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05 novembre 2017

Lezione paurosa ai padrini dell'Europa – Un manifesto (II parte)


di Matteo Donadoni

(prima parte qui)

«Chiedere, o figuriamoci promuovere, l’assimilazione dei nuovi arrivati musulmani alle nostre usanze e ai nostri costumi, peggio ancora alla nostra religione, è stata giudicata un’ingiustizia triviale. L’impegno egualitario, ci è stato detto, impone che noi abiuriamo anche la più piccola pretesa di ritenere superiore la nostra cultura».
Chiediamoci allora quali alternative abbiamo di fronte. Cosa vorreste fare? Darvela a gambe verso la prima caverna dove emettere grugniti di dissenso? Scalare l’albero più alto dove appollaiarvi in attesa della completa involuzione antropologica? Generare orfani? Sembra che l’Italia sia incapace di affrontare il momento storico senza scivolare nell’odio etnico (fattore di aggressività controproducente) o nella pacchianeria ideologica del progressismo più violento (fattore di aggressività ideologica al contrario). La politica mostra sintomi di un malato ossessivo compulsivo, anzi ossessionato, monomaniaco, con impellenza ostinata e melvilliana, quasi biologica: ora il gender, ora lo ius soli – in attesa dello ius cogitandi: sarà sufficiente pensare al Bel Paese per divenire automaticamente italiani. Almeno il capitano Acab nel suo intento ossessivo si disinteressa del proprio futuro, perché condizionato compulsivamente da un fine preciso, magari per alcuni idiota, ma non a detrimento del proprio Paese. Oggi il gubernator medio conduce direttamente la nave a picco senza troppi fronzoli e nemmeno fini decenti.
Ma il futuro dell’Europa riposa in una lealtà rinnovata verso le nostre tradizioni migliori, non in un universalismo spurio e malsano, che impone la perdita della memoria e il ripudio di sé.
Anche se le nostre università, da scrigni di sapienza quali erano nel medioevo, sono diventate agenti attivi della distruzione culturale, dobbiamo assumerci le nostre responsabilità ed essere fieri e consapevoli di essere ancora popoli liberi: è la libertà ad accomunarci come ci accomuna l’aria che respiriamo, come un tempo fu la necessità a farci uscire dal neolitico. Penso che i popoli europei si amino più di quanto non si voglia far credere, dovremmo ascoltare i sentimenti del disprezzato popolino. Quei contadini che si scannarono nell’immenso macello di cui ricorrono i cento anni, la Grande Guerra, avevano molte più cose in comune fra loro, di quante ne abbiamo noi oggi con una qualsiasi risorsa ambulante richiedente asilo oggi.
Ormai lo hanno capito anche i portaborse dell’Inguscezia che gli euro burocrati lavorano a danno dei popoli europei. Allora, quale deve essere l’impegno di un movimento di pensiero “conservativo” nel ventunesimo secolo? Dobbiamo amarci l’un l’altro o morire! Non sto preconizzando con ciò un dolciume buonista e borgataro che costringa ad amarsi personalmente, ci mancherebbe, ma, se abbiamo a cuore la sopravvivenza dei nostri figli in qualità di eredi dei nostri padri, dobbiamo cominciare ad amare violentemente le nostre tradizioni, o almeno quanto ne resta. Dobbiamo trovare la forza di tirar fuori gli antichi valori dalla montagna di spazzatura sotto cui sono stati seppelliti dalle sciagurate generazioni sessantottine. Dobbiamo innescare quel coraggio che ci faccia confessare il peccato originale del conservatorismo continentale, che è un peccato in un certo senso di processione ipostatica. “Dio, Patria, Famiglia” deve diventare “Dio, Famiglia, Patria”, solo così potremo salvare il continente europeo dal nichilismo materialista e dalla dominazione islamica. Perciò sono convinto che il futuro dell’Europa sarà una società conservativa, democratica (che non esclude monarchie parlamentari) e religiosa. Il processo è già incominciato.
Lo va ripetendo da tempo il politologo americano Edward Luttwak: «Si sta rompendo un equilibrio. Le persone non possono più accettare un sistema che opprime le popolazioni, sono stufe marce di subire la presenza delle élite europee il cui unico pensiero è la globalizzazione della cooperazione. Sempre più persone vogliono difendere la propria identità, la propria tradizione, il proprio territorio». Ogni cittadino normale non può che percepire l’afflusso incondizionato di centinaia di migliaia di maschi in età militare come una minaccia. Scappano dalla guerra, quando è vero, se è vero (fatta esclusione per i Siriani), abbandonando donne, bambini e veri poveri, all’orrore da cui pretendono di liberarsi. Il risultato di questa dinamica non è la salvezza dei rifugiati, ma un cambiamento ontologico della nostra realtà quotidiana: le cose che riteniamo normali e diamo ormai per scontate sono in pericolo.
In Italia come in vari Stati europei la misura è colma, ma in aggiunta abbiamo da anni un governo che non è stato eletto da nessuno, e sarebbe anche ora di reagire. «Il vino si fa con l'uva, la democrazia si fa con le elezioni – dice sempre Luttwak – Ma non in Italia: tre consecutivi governi non eletti sono un fatto molto grave».
Che fare?
Una è la cultura europea, una è la nostra religione. E già i popoli hanno rigettato la religione dell’Euro. Ora è necessario ricucire la frattura fra popoli del Sud, che devono smettere di vergognarsi della propria superiorità storica e culturale, a fronte dell’arretratezza economica, e popoli del Nord, che non devono pretendere di mettere quella stessa cultura sul piano cartesiano della contabilità, ma sfruttare le proprie doti di onestà e dovere per sanare le ferite dei fratelli meridionali piegati dalla storia, ma forse, non ancora sconfitti.
Perché, se esiste ancora qualcosa da conservare, seguiamo Roger Scruton: «L’essere conservatore è desiderare l’equilibrio del proprio paese, preservarlo, garantirgli continuità, con l’unico fine di poterlo tramandare alle generazioni future». Ora, cos’è questo equilibrio? È la società come la definiva Burke, una partnership fra vivi, morti e non nati, un’associazione civile fra vicini, fra famiglie, senza che uno Stato ficchi il naso nel principio di sussidiarietà, e perciò insediarsi su una terra, costruire una casa e lasciarla ai propri figli, affinché la custodiscano per i loro. Conservare la nostra fede cattolica nell’unico vero Dio, conservare l’eredità classica con la sua filosofia assertivo-veritativa, unica in grado di sconfiggere il relativismo, e infine, conservare un fucile per ogni padre di famiglia. Un mio amico dice anche conservare la pazienza. Solo così potremo preservare la nostra libertà.
E cos’è la nostra libertà? L’opportunità di vivere la nostra vita come vogliamo dentro i cardini della legge e non contro di essa (si può fare non ciò che è lecito, ma tutto ciò che non è vietato), la libertà di pensare autonomamente e dire ciò che si pensa, la libertà di professarsi cristiani. La libertà è il privilegio di sedersi una zolla di terra e dire: questa è mia e guai a chi la tocca.

Non voglio presentare queste idee come idee di destra tout court, siamo stanchi almeno quanto Primo de Rivera della destra e della sinistra, non esistono più. Certamente, mi rendo conto, queste idee verranno percepite e presentate da un mainstream che ha ormai perso completamente aderenza con la realtà, come di destra o destra estrema o destra religiosa. Perciò, per semplicità, utilizziamo questo termine – Camillo Langone la chiamerebbe Destra Divina.
Per questo motivo sono convinto che presentarsi ad elezioni con un classico centro-destra formato dai vecchi partiti, potrà magari risultare vincente sul breve periodo, ma denota arretratezza politica e difetto tattico. È di vitale importanza tagliare i ponti con le vecchie logiche nostalgiche del ventesimo secolo e presentare una proposta politica fresca nella forma quanto antica nei valori. Non è ancora troppo tardi per salvare l’Europa, ma è il momento di dare una paurosa lezione a quei burocrati che credono che rubare le case dei Quiriti sia un’operazione facile. Ricordiamo loro che l’Agnello di Dio è anche il Leone di Giuda.

(fine)


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01 febbraio 2017

Dittatura finanziaria


di Gabriele Giansante

“L’euro è stato un errore”. Quando questa frase viene pronunciata da un populista qualunque è facilmente screditabile, ma quando a dirla è un premio Nobel per l’economia, rimbomba rumorosamente dalle sale di Montecitorio fino a Bruxelles, facendo sussultare gli eurofili. Oliver Hart, professore di Economia alla Harvard University, aggiungendosi ad altri sei premi Nobel anti-euro, ha concesso all’agenzia di stampa spagnola EFE un’intervista, nella quale afferma che “l’Unione Europea dovrebbe avviare un processo di decentramento che restituisca ai Paesi membri spazi di manovra. Forse l’Ue si è spinta troppo oltre nel centralizzare il potere. Se abbandona questa tendenza, l’Unione europea può sopravvivere e prosperare, ma in caso contrario potrebbe fallire”. Queste parole potrebbero far riflettere tutti gli eurofili, i quali, come dice il giovane filosofo Diego Fusaro, sono “vittime della sindrome di Stoccolma”: infatti, come gli ostaggi che, in mano ai sequestratori, tramite un processo inconscio finivano per simpatizzare con gli stessi, essi continuano a venerare l’euro, senza prendere in considerazione una possibile realtà al di fuori di esso. Inoltre, il premio Nobel Oliver Hart afferma che “i singoli Stati europei non sono sufficientemente omogenei per costituire una identità sola”, pertanto non è possibile pretendere che le economie di paesi totalmente diversi, vadano di pari passo.

Citando di nuovo l’intellettuale dissidente Diego Fusaro, “l’Europa è un progetto assassino”, una definizione che d’altronde non sembra del tutto fuori luogo se si analizzano le conseguenze che l’euro ha portato per il popolo greco, impoverito grazie all’austerity, sotto lo sguardo impassibile della troika. I provvedimenti imposti dall’Europa alla Grecia hanno avuto l’effetto di ridurre il numero dei posti di lavoro, danneggiare il sistema sanitario nazionale, creando profonde riduzioni salariali, contribuendo ad un aumento dei suicidi del 35% in 3 anni. Il tutto in spregio alla democrazia, poichè il risultato del referendum consultivo del 5 luglio 2015 è stato volontariamente ignorato, sottoponendo il popolo greco ad una vera e propria dittatura finanziaria nonostante esso l’avesse radicalmente rifiutata con il 61% dei voti.

Anche la situazione italiana risulta paradossale: siamo stati obbligati ad entrare nell’euro senza alcun referendum popolare, tramite un governo di centro-sinistra legato all’alta finanza (Bilderberg), che ha illuso la popolazione con false promesse: “lavorerete un giorno di meno e guadagnerete come se lavoraste un giorno in più”. E’ pertanto legittimo da parte del popolo italiano sentirsi defraudato da politici, che fra il 2001 e il 2002 hanno favorito l’entrata dell’Italia in un sistema finanziario in cui è il capitale a guidare le decisioni politiche degli Stati, annichilendo qualsiasi ideale di democrazia.

La strategia messa in atto dagli ideatori dell’euro è evidente: togliere sovranità nazionale agli Stati. Temere le conseguenze che si avrebbero uscendo dall’euro non è razionale: d’altronde, tutti i mali che si predicano in riferimento all’uscita da questa moneta unica, stanno avvenendo nel mentre in cui si resta all’interno di essa. Dunque alle prossime elezioni, se il popolo italiano avrà l’accortezza di ricordare quale schieramento politico ci ha fatto entrare in questo sistema monetario fallimentare, avrà il dovere di votare il partito il cui obiettivo primario sarà quello di riconquistare la sovranità monetaria persa, e fondare una politica monetaria, un ministero del Tesoro e una Banca Centrale appartenenti allo Stato italiano. Solo allora ci sarà la possibilità di uscire fuori dall’euro con i minori danni possibili.

http://www.motoretrogrado.it/2017/01/24/dittatura-finanziaria/

 

23 giugno 2016

Il fallimento dell'euro



In un articolo di qualche tempo fa avete potuto leggere un campionario di citazioni, di economisti di ogni orientamento ideologico e degli stessi padri nobili dell’euro (Prodi su tutti), che affrontano il tema dell’unione monetaria europea: tutti, senza esclusione alcuna, concordano sul fatto che essa è un progetto politico, non economico, destinato a rivelarsi economicamente insostenibile e a generare crisi interne all’Eurozona, rendendo molto più difficile la reazione a shock esterni. Puntualmente, tutto questo si è avverato: è quasi impressionante leggere le previsioni di Kaldor e confrontarle con la diagnosi della crisi operata dal vicegovernatore della BCE, Vitor Constancio, nel 2013: esse sono praticamente coincidenti.

Da cosa è determinata questa crisi? Per molti osservatori la causa risiede nel debito, ma non quello privato; la colpa è tutta dello Stato che ha generato un disavanzo pubblico abnorme(*): la Grecia, per esempio, ha scialacquato tutto per vivere al di sopra dei propri messi, senza che l'euro abbia colpe in merito. La Moneta Unica al contrario ci avrebbe dato non pochi benefici, come il “dividendo”.
Al contrario le citazioni sopra riportate dimostrano la falsità di queste opinioni, tendenziose e infondate: se si dimostra la fallacia dell'euro, si viene automaticamente definiti “estremisti” e “statalisti” (come se fosse un insulto!).

Perché questo accade? Siamo purtroppo ancora accecati da un liberismo “straccione”, eredità della Guerra Fredda, che rifiuta il ruolo dei pubblici poteri salvo poi invocarli quando si tratta di tappare i propri buchi con i soldi dei contribuenti. Ma c’è, soprattutto, il cancro del moderatismo, l’ansia di rifuggire dal cosiddetto “estremismo”, la chiacchiera vuota sulle “riforme sociali” che si tramuta poi nell’adesione prona e idiota ai paradigmi politico-culturali dominanti e al luogo-comunismo dei benpensanti. Vi è, al fondo, un irrisolto complesso di inferiorità, la brama di essere accettati – almeno in questo – dalla dittatura del politicamente corretto, la pigrizia culturale che porta a riposare sulle certezze acquisite e sulla comodità dell’opinione comune, piuttosto che dedicarsi allo sforzo intellettuale in cerca della verità.

Quant'altra gente deve crepare per farci capire che l'unione monetaria è divenuta insostenibile? Aspetteremo che il nostro Paese diventi completamente deindustrializzato? A quale livello da fame dovranno ancora scendere i nostri salari, per renderci "competitivi" nei confronti dei Paesi del Nord? Perché vedete l'effetto dell'euro è proprio questo: agli shock si reagisce con aggiustamenti di reddito, cioè con la distruzione della domanda interna (austerità), e la svalutazione del lavoro (vi dice niente il Jobs Act?). L'austerità non ci è stata imposta perché chi ci governa è particolarmente sadico, ma perché era necessaria, né più né meno, affinché l'Eurozona non andasse in pezzi.
E non vanno tralasciati, più in generale, i principi ispiratori dell'attuale costruzione europea, che ogni cattolico degno di questo nome dovrebbe rifiutare con fermezza. Insomma, non è una bella istantanea, anche per la destra cattolica, soprattutto italiana, che si palesa disarmante in queste situazioni. C’è spazio per un cattolicesimo integrale, che rifiuti il moderatismo e l’abbraccio mortale con certo liberalismo, ma che al tempo stesso non cada nelle paranoie complottiste e nel frazionismo estremista e suicida? E’ quello che, nel nostro piccolo, ci sforziamo di fare su questo blog, anche se intorno a noi il quadro non è sempre incoraggiante.

(*) La crescita a debito degli ultimi decenni, che molti attribuiscono alle "politiche keynesiane”, è avvenuta in realtà soprattutto perché il lavoro è stato remunerato sempre meno, con la conseguente crisi del risparmio privato e l’esplosione del credito (debito) al consumo. Nell'Eurozona, tale fenomeno è stato ulteriormente accentuato dalla moneta unica, con un enorme debito (soprattutto privato) contratto dai Paesi periferici con quelli più forti (è il c.d. ciclo di Frenkel, che per i non specialisti è illustrato qui con brillante ironia da Alberto Bagnai). La spesa pubblica interviene semmai proprio per supplire alla carenza di domanda privata, e l'attuale crisi dell'Eurozona, come quella del 1929, è proprio una crisi di domanda. A proposito di retribuzione del fattore lavoro, peraltro, ricordo a tutti che il Catechismo di San Pio X (non proprio un pericoloso bolscevico) include, tra i peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio, l’oppressione dei poveri e la defraudazione della mercede degli operai.
 

06 luglio 2015

Grecia. Finisce il regime dei prestatori di denaro.


di Francesco Filipazzi

Il referendum greco, a prescindere dai giudizi che si possono dare nel merito, porta con sé delle conseguenze collaterali che meritano attenzione, in quanto il rapporto fra stati membri e organismi dell'Unione Europa ne esce cambiato. 

Figli schiavizzati dai debiti dei padri
 
Fino ad oggi ciò che usciva dalle aule sorde e grigie di Bruxelles aveva la valenza di un editto imperiale, di fronte al quale nessuno poteva opporsi, che fosse un privato cittadino o un primo ministro regolarmente eletto. Tutti dovevano chinare la testa di fronte a istituzioni sconosciute e lontane che, nonostante più volte i popoli si siano espressi contrariamente alle loro linee (si pensi ai francesi che hanno cestinato la costituzione europea) hanno sempre proseguito imperterriti, grazie alle burocrazie e alle classi politiche asservite dei singoli stati, nel loro progetto anti democratico.
La stessa introduzione dell'Euro non fu democratica, ma frutto di manovre di palazzo, dove i popoli che si erano scelti rappresentati sbagliati si sono trovati in difetto. L'Italia di Prodi in primis. L'Unione Europea quindi nasce e cresce con logiche contrarie alla volontà popolare, schiacciandone ogni anelito di libertà e pianificando l'economia del continente in maniera sovietica, cancellando i diritti dei lavoratori e degli imprenditori, distruggendo la classe degli agricoltori e dei pescatori, pianificando l'ingresso di milioni di immigrati al solo scopo di procurare manodopera a basso costo alle multinazionali. Gli unici a prosperare sotto il governo di Bruxelles sono stati e sono i banchieri, i prestatori di denaro. Gli stati moderni sono infatti progettati e strutturati in modo tale da produrre anno dopo anno debiti enormi che difficilmente possono essere pagati.
L'Italia ha un debito di oltre 2 mila miliardi di euro, la Francia sfiora i 3 mila, mentre la Germania nei prossimi anni arriverà a 4 mila. Oltre oceano, per fare un esempio, troviamo gli Stati Uniti che hanno un debito di 18 mila miliardi di dollari. Ogni stato moderno quindi è indebitato fino al collo per generazioni e generazioni. Le banche sono le principali creditrici degli stati e le classi politiche che hanno creato i debiti in questione sono state fautrici della schiavitù monetaria odierna. Certo, questo ha permesso a molti di vivere al di sopra delle proprie possibilità, ma indebitando i propri figli, nipoti e bisnipoti i quali dovranno pagare i debiti dei loro antenati
In uno scenario del genere un qualsiasi stato non ha libertà di movimento e deve sottostare al circolo vizioso del debito, per non fallire e non creare il caos. La stessa Angela Merkel non è altro che un ostaggio delle banche tedesche e tutto ciò che la cancelliara fa, è in funzione del loro interesse.
Si è creata insomma una daneistocrazia, un regime di prestatori di denaro, prefigurato e descritto da Ezra Pound decenni fa. 

Fine del modello daneistocratico
 
Il modello sopra descritto è dunque messo in discussione da Alexis Tsipras e dal suo referendum. Il popolo greco ha semplicemente stabilito che un debito con tassi simili a quelli dell'usura, strutturato in modo tale da non essere pagabile, non è sostenibile. Le misure lacrime e sangue proposte dall'Unione Europea, costituite dalla creazione di altri debiti per pagare i debiti, a fronte di rendere la Grecia simile più a un vasto campo di prigionia che a un paese civile, non sono accettabili se il popolo non le vuole.
Si badi bene, Tsipras per come pone la sua dialettica, volta comunque alla richiesta di denaro, non è assolutamente un elemento risolutivo al problema, ma la sua richiesta di democrazia e il sostegno popolare ricevuto, costituisce la novità di tutto il processo.
L'UE e l'euro non sono compatibili con la democrazie e al solo sentire parlare di parere del popolo, i burocrati stanno male, svengono. Però non possono ignorare che da oggi è passata l'idea che il “ce lo chiede l'Europa” tanto sbandierato in questi anni dai servi dell'usura internazionale non ha più diritto di cittadinanza. Da oggi la cara “Europa” (termine peraltro abusato, perché l'Europa è la nostra Patria, non certo questo schifo) continuerà a chiedercelo, ma noi possiamo anche dire di no. 

Conseguenze indirette

Come detto, da oggi con le direttive europee possiamo benissimo fare un falò, il che torna utile nella nostra battaglia all'ultimo sangue contro tutte le imposizioni anti umane e anti etiche che arrivano dalle aule sorde e grigie.
Qualche tempo fa siamo stati bombardati dai media con i vari “ce lo chiede l'Europa” in merito ai matrimoni gay e diritti vari, perché un paese civile e al passo con i tempi, degno di far parte dell'Ue deve per forza piegarsi alle direttive centraliste anche in campo etico e morale. Dobbiamo per forza, visto che “ce lo chiedono” piegarci al genderismo più bieco, indottrinare i figli nelle scuole pubbliche permettendo loro di essere praticamente violentati, permettere l'abominevole pratica dell'utero in affitto e chissà quali altre porcherie si inventeranno.
Tutto perché la religione di stato della daneistocrazia è il culto del gender, in cui il corpo diventa oggetto di consumo comprato e controllato dal capitale. Bene, da oggi a questi “richiedenti”, possiamo rispondere con una bella pernacchia rifilando loro un bell'OXI in mezzo ai denti. E' stata abbattuta la prerogativa di vita e, soprattutto, di morte su centinaia di milioni di persone da parte di quattro grigiocrati. Finalmente.
 

03 luglio 2015

Referendum greco: il coraggio della sovranità o la capitolazione



di Fabio Petrucci

Tra i toni allarmati dei TG e l'ansia delle cancellerie europee si avvicina il giorno del referendum che, in un modo o nell'altro, segnerà il destino del popolo greco. Sia nel caso di vittoria del sì che nel caso di affermazione del no, la crisi greca appare ormai giunta ad un punto di svolta decisivo. Il successo del sì equivarrebbe ad una sostanziale sconfessione del governo Tsipras, la cui tenuta verrebbe messa immediatamente in discussione. Con molta probabilità il sì spianerebbe la strada alla restaurazione dell'equilibrio politico precedente alla vittoria di Syriza, con una Grecia piegata nuovamente ai dettami della Troika, finora rivelatisi un completo fallimento. Viceversa, il successo del no, espressione al tempo stesso di disperazione ed impavido spirito patriottico, offrirebbe al governo la spinta propulsiva necessaria per non cedere ai ricatti della Troika e di una sempre meno dialogante signora Merkel. Nel primo caso si tratterebbe di una disfatta per tutto il fronte che in Europa avversa l'austerità (e in molti casi anche l'euro); nel secondo caso di un evento capace di innescare reazioni a catena dagli esiti imprevedibili. Molto è stato detto e scritto sull'aspetto finanziario della crisi greca, ma a fare da cornice alla questione del debito ci sono implicazioni di politica internazionale tutt'altro che irrilevanti. Sulla Grecia non si agitano solo i dubbi relativi all'austerità, al default ed all'euro, ma anche quelli connessi al posizionamento geopolitico del paese ellenico: la Grecia è infatti uno Stato membro della NATO che però ha iniziato a guardare ad est con insistenza crescente. 

In politica estera il governo Tsipras ha manifestato subito una certa tendenza sovranista, muovendosi con particolare audacia nei rapporti con la Russia ed il blocco BRICS di cui essa fa parte. Artefice ed ispiratore di questa politica è certamente il ministro degli esteri Nikos Kotzias, studioso di relazioni internazionali e convinto assertore delle istanze multipolari. A spingere sull'acceleratore dell'avvicinamento alla Russia è poi Panos Kammenos, ministro della difesa e capo del partito di destra dei Greci Indipendenti. Nel suo caso le accentuate tendenze filorusse trovano fondamento nell'antico richiamo nazional-religioso alla fratellanza ortodossa: Russia e Grecia sono infatti due dei principali poli della cristianità orientale. Nel paese ellenico, in cui la fede ortodossa è ancora oggi religione di Stato, esiste una diffusa simpatia popolare verso la Federazione Russa. Va inoltre ricordato il grande afflato patriottico della Chiesa ortodossa greca, che in questi anni è arrivata a definire la Troika «una forza d'invasione straniera». Anche verso il governo guidato dal non credente Tsipras la Chiesa non si è tirata indietro, tanto che l'arcivescovo di Atene Ieronymos II ha proposto di usare i fondi ricavati dalle proprietà ecclesiastiche per contribuire al pagamento del debito. In sostanza, l'avvicinamento della Grecia alla Russia, oltre ad essere dovuto a chiare ragioni di ordine politico-economico, è facilitato dalla speciale comunanza culturale e spirituale tra i due paesi.

In quest'ottica di avvicinamento alla Russia si comprende la netta opposizione del governo greco alle sanzioni europee contro il Cremlino. Sulla crisi ucraina la Grecia è - insieme all'Ungheria - tra i paesi dell'UE maggiormente critici verso il sostegno assicurato a Kiev dall'Occidente. E se la crisi ucraina ha provocato l'abbandono europeo del progetto South Stream, è proprio sulla questione dei gasdotti che Tsipras ha concluso una prima importante intesa con Putin. È infatti di pochi giorni fa la firma dell'intesa che allargherà il progetto del cosiddetto Turkish Stream alla Grecia, consentendo ad Atene di avvalersi di 5 miliardi di euro di anticipo. Si stima che l'intesa potrebbe favorire la creazione di 20.000 posti di lavoro nella sola Grecia, nonché aprire la strada ad ulteriori collaborazioni con il colosso russo Gazprom, specie nello sfruttamento degli idrocarburi nelle aree della Grecia occidentale e di Creta.

Oltre alla Russia un altro potenziale sbocco orientale di Atene potrebbe essere la Cina. Pechino è da tempo in trattativa per l'ottenimento della completa gestione del porto del Pireo. Qualora l'intesa fra i due governi dovesse concretizzarsi, il porto greco potrebbe trasformarsi in uno snodo commerciale di primaria importanza nel Mediterraneo, rendendo la Grecia partecipe del progetto della “nuova via della seta”. Russia e Cina inoltre hanno dichiarato di essere pronte ad aiutare finanziariamente la Grecia attraverso la neonata Nuova Banca dello Sviluppo (NDB), un istituto che nei prossimi anni potrebbe porre fine al predominio occidentale sui mercati finanziari. Il tema della possibile adesione della Grecia alla NDB è stato fissato nell'agenda del summit BRICS 2015 che si terrà ad Ufa, in Russia, il 9 e 10 luglio, anche se è abbastanza evidente che la discussione dipenderà in gran parte dall'esito del referendum. Quel che è certo è che la vittoria del no potrebbe dare al governo la forza necessaria per proseguire lungo la via che conduce ai BRICS, aprendo uno scenario interessante anche per gli altri paesi dell'Europa mediterranea colpiti dalla crisi dell'euro, tra cui l'Italia.

In definitiva, la partita greca non investe solo i già delicati equilibri finanziari dell'eurozona, ma si inserisce in una più complessa trama geopolitica che vede Stati Uniti ed Unione Europea ancora una volta andare a braccetto, con sullo sfondo la Russia e la Cina. La vittoria del sì non rappresenterebbe un grosso sospiro di sollievo solo per la Troika e Angela Merkel, ma anche per Obama e gli strateghi della Casa Bianca. In fin troppe occasioni USA ed UE hanno dimostrato di non amare chi non si arrende alla loro prepotenza. Questo è già di per sé un argomento sufficiente per sperare nel no. Un no che vuol dire amor patrio e sovranità nazionale. Quindi Forza Grecia, grida con voce ferma: OXI!

 

16 febbraio 2015

14 gennaio 2015

Su crisi ed euro i cattolici hanno la (Nuova) Bussola impazzita

di Marco Mancini

[AVVERTENZA: di seguito è riportata una serie di citazioni, la cui lettura è caldamente consigliata. Chi non avesse tempo e/o voglia di farlo può scendere direttamente al commento]

“Sotto questo sistema, come gli eventi hanno dimostrato, alcuni paesi tenderanno ad acquisire crescenti (ed indesiderati) surplus commerciali nei confronti dei loro partner commerciali, mentre altri accumulano crescenti deficit. Ciò porta con sé due effetti indesiderati. Trasmette pressioni inflazionistiche da alcuni membri ad altri; e mette i paesi in surplus nelle condizioni di fornire finanziamenti in automatico ai paesi in deficit in scala crescente. […] E’ per questa ragione che in un’area valutaria comune, o in un sistema di valute convertibili con cambi fissi, le aree che crescono di più tendono ad acquisire un vantaggio competitivo cumulativo rispetto alle aree che crescono a tassi inferiori (Nicholas Kaldor, 1971)
 

12 agosto 2014

Le balle degli "intraprendenti" liberali pro-euro

di Marco Mancini

Tra i fenomeni che ci capita di osservare nella variegata fauna del mondo politico-culturale, quello dei liberali pro-euro è sicuramente uno dei più stravaganti. Si tratta di quella categoria umana che, ossessionata dal terrore che lo Stato “stampi moneta” per finanziare la demoniaca “spesa pubblica improduttiva” e convinta da Milton Friedman che tutto questo possa generare la terribile e pericolosa “inflazione”, preferisce non solo affidare le chiavi della politica monetaria ai burocrati di Francoforte piuttosto che ai propri rappresentanti eletti, ma soprattutto accetta di buon grado che il prezzo della moneta, che come tutti i prezzi dovrebbe liberamente rispondere alla legge della domanda e dell’offerta, sia invece “amministrato” e fissato per decreto in pieno stile sovietico. Insomma, per difendere il portafoglio si può anche rinunciare ai principi del liberalismo. Chiaro però che, quando da “liberali” ci si trova a difendere l’irresponsabilità del potere di un cervellone burocratico decisamente lontano dai cittadini e un sistema di prezzi amministrati, si incorra in qualche contraddizione, che i “libberali de noantri”, volenti o nolenti, sono costretti a superare nel più classico dei modi, ovvero attraverso la menzogna e la disinformazione.
 

29 maggio 2014

Consigli fraterni e italiani a Giorgia Meloni

di Federico Catani
Francamente ci aspettavamo di più. Il 3,66 % ottenuto da Fratelli d’Italia-Alleanza Nazionale alle elezioni europee di domenica scorsa non ha permesso ai suoi candidati di andare a Strasburgo. Un vero peccato. Certo è che, rispetto alle elezioni del 2013, gli elettori sono abbondantemente raddoppiati, diventando 1 milione, e in ben 350mila hanno dato la loro preferenza a Giorgia Meloni. Un risultato, questo, che incoraggia a non mollare e ad andare avanti. E proprio perché bisogna proseguire per la strada intrapresa, il sottoscritto si permette, da italiano, di dare alcuni consigli fraterni alla Meloni e alla classe dirigente di FdI-An, specialmente dopo alcuni gravissimi errori (ma sarebbe meglio dire colpe) commessi.

L’idea di costruire un Partito della Nazione, che sia erede della gloriosa storia del Movimento Sociale Italiano, è ottima. L’Italia ha infatti urgente bisogno di ricostruire la destra, quella vera. Il richiamo ad Alleanza Nazionale è pure buono, se con essa ci si vuole rivolgere a tutti quegli italiani innamorati del proprio Paese, purché ovviamente, non ci si snaturi troppo. Sappiamo tutti, infatti, come e perché è finita An e c'è da dire che anche alcune premesse della neonata formazione politica lasciano alquanto a desiderare… C'è da chiedersi però come mai tanti elettori di destra abbiano votato, in questa tornata elettorale, Lega Nord. I dirigenti di FdI-An dovrebbero farsi qualche domanda e trovare pure facili risposte. È del tutto evidente, infatti, che l’ottimo Matteo Salvini ha giocato all’attacco, sin da subito, mentre la Meloni ha inseguito e arrancato. Certamente bisogna considerare che il primo congresso di Fratelli d’Italia-An è stato celebrato solo il 9 marzo, mentre la Lega è già rodata. D’altra parte, è comunque innegabile che molte prese di posizione forti (vedi ad esempio la battaglia contro l’euro) sono arrivate un po’ tardi e sono state anche un po’ troppo sotto tono e scarsamente motivate, cosicché non hanno convinto appieno l’elettorato di stampo conservatore. Per ripartire con slancio e rinnovato vigore, occorre quindi tenere a mente alcuni punti fermi.

Innanzitutto, visto anche l’esito delle ultime elezioni a livello europeo, è necessario rafforzare convintamente e decisamente le posizioni euroscettiche. Dire NO all’euro, all’Europa delle banche, della finanza, del Gruppo Bilderberg, dei poteri forti e della massoneria è ormai un imperativo morale per una formazione che voglia essere autenticamente di destra. Bisogna rivendicare la sovranità nazionale in tutti i campi, compreso quello monetario, per costruire la vera Europa, quella dei popoli e delle nazioni. La Lega su questo è stata chiara e coerente, non ha ceduto a tentennamenti né a sciocche paure di impopolarità e difatti ha ottenuto consensi. Un partito della Nazione che si rispetti non può che fare altrettanto e non può che distaccarsi con forza dal PPE. Sarà la storia a dar ragione agli euroscettici, dobbiamo starne certi. Per cui, avanti su questa strada, con convinzione.

Altro punto su cui non si può restare indietro sono i quesiti referendari che la Lega propone. Su immigrazione, legge Mancino, legge Fornero e anche, perché no, sulla prostituzione, Fratelli d’Italia-Alleanza Nazionale non deve restare alla finestra. Anzi, c’è da chiedersi perché finora tutti sono rimasti a guardare. Si tratta infatti di battaglie tipicamente destrorse. Un partito della Nazione non può non contrastare amnistie, decreti “svuota-carceri”, immigrazione clandestina, discriminazioni positive degli extracomunitari e via discorrendo. E non deve nemmeno dimenticare la giustizia sociale e l’attenzione verso i più deboli. La destra italiana è stata sempre anche sociale, non dimentichiamolo. Sulla scorta di tutto ciò, anche per ricostruire un polo di “destra-centro” credibile, occorre collaborare con Matteo Salvini. E questo, pare lo si sia capito. Il modello, oltre al Front National di Marine Le Pen, dovrebbe essere il partito Fidesz del premier ungherese Viktor Orban, sebbene si collochi nel Partito Popolare Europeo.

Non si può poi tralasciare il Cattolicesimo. Certo, i tempi che corrono, soprattutto Oltretevere, non sono entusiasmanti. Ma una autentica destra italiana ha il dovere di attuare fattivamente la dottrina sociale della Chiesa. Su questo punto FdI-An sembra aver fatto più enunciazioni di principio che altro, mettendo in secondo piano battaglie che oggi sono vitali. Anzi, con lo squallido voto a favore del divorzio breve, il partito si è macchiato di una gravissima colpa, che esige subito una riparazione. Il vecchio Msi era contro il divorzio e l'unità della famiglia è sempre stata un punto cardine dei programmi delle destre: vergogna La Russa! Vergogna Meloni! Se si è contro questa Europa di massoni e speculatori finanziari, lo si è anche perché questa Europa non è quella di Carlo Magno, né quella di s. Pio V o del b. Innocenzo XI, ma un’Europa che mira alla creazione di una Res Publica giacobina e sincretista, in cui ogni differenza viene annullata in nome di un mondialismo senz’anima che disgrega i valori della civiltà cristiana. All’Europa del denaro e del mercato, si deve opporre quella dello spirito cavalleresco e crociato, quella, per l’appunto, degli Stati nazionali cattolici e dei Comuni. Giorgia Meloni e collaboratori dovrebbero essere molto, ma molto più attivi nell’ambito dei temi etici, dalla difesa della vita a quella della famiglia (la famiglia naturale e indissolubile, fondata sul matrimonio!!!), dall’opposizione all’ideologia del gender alla lotta contro la dittatura omosessualista: peraltro si tratta di battaglie di buon senso, condivisibili anche da chi cattolico non è. Vi sarebbero tante possibilità di organizzare incontri, conferenze, scuole di formazione, in collaborazione con tante buone associazioni cattoliche non progressiste che potrebbero dare una mano: perché lasciare questo merito ai neodemocristiani del Nuovo Centrodestra, che governano con Renzi e difendono questa Unione Europea all’insegna di un deleterio moderatismo?

Importante è anche la politica estera, da fondare sugli interessi nazionali e non su quelli di altri Stati. Ridimensionare l’occidentalismo filo-Usa e filo-Israele, senza peraltro diventare filoislamici, è oggi indispensabile: si cerchi invece una visone più ampia, equilibrata, consona alle sfide e agli scenari attuali.


Concludo ricordando l’importanza della cultura e della formazione delle giovani generazioni. Si studi la storia, la politica, il diritto, l’economia, la filosofia e la letteratura. Si dia spazio alla cultura controcorrente e contro-rivoluzionaria, senza temere di essere politicamente scorretti. Un tempo nelle sezioni del Msi si leggeva Codreanu (ma a me piacerebbe recuperare soprattutto il Cattolicesimo di stampo franchista e salazarista). E oggi? Tutti borghesi in doppio petto? Si compiano poi studi e ricerche di livello sui grandi problemi del mondo e dell’ora presenti, per evitare di parlare a suon di meri slogan. 

Abbiamo bisogno di recuperare l’orgoglio di essere italiani, di tornare a sventolare in ogni occasione il Tricolore (non solo alle partite di calcio) e di inculcare in tutti, specie ai giovani, l’amore per la Patria. Ecco, Fratelli d’Italia-Alleanza Nazionale deve recuperare il mai passato slogan: Dio, Patria, Famiglia. Se non lo farà,  e se non si porrà alla testa di una riscossa nazionale e di una purificazione morale del popolo, sarà solo un fallimento. 
 

23 maggio 2014

Elezioni Europee: perché votare Fratelli d'Italia

di Marco Mancini

Come è noto, questa domenica (dalle 7 alle 23) si terranno le elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo. Per quanto riguarda i 73 eurodeputati italiani, sono in lizza ben 11 liste. In questi giorni, diversi siti e/o blog cattolici hanno passato in rassegna i voti espressi dai parlamentari uscenti su alcune questioni di particolare rilevanza, concernenti i principi non negoziabili. Ne è emerso un quadro in chiaroscuro: a fronte di una sinistra (PD compreso) completamente prona ai dettami dell’agenda liberal, hanno mostrato maggiore affidabilità i deputati europei appartenenti al Nuovo Centrodestra, a Fratelli d’Italia, alla Lega Nord, in parte (ma solo in parte) a Forza Italia.

Un’operazione del genere è senz’altro meritoria e utile per orientare le espressioni di voto dei cattolici, specie in un’elezione come quella europea, dove è utilizzabile anche l’arma delle preferenze. Tuttavia, per quanto importante sia la questione dei principi non negoziabili, essa non può essere l’unico criterio alla luce del quale compiere la propria scelta elettorale. A parità di (molto relativa) affidabilità su questi temi, è la visione politica complessiva che va presa in considerazione.

Trattandosi di elezioni europee, non si può non fare i conti con la questione cruciale del rapporto con il processo di integrazione e, in particolare, con il suo frutto più avanzato e più discusso: la moneta unica. Tra gli altri, Roberto de Mattei ha denunciato con lucidità, in particolare in un libretto intitolato “L’euro contro l’Europa”, il disegno giacobino e tecnocratico alla base dell’intera costruzione eurocratica. L’euro ne è senz’altro il segno più evidente, anche se non l’unico: una moneta senza Stato, un’operazione chiaramente insostenibile dal punto di vista economico ma imposta con l’obiettivo di giungere, attraverso una successione di crisi, a una surrettizia unione “politica” (sarebbe meglio dire tecnocratica) europea e allo svuotamento della sovranità degli Stati. Sull’altare dell’ideologia è stata così sacrificata la realtà, con un cinismo e una crudeltà inauditi: l’esempio della Grecia, condannata a una spaventosa regressione delle condizioni di vita dalla cura di “austerità” imposta da Bruxelles, è qui a dimostrarlo.

Si tratta, dunque, di un terribile esperimento totalitario giocato sulla pelle dei popoli europei, anche di quello italiano. Non si tratta solo di Grecia, infatti: a rischiare di crepare sotto i colpi degli eurocrati ci siamo anche noi, immersi in una crisi di cui non si vede ancora la fine, nonostante le ridicole spacconate del noto “delinquente politico” (Giorgio Airaudo dixit) Matteo Renzi. Va respinto al mittente, dunque, il patetico tentativo di narcotizzare gli elettori, spaccando il fronte del dissenso e comprando consenso a buon mercato, operato con il celebre provvedimento sugli “80 euro”.

Un cattolico che non abbia presente tutto questo, che non percepisca con chiarezza il contributo offerto da questa Unione Europea al processo di dissoluzione mondialista, che non senta la necessità di combattere per difendere e tutelare la dignità e le condizioni di vita del proprio popolo e dei popoli del Vecchio Continente in generale, non è evidentemente in grado di decifrare quelli che San Giovanni XXIII chiamava i “segni dei tempi”. Non si può affermare in maniera perentoria (e a ragione) il diritto alla vita dei nascituri e poi approvare senza riserve la criminale gestione della crisi dell’Eurozona da parte delle istituzioni europee. Non si può affermare di combattere l’ideologia del gender e non accorgersi che una delle centrali principali da cui essa promana è proprio l’eurocrazia di Bruxelles.

La vera linea di conflitto non è più (solo) tra Destra e Sinistra, ma tra chi continua a sostenere e puntellare un sistema che sacrifica la realtà sull’altare di un’ideologia perversa e chi, in nome della sovranità dei popoli e degli Stati, ma anche di un sano realismo, decide di dire finalmente basta. E in questa battaglia, piaccia o no, forze come il Nuovo Centrodestra sono dall’altra parte della barricata: chi, come i Mario Mauro della situazione, crede che l’UE attuale sia ancora l’Europa “vaticana” di De Gasperi o Adenauer è nella migliore delle ipotesi uno sprovveduto, nella peggiore un volgare falsario. Per lo stesso motivo non voterò Forza Italia, nonostante nelle sue liste vi siano candidati stimabili, come il gasparriano Sergio Silvestris nella Circoscrizione Sud (lo consiglio ai berlusconiani accaniti): mi dispiace, ma a questo giro la questione europea è dirimente e l'ex Cavaliere sul punto è decisamente troppo tentennante.

Due partiti hanno espresso, nel corso di questa campagna elettorale, una chiara posizione critica nei confronti dell’UE e dell'euro: la Lega Nord e Fratelli d’Italia-AN. Il partito di Salvini è stato il primo a scagliarsi a spada tratta contro la moneta unica e candida nelle sue liste Claudio Borghi Aquilini, protagonista della battaglia anti-euro. Per quanto mi riguarda, tuttavia, mi orienterò verso Fratelli d'Italia-AN, per le ragioni che esporrò di seguito. Già prevedo le solite obiezioni, provenienti dai soliti puristi ideologici: eh, ma la Meloni ha votato tutti i Trattati europei! Eh, ma la loro è solo una strategia per acchiappare voti! Eh, ma c’hanno Alemanno e La Russa! Mi limito a quelle più intelligenti, perché in questi giorni sui social network capita di leggerne “di ogni” (Nicole Minetti, cit.): si è particolarmente distinto un irriconoscibile Roberto Fiore che, nella sua personale crociata contro i rivali meloniani, ha finito per montare un caso ridicolo sulla candidatura di un cittadino rumeno nella lista di FdI alle amministrative di Tivoli. Sparate da destrismo terminale o, come è stato scritto, da “nazisti dell’Illinois”, di chi impedirebbe di candidarsi al consiglio comunale persino a Pound o a Codreanu redivivi, di chi - evidentemente - ha fatto tabula rasa della vocazione "integrazionista" e "civilizzatrice" (in una parola, romana) del fascismo italiano per votarsi all'ideologia nordica del Blut und Boden.

Dicevamo delle obiezioni (più) intelligenti. La Meloni ha votato i Trattati europei e ora fa l’anti-euro per acchiappare voti? Alemanno e La Russa fanno le puzzette? E anche se fosse? Il voto non serve a dare lustro al candidato perfetto, né può valere l’ingenuo criterio di votare solo chi rispecchi totalmente le nostre posizioni, senza riguardo per le reali possibilità delle forze in campo. In politica, sano realismo vuole che si giochi con le carte che si hanno a disposizione e non con quelle che vorremmo avere. A mossa strategica si risponde con voto strategico. Il nostro suffragio a Fratelli d’Italia serve proprio a dare un segnale: bravi, siete sulla strada giusta e per questo ho deciso di premiarvi. Non bisogna sposare la Meloni, ma tentare di influenzare il processo politico in corso. In questo senso, riuscire a superare l'asticella dello sbarramento al 4% sarebbe decisivo.

Il voto a Fratelli d’Italia, dunque, ha certamente il significato di una scelta di campo “europea”, ma anche un valore politico interno: l’obiettivo è coagulare consenso a favore di un nuovo blocco nazionale e popolare, nella speranza che questo ennesimo tentativo non si risolva nel solito fallimento. Sotto questa luce, emergono chiaramente tutti i limiti della proposta politica della Lega Nord, che per ovvie ragioni Partito della Nazione non potrà mai essere. Né vanno sottaciute le ragioni identitarie, dal momento che il partito della Meloni si pone idealmente come erede della lunga e peculiare storia politica della destra italiana (prova ne sia la fiamma che, per quanto piccola, è tornata a fare capolino nel simbolo). Che la rappresenti più o meno degnamente, specie sul piano della cultura politica, si può discutere, ma, pur senza nutrire soverchie illusioni, riteniamo che per chi non ha intenzione di morire democristiano si tratti, allo stato attuale, di una delle poche carte (per non dire l’unica) a cui affidarsi.

Tutti alle urne, dunque: per dire no all’Europa dei burocrati e a una moneta senza Stato, per dire sì a una nuova Destra nazionale e popolare, per difendere la dignità e l’interesse dell’Italia e l’avvenire dei nostri figli.  
 

27 marzo 2014

Euro: a Ballarò va in onda la disinformazione di regime

di Marco Mancini

L’altra sera ho commesso il madornale errore di sintonizzare il televisore su Raitre, per seguire “Ballarò”. Il fatto che Floris avesse invitato ancora una volta i soliti amiconi (il repubblicone Giannini, il vicepresidente di Confindustria Regina, l’economista Quadrio Curzio, etc.) avrebbe dovuto mettermi sull’avviso, ma visto che si parlava di euro, peraltro all’indomani della buona affermazione del Front National alle amministrative francesi, ho pensato che ne valesse la pena. Ovviamente mi sbagliavo.
 

14 marzo 2014

Renzi, teleimbonitore al servizio dell'eurocrazia

di Marco Mancini

#Lasvoltabuona è arrivata. Matteo Renzi ha presentato, nel corso di una pirotecnica conferenza stampa, le misure che il suo governo adotterà nel corso dei prossimi mesi. Tra quelle più importanti, un decreto-legge e una legge delega sulla riforma del mercato del lavoro (il famoso Jobs Act), il pagamento totale dei debiti della PA entro l’estate (22 miliardi sono già stati pagati da Letta, ne mancano altri 68) e, soprattutto, una drastica riduzione dell’IRPEF sui redditi da lavoro dipendente inferiori a 25000 euro annui. Un’operazione dal costo di circa 10 miliardi l’anno, che garantirebbe circa un centinaio di euro in più in busta paga ai lavoratori interessati.
 

04 novembre 2013

Altro che populisti! Caro Letta, è l'Europa a distruggere se stessa

di Marco Mancini

Il 1° novembre, giorno di Ognissanti, sei quotidiani dei principali Paesi europei – per l’Italia, la laicissima “Stampa” – hanno pubblicato l’intervista rilasciata dal presidente del Consiglio italiano, Enrico Letta.
 

25 settembre 2013

La Merkel straccia tutti, ma l'Italia sta a guardare

di Marco Mancini

Angela Merkel ha vinto le elezioni tedesche. L’esito del voto è innanzitutto un successo personale della cancelliera uscente, del rigore con cui ha gestito in questi anni la crisi europea difendendo l’interesse nazionale del suo Paese, della fermezza con cui ha tenuto la barra diritta, navigando tra le pressioni della sinistra per un maggiore impegno della Germania a favore degli Stati più deboli e l’insofferenza degli ambienti conservatori più riottosi nei confronti della moneta unica.
 

22 giugno 2013

La Grecia, Carl Schmitt e la destra che non c'è

di Marco Mancini per barbadillo.it

Ce l’eravamo dimenticata, come se un tasso di disoccupazione al 27% e un Paese sull’orlo del baratro fossero solo un brutto incubo, dal quale ci eravamo finalmente svegliati. Del resto, i media ne hanno taciuto per un po’: tutto va bene, il governo di unità nazionale fa miracoli, lo spread cala, il deficit migliora, viva la Troika.
 

21 giugno 2012

"La Merkel ha ragione"... ma anche no!


di Marco Mancini
Ieri il nostro Luca Gili ha detto la sua sulla crisi dell’euro, presentandoci il nuovo libro di Thilo Sarrazin e difendendo la posizione della Germania, restia a pagare per salvare le spendaccione cicale del Sud Europa, di cui – ovviamente – facciamo parte anche noi.
 

20 giugno 2012

Un libro di Thilo Sarrazin e alcuni vescovi che non sanno più che pesci pigliare


di Luca Gili
Tempo fa mi ero ripromesso di presentare al lettore di Campari e De Maistre l'ultimo libro di Thilo Sarrazin, L'Europa non ha bisogno dell'Euro. In che modo un sogno politico ci ha condotti alla crisi. Il libro è già uscito un mese fa e mi recai a comprarlo qui a Bruxelles il primo giorno in cui era disponibile. Poi, preso dagli impegni, ho trascurato questo mio proposito. Ci ritorno ora per una notizia di attualità. 
 

19 giugno 2012

La Grecia tra europei ed elezioni


di Luca Gili
Tutto è bene quel che finisce bene, dicono i grandi giornali europei. Qui a Bruxelles, città risvegliatasi sotto un temporale piuttosto violento, si tira un sospiro di sollievo.
In Grecia i socialisti e Nea Democratia avrebbero le forze per formare un governicchio in stile Romano Prodi 2007, con una maggioranza risicata, ma pur sufficiente. E, soprattutto, l'Olanda ha perso contro il Portogallo, con grande gioia dei fiamminghi, che seguono gli Europei solo per gufare contro i vicini olandesi.