della libertà individuale non si può giustificare qualsiasi cosa, che esistono valori non negoziabili che la realtà ci impone. Sono convinti che le cose vanno chiamate con il loro nome, senza ambiguità e senza ipocrisia. Sono convinti che l’attacco alla famiglia e alla vita che si sta attuando sarà l’assalto finale dell’uomo contro l’uomo, il quale dopo la deposizione di Dio ha fretta di annientare anche la realtà. Ma sono anche convinti che, per tutte queste ragioni, combatteranno fino alla fine, senza abbassare la guardia, con le armi della verità e del buon senso, con quello spirito di fierezza e di dignità di chi non antepone i propri interessi e le proprie poltrone alla difesa della vita.
 

14 marzo 2015

Il caso Ruby e la doppia morale nella Chiesa


di Marco Mancini

“L’esito penale favorevole a Berlusconi non cancella il rilievo istituzionale e morale del caso”: così il direttore di Avvenire Marco Tarquinio, in un editoriale pubblicato sul quotidiano dei vescovi, ha commentato la sentenza definitiva di assoluzione del Cavaliere sulla vicenda Ruby. Subito dopo è arrivato il sostegno al giornale da parte del segretario generale della CEI, mons. Nunzio Galantino, il quale ha definito “coraggiosa” la posizione di Tarquinio, aggiungendo: “La legge arriva fino a un certo punto, ma il discorso morale è un altro”.
 

02 luglio 2014

Il grottesco tradimento del Berlusconi pro gay

di Marco Mancini

Dapprima Francesca Pascale e Vittorio Feltri hanno aperto la strada, annunciando sabato scorso la propria iscrizione all’Arcigay, con lo scopo di combattere “le battaglie in favore dell'estensione massima dei diritti civili e della libertà” della lobby arcobaleno. Poi è seguito, puntualissimo, l’annuncio del Capo: “quella per i diritti civili degli omosessuali è una battaglia che in un paese davvero moderno e democratico dovrebbe essere un impegno per tutti”.
 

31 marzo 2014

Storace, il (grande) bluff

di Federico Catani
I bluff muoiono. E che Francesco Storace fosse un bluff ce ne eravamo accorti da un pezzo. Il leader de La Destra, dopo mille giravolte, ha deciso finalmente di scoprire le carte e farci sapere cosa vuole dalla vita: una poltrona. Il 29 marzo, infatti, al Comitato centrale del partito, il grande Ciccio Storace ha decretato che alle prossime elezioni europee i candidati del suo piccolo movimento verranno inseriti nelle liste di Forza Italia. Il motivo? La commovente lettera che Silvio Berlusconi (cui va sempre la nostra umana simpatia) gli ha inviato chiedendogli di unirsi a lui nella lotta per la democrazia e la libertà. 

Ma come? Una semplice missiva avrebbe mandato all'aria tutti i proclami (che forse seguivo solo io) sui temi forti della destra sociale? E il ritorno ad Alleanza Nazionale? E la lotta all'euro e ai poteri forti di Bruxelles? E le battaglie per la sovranità nazionale? E le critiche contro il relativismo etico e culturale? Vendute per un piatto di lenticchie. Ragazzi, si stava scherzando! Ora sappiamo che quando Storace faceva il prezioso, adducendo obiezioni ridicole, con Giorgia Meloni, non era perché ci tenesse davvero alla ricostruzione di un grande partito di destra in Italia. Il vero motivo della sua ritrosia a fondersi, come sarebbe stato logico, con Fratelli d'Italia-Alleanza Nazionale era il non voler perdere i suoi privilegi, le sue rendite di posizione, il suo potere. Ma ve lo immaginate uno come Ciccio che si rimette in gioco, per di più lasciandosi guidare da una pischella della Garbatella? Non sia mai! Eppure la scelta operata nel 2007, quando si staccò dalla vecchia An dell'ormai morto e sepolto Gianfranco Fini fu lungimirante, perché profetica. All'epoca si trattò di un gesto ammirevole, coerente, di grande coraggio. Un coraggio e una coerenza che non ebbero i vari La Russa, Alemanno e nemmeno Giorgia Meloni. Oggi però la situazione è cambiata e bisogna prenderne atto. La politica è anche sapersi adeguare alle mutate situazioni. 

Se fino alle ultime elezioni politiche La Destra poteva ancora costituire un punto di riferimento per i non allineati che facevano sul serio (ricordiamoci che Fratelli d'Italia era su posizioni molto più moderate sino a non molti mesi fa), ora non è più così. Non si può blaterare ancora di fascismo e poi andare a braccetto con la Brambilla, la Carfagna e Verdini. Non si può essere "sociali" e vivere con Brunetta, Galan e Bondi. In poche parole, non si può rifondare un polo di destra candidandosi con la nuova Forza Italia. Non faccio analisi politiche complicate. Parlo la lingua del cuore, come fa qualcun altro. Ciò che manca all'Italia, lo vediamo, è un Partito della Nazione, davvero conservatore, capace di difendere gli interessi della Patria. Ebbene, oggi come oggi, pur con tutti i limiti che ci possono essere, questo partito è solo e soltanto Fratelli d'Italia-Alleanza Nazionale. Avrei voluto che i responsabili de La Destra e magari anche quelli di altri piccoli raggruppamenti aderissero al progetto della Meloni con convinzione, mettendo da parte campanilismi e ripicche da quattro soldi. Purtroppo però non si può ragionare con gente che non ragiona. Non si può chiedere razionalità a chi non ce l'ha. Soprattutto, non si possono rivolgere inviti a chi ha già fatto la sua scelta di comodo, infischiandosene di un popolo in cerca di punti fermi. E quindi, ognuno per la sua strada. Ma nessuno venga più a parlare di fedeltà all'ideale, di passione politica e di bene comune. Storace ha dimostrato di pensare solo e soltanto al suo tornaconto personale e, quel che è peggio, ha preteso e pretende di mascherare questo meschino interesse con la scusa della coerenza. Vergognati Ciccio! Gli eventi del prossimo futuro ti faranno cadere, più di adesso, nel cimitero dei politicanti falliti. La tua fine politica è quella di Mastella. 

A questo punto mi permetto di rivolgere un appello ai nostri lettori. Alle prossime europee, votiamo per Fratelli d'Italia-Alleanza Nazionale! Ci piaccia o meno, è l'unico movimento nazionale (la Lega rappresenta solo il Nord e nemmeno tutto) che ultimamente ha preso posizioni forti. Sui valori etici è affidabile; sulla sovranità monetaria e nazionale è chiaro, avendo finalmente detto NO all'euro e a questa Europa di burocrati massoni; su temi tradizionali di destra come sicurezza, immigrazione e attenzione ai ceti in difficoltà possiamo stare tranquilli; e infine, la dirigenza è composta principalmente da gente giovane, in gamba, fresca e sveglia, senza alcun legame particolare con un passato forse ingombrante (ma senza per questo rinnegare nulla di una storia gloriosa). Insomma, che manca? Cosa ci dovrebbe far ancora tentennare? Se continuiamo a fare le pulci e ad essere schizzinosi, guardando sempre la pagliuzza nell'occhio altrui e fingendo di non accorgerci delle travi che ci sono in giro, non andremo mai da nessuna parte. L'ottimo, dice il proverbio, è nemico del bene. Pertanto, anziché cercare con la lente il partitino dello zerovirgola, che non avrà mai alcuna influenza, cominciamo a dare fiducia, sostenere e incoraggiare un movimento piccolo, sì, ma con buone speranze di crescere. Il rischio è altrimenti quello di rinchiudersi in una torre d'avorio, puntando il dito contro tutto e tutti e pensando di essere gli unici appartenenti ad un'eletta schiera di perfetti. Un atteggiamento tipico di certi ambienti. Che poi, alla fine, spesso nascondono altri obiettivi e finiscono per imboccare la strada scelta da Storace. Quod Deus avertat! 
 

19 novembre 2013

Fedeltà è più forte del fuoco

di Federico Catani
I dossier per far partire la macchina del fango contro Angelino AlFini, cioè Alfano, ce li abbiamo. La redazione di questo blog li ha ricevuti non da zio Tibia Alessandro Sallusti, che pure ne è in possesso, ma direttamente dai servizi segreti del nostro amico Putin (noi ovviamente schifiamo i servizi americani e ancor di più il Mossad, e non c'è bisogno di spiegare perché).
 

18 novembre 2013

Silvio all'Avana

di Andrea Virga
Stando all’autorevole sito di analisi politica Dagospia, il Cavaliere Silvio Berlusconi, unico leader plausibile del centrodestra italiano da vent’anni a questa parte, avrebbe recentemente affermato, sconsolato: «Avessi il passaporto me ne andrei ad Antigua». In effetti, tra le condanne giudiziarie e soprattutto l’improba fatica di continuare a mantenere insieme l’Armata Brancaleone – anzi, la voliera di colombe, falchi, falchetti, polli e uccelli paduli – che è ormai l’attuale centrodestra, non c’è da stupirsi che egli cominci a sentire tutto il peso dei suoi oltre settantasette anni.
 

04 novembre 2013

Terremoto dell'Aquila: dietro i rimbrotti UE la sinistra degli sciacalli

di Marco Mancini

“L’Aquila, il dossier segreto UE: sprechi e mafia nel dopo terremoto”. Così titolava ieri “Repubblica”, riportando – in un articolo firmato da Attilio Bolzoni – alcuni estratti di un documento redatto dall’europarlamentare danese Søren Bo Søndergaard (Sinistra unitaria europea/Sinistra verde nordica), che sarà discusso il prossimo 7 novembre dalla Commissione parlamentare per il controllo dei bilanci.
 

01 ottobre 2013

Moderati a chi?! Ovvero: del perché tifiamo per la crisi di governo

di Marco Mancini

Come è noto a tutti, nel pomeriggio di sabato Silvio Berlusconi ha invitato i ministri del suo partito a rassegnare le dimissioni, aprendo così di fatto la crisi del governo di coalizione guidato da Enrico Letta. Non è il caso di soffermarsi sulle reali ragioni che hanno determinato la scelta del Cavaliere, su falchi colombe e pitonesse, né sui rimpalli di responsabilità o sulle polemiche partitiche di bassa lega.
 

04 settembre 2013

Berlusconi e i radicali: storia di una brutta amicizia

La firma di Berlusconi a favore dei 12 quesiti referendari proposti dai Radicali non può essere assolutamente giustificata. Su questo noi camparini siamo tutti d'accordo. Tuttavia, sulla figura e il ruolo di Silvio e sull'atteggiamento di certi cattolici "di destra" al suo riguardo, il dibattito ferve e, forse, ferverà sempre. Ecco qui due riflessioni. Certamente una è più dura con Berlusconi e l'altra tenta di "assolverlo". Ad ogni modo, come potrete leggere, trattasi in realtà di due visioni complementari, utili per una riflessione seria e pacata. (F.C.)

 

05 agosto 2013

La tragicomica fine (?) del Cavaliere

di Alessandro Rico

Mai come in questi giorni torridi d’estate, è facile rendersi conto che la vita, come diceva Pirandello, è una commistione di comico e tragico. Berlusconi è finalmente colpevole. Mandante di stragi mafiose? No. Corruttore di magistrati? Manco. Puttaniere? Neppure. Evasore. Nel tripudio dello stato ladro, il primo contribuente italiano viene condannato perché doveva pagare di più. Il che sarebbe un titolo di merito, se solo Berlusconi ammettesse: «Sì, ho frodato questo fisco vessatorio, e lo rifarei un milione di volte», scatenando una guerra tipo Boston Tea Party.
 

30 aprile 2013

Il governo Letta e il cretinismo della sinistra

di Marco Mancini

In politica, si sa, essere cretini è peggio che essere disonesti. Questa massima spiega il dramma attraversato dalla sinistra italiana, e con essa da tutto il Paese, nelle ultime settimane, diciamo a partire dal lunedì sera post-elettorale.
 

21 aprile 2013

È Napolitano-bis, ma poteva andare peggio

di Marco Mancini

Una premessa: non c’è da festeggiare per la rielezione di Giorgio Napolitano alla presidenza della Repubblica. Chi scrive ha maturato un giudizio profondamente negativo sul suo settennato: è il Capo dello Stato che si è rifiutato di firmare il decreto-legge che avrebbe potuto sottrarre alla morte Eluana Englaro, che ha svenduto l’interesse nazionale spingendo il Paese nella sciagurata guerricciola libica, che ha propiziato la nascita del governo Monti e legato mani e piedi l’Italia alla camicia di forza eurocratica.
 

19 aprile 2013

Quirinale: il 25 luglio dello smacchiatore Bersani

di Marco Mancini (per barbadillo.it)

Povero Bersani. Non più di due mesi fa era il vincitore annunciato delle elezioni politiche: restava solo da sapere se avrebbe avuto bisogno o meno di Monti per dar vita al suo governo. Dopo il primo scrutinio per l’elezione del Presidente della Repubblica, Bersani è un uomo politicamente morto, vittima degli errori suoi e del gruppo dirigente del Pd. 

 

15 aprile 2013

Contro Matteo Renzi. Ovvero: Iddio ci scampi dal Kennedy fiorentino

di Marco Mancini
Avevo in mente un articolo del genere già da qualche giorno, o settimana, o mese: da quando, insomma, Matteo Renzi è assurto a nuovo “uomo della Provvidenza” per un’ampia fascia di opinione pubblica italiana, anche di centro-destra. “Oh, quanto è bello Renzi!”, “Oh, quanto è bravo Renzi”, “Oh, se Renzi fosse nel centro-destra!” (variante: “Ah, se ci fosse un Renzi di destra!”), “Oh, se il centro-sinistra avesse candidato Renzi”. Un florilegio di elogi dal quale io, che sono bastian contrario per natura, ho inteso subito distinguermi.
 

05 marzo 2013

Grillo a Palazzo Chigi, Silvio al Quirinale!


di Francesco Mastromatteo

Che ne sarà dell’Italia nei mesi a venire? Il clamoroso e per certi versi imprevisto risultato elettorale ci ha consegnato un quadro politico denso di incognite. Una situazione tragicomica, in cui il Pdl insegue il Pd  (magari sognando una riedizione del governo Monti, con Passera al posto del professore), che a sua volta insegue il Movimento 5 stelle (proponendo un patto sulla base di otto punti, tra i quali non possiamo non notare quelli decisamente contrari ai principi non negoziabili) in una sorta di teatrino di innamorati non ricambiati che corrono attorno a un tavolo alla vana ricerca di un contatto con l’amato.
 

02 marzo 2013

Politiche 2013 fra smacchiati e smacchiatori

di Paolo Maria Filipazzi

Un paio di considerazioni dopo le elezioni politiche 2013. Cominciamo dai due dati politici incontrovertibilmente positivi. Il primo è che con queste elezioni escono di scena Fini e Di Pietro, mentre i Radicali escono, almeno a questo giro, dal Parlamento. Il secondo è che Bersani, lungi dallo smacchiare il giaguaro, si è ritrovato a sua volta smacchiato, pur vincendo di misura.
 

28 febbraio 2013

Se il risultato delle elezioni è un grande vaffa...

di Marco Mancini

In principio fu la “gioiosa macchina da guerra” di Achille Occhetto, infrantasi contro la discesa in campo di un noto tycoon brianzolo, di nome Silvio Berlusconi. Diciannove anni dopo, doveva essere il momento dell’attesa rivincita, il giaguaro era pronto per essere smacchiato: è arrivata, come al solito, una tranvata pazzesca.