Visualizzazione post con etichetta pastorale. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta pastorale. Mostra tutti i post

01 luglio 2018

Una lettera ai sacerdoti "attivisti"

di Riccardo Zenobi
La lettera che riporto sta girando su facebook e non sono in grado di indicare se il suo autore sia davvero chi viene indicato in fondo, ma al di là di chi l’abbia scritta il suo contenuto è totalmente condivisibile e coglie perfettamente la situazione fallimentare della Chiesa cattolica dal post-concilio ad oggi.
Forse alcuni di voi hanno avuto a che fare con i campi estivi, i famosi grest dove i bambini giocano sotto la supervisione di qualche animatore; ma anche se non sapete di che si tratta conoscerete certamente la realtà delle “attività ricreative” delle diverse parrocchie, tutte completamente disastrose, visti i risultati che ottengono. Eppure i parroci moderni sono impegnatissimi a tenere a galla queste attività tralasciando ogni altra occupazione, compresa la preghiera personale, perché “il nuovo piano pastorale”, “il documento della CEI sui giovani” etc. Visti i risultati, verrebbe da chiedere se chi scrive certe lettere pastorali creda davvero a ciò che mette per iscritto, o se lavori a cottimo al di là dei contenuti.

I sacerdoti sono stressatissimi per via delle molteplici attività pastorali, nelle quali ripongono fiducia cieca ed ogni speranza di non trovarsi a dire Messa da soli rivolti verso delle panche vuote. Il tutto perché ripongono ogni sforzo sulla “pastorale giovanile” per la quale spendono energie, tempo e denaro, dato che ormai nei seminari insegnano solo queste cose (più un po’ di psicologia datata) ma non formano alla vita di fede, che quindi non viene trasmessa ai fedeli dai parroci.
Questi ultimi sono le prime vittime di tanta smania di attivismo, non solo per via dei magrissimi risultati che raccolgono, ma anche perché non possono coltivare il rapporto con Dio e ritemprarsi alla Sua presenza, fondamentale per confermare la propria vocazione sacerdotale: non ne hanno il tempo o la forza. Spero perciò che questa lettera possa servire a portare conforto a quanti subiscono il peso dell’organizzazione di tante attività; queste parole sono rivolte a loro:

Caro Sacerdote...
Non te la prendere, ma due paroline te le devo proprio dire...Non mi interessano i campetti di calcio, i cineforum, i teatrini, le conferenze, i baretti con videogiochi e biliardini, i porticati coi ping-pong e il calciobalilla, le vacanze organizzate, il grest, le pizze del sabato sera. In una parola, tutto il ribollente attivismo che ruota intorno alle parrocchie, lo trovo anche fuori, nel freddo "mondo", e magari organizzato meglio, più nuovo, luccicante, efficiente, coinvolgente, appassionante. Non c’è concorrenza: il "mondo" è specializzato in divertimenti, passatempi, sport, intrattenimenti vari, in cui ha profuso studi, energie e investimenti. Voi curatemi l'anima. Datemi un direttore spirituale che abbia tempo e pazienza per la mia conversione. Datemi confessori che mi permettano di riconciliarmi con Dio.
Datemi l’Eucarestia da adorare, non tenetela chiusa a doppia mandata nei Tabernacoli d'oro ad aspettare mentre brucia d'Amore. Dissetatemi col Vangelo dei semplici, non spiegatemi troppo, sono piccolo, una cosa sola ma ripetuta, così che possa ritornarmene casa con la perla preziosa. Insegnatemi quel digiuno che tutti hanno dimenticato, ma che ho voglia di tentare, non come un atto di superba autodeterminazione della volontà, ma come fiduciosa invocazione della grazia dello Spirito. Mostratemi i Santi, voglio farmeli amici. I filosofi mi hanno condotto su strade sbagliate, inquinato la mente, divorato la gioia. I Santi sono felici: ditemi il perché, fatemi scoprire quel filo segreto che li legava alla SS. Trinità. Il rosario, ho fame di rosario. Perché non lo recitate più? Persino nelle veglie funebri, a volte ci si ferma a tre decine, come se quello intero fosse troppo lungo anche per chi davanti ha l'eternità. Arricchitemi della Divina Misericordia, fatemi gustare soavemente le invocazioni, le giaculatorie, le novene- beneditemi e consacratemi ai SS. Cuori di Gesù e Maria. Incoraggiatemi nella via della carità, dell'altruismo, dell'occuparmi del prossimo, nel nome di Cristo. Plasmate in me uno spirito missionario, inalatemi la voglia di santità. Pregate per me qualche volta. Come sarebbe edificante per me trovarvi in ginocchio davanti al Tabernacolo e sapere che stavate pregando per me, per la mia salvezza! Questo desidero, ma tutto insieme, e in ogni parrocchia; non scegliete quello che più vi aggrada, non discriminate tra ciò che vi sembra più o meno moderno, più o meno consono o proponibile.
Voglio tutti gli strumenti di salvezza che la Chiesa ha preparato per me, ho fame di salvezza piena, traboccante, luminosa, ho voglia di Verità. Che abbia 4 o 100 anni, non starò con voi per il grest o il bel campetto o gli amici che ho incontrato. Ci starò per quel banco consunto in cui mi sono inginocchiato e per quel santo sacerdote che ho incontrato. Ci starò perché Cristo, per mezzo loro, mi ha convertito. Ecco Chi mi salverà l'anima! Ti prego, sacerdote, torna ad essere nuovamente ciò che devi essere perché io, pecorella smarrita e figliol prodigo, possa tornare alla Casa del Padre. In questo modo tu riavrai la tua dignità umana e sacerdotale, ed io mi salverò, e tutti saremo spronati a supplicare il Padrone della messe perché mandi operai, questi operai, e non assistenti sociali, ma dispensatori dei misteri di Dio.

Don Stefano


 

15 dicembre 2017

L'ultima pecora (parte II)

di Matteo Donadoni

(prima parte qui)

Il nuovissimo centro pastorale si costituisce così, in una assoluta confusione mentale a forza centrifuga, che investe i vicini e lontani finendo per spazzare via, presto o tardi, qualunque cosa rimanga di cattolico in parrocchia.
Infatti, il sacerdote di turno, non riuscendo più a interessare al Vangelo i suoi parrocchiani e a volte nemmeno a organizzare i suoi chierichetti, totalmente in balia dei capricci delle chierichette, evade dalla sua missione preoccupandosi di organizzare corsi di ogni risma, cercando perfino di farsi perdonare la propria fede rivestendola di un umanitarismo inconcludente, così, con la scusa della beneficenza, organizza raccolte di arance “per giovani coraggiosi”, non avvedendosi che ormai per fare un atto di coraggio in parrocchia è sufficiente enunciare un qualsiasi concetto a caso del Credo. Ma c’è di peggio. Ormai si organizzano corsi per fidanzati gay e sono sempre più numerosi i casi di profanazioni dei luoghi di culto, ridotti a sale conferenze, o backstage per sfilate e teatrini. E addirittura si assiste a casi di occupazione della casa di Dio con eventi profani e di cattivo gusto, come abbuffate con tanto di porchetta a rosolare.

Perché assistiamo al ritorno farsesco della pastorale totalitaria degli anni settanta? Perché a furia di laissez faire, laissez passer e di perseguire logiche clericali di tipo aziendalista, hanno prevalso, tra candore di pochi e mediocrità teologica di molti, la distruzione del passato, la diffamazione scientifica della tradizione e di ogni suo analogato, alla faccia dell’inclusività, e, ciò che è peggio, la libertà di cialtroneggiare ad libitum in omelie e liturgie.
Ovviamente tutto ciò non ovunque, ma, ovviamente, tutto ciò non sarebbe stato possibile senza l’acquiescenza delle gerarchie. Ciò ha generato la profonda divisione odierna i cui vertici sono occupati dai cardinali e dal pontefice, anzi, proprio il vescovo di Roma è diventato il fattore di divisione.
Il parroco che predica un Gesù accomodante, solo umano e amorevole, perché non sa (o peggio non osa, perché è un pusillanime) dire altro e il prelato che, ormai stancamente, elogia i “lontani”, il pontefice che si scusa con i musulmani per conto buddista: tutti questi fatti hanno radici (para)teologiche lontane, che affondano le loro presuntuose pretese in Karl Rahner e in tutti i sui disgraziati epigoni, che hanno lottato contro Dio per distruggere il senso del sacro. Ovvero la cattiva teologia che ha desacralizzato le chiese: no hay otras interpretaciones, ci sentiamo di poter sostenere.
Invece la chiesa, per la presenza del Santissimo Sacramento dell’altare, è un luogo “metafisico” e non solo storico. Dobbiamo educare i nostri bambini che quel senso di meraviglia che provano davanti al Bambino Gesù nel presepe continua nella chiesa, e va custodito per sempre nel cuore, non profanato come insegnano certi “dottori”. Dobbiamo impedire loro di frequentare certe chiese, ormai diventate scuole di empietà e mandarli alla santa Messa, se non possiamo in vetus ordo, almeno dove rimane un barlume di decenza e di rispetto per la sacralità del luogo.

Qualcuno ha posto in evidenza quel miracoloso ma limitato successo dei pontificati di resistenza, soprattutto i papi citati, sottovalutando tutto quel sottobosco di malcontento per le cosiddette mancate aperture, sottovalutando ingenuamente che il problema non erano i vari Turoldo, ma le decine di sacerdoti che hanno masticato amaro per decenni, non digerendo mai la Humanae vitae o la Dominus Jesus ad esempio. Costoro non erano magicamente evaporati con i fumi del post-concilio, come qualcuno si era forse illuso, erano con noi, lo sono sempre stati, per addestrare nell’oscurità centinaia di seminaristi e catechisti in buona fede a distruggere la dottrina. I risultati sono, oltre che due generazioni di atei fra i non credenti, come era prevedibile, due generazioni di agnostici e qualche credente incasinato fra i cattolici. Sono intere parrocchie, organizzazioni laicali e parte di ordini religiosi ormai senza ortodossia né obbedienza alla tradizione. Ah una bella scoperta la pastorale. Con la scusa della pastorale si pretende di far passare per magistero encicliche fatte compilare da Ghostwriter come se fossero il copione dell’ultimo cartone animato sentimentaleggiante.
Finisce che è stato davvero un profeta il cardinal Biffi: «Il Regno dei cieli è simile a un pastore che avendo cento pecore e avendone perdute novantanove, rimprovera l'ultima pecora per la sua scarsità di iniziativa, la caccia via e, chiuso l'ovile, se ne va all'osteria a discutere di pastorizia» (Quinto evangelo). Altro che puzzare di pecora, oggi quella che il satrapo di santa Marta chiamerebbe “pastoral cuerpo a cuerpo” è un ospedale da campo dove si cura all’arma bianca chiunque non voglia adeguarsi al Neue Kurs e si faccia ancora distrarre dalle solite banalità sulla salvezza dell'anima e sul Paradiso. Il nuovo cristiano infatti sa che la sua unica legittima preoccupazione è de facto la conquista del mondo; non per volontà di dominio, si capisce, ma per la pace! Cristo ha portato una spada, la Nuova Chiesa oggi esporta la pace. Lo sanno anche nelle peggiori penitenzierie della pampa: la priorità del Vaticano è assicurare a tutti giustizia sociale, felicità, benessere economico e, se possibile, «una perfetta riposante oscurità circa il significato della vita».

Insomma, fatevi due conti e vi renderete conto del perché appena possono – in genere dopo la Cresima –, i vostri figli se la danno a gambe da tutto ciò che sia lontanamente cristiano e come mai, nella maggior parte dei casi, professino orgogliosi un roccioso agnosticismo.

Dobbiamo imitare assolutamente l’ultima pecora del quinto evangelo: «Quest'animale - cui va riconosciuto obbiettivamente un certo non conformismo - basta da solo a rovinare l'avvento di un'epoca nuova: finché c'è lui c'è l'ovile, e finché c'è l'ovile, le pecore in libertà avranno qualche inquietudine sulla saggezza della loro evasione». Bisogna avere il coraggio, se non di esser cacciati, di andarsene, bisogna aver qualcosa e qualcuno da proporre ed anche difenderlo. Bisogna accettare con coraggio di avere nemici. Fra di essi i più insospettabili. Solo così avremo la pace, e non esiste cuscino migliore della pace interiore. Nel frattempo bisogna avere il coraggio di testimoniare ai propri figli il Vangelo, insegnando loro il catechismo anche andando “contro” quello che si veicola in parrocchia, «scaltri come serpenti e puri come colombe». Certi, come dice Gilbert Keith Chesterton, che la Chiesa, quella vera, «non può muoversi coi tempi; semplicemente perché i tempi non si muovono. La Chiesa può solo infangarsi coi tempi e corrompersi e puzzare coi tempi. Nel mondo economico e sociale, come tale, non c’è attività, eccettuata quella specie di attività automatica che è chiamata decadenza: l’appassire dei fiori della libertà e la loro decomposizione nel suolo originario della schiavitù. In questo, il mondo si trova per molte cose allo stesso piano dell’inizio dell’oscuro medioevo. E la Chiesa ha lo stesso compito di allora: salvare tutta la luce e la libertà che può essere salvata, resistere a quella forza del mondo che attrae in basso, e attendere giorni migliori. Una Chiesa vera vorrebbe certo fare tutto questo, ma una Chiesa vera può fare di più. Può fare di questi tempi di oscurantismo qualcosa di più di un tempo di semina; può farli il vero opposto dell’oscurità. Può presentare i suoi ideali in tale e attraente e improvviso contrasto con l’inumano declivio del tempo da ispirare d’un tratto agli uomini qualcuna delle rivoluzioni morali della storia, così che gli uomini oggi viventi non siano toccati dalla morte finché non abbiano visto il ritorno della giustizia. Non abbiamo bisogno, come dicono i giornali, di una Chiesa che si muova col mondo. Abbiamo bisogno di una Chiesa che muova il mondo» (The New Witness). La falsa chiesa, infangata col mondo appassirà, e noi, in questi tempi di oscurantismo dobbiamo cogliere la grazia di fare di essi un tempo di semina. Il resto lo farà il Signore.

(fine)



Iscrivetevi alla nostra newsletter settimanale, che conterrà una rassegna dei nostri articoli.

 

10 agosto 2017

La Chiesa post-sessuale (II parte)


(qui la prima parte)

di Marco Sambruna

DAI FRUTTI RICONOSCERETE L’ALBERO

Per soppesare i fenomeni della storia, compresa la storia della Chiesa, vale sempre la Parola di Cristo il quale ci ha suggerito un metodo infallibile per valutare la bontà del decorso materiale e spirituale di una realtà: occorre osservare la qualità degli effetti per comprendere la qualità delle cause. Questo è il significato più trasparente della frase evangelica “dai loro frutti dunque li riconoscerete”.
Noi tentiamo qui di percorrere il medesimo itinerario proponendoci di osservare e valutare la qualità della causa a partire dagli effetti che ne sono scaturiti: ne risulta infine come l’iter di sterilizzazione indotta e spacciato da una parte della leadership cattolica come percorso di maturazione cristiana sia la causa scatenante dell’attuale impotenza e infecondità cattolica allo stesso modo in cui un albero infetto produce frutti atrofizzati.

L’analisi degli effetti prodotti dalla realtà cattolica attuale ci rivela dunque le seguenti evidenze tutte o quasi riconducibili a un cammino di depotenziamento in materia dottrinale, teologica, etica e devozionale:

- Sentimentalizzazione del Cristo, gradualmente disinnescato fino alla sua riduzione al rango di un buonista qualsiasi desideroso di andare d'accordo con tutti per non dispiacere a nessuno nell’oblio degli episodi evangelici che ne manifestano invece la virilità come le invettive contro i mercanti del tempio, contro gli scribi e farisei ossia i radical chic dell'epoca e perfino contro qualche apostolo. Riduzione del Cristo da Colui che non è venuto a portare la pace, ma la spada a colui che non è venuto a portare la spada, ma la pace anche a costo di compromessi secolarizzanti;

- Dissoluzione dell’aura solenne che circondava i sacramenti e loro progressiva banalizzazione e riduzione a prodotti di consumo che non necessitano più di alcuna evoluzione personale prima di essere accostati; desacralizzazione, dissacrazione e infine derisione del sacro e sua mercificazione a livello di un articolo commerciale low cost il cui conseguimento non è più frutto di un’impegnativa conquista, ma di un preteso diritto;

- Denigrazione e colpevolizzazione della civiltà europea e della storia occidentale contrabbandata come una sequela di soprusi priva di qualsiasi connotazione positiva da scontare tramite una resa incondizionata alla penetrazione di altre culture e visioni del mondo;

- Psichiatrizzazione della fede tradizionale cioè della fede tout court tramite sua squalifica al rango di residuo archeologico degno di una mente mineralizzata dai connotati nevrotici;

- Confortevole rinuncia all’evangelizzazione perché incompatibile con la narcosi laicista spacciata per pace che gode anche in seno alla chiesa di priorità assoluta. Divulgazione della errata credenza per cui il proselitismo ha connotati negativi laddove invece il proselita è colui che diventa cristiano in seguito all’evangelizzazione. Ne esce inficiata la dimensione missionaria tipica dell’appartenenza cristiana e rinforzata la fondazione di una fede privatizzata e intimistica dalle sfumature ereticali;

- Estinzione dello spirito di profezia, dell’escatologia e della soteriologia come capacità da parte della Chiesa di indicare scenari futuri terreni e ultraterreni e loro sostituzione con calcoli previsionali di corto respiro, ad esempio sullo stato di salute del pianeta, fondati talvolta su concezioni scientifiche tuttora dibattute e mai definitivamente chiarificate peraltro mutuate da agende laiciste affette da manipolazioni ideologiche.

- Sostituzione dell'autentica esperienza religiosa in quanto tale sempre personale e soggettiva con pratiche collettive di erogazione di servizi sociali grossolanamente confusi come autentici percorsi di fede e conseguente nefasta identificazione fra sviluppo umano e obblighi civili da adempiere per legge. La raccolta differenziata come nuova frontiera dello spirito;

- Omologazione del magistero cattolico all'agenda mondialista come dimostrano i notevoli cedimenti sulle questioni di bioetica e sugli ex “principi non negoziabili”;

- Scissione schizoide nella coscienza dei cattolici a causa del divergere fra le esigenze previste dal magistero tradizionale e le eterodossie personali di taluni vertici ecclesiastici tragicamente presentati come dogmi con conseguente caotizzazione e destabilizzazione delle certezze di fede che favoriscono il consolidarsi del relativismo etico di matrice protestante;

- Imborghesimento del credente medio la cui devozione è spesso ridotta alla ripetizione di gesti e formule di cui non conosce nemmeno il significato simbolico da cui deriva una narcosi esistenziale e una tranquillizzante anestesia morale che ottunde l’inquietudine necessaria a ogni ricerca;

- Retrocessione dell'estetica e solennità della liturgia cattolica a livelli di oggettivo squallore tanto da configurare tale sciatteria come un elemento distintivo della chiesa contemporanea da ostentare orgogliosamente;

- Avversione e atteggiamento di spocchiosa sufficienza verso la devozione popolare e in particolare verso il culto mariano percepito ormai come un ostacolo lungo il tragitto di protestantizzazione della chiesa. Disinnesco dei significati più urgenti e degli appelli più pressanti rivelati dalle apparizioni riconosciute e loro addomesticamento arcobalenizzante verso un generico appello alla pace e alla concordia universale

- Valorizzazione narcisistica dell'approssimazione teologica e filosofica in nome di un primato della prassi che segmenta e parcellizza l’impegno caritativo in una serie di operazioni caratterizzate da arido funzionalismo spesso non privo di elementi affaristici;

- Laida bruttezza e volgare anonimia degli edifici destinati al culto e sempre più frequente ricorso a rappresentazioni ai limiti dell'osceno nell'arte sacra;

- Induzione di papolatria idolatrica e forme devozionali verso i massimi rappresentanti del laicismo militante, del radicalismo libertario e del nichilismo materialista;

- Svenevole e infingarda arrendevolezza di fronte all'aggressività islamista di contro allo spietato cinismo adottato verso le realtà cattoliche più ortodosse;

Inoltre e infine la più tragica delle conseguenze: l'indebolimento o l'abolizione dall'orizzonte antropologico della speranza ultraterrena quale contributo decisivo alla formazione di un uomo più triste, disperato, solo.


Iscrivetevi alla nostra newsletter settimanale, che conterrà una rassegna dei nostri articoli. Utilizzeremo agosto come mese di prova, poi a settembre si parte a regime.

 

05 gennaio 2017

Pro pontifice antisismico


di Satiricus 

Matteo 7: "Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, è simile a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde, e la sua rovina fu grande."
Io ascolto le sue parole, ma non le metto in pratica – troppa fatica! – e così mi viene in mente che i terremoti, lungi dall’essere un banco dove l’imputato è Dio, sempre troppo lontano eccetto in caso di reclami, sono la miglior occasione per verificare se Matteo 7 è davvero scrittura rivelata oppure no. In realtà gli ingegneri oggi questionano quanto meglio sia il fondale roccioso di quello sabbiato, ai fini della miglior stabilità dell’edifizio, ma credo che la questione teologicamente non muti: come abbiamo aggiornato il “fermati o sole” di Giosuè, così scioltamente aggiorneremo il concetto di roccioso in “antisismico”. Me lo concederete.
A questo punto, però, lungi dall’essere un castigo i terremoti mi appaiono monito perenne e benefico: del fatto che le tormente della storia presto o tardi si abbattono su noi – giusti o iniqui che siamo – e del fatto che gli edifici instabili crollano. Ora, se all’allarme civile si risponde predisponendo misure edilizie ad hoc, quanto più, scossi dall’inclemenza del dissesto geologico, non dovremo prendere sul serio l’avvisaglia e impegnarci a porre fondamenta solide e corroborate alle nostre scelte teologico-pastorali? In quest’ottica mi pare che i dubia dei cardinali puntino nella direzione di indicare le fondamenta e i principi strategici ed essenziali, mutati i quali – con buona pace dei teorici dell’evoluzione e dei lacché vaticani – l’edifizio si trova indifeso davanti alle sciagure prossime venture della storia (che i nemici della Chiesa non tarderanno peraltro a procurare).
Ecco, questo l’auspicio per il 2017: la Provvidenza ci assicuri un Papa antisismico, in alternativa tenete pronto un obitorio da campo.

 

22 dicembre 2016

Qualche nota su "Misericordia et misera"


di Amicizia San Benedetto Brixia

La lettera apostolica pubblicata a conclusione del Giubileo Straordinario della Misericordia presenta alcune caratteristiche decisamente positive, prima fra tutte la brevità, cui il pontefice dell’essenziale ci aveva ormai disabituati. Ciò ha avuto come seconda dimensione positiva che il sottoscritto potesse riuscire nell’impresa di leggere il testo.
Belle le considerazioni in genere e bello il passo di aggancio agostiniano (n.1), in cui si ricorda che c’è Misericordia divina precisamente in quanto in noi c’è miseria, anzi in quanto noi siamo miseri, i miseri.
Ho molto apprezzato la ratifica dei permessi relativi all’assoluzione dal peccato di aborto e alla piena legittimazione della pastorale penitenziale della Fraternità Sacerdotale San Pio X (n.12). Personalmente avrei ribadito che, benché da tutti assolvibile, il peccato di aborto continua a soggiacere alla scomunica latae sententiae. L’uso del linguaggio giuridico della Chiesa più che mai avrebbe giovato a dire la carità nella verità, sottraendosi tanto ad abusi clericalisti quanto a strumentalizzazioni laiciste.
Apprezzabilissimo il paragrafo n.5 in cui si tratteggia la presenza del tema della Misericordia nella liturgia. Noi avevamo cercato di fare qualcosa di simile, scorrendo però il Messale di San Pio V.
Resto invece distante dall’approccio del n.10, che fatico ad interpretare: il Papa tace alcune puntualizzazioni che nella mia esperienza pastorale non risultano né inutili, né dannose, al contrario. Sulla scelta consapevole di Francesco di tralasciare talune considerazioni si riconosce facilmente uno dei tratti di questo pontificato: la premura di non scandalizzare, preferendo rimandare l’annuncio dell’ineludibile verità, al trauma di sottoporla in modo più o meno diretto ad un pubblico tanto fragile da essere impreparato ad accoglierla. Confesso che su tale istanza prediligo seguire alla lettera Gv 6: l’annuncio scandalizzante di alcune verità cristologiche non deve intimorirci - questa la mia considerazione soggettiva - perché confidiamo che Gesù stesso accompagnerà i fedeli nel tragitto di fede, che va dall’annuncio, allo scandalo, alla Pasqua, alla Pentecoste e dunque alla ritrovata e piena accettazione di fede da parte di tutti i discepoli e gli uomini di buona volontà.
Ciò detto, fatico nel comprenderei le seguenti espressioni: “Gesù davanti alla donna adultera scelse di rimanere in silenzio per salvarla dalla condanna a morte” e “non c’è legge né precetto che possa impedire a Dio di riabbracciare il figlio che torna da lui”. L’ultima espressione non chiarisce del tutto cosa si intenda per “torna(re) da lui”: il pubblico peccatore recidivo che entra in confessionale senza intenzione di emendarsi è “tornato da lui” o è solo tornato in chiesa? Quanto alla prima, che acquisterebbe maggior incidenza in altri contesti, a me risulta poco chiara nel presente: il sacerdote deve tacere la legge divina? Il Catechismo va considerato dubbio e imperfetto come l’antica legge farisaica? Il prete deve evitare di rimproverare i penitenti per il fatto di essere lui stesso peccatore? Gesù peraltro tace davanti agli accusatori, ma non tace di fronte all’adultera. Insomma i passi in questione non mi aiutano. Lo dico per una ragione semplice: ciò che non viene chiarito sarà, nella migliore delle ipotesi, dimenticato.
Mi sono permesso queste sottolineature negative, confortato dall’esempio della Civiltà Cattolica che in queste settimane non ha mancato di contraddire il Magistero di Benedetto XVI, pontefice emerito vivente: personalmente saluto con simpatia la libertà di criticare le parti non infallibili dei pontefici ad salutem animarum.
Mi confidava una parrocchiana che il Giubileo della Misericordia ha portato tra le sue conoscenze dei frutti tangibili di riavvicinamento alla Confessione: personalmente non posso confermare questa osservazione, né ho più scorto commenti relativi al famigerato “effetto Francesco” ventilato alcuni anni fa, ma sinceramente mi auguro che esso abbia proseguimento e che il soffio giubilare diffonda le sue spore per molte stagioni ancora.
Nella confusione contemporanea, in cui troppi sacerdoti e vescovi mi paiono sottostare a logiche di contrapposizione politica, a danno dell’itinerario di santificazione spirituale dell’umanità, ribadisco il mio interesse solo per questo secondo aspetto e mai per il primo. In tale prospettiva ho voluto condividere i miei pensieri sull’ultimo documento pontificio.
 

16 settembre 2016

Dalla cultura alla fede


Amicizia San Benedetto Brixia

“Come rassicura lui stesso dal pulpito, durante la Messa in Duomo per la Natività di Maria (8 settembre), il card. Angelo Scola non intende neppure quest’anno scrivere una nuova lettera pastorale. Offre solo uno spunto pratico, che è l’indicazione a mettere al primo posto, sia per le parrocchie che per il mondo associativo cattolico, il dovere di “crescere nella dimensione culturale della fede (…) per proporre con gioia a tutte le donne e a tutti gli uomini della nostra società plurale che Cristo Risorto, Verità vivente e personale, non cessa di venire incontro ad ogni uomo”.” (link)

Noi lodiamo l’iniziativa del primate ambrosiano: meno carta, meno parole, più sostanza e dedizione. Ma soprattutto ci troviamo in profonda sintonia con tale pensiero e per questo decidiamo di rilanciarlo dalla nostra pagina: la dimensione culturale della fede per noi è davvero importante ed è stata il trampolino di lancio della nostra Associazione.
In realtà l’uso di questi termini - cultura e fede - nel nostro dizionario e in quello del Prelato non è in tutto il medesimo, ma neppure è del tutto eterogeneo. In fondo il Cardinale parla un lessico moderno, mentre noi cerchiamo di riattualizzare la Tradizione liturgico-spirituale scavando appositamente nella teologia classica. Rimane il punto fondamentale: mons. Scola esorta a valorizzare lo spessore culturale della fede e noi, nelle nostre analisi, continuamente ritorniamo alla cultura, al senso comune, all’antropologia comune, per ricavarne indicazioni utili a ricomprendere e riattuare prassi di fede ingiustamente ed ingenerosamente dimenticate e destituite di merito.
E’ un esercizio fecondo, che mette d’accordo soprattutto i fedeli comuni, digiuni di teologie elucubranti. Ci auguriamo che molti vogliano percorrere come noi tale strada, i cui frutti non tardano a manifestarsi per chi la pratichi.

 

30 luglio 2016

Politica o cultura? Pastorale o dottrina?


di Amicizia San Benedetto Brixia

Per la seconda puntata della rubrica crossover continuiamo a riferirci all'inchiesta di Stonor Saunders Gli intellettuali e la CIA, in cui si indaga senza filtri attorno alla massiccia attività di controllo degli intellettuali svolta dalla CIA nel periodo della Guerra Fredda.

Tra le categorie laiche più utili a comprendere i disagi della Catholica nell'ultimo cinquantennio reputo che quelle di globalizzazione e di Guerra Fredda occupino un posto di primo piano. L'annuncio di salvezza della Chiesa avviene tra il cardo e il decumano di questi due termini, occasione e tentazione per tutti noi.

Il cuore del problema, tornando al libro di Saunders, è raccolto da Richard Rovere, direttore associato del New Yorker: "il problema principale, qui, è che la politica sta cominciando a decidere della cultura (p. 179)".

Sarebbe ingenuo misconoscere che anche in ambito teologico e liturgico molti sono i casi in cui interessi politici, partitici, ideologici ed extra-teologici hanno veicolato scelte e programmi in seno alla Chiesa.

Ogni volta in cui riusciremo a marginalizzare l'apprensione politica - finanche di politica ecumenica - a vantaggio dello zelo propriamente religioso, compiremo un atto di risanamento importantissimo.

Con ciò mi pare possibile indicare come nemico e massima insidia l'ottusità ideologica. Dove alberga ottusità ideologica sarà impossibile mettere in discussione il primato politico consolidatosi negli ultimi decenni. Dove al contrario l'ottusità ideologica fa spazio al coraggio teologico si aprono varchi di restaurazione e rilancio ecclesiale.

Credo di poter asserire che la nostra Amicizia ha salutato con entusiasmo il Summorum Pontificum proprio in quanto varco coraggioso e profetico, scandalo per le ideologie, riaffermazione della spiritualità contro le mode 'guerrafreddaie'.

 

23 febbraio 2016

Una pastorale anti pastorale

pastorale
di Riccardo Zenobi
Chi scrive sa perfettamente che il Papa è puntualmente e sistematicamente travisato dai media, e che i suoi discorsi sono sempre riportati in modo tendenzioso e in maniera intellettualmente disonesta da giornali, televisioni, etc. Sono anche ben conscio del fatto che, se uno va a controllare i discorsi nella loro integrità e non nel taglia e cuci con cui sono pubblicati dalla stampa, se ne può ricavare un testo compatibile con la dottrina cattolica. Questo a parole.
Ma i fatti mostrano che il Papa si lascia tranquillamente travisare dai media, e nonostante ciò avvenga sempre ad ogni cosa che dica, non fa nulla per farsi capire, per disambiguare, per dire “no, guardate che non state capendo nulla di ciò che dico”. Niente di tutto ciò, né da parte del Papa né da parte della Curia Romana o di qualche organismo della Santa Sede, che almeno alzi il sospetto che la stampa sta prendendo in giro tutti.
Insomma, questo Papa si esprime in maniera volutamente ambigua, perché se lo facesse inconsapevolmente si sarebbe almeno corretto in qualche punto o si metterebbe a soppesare di più le parole. Ma nonostante tutto, continua con il metodo di fare discorsi che, puntualmente travisati, altrettanto puntualmente non trovano alcuna riformulazione o rettifica interpretativa. Il Papa non fa nulla per farsi capire, e ciò confonde enormemente le coscienze dei fedeli (compresa la mia), mentre il suo compito è di confermare nella fede i credenti cattolici.
Ora, da ciò traggo alcune considerazioni. In primis, il Papa sa che i media lo travisano facendo dei danni incalcolabili; tuttavia mantiene volutamente l’ambiguità. E questa è la domanda che mi pongo: perché tutto ciò? Perché usare una strategia comunicativa fallimentare e distruttiva, ben sapendo che non ottiene alcun risultato positivo? Discutendo di ciò con un conoscente, si è giunti alla conclusione che il Papa crede davvero che l’unico modo possibile per parlare di Cristo ad un mondo scristianizzato sia quello di mettere la pastorale e il dialogo prima della Persona di Cristo e di chi Egli è. E’ del resto una strategia che la Chiesa segue da 50 anni, con risultati clamorosamente fallimentari. Ma Bergoglio è il primo Papa del post concilio che non ha partecipato al Vaticano II (aveva 29 anni quando si concluse l’assise conciliare, essendo del 1936), per cui è vissuto e si è formato nel clima dell’ubriacatura ideologica che metteva il dialogo prima di tutto, e purtroppo ragiona solo in tali termini, senza nemmeno considerare di cambiare strategia perché ritiene tutti gli altri modi di comunicare il Vangelo condannati a priori al fallimento, all’incomprensione e al rifiuto. In sostanza, questo Papa ha recepito pienamente le istanze del Concilio, e nonostante sappia che le sue azioni stanno devastando la Chiesa, è convinto che sia l’unico modo di agire rimasto possibile ad un sacerdote cristiano nel mondo d’oggi (ed è in nutritissima compagnia di molti preti/vescovi/cardinali).
Ma il cristianesimo non è cercare di piacere o di farsi capire dal mondo. Il cristiano deve evangelicamente parlare “sì, sì, no, no”, e deve sapere che se il mondo lo odia, è perché prima ha odiato Cristo (cfr. Gv 15, 18). E la strategia della “pastorale prima di tutto” non ha portato alcun risultato positivo nemmeno a livello pastorale. Anzi, il “dialogo a tutti i costi” ha fatto sì che solo i cattolici pagassero il costo del dialogo, appiattendosi alle opinioni del mondo, il quale non è diventato più cristiano. E’ il fallimento totale di ogni velleità pastorale scaturita dal Concilio Ecumenico Vaticano II. E Bergoglio può ben essere definito il Papa del Concilio, visto che mentre i suoi predecessori si trovavano tra le mani la gestione del post-concilio, Francesco è invece uno dei “frutti del Concilio”, poiché ha visto unicamente quel tipo di pastorale e di modo di porsi nei confronti del mondo da parte della Chiesa.
Va da sé che il Vaticano II non è un “concilio eretico” o da rifiutare in toto. Ma essendo il primo concilio pastorale della storia, è a livello di pastorale che va giudicato, e i risultati ottenuti sono del tutto negativi. Inoltre l’intento del Concilio non era quello di definire delle Verità Rivelate, ma solo di cambiare metodo di approccio al mondo, perciò non è sostenibile la tesi che il Vaticano II sia “eretico”: per essere tali, occorre definire delle eresie, e il Concilio ha deliberatamente evitato di definire. Ma la pastorale che ne è uscita è stata del tutto controproducente. Se si vuole uscire da questa confusione, nata da documenti conciliari che si prestano a interpretazioni ambigue, occorre tornare al metodo definitorio, e tornare ad annunciare la Verità della Persona di Cristo sine glossa, sena pensare a priori a quel sarà l’effetto sul mondo. Non è in potere di noi cattolici il dare successo ad un qualsiasi “piano pastorale”, quello sta solo a Dio. Dobbiamo quindi abbandonare ogni mania di “dialogo ad oltranza” e semplicemente tornare ad adorare Nostro Signore Gesù Cristo, dicendo a tutti chi Egli è. E’ l’unica cosa che possiamo fare, anche perché tutto il resto ha mostrato di essere un fallimento totale. Ci è rimasto solo Dio, non abbiamo più alcun pretesto per illuderci che possiamo demandare l’evangelizzazione alla pastorale in sé stessa. Torniamo ad adorare Dio e il suo divin Figlio Gesù Cristo, se vogliamo rimanere cattolici e cristiani. L’influenza nella vita civile, sociale e culturale ci è stata tolta, non ci sono più dei mezzi per fare pastorale. E questa è la lezione che ci sta impartendo involontariamente il presente pontificato.
 

06 ottobre 2015

No dottrina, no party


di Giuliano Guzzo

«Non è che questo Sinodo si riunisce per non dire nulla. Abbiamo l’attenzione pastorale che ci preme fortemente», ha dichiarato monsignor Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto e segretario speciale del Sinodo intervenuto al briefing di ieri. Ed anche padre Federico Lombardi, da parte sua, ha rincarato la dose facendo presente che il Sinodo «comincia oggi, non finisce oggi». Ben due esternazioni che sembrano tradire un certo nervosismo. Che bisogno c’era, infatti, al primo giorno, di ribadire una cosa ovvia come il fatto che il Sinodo fosse appena iniziato? Quale il motivo?
Semplice: l’intervento introduttivo del relatore generale, il cardinale Péter Erdö, arcivescovo di Esztergom-Budapest, il quale ha aperto le danze sbarrando senza tentennamento alcuno la strada sia all’ipotesi di eucaristia ai divorziati risposati L’integrazione dei divorziati risposati nella vita della comunità ecclesiale può realizzarsi in varie forme, diverse dall’ammissione all’Eucarestia»), sia al riconoscimento alle unioni dello stesso sesso La Chiesa insegna che: “Non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia”»).
Da simili, cristalline precisazioni non si può dedurre – ha ragione Lombardi, su questo – che il Sinodo, quello vero, sia finito, ma certamente è già terminato quello dei mass media i quali hanno fatto il possibile, fino alla tarda mattinata di ieri, per accreditare l’ipotesi di un Sinodo rivoluzionario in materia di dottrina quale molto difficilmente, a questo punto, sarà. Anche perché le parole del cardinale Péter Erdö – uomo scelto personalmente da Papa Francesco, ricorda il vaticanista Sandro Magister, e dunque arduo da immaginare su posizioni divergenti da quelle del Pontefice – non sono state le sole, ieri, a tracciare una direzione netta.
Si è infatti espresso chiaramente anche il cardinale Vingt-Trois, arcivescovo di Parigi e presidente di turno del Sinodo, lanciando una sorta di avvertimento: «Se siete venuti a Roma con l’idea di un cambiamento spettacolare della dottrina, ve ne andrete delusi» (Vaticaninsider.LaStampa.it, 5.10. 2015). Si sta parlando, anche in questo caso, delle dichiarazioni di un uomo di Chiesa non certo guardato con sospetto dal Papa argentino, che meno di due mesi fa – l’8 agosto, per la precisione – l’ha nominato suo inviato speciale alla consacrazione della nuova cattedrale della diocesi di Créteil.
Da ultimo, a smorzare certi entusiasmi – per chi sa cogliere le sfumature – ha provveduto anche il Cardinal Menichelli che, avvicinato dallo stesso quotidiano che l’altro giorno ha ospitato l’intervista scoop di monsignor Charamsa, ha dichiarato: «Il Sinodo dell’anno scorso era più rivolto alle “sfide” pastorali, come vengono chiamate: i problemi, le ferite. Questa volta il clima è più intenso perché al centro c’è la vocazione e la missione della famiglia. E’ totalmente diverso dal primo» (Corriere della Sera, 5 ottobre 2015, p. 5).
E’ interessante rilevare come anche le parole di Menichelli non possano – neppure queste – essere ritenute sideralmente distanti dal pensiero del Pontefice dal momento che, nel gennaio 2014, costui è stato fatto cardinale – a sorpresa, e dopo essere stato osservato nel precedente concistoro – da Papa Francesco. Ce n’è insomma abbastanza, nonostante le pressioni dell’«attenzione pastorale» evocate da monsignor Bruno Forte quasi a voler sottolineare l’obbligo di voltare pagina, per pronosticare che, se sarà un Sinodo con cambiamenti positivi – e questo tutti, in fondo, se lo augurano -, di certo non ne introdurrà di copernicani.
Anche perché la stessa, assai dibattuta questione dell’eucaristia ai divorziati risposati si scontra con altre due dichiarazioni di limpidezza inequivocabile. La prima – recentissima, dato che risale a l’altro ieri – è tesa a rimarcare che la verità «non muta secondo le mode». La seconda, di qualche mese fa ma sempre riguardante l’ipotesi di allentare i vincoli di accesso all’eucaristia – da non confondersi per «una coccarda, una onorificenza» -, è ancora più netta: «Con questo non si risolve nulla». In entrambi i casi, sono parole di un uomo riconoscibilissimo, dove si svolgono i lavori sinodali. E’ quello vestito di bianco.


 

23 febbraio 2014

Sondaggi della Chiesa o chiesa dei sondaggi?

di Giuliano Guzzo
Da mesi non passa giorno che non si annuncino come prossime, per la Chiesa, delle “aperture”. Basandosi sul sistematico fraintendimento delle parole di Papa Francesco – decontestualizzate o addirittura manipolate , sono infatti molti a pronosticare degli aggiornamenti, chiamiamoli così, soprattutto in materia morale. La Chiesa deve aprire gli occhi – è la tesi di costoro – oppure finirà col chiudere le chiese per mancanza di fedeli, sostengono costoro. A generare ulteriore confusione, poi, c’è stato l’invio da parte della Santa Sede agli episcopati nazionali di una serie di questionari da utilizzarsi per la III Assemblea Generale Straordinaria del Sinodo dei Vescovi, che si svolgerà in Vaticano dal 5 al 19 ottobre 2014; una mossa che non pochi, persino nel clero, hanno letto come anticamera di un cambiamento ormai prossimo.
 

26 novembre 2013

Il questionario della CEI. Contrappunto.

a cura di Ilaria Pisa
Un questionario inviato dalla CEI alle parrocchie. Un parroco che esercita il suo ministero nel basso Lazio. E la perplessità per certe domande, che paiono suggestive...

Poiché chiedere è lecito e rispondere è cortesia, pubblichiamo due risposte di don Francesco Ferro su alcuni punti "caldi" del questionario, punti su cui la chiarezza filosofica e dottrinale, di questi tempi, non è mai abbastanza. Ringraziamo don Francesco per aver messo a disposizione questi brevi stralci di "apologetica di trincea".
 

11 ottobre 2013

Speranze e dubbi sul New Deal di Bergoglio

di Alessandro Rico

Condivido con tanti amici timori e perplessità sul Nuovo Corso di papa Francesco, dalle frequenti rotture dell’etichetta, un po’ spontanee e molto costruite, alle dichiarazioni ambigue, ai suoi dialoghi con Scalfari. È il papa del rinnovamento destinato a trasformarsi nel papa di Repubblica? Allenta la pressione mediatica sulla Chiesa, ingenerando però insidiose attese nei nemici? Guadagnerà delle anime o contaminerà la tradizione? I dubbi sono legittimi, ma le speranze non malriposte. 
 

24 settembre 2013

Il cattivo maestro Moni Ovadia

di Giorgio Vedovati

Siamo tornati all’epoca dei perfidi giudei. No, fermi!, non allertate l’onorevole oculista detta Cécile. «Perfidi» non in quanto giudei, bensì in quanto opportunisti, ambigui, falsi e – in sostanza – malvagi. È infatti difficile non definire in questo modo Moni Ovadia, l’attore diventato più che altro salottiere, che ha fatto carriera e fortuna a suon di 25 Aprile e Giornate della Memoria. Siamo abituati a vedere figure scialbe e banali diventare idoli della sinistra (basti un solo nome: Saviano), ma il problema si pone quando simili personaggi salgono agli onori degli altari. Allora può capitare che ci girino i cinque minuti, che lo sdegno sia tale che non è più possibile tacere.