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03 gennaio 2019

Piccolo elogio dei bacchettoni ipocriti

di Giorgio Enrico Cavallo
Ogni tanto, ascoltando le parole di Bergoglio, sorge spontanea una domanda: ma in quale Chiesa vive? Questa domanda scatta automaticamente quando si ascoltano le sue parole in merito ai «cristiani pappagallo», come lui li chiama. Gli ipocriti. I bacchettoni. È tornato ad occuparsene nel corso della prima udienza generale dell’anno (ascoltabile qui): «è uno scandalo vedere persone che vanno in Chiesa, stanno tutta la giornata lì o vanno tutti i giorni e poi vivono odiando gli altri, parlando male della gente. Questo è uno scandalo. Meglio non andare in chiesa. Meglio vivere come un ateo».

Meglio vivere come un ateo? L’affermazione di Bergoglio lascia quantomeno dubbiosi: davvero, alla poca fede è preferibile l’assenza totale di fede? Mai si è visto nella storia un papa che fa lo “sponsor” dell’ateismo, prediligendolo ad una fede infiacchita o ormai abitudinaria; in ogni caso, siamo ormai discretamente immunizzati di fronte alle infelici affermazioni del pontefice, per cui sorvoleremo e punteremo dritti alla domanda più importante: in quale chiesa si vede gente che sta lì tutto il giorno per pregare e farsi vedere? 
Sarebbe un toccasana trovare gente così. Invece, entrando nelle nostre belle chiese, se va bene possiamo trovare l’addetto delle pulizie che lava per terra. Sul serio: preferiremmo di gran lunga trovare schiere di ipocriti bacchettoni che danno aria alla bocca sgranando rosari per mettersi in mostra, piuttosto che ammirare il desolante deserto delle nostre chiese.
Ci fossero davvero, questi benedetti bacchettoni ipocriti! Gente che sta in chiesa tutto il giorno per farsi ammirare. Pensate un po’: significherebbe che, per la nostra società, andare in chiesa, salmodiare e compiere opere pie significa ancora qualcosa. Immaginate un po’, ragazze che perdono la testa per il mansueto universitario occhialuto che, non avendo muscoli da mostrare, sgrana infiniti rosari per far colpo! Immaginate: i chierichetti esisterebbero ancora, perché i genitori (ovviamente, bacchettoni doc) manderebbero tutti i pargoli, ogni domenica, ad assistere la Messa. Naturalmente, la Messa sarebbe in latino, perché i bigotti doc si valutano in base a quante preghiere in latino conoscono. Se ne conosci di più, vinci un santino benedetto.

Tornando seri, questa Chiesa non esiste. Purtroppo, la Chiesa che esiste è moribonda ed esisterà ancora per poco: i fedeli disertano Messa e le chiese sono vuote. Sempre. Altro che “meglio essere ateo”. Atei siamo già, e per tanto così meglio essere bacchettoni. Sarebbe il primo passo per approfondire la propria fede. Sarebbe la base di partenza per la propria vita spirituale, che necessita di essere continuamente esercitata e raffinata, perché «pregare si fa dal cuore, da dentro», come osserva Francesco, e mettere le tende in chiesa serve ma poi te la devi vedere a tu per tu con il Padrone di casa.
Forse, un po’ di moralisti “old style” in più rimetterebbero in riga questa società sbandata. Ben venga, dunque, l’esercito dei bigotti. Magari un giorno arriverà davvero a liberarci dall’oppressione del politicamente corretto e dalla dittatura dell’ateismo. Sperare non costa niente e, per quel che ci riguarda, noi già ripassiamo le preghiere in latino. Il santino benedetto lo vogliamo davvero.

Immagine da gonnelli.it. "CARLO LASINIO (TREVISO, 1759 - PISA, 1838) : BACCHETTONI, E COLLI TORTI, TUTTI IL DIAVOL SE LI PORTI".


 

14 luglio 2017

L'uomo senza Dio è un navigante senza bussola e senza stelle


di Paolo Garlando

L'uomo, dal Seicento in qua, vuole fare a meno di Dio e fare di testa sua. Questo per sentirsi libero! Ma questo è l'inganno del maligno!

L'uomo vuol sentirsi libero, ma da cosa? Dai dogmi della religione che lo induce a credere nell'indimostrabile, che non può essere contenuto nella nostra mente limitata e che, quindi, va scartato in quanto irrazionale?

L'ha fatto tante volte e ha sempre fatto danni, per i popoli, e prodotto benefici per i ragni dell'economia mondiale, che "fanno la storia".

L'uomo si libera di Dio, per che cosa? Per buttare alle ortiche la parola di Dio e rendersi schiavo di una rete di regole, frutto della mente umana, limitata e, quindi, soggetta all'errore, che lo opprime, fino a soffocarlo.

La vicenda di Charlie si colloca proprio qui: Charlie ha bisogno di amore (già, ma che senso ha parlare di amore se l'Amore viene escluso dalla nostra vita?) e di cure, ma il suo diritto si scontra con il sapere scientifico (che non è mai definitivo!) di chi ritiene di poter decidere se il bimbo possa continuare a lottare oppure no, senza prendere in considerazione l'eventualità di altre soluzioni che la scienza, tuttavia, pare proporre. Il parere dei medici viene sottoposto all'attenzione di importanti collegi giudicanti, che lo recepiscono e, per Charlie è finita. Ma Dio, come la pensa? No, no! Lasciamo stare Dio! Piuttosto, visto l'interesse mediatico suscitato dalla vicenda, torniamo dagli stessi giudici: chissà che non cambino idea?

L'uomo senza Dio è un navigante senza bussola e senza stelle... meditate gente, meditate...

https://labaionetta.blogspot.it/2017/07/lettera-dal-fronte-luomo-senza-dio-e-un.html

 

14 settembre 2016

La presenza pubblica dei cattolici è “bene comune”


di Daniele Barale

“Il credente è minus habens perché incapace di interiorizzare autonomamente la scelta pro-democrazia e in grado di riconoscerla solo affidandosi all'autorità religiosa di riferimento... La democrazia è atea imprescindibilmente”. Sembrano le parole dell'imperatore Giuliano ma non è così. Sono state dette, anzi scritte, nell'ottobre del 2013, non nel 362 d.C., dal leader italiano del radical-chiccismo, nonché direttore di MicroMega, Paolo Flores d'Arcais. Fanno parte del saggio che scrisse per la collana Idolà della casa editrice Laterza, “La democrazia ha bisogno di Dio. Falso!”
L'autore così ha voluto sbattere la porta dell'impegno pubblico in faccia ai tanti per i quali, da Tocqueville in poi, la democrazia non sta in piedi senza Dio. I credenti secondo lui vanno isolati.

In questo decennio, specialmente, non è l'unico a pensare in questo modo, però, è colui che meglio di tutti gli altri rappresenta bene il fronte degli atei militanti e ideologici. Non a caso, sotto il suo stendardo marciano personaggi come Piergiorgio Odifreddi (ex seminarista), sempre pronto a dare del cretino ai cattolici, a incolparli di essere la causa dei mali della società. Sulla scia di Voltaire, tollerante per finta, anche perché verso gli ebrei era poco carino e sul commercio degli schiavi africani aveva costruito le sue grandi fortune. Forse un avo di Obama potrebbe essere stato venduto per arricchire il maitre à penser del suo mondo liberal. Troviamo pure Cecchi Paone e Luxuria, che incapaci di levarsi i paraocchi di un'ideologia radicale soffocante, accusano i cattolici di “oscurantismo” quando dicono una delle verità più universali e più certe (valida per credenti e non): i bambini nascono da  una mamma e un papà, che amandosi si completano e aprono alla vita.

Riassumendo, i credenti, soprattutto i cattolici sarebbero dei deficienti, un problema per la democrazia, oscurantisti... Ma è proprio così? Niente di più falso.

Il mondo, soprattutto la parte europea, ha scoperto grazie al cristianesimo l’armonia e la collaborazione tra ragione e fede. Ed anche la considerazione delle opinioni altrui: come insegna San Tommaso, ricordato di recente dal domenicano p. Carbone in un'intervista per la NBQ, il cristiano deve dar prova di conoscere e prendere sul serio le tesi degli altri. Non le liquida mai scrivendo “è un’idiozia” (ndr cosa che amano fare Odifreddi e d'Arcais quando vogliono imbavagliare chi trovano antipatico: comportamnto da bimbi, poco scientifico). Ma le studia, cerca in esse qualche elemento di verità e anche se sono opinioni erronee dimostra razionalmente dov’è l’errore. Questo perché è convinto che «Omne verum a quocumque dicatur a Spiritu Sancto est» cioè «Ogni verità, da chiunque sia stata detta, proviene dallo Spirito Santo; ed è anche convinto che se amo il bene della persona che mi sta accanto, dovrò impegnarmi a cercare con lei il vero e a fuggire il falso. Questa resta sempre un’opera di misericordia intellettuale.

Lungi da ciò si generano i mostri come la secolarizzazione della religione, la disumanizzazione della politica, dell'economia, dell'intera società, fino alla rivoluzione biopolitica, di cui il gender, prassi violenta, è uno degli aspetti; e si aggiungono ad essa l'eutanasia, l'aborto, il controllo delle nascite: biobusiness, grazie al quale la potentissima Planned Parenthood fa grossi affari, sì, vendendo organi di bimbi abortiti. Mostri che trovano sostegno nel M5S e nel PD, i due volti della stessa medaglia, il 'Partito radicale di massa'. Per ricordare del Noce. Appunto, oggi “La questione sociale è diventata radicalmente questione antropologica” (Benedetto XVI Caritas in veritate, 75).

La lettura delnociana, unita a quella di Benedetto XVI e di altri autorevoli maestri, quali il già citato San Tommaso d'Aquino, San Tommaso Moro, l'Abate di Solesmes Prosper Guéranger, Chesterton, Leone XIII, padre McNabb, Hilaire Belloc, don Luigi Sturzo, Gustave Thibon, Giovannino Guareschi, don Baget Bozzo, Cornelio Fabro, Augusto del Noce, don Luigi Giussani, Card. Giacomo Biffi, Mons. Antonio Livi, Fabrice Hadjadj, Vittorio Possenti, permette di scoprire la bellezza e la ragionevolezza dell'impegno politico per il bene comune, di credenti e non. Una delle forme più alte della Carità (Populorum Progressio).

Perciò, nel seguire le loro strade, si scopre che il cristianesimo è un fatto, un incontro; l'Incarnazione. Rende felici non solo nell'altra vita ma anche in questa, con il centuplo quaggiù. Perfino Montesquieu lo riconosce in un denso capitolo del suo Esprit des Lois (24.3). Il cristianesimo abbraccia tutto, proprio perché il Cristo non ebbe ritegno alcuno nell'assumere natura umana: l'uomo e quanto lo riguarda (sia come individuo che come membro di una comunità, familiare, politica o ecclesiale) è come posto sotto l'amorevole cura di Dio, perché nulla che in esso si possa dare di buono corra il rischio di andare perduto. In questo modo, perfino il male può avere un senso e può essere compreso con intelligenza, fronteggiato con coraggio e al limite superato vittoriosamente.

E' per questo che, posto a confronto con le esigenze della politica, il fatto cristiano è in grado di mostrare tutta la sua fecondità, perché è vita! Il modo in cui insegna San Tommaso, il cristiano è e deve essere un realista, perché è stato salvato a ben caro prezzo e perché il solo sminuire tale prezzo, sia pure in minima parte, sarebbe una colpa imperdonabile. Questa consapevolezza non mi ha mai fatto cedere a nessuna forma di pessimismo e di scelta religiosa: sarei diventato cieco, incapace di percepire la quantità di bene di cui è intessuta la vita del mondo e avrei corso il rischio di cedere all'accidia, a quella tentazione di inerzia che non è solo psicologica, ma ontologica, perché equivale a non riconoscere nella creazione l'impronta divina che la contraddistingue.

“La prima politica è vivere”, giacché la vita di ciascuno è come l'impegno pubblico: è fatto di scelte che richiedono il miglior bene, privato e comune. Dunque, il realismo cristiano è necessario al bene di una comunità. Altrimenti, non avremo avuto la famosa lettera “Spesse Volte” che Leone XIII scrisse il 5 agosto 1898, quando uno stato liberale accentrato sopprimeva la società civile e arrestava chi scendeva in piazza per chiedere solo il pane. Che tanto fece per liberare la società civile dai soprusi di una classe dirigente laicista e massonica. Assieme alla "Rerum Novarum", fu capace di influenzare l'opera di Sturzo e di quei cattolici che a Camaldoli gettarono le basi per la ripresa dell'Italia, dopo il disastro della II Guerra Mondiale, e che ispirarono, con De Gasperi, l'idea di sussidiarietà all'Europa.

Quindi, la bellezza la bontà e la verità sono la forza della Tradizione bimillenaria della Chiesa. Che Ella mette a disposizione di tutti, indipendentemente dal credo di ciascuno.

I cattolici, soprattutto quelli tentati dalla scelta religiosa o da complessi di inferiorità per colpe inesistenti, devono ridestarsi con fierezza e farsi guidare da quella certezza. Una certezza che abbraccia la verità immutabile sull'uomo e sul mondo: è l'unica in grado di fondare su di una onesta conoscenza della realtà quella laicità che consente ai cristiani di essere operosi nel mondo, non per massimizzare i propri interessi confessionali, ma per realizzare il bene di tutti.

http://labaionetta.blogspot.it/

 

10 marzo 2016

God’s not dead



di Cecilia McCamerons

“Dio non è morto” recita il titolo del film: il professore di filosofia Jeffrey Raddison – orgogliosamente ateo – all'inizio del corso che il protagonista Josh sta frequentando vorrebbe appunto saltare l’“insensata disputa” e far dichiarare per iscritto ai suoi alunni che Dio è morto. Quasi fosse un assioma, una verità di fede.
Josh, unico della classe, dopo un tentennamento ha il coraggio di dire al professore che lui è cristiano e che quindi non può rinnegare Dio. Il professore quindi lo coinvolge in una sfida, ovviamente impari: dovrà dimostrare l’esistenza di Dio, e saranno i suoi compagni di corso a decretare il vincitore tra i due. Il ragazzo è spronato dal suo pastore perché “se accetti questa sfida potrebbe essere l’unico incontro significativo con Dio di tutta la loro [nda  dei compagni di corso] vita”. Ed inoltre è in gioco il suo futuro accademico (e non solo).

Il film è scorrevole, non annoia mai grazie anche all’intrecciarsi di numerose storie – dolorose, simpatiche, realistiche – delle quali non si sa nella maggioranza dei casi l’esito; ha una bella fotografia e colonna sonora.
Mi è piaciuto molto perché ti mette in discussione: cosa avrei fatto io al suo posto? Sono disposto a giocarmi tutto per la mia fede? Ne varrebbe la pena? Ci credo davvero? Sono un testimone di Cristo nella vita quotidiana? E poi obbliga ad immedesimarti in uno dei personaggi e a vedere come va a finire la sua storia personale. Un po’ come con i personaggi delle parabole dei Vangeli.

Il film è di matrice protestante, quindi con tutte le lacune del caso: carenza nelle argomentazioni filosofiche e teologiche – per esempio san Tommaso e sant’Agostino nemmeno citati –, affidamento alla sola Scrittura, sacerdoti molto “casual”, qualche americanata… ma ciò non toglie che questo film induca lo spettatore a prendere posizione: o Dio c’è o non c’è, con tutte le conseguenze del caso.
Il mio giudizio è complessivamente positivo: è un film adatto per cineforum, lezioni di catechismo, ore di religione (senza dimenticare di segnalarne le problematicità); un film che ti fa prendere una posizione, che ti mette davanti ad una domanda esistenziale, anzi LA domanda per eccellenza. Ed è una pellicola tratta da storie vere accadute negli USA, ispirate a dei casi di discriminazioni avvenuti in college americani, in cui alcuni studenti sono stati puniti per aver manifestato il proprio credo religioso.
Chiuderei però con questa provocazione: come mai i cattolici devono ridursi a fare il tifo per film chiaramente protestanti?

Buona visione!

 

19 ottobre 2015

Chiesa cattolica, da perseguitata a...perseguitata


di Riccardo Zenobi

Nel romanzo di Robert Hugh Benson “L’alba di tutto”, che in passato ho recensito per questo blog, il protagonista vive un rigetto interiore, emotivo, per il mondo cattolicizzato in cui vive (in cui i diritti della Chiesa sono istituzionalizzati), e durante un colloquio con un monaco-psichiatra alla fine sbotta: 

“No!” urlò il prete con voce roca. “La sofferenza volontaria non è la stessa cosa1… Io… voglio vedere i cristiani soffrire nella mani del mondo”. 

Il protagonista non si capacita che Gesù, il quale portò la Croce e arrivò fino alla morte, abbia anche solo a che fare con la Chiesa cattolica, la quale nel mondo descritto nel romanzo è diventata madre e maestra dei popoli istituzionalmente, e il Papa è arbitro tra le questioni delle nazioni. 
Questo ragionamento è, in ultima analisi, lo stesso ragionamento che fanno tutti i non cattolici: la Chiesa cattolica è una istituzione che vuole dominare il mondo, non c’entra nulla con Gesù, e anzi perseguita chi non si allinea al suo pensiero. Solitamente l’anticlericale medio estende questo (pre)giudizio a tutta la storia bimillenaria della Chiesa, poiché ha letto alcune notizie storiche sui manuali scolastici o al limite su qualche libello ateo in tempi successivi al liceo. 
I più raffinati fanno una eccezione per i primi tre secoli del cristianesimo, non potendo negare la realtà delle persecuzioni anticristiane perpetrate da alcuni imperatori romani, ma il giudizio è tranchant per la “Chiesa costantiniana”: da perseguitata la Chiesa cattolica è diventata persecutrice, poiché ciò che crea odio fino alla cristofobia nell’uomo moderno, il quale afferma che la fede è “un’opinione privata” mentre ritiene l’ateismo “la base comune a credenti e non credenti su cui costruire uno Stato che accolga tutti”2, è che possa esistere uno stato dove la Fede cattolica non è un’opinione tra le altre, ma addirittura uno dei fondamenti della società che lo stato (o chi ne fa le veci) deve riconoscere e tutelare. Perciò, poiché l’ateo non vuole condividere lo spazio pubblico con nessuna religione, detesta tutta la Chiesa da Costantino in poi. Vediamo però i fatti più da vicino.
Storicamente, Costantino emanò un editto di tolleranza che rendeva il cristianesimo religione lecita ai sudditi dell’impero (notare tra parentesi che all’epoca chi governava decideva quale religione era lecita e quale no, quindi un ateo che si rifà all’impero romano come esempio di “laicità” è assolutamente in malafede); non era però il primo editto del genere. 
Nella storia di Roma si sono alternati, contro i cristiani, momenti di persecuzione e momenti di tolleranza, ma tutto era sempre nelle mani di un imperatore, che poteva cambiare la politica religiosa quando voleva. Questo editto non rendeva il cristianesimo “religione di stato”, cosa che avvenne con Teodosio nel 380, quindi se vogliamo essere pignoli dovremmo parlare di “Chiesa teodosiana” e non “costantiniana”. 
Ma le cose, per la Chiesa cattolica, erano tutte in salita. Per prima cosa, poiché il cristianesimo era tollerato, erano di conseguenza tollerate anche svariate eresie cristiane, come ad esempio l’arianesimo (che era una tra le tante eresie “del momento”). Quest’ultimo divenne addirittura la religione dell’imperatore Costanzo, successore di Costantino, e quindi di tutta la corte imperiale. Fu talmente favorito che ben presto i pochi seguaci della divinità di Cristo si potevano stringere intorno alla figura quasi solitaria di sant’Atanasio il Grande. Questa eresia si diffuse tra i popoli germanici che affluirono negli ex territori imperiali, tanto che gli unici due popoli che passarono dal paganesimo al cattolicesimo furono i Burgundi e i Franchi. 
Gli altri adottarono l’arianesimo come religione ufficiale, e la tolleranza verso i cattolici variava di periodo in periodo e di popolo in popolo: in nord Africa, i Vandali perseguitavano apertamente i cattolici; in Spagna i Visigoti passavano attraverso periodi di tolleranza ad ostilità più o meno palese, mentre in Italia gli Ostrogoti di Teodorico si mantennero apertamente tolleranti verso la Chiesa cattolica, almeno fino agli ultimi anni del suo regno. 
Il cattolicesimo era religione ufficiale unicamente nell’attuale Francia e nell’Impero romano d’oriente, dove nel frattempo si erano consumati scismi dovuti all’eresia monofisita in Siria e in Egitto. Col tempo, l’arianesimo scomparve grazie alla conversione dei regnanti dei regni romano barbarici, ma nel frattempo in oriente apparvero altre eresie, favorite o addirittura apertamente abbracciate dagli imperatori bizantini: il monotelismo e l’iconoclastia. La Chiesa orientale, all’epoca ancora in comunione con Roma, dovette subire più volte l’estradizione dei vescovi e dei laici rimasti fedeli, e le cose si trascinarono fino al IX secolo inoltrato, poiché l’ultimo imperatore ad abbracciare ufficialmente un’eresia morì nell’842. 

1 Il personaggio parla di “sofferenza volontaria” riferendosi alla disciplina delle regole degli ordini contemplativi, nda.
2 Non vi prendo in giro: davvero lo stato ateo viene visto da alcuni come luogo d’incontro tra credenti e non credenti. Peccato che i credenti siano legalmente in svantaggio, poiché hanno solo “opinioni private” mentre gli atei hanno lo Stato.
 

04 settembre 2015

Il corretto uso della fede. O chi ha paura dell’ecumenismo?


di Enrico Maria Romano 

Con il titolo di Chi ha paura dell’ecumenismo il Vescovo di Pinerolo ha recentemente pubblicato un breve articolo sul quotidiano della Santa Sede (cf. OR, 28 agosto 2015, p. 7) per parlare del rapporto tra cattolici e valdesi, e difendere nel contempo il “cammino irreversibile” dell’ecumenismo sia in generale, sia in particolare con la chiesa valdese. Chiesa valdese a cui papa Francesco il 22 giugno scorso ha chiesto perdono parlando dal Tempio Valdese di Torino.
Nella stessa pagina dell’Osservatore il teologo Bruno Forte si mostrava molto aperto verso i valdesi parlando di “impegno comune per l’evangelizzazione”. La domanda è: quale evangelizzazione? Ricordo infatti ai lettori che i valdesi di oggi, contraddicendo perfino il loro eretico fondatore Pietro Valdo, sono favorevoli al divorzio, all’aborto, alla contraccezione, all’omosessualità, alle nozze gay, alla “laicità dello Stato”, etc. E sono altresì contrari, in questo coerentemente con la loro storia, al Primato del Papa, al Magistero della Chiesa, alla santa Tradizione, al culto dei santi, alle indulgenze e ai 7 sacramenti intesi come canali di grazia. Negano recisamente la presenza reale e sostanziale di Gesù nelle specie eucaristiche e considerano la messa come un’invenzione “romana”. Ripeto: quale evangelizzazione?
Ma non è di questo che vogliamo parlare. O meglio prendiamo spunto dal titolo dell’articolo citato per mostrare che l’ecumenismo, come è inteso e praticato comunemente oggi, deve per forza far paura ai buoni cattolici, e a tutti coloro che amano il Vangelo, che credono all’unicità della Chiesa e che sanno che esiste una sola “vera religione” che coincide con quella professata dalla Chiesa fondata su Pietro e i successori, come insegna ripetutamente il Concilio (cf. Dignitatis humanae, 1).
L’ecumenismo fa paura se si prende per buono ciò che viene detto e fatto in suo nome, e spesse volte proprio dai suoi rappresentanti ufficiali. Così il card. Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, ha fatto un intervento al recente Meeting di Rimini, a dir poco ambiguo e distonico in rapporto al Magistero cattolico. Il nostro più vivo desiderio, che ci pare però un’utopia più che un anelito, sarebbe quello di essere corretti o dal summenzionato illustre Prelato o da chi ne fa le veci. Il dialogo in Ecclesia, anche attraverso la stampa e sul web, dovrebbe servire a capirsi meglio e a dare spiegazioni a chi, umilmente, non riesce a conciliare ciò che dice un’autorità della Chiesa e il medesimo Magistero della Chiesa.
L’intervento del Tauran al Meeting è stato pubblicato sull’Osservatore del 26 agosto 2015 (p. 7) con il titolo di Il corretto uso della fede. Ma secondo noi di corretto c’è poco, al di là delle intenzioni e ciò vorremmo dimostrarlo in modo accessibile.
Secondo sua eminenza a fronte dello scientismo e della morale senza Dio oggi si assisterebbe ad “un ritorno al sacro, o piuttosto a una certa religiosità”. Religiosità ambigua sottolinea il cardinale, fondata sull’assioma del believing without belonging e “senza preoccuparsi dei dogmi”. E fin qui siamo d’accordo, anche se parlare di ritorno del sacro per la diffusione dei culti orientali o della New Age ci pare improprio. Comunque sia secondo Tauran “questa nuova religiosità, spesso panteista e sincretista, traduce il bisogno di trascendenza”. Può darsi… E quindi?
Dopo questo quadro iniziale a luci e ombre (dove in realtà prevalgono le ombre del sincretismo e del panteismo), il Tauran passa a difendere non il cattolicesimo di cui è un alto dignitario, ma le religioni umane (senza specificare quali).
“Sappiamo, scrive, in effetti che le religioni possono compiere il meglio e il peggio, porsi al servizio di un progetto di santità o di alienazione, predicare la pace o la guerra”. Qui c’è già qualcosa da distinguere e da precisare. Le religioni, al plurale, possono porsi al servizio di un progetto di santità? Ma cosa può significare questo?
Certo “la Chiesa considera tutto ciò che di buono e di vero si trova nelle religioni come una preparazione al Vangelo” (CCC, 843). Ma se le altre religioni costituissero, in quanto tali, un cammino di santità, a cosa servirebbe la Chiesa cattolica fondata sopra il sangue di Cristo? Certo, che ogni verità viene, in qualche modo, dallo Spirito Santo era già noto a san Tommaso il quale non ricusò di usare le verità intuite dai pagani Aristotele, Platone, Cicerone e dagli stessi autori medioevali arabi ed ebrei.
Ma come insegna il secolare Magistero della Chiesa, nelle altre religioni però non manca mai l’errore, il dubbio, il peccato, il limite e l’inganno. Se questo non è più vero bisogna riscrivere vari brani del Concilio (cf. LG 16), del Catechismo e cancellare di netto la Dichiarazione Dominus Jesus pubblicata il 6 agosto del 2000 sotto l’autorità congiunta di GPII e del card. Ratzinger. Questa Dichiarazione era stata scritta proprio per confutare una serie di errori teologici che minavano la certezza della fede e la necessità della missione.
“Il perenne annuncio missionario della Chiesa viene oggi messo in pericolo da teorie di tipo relativistico, che intendono giustificare il pluralismo religioso, non solo de facto ma anche de iure (o di principio)” (n. 4).
Potrà mai darsi che un cardinale, che è per di più la massima autorità cattolica in materia di ecumenismo contravvenga a quanto già sancito, definitivamente, dalla Sede Apostolica? Lo valuti serenamente il lettore da quanto riportato.
Secondo Tauran “non esistono oggi conflitti religiosi”, ovvero non sarebbero le religioni ad essere in guerra ma i loro seguaci. Le religioni però senza i seguaci neppure esisterebbero… E poi, se anche i seguaci di tutte le religioni fossero imbelli, pacifisti e relativisti, come si desidera da più parti, resterebbe di fondo lo scontro tra visioni del mondo e dell’uomo incompatibili e auto-escludentisi. Come conciliare per esempio la morale cattolica con quella sopra vista dei valdesi? Come evitare lo scontro e la contrapposizione tra chi ritiene l’aborto un delitto e chi lo ritiene un diritto, come molte religioni del mondo?
Addirittura per evitare lo scontro religioso (mentre oggi la violenza terroristica si pratica su larga scala solo in nome di una religione…) il porporato invoca lo Stato laico il quale “non riconosce alcuna confessione per conoscerle tutte”…  O forse per cancellarle tutte in nome del progresso, della scienza e del nichilismo valoriale?
Quindi l’affondo che sa di eresia: “Tutte le religioni [si badi bene: tutte!] difendono la vita e la dignità della persona umana, sono consapevoli della dignità della famiglia, sanno riunire le persone più diverse, promuovono la fraternità e l’aiuto reciproco”…
Ma se così fosse tutte le religioni non cristiane sarebbero immuni da quegli errori che invece la Dominus Jesus, con il Magistero perenne della Chiesa, riconosce in esse.
Ma se si pensa quello che si scrive perché fare tante storie quando poi si nota che oggi si vive nel supermarket delle religioni in cui ognuno prende ciò che gli garba di più? Proprio in forza di ciò che insegna il Tauran milioni di cattolici nel mondo sono diventati negli ultimi decenni buddisti, mussulmani, evangelici, testimoni di Geova, avventisti, etc.
La Dominus Jesus, citando il Concilio, diceva ben altro. “Innanzitutto, deve essere fermamente creduto che la «Chiesa pellegrinante è necessaria alla salvezza. Infatti solo Cristo è il mediatore e la via della salvezza; ed egli si rende presente a noi nel suo Corpo che è la Chiesa. Ora Cristo, sottolineando a parole esplicite la necessità della fede e del battesimo (cf. Mc 16,16; Gv 3,5), ha insieme confermato la necessità della Chiesa, nella quale gli uomini entrano per il battesimo come per una porta». Questa dottrina non va contrapposta alla volontà salvifica universale di Dio (cf. 1 Tm 2,4); perciò «è necessario tener congiunte queste due verità , cioè la reale possibilità della salvezza in Cristo per tutti gli uomini e la necessità della Chiesa in ordine a tale salvezza»” (20).
Se è vero che i seguaci delle altre religioni possono ricevere la grazia divina, è pure certo che oggettivamente si trovano in una situazione gravemente deficitaria se paragonata a quella di coloro che, nella Chiesa, hanno la pienezza dei mezzi salvifici” (22).
Questi due punti sono negati, in modo forse implicito ma non troppo, dall’idea che emerge dalla relazione del cardinale secondo cui tutte le religioni sono cammini di salvezza e portatrici di pace e benessere.
Gli errori, le eresie, le assurdità, le menzogne presenti nelle principali religioni del mondo (dalla poligamia islamica alla negazione della divinità di Cristo e al politesimo, dall’ateismo pratico del buddismo all’amoralità presente più o meno in tutte le spiritualità d’Oriente, fino al sacerdozio femminile e al sola scriptura degli eredi della Riforma) oltre a costituire un ostacolo alla salvezza per i loro membri sono altresì dei grandissimi attentati alla pace, alla serenità, alla famiglia e alla stessa civiltà umana come tale.
Concludeva la Dominus Jesus scrivendo: “La presente Dichiarazione, nel riproporre e chiarire alcune verità di fede, ha inteso seguire l'esempio dell'Apostolo Paolo ai fedeli di Corinto: «Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch'io ho ricevuto» (1 Cor 15,3). Di fronte ad alcune proposte problematiche o anche erronee, la riflessione teologica è chiamata a riconfermare la fede della Chiesa e a dare ragione della sua speranza in modo convincente ed efficace. I Padri del Concilio Vaticano II, trattando il tema della vera religione, affermarono: «Noi crediamo che questa unica vera religione sussiste nella Chiesa cattolica e apostolica, alla quale il Signore Gesù ha affidato il compito di diffonderla tra tutti gli uomini, dicendo agli apostoli: “Andate dunque, ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato” (Mt 28,19-20). E tutti quanti gli uomini sono tenuti a cercare la verità , specialmente in ciò che riguarda Dio e la sua Chiesa e, una volta conosciuta, ad abbracciarla e custodirla” (23).

La fede cattolica, ben illustrata dalla Dominus Jesus, e la stessa ragione umana ci dicono di opporci ad un relativismo di tipo religioso che appare sempre più come l’altra faccia dell’ateismo e del laicismo.

 

02 marzo 2015

Novecento, il secolo senza Croce

di Francesco Filipazzi
Il ‘900 è stato un secolo di massacri indicibili provocati da armi impensabili, dove hanno preso corpo le dottrine anti umane dell’800. Dottrine che avevano in comune la cancellazione della Croce e quindi l’oblio del messaggio di Gesù Cristo, messaggio per l’uomo a favore dell’uomo. Questa la tesi di fondo di “Novecento, il secolo senza croce”, di Francesco Agnoli.
Partendo dalla Prima Guerra Mondiale, l’analisi spiega come l’interventismo del 1914 sia stato provocato dal crollo di valori della modernità. “La fuga è dalla modernità intesa come moderna società industriale borghese con tutte le sue nefaste conseguenze. Età del secolarismo, età delle macchine e della tecnologia significano infatti: materialismo, homo oeconomicus, conflitto di classi, individualismo ed egoismo, crollo dei valori e degli ideali puramente morali e non utilitaristici, solitudine, benessere svalutante, negazione dell’esperienza diretta della vita attraverso la sostituzione del naturale con l’artificiale”, scrive Agnoli, descrivendo in poche righe la natura del problema. Il Novecento è stato il secolo nel quale l’uomo al posto di tendere “verso l’alto” non ha fatto altro che tendere “verso il basso”, coltivando il materiale al posto dello spirituale e giungendo quindi a disprezzare la vita umana.

Di pari passo va quindi la sostituzione della religione vera e propria con le ideologie, concezioni della vita e della realtà integraliste, al contrario del cattolicesimo. In nome delle ideologie, la maggior parte delle quali apertamente in guerra con Dio e la Fede, è stato possibile giustificare di tutto. Il secondo capitolo del libro è dedicato proprio alla disamina dello scientismo comunista “ateo, in lotta contro Dio, l’uomo e la famiglia”, definito “la forza anticristiana più incisiva della storia” e dunque anti umana. “Alla religione cristiana, fondata sulla Rivelazione e sull’esistenza di un Dio trascendente, che darà a tutti secondo i loro meriti, contrappongono una religione immanente, con il suo dio, lo Stato; la sua chiesa, il partito; il suo papa, il capo del partito; la sua ortodossia e le sue eresie; con il suo paradiso, la società comunista futura e il suo inferno, i gulag e la morte per i reprobi, i  nemici di classe”.
L’ideologia comunista (nelle sue varie declinazioni marxista, leninista, maoista e via dicendo) è stata il motore dei più grandi massacri di tutta la storia umana e la durata delle dittature ad essa ispirata hanno portato ad amplificarne l’effetto venefico e orribile. Dal comunismo deriva  lo scientismo, quella forma di pensiero che contrappone la scienza alla Fede e cerca di negarne i fondamenti, in base al fatto che la scienza è empirica mentre la fede non lo sarebbe.
Dallo scientismo alla persecuzione religiosa, nei paesi assoggettati al comunismo, il passo fu breve. E giù altri massacri. Da notare anche il capitolo dedicato ad Adolf Hitler, indicato come “nemico della Chiesa”, che fra i tanti, se la prese con i preti.  Un altro frutto velenoso del comunismo, anche e forse principalmente in Occidente, sono stati il divorzio, l’aborto e tutte le forme distruttive di controllo delle nascite, di cui lasciamo la disamina alla lettura del libro.

Il volume si chiude con un capitolo molto singolare, dal titolo “Ateismo e suicidio”, che potrebbe far saltare i nervi ai vari Odifreddi e uaariani.  “L’uomo è capace di adeguarsi a tutto, o quasi, solo che lo spirito sostenga il corpo, e se stesso; solo che lo spirito non sia ancora più debole del corpo”, frase che nell’epoca del vuoto esistenziale spiega come ogni anno i suicidi crescano e come milioni di persone si tolgano volontariamente la vita. Cifre analoghe a quelle dei morti in guerra.
Non è un caso che il maggior numero di suicidi, giustificati da ragioni più o meno importanti, avvenissero nei paesi in cui il rapporto con la divinità era ed è tutt’ora molto diverso da quello cristiano. Per il cristiano Dio e il rapporto personale con Dio sono ragioni sufficienti per sopportare qualsiasi cosa, mentre per altre culture, in cui questo rapporto manca, va da sé che il suicidio sia accettabile.
La situazione è ancora peggiore laddove la religione non esiste proprio o è cancellata, come in Europa dove sin dall’illuminismo la decadenza della morale cristiana, sostituita dalla divinità Ragione, ha lasciato spazio a una concezione se non positiva, per lo meno “non negativa”, del suicidio, che non è più peccato gravissimo ma una semplice scelta.
Nel nord Europa, descritto come il luogo dove la libertà dell’uomo è giunta ai massimi livelli, il suicidio fra i giovani è diventato diffusissimo.

Il suicidio è quindi l’ennesima conseguenza dell’abbandono della fede cristiana, in un secolo, il Novecento, nel quale troppo sangue è stato sparso in nome di ideologie distruttive, falsi dei di un secolo senza Croce.
 

22 dicembre 2014

Indagine sul Natale


di Giuliano Guzzo

Per onestà dobbiamo riconoscere che buona parte del Natale, così come lo conosciamo oggi è in effetti “invenzione“. E’ così per il Babbo Natale di rosso vestito, trovata pubblicitaria della più globale delle bevande, la Coca-Cola; il presepe pare risalga al 1223 quando San Francesco – ottenuto il placet di papa Onofrio III – ne costruì il primo “ufficiale” a Greccio, piccolo paese laziale, anche se esistono testimonianze ancora precedenti che raccontano del grande interesse per il presepe da parte dei monaci cistercensi, persuasi più di tutti dell’importanza di far conoscere alla gente ogni fase della vita di Gesù.  E’ “invenzione“, infine, pure l’albero, tradizione inaugurata, pare, nel 1521 a Sélestat, località dell’Alsazia nella cui Bibliothéque Humaniste sono conservati documenti che – per la prima volta – attestano l’esistenza di un albero devozionale abbellito e decorato.
Anche se non si direbbe, risulta tradizione tardiva pure l’idea dei doni, degli auguri e del pranzo natalizio: trattasi, in questo caso, di un’eredità culturale che celebriamo a partire dall’epoca vittoriana.  Più precisamente, il merito è tutto di A Christmas Carol di Charles Dickens, racconto che vide le stampe il 18 dicembre 1843 riscuotendo subito successo e vendendo ben 6.000 copie in appena una settimana. George Orwell, non a caso, dirà che a Natale è «automatico» pensare a Dickens. Accanto a questi dati di fatto, che ci ricordano come il Natale contemporaneo sia in effetti una riuscita stratificazione di tradizioni e usanze differenti per origine storica e geografica, da tempo si sta facendo largo, negli scaffali delle librerie e negli interventi degli intellettuali, un’idea di per sé non nuova ma che non smette di affascinare, vale a dire la convinzione che, dopotutto, la stessa ragion d’essere del Natale, ossia la nascita di Gesù tramandataci dai Vangeli, non sia che un’invenzione.

Pensiamo ad una delle ultime fatiche di Corrado AugiasInchiesta sul Cristianesimo come si costruisce una religione, testo che sin dal titolo mira ad equiparare il Cristianesimo ad un artificio politico, ad un abuso di credulità popolare. Oppure pensiamo a Michel Onfray, che nel suo Traité d’athéologie (2005) scrive:«Con ogni evidenza Gesù è esistito come Ulisse e Zarathustra». Gli fa eco Piergiorgio Odifreddi, che in una delle sue fatiche sostiene che «il Gesù dei Vangeli non è altro che una costruzione letteraria» (Perché non possiamo essere cristiani, Longanesi 2007, p.104). Vi sono poi tentativi più tiepidi e leggeri, quasi comici a dir il vero, di criticare la storia di Gesù e della sua nascita, come quello proposto – non si è capito se volontariamente o meno – da Eugenio Scalfari, il fondatore di Repubblica, secondo cui vicino al Bambino, accanto all’asino, anziché il canonico bue, vi sarebbe stata «una mucca» (L’Espresso, 10/1/2008, p.154).
Decisamente meno morbidi sono stati invece i toni usati da Marcello Craveri e della sua Vita di Gesù (Feltrinelli, 1966), opera fortemente critica sulla vita di Gesù così come siamo abituati a immaginarla. A seguire ed estremizzare queste tesi ci ha pensato, in tempi recenti, Luigi Cascioli, ex prete nonché autodidatta di storia del cristianesimo arciconvinto che Gesù sia una creazione truffaldina della Chiesa delle origini, che avrebbe stravolto la storia di un personaggio del II secolo – a dire di Cascioli – realmente esistito, Giovanni di Gamala. Per meglio rendere l’idea della stravaganza delle tesi di Cascioli è sufficiente ricordare il titolo dell’opera che egli ha scritto e pubblicato a sue spese, La Favola di Gesù Cristo.
Chissà se Bruno Bauer, il teologo berlinese che nella prima metà dell’Ottocento dubitava dell’esistenza storica di Gesù, si sarebbe immaginato – dopo quasi due secoli – di avere ancora così tanti discepoli pronti a riproporre le sue tesi. Il punto è che oggi, lo scetticismo nei confronti della nascita e dell’esistenza di Gesù, non è più un fenomeno ascrivibile solo ad atei praticanti quali Augias ed Onfray. Basti ricordare quanto riferito ai microfoni della Bbc da Rowan Williams, arcivescovo di Canterbury nonché massima carica della Chiesa anglicana, a detta del quale «il mito della natività non è altro che una leggenda» (Avvenire, 21/12/07, p.27).
Anche tra i giovani iscritti a percorsi di studio universitari, la conoscenza di Gesù risulta contrassegnata da una confusione che sconfina talvolta nel ridicolo. A questo proposito, è significativo riprendere quanto ricordato dal filosofo Giovanni Reale: «Un collega mi ha detto che nel corso di un esame, alla domanda che il candidato dicesse chi era Cristo, quel candidato rispose che si trattava di un autore che pubblicava le sue opere per l’editore Mondadori. E la risposta veniva data da uno studente universitario, con alle spalle tutte le scuole elementari, medie e superiori. Si tratta di un monstrum dal punto di vista culturale, di cui non avevo mai sentito l’uguale» (Il Giornale, 14/8/2009, p.10).

Dinnanzi ad affermazioni ed episodi così gravi e sconcertanti, è bene interrogarsi e chiedersi se quella del Natale non sia davvero tutta una fiaba di successo, una sorta di best-seller ante litteram. Allarmato da questa tendenza a screditare la storicità della figura di Gesù, lo stesso Papa emerito – autore, fra l’altro, di una trilogia sull’argomento – già nel corso dell’udienza tenuta il 3 gennaio 2007 denunciava con forza il «dramma del rifiuto di Cristo, che, come in passato, si manifesta e si esprime, purtroppo, anche oggi in tanti modi diversi […] dal netto rigetto all’indifferenza, dall’ateismo scientista alla presentazione di un Gesù modernizzato o postmodernizzato […] oppure un Gesù talmente idealizzato da sembrare talora il personaggio di una fiaba».

Ora, per tentare di replicare a questa diffusa tendenza culturale, potremmo partire chiedendoci quali indizi possano in effetti suffragare la dimostrazione dell’esistenza storica di Gesù. Ebbene, gli indizi in tal senso abbondano: di Gesù troviamo ampia traccia, oltre che nei Vangeli canonici, anche in quelli apocrifi e pure nelle testimonianze di diversi autori non cristiani, tra i quali ricordiamo: Giuseppe Flavio, Plinio il Giovane, Mara Ben Serapion, Luciano di Samosata, Celso e, dulcis in fundo, Tacito, il più grande storico romano. A farci accantonare in modo definitivo l’idea di Gesù quale personaggio leggendario è poi, a ben vedere, il Cristianesimo stesso, a partire da quello degli apostoli, dei quali si conservano ancora oggi le reliquie: possibile che costoro si siano dati alla predicazione, incuranti persino del martirio, per annunciare il verbo di un personaggio mai esistito?
Perfino Rudolf Karl Bultmann, il teologo luterano pioniere di un metodo – quello storico critico – volto a ridimensionare fortemente, quando non del tutto, la divinità di Gesù, se la rideva di quanti negavano l’esistenza storica di Gesù asserendo che «il dubbio che Gesù sia realmente esistito è infondato e non degno di essere confutato. Nessuna persona sana di mente può dubitare che Gesù stia dietro come fondatore al movimento storico, il cui primo livello distinto è rappresentato dalla comunità in Palestina». Assodata quindi – sia pure in estrema sintesi – la storicità di Gesù, possiamo approfondire un’analisi del Natale vagliando i punti nodali della questione.

Iniziamo con l’attesa messianica. L’Antico Testamento risulta letteralmente costellato di profezie concernenti l’avvento di un dominatore del mondo: nella sua Indagine su Gesù (Rizzoli, 2008) Antonio Socci ne ha conteggiate quasi trecento. Come ci ricorda il vaticanista Andrea Tornielli nel suo Inchiesta su Gesù Bambino (Gribaudi, 2005) già nella IV Egloga di Virgilio si annuncia la venuta di un puer, un fanciullo che «riceverà la vita dagli dei […] reggerà il mondo pacificato per le virtù paterne», e grazie al quale l’«età del ferrò cesserà e (quella) dell’oro sorgerà in tutto il mondo».
Un’attesa, quella del Messia, decisamente fondata e diffusa dunque, tanto è vero che spaventò, e molto, Erode. A questo proposito, J. Schniewind annota: «La paura per la venuta del Messia (cioè del Figlio di Davide definitivo, del figlio di Dio aspettato dalla fine dei tempi dai re di Israele) ha veramente caratterizzato gli ultimi anni della vita di Erode […] la tradizione di quel tempo narra anche di consultazioni di Erode con gli scribi a riguardo delle affermazioni regali dell’Antico Testamento: il punto critico di Erode, come sovrano, consisteva nel fatto che, edomita qual era, stava al di fuori dell’attesa regale dell’Antico Testamento, della speranza messianica».
Compresa, sia pure per sommi capi, la fondatezza storica della figura di Gesù Cristo – fondatezza, giova ricordarlo, per nulla inferiore, sul piano documentale, a quella di altri grandi personaggi storici quali Alessandro Magno – e ricordato il clima di attesa che permeava il mondo ebraico dell’epoca, passiamo ora a ricostruire più da vicino l’avvenimento del Natale. Dove e quando nacque Gesù? Precisiamo subito che ignoriamo se effettivamente il Bambino nacque, come siamo soliti immaginare, di notte; i Vangeli canonici non dicono nulla in proposito e ci sono ottime ragioni per ascrivere la paternità di questo particolare al Sant’Ambrogio che, nei suoi Inni, scrive: «Risplende già il tuo presepe/ la notte effonde la tua luce,/ che nessuna tenebra offuschi,/ ma splenda d’inesauribile fede».
Quanto al dove Gesù sia nato, mentre Marco e Giovanni iniziano la loro narrazione dalla sua predicazione, com’è noto sia Matteo che Luca riferiscono, nominandola sette volte, di Betlemme. E poiché vi sono prove attestanti come Betlemme, già a partire dai primi secoli dopo la nascita Gesù, fosse meta di molteplici pellegrinaggi, non si vede ragione – con buona pace di Ernest Renan, secondo cui il Bambino nacque a Nazaret (Cfr. Vie de Jésus, 1863, p. 19) –  per dubitare dell’indicazione dei due evangelisti. Tanto più che l’imperatore Adriano – dopo averla rasa al suolo con l’intento di trasformarla da luogo di culto cristiano (quale già era) a sito di culto pagano – nell’anno 135 consacrò Betlemme al dio Adon, ed è sempre, guarda caso, sull’area della grotta della natività che i romani piantano un bosco sacro. Tra l’altro va ricordato che esiste, nell’Antico Testamento, una esplicita profezia che riconosce quella città come luogo speciale, dove sarebbe nato un Messia.
E’ il libro del profeta Michea (5, 1-3), dove possiamo leggere: «E tu Betlemme di Efrata / così piccola per essere fra i capoluoghi di Giuda / da te mi uscirà colui che deve essere il dominatore in Israele». A quanti sostengono che l’evangelista Matteo, soprattuttto per quanto riguarda i 48 versetti “natalizi” della sua narrazione, abbia “inventato” tutto di sana pianta proprio a partire dalle profezie dell’Antico Testamento (il che spiegherebbe, a detta di costoro, l’impressionante convergenza fra queste ed il contenuto evangelico), facciamo rispondere da un cattolico autorevole ma certo non tacciabile di chiusure pregiudiziali, mons. Gianfranco Ravasi: «L’ipotesi è piuttosto stravagante. Come, infatti, si può “creare” tutto il racconto dei Magi dalla profezia di Michea che […] parla solo di Betlemme? Come “inventare” a partire dall’oracolo di Isaia sulla “vergine” che genere l’Emmanuele tutto il racconto che in realtà è un’annunciazione a Giuseppe?» (I Vangeli di Natale, San Paolo, 1992, p. 31). 
Se, nonostante le inevitabili divergenze, si può dunque ritenere assai fondata l’idea che Gesù – conformemente a quanto insegna la tradizione – sia nato a Betlemme,  più dibattuto, fra gli storici, è l’anno della sua nascita. Qui non ci sono certezze e l’ipotesi più condivisa è che Gesù possa essere nato fra il 6 e 7 a.C. Il punto di partenza per comprendere questa ipotesi è Luca, che scrive: «In quel tempo fu emanato un editto da Cesare Augusto per il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento ebbe luogo quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi iscrivere, ciascuno nella propria città. E anche Giuseppe salì dalla Galilea, nella città di David, chiamata Betlemme, perché egli era della casa e della famiglia di David, per farsi iscrivere insieme a Maria, sua sposa, che era incinta» (Lc. 2, 1 -2). Ora, è provato che Publio Sulpicio Quirinio, nativo di Lanuvium, condusse un censimento in Siria e in Giudea nell’anno 6 d.C. Ma poiché Luca (1,5) e Matteo (2,1) asseriscono concordi che Gesù nacque prima della morte di Erode, avvenuta, secondo Giuseppe Flavio, nel 4 d.C., molti usano questa apparente contraddizione per accusare Luca di essere contraddittorio.
In realtà, come ricorda la storica Marta Sordi (1925-2009), Luca non era affatto sprovveduto ed era, anzi, perfettamente al corrente dell’esistenza del censimento del 6 d.C, al quale peraltro allude con chiarezza (At 5,37). Infatti costui, a scanso d’equivoci, parla esplicitamente di un «primo censimento» (2,2 «apographé prote») nell’epoca in cui Quirinio era legato della Siria. Il punto è che esiste, oltre a questo, un censimento fatto in Giudea da Senzio Saturnino, governatore di Siria fino al 7 a.C. e poi impegnato, probabilmente per la successione del trono di Armenia. L’ipotesi più verosimile appare allora la seguente: che il primo censimento, quello iniziato da Senzio Saturnino, sia stato poi continuato da Quirinio quando questo, prima del 6 a.C., aveva finito la guerra contro gli Omonadensi, e reggeva temporaneamente la legazione di Siria. Anche lo storico Giulio Firpo concorda e aggiunge: «Un altro indizio può suffragare questa ricostruzione: nel 7 a.C., ai sudditi di Erode fu chiesto di giurare fedeltà ad Augusto. Era una richiesta frequente nei censimenti provinciali e secondo molti può essere collegata al censimento ricordato da Luca» (Storia e Dossier, anno VI, n.56, 1991, p. 39).
Non manca neppure chi sostiene, forte di argomenti interessanti, un’altra datazione (Cfr. Loconsole M. Quando è nato Gesù?, San Paolo 2011). Anche perché, guardando ai fenomeni astrali, dopo il 6 e 7 a.C., si sono verificarono altri eventi interessanti e che potrebbero essere ricondotti al fenomeno definito da Matteo come stella. Per esempio le numerose e significative congiunzioni planetarie che si verificarono tra il 3 ed il 2 a.C.: 12 agosto del 3 a.C. la congiunzione di Giove e Venere;  il 14 settembre Giove si congiunse con Regolo (con replica, l’anno dopo, il 17 febbraio); il 17 giugno 2 a.C. si registrò una spettacolare congiunzione tra Giove e Venere nella costellazione del Leone, il 27 agosto di quell’anno, poi, nella costellazione del Leone si congiunsero addirittura quattro pianeti (Giove, Venere, Marte e Mercurio) e, dulcis in fundo, dal 12 agosto del 3 a.C. Giove, ritenuto il pianeta dei re, è sempre presente e dal 2 a.C. – combinazione proprio attorno al 25 dicembre di quell’anno! – inverte il proprio moto rispetto alle stelle fisse più vicine, in pratica – ha osservato Ruggero Sangalli (Cfr. Giove, la stella dei magi, La Bussola Quotidiana, 17/12/2011) – “fermandosi” in cielo.
«Evitiamo – mi ha scritto sempre Sangalli, a commento di un mio articolo sul tema - per quanto ci è possibile, di continuare a screditare la storicità dei fatti, mettendo in dubbio l’attendibilità dei vangeli senza nemmeno mettere in dubbio che a essere fuori strada siano quelli che lo fanno. Luca si accredita come uno storico preciso e infatti lo è. Gesù nacque sul finire del 2 a.C., trent’anni prima del XV anno di Tiberio. L’astronomia conferma: c’erano in atto singolarissime ed eccezionali congiunzioni planetarie. La storia ribadisce: Giuseppe Flavio pone la morte di Erode quasi quattro anni dopo quello che le pessime esegesi gli fanno dire. L’archeologia attesta che il censimento voluto da Augusto era in atto. La biologia aiuta: le pecore danno alla luce gli agnellini a fine autunno (fotoperiodo degli ovini). La tradizione ebraica e la Sacra Scrittura consolidano tutti gli indizi.»
Ciò nonostante – lo dicevamo poc’anzi – per molti studiosi Gesù sarebbe nato tra il 6/7 a.C., ipotesi a cui ci conduce anche la citata e triplice congiunzione tra Saturno e Giove, evento previsto dagli astrologi orientali e che spiegherebbe la venuta dei Magi. Magi che, vale la pena sottolinearlo, non sono nemmeno loro frutto di fantasia. Matteo li racconta come nobili pellegrini e sapienti astronomi, anche se – è vero – i nomi Baldassarre, Gaspare e Melchiorre sono figli della tradizione medievale. Da parte loro, alcuni storici sostengono come le loro spoglie di questi Magi, da Costantinopoli, sarebbero state portate a Milano dal vescovo Eustorgio, mentre altri studiosi affermano che le loro reliquie siano giunte in Italia in seguito alle Crociate. Una cosa risulta certa: le spoglie dei Magi, nel 1162, si trovavano in Lombardia, e da qui, due anni dopo, sarebbero state portate a Colonia da Federico Barbarossa fino a quando, nel 1903, alcune di queste reliquie furono restituite simbolicamente da Colonia a Milano, precisamente a Brugherio, unica località italiana poter vantare la custodia di qualche resto dei nobili e colti adoratori di Gesù.
Tornando alla datazione del Natale, se c’è dibattito sulla questione dell’anno, su quella del giorno si consuma una vera e propria diatriba. E’ difatti diffusa, specie fra persone con una certa istruzione, l’idea che il 25 dicembre come data natalizia fu una scelta convenzionale della Chiesa, promossa per soppiantare il culto pagano del Sol Invictus. Orbene, su quest’idea andrebbe fatta chiarezza. Anzitutto specificando che questa ipotesi – avanzata verso la fine del XII secolo dal vescovo siriano Jacob Bar-Salibi (Cfr. Christianity and Paganism in the Fourth to Eighth Centuries, Ramsay MacMullen, Yale, 1997, p. 155) – viene spesso venduta come una certezza mentre invece è, per l’appunto, solo una ipotesi; peraltro discutibile. Infatti, se la prima citazione della celebrazione del Natale cristiano al 25 dicembre proviene da Ippolito di Roma, martirizzato nel 235 d.C., pare non si abbiano fonti storiche antecedenti, ma solo successive, che alludono al culto Sol Invictus.  Ad ogni modo, il 25 dicembre non è comunque una data inventata o frutto di una scelta “politica”.
Vediamo perché considerando – ancora una volta – quanto riferisce il vangelo di Luca dove si spiega che l’Angelo del Signore, Gabriele, sei mesi prima dell’annunciazione a Maria (Lc 1, 26-38), alla conclusione della solenne e quotidiana celebrazione sacrificale, annunciò all’anziano sacerdote Zaccaria che avrebbe avuto un figlio dalla sua sposa, l’anziana e sterile Elisabetta. Ora, noi sappiamo che nel santuario di Gerusalemme David aveva disposto che i «figli di Aronne» fossero distinti in 24 taxis – sebaot in ebraico – ossia i “turni”. Questo significa che, avvicendandosi in ordine immutabile, tali “classi“, dovevano prestare servizio liturgico per una settimana, da sabato a sabato, due volte l’anno.
Ebbene, grazie ad uno studioso israeliano, Shemarjahu Talmon, che ha esaminato, servendosi del Libro dei Giubilei, la successione dei sopraccitati 24 turni sacerdotali, sappiamo che «il turno di Abia», quello di Zaccaria, corrispondeva all’ultima settimana di settembre. Un dato questo, che corrisponde al rito bizantino che, da secoli, celebra l’annuncio a Zaccaria il 23 settembre.  E quindi, se consideriamo che l’Annunciazione a Maria è fissata quando Elisabetta era al sesto mese – ed è infatti festeggiata dalla Chiesa il 25 Marzo -, capiamo come sia tutto tranne che fantasioso credere che nella notte tra il 24 ed il 25 dicembre, in quel di Betlemme, sia effettivamente nato un Bambino di nome Gesù, un puer destinato a cambiare la storia.

Ora, considerazioni come quelle sin qui svolte non hanno – nè potrebbero avere, vista la loro brevità – la pretesa di esaurire il dibattito e men che meno di archiviare questioni che, almeno fra gli specialisti, sono tutt’ora motivo di discussione. Ciò che invece premeva era mettere ciascuno di noi nella condizione di capire che il Natale che festeggiamo tutto è fuorché la rievocazione di una leggenda. Certo – lo abbiamo ammesso sin dall’inizio – vi sono molti elementi a noi familiari, dall’albero all’idea del pranzo natalizio, che nulla hanno a che vedere con l’autenticità storica del Natale. Vi sono tuttavia molte ragioni per credere che venti secoli fa qualcosa di davvero straordinario sia accaduto, e che quel qualcosa, ancora oggi, abbia molto a vedere con l’autenticità della nostra vita.

http://giulianoguzzo.com/2014/12/15/indagine-sul-natale/

 

05 settembre 2014

L'ateismo, ovvero l'ultima superstizione

di Riccardo Zenobi


Nell’odierno dibattito culturale in occidente, quando non si parla di “diritti gay”, la scena è pressoché monopolizzata da certe figure, a metà tra lo scienziato e il filosofo, che dall’alto di una loro specializzazione si mettono a parlare di tutti gli argomenti “caldi” che si possano concepire; ovviamente a modo loro. Sto parlando dei sedicenti guru delle nuove generazioni, i “new atheists”: i vari Odifreddi, Onfray, Dawkins, Dennet, Hitchens, Hack e compagnia bella. Nonostante ognuno di essi sia specializzato solo in una materia, sia essa la matematica, la biologia o, nel caso di Dennet, la stessa filosofia, non esiste dibattito pubblico in cui non intervengano. Come detto, si occupano di tutti gli argomenti possibili, ma “a modo loro”, parlando spesso di religione. Ma mostrando un odio inviperito per tutto ciò che non rientra nelle loro teorie e una ignoranza imbarazzante su tutto ciò che non riguarda le loro teorie.
 

24 dicembre 2012

"L'infanzia di Gesù": il nuovo libro di papa Ratzinger tra storia e Fede


di Libero Favella

Ancora oggi è abbastanza raro proclamarsi atei: ci sono troppe evidenze riguardo all'esistenza di Dio. Molto più frequente è smettere di credere che Dio intervenga nella storia e che si prenda cura di ciascuno di noi. Anche se questa verità è al centro della fede cristiana, gli esegeti cattolici che la fanno propria si contano sulle dita di una mano.
 

11 luglio 2012

Derive immanentistiche della teologia moderna (II parte)


di Mario Padovano

E nell’ottica di un immanentismo teologico di fondo -notare l’irriducibile ossimoro- va vista anche l’affermazione dello stesso Rahner per cui «non si dà nessuna teologia, speculativa o pratica, che non sia antropologia»[1]. Questa deriva, del resto, la si può cogliere da parte sua ancor più chiaramente soprattutto nell’opera di Hans Küng che segna, potremmo dire, il punto d’arrivo di tutto quel processo (culturale) -da Teilhard de Chardin e Rahner a Hulsbosch a Schooneberg a Schillebeeckx, ecc.- di “sdivinizzazione”, per quanto illusorio, di Cristo e per conseguenza di “desacralizzazione” della sua Chiesa. 

 

09 luglio 2012

Derive immanentistiche della teologia moderna (I parte)


Con questo articolo inizia la sua collaborazione con noi Mario Padovanonato il 20/08 (giorno di S. Bernardo di Chiaravalle) del 1983 a Benevento, laureando in Lettere e filosofia a Napoli (Federico II) con una tesi su Cornelio Fabro. Realista, studioso di San Tommaso d'Aquino e discepolo di mons. Antonio Livi e don Massiliano Del Grosso, collabora come Co-redattore del SEFT (www.formazioneteologica.it/).

 

01 giugno 2012

Presentazione in aforismi di un reazionario colombiano


di Giulia Tanel
Gómez Dávila nella sua vita “lesse, scrisse e morì”.
Si dice di lui che l’unica cura che ritenesse utile contro il tedio dell’esistenza fosse la “biblioterapia”: Il pensatore colombiano, infatti, era solito rintanarsi nella sua biblioteca da dove usciva solo a notte fonda, dopo aver passato la giornata a scrivere su piccoli quaderni verdi i propri pensieri sotto forma di aforismi, perché “[…] tra poche parole è difficile nascondersi come tra pochi alberi”.