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30 agosto 2017

Vittadini e il parroco di montagna


di Paolo Spaziani

Sono passati alcuni giorni dalla chiusura dell'edizione 2017 del Meeting di Rimini, ma non si sono ancora placate le polemiche per quella che molti hanno definito l'edizione della svolta definitiva di CL. Il primo e più convinto sostenitore di questo autentico abbraccio al politicamente corretto è stato il Corriere della Sera che ha “benedetto” l'opera di “normalizzazione”, voluta fortemente dagli organizzatori del Meeting. Uno degli incontri che ha suscitato più scalpore (in alcuni vero e proprio sconcerto) è stato quello sul tema dell'educazione, già citato nell'articolo dell'Amicizia San Benedetto Brixia. In chiusura dell'incontro Giorgio Vittadini è intervenuto precisando, con un certo vigore polemico, quale sia la priorità del nuovo corso ciellino: dialogo e “contaminazione” con le altre culture. In particolare, al termine del suo intervento, Vittadini ha precisato di voler essere un “apolide”, di non voler più avere una identità precisa. Vittadini ha arringato il pubblico presente, invitandolo ad andare avanti in questo “mischiare” di culture, perché, alla fine dell'anno non si deve capire chi è l'insegnante cattolico e quello comunista. Il tempo dell'ideologia secondo Vittadini è finito, il cattolico deve diventare un po' comunista e il comunista un po' cattolico. Perentorio il giudizio di Vittadini sulle battaglie per la libertà di educazione che, a suo avviso, “hanno ammorbato”, segno evidente di una insofferenza covata da tempo e ora esplosa in tutta la sua forza. Il video con il discorso di Vittadini è stato rilanciato sul web tra lo sconcerto di chi non riesce ancora a credere a questo rinnegamento del passato ciellino e chi invece strenuamente difende l'indifendibile. Quando ho sentito Vittadini definirsi un “apolide” la mia mente è andata immediatamente alle parole di Don Francesco Rezzola, parroco di Ossimo, Borno e Lozio, comuni della Valle Camonica (BS), che, sull'ultima edizione del periodico parrocchiale “Cüntòmela”, in risposta all'articolo di Franco Peci, offre un giudizio molto chiaro sul “nomade cattolico”. Franco Peci nel suo articolo dal titolo “Sempre nomadi” scrive che “il cristiano deve essere sempre in movimento, saper guardare avanti, tendere alle cose nuove che la grazia e la fantasia di Dio creano ogni giorno. Il cristiano non può aver le radici piantate in terra, bensì rivolte verso il cielo”. Nell'articolo Peci non fa mancare la classica stilettata a coloro che criticano Papa Francesco precisando che: “...è anche in nome di questo continuo rimpianto di un mitico passato che, accanto ad una certa “papolatria” tornata di moda dopo quella tributata a Giovanni Paolo II, specialmente in Internet si trovano un sacco di critiche, a volte non prive di accenti astiosi, nei confronti di Papa Francesco e del suo voler guardare avanti e portare davanti gli ultimi”. La risposta di Don Rezzola non si è fatta attendere, il parroco ha infatti vergato un articolo dal titolo “Nomadi, ma verso dove?” in cui emerge un giudizio chiarissimo sull'attuale crisi della Chiesa. Scrive Don Rezzola: “la categoria “nomadi” non mi piace perché per me esprime quasi un senso costante di irrequietezza, di insoddisfazione, di delusione del passato e del presente e bisogno di evadere da qualcosa che si sente troppo stretto. Non mi piace questa categoria, ma posso capire chi la sente propria. Nomadi, dunque, ma per andare dove? Verso quale meta? Per incontrare chi? Per trovare cosa? Nomadi sì, ma queste comunque sono domande che bisogna porsi per non vagare nella propria insoddisfazione senza trovare nulla”. A questo punto Don Rezzola, rispondendo idealmente a Vittadini, spiega quali siano le conseguenze di questo insignificante nomadismo, arrivando alla logica conseguenza che: “nulla allora è più certo e tutto diventa opinione. Anche il diventare nomadi si trasforma in un cercare senza trovare alcunché, se non il Dio che uno si è costruito nella sua mente e desidera incontrare. È il relativismo religioso e morale, dove ognuno si fa il suo Dio e la sua legge, dove il discernimento diventa la parola magica per far emergere la decisione che la propria coscienza ritiene per quel momento “giusta”, dove ciò che ieri era dottrina cattolica universale oggi è diventata opinione e ciò che ieri era considerato oscuramente proibito (dai dieci comandamenti) oggi può diventare perfino virtù. Si veda in proposito quanto accade intorno all’esortazione apostolica “Amoris Laetitiae” dopo il doppio sinodo sulla famiglia, dove cardinali, vescovi, preti e teologi danno interpretazioni che si oppongono le une alle altre, soprattutto riguardo alle due noticine che nell’intenzione del Papa, volutamente lasciano aperta la porta alla possibilità che gli adulteri divorziati e risposati, anche senza pentimento e senza volontà di conversione, siano ammessi alla ricezione dell’Eucarestia come tutti gli altri, cosa mai ammessa nella bimillenaria storia della Chiesa”. “Dove porterà questo “nomade” ricercare un posticino nella mentalità del mondo?” si chiede Don Rezzola. “Alla insignificanza della fede cristiana, per alcuni, perché ognuno farà comunque come vuole; a rifiutare Gesù Cristo, per altri, perché è ormai vecchio anche lui di almeno duemila anni; a negare Dio e molti già lo hanno fatto per crearsene uno a loro misura, tanto che perfino l’ateo miscredente Scalfari se ne sta costruendo uno anche lui mediante le interviste che gli concede il Papa”. In un momento in cui la barca di Pietro sembra sempre in procinto di rovesciarsi sapere che esistono sacerdoti coraggiosi e chiari come Don Rezzola è veramente un conforto. Avremo anche “perso” l'apolide Vittadini, ma abbiamo “scoperto” un sacerdote ben radicato nella verità e nella fede. E scusate se è poco.

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25 agosto 2017

La Chiesa è in guerra


di Paolo Spaziani

Molti di voi conoscono George Weigel, scrittore e studioso cattolico statunitense, autore di una delle migliori biografie di San Giovanni Paolo II. Nei giorni scorsi sul sito della rivista First Things è stato pubblicato un articolo di Weigel dal titolo “It’s a culture war, stupid” in cui lo studioso, partendo da un fatto accaduto recentemente, arriva ad una interessante e inesorabile conclusione: la Chiesa è coinvolta in una guerra culturale da cui non può ritirarsi. Il giudizio di Weigel trae spunto da un post pubblicato sul blog di Padre Tim Moyle, un sacerdote che Weigel ha conosciuto durante le sue vacanze estive in Quebec. In questo post Padre Moyle dice di accingersi a celebrare il funerale di un uomo di 63 anni, sposato, con due figlie, malato di cancro, che era stato ricoverato in ospedale per una infezione alla vescica. Poco dopo il ricovero i familiari del malato hanno appreso con orrore e disperazione che i medici avevano di deciso di non curare l’infezione, ritenendo fosse meglio che l’uomo morisse per l’infezione piuttosto che lasciare che il cancro lo uccidesse. Nonostante le richieste e le suppliche dei familiari, i medici non hanno cambiato la loro decisione e hanno iniettato all’uomo una grande quantità di morfina per “controllare il dolore”, lasciandolo morire in meno di ventiquattro ore. “Stiamo parlando di un uomo, scrive nel suo post Padre Moyle, che, grazie alla chemioterapia e alla radioterapia, sperava di potere vivere abbastanza a lungo per vedere le sue figlie laureate. L’espresso desiderio del paziente e dei suoi familiari era che i medici curassero l’infezione, ma questo desiderio è stato ignorato dai medici”. Weigel, analizzando lo stato del sistema sanitario canadese, evidenzia come risulti più economico per lo stato promuovere l’eutanasia piuttosto che curare eventuali malattie secondarie che potrebbero diventare letali o offrire cure palliative. Il calcolo economico come unico criterio: questo il laconico e perentorio giudizio di Weigel che conferma come i governi che si sono succeduti in Canada, conservatori e liberali, hanno sempre promesso di affrontare il tema dell’accesso alle cure palliative, ma hanno poi nascosto la testa sotto la sabbia, lasciando che l’eutanasia dilagasse. Nella parte finale del suo articolo Weigel tocca il cuore del problema: “….In Canada, il calcolo utilitaristico dei governanti non sarebbe sopravvissuto a lungo se non avesse trovato la condivisione di troppi cittadini. E questo è il motivo per cui la Chiesa deve impegnarsi nella guerra culturale, non solo in Canada, ma negli Stati Uniti e in tutto l’Occidente: per riscaldare le anime raffreddate e ricostruire una società civile impegnata nella difesa della dignità umana”. Weigel centra un punto fondamentale quando individua nel risveglio delle coscienze l’unica possibile via d’uscita a questa situazione e attribuisce alla Chiesa il compito di coinvolgersi nella guerra culturale in corso. La crisi dell’uomo d’oggi è innanzitutto il riflesso della crisi in cui versa la Chiesa che ha scelto il disarmo totale tra il disorientamento di molti fedeli. C’è chi gioisce di questo disimpegno della Chiesa, ritenendolo una conquista di civiltà, eppure Weigel nel suo articolo precisa che la difesa di una vita come quella dell’uomo malato di cancro è una questione prima di tutto di civiltà. “Ridurre un essere umano ad un oggetto da misurare secondo l’utilità è il miglior modo, secondo Weigel, per distruggere la verità morale che la dichiarazione d’indipendenza americana chiama “il diritto inalienabile alla vita”. Il diritto alla vita è inalienabile, non è un dono dello stato, e riflette qualcosa di ancora più fondamentale: il diritto alla dignità della persona umana. Quando noi perdiamo questo diritto, conclude Weigel, siamo perduti come comunità e la democrazia è persa. Quindi la guerra culturale deve essere combattuta e una Chiesa che prende sul serio la questione della giustizia sociale deve combattere questa guerra”. Purtroppo, la timidezza dimostrata dalla Chiesa (salvo alcuni rari casi) sul caso del piccolo Charlie Gard la dice lunga su quale sia l’idea di giustizia sociale che la Chiesa attualmente intende promuovere. La guerra imperversa, si aprono quotidianamente nuovi fronti a cui alcuni uomini di Chiesa, sostenuti dai fedeli, tentano eroicamente di opporre resistenza. I nemici attaccano con ogni mezzo per demolire qualsiasi difesa, ma quando i soldati del nostro esercito si voltano per cercare rinforzi si accorgono che molti generali hanno alzato bandiera bianca, troppo impegnati a costruire ponti destinati a crollare miseramente. Anche nel bel mezzo di questa crisi non mancano però condottieri capaci di richiamarci alla battaglia: è il caso del cardinale Sarah il quale, durante la recente visita in Vandea ha affermato: “…come i nostri fratelli vandeani di un tempo, siamo oggi chiamati alla testimonianza, vale a dire al martirio! Cari fratelli, noi cristiani abbiamo bisogno dello spirito dei Vandeani! Abbiamo bisogno di un tale esempio! Come loro, abbiamo bisogno di abbandonare le nostre semine, le nostre messi, i solchi tracciati dai nostri aratri, per combattere, e non a difesa di interessi umani, ma per Dio. Chi, dunque, si leverà in piedi, oggi, per Dio? Chi oserà affrontare i moderni persecutori della Chiesa?” Le domande del cardinale Sarah sono rivolte ad ognuno di noi e ci spronano a coinvolgerci in questa guerra che non è finita, anzi è nel pieno del suo svolgimento. L’esercito con cui la Chiesa è destinata a combattere questa guerra è formato da tutti noi, chiamati a risvegliare le coscienze sopite senza grossi proclami, ma con piccoli gesti di verità. Non sono ammesse diserzioni.

 

18 agosto 2017

L’unica risposta alla disperazione è Cristo


di Paolo Spaziani

L’ennesimo salto nel vuoto, l’ennesimo suicidio avvenuto a Carpenedolo, in provincia di Brescia, che ha visto come teatro di questo gesto estremo il suggestivo Santuario della Madonna del Castello. Negli ultimi anni diverse persone hanno deciso di togliersi la vita gettandosi dal sagrato del Santuario: l’ultimo caso è del 9 agosto scorso e ha visto il decesso di un uomo di settantasette anni. Nell’articolo pubblicato dal quotidiano Bresciaoggi l’11 agosto scorso, dopo la descrizione della cronaca del fatto, sono riportate le dichiarazioni del parroco di Carpenedolo che ha rilanciato un appello per “risolvere nel più breve tempo possibile il problema con la collocazione di alcune telecamere e col potenziamento dell’illuminazione pubblica”. Nell’articolo viene annunciato un possibile incontro tra il parroco ed il sindaco “per provare ad arginare quello che sembra una sorta di pellegrinaggio della morte”.

Come riportato nell’articolo di Bresciaoggi, l’anno scorso, in seguito al suicidio di un ragazzo di quindici anni e al tentativo di una donna, il consiglio pastorale aveva inviato al sindaco una lettera per suggerire i provvedimenti da adottare: dai cancelli alla videosorveglianza, passando per un sistema d’allarme.

Dopo aver letto l’articolo ho avvertito un forte senso di sproporzione tra la portata del gesto estremo compiuto da quell’uomo e le soluzioni proposte dal parroco e dal consiglio pastorale. Veramente si pensa di poter risolvere il problema dei suicidi installando telecamere, antifurti e cancelli? E’ questa la mano che la comunità cristiana può tendere all’uomo d’oggi, talmente disperato da arrivare al punto di togliersi la vita? Il problema non è evitare che le persone si suicidino gettandosi dal Santuario, ma che le persone non si suicidino proprio. Direte che far fronte al dramma dell’esistenza non è cosa da poco, certamente, ed è per questo che rispondere ad un gesto estremo con una soluzione prettamente umana è qualcosa di sproporzionato. Possiamo organizzare conferenze per la lotta al bullismo, incontri con gli psicologi, proteste per la mancanza di lavoro, ma il problema è ben più profondo e riguarda lo smarrimento dell’uomo d’oggi che, davanti al dramma dell’esistenza, non riesce più a trovare le ragioni per andare avanti. L’unica risposta veramente ragionevole a questa escalation di suicidi è riportare al centro Colui che può sconfiggere quel male di vivere, che sta portando sempre più persone a non dare più alcun valore alla vita.

Davanti a gesti che ci sembrano incomprensibili spesso cerchiamo soluzioni altrettanto incomprensibili quando, invece, la risposta è davanti a noi: guardare a Cristo e ai suoi testimoni che nel corso dei secoli hanno affrontato ogni tipo di difficoltà, dal martirio alla malattia, sostenuti da una fede incrollabile. Troppo spesso ci infatuiamo di testimoni al di fuori della Chiesa, mostrando un senso di sottomissione nei confronti del pensiero dominante, sempre pronto a proporci esempi di legalità e moralità, privi di ogni richiamo alla Provvidenza e di risposte al dramma del vivere.

La Chiesa può annoverare testimoni di fede di tutte le età: dai giovani Beato Rolando Rivi e San Josè Sanchez del Rio, passando per la Serva di Dio Chiara Corbella Petrillo, San Massimiliano Kolbe e San Giovanni Paolo II. Si tratta di persone in carne ed ossa che hanno deciso di affrontare le persecuzioni più estreme e la malattia accogliendo pienamente l’esortazione di Gesù alla vedova che ha appena perso l’unico figlio: “Donna, non piangere!”. Una frase, che davanti ad un tale dolore, può sembrare incomprensibile, ma che Don Giussani ha spiegato così: “Uomo, donna, ragazzo, ragazza, tu, voi, non piangete! Non piangete! C’è uno sguardo e un cuore che vi penetra fino nel midollo delle ossa e vi ama fin nel vostro destino, uno sguardo e un cuore che nessuno può fuorviare, nessuno può rendere incapace di dire quel che pensa e quel che sente, nessuno può rendere impotente! Gloria Dei vivens homo. La gloria di Dio, la grandezza di Colui che fa le stelle del cielo, che mette nel mare goccia a goccia tutto l’azzurro che lo definisce, è l’uomo che vive. Non c’è nulla che possa sospendere quell’impeto immediato di amore, di attaccamento, di stima, di speranza. Perché è diventato speranza per ognuno che Lo ha visto, che ha sentito: Donna, non piangere!, che ha udito Gesù dir così: Donna, non piangere!. Non c’è nulla che possa fermare la sicurezza di un destino misterioso e buono!”.

Dagli uomini di Chiesa e dai responsabili di una comunità cristiana non mi attendo, dunque, soluzioni sociologiche e logistiche, ma un gesto di popolo cristiano (una processione, un momento di preghiera per i defunti e per la comunità) che riaffermi la sovranità di Cristo sulla vita di ognuno di noi e riproponga l’esempio di uomini e donne capaci di affrontare le difficoltà della vita grazie alla fede. Confidare che il problema venga risvolto dall’uomo vuol dire affidare la risposta alle difficoltà anche estreme della vita alle nostre limitate capacità, mentre abbiamo più che mai bisogno di incontrare sulla nostra strada Cristo che ci abbraccia dicendoci: “Non piangere!”.
 

11 luglio 2017

Quello che Charlie ci chiede


di Paolo Spaziani

La mobilitazione di popolo per il caso di Charlie Gard continua senza sosta, in attesa che si conosca quale sia la sorte del bimbo di dieci mesi che per il semplice fatto di esistere testimonia una sola e semplice verità: che la vita di ognuno di noi è sacra ed inviolabile. E’ a questa profondità di giudizio che il caso di Charlie ci impone di andare, altrimenti il rischio è di rimanere in superficie, scadendo nel sentimentalismo compassionevole. Il caso di Charlie Gard e quello recente di DJ Fabo sono due facce della stessa medaglia e, in quanto tali, da giudicare nello stesso modo. Non mancano coloro che considerano l’eutanasia di DJ Fabo una morte dignitosa e al contempo una aberrazione la decisione di sopprimere la vita del piccolo Charlie. Le differenze tra i due casi all'apparenza possono sembrare evidenti: DJ Fabo ha scelto di togliersi la vita assecondato in questa sua volontà dai familiari, mentre Charlie rischia di essere ucciso contro la volontà dei genitori. E’ dunque la volontà della persona o quella dei suoi familiari a rendere accettabile una morte per eutanasia? Oppure è l’età del malato ad essere determinante? Oppure la gravità della malattia? Certamente no. La vita è sempre sacra ed indisponibile e non dovrebbero essere le circostanze del caso specifico a determinare giudizi diversi su quella che resta pur sempre la soppressione della vita per mano umana. La presenza del piccolo Charlie ci costringe a porci alcune domande fondamentali: cosa è la vita? E chi ce la dà ora? Davanti all’evidenza empirica che nessuno si dà l’esistenza da solo non possiamo che affermare che la vita sia un dono di Dio. Partendo da questo riconoscimento è pienamente ragionevole affermare che la vita è inviolabile: così come non ce la siamo data, nessun uomo può toglierla a se stesso o agli altri. Dal riconoscimento della vita come dono deriva anche il rifiuto del criterio della “qualità della vita” come parametro della dignità dell’esistenza. Charlie ci sprona a riconoscere il valore assoluto della vita, anche se provata dalla malattia; ogni discorso sull’utilità o meno di cure riveste, di conseguenza, importanza secondaria. Charlie ha diritto di vivere non perché guaribile o curabile, ma anche nella condizione in cui si trova ora: ha diritto di vivere semplicemente perché c’è. La sua attuale esistenza è vita a tutti gli effetti, esattamente come la nostra. Nel tentativo di porre fine alla vita di Charlie è contenuta tutta la portata del peccato originale, ovvero dell’uomo che, per invidia di Dio, si sostituisce ad Esso. Aborto, divorzio, eutanasia sono i “diritti” creati dall’uomo, accomunati dallo stesso filo conduttore, ovvero il rifiuto di sottomettersi al Dio Creatore, ribellandosi alle Sue leggi. Il concepimento e la morte naturale sono l’inizio e la fine di ogni esistenza, ma l’uomo con l’aborto e l’eutanasia si è arrogato il diritto di porre fine alla vita secondo i propri criteri. Con il divorzio l’uomo ha deciso di determinare la fine del matrimonio violando le parole di Gesù “quello che Dio ha congiunto l’uomo non separi” (Matteo 19, 3-6). Michel Schooynas, nel suo breve saggio “Dalla casuistica alla misericordia – Verso una nuova arte di piacere?” ha scritto che in nome della compassione divorzio, aborto ed eutanasia saranno accettati anche dalla Chiesa. Gli effetti di questa deriva sentimentale sono già sotto gli occhi di tutti ed è anche per questo che la mobilitazione di popolo per il piccolo Charlie Gard rappresenta per tutti noi un’occasione di crescita in un giudizio chiaro sulla indisponibilità e inviolabilità della vita umana. Ogni riduzione sentimentale del caso di Charlie è destinata inesorabilmente a cedere il campo alla mentalità relativista che, come una goccia che scava la roccia, si insinua nei nostri giudizi fino a farci considerare accettabile quello che fino a ieri ritenevamo profondamente sbagliato. In queste settimane non sono mancati interventi di esponenti del mondo cattolico che hanno parlato apertamente di “accanimento terapeutico” o, nel migliore dei casi, hanno espresso una posizione astratta ed incerta sul caso di Charlie. L’argomento principale di questi interventi era il medesimo, ovvero cosa poteva o non poteva fare l’uomo per la vita di questo bambino, come se il valore della vita di Charlie dipendesse dalla capacità dell'uomo di trovare una soluzione alla sua malattia. Ed è proprio questa la posizione dei medici del Great Ormond Street Hospital, i quali ritengono che Charlie possa vivere solo se sarà possibile curarlo. Eppure quello che Charlie ci chiede è semplicemente di guardarlo per quello che è, ovvero un dono di Dio. Prima della sua malattia e della speranza di cure efficaci Charlie ci chiede di volergli bene per quello che è, arrendendoci all'evidenza che senza di Lui non possiamo fare nulla.

 

04 luglio 2017

I miracoli di Charlie


di Paolo Spaziani

Nel momento in cui scrivo questo articolo non si conosce ancora quale sia la sorte del piccolo Charlie Gard, ma di una cosa siamo certi: abbiamo visto dei miracoli e, come ha scritto la giornalista Raffaella Frullone, “noi ne abbiamo le prove”. “Per molte persone questo bambino non è nulla”, ha scritto la Frullone in un post su Facebook che ha fatto letteralmente il giro del mondo, “Cosa dobbiamo tenere in vita? mi chiedeva una ragazza fresca di medicina. (…) Charlie non sorride, non gattona, non mangia le prime pappe, Charlie semplicemente sta. Eppure semplicemente stando, semplicemente esistendo ha scatenato di tutto”. Quella di Charlie è la storia di un miracolo cui tutti stiamo assistendo a bocca aperta. Un popolo che si è letteralmente alzato in piedi, come ha esortato San Giovanni Paolo II, davanti all’omicidio per sentenza del più indifeso degli esseri umani. Gli effetti di questo risveglio delle coscienze è stato sorprendente e, giorno dopo giorno, ha assunto le sembianze di un fiume in piena che è riuscito a travolgere l’indifferenza e la codardia. In pochi giorni in ogni parte del mondo sono sorte veglie spontanee di preghiera: dalla Polonia al Brasile, dal Belgio alla Francia centinaia di persone si sono raccolte in preghiera per chiedere la salvezza del piccolo Charlie. I centralini di Casa Santa Marta, delle ambasciate inglesi e americane sono stati letteralmente presi d’assalto da migliaia di persone che hanno sollecitato l’intervento del Santo Padre, del governo inglese e del Presidente Donald Trump. I social network hanno rilanciato in modo incessante gli appelli e nella giornata di domenica “Charlie’s Army” si è radunato davanti a Buckingham Palace con un protesta pacifica, che mostrava un cartello inequivocabile “It’s a murder”. “Tentativi da poveri illusi”, alcuni hanno commentato, eppure nelle scorse ore abbiamo visto accadere quello che fino a pochi giorni prima era impensabile: il Santo Padre, tramite un comunicato, ha espresso il proprio sostegno ai genitori che intendono mantenere in vita il proprio figlio e il Presidente Trump si è reso disponibile ad aiutare il piccolo Charlie. Poche ore dopo l’Ospedale Bambin Gesù si metteva in contatto con il Great Hormond Street Hospital confermando di poter accogliere e curare Charlie. Una vera e propria gara di solidarietà che si è scatenata negli ultimi giorni, grazie alle pressioni esercitate da migliaia di persone che non hanno mai perso la speranza. Vedere un popolo che si muove in modo spontaneo, senza ordini di scuderia, è qualcosa di veramente miracoloso. Un popolo che non ha avuto bisogno di un segnale per far sentire la propria voce, ma si è messo a pregare, a chiedere il miracolo in tutti i modi possibili. Quanto accaduto evidenzia una dinamica opposta rispetto a quella di molte iniziative organizzate dalla Chiesa, dai movimenti ecclesiali e dall’associazionismo cattolico. In questi casi il popolo si é mosso anche in forza di un invito a partecipare, nel caso di Charlie, al contrario, è stato il popolo che ha preso l’iniziativa in modo spontaneo riuscendo a “guidare” la Chiesa stessa in un giudizio su quanto stava avvenendo. Il comunicato di Papa Francesco, la nuova dichiarazione rettificata di Monsignor Paglia e la disponibilità dell’Ospedale Bambin Gesù ad accogliere Charlie sono anche il frutto di una forte e spontanea pressione esercitata dal popolo cattolico che ancora ritiene la vita, la famiglia e la libertà di educazione valori non negoziabili. Un popolo spesso bistrattato, appellato nei modi peggiori possibili, ma che è vivo e vegeto. E’ in questa gente semplice, che si è messa a sgranare rosari, a scendere nelle piazze, a telefonare a mezzo mondo che è conservato il seme della nostra fede. In un celebre dialogo tra Gesù e Don Camillo Guareschi scrive: “Signore, io intendevo soltanto dire che oggi la gente crede soltanto in ciò che vede e tocca. Ma esistono cose essenziali che non si vedono e non si toccano: amore, bontà, pietà, onestà, pudore, speranza. E fede. Cose senza le quali non si può vivere. Questa è l’autodistruzione di cui parlavo. L’uomo, mi pare, sta distruggendo tutto il suo patrimonio spirituale (…) Signore, se è questo ciò che accadrà, cosa possiamo fare noi? Il Cristo sorrise: “Ciò che fa il contadino quando il fiume travolge gli argini e invade i campi: bisogna salvare il seme. Quando il fiume sarà rientrato nel suo alveo, la terra riemergerà e il sole l’asciugherà. Se il contadino avrà salvato il seme, potrà gettarlo sulla terra resa ancor più fertile dal limo del fiume, e il seme fruttificherà, e le spighe turgide e dorate daranno agli uomini pane, vita e speranza. Bisogna salvare il seme: la fede”. Charlie, il piccolo e inerme Charlie, lui che semplicemente sta, ha mostrato un volto nuovo del popolo cristiano, capace di lottare in tutti i modi per salvare il seme della fede, racchiuso nel corpicino malato di un bimbo dieci mesi. 
Qualcuno vi racconterà che quanto sta accadendo è frutto di semplici coincidenze o di una concatenazione di eventi mediatici. Venerdì scorso alle ore 12 Charlie doveva essere ucciso, eppure i medici hanno deciso di dare alcuni giorni in più ai genitori per stare con il piccolo Charlie. Una decisione inspiegabile, in quanto un eventuale prolungamento dei giorni di vita di Charlie avrebbe inevitabilmente portato ad un aumento del clamore mediatico, così come poi avvenuto. Non ci sono spiegazioni, si tratta semplicemente di arrendersi davanti all’evidenza. “Noi siamo quelli che hanno visto eppure hanno creduto” ha scritto Chesterton, perché i miracoli accadono e noi abbiamo le prove.

 

03 luglio 2017

I deliri di Padre James Martin


di Paolo Spaziani

E’ ancora possibile per un Vescovo ricordare ai propri fedeli quale sia il bimillenario magistero della Chiesa? E’ una domanda che è lecito farsi dopo il “commento” di Padre James Martin alle indicazioni pastorali del Vescovo statunitense di Springfield, Monsignor Thomas Paprocki. Il Vescovo nei giorni scorsi ha ricordato ai propri fedeli che “la Chiesa non solo ha l’autorità, ma ha anche l’obbligo grave di riaffermare il suo autentico insegnamento sul matrimonio, nonché di preservare e promuovere il valore sacro della condizione nuziale. Stante la natura oggettivamente immorale della relazione intrinseca ai cosiddetti ‘matrimoni’ omosessuali, chi si trovi in tale stato non si presenti per ricevere la Santa Comunione, né vi venga ammesso. Se il “coniuge” omosessuale fosse in pericolo di morte può comunicarsi previo pentimento di tutti i propri peccati, compresi quelli legati alla pratica omosessuale. Se ciò non avvenisse la Comunione deve essere vietata e costoro devono essere privati dei riti funebri ecclesiastici”. Le indicazioni pastorali di Monsignor Paprocki devono aver mandato se tutte le furie Padre James Martin, consulente del Segretariato per le Comunicazioni del Vaticano e paladino delle cause LGBT. Il 22 giugno scorso Martin, pur non citando mai Monsignor Paprocki, ha pubblicato diversi tweet (sette per la precisione) in cui precisa che: “se i vescovi vietano ai componenti di coppie dello stesso sesso il rito funebre, devono anche vietarlo ai divorziati e risposati cattolici che non hanno ottenuto l’annullamento, alle donne che hanno avuto figli fuori dal matrimonio, ai componenti delle coppie che vivono insieme prima del matrimonio e a chiunque utilizzi il controllo delle nascite. Sono tutti peccati contro l'insegnamento della Chiesa sulla sessualità. Inoltre, si dovrebbero proibire i funerali cattolici a chiunque sia andato contro l'insegnamento della Chiesa per la cura dei poveri e dell'ambiente. (…) Concentrarsi solo sulle persone LGBT, anche quelle unite in matrimonio, senza la stessa attenzione al comportamento sessuale o morale delle persone rette è, come dice il Catechismo, un "segno di ingiusta discriminazione". La dichiarazione di Padre James Martin non è un fatto isolato, bensì si colloca in una precisa strategia di promozione del mondo LGBT che il prelato gesuita conduce a ritmo incalzante con presentazioni del suo ultimo libro “Building a Bridge” che prevede eventi con donazioni a favore delle comunità LGBT del territorio. In un tweet del 25 giugno scorso Martin ha, inoltre, augurato agli amici LGBT un buon pride weekend, perché “anche loro sono figli amati da Dio e creati a Sua immagine a somiglianza”. Potremmo continuare ad elencare iniziative ed esternazioni, ma ci soffermiamo sulla delirante dichiarazione di Martin in merito all’accesso ai funerali. La Chiesa cattolica non ha mai sostenuto che i riti funebri debbono essere negati ai peccatori o addirittura ai peccatori gravi. La Chiesa ha tradizionalmente affermato che i riti funebri possano essere negati a quei peccatori che hanno rifiutato costantemente di pentirsi o di riconciliarsi alla Chiesa. I riti funebri della Chiesa Cattolica sono proprio per coloro che, seppur peccatori, riconoscono il proprio peccato, confessandolo e chiedendo perdono a Dio (Canone 915 del Codice di Diritto Canonico). Martin paragona la situazione di una coppia LGBT a quella di una coppia di divorziati risposati e il raffronto non è poi così errato. Infatti, in entrambi i casi, la Chiesa spera che vi sia, almeno in punto di morte, il pentimento per la situazione di peccato grave in cui queste coppie hanno vissuto. Quello che Martin tralascia, e per il consulente del Segretariato per le Comunicazioni del Vaticano non sembra essere una “dimenticanza” da poco, è  la questione del pentimento. Da promotore del mondo LGBT Martin intenderebbe scardinare la dottrina e il magistero della Chiesa con il semplice scopo di ammettere all’Eucaristia e ai riti funebri persone che ostentano apertamente il loro orientamento sessuale e sono orgogliose di compiere atti intrinsecamente disordinati (CCC 2357). Martin sa benissimo che l’ingiusta discriminazione verso le persone con tendenze omosessuali è ben altra cosa e riguarda il rispetto della persona che deve essere accolta con “rispetto, compassione e delicatezza” (CCC 2358). Quello di Martin è un comportamento sconcertante che trova libero sfogo in questo momento di confusione in cui sembra contare di più differenziare bene i rifiuti rispetto ad impegnarsi per salvare la vita di un bambino innocente. A conferma (se ce n’era ancora bisogno) di quali siano le priorità della Chiesa della misericordia Martin cita i peccati contro l’ambiente e le omissioni nella cura dei poveri che, secondo lo stesso, dovrebbero avere lo stesso grado gravità dei peccati relativi alla morale sessuale e quindi comportare le stesse conseguenze. Seguendo il delirante ragionamento di Martin per potere ricevere l’Eucaristia e avere i riti funebri dovrei confessare di aver differenziato male i rifiuti, inserendo l’involucro di carta stagnola nel bidone della plastica invece che nel sacco dell’indifferenziato. Le conseguenze di quanto sostenuto da Martin sono ovvie e devastanti: se tutto è peccato più nulla è peccato. E se più nulla è peccato tutto è concesso. Ora anche coloro che consideravano una “svista” la nomina di Martin a consulente del Segretariato per le Comunicazioni del Vaticano cominciano a ricredersi. Martin anche dopo la nomina continua imperterrito nelle sue campagne a favore del mondo LGBT, non esitando a contraddire i vescovi che coraggiosamente rimangono fedeli al magistero della Chiesa. La conferma di Martin nel suo ruolo anche dopo le sue innumerevoli uscite è la prova che quanto promosso da Martin sia condiviso altrimenti, come già successo per altri casi, Papa Bergoglio lo avrebbe rimosso dall’incarico. Come diceva Agatha Christie: “un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova”.

 

30 giugno 2017

Come siamo diventati eretici


di Paolo Spaziani

Alcuni di voi certamente conoscono Ross Douthat, giornalista statunitense di 37 anni, editorialista del New York Times e autore di alcuni volumi che hanno suscitato un discreto interesse negli Stati Uniti.

Nell’ottobre del 2015 Douthat è stato al centro di un attacco da parte di alcuni intellettuali del mondo cattolico progressista per un articolo pubblicato sul New York Times in cui lo stesso Douthat esprimeva le proprie perplessità sul pontificato di Papa Bergoglio.  Nei giorni successivi l’intellighenzia progressista si mise in moto e produsse una lettera aperta in cui si ricordava al direttore del New York Times che Douthat non aveva alcuna qualifica professionale per scrivere di questi temi e nemmeno per accusare alcun membri della Chiesa di eresia.

Tra i promotori dell’anatema contro Douthat vi era anche Massimo Faggioli, esponente di quel cattolicesimo democratico sempre pronto a prendere le difese di Papa Bergoglio e attaccare coloro che osano semplicemente esprimere perplessità. Douthat non è però tipo da farsi intimidire facilmente, la sua storia è la dimostrazione di un percorso personale certamente non banale: nato da una famiglia episcopaliana, aderisce agli evangelici, per poi convertirsi al cattolicesimo all’età di diciassette anni. Nel 2013 Douthat ha vinto il “Christianity Today Book Award” per il suo volume dal titolo “Bad Religion. How we became a nation of heretics”.

Purtroppo il lavoro di Douthat non è mai stato tradotto in italiano, pertanto mi sono fatto coraggio e ho intrapreso la corposa lettura in lingua inglese. L’assunto da cui parte l’autore è originale: gli Stati Uniti rimangono un paese profondamente religioso, tuttavia un gran numero di americani ha aderito ad una “cattiva religione”, una propria versione di cristianesimo, abbandonando la sana dottrina in favore di una religione che esalta il proprio ego e indulge, se non addirittura celebra, i propri istinti peggiori. Questa fede fai da te è celebrata da politici, religiosi ed esponenti della cultura pop e molti di questi “predicatori” si definiscono cristiani. Il bersaglio principale di questa pseudo-religione è la persona di Gesù Cristo, sostituita nei cuori e nelle menti da una figura più congeniale chiamata da Douthat “Scegli il tuo Gesù”, che meglio si adatta ai nostri preconcetti circa come il Salvatore del mondo dovrebbe o non dovrebbe essere.

Negli Stati Uniti, scrive Douthat, l’insegnamento cristiano sull’unicità e preziosità di ogni essere umano è stato messo in discussione dai guru dell’amore libero e dell’autorealizzazione e a farne le spese è stata la concezione stessa del peccato originale. Eliminando ogni conseguenza ultima delle proprie azioni, la religione è diventata una licenza per il proprio egoismo, facilmente utilizzata per giustificare ciò che è ancora da considerarsi un peccato mortale. Il risultato è una società dove la vanità si è trasformata in “auto miglioramento”, l’orgoglio in una “salutare considerazione di sé”, mentre l’adulterio in “segui il tuo cuore”.

Douthat precisa che gli Stati Uniti sono da sempre un paese di eretici, con la differenza che in passato l’eresia non ha mai avuto campo libero. La potenza, la creatività e la resilienza della fede del popolo americano hanno sempre consentito in passato di contenere l’eresia in specifici movimenti o in fenomeni isolati. Per decenni l’ortodossia cristiana ha rappresentato il fiume dove confluivano anche i più piccoli rivoli della fede americana.

Secondo Douthat la rivoluzione sessuale e il mito del benessere economico hanno minato le basi dell’ortodossia, facendo credere alle persone che avrebbero potuto vivere serenamente e in libertà ignorando le parti “scomode” della dottrina. “Ogni argomento circa il cristianesimo, scrive Douthat, è in fondo un argomento circa la natura divina di Gesù Cristo. Le nostre eresie quotidiane sono tentativi di cancellare una parte del messaggio di Gesù, quella parte che consideriamo di intralcio”.

La tendenza all’eresia evidenziata da Douthat è stata fomentata dai fautori della prosperità e del sentimentalismo terapeutico e su questo punto Douthat cita la presentatrice Oprah Winfrey come esempio di predicatrice dell’individualismo più esasperato. Nelle conclusioni del libro, intitolate “The recovery of Christianity”, Douthat sottolinea come solo una vigorosa rivalutazione della sana dottrina e della dimensione pubblica del cristianesimo possano risolvere la situazione di confusione religiosa in cui oggi si trovano gli Stati Uniti. Il volume di Douthat guarda con attenzione specifica alla situazione degli Stati Uniti, ma buona parte delle riflessioni generali trovano certamente riscontro anche nel contesto europeo e italiano. Per questo la lettura del libro è consigliata, sperando in una traduzione in italiano del testo. Il volume termina con un sentito appello personale di  Douthat: “chi cerca la perfezione dovrebbe iniziare a cercare la perfezione della propria anima. Chiunque intendesse salvare il proprio paese dovrebbe prima cercare di salvare se stesso.  Cercate prima il Regno di Dio e la Sua giustizia, e tutto il resto vi sarà dato in aggiunta (Matteo 6, 24-34)”.

 

23 giugno 2017

Perché il gay pride è un male in sé


di Paolo Spaziani

In queste settimane di sbornia mediatica in cui è stato dato ampio risalto ai gay pride di tutta Italia abbiamo letto una serie innumerevole di prese di posizione favorevoli (molte) e contrarie (poche) sugli eventi che hanno interessato tutta Italia. Purtroppo, quello che ne emerge è un quadro abbastanza confuso anche tra le fila di coloro che, in un certo senso, hanno tentato di non accodarsi allo stuolo di benpensanti che hanno visto in queste manifestazioni un esempio di civiltà. Per quanto concerne le amministrazioni comunali il terreno di battaglia ha riguardato la concessione o meno del patrocinio all’evento, con alcuni sindaci che hanno deciso di non concederlo: scelta certamente coraggiosa che però è stata spesso accompagnata da dichiarazioni e comportamenti contrastanti. E’ il caso, ad esempio, del Sindaco di Cosenza che ha negato il patrocinio al gay pride, ma ha tenuto a precisare, in un comunicato datato 11 maggio 2017 (presente sul sito del Comune di Cosenza) di “....aver sempre sostenuto nei fatti le battaglie contro le discriminazioni sull’orientamento sessuale, promuovendo iniziative nelle scuole, attivando progetti mirati al rispetto dell’identità di genere e all’educazione sentimentale (…) e consegnando all’Arcigay di Cosenza dei locali all’interno della Casa delle Culture perché ne facessero la loro sede d’incontro, di discussione e di partecipazione”. In sostanza, come precisato dal Sindaco, il motivo per il diniego del patrocinio era la contrarietà “alla spettacolarizzazione della preferenza sessuale spesso ostentata attraverso modalità stereotipate e conformistiche”. Una contrarietà certamente condivisibile, che però denota una posizione debole in quanto si fa scudo della negazione del patrocinio, ma nel concreto non contrasta quella che il Cardinale Caffarra ha definito alcune settimane fa “la nobilitazione dell’omosessualità”. Il Cardinale, intervenendo il 19 maggio scorso al Life Forum, ha precisato che “….la nobilitazione dell’omosessualità nega interamente la verità del matrimonio, il pensiero di Dio Creatore sul matrimonio. La nobilitazione del rapporto omosessuale quale si ha nella sua equiparazione al matrimonio (…) è l’opera di Satana, che vuole costruire una vera e propria anti-creazione. E’ l’ultima terribile sfida che satana sta lanciando a Dio”. E’ proprio a questo livello che si gioca la battaglia, che è di natura escatologica e non consiste nella concessione o meno di un patrocinio e nemmeno nella preoccupazione, certamente condivisibile, di evitare che nelle strade del proprio comune avvengano atti osceni. Sul fronte delle associazioni non sono mancate realtà, anche cattoliche, che hanno espresso la loro contrarietà ai gay pride in quanto nel manifesto programmatico delle associazioni LGBT organizzatrici si rivendica il diritto all’adozione da parte di persone con tendenze omosessuali. Un motivo certamente validissimo, ma che non coglie quale sia la posta in gioco. Eppure, anche Benedetto XVI era stato molto chiaro quando, nel Messaggio per la Giornata della Pace 2013, aveva chiarito che “…la struttura naturale del matrimonio va riconosciuta e promossa, quale unione fra un uomo e una donna, rispetto ai tentativi di renderla giuridicamente equivalente a forme radicalmente diverse di unione che, in realtà, la danneggiano e contribuiscono alla sua destabilizzazione, oscurando il suo carattere particolare e il suo insostituibile ruolo sociale. Questi principi non sono verità di fede, né sono solo una derivazione del diritto alla libertà religiosa. (..) L’azione della Chiesa nel promuoverli non ha dunque carattere confessionale, ma è rivolta a tutte le persone, prescindendo dalla loro affiliazione religiosa. Tale azione è tanto più necessaria quanto più questi principi vengono negati o mal compresi, perché ciò costituisce un’offesa contro la verità della persona umana, una ferita grave inflitta alla giustizia e alla pace”. Un’opera di satana, una minaccia alla giustizia e alla pace: quelli di Benedetto XVI e del Cardinale Caffarra sono giudizi di una nettezza difficile, se non impossibile, da ritrovare nelle dichiarazioni di qualche politico o dirigente di un’associazione pro-life e pro-family. Come già sopra evidenziato, la natura della battaglia è escatologica e ogni tentativo di ricondurla ad una semplice dimensione terrena rischia di essere perdente in partenza. Lo hanno capito coloro che in queste settimane si sono prodigati per organizzare processioni, veglie e momenti di preghiera pubblici in riparazione ai gay pride organizzati sul territorio. Proprio per essere andati alla radice della battaglia in corso gli organizzatori sono stati osteggiati e attaccati, anche da esponenti del mondo “cattolico”. Nelle prossime settimane proseguiranno le iniziative di riparazione, tra cui ricordo il Corteo di Preghiera previsto a Milano il 29 giugno prossimo, Solennità dei Santi Pietro e Paolo, con partenza alle 19.15 dall’ingresso del Castello Sforzesco. Partecipiamo numerosi.

 

20 giugno 2017

La generazione delle ciambelle

di Paolo Spaziani
“La generazione delle ciambelle”, “La sindrome del bravo ragazzo”, questi i titoli di due articoli apparsi nelle scorse settimane sui siti ”Religione en Libertad” e “The Catholic Thing”, legati dallo stesso filo conduttore, ovvero l’irrilevanza di buona parte del mondo cattolico che, intriso di relativismo, si preoccupa esclusivamente di essere ben voluto e ben visto.

Nel suo articolo Monsignor Antonio Gomez Cantero, Vescovo spagnolo, colpisce nel segno evidenziando come “… anche noi cristiani partecipiamo al banchetto preparato dalla maggioranza schiacciante. A forza di cedere, per piangere con chi piange e per ridere con chi ride, stiamo perdendo la nostra originalità e la nostra freschezza evangelica”.

Parole inequivocabili quelle di Monsignor Cantero che considera la manipolazione del linguaggio come la nuova torre di Babele che intende costruire una nuova società perfetta che non comunica, ma confonde, con lo scopo di eliminare le tracce di Dio. “Cosa pretendere se l’eutanasia viene definita dolce morte? Quando diciamo interruzione volontaria di gravidanza perché non vogliamo dire aborto?"

Secondo Monsignor Cantero “tanta edulcorazione del linguaggio, per non urtare la sensibilità, sta generando una umanità manipolabile, una folla enorme che forma la generazione delle ciambelle, ossia molle, senza spigoli, dolce,flaccida e senza un riferimento (…) perché il problema fondamentale della nostra società è trovare e rispettare un accordo. Preferiamo la filosofia dell’insalata mista, condita con un po’ di tutto, realizzata senza alcun logica, dove tutto vale (…) e in nessuno modo si può dire che un ingrediente è meglio di un altro o che ha più valore nutritivo”. Un vero e proprio menù relativista quello descritto da Monsignor Cantero che, passando dal contorno fino al dolce, denuncia la mancanza di coraggio di parte del mondo cattolico che ha preferito annegare nel mare della maggioranza.

Dello stesso tenore sono le parole del professore James Toner che, nell’articolo apparso su “The Catholic Thing”, parla dei “bravi ragazzi” e delle persone “per bene” evidenziando come per la mentalità odierna l’uomo per bene sia tollerante, sincero, una persona normale e semplice. Toner, citando l’opera di Robert Bolt su Tommaso Moro, evidenzia come quest’ultimo, parlando del suo carceriere, esclami: “Oh Buon Gesù, questi normali e semplici uomini!”.

Secondo Toner “…i bravi ragazzi, questi normali e semplici uomini, hanno commesso e possono commettere un grande male a causa dell’apatia nel cercare la verità e quindi di perseguirla. La verità obbliga. Conoscere la verità chiede di agire nella verità, di “fare la verità (Giacomo 1,22)”. Se essere un uomo per bene, prosegue Toner, significa che dobbiamo essere annacquati o apatici nel conoscere e servire la verità, allora dobbiamo essere i più scortesi e indigesti possibili. La nozione per cui non c’è una verità o, se c’è, non è conoscibile è il principio cardine del relativismo morale tanto amato dai bravi ragazzi di oggi che rifuggono dall’idea di ammonire i peccatori (Luca 17,3)”. Il problema è che questi bravi e sorridenti ragazzi non sono uno sparuto gruppo in via di estinzione, bensì sono innumerevoli e si possono trovare ovunque: “in Parlamento, sui pulpiti, nelle cancellerie, nelle università, nella piazza pubblica e nei sinodi religiosi”.

Toner tocca un punto fondamentale quando precisa che “…se non mi struggo per la verità – per la sua certezza in Cristo - allora non mi devo preoccupare di perseguirla (…), rischiando di alienare quelle persone che mi vedono come un bravo ragazzo”.

Seguendo, o ancora peggio, identificandoci con questi bravi ragazzi il rischio è appunto quello di essere accompagnati da queste persone per bene nel burrone dell’irrilevanza e del relativismo. Le retorica buonista propone quotidianamente casi, che secondo alcuni dovrebbero essere degli esempi, di persone per bene che in nome del quieto vivere e del consenso non dicono mai una parola fuori posto. “L’aderenza alla verità, scrive Toner, potrebbe significare che il mondo ci odi (Matteo 10,22) e che, orribile a dirsi, non si venga annoverati tra i bravi ragazzi”. Un rischio che Chesterton, citato da Toner, aveva già abbondantemente preventivato, osservando che i cristiani non sono abbastanza odiati dal mondo. Troppo spesso, secondo Chesterton, siamo dei bravi ragazzi. Aiutiamoci, dunque, a rimanere saldi nella verità, rifuggendo ogni tentazione di cadere in quel seducente perbenismo anche costo di mettere a repentaglio alcuni rapporti, perché, come ha detto San Tommaso d’Aquino, “chi dice la verità perde le amicizie”.
 

16 giugno 2017

Scholas Occurrentes. Un avamposto LGBT?

di Paolo Spaziani
Una inaugurazione in grande stile ha accompagnato il 9 giugno scorso la nascita della prima sede italiana della Fondazione Scholas Occurrentes, organizzazione che Papa Francesco ha contribuito a fondare nel 2001 e che nel 2015 ha promosso a pia fondazione di diritto pontificio. Scholas Occurentes è un network di oltre 440mila scuole che si scambiano contatti ed esperienze, senza differenze tra scuole pubbliche, private, cattoliche e di altre religioni. Il luogo scelto per il lancio della prima esperienza italiana è Palazzo San Calisto a Roma (proprietà extraterritoriale della Santa Sede), all'evento inaugurale non poteva mancare il ministro Fedeli che ha accolto con grande entusiasmo la stipula di un accordo di collaborazione tra il MIUR e la Fondazione Scholas Occurentes.

Nel suo discorso inaugurale Papa Francesco ha tenuto a ribadire con forza un “no al bullismo, no ad una scuola di elitè”. Il Ministro Fedeli nel suo discorso ha precisato che “....quando il Papa dice che a nessuno si deve dire ‘no’, è esattamente quello che noi vogliamo. Ogni differenza deve essere presa come elemento positivo all’interno della scuola. Includere significa rispettare le diverse differenze di origine, sesso, religione, politica”. La dichiarazione del ministro Fedeli contiene le parole chiave tipiche della strategia portata avanti dal mondo LGBT che, con la scusa di promuovere il rispetto delle differenze e il contrasto al bullismo, sta introducendo nelle scuole italiane di ogni ordine e grado pubblicazioni e progetti finalizzati ad indottrinare gli alunni sull’ideologia gender, basata sul principio cardine della scelta della propria identità sessuale, a prescindere dal proprio sesso biologico.

A rigor di logica queste iniziative non dovrebbero trovare terreno fertile, anzi dovrebbero scontrarsi contro un vero e proprio muro quando si parla di una fondazione educativa di diritto pontificio come le Scholas Occurentes (anche se, a dire il vero, i muri sembrano ormai aboliti per fare spazio ai più dialoganti ponti). Purtroppo, la logica spesso non corrisponde alla cruda realtà, infatti una giornalista cattolica statunitense, Maike Hickson, sulla rivista online “Christian Order” ha portato alla luce alcuni punti presenti nella collana di libretti per studenti, “Con Francisco a mi lado”, “Con Francesco al mio fianco”, utilizzati nelle Scholas Occurentes.

La giornalista, che ha ricevuto i libretti in questione da María Paz Jurado, una delle responsabili di Scholas Occurrentes, ha evidenziato come nel testo dedicato al tema della diversità le diverse forme di “famiglia” siano poste sullo stesso piano, comprese le coppie omosessuali con bambini. E' quindi facile comprendere cosa intenda il Ministro Fedeli per rispetto delle diversità. In un altro punto del libretto dedicato alla “Stima di sé”, viene promossa l’idea della scelta variabile della propria identità, compresa quella sessuale. La giornalista ha chiesto per iscritto a Scholas Occurrentes di fornire spiegazioni sul contenuto di questi libretti, la cui linea educativa sembra essere molto lontana da quanto espresso da Papa Francesco sull'ideologia gender che lo stesso ha definito “uno sbaglio della mente umana”. La direzione delle Scholas Occurentes non hai mai fornito i chiarimenti richiesti. Per indagare sulle possibili ragioni di questo “scivolone” educativo è bene analizzare chi siano i finanziatori delle Scholas Occurrentes e su questo fronte emergono importanti indicazioni. Tra i finanziatori vi sono IBM e Google, colossi da sempre impegnati nella promozione e nel finanziamento delle istanze del mondo LGBT. Nello scorso gennaio IBM ha lanciato il suo primo logo con i colori arcobaleno in segno di sostegno al mondo LGBT e da tre anni consecutivi vince il premio come migliore datore di lavoro LGBT friendly del mondo.

Di Google conosciamo l’incessante impegno per la promozione dell’agenda LGBT, con finanziamenti ad eventi e sostegno alle diverse campagne. È lecito chiedersi come una fondazione educativa di diritto pontificio possa ricevere finanziamenti da realtà impegnate nella promozione di cause che contrastano palesemente con quanto affermato dalla tradizione e dal bimillenario magistero della Chiesa. È altrettanto lecito domandarsi se la presenza di questi finanziatori, paladini delle istanze LGBT, possa in qualche modo condizionare l’impostazione educativa in alcuni ambiti molto delicati che dovrebbero essere riservati alla potestà educativa dei genitori. Dal 2015 Scholas Occurentes ha come Vice Presidente monsignor Marcelo Sanchez Sorondo, cancelliere delle Pontificie Accademie delle Scienze e delle Scienze sociali che ad inizio mese ha definito “un disastro per l’umanita” la decisione di Trump di abbandonare gli accordi di Parigi sul clima. All’Accademia delle Scienze i dirigenti di Scholas sono intervenuti nel 2015 ad un incontro dal titolo “I bambini e lo sviluppo sostenibile, una sfida per l’educazione”. Tra gli oratori dell’incontro era presente anche l’economista neomalthusiano Jeffrey Sachs, promotore della riduzione delle nascite tramite contraccezione e aborto. Il quadro che accompagna la nascita della prima sede di Scholas Occurrentes in Italia non è certo tra i più rassicuranti, segno che anche una realtà educativa di diritto pontificio non è da considerarsi indenne dalla confusione in cui versa oggi la Chiesa.
 

13 giugno 2017

Parlano di ambiente, si dimenticano di Charlie

di Paolo Spaziani 

Per poter meglio esaminare il caso di Charlie Gard, la Corte di Strasburgo ha stabilito che al bambino non potranno essere sospese le cure vitali prima della mezzanotte di martedì. Qualche giorno di speranza in più per i genitori del piccolo e per tutti coloro che in queste settimane si sono mobilitati per evitare la morte di Charlie tramite sentenza.

Confesso di aver sperato che questi giorni concessi dalla Corte di Strasburgo potessero consentire a chi non si era ancora espresso su questo terribile caso di far sentire la propria influente voce. Una speranza che, finora, si è rivelata vana. Ad eccezione di una dichiarazione da parte delle Conferenze Episcopali di Inghilterra e Galles non si registrano altri interventi ufficiali da parte della Chiesa che, in un momento come questo, potrebbero certamente risultare importanti e di sostegno per tutti coloro che si stanno battendo per la vita del piccolo Charlie.

Quello che maggiormente sconcerta è la solerzia con la quale si commentano altre decisioni o fatti che riguardano, ad esempio, l'ambiente o i migranti. Non più tardi del due giugno scorso Monsignor Sorondo, cancelliere per la Pontificia Accademia per le Scienze, intervistato da Radio Inblu, aveva definito “terribile” la decisione di Trump di sfilarsi dall'accordo sul clima di Parigi. “Un disastro per l'umanità”, aveva aggiunto Monsignor Sorondo, evidenziando, come scritto dal quotidiano “Il Messaggero”, “lo sconcerto, la preoccupazione e l'inquietudine” che serpeggia in Vaticano per la decisione di Trump.

Il nove maggio scorso Ivan Jurkovič, osservatore permanente della Santa Sede all’Onu di Ginevra, in una riunione dedicata al Global Compact sull’immigrazione ha esortato a “mettere sempre la persona al centro di ogni decisione in materia di immigrazione. Ha dunque esortato la comunità internazionale a “dare un esempio di solidarietà superando le divisioni politiche e le barriere geografiche per dare sostegno a chi fugge dalla propria terra”. Il diplomatico vaticano ha poi ribadito che “ogni migrante è una persona titolare di diritti umani fondamentali ed inalienabili che vanno sempre rispettati”.

Questi diritti umani fondamentali ed inalienabili valgono, ad esempio, anche per un bambino di dieci mesi a cui le autorità inglesi, contro la volontà dei genitori, vogliono togliere le cure portandolo alla morte? E' una domanda che sorge spontanea davanti a questo assordante ed inspiegabile silenzio. In questo come in altri casi emerge una posizione chiaramente ideologica che si erge a difesa del migrante o dell'ambiente, ma che si dimentica del più indifeso degli esseri umani. La “cultura dello scarto” di cui ha parlato più volte Papa Francesco non è proprio la cultura che sta condannando a morte il povero Charlie? A maggior ragione non si comprende questo silenzio proprio nelle ore decisive per la vita di questo piccolo bambino.

Si dirà che in tema di rispetto per la vita la Chiesa si è già ripetutamente espressa. Certamente, come si è espressa più volte in passato a difesa dell'ambiente e dei migranti. Eppure su questi temi le dichiarazioni sono quotidiane e sembrano non finire mai. Per un caso drammatico come quello di Charlie non ci si può nascondere dietro il “già detto”, perché chi non si oppone a questa atroce decisione è complice. Noi continuiamo a fare quello che possiamo: preghiamo e informiamo le persone di ciò che sta accadendo. Perché quanto stanno facendo al piccolo Charlie un giorno potrebbe essere fatto anche a noi.
 

08 giugno 2017

Comunione ai divorziati risposati: la possibilità arriva dal futuro Vescovo di Fidenza


di Paolo Spaziani

“Presentazione del documento con particolare attenzione all’amore nel matrimonio e nella famiglia”. Questo il titolo della serata di presentazione dell'Esortazione Apostolica di Papa Francesco Amoris Laetitia tenuta presso la parrocchia San Giovanni Battista a Carpenedolo da Don Ovidio Vezzoli, sacerdote bresciano e futuro Vescovo di Fidenza. Da marito e padre di tre figli ho partecipato all’incontro pensando che lo stesso fosse finalizzato a mettere in luce la bellezza e la verità del matrimonio cristiano, inteso come unione indissolubile tra un uomo e una donna.

Purtroppo, per larghi tratti della serata, ho come percepito che l’incontro non mi riguardasse, che la preoccupazione fosse un’altra, cioè quella di trattare, “i casi più complessi”, evidenziando la netta differenza tra l’approccio di Amoris Laetitia rispetto a molte altre occasioni in cui il magistero della Chiesa ha approfondito il tema della famiglia e del matrimonio. Su questo aspetto Don Vezzoli ha citato il Decreto Tametsi approvato dal Concilio di Trento che sanciva l’invalidità del matrimonio celebrato senza la presenza di una prete cattolico. Don Vezzoli ha ribadito il tono “legalistico, formale” del Decreto che “rimaneva all’esterno”, “preoccupandosi solo di stabilire se il matrimonio era valido o non valido, se corrispondeva alle leggi della Chiesa o meno”. Subito dopo Don Vezzoli ha citato la Casti Connubii di Pio XI affermando che “…il problema era mettere in evidenza che il rapporto coniugale, sessuale, all’interno del matrimonio deve essere sempre aperto alla vita e deve avere una connotazione di cooperazione al disegno di Dio, all’opera della creazione di Dio, mettendo bene in evidenza situazioni che andavano contro la morale cattolica, cristiana, situazioni non conformi alla tradizione della Chiesa. Un modo di procedere, potremmo dire, negativo, che mette in evidenza tutti gli aspetti contrari. E’ come se io leggessi un documento e mi sentissi soffocare e mi sentissi costantemente in colpa. Se tu leggi Amoris Laetitia la percezione non è certo quella legalistica, di chi si sente soffocare”.

Personalmente non ho mai percepito come soffocante il magistero della Chiesa sulla famiglia e sul matrimonio (l’unica cosa veramente soffocante era il caldo della serata…), al contrario penso che il nostro infinito desiderio di felicità, bellezza e verità possa compiersi solamente nella sequela di Cristo, della Chiesa e del suo bimillenario magistero che non è fatto di regole, come molti dicono, ma di insegnamenti per la nostra salvezza. Il respiro diventa più affannoso, l’aria comincia a mancare non in presenza di certezze, ma, al contrario, quando regna la confusione e tutto diventa relativo.

Durante tutta la serata ho percepito come se vi fosse l’intenzione di distinguere il passato della Chiesa, fatto di regole, pregiudizi e chiusura mentale da un presente, inaugurato con Amoris Laetitia, più umano e aderente alla realtà. Questo raffronto non l’ho condiviso in quanto, a mio avviso, non rende il giusto onore alla tradizione, alla immutabile dottrina della Chiesa, nonché al grande magistero dei Pontefici che hanno preceduto Papa Francesco (in primis San Papa Giovanni Paolo II e Benedetto XVI) che, proprio in tema di famiglia e matrimonio, hanno dedicato parole di una chiarezza che oggi, invece, manca.

Verso il termine dell’incontro Don Vezzoli ha affrontato il tema dei divorziati risposati, chiarendo quale dovrebbe essere l’approccio cristiano con persone che vivono queste situazioni. Don Vezzoli ha precisato che queste persone “non sono dei lebbrosi, non sono dei proscritti. Non è gente dalla quale bisogna starsene alla larga. Spesso diciamo: hai sentito di quello? E’ infestata l’aria da questa gente! Vedete come siamo sprezzanti nei giudizi!”. Confesso di aver provato molta amarezza davanti a queste parole, perché nei miei quarant’anni di vita nella Chiesa non ho mai assistito a situazioni in cui queste persone siano state escluse dalla comunità cristiana, additate per il loro peccato e trattate male. La Chiesa che conosco ha sempre dimostrato accoglienza, comprensione e inclusione, qualsiasi fosse il percorso di vita di ognuno.

Al termine dell’incontro, non essendo emerso in modo chiaro quale fosse il possibile approdo del percorso di discernimento che ha rappresentato il filo conduttore di tutta la serata il sottoscritto e un’altra persona hanno posto alcune domande finalizzate a fare chiarezza sull’ammissione all’Eucaristia per i divorziati risposati. La domanda che ho posto è se al termine di questo percorso di discernimento possa essere prevista la riammissione ai Sacramenti. Don Vezzoli, pur ribadendo la gravità del peccato di adulterio e l’immutabilità della dottrina al riguardo, ha risposto: “Amoris Laetitia lascia aperta, dopo il discernimento, che non è da un giorno all’altro, immediatamente applicabile, fatte salve le condizioni di giustizia e di gravità di quanto accaduto, la possibilità di accedere ai Sacramenti. Ma questo chi lo decide? Lo decide chi fa il discernimento. Lo decide il confessore.(…) Accompagnare, discernere, in vista di reintegrare”.

L’incontro termina, torno a casa senza nascondere la mia amarezza. Apro la porta, incrocio lo sguardo di mia moglie, vedo i miei figli dormire e mi chiedo cosa mi venga chiesto in questo momento di confusione. Innanzitutto di non disperare e di continuare a testimoniare, pur in mezzo a mille difficoltà, errori e debolezze, la straordinaria bellezza del matrimonio cristiano. Certo, perché ce lo ha assicurato Gesù Cristo, che le porte degli inferi non prevarranno.