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07 ottobre 2018

Se Repubblica elogia la maternità

di Giuliano Guzzo
E’ bello scrivere cose vere, ma è ancora più bello rendersene conto. E ho i miei dubbi che a Repubblica si siano resi conto, ieri [2 ottobre ndr], di aver pubblicato un lungo articolo che elogiava la maternità. Sì, proprio la cara vecchia, vituperata maternità. Ovviamente tale apologia mica era esplicita – parliamo pur sempre del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari -, eppure il pezzo di Valeria Pini trasudava verità fin da quel bel titolo, «Allattamento al seno, quel gesto che fa bene a mamma e bimbo», che rammenta come ogni tanto, al pari degli orologi fermi, pure i giornali faziosi possano essere consultati.

Certo, non sarebbe male che a Repubblica tenessero a mente l’allattamento anche quando tifano per l’aborto, che oltre al latte toglie la vita, o per l’utero in affitto, che decretando il distacco dei bimbi dal seno materno triplica per loro i rischi deficit di attenzione e iperattività (Breastfeeding Medicine, 2013), ma non è detto che non accada. Chissà. Intanto è già qualcosa che un articolo corretto sia scappato a una testata progressista, essendo il progressismo sinonimo di menzognificio. C’è infatti chi involontariamente commette errori, e chi involontariamente ammette scomode verità: nel caso del quotidiano debenedettiano, temo le due cose coincidano. Grazie, dunque, di aver sbagliato.

 

02 giugno 2016

Buona festa della (fu) Repubblica Italiana


di Alessandro Rico

Il 2 giugno di settant’anni fa, il primo referendum a suffragio universale sanciva la fine della monarchia e la nascita della Repubblica Italiana. Anche questo episodio che all’apparenza è ormai parte della memoria nazionale condivisa, in realtà conserva le sue ombre, dai presunti brogli alla sostanziale spaccatura del Paese in un nord repubblicano e un sud monarchico. Ma quel che davvero preoccupa è la condizione di questa Repubblica che, se paragonata a Francia o Stati Uniti è relativamente giovane, eppure è sembrata da subito vecchia.
Non si tratta solo di forme di governo: gli ideali repubblicani avevano pure un nobile lignaggio, anche se soprattutto tra i non cattolici. La questione che più pesa, a settant’anni da quel 2 giugno 1946, è soprattutto il destino della carta costituzionale, che della Repubblica definisce l’architettura istituzionale, la distribuzione dei poteri e delle competenze. Diciamoci la verità: come la Repubblica, la Costituzione è nata vecchia – anzi, forse proprio la sclerosi costituzionale ha consegnato la Repubblica a una senescenza precoce. Di riforma si parla da decenni, qualche volta si è provato a realizzarla, con esisti disastrosi: dall’introduzione delle regioni, che ad oggi rappresentano la peggiore fucina di latrocini politici, al federalismo farlocco che ha aumentato le tasse, al tentativo di Berlusconi bocciato dal voto popolare nel 2006. Renzi ora parte probabilmente con un’inerzia favorevole, ma proprio il suo relativo successo, facilitato pure dall’insulsaggine delle opposizioni (quando non dalla loro malcelata connivenza), rischia di regalarci la peggiore riforma della Costituzione che potessimo immaginare. Una riforma che minaccia di trasformare la scricchiolante Repubblica democratica in una Repubblica carismatica.
La Costituzione è già negletta in alcuni dei suoi principi fondamentali: nel silenzio assordante del Capo dello Stato della Suprema Corte, che anzi, da tempo spinge in questa direzione, il governo Renzi è riuscito nel capolavoro di brutalizzare l’articolo 29 («La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio») con le unioni civili – senza per questo dimenticare che l’incapacità della classe politica a gestire la recessione economica aveva già inferto profonde ferite all’istituzione familiare. Se ciò non bastasse, ora Renzi si appresta a sfornare un Senato di lacchè nominati, organi di controllo subordinati all’esecutivo, una partecipazione popolare ai processi decisionali (che dovrebbe costituire proprio il nocciolo dell’idea repubblicana) fortemente limitata, ormai affidata solo alla corrispondenza carismatica tra “popolo” e leader, nonché una legge elettorale, che della riforma costituzionale è necessario complemento, che farà di ciò che rimarrà del Parlamento un feudo renziano. Altro che ebetino. Il Presidente del Consiglio e il suo fido alfiere Maria Elena Boschi sono dei veri furbacchioni, campioni di realismo cui non fa difetto una cinica attitudine: dire e disdire, fare e disfare. Come nel caso dei marò: Renzi è riuscito a riportare in patria anche Salvatore Girone, al prezzo dell’obbligo di firma quotidiano basato su un’accusa che in quattro anni nessuno ha mai formalizzato, ossia in violazione del principio pressoché universale dell’habeas corpus e del diritto penale italiano (e ciò non ha impedito all’India di inserire Finmeccanica nella lista nera delle sue commesse pubbliche).
Non posso non confessare un certo imbarazzo nel trovarmi a ripetere il ritornello che, nel corso degli anni, le cariatidi delle stantie istituzioni italiane, da Norberto Bobbio a Gustavo Zagrebelski, passando per Umberto Eco, Eugenio Scalfari e Stefano Rodotà, hanno biecamente agitato contro Berlusconi: «Siamo a rischio regime». Ma stavolta è vero: siamo a rischio regime. Un regime certamente lontano dai totalitarismi, che mobilitavano masse oggi ampiamente spoliticizzate, ma diverso pure dagli autoritarismi che tornano a farsi largo nello scacchiere internazionale, come Russia e Turchia. Sarà un regime all’italiana, fatto di leccapiedi, giornalai e intellettuali pubblici prostrati, il già traballante equilibrio dei poteri alterato in favore dell’esecutivo, mentre l’un tempo temibile magistratura e le altre vecchie concrezioni di interessi di casta verranno costrette ad accontentarsi delle briciole, qualche pensione d’oro o cooptazione tra le nuove gerarchie, come è già avvenuto ai tanti politici che anziché rottamare, Renzi ha riciclato. Lui, abile e spregiudicato come il giovane Mussolini.
Insomma, a settant’anni dalla nascita della Repubblica, la rivelazione di Scalfari, ironia della sorte, fondatore del giornale La Repubblica, che ha però confessato di aver votato per la monarchia, conferma soltanto che nel nostro Paese, in tutte le circostanze, è sempre valido l’adagio di Flaiano: «In Italia i fascisti si dividono in due categorie: i fascisti e gli antifascisti».
 

08 agosto 2014

Spagna, dove la legge antiomofobia non funziona


di Giuliano Guzzo
 
L’aggressione omofoba è avvenuta in Spagna, per la precisione a Minorca, gioiello delle Baleari, ma il problema è, manco a dirlo, l’omofobia che regnerebbe in Italia. E’ la valutazione – assai originale, per non dire incomprensibile – effettuata da un giornalista di Repubblica che, mentre stazionava in spiaggia col suo compagno, nei giorni scorsi si è ritrovato bersaglio delle minacce di un energumeno i cui violenti propositi sono stati fermati solo grazie agli altri presenti alla scena. «Se nell’almodovariana e post zapateriana Spagna questo può ancora accadere – è la considerazione di Federico Bitti, vittima dell’aggressione e firma della testata debenedettiana - che cosa può e deve ancora accadere nell’Italia di Giovanardi, della Binetti, dei Dico mai fatti, per capire che uno straccio di legge contro l’omofobia […] è urgente, non tanto per le pene che comminerà, ma per unire quella spiaggia, per sentire più forte quell’applauso che in parte oggi ci ha salvati» (La Repubblica, 1/8/2014).
 

04 novembre 2013

Terremoto dell'Aquila: dietro i rimbrotti UE la sinistra degli sciacalli

di Marco Mancini

“L’Aquila, il dossier segreto UE: sprechi e mafia nel dopo terremoto”. Così titolava ieri “Repubblica”, riportando – in un articolo firmato da Attilio Bolzoni – alcuni estratti di un documento redatto dall’europarlamentare danese Søren Bo Søndergaard (Sinistra unitaria europea/Sinistra verde nordica), che sarà discusso il prossimo 7 novembre dalla Commissione parlamentare per il controllo dei bilanci.
 

18 settembre 2013

Il Papa risponde a Eugenio Scalfari. Valutazioni critiche

di Fabrizio Cannone

Come tutti sanno, Papa Francesco ha recentemente inviato una lunga lettera al fondatore del quotidiano, laicista, borghese e anti-cattolico, La Repubblica. Eugenio Scalfari infatti, già prolisso autore delle proprie memorie (intitolate L’uomo che non credeva in Dio), si era rivolto direttamente al Pontefice dalle colonne del suo giornale, il 7 luglio e il 7 agosto 2013. L’Osservatore Romano del 12 settembre fa stato di questo scambio epistolare: riporta per intero la lunga lettera del Pontefice (p. 6), ne offre alcuni brevi commenti con titoli significativi e altisonanti “Scandalosamente affascinante” e “Stile cristiano” (p. 6) e la introduce con l’editoriale del direttore stesso, Giovanni Maria Vian, “Papa Francesco e la data del battesimo” (p. 1).
 

10 dicembre 2012

Perché non mi straccio le vesti sul caso Buttafuoco

di Marco Mancini

E’ di sabato sera la notizia della presunta rottura tra Pietrangelo Buttafuoco e il settimanale berlusconiano “Panorama”, dovuta a un articolo, pubblicato su “Repubblica”, in cui lo scrittore e giornalista siciliano tracciava un bilancio ironico, ma severissimo, dell’avventura politica del Cavaliere. Ne sono seguite aspre polemiche, anche su Twitter, dove si è combattuto un vero e proprio duello rusticano tra Pierluigi Battista e il direttore del settimanale incriminato, Giorgio Mulè, e dove l’hashtag #iostoconButtafuoco ha subito preso il largo. Ecco, il punto è proprio questo: io non so se ho proprio voglia, almeno questa volta, di stare con Buttafuoco e di indignarmi per un nuovo caso di libertà negata. Anche perché io non m’indigno mai, semmai m’incazzo.
 

03 luglio 2012

I down, l'esorcista e la fiera dell'ipocrisia


di Marco Mancini
“Un posseduto che, come conseguenza della sua possessione, è diventato simile – mi spiego – a un down… quindi non capisce, fa gesti…”. Così mons. Andrea Gemma, nel corso di una trasmissione di Sat2000 dedicata al tema dell’esorcismo, ha descritto l’atteggiamento di un ragazzino in una delle fasi della possessione diabolica
 

26 aprile 2012

Date per morto il Cristianesimo, se ne avete il coraggio

di Giuliano Guzzo
A Vito Mancuso preoccupa che, nel mondo, sia in forte calo il numero dei credenti. Ad allarmarlo, nello specifico, è un rapporto dell’Università di Chicago che conferma, dalle nostre parti, l’eclissi del sacro. Per la verità la notizia circola da quasi mezzo secolo, ma si vede che alla redazione di Repubblica è giunta solo di recente. Tanto da meritare, per l’appunto, un commento di Mancuso, il quale ha naturalmente colto la palla al balzo per azzannare la Chiesa, che non ne vuole sapere «di guardare in faccia la situazione e correre ai ripari abolendo la legge ecclesiastica e non biblica del celibato sacerdotale, aprendo al diaconato e al cardinalato femminile, rivedendo le leggi anacronistiche in tema di morale sessuale e di disciplina dei sacramenti» (La Repubblica, 20/4/2012, p. 31).