23 luglio 2021

The Spectator. "Francesco ha insultato i vescovi"


Il periodico "The Spectator", uno fra i più autorevoli a livello mondiale in campo conservatore, ha fortemente criticato il Motu Proprio Traditionis Custodes, con il quale il Papa sta cercando di abolire, manu militari, le celebrazioni in rito antico. 

Il titolo è una condanna senza appello: "Francesco il losing his culture war", Francesco sta perdendo la sua guerra culturale. Fra i ragionamenti esposti da Tim Stanley, ne troviamo alcuni interessanti. 

In primo luogo, spiega Stanley, molti vescovi stanno apertamente ignorando questo Motu Proprio. Perché? "Perché i vescovi – compresi gli amici di Francesco – dovrebbero fare questo? Perché li ha colti di sorpresa. Li ha insultati. Francesco ha sempre detto di volere una “chiesa sinodale” che procedesse per dibattito e consenso, ma questo [motu proprio] è stato un fulmine a ciel sereno: può essere che la sinodalità sia stata da sempre un modo di imporre, dal centro, la riforma liberale sotto forma di consultazione?". 

Stanley tocca un nervo scoperto. La sinodalità di Bergoglio è una presa per i fondelli e questo lo si sapeva. La sua azione è sinodale solo quando gli viene data ragione, altrimenti strippa e agisce a spallate, come fatto con Amoris Laetitia, pubblicata nonostante il sinodo avesse detto altro. In questo caso, dopo aver preso numerosi rifiuti in Vaticano, ha fatto un gesto inconsulto.

"Nel 2007, quando Benedetto ha emanato il Summorum Pontificum, consentendo un uso più ampio dell'Antico Rito, non lo intendeva come un commento al Nuovo Rito ma, al contrario, per ribadire che i due Riti hanno la stessa eredità, la stessa validità e può anche arricchire l'altro – e il cielo sa, aspetti della vita della Chiesa erano diventati utilitaristici e sterili".

Ecco un altro tema basilare. Benedetto XVI non ha giudicato il nuovo rito, ha semplicemente cercato di far coesistere due riti. Bergoglio invece ha offeso e insultato tutti. Spiega poi Stanley, che Benedetto voleva unire mentre Bergoglio ha voluto solo spaccare.

"Francesco si comporta come un uomo su un albero, che sega rabbiosamente il ramo su cui siede. Sfida completamente il buonsenso"

Esattamente

 

21 luglio 2021

Perché amo il rito tradizionale?


di Francesco Righini

Oggi, in risposta ad un sacerdote che mi rivolgeva tale domanda, ho scritto una risposta piuttosto articolata, che oso credere meritevole di lettura e che presento qui arricchita da alcune note.

«Innanzitutto, padre, la ringrazio per la serena curiosità priva di pregiudizi: ciò le rende veramente onore dal punto di vista e umano e pastorale.

Per parte mia vorrei fugare l’idea che il rito antico sia un rifugio dalla cattiva celebrazione del rito nuovo. La  scelta dell’antica liturgia avviene per ragioni che ritengo fondate sull’oggettività del rito, che lo portano quanto a corrispondere o meno a delle preferenze personali di base che sono innate o sviluppate lungo la crescita della persona, e lo scelgo a parità di correttezza e solennità della celebrazione: ad una messa solenne in latino e canto gregoriano celebrata secondo il messale di Paolo VI dall’abate di Solesmes preferisco la stessa messa celebrata secondo il messale antico dall’abate del Barroux o di Norcia, alla messa bassa (recitata) celebrata devotamente in una intima cappella da un bravo sacerdote preferisco quella tridentina celebrata allo stesso modo dallo stesso bravo sacerdote.

Rinvengo nel rito antico due ordini di aspetti che lo rendono migliore: quelli dal punto di vista del contenuto del rito (trovo quindi che il rito antico – messa, ufficio divino, sacramenti, sacramentali – permetta una più ricca e completa esposizione dei misteri divini e dei tesori della spiritualità occidentale: ciò non significa che il rito nuovo ne sia del tutto privo, ma solo che ne sia meno ricco), e quelli dal punto di vista della sua adequazione all’intima natura umana. Il rito antico (di nuovo, dalla messa ai sacramentali) ha una perfetta organicità che, essendosi sviluppata lungo almeno quindici secoli, è capace di parlare a quegli aspetti costanti e profondi della natura, che non cambiano lungo il corso della storia (per questo, credo, la liturgia tradizionale attrae molti giovani che, come me quando lo conobbi la prima volta, non ne avevano mai sentito parlare prima, e magari non sono nemmeno cattolici o cristiani tout court).

Un esempio di questi aspetti è il reiterarsi in breve tempo (un anno in luogo dei tre della liturgia riformata da Paolo VI) di una liturgia ricca e varia, ma sempre uguale in una danza cosmica attorno al sole che è Cristo[1]: tutti gli anni so ormai in anticipo quali testi verranno cantati in chiesa a Pasqua, a Natale, quella tale domenica della quaresima o dell’avvento, conosco ormai a memoria – gli anglofoni direbbero, con più suggestiva espressione, a cuore: by heart – le antifone della messa, la loro musica gregoriana, ed il loro rapporto con la pericope scritturale[2], conosco quali salmi sono cantati o recitati nell’ufficio in quella data ora e in quel dato giorno della settimana – il salterio essendo ripartito sue sette invece che su ventuno giorni – quali sono le lezioni dei mattutini ed i loro responsori. Questo non per dire che conosco a memoria i libri liturgici (non è vero, anche se molte antifone effettivamente le ricordo), ma che questa costante ripetizione mi permette di vivere ed essere immerso in una liturgia che diventa presto parte dello stesso respiro della mia anima, che si fa carne e sangue, che è veramente parte della mia vita ed una parte famigliare, riconosciuta, amata: vivo attraverso l’anno liturgico nello stesso modo in cui, percorrendo una strada che mi sia abituale fin dalla nascita, riconosco ogni cantone, ogni campanile, ogni albero, stagno o roggia che incontro.

Un altro esempio è quello che nel bel libro del 1990 scritto dal musicista cattolico americano Thomas Day, Why Catholics can’t sing[3] l’autore chiama “l’accadere del rito”[4]: esso è oggettivo ed impersonale nel suo avere luogo, presente davanti ai miei occhi nel presbiterio illuminato, non dipende dalla mia volontà, dalle mie preferenze, dalla mia partecipazione (è ovvio, come ha appena letto, che vi partecipo eccome, ma esso avverrebbe lo stesso, anche se io non ci fossi, anche se radicalmente io non fossi: una sensazione simile non mi è mai capitata col rito nuovo, pur sapendo che anch’esso è liturgia e, metafisicamente, ha gli stessi caratteri di oggettività di quello antico). In questa liturgia indipendente e libera dalle nostre umane miserie intuisco la partecipazione della Chiesa trionfante, degli angeli e dei santi, e la comunione con tutta la Chiesa militante diffusa nel mondo[5]».



[1]  Questo è messo in risalto dall’incentrare l’intero procedere della liturgia in una rivoluzione della terra attorno all’astro lucente, in un solo anno solare, invece che in tre, una modifica resa necessaria dalla pretesa di una maggiore ricchezza scritturale, ma che rende difficile la ruminatio, per dirla con gli antichi monaci benedettini, dei testi sacri i quali rischiano di affollarsi troppo numerosi nella mente del fedele e finanche del chierico, e scardina in modo arbitrario quel principio simbolico per il quale microcosmo e macrocosmo si corrispondono riassunti nell’alfa e omega che è Cristo glorioso: il corso del cosmo non corrisponde più a quello della celebrazione, il disporsi dei corpi e delle anime nel rito non trova più la propria rispondenza e risonanza nel procedere delle stagioni, l’opus Dei-liturgia viene separato dall’opus Dei-creazione. Cfr su questi temi le tre Note sopra la liturgia – in particolare la seconda - di Cristina Campo (edizione recente: Cristina Campo, Sotto falso nome, Milano, Adelphi, 1998, pp. 129-135), ed il breve ma suggestivo libretto del grande musicologo svizzero Marius Schneider, Singende Steine (edizione italiana recente: Marius Schneider, Pietre che cantano, Milano, SE, 2005).

[2] Cfr. Fulvio Rampi, Del canto gregoriano, Dialoghi sul canto proprio della Chiesa, a cura di Maurizio Cariani e Fabrizio Lonardi, Milano, Rugginenti, 2006, pp. 46-59.

[3] Thomas Day, Why Catholics can’t sing, The Culture of Catholicism and the Triumph of Bad Taste, New York, Crossroad, 1990.

[4] Mi sia consentita un’ampia citazione del testo stesso: «Roman Catholicism used to know all about the idea of letting liturgy be liturgy. (Like the Orthodox, it knew how to make “the people” feel that they were actors on a cosmic theater set.) But the church is rapidly moving away from this way of doing things to a system which tries to appease each constituency and subconstituency within “the people.” In other words, it is moving away from a ritual which simply takes place (the historic method) to something that is presented to  a constituency. The tehologians may say otherwise, but members of the laity have the impression that, in the “new” Mass, the priest, musicians, and assistants seem to be presenting a show at the congregation. Let me give the reader two “pictures” which clarify this important distinction between the event which “takes place” and the one which is “presented to” a congregation. In the 1950s I attended the somber Tenebrae service during Holy Week in Philadelphia0s Catholic cathedral. A choir of seminarians, seated in the front of the church, elegantly chanted one Latin psalm after another, without accompaniment. Now and then, a priest would appear, beautifully chant one of the readings (again, in Latin), and then disappear into the sacristy. Aside from seminarians, there was a total of about six members of the laity in the congregation. The time of day was inconvenient for most people; the cathedral had made almost no effort to publicize Tenebrae or explain it. But nobody worried about the small “turnout.” Nobody was embarrassed. Liturgy of all sorts just “was,” whether two people were there or two hundred. My second picture takes us to a large urban unviersity. I was strolling past the university’s large chapel and heard some impressive music coming from it. I decided to follow the sounds to their origin. There, inside the chapel, I beheld a robed and paid choir of about twenty, under the direction of the finest organist within a radius of a hundred miles. As I stood there at the entrance of the edifice, I froze in a mild form o terror, because the five ro so clergymen who were conducting this interdenominational service were all intensely staring at me with a mixture of rage and hope. I was the third member of a congregation of three and my toes were curling. Tenebrae “took place.” The interdenominational service was “presented to” a congregation. In the first event, everybody, including the six laypeople in the cavernous church, was part of an action which moved forward, in one direction. In the second event, the service moved toward the congregation, which was not there.» (op. cit., pp. 80-81).

[5] Non ho citato il collegamento evidente a tutti – proprio a tutti, persino agli atei, da quelli che firmarono i famosi appelli di Una Voce e della Latin Mass Society negli anni sessanta del secolo scorso al noto autore francese Michel Onfray, che ha recentemente pubblicato sul Figaro una apologia del rito tradizionale dal suo punto di vista di non credente – fra liturgia latina e civilizzazione occidentale: nella musica, nella poesia, nelle arti figurative. Anch’esso mi collega, seppure in maniera meno mistica, alle innumerevoli generazioni cristiane che mi hanno preceduto, e più specificamente al meglio della loro cultura. Saper di avere a disposizione “nei propri forzieri” i più alti pinnacoli della civiltà occidentale, e tuttavia non poterli offrire all’altare di Dio: questo sarebbe orribile ma esula dall’essenza della liturgia in sé e per sé.

 

Appunti per una necessaria resistenza... tre anni dopo

APPUNTI PER UNA NECESSARIA RESISTENZA… MENTRE SI INCUPISCE LA PERSECUZIONE 



(Lo so, autocitarsi è imbarazzante, ma sembra utile ripubblicare questi “appunti” scritti in piena epoca dei “commissariamenti”)

…Un’altra tappa di una Via Crucis, un’altra bastonata data al gregge, per mostrare con l’esempio chi comanda, per mostrare che alla minestra insipida e bruciaticcia del dopoconcilio non c’è alternativa, e se il popolo se ne ritrae sempre più nauseato (e le nuove generazioni neanche vi si accostano), tanto meglio.

Chi scrive non ha le competenze né il desiderio di addentrarsi nei retroscena delle guerricciole della “junta” vaticana, regime che ricorda sempre più un vecchio film di Woody Allen, quello del fantomatico “Stato Libero di Bananas”. Preferiamo accostarci (la Comunione dei Santi lo permette, anzi, lo raccomanda) ai pensieri santi e disposti all’estremo sacrificio dei nobilissimi popolani “papisti” irlandesi inginocchiati davanti al Divin Sacrificio celebrato clandestinamente, sotto la neve, che compaiono in questa celebre immagine, e capire cosa possiamo trarre di ammaestramento per questi nostri “Penal Days”, perseguitati come siamo da quei protestanti che, per assurdo, sono oggi sedicenti “papisti”.

Mettiamoci dunque in ginocchio davanti al Sacratissimo Cuore di Gesù presente nel Santissimo Sacramento dell’Altare e alla Sua Immacolata Madre e proviamo a scrivere qualche “appunto” personale e perfettibilissimo per una resistenza. 
  • Pregare. Chi lo ritiene scontato è già sulla cattiva strada della contesa “politica”, sta già accettando lo scontro sul terreno e coi metodi dei modernisti. Cioè del demonio.

 I Santi, quelli la cui esistenza esprime già il trionfo di Cristo sul tempo e sulla storia, i Santi, dunque, avevano la docilità di seguire il cammino loro proposto anche nella preghiera. Il cammino insegnato dalle mamme e dalle nonne. Rarissimamente, dopo vite passate a macerarsi nell’Imitazione della Croce, potevano distillare dalla loro anima nuove preghiere, come Ermanno il Contratto, autore del Salve Regina. Gli agenti segreti del Regno nelle regioni del principe di questo mondo hanno un codice segreto, fatto di S. Messa Tradizionale, adorazioni personali e comunitarie al SS. Sacramento, Rosari, Ufficio Divino (preferibilmente in latino, il dialetto di Mamma Chiesa, la via breve per la meditazione…) tutto ciò insomma che il Padreterno e Maria Vergine ci hanno detto e fatto capire in un milione di modi di gradire sommamente. Senza dimenticare di affidare frequentemente noi stessi, le nostre attività e i nostri cari, nonché le persone pericolanti, a San Giuseppe e ai rispettivi Angeli Custodi. Non dimenticherei, vista la crescente presenza di fratelli cattolici dall’Est e dal Medio Oriente, di favorire e partecipare a celebrazioni proprie della loro tradizione liturgica. Dimostrare insomma, coi fatti e coi gesti, ai sacerdoti, ai vicini e ai lontani quanto teniamo alla Grazia di Dio e ai mezzi per ottenerla, alla carità fra di noi e verso tutti, carità che parte dalla preghiera e si estende ad ogni aspetto della vita.

  • Evitare nel momento presente ogni associazione od organizzazione riconosciuta da organismi ecclesiastici. Gli inevitabili sacrifici che questo comporterà saranno ripagati dalla serenità di non dover subire i rivolgimenti e le censure al cambiar di parroco e di vescovo. Abbiamo a che fare con una Madre Chiesa che, pur essendo irrevocabilmente assistita dal Fondatore, manifesta nei suoi rappresentanti umani preoccupanti segni di squilibrio. Non conviene dunque esporci troppo né affidare nelle sue mani tesori preziosi. Ogni cosa troverà il suo tempo.
  • Carità. Venirsi incontro fra tutti coloro che avvertono l’emergenza presente. Superare antichi dissapori e divergenze quando non legati al fare Verità, che sempre dev’essere il nostro faro. Essere vulcani di iniziative e fiumi di sapiente sollecitudine e sostegno a chi le promuove, senza inutili gelosie. Coordinarsi prudentemente e discretamente, coinvolgendo pastori e responsabili solo lo stretto necessario, così da non ottenere improvvidi dinieghi o esporre coloro che ci sono favorevoli a probabili ritorsioni. Passaparola più che attacchinaggi. Dio farà il resto. Essere però sempre presenti dove il momento lo richiede, specie nelle cause scomode e che i pastori evitano volentieri. Saper parlare con tutti senza vincolarsi a nessuno, specie in campo politico. Carità naturalmente indispensabile è fornire sostegno, ospitalità, risorse a quelle realtà perseguitate che bene farebbero a sciogliersi da riconoscimenti ufficiali mantenendo il minimo livello organizzativo necessario, ma tenendo ben salda la barra del timone della loro vocazione specifica.

Resistere non è facile né indolore. Ne usciremo come minimo con le ginocchia fradicie e semicongelate come i nostri eroi irlandesi. Ma lo dobbiamo a noi stessi, ai nostri figli, ai nostri paesi un tempo cristiani e che solo con la fatica e se necessario col sangue dei martiri potranno tornare ad esserlo. Con la perseveranza salveremo le nostre anime. 

Marco Crevani

(6 dicembre 2018 - San Nicola Vescovo

  20 luglio 2021 – S. Elia Profeta)

 

19 luglio 2021

Rumor. Chi ha scritto il Motu Proprio?


La tempistica e i modi erano sospetti sin dall'inizio. Un Papa di ritorno dall'ospedale in sedia a rotelle, visibilmente debilitato dopo un intervento tutt'altro che di routine, pubblica un Motu Proprio dirompente sulla Messa in latino. 

Certo, molti hanno pensato che lo scritto, con tanto di lettera di accompagnamento, fosse pronto da mesi e che Bergoglio di ritorno lo abbia semplicemente promulgato. Anche questa ipotesi però fa acqua, perché il testo è incoerente, affrettato, incompleto e poco chiaro, senza contare che durante la convalescenza anche un Papa pensa presumibilmente ad altro.

Le nostre indagini dicono altro. Fermo restando che Bergoglio condivide in pieno la limitazione della Messa in latino, lui stesso ne ha parlato alla CEI quindi nessuno venga a dirci che ha firmato qualcosa senza esserne al corrente (lo dicono anche di Paolo VI e la promulgazione del messale, ma anche fosse...), a quanto sembra la paternità del documento sarebbe da attribuire al giro dell'Ateneo Sant'Anselmo. 

Sono solo voci non confermate, che si rincorrono nell'Urbe, che noi riportiamo in attesa di smentita. 

 

17 luglio 2021

Un pontificato distruttivo, non solo contro i tradizionalisti


Ieri, leggendo il post scritto a caldo sull'emanazione dello pseudo Motu Proprio che azzera le decisioni di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI sulla Messa in latino, ci è stato detto che si esagerava. Un pontificato distruttivo? Addirittura.

Ebbene si, il pontificato di Bergoglio non ha costruito nulla, ma ha distrutto molto, non solo in ambito tradizionalista. A partire dalle strutture vaticane, che sono state decostruite e delegittimate. Al riguardo rimandiamo al libro di Massimo Franco "L'enigma Bergoglio: la parabola di un papato". Nel capitolo "Casa Santa Marta, la corte parallela", leggiamo in modo completo come sin dall'inizio il bergoglismo si sia abbattuto sulle strutture tradizionali della Chiesa. Per rinnovare? Per far finire gli scandali? Ovviamente no, semplicemente la decisione ha creato confusione e il Vaticano ne esce indebolito e destrutturato. 

Basti pensare al trattamento inumano subito dal cardinale Becciu. Di recente sembra che la decisione sia stata dettata principalmente dalla volontà di influenzare il prossimo conclave, dove il sardo sarebbe stato un grande elettore. Vogliamo però commentare il modo in cui è stato trattato? Dopo anni di potere, è stato esposto al pubblico ludibrio, senza processo, senza possibilità di difendersi. Salvo poi essere anche prosciolto dai tribunali laici. Se questo è un metodo cattolico, giudicherete voi. 

Parliamo poi dei movimenti ecclesiali, non certo tradizionalisti. Di recente, con un tratto di penna, Bergoglio ha letteralmente scardinato i fondatori e le guide carismatiche, stabilendo una durata del loro mandato al massimo a 10 anni. Ce lo vediamo un Kiko Arguello defenestrato dai neocatecumenali? Eppure sulla carta è stato fatto, anche qui mettendo in campo una gestione del potere assolutistica, superba, che non guarda in faccia a nessuno. Una vendetta contro movimenti troppo autonomi? Questa decisione ha costituito un terremoto alla pari del Motu Proprio anti-Messa. 

Che dire del trattamento lesivo della dignità riservato a Enzo Bianchi? Un vecchio infermo perseguitato per mesi affinché se ne andasse da Bose, la comunità che lui stesso ha fondato. Che male avrebbe potuto fare? Non è mai stato spiegato. Bianchi è stato attaccato e umiliato senza pudore, ma le motivazioni plausibili non sono state mai fornite.

D'altronde, Bergoglio lo ha detto spesso durante il suo pontificato. A lui non stanno sulle scatole i tradizionalisti, ha in uggia i cattolici, chiunque abbia fede. Per lui sono tutti ipocriti inamidati, tant'è che "gli insulti di Bergoglio ai cattolici", sono diventati proverbiali. Sono i "cristiani da salotto", i "cristiani inamidati", le "facce da sottaceto", i "Signor e signora Piagnistei". 

Certo, in questo scenario le vittime predestinate sono i tradizionalisti, gli "sgranarosari", sempre per citare Bergoglio. Dunque via con il bagno di sangue, la distruzione dei Francescani dell'Immacolata, l'eliminazione dalle gerarchie di tutti i vescovi e sacerdoti vagamente sospettabili di tradizionalismo o anche solo conservatorismo, le offese pubbliche... L'attacco alla Messa tradizionale però è solo una parte, forse quella principale, ma non l'unica, di una strategia volta a reprimere la Chiesa dall'interno, per trasformarla in una ONG. 

Ai pochi sostenitori della linea Bergoglio però chiediamo: cosa è stato costruito in questi otto anni? Cosa ha fatto di buono? Le famose riforme sono state fatte? O è stato fatto solo un gran casino?



 

Messa in latino. Un punto di vista sociologico


di Giuliano Guzzo

Con l’emanazione del motu proprio Traditionis Custodes e relativa lettera accompagnatoria Papa Francesco – affermando che «l’intento pastorale dei miei Predecessori» volto al «desiderio dell’unità» è «spesso gravemente disatteso» -, ha da oggi ritenuto di abrogare la liberalizzazione del rito antico come forma straordinaria della liturgia. In questo modo, si è modificato il Summorum pontificum (2007) di Papa Benedetto XVI e la Messa in latino torna sorvegliata speciale; addirittura si è previsto tra i compiti dei vescovi di aver «cura di non autorizzare la costituzione di nuovi gruppi», espressione che, se non fosse chiaro il tema, potrebbe far pensare che i «gruppi» di cui si sta parlando siano oscure sette e non già fratelli nella fede.

Ora, chi scrive non frequenta celebrazioni di rito antico, cui ha preso parte solo rare volte. Lo premetto non perché nutra riserve verso la Messa in latino, tutt’altro, ma solo per evidenziare che quanto sto per scrivere non è una riflessione “da tifoso” di una parte. Detto questo, ritengo non si possa fare a meno di chiedersi se il «desiderio dell’unità», «spesso gravemente disatteso» dalle disposizioni finora vigenti, possa invece essere raggiunto con una decisione come quella apportata da Traditionis Custodes. Certamente il Papa non improvvisa nulla, ma almeno un dubbio rispetto a questa scelta – soprattutto in rapporto al fine che si prefigge – è lecito porselo. C’è di più.

In casa progressista – basta un banale guardo ai social, che ormai sono osservatori anche giornalistici assai utili – la decisione del pontefice pare abbia generato un notevole giubilo. Non come dopo la vittoria degli Europei della nazionale di Mancini, ma giù di lì; il che, accostato a reazioni opposte da parte dell’area conservatrice, fa pensare proprio che il disatteso «desiderio dell’unità» non solo rischi di restare insaziato, ma veda le divisioni attuali aggravarsi. Naturalmente, spero di sbagliarmi. In ogni caso – e qui allargo il discorso – che una questione val la pena porsela: perché il rito antico non solo non è mai morto, ma seguita ad attirare se non fedeli quanto meno curiosi?

Anche solo in una prospettiva sociologica, la domanda non è banale. Sì, perché si tratta di un fenomeno da un lato certo – la Fraternità Apostolica San Pio X, che tale rito ha sempre mantenuto, dal 1976 in poi non solo ha guadagnato fedeli, ma ha registrato un boom di vocazioni (+2000%) – e, dall’altro, controintuitivo [ragionamento analogo per gli istituti ex Ecclesia Dei, ndr]. In effetti, mentre la Messa cui tutti, a partire dal sottoscritto, perde fedeli a ritmi preoccupanti (nella cattolica Italia i cattolici praticanti sono forse il 15% del totale, per non parlare delle aree germanofone o nordeuropee, ormai scristianizzate), quella “di una volta” (e, in teoria, candidata all’estinzione) non solo resiste ma guadagna terreno. Affascina. Attira. Questo, lo si ripete, non è un giudizio di valore ma un dato di fatto: e coi fatti bisognare i conti.

Concludo questa breve riflessione, tengo a ribadirlo, non per appoggiare né criticare il motu proprio Traditionis Custodes, ma solo per chiedermi se verso il rito antico sia un atteggiamento di marginalizzazione, quello opportuno da tenere. Mi pongo il problema – certo di non essere il solo ad avvertirlo -, perché mi pare che, almeno in Occidente e di certo in Europa, la Chiesa cattolica sia la prima che sta finendo ai margini, e non certo per i fedeli del rito antico, che in numeri assoluti restano assai contenuti. In altre parole, pur senza voler negare che nel mondo tradizionalista possano allignare situazioni e contesti critici, mi chiedo se davvero sia la Messa in latino quella da cui ci si deve guardare, anziché quella prevalente e, spesso, deturpata da abusi che sfregiano la liturgia e non fermano l’emorragia dei fedeli.


 

16 luglio 2021

Bergoglio e i suoi aboliscono il Summorum Pontificum. Il colpo di coda di un pontificato distruttivo

Ebbene, lo ha fatto. Fra l'esultanza dei modernisti e di qualche finto amante della tradizione (troppo occupati questi ultimi a mettere il fondotinta per l'ennesima diretta su facebook) Bergoglio e la sua banda hanno abolito il Motu Proprio Summorum Pontificum, emanando un altro Motu Proprio, con annessa una violentissima lettera di reprimenda, che di fatto renderà molto difficile la possibilità di celebrare e assistere alla messa antica.

Siamo di fronte ad un atto ignobile, dettato dalla cattiveria, dalla volontà di esporre un trofeo. Un colpo di coda di un pontificato fallimentare, giunto ad un vicolo cieco, fra scandali e disastri di ogni genere. 

Non dobbiamo perderci d'animo, pregare Maria Santissima affinché ci aiuti. Il momento è tragico.

 

11 luglio 2021

A sei anni della morte del cardinal Giacomo Biffi

A sei anni della morte del cardinal Giacomo Biffi (1928-2015),  pubblichiamo l'accorato ricordo di Samuele Pinna



«Era una calda giornata di fine agosto. Il viaggio in treno da Milano, una rapida visita alla città di san Petronio, poi, un eccellente pranzo tipicamente bolognese, in una trattoria dal nome accattivante sperduta nel dedalo di viuzze del centro. All’approssimarsi dell’ora concordata per l’udienza, con i mezzi pubblici, giungemmo a Ponticella di San Lazzaro. Spossati dall’ardore del sole e dal desinare non propriamente frugale, percorremmo a piedi il dolce declivio che conduce fino a Villa Edera, l’allora residenza del Cardinale. Erano circa le tre del pomeriggio. Vi era però un ultimo tratto di strada da coprire: dall’ingresso fin su alla villa, ancor sempre in salita. Varcati i cancelli la canicola si faceva tuttavia gradatamente più sopportabile per l’umbratile sollievo che gli alberi del giardino concedevano ai due incauti pellegrini. Fummo accolti da una suora dal sorriso gentile e dai modi ospitali, che ci mise subito a nostro agio, e ci presentò il sacerdote allora segretario del Cardinale e Dina, sua stretta collaboratrice.

Il salone delle udienze, di forma tetragona, si spalancava ai nostri occhi nella sua sobria eleganza: un camino sul lato lungo, massicce librerie colme di libri allineati in perfetto ordine, un lungo tavolo corredato di sei sedie, una portafinestra prospiciente il giardino dalla quale penetrava la luce smeraldina filtrata dalla vegetazione, un volume dalle dimensioni ciclopiche: un’edizione speciale de Le avventure di Pinocchio del Collodi, al cui fianco campeggiava, nel suo ligneo rigore, una copia del famoso burattino. Su una mensola poco distante non si poteva evitare di ammirare due modellini di Formula 1 del Cavallino Rampante, omaggiati al Cardinale, serio appassionato e indomito tifoso, dalla celebre Scuderia Ferrari. E ancora, un piccolo ma accuratissimo diorama ritraeva Sua Eminenza intento a celebrare un convivio con alcuni sacerdoti dai volti facilmente riconoscibili. Quell’ambiente, solenne, sobrio, ordinato, sarebbe stato il teatro di tutti i nostri numerosi colloqui che si sarebbero moltiplicati negli anni.

Fummo dunque annunciati e, dopo un’attesa che ci lasciò appena il tempo di scambiarci espressioni di estasiata meraviglia, Giacomo Biffi ci raggiunse. Di lui, ci colpì subito, oltre al portamento fiero e ieratico, per nulla altèro, la talare nera ambrosiana che indossava con orgoglio, quasi a rammentare la nostra comune origine ecclesiale. Ci salutò con simpatia, quindi ci accomodammo insieme attorno al tavolo, uno alla sua destra, l’altro alla sinistra. Iniziò a raccontare di sé con ritmo spigliato, ed eravamo stupiti per la viva cordialità e la familiare confidenza con cui aveva preso avvio quel primo colloquio. Lo fissavamo ammirati e con spudorata venerazione.

Ci chiese quindi di presentarci e dopo aver constatato con biblico ammiccamento che tra Samuele e Davide non poteva che esserci una solida e virtuosa amicizia, riprese a dirci delle sue occupazioni quotidiane, dei progetti che non mancavano nonostante il ritiro dall’attività pastorale. Ci confidava, in particolare, della contentezza che il nuovo stato di “pensionato” gli arrecava – ma ci intimava in questo di non seguirne l’esempio –: non aveva più l’incombenza di obbedire ad alcuno (e non era cosa da poco), non doveva più comandare (compito invero assai gravoso) e, soprattutto, poteva prendersi finalmente il lusso di non fare nulla: “Non obbedire, non comandare e non fare nulla!”. L’ebbe a ripeterlo un paio di volte. Ma a quel suo dire, pronunciato con una solennità che tradiva un usato umorismo, seguì una risata contagiosa. L’udienza, ci era stato detto, sarebbe durata circa mezz’ora, ma che in virtù della nostra provenienza ambrosiana probabilmente il Cardinale ci avrebbe concesso qualche minuto in più. Ci alzammo dopo tre ore: fu l’inizio di una profonda amicizia.

Non tornammo a casa a mani vuote. Carichi all’inverosimile negli occhi, nelle orecchie e nel cuore di un preziosissimo bagaglio, iniziò a gravare su di noi anche la responsabilità di corrispondere, per quanto possibile, al compito che aveva affidato a due dediche. Ci pensò su parecchio prima di metterle nero su bianco, e la sua titubanza ci stupì non poco, perché – come è noto – aveva sempre la battuta pronta, indice non tanto di reazioni istintive, ma di innata intelligenza. I minuti trascorrevano mentre noi lo scrutavamo sempre più incuriositi, cercando di coglierne i pensieri. I libri che voleva donarci non erano stati scelti a caso. Dopo meditate riflessioni, sul Liber Pastoralis Bononiensis, aveva finalmente vergato: “A Samuele, iniziale speranza della Chiesa di Milano”. Quindi, domandandosi sornione: “E ora cosa scrivo?”, dopo alcuni istanti, afferrato Gesù di Nazaret centro del cosmo e della storia, con ritrovata risolutezza, vi appose: “A Davide, iniziale speranza della teologia cattolica”. A distanza di anni, rileggendo queste brevi righe, ritroviamo l’ennesima conferma dell’umorismo del Cardinale…».

Ho scritto a quattro mani con l’amico Davide Riserbato questo ricordo di Giacomo Biffi (1928-2015), apparso nell’Introduzione a Ubi fides ibi libertas. Scritti in onore di Giacomo Biffi (Cantagalli, Siena 2016) e poi ripreso e ampliato in Tutto liscio… come loglio? Ricapitolazione del disegno unitario (Cantagalli, Siena 2020). Se non ci fosse in ballo la fede, rimarrebbe solo un rimpianto malinconico nei confronti di chi non c’è più e che desideriamo ci sia ancora. Il nostro battesimo ci ricorda invece che, su altro piano, chi ha lasciato la nostra polverosa terra è ancora presente, poiché ora abita il Cielo in una vita che non ha fine. Oggi, però, nella bella confusione ecclesiale, come sovente l’apostrofava, si avverte quasi con dolore la mancanza di quella voce pacata, vigorosa e chiara che, con un poco di strascico meneghino nell’inflessione, non dava personali sentenze, bensì si faceva portatore di giudizi dall’alto. Questo, del resto, è il compito di un successore degli Apostoli: richiamare nella mente e nel cuore del Popolo di Dio la centralità della Sua parola e del Cristo. Senza inganni né disillusioni, ma nella consapevolezza di essere ancora in una valle di lacrime eppure già partecipi della vittoria sul male e, quindi, della gioia promessa. Un’identità netta, annunciata e testimoniata, non è a discapito del dialogo, ma punto di partenza per ogni autentico conversare. È, inoltre, cosa assai più importante, eco di una Parola vivente che dona luce e calore a ogni esistente realtà. Questo è quanto mi ha insegnato don Giacomo: saper leggere il riverbero del divino in tutte le cose viventi e riferirsi a Colui che è il centro del cosmo. Il timore di Dio, uno dei doni dello Spirito Santo, altro non è, allora, che riconoscersi bisognosi di un Padre, come la favola collodiana vuole narrarci nella magistrale rilettura del Cardinale in chiave teologica.

Una sua lettera a me indirizzata, datata 27 gennaio 2006, sintetizza il suo lucido pensiero:

«(…) L’insegnamento teologico e anzi tutta la cristianità stanno attraversando giorni confusi e difficili. All’origine c’è forse un deragliamento; invece di cercare di capire la Chiesa e la vita cattolica alla luce del rapporto con Cristo (che è la relazione costitutiva del mistero ecclesiale secondo la parola di Dio e la costante riflessione dei Padri), si è cominciato a considerare la Chiesa soprattutto alla luce dei suoi rapporti col mondo (che è una relazione legittima, ma non è affatto costitutiva). Si è vantato di aver compiuto una “svolta antropologica”, dimenticando che la sola vera svolta antropologica l’ha compiuta il Padre dall’eternità, quando ha deciso che il suo Unigenito si facesse uomo. Comunque non c’è da scoraggiarsi. La vicenda umana non è un missile che è sfuggito al controllo del campo base: è sempre nelle mani di Gesù crocifisso e risorto, che resta il Signore della storia e dei cuori. (…). [Da qui] tre convincimenti:

1. Cristo è il principio e l’archetipo di tutta la realtà extradivina, perché in lui tutte le cose sono state create e in lui tutte le cose sono state riconciliate.

2. La Chiesa è la sua Sposa bella e immacolata, ed è sempre una regina, anche quando la vediamo vestita dei nostri stracci.

3. Il Signore non ci comanda di vincere le nostre piccole battaglie (tanto ci ha già assicurato che il vincitore finale è lui); però ci comanda di combatterle con serenità, senza pause e senza stanchezze».

Per capire la statura di quest’uomo basterebbe tale manciata di parole (pubblicate in G. Biffi - S. Pinna - D. Riserbato, Tutto liscio… come loglio?). In poche battute, de facto, viene detto tutto, anzi il Tutto. Giacomo Biffi era capace di comunicare – aiutandosi con l’umorismo e una sottile ironia, oltre a una preparazione teologica invidiabile – grandi verità con un linguaggio semplice e comprensibile da chiunque. Non biasimava chi non la pensasse come lui, tenendo conto che il suo argomentare non principiava da una sua originale idea, perché rifletteva il dato rivelato, seppur si rivestiva della sua genialità espositiva. Provava, invece, verso chi chiudeva gli occhi davanti alla, forse, accecante verità del Cristo, un dolente affranto per non essere stato in grado di conquistare a quello da cui, lui per primo, era stato teneramente afferrato. L’amore di un Dio che si dona per la salvezza dell’uomo, non era soltanto una frase a effetto da tirar fuori ogni tanto nelle omelie, ma una convinzione da mettere in pratica mediante l’intelligenza della carità. Che cosa vede Gesù dall’alto della Croce?, si era chiesto in una predicazione di Esercizi Spirituali alla presenza del Papa e risponde con toni drammatici eppur toccanti:

«Vede l’oceano di stoltezza, di crudeltà, di viltà che da sempre ricopre la terra; ma sa che l’impeto della sua volontà di bene, provata fino al martirio, è più forte di ogni tracotanza del male. Egli non ha dubbi: come sacerdote della nuova e definitiva alleanza, col suo sacrificio sta riconsacrando il mondo contaminato e sviato, che alla fine sarà ricondotto a servire il suo Creatore e a cantarne la gloria. Perciò il Crocifisso si spegne con la coscienza di aver portato a buon fine l’impresa che gli era stata affidata: “Tutto è compiuto” (Gv 19,30), è l’ultima sua parola. Dall’alto della croce Gesù vede con speciale tenerezza la moltitudine di quelli che, lungo la secolare vicenda della Chiesa, si arrenderanno nella loro esistenza concreta al fascino della sua grazia, e anzi si voteranno senza riserve ad annunziare il suo Vangelo e ad ampliare tra gli uomini l’appartenenza al suo Regno. E questo è uno sguardo d’infinita compiacenza, perché si posa sul frutto più saporoso della divina seminagione nel dolore: il morente ne è consolato e, pur tra i suoi spasimi, presenta silenziosamente al Padre l’omaggio della sua gratitudine. Chiediamo di essere confermati in questa schiera, di aver parte per sempre tra coloro che sono totalmente di Cristo, di poter entrare con generosità sempre più grande, come attivi e consapevoli collaboratori, nell’opera di illuminazione e di santificazione degli uomini, promossa e compiuta dal Figlio di Dio» ( Le cose di lassù. Esercizi Spirituali predicati alla presenza di Sua Santità Benedetto XVI , Cantagalli, Siena, 2007, pp. 108-109).

L’amore di Gesù è, dunque, un amore totale, gratuito, disposto al dono di sé e al sacrificio («Nel giorno del giudizio / verranno pesate solo le lacrime», ha scritto Emil Cioran, versi che, se vogliamo, richiamano il Salmo 56, 9: «Le mie lacrime, o Dio, nell’otre tuo raccogli: non sono forse scritte nel tuo libro?»). Ma è anche il modo pieno e completo di dare senso all’esistenza, di viverla appieno, di entrare nell’eterno: «Il mondo è un ponte – si legge nel Vangelo apocrifo di Tommaso –. Attraversalo, ma non fermarti lì!». Da qui ci si può innalzare a quello che la teologia cattolica denomina cristocentrismo, di cui il cardinal Biffi è stato grande sostenitore: è «il convincimento – egli spiega – che nel Redentore crocifisso e risorto – pensato e voluto per se stesso entro l’unico disegno del Padre – è stato pensato e voluto tutto il resto; sicché, sia per quel che attiene alla dimensione creaturale sia per quel che attiene alla dimensione redentiva ed elevante, ogni essere desume da Cristo la sua intima costituzione, le sue intrinseche prerogative, la sua sostanziale e inesorabile vocazione» ( Il primo e l’ultimo. Estremo invito al cristocentrismo, Piemme, Casale Monferrato 2003, p. 17). Essere veri uomini significa conformarsi, assomigliare, al Cristo. La carità non si riduce al proprio modo di esprimere un generico amore, ma viverlo come l’ha insegnato Dio, il quale – scrive Clive Staples Lewis – «può risvegliare nell’uomo un “amore di apprezzamento” soprannaturale verso di lui. Questo, di tutti i doni, è quello che dovremmo desiderare maggiormente. È qui, e non nei nostri affetti naturali – nemmeno nell’etica – che risiede il centro della vita umana e angelica. Se possediamo questo, tutto ci sarà possibile» ( I quattro amori. Affetto, Amicizia, Eros, Carità, Jaca Book, Milano 20117, p. 126). La grazia dell’amore divino ci consente, pertanto, di amare il prossimo, nonostante i suoi limiti: «Dio è – come ha scritto quell’ateo di Ludwig Feuerbach – una lacrima d’amore nel più profondo nascondimento, versata sulla miseria umana». Ecco l’importanza della Rivelazione: «la parola di Dio – si legge nel Talmud ebraico – è come l’acqua. Come l’acqua, essa discende dal cielo. Come l’acqua, rinfresca l’anima. Come l’acqua non si conserva in vasi d’oro o d’argento ma nella povertà dei recipienti di terracotta, così la parola divina si conserva solo in chi rende se stesso umile come un vaso di terracotta».

Giacomo Biffi ha portato con sé e in sé, per quanto mi riguarda – come sopra si accennava –, una rara e raffinata genialità. In una frase attribuita ad Arthur Schopenhauer si scopre, infatti, che «il talento coglie un bersaglio che nessuno riesce a colpire. Il genio coglie un bersaglio che nessuno riesce a vedere». Eh, sì, come dissero a un piccolo principe: «non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi».

Rileggo, dunque, spesso, con non poca gratitudine, una frase del Cardinale, piena di verità e speranza. Me lo immagino ancora là, in quel salone delle udienze, di forma tetragona, seduto a capotavola e noi, io e Davide, accomodati, uno alla sua destra, l’altro alla sinistra. Un dire spigliato, provocatore di simpatia e di profonde riflessioni generatrici di inveterata gratitudine per chi aveva l’onore di ascoltare.

«Quando uno è convinto che Dio esiste, ed è Padre e approdo di tutti gli esseri, e che Gesù Cristo è risorto, primizia della nostra vittoria, non può non essere allegro nel profondo del suo essere, per quanto male gli vadano le cose e per quanto deludente gli possa sembrare la cristianità».

 

26 giugno 2021

Il tradizionalismo e il pericolo del complottismo


Pubblichiamo il seguente contributo consapevoli che verremo inseriti nella lista dei blog al soldo della massoneria egizia, del Nuovo Ordine Mondiale e dei gesuiti.

di Enrico Roccagiachini

Un vivace dibattito, talora addirittura violento, sta agitando le acque del mondo tradizionale italiano e internazionale. Non voglio entrare nel merito specifico, ma ritengo utile proporre qualche riflessione suggeritami dalla disputa in corso, e dire ciò che penso di uno dei temi in discussione: i complotti e il complottismo.

Quello che definisco complottista è il tipico ragionamento che prova troppo. Del tipo: poiché la situazione A giova al malvagio B, allora è evidente che la situazione A è stata premeditatamente realizzata dal malvagio B ai suoi loschi fini. Quell’”allora è evidente” - che è ben più forte di “è possibile” o “è probabile” - rende superflua la dimostrazione dell’assunto (by the way n. 1: impedisce di scoprire quei complotti che esistessero davvero), sposta il discorso dal piano razionale al piano istintivo, soddisfa l’esigenza psicologica di trovare istantaneamente una spiegazione semplice, appagante e immediatamente accessibile di fatti complessi, e distrugge la capacità di analisi critica della realtà.

In questa prospettiva, il complotto cessa di essere spiegazione di un evento storico particolare basata su prove (un qualche complotto particolare e specifico può certamente esistere, ma - by the way n. 2 - il complottista trasforma il “cui prodest” da argomentazione ancillare subordinata alle prove fattuali, in prova regina che sopperisce alla carenza di quelle fattuali), e diventa interpretazione onnicomprensiva ed esaustiva della realtà, chiave di lettura di tutto, postulato  indiscutibile della comprensione di ogni e qualsivoglia evento. Per questo il complottismo è pernicioso non tanto nei contenuti, ma nel metodo; per questo è spontaneamente utilizzato da chi intende basare una qualche forma di leadership sull’affidamento cieco dei seguaci piuttosto che sulla condivisione di un un discorso razionale (by the way n. 3: tutti i grandi progetti totalitari hanno un ugualmente grande complotto da denunciare, da quello della reazione in agguato a quello demo-pluto-giudaico-massonico).

Come ridirò, il problema attuale del mondo tradizionale è che una quota sempre maggiore di fedeli - indotta, spesso incolpevolmente, dalle eccezionali circostanze presenti - è sensibile  al complottismo come metodo, e finisce per affidarsi fideisticamente al leader che, in un certo momento, lo interpreta nei termini più suggestivi o autorevoli; in attesa di un nuovo complottista che riesca meglio del precedente ad interpretare il disagio emotivo - e disagio, purtroppo, è un eufemismo - di quella crescente parte dell’opinione pubblica che è sostanzialmente incapace di reggere lo stress prodotto dalla situazione corrente (mi riferisco sia agli ultimi otto anni della vita della Chiesa, sia agli ultimi quindici mesi di emergenza sanitaria). Il che spiega perché, ordinariamente, il complottista di ieri si opponga e combatta il complottista di oggi, che probabilmente diverrà nemico giurato del complottista di domani: lo vediamo anche nell’attualità.

Sul piano dei contenuti, il complottista può unire all’interpretazione condivisibile, fondata e provata di un qualche fenomeno particolare, l’inquadramento generale anche di quel fatto, pur già autonomamente provato, nella cornice ideologica del complotto permanente; anzi, deve farlo, perché per lui nessun fatto può ritenersi davvero spiegato se non come manifestazione del complotto universale.  Ne nasce un circolo vizioso che sfocia inesorabilmente in un atteggiamento settario tale per cui - in sintesi - chi non condivide la teoria del complotto è parte egli stesso del complotto, o al soldo di chi lo ordisce; mentre chi denuncia il complotto viene percepito come il profeta cui affidarsi per uscirne.

In questa situazione surreale - perché è tale - la teoria del complotto finisce per essere non una tesi da esaminare criticamente, e dalla quale si può lecitamente dissentire fino a negarla, ma un dogma cui aderire per salvarsi. Sul piano pratico, il complottismo, col suo inevitabile e inesorabile portato di settarismo spesso estremo, rende di fatto totalmente passivi nei confronti di chi - complotto o meno - approfitta maliziosamente della situazione. Si pensa che l’adesione al dogma del (presunto) complotto sia il modo necessario e sufficiente per combatterlo; mentre troppo spesso è semplicemente l’alibi per sfuggire  al vero sforzo della lotta, sostituita dalla perenne affabulazione sulle oscure trame dei malvagi (i complottisti parlano e scrivono ininterrottamente, non foss’altro per ricondurre al complotto ogni e qualunque evento dell’attualità).

Il complottismo, dunque realizza un’ipotesi quasi perfetta di eterogenesi dei fini. Esso è - oggi - il grave, gravissimo pericolo che incombe sul mondo tradizionale: grave sul piano dei principi, gravissimo perché sta seducendo troppi di noi. Ed è l’unico pericolo che potrebbe essere frutto di un vero complotto: ma diabolico, non umano, e destinato non a resettare la società, ma a perdere le nostre anime.


 

Ac, Agesci e l'educativamente corretto



di Fabrizio Cannone

Tra le tante agenzie educative fondate dalla Chiesa l’Azione cattolica e l’Agesci (scout cattolici) non sono davvero due associazioni secondarie e trascurabili. Sia per la loro storia, lunga e colma di opere buone, sia per la capillare diffusione tra giovani e adulti. 

Malgrado il calo registrato tra gli scout italiani negli ultimi anni e le defezioni fra gli iscritti alla più antica opera di laici cattolici – l’AC nasce sotto Pio IX – si tratta pur sempre di due associazioni-movimenti che coinvolgono migliaia e migliaia di persone, di tutti i contesti sociali, economici e culturali.

Recentemente, AC e Agesci si sono unite per pubblicare un documento congiunto, intitolato “Un Noi generativo” e dedicato al “Patto educativo globale” sostenuto da papa Francesco.

Questo documento ha molti pregi, tra cui spicca quello di non essere succube del politicamente corretto che, di questi tempi, influenza e corrode tutti gli ambienti, inclusi quelli ecclesiali.

Non c’è traccia infatti nelle 6 pagine del testo di migrazioni e accoglienza, populismi e razzismi, transfobia e cyberbullismo, famiglie arcobaleno, omoparentalità e via discorrendo. E questo, oggi, non è poco.

In positivo poi è sottolineata, spesso con belle parole, la dimensione religiosa delle due associazioni e delle rispettive proposte educative.

Così, è scritto che “In primo luogo, il metodo educativo di Ac e Agesci si basa sul protagonismo dei ragazzi. Al centro dei nostri percorsi ci sono proprio quelle ragazze e quei ragazzi che desiderano crescere nella formazione umana e cristiana, imparando ad approfondire l’amicizia del Signore nella relazione con gli altri, nella cura del Creato e nell’impegno a servizio della propria comunità”.

Nel mare magnum delle proposte (dis)educative di stampo relativista, lassista, laicista e nichilista è bello sentir riaffermato il legame tra fede e gioventù, tra Vangelo e formazione umana. E questo avviene più volte nel testo.

Come quando si dice, quasi fosse una banalità che va da sé, che: “Sappiamo bene che tutti, a partire proprio dai più piccoli, sono a loro volta evangelizzatori. I ragazzi portano la testimonianza della loro fede anche in famiglia e negli ambienti di vita, ad esempio la scuola”.

Purtroppo però il documento non sfugge del tutto ad uno dei dogmi più insidiosi dell’attuale “educativamente corretto”. Ovvero l’esagerazione del valore dell’esperienza vitale e la parallela, e assurda, svalutazione dell’aspetto intellettuale, dottrinale, culturale che ogni formazione richiede.

Si dice infatti: “Per noi, educare non significa trasmettere nozioni o contenuti, ma vivere insieme un’esperienza di fede e di vita. La dimensione esperienziale caratterizza i nostri percorsi, valorizzando una via di educazione alla fede che privilegia il vissuto”.

Ma senza trasmettere nozioni e contenuti qualunque evangelizzazione risulta impossibile. Un ragazzo ateo o relativista o di altra religione può essere evangelizzato solo se viene a sapere che Dio esiste e che si è rivelato in Palestina 2000 anni fa, che i comandamenti sono 10 e i sacramenti 7… E queste sono nozioni, contenuti e conoscenze fondamentali e decisive per il giovane di oggi. Specie se, come ripete il testo, nei ragazzi si intende suscitare “l’entusiasmo e il desiderio di conoscere Gesù Cristo e di vivere da cristiani protagonisti”.

Lo stesso documento in questione contiene pensieri, nozioni e contenuti. Senza contenuti non si dà trasmissione, tradizione, pedagogia, moralità e religione.

L’Azione cattolica nella sua storia secolare ha prodotto testi, libretti formativi, manuali per gli iscritti, per non parlare delle incalcolabili conferenze, corsi di formazione e simili. Guai a confondere nozioni e nozionismo sterile: sarebbe la fine di ogni educazione e di ogni scuola. Da trasformare in bar, palestra o stadio per favorire esperienze più che aumento di conoscenze. Un po’ come fanno certi teologi progressisti i quali, per spiegare che la pastorale avrebbe la priorità sulla dottrina, scrivono degli illeggibili mattoni di teologia per quei pochissimi iniziati che riescono a capirli!

Il grande generale inglese Baden Powell (1857-1941), fondatore universale dello scoutismo, è stato sì un immenso e inarrivabile uomo d’azione. Ma altresì uno scrittore fecondo, i cui magnifici testi hanno formato un numero immane di uomini e donne nell’intero globo. A base di contenuti precisi, indicazioni, suggerimenti, “nozioni”, e perfino slogan sintetici e regole da memorizzare. Si pensi al Manuale dei Lupetti o al Libro dei Capi, tuttora disponibili (ed educativamente consigliabili) per le edizioni Fiordaliso di Roma.

Il messaggio del documento, malgrado questo intoppo, resta chiaro e di cuore lo facciamo nostro. “Guardare la vita di Gesù è (…) paradigma e strada da seguire per imparare a vivere”. La proposta formativa cristiana resterà sempre una momento “contagioso e affascinante, capace di attrarre di generazione in generazione alla bellezza del dono di sé, in una relazione educativa di prossimità vera, fruttuosa, incarnata nell’oggi ma tesa al Cielo”.




 

22 giugno 2021

Un appello (e una messa a punto) per mons. Viganò


L’articolo di Roberto de Mattei riguardo il ghostwriter di monsignor Viganò non era totalmente inaspettato. La voce che il monsignore si fosse affidato ad una persona che stava orientando le sue uscite pubbliche circolava da parecchio tempo, almeno dall’estate 2020, ma non c’erano conferme e noi non avevamo fonti dirette. Possibile che una mente alta come Viganò si fosse impegolata in una situazione del genere? Noi comunque non abbiamo mai riportato i suoi interventi, spesso sproporzionati e fuorvianti. Basti pensare alla vicenda che nacque con il cardinal Sarah. 

Roberto de Mattei ha quindi reso un grande servizio alla verità, denunciando una situazione poco sostenibile, soprattutto per il diretto interessato. Si tratta di un tentativo estremo di aiutare il monsignore. 

Sembra che da mesi siano  stati compiuti tentativi personali, discreti, filiali, di avvertire Mons. Viganò e  di metterlo in allarme - tentativi tenuti del tutto riservati e confidenziali proprio per rispetto alla figura di Mons. Viganò e alla sua immagine. Pertanto, non si può certo dire che questo “attacco” di de Mattei nasca dal nulla, anzi. È, appunto, un estremo tentativo difensivo. 

Caro Monsignor Viganò, l’abbiamo sostenuta ai tempi della denuncia contro Mc Carrick, e anche questo nostro intervento vuol essere un sostegno per lei: oggi però lei deve fare chiarezza e non deve farsi fuorviare! Che i suoi ghostwriter, chiunque essi siano, non finiscano mai per trasformarsi in spiriti guida: il mondo cattolico ha ancora bisogno di lei, e lei non ha bisogno di appaltare la Sua figura a nessuno!


 

18 giugno 2021

Infallibilità e discutibilità, da Kung a Bergoglio



di Giorgio Salzano

Immaginiamo un pover’uomo (non tanto immaginario in verità, dato che è qui che scrive), nato immediatamente dopo la fine della guerra, ancora giovincello all’epoca del Concilio Vaticano II, di cui perciò poco comprese, passato poi incolume attraverso il così detto Sessantotto senza perdere la fede, ma con una gran voglia di dedicarsi allo studio per chiarirsi le idee su quel che accadeva, il quale infine scopre alcuni autori non cristiani che soddisfano la sua preoccupazione apologetica, poiché gli danno la chiave di una comprensione della realtà non confessionale ma in conformità con la tradizione cattolica … e poi si ritrova con tanti vescovi e ora perfino il Papa che dicono cose affatto difformi da ciò che l’aiuto di questi autori gli aveva fatto capire. Immaginiamo dunque l’imbarazzo del pover’uomo, convinto assertore della tradizione “papista” in cui era stato educato, al trovarsi di fronte a questa spiacevole alternativa: o rinnegare i propri studi o riconoscere la fallacia di quelli di Papa e vescovi.

Nel 1970 Hans Küng pubblicò un saggio intitolato Infallibile? Una domanda. All’epoca la domanda era a senso unico, il conciliare rimettere in discussione l’autorità nella Chiesa, che la dottrina della infallibilità papale aveva voluto ribadire un secolo prima, nel momento in cui anche l’Italia, e Roma stessa, veniva investita dall’ondata volgarmente detta laicista, che avrebbe finito dopo un secolo appunto per sommergere tutta l’Europa. Küng, dunque, ha cavalcato l’onda come un surfista, con l’intento di spiegare il senso che può avere oggi “essere cristiani”, come recita il titolo del suo più famoso libro. Ma non è Küng che qua interessa, quanto la domanda, il suo poter andare in senso inverso, non per seguire l’onda cioè, ma per nuotare contro: non in verità per contestare l’infallibilità “ex cathedra”, come definita dal Concilio Vaticano I, ma l’autorità papale, e in generale del magistero, nel suo esercizio ordinario. Insomma, il Papa in quanto Papa non può sbagliare, ma l’uomo che ne ricopre l’ufficio sì (dopo tutto il maggior poeta cristiano non si peritò dal mettere Bonifacio VIII, e non solo, all’Inferno). Pare anch’egli seguire l’onda, contro la quale bisogna invece nuotare, prima che per la sua contrarietà alla fede, per quella alla ragione.

Succede infatti che il magistero ecclesiastico, depositario del depositum fidei, non sappia renderne ragione. A cominciare dal suo capo, esercita la propria autorità senza ragioni che la giustifichino, come se il suo riconoscimento fosse questione di “sola fede”, solo dovuto a motivo dell’appartenenza ecclesiale. Perché mai poi uno dovrebbe appartenere alla Chiesa, non pare cosa di cui valga la pena parlare. O meglio, di cui pare imbarazzante parlare, per la pretesa diciamo pure imperiale di rappresentare l’universale società naturale del genere umano, abbracciando virtualmente ogni etnia e società particolare, che la qualifica di “cattolica” conferisce alla Chiesa. Rinchiusa dalle vicende storiche nei limiti della Cristianità europea, come ben sappiamo irta di conflitti e divisioni, la riaffermazione di una simile rappresentanza suona sgradevolmente eurocentrica, manifestazione, allargando gli orizzonti, dell’imperialismo occidentale. Abbiamo preso coscienza infatti, nell’accelerarsi planetario delle comunicazioni portato dall’espansionismo europeo, della pluralità di tradizioni grandi e piccole che pullulano sulla Terra. Ed anche nella Chiesa troviamo difficile dire perché preferire una tradizione all’altra. Per cui ad esempio Hans Küng criticò la dichiarazione Dominus Iesus del 2000 sull'unicità salvifica di Gesù Cristo e della Chiesa, definendola un misto di "megalomania e arretratezza vaticana".

Magnifico questo “arretratezza”, tipico di chi in mancanza di argomenti si appella all’avanzamento di un nuovo che nessuno sa cosa sia; il “megalomania” poi è addirittura sublime, nel suo investire la vocazione cattolica della Chiesa fin dai suoi fondamenti neotestamentari (chi è filologicamente avanzato sa infatti che quel comando di andare e battezzare tutte le genti “nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” non era di Gesù, ma solo a lui attribuita in seguito dalla comunità). Karl Rahner a suo tempo, decenni prima, auspicava una Chiesa non più europea, ma mondiale: peccato che questa mondialità suonava sinistramente tedesca (la lascio qua, perché spiegare che cosa intendo richiederebbe un articolo a sé). Per cui vediamo la Chiesa cattolica tedesca avanzare trionfalmente nella blandizie della contemporanea mentalità euro-americana, che non sa riconoscere nelle altrui come nella propria tradizione culturale i tratti della universale natura umana, da tutte rappresentata; e si assolutizza di conseguenza come sola universale, in un innaturale indifferentismo che le negano tutte.

Oggi il Vaticano sembra voler abbandonare la sua “megalomania”. Bergoglio non rinuncia a indirizzarsi a un uditorio umano generale, ma senza mai fare il nome (almeno nelle affermazioni riportate dai media) di Gesù Cristo. Il che significa che i suoi appelli morali sembrano mantenersi nei limiti della pura ragione – come Kant voleva che fosse la religione. Sono i limiti, fissati nel così detto Occidente, che disgiungono la ragione dalla fede. Ma proprio per questo sono irragionevoli, contrari alla vera ragione.

Guardiamo alla faccenda eclatante dei migranti.

La posizione promossa, dalla gerarchia ecclesiastica vaticana come dai politici di sinistra, è di incondizionata accoglienza. Dire aiutiamoli a casa loro appare una cosa di destra, con politici che si atteggiano a difensori dei cristiani indigeni, o meglio i nativi dell’Occidente sia cristiani che non cristiani. Ma se fosse l’unica cosa ragionevole da fare? Tanti anni fa il Cardinale Biffi, arcivescovo di Bologna, propose di essere selettivi nella immigrazione, con preferenza ad esempio per chi provenisse da paesi di cultura cattolica come le Filippine, che si potessero più facilmente integrare in Italia con gli indigeni cattolici: apriti cielo! Su questo tema siamo divisi nella Chiesa come guelfi e ghibellini, con la gerarchia che prende una posizione di parte. Non importa se sia ragionevole o meno, non è ragionata.

Tra i fedeli, dunque, il Papa fa appello alla loro fede, mentre parla al di là della loro cerchia con il prestigio della sua posizione papale; ma come ho detto si astiene dal nominare l’origine di quella posizione. Per questo, lungi dall’essere infallibile, egli è intrinsecamente discutibile – come un qualunque Kant (a meno di non considerare Kant alla stregua di una specie di infallibile pontefice). Che vi sia infatti una ragione non solo distinta dalla fede, ma da essa separata, è nozione del tutto moderna. Quanto ho appreso da autori non cristiani, è che essa è davvero nozione tribalmente occidentale. L’avversione, in “Occidente”, all’esclusività così detta religiosa, non fa che opporre ad essa la propria esclusività: una cattolicità della ragione che, separandosi dalla fede, non sa rendere ragione di se stessa – così come non può rendere ragione di sé la fede da sola.

Dire fede significa dire persuasione mossa dalla fiducia nell’autorità, e la prima cosa a cui l’autorità muove è a parlare, e quindi all’esercizio della ragione. Siamo invece abituati a porre in termini di fede e ragione la questione della conciliabilità della dottrina cristiana, insegnamento al quale si aderisce per fede, e la cognizione delle cose acquisita con la ragione: come se ne avessimo notizia separatamente, prima di metterle a raffronto. Da qualche secolo a questa parte, vi siamo così abituati da non renderci neanche conto dell’errore antropologico, abissale, in cui cadiamo. Avere notizia di qualcosa significa anche che è oggetto di discorso. Ora, nell’uso del linguaggio noi ci definiamo nei nostri rapporti reciproci ed enunciamo come stanno le cose nel mondo, inestricabilmente; e ciò comporta l’impossibilità di separare fede e ragione. Non rendendocene conto, quindi, non vediamo la pretesa d’autorità di chi si richiama alla ragione, ma solo quella di chi ci richiama alla fede.

Riconoscere l’umanità di tutti gli esseri umani, di qualunque tempo e luogo, viene da un’autorità universale, che ha ricapitolato quell’umanità nella pura e semplice corporeità. Questo dovrebbe far capire il magistero. Dopo di che del problema delle migrazioni si può anche discute razionalmente.


 

17 giugno 2021

Marx ha chiesto a Bergoglio di dimettersi?


La lettura fornita da Melloni, l'esponente principale della scuola teologica progressista di Bologna, riguardo le dimissioni del cardinale Marx è dirompente. Sarebbero state una richiesta neanche troppo implicita di dimissioni a Bergoglio.

Le motivazioni non lascerebbero infatti molto spazio alle interpretazioni. Se Marx dichiara di sentirsi responsabile per non aver lottato adeguatamente contro la questione abusi negli ultimi anni e se tutta l'istituzione ecclesiastica è correa di questa colpa, chi se non Bergoglio stesso dovrebbe seguire l'esempio di Marx?

La lettura di Melloni chiaramente deriva da fonti ben più dirette di quelle che potremmo avere noi e dunque non va ignorata. Così come non va presa sotto gamba la conclusione dell'articolo, che profetizza "una tempesta imminente". 

I progressisti stanno preparando qualcosa contro il "loro" Papa? 

D'altronde anche le persone più in malafede del mondo non possono che prendere atto, dopo tutti questi anni, che il pontificato di Bergoglio sia stato un disastro sotto ogni aspetto, senza se e senza ma.

Di seguito, alcuni stralci dall'articolo "Il giugno nero della Chiesa", di Alberto Melloni:

Che nel papato di Francesco ci sia un' autenticità cristiana ineguagliata, lo si vede a occhio nudo. Più difficile è vedere se c' è un filo che lega fatti che si inanellano in questo giugno nero per la dimensione istituzionale della Chiesa. In principio c' è il cardinale Marx. Dimettendosi per denunciare l' inerzia della Chiesa, ha di fatto chiesto le dimissioni del Papa. Insegnando a Francesco come si "assume la colpa", gli ha imputato impotenza in quei metodi spicci che, diventati l' unica cura dell' omertà sui crimini pedofili, non possono più discernere fra calunnie e denunce. La risposta del Papa è stata pubblicare la missiva "personale" di Marx il 3 giugno e il 10 respingere le dimissioni. Mescolando Lc 5 e Gv 21, ha ricordato a Marx che nella Chiesa pasce chi ama e non chi mena.

Successivamente Melloni elenca la disastrosa decisione di porre un limite di 10 anni al mandato di chi guida i movimenti ecclesiali (CL, Neocatecumenali ecc), compresi i fondatori, la vicenda Enzo Bianchi, il mandato a mons. Miragoli di ispezionare la congregazione per il clero salvo poi nominare un prefetto quattro giorni dopo, una strana vicenda interna alla Santa Sede, gli sviluppi dell'affare Becciu e, dulcis in fundo, la gestione della comunicazione nell'affaire della comunione a Biden. E siamo solo a metà mese!!!

Infine il 6 giugno il Papa ha fatto cenno all' Angelus all' eucarestia come «pane dei peccatori». Una frase indirizzata alla conferenza episcopale americana che deve votare su se o chi possa negare a Joe Biden la comunione per la sua posizione pro choice, in materia di aborto. Forse la segreteria di Stato ha già disinnescato la bomba: ma se il Papa non lo avesse ordinato o permesso il rischio che il secondo presidente cattolico sia bersaglio della sua Chiesa c' è. C' è un filo fra questi atti? Alcuni vi vedono l' influsso eccessivo di consiglieri grossolani; altri il piglio autoritario già rimproverato al giovane papa Bergoglio nella compagnia. Non cambia. Fossero anche eventi slegati, il loro accumularsi è un fatto che (per stare a Lc 5) prepara una tempesta.

In pratica, conclude Melloni, in pochi giorni si è accumulata una montagna di pasticci, dovuti (traduciamo noi) ad un cerchio magico di collaboratori completamente inadeguati e al vizio di Bergoglio di decidere da solo senza guardare in faccia a nessuno. Bella roba!!!

 

09 giugno 2021

Qualcuno (tipo Parolin) ci spiega i fallimenti diplomatici vaticani?


Leggiamo divertiti delle dimissioni del cardinale Marx, che ha rimesso il mandato nelle mani di Bergoglio. Stando a qualche retroscena pubblicato da Valli, sembra che il pingue arcivescovo di Monaco e Frisinga sia stato colpito dal solito scandalo (ad orologeria?) riguardo l'insabbiamento di abusi sessuali. Una tiritera che purtroppo tiene in scacco ormai molti vescovi.

Detto ciò, ci sembra che il prossimo a meditare le dimissioni dalla Segreteria di Stato debba essere il cardinale Parolin, che, oltre ad essere veneto, in questi anni non ne ha imbroccata una e, stando ai beni informati, è anche ben poco valutato nel suo ruolo, dato che l'inner circle di Santa Marta svolge le sue funzioni. 

Cina

Al posto di pensare alle messe in latino in San Pietro, al Summorum Pontificum e altre faccende che al Segretario di Stato non dovrebbero interessare granché, il signor Parolin dovrebbe spiegare se l'accordo con la Cina sia andato a buon fine.

Ad occhio, sembra di no. Se, al contrario, è andato a buon fine, sarebbe bello capire cosa ci fosse scritto.

Guardiamo comunque la situazione cinese:

- le persecuzioni ai danni di tutte le confessioni e religioni sono ai massimi livelli;

- la situazione di Hong Kong grida vendetta;

- la questione Covid ha evidenziato ancora una volta come la Cina sia infida e pericolosa per il resto del mondo, quindi farci accordi forse non è stato geniale.

Soffermandoci ai cattolici, leggiamo con sgomento l'allarme del direttore di Asia News:

"Dunque la diocesi di Xinxiang e tutti i suoi sacerdoti vengono ancora perseguitati in quanto secondo Pechino agiscono in clandestinità, senza l'approvazione del governo cinese  e  fuori dagli accordi raggiunti tra Cina e   Vaticano nel 2018 e prorogati fino al 2020 che riguardano però solo la nomina dei vescovi... paradossalmente l'accordo ha per certi versi peggiorato la situazione: chi esce  dalle regole stabilite da Pechino  insieme al Vaticano viene inesorabilmente perseguito"

In pratica il geniale accordo ha fornito uno strumento di persecuzione ai cinesi. I casi sono due, o in Vaticano hanno fatto apposta o sono completamente inadatti e la struttura va azzerata. Poiché Parolin è il Segretario di Stato, e svolge funzione di ministro degli esteri, vorremmo qualche spiegazione.

Medio Oriente

Sul Medio Oriente la Segreteria di Stato oggi non è pervenuta. E lo dicono loro. "Non ci sono le condizioni per una mediazione del Vaticano". E te pareva? E dire che in passato la Santa Sede ha sempre avuto un ruolo centrale, anche per tutelare i cristiani della zona, che non sono pochi. 
Ma la tutela dei cristiani nel mondo oggi è un vago ricordo. L'andazzo bergogliante ci regala solo frasi a effetto e il fallimento diplomatico è sotto gli occhi di tutti.


 

08 giugno 2021

Harris respinge gli immigrati. "Non venite negli Stati Uniti". Disperazione in Vaticano?

Chissà come l'hanno presa a Santa Marta, vedendo che la loro beniamina democrat, Kamala Harris, ha scelto di aiutare i migranti "a casa loro".

Leggiamo dalle agenzie:

"Non venite" negli Usa, perchè "se arriverete al nostro confine, verrete rispediti indietro". Così la vice presidente degli Usa, Kamala Harris, durante la sua visita in Guatemala, si è rivolta ai potenziali migranti. "La maggior parte delle persone non vuole lasciare il posto dove è cresciuta", ma spesso lo fa "perché scappa o perché semplicemente non riesce a soddisfare i suoi bisogni primari stando in patria", ha riconosciuto la numero due dell'amministrazione Biden, incontrando il presidente guatemalteco Alejandro Giammattei.Ma invece di intraprendere il viaggio verso gli Usa, la Harris ha invitato il Guatemala a "lavorare insieme" per trovare soluzioni a "problemi di vecchia data". Alle persone deve essere dato "un senso di speranza che l'aiuto sia in arrivo". L'obiettivo è "creare condizioni in Guatemala in modo che (i giovani) possano trovare la speranza che non hanno oggi", ha aggiunto.

Forse legare la politica e la retorica vaticana all'agenda politica del Partito Democratico americano non è stata una scelta molto oculata. Caro Bergoglio, hai toppato ancora! Magari la prossima volta rileggi qualche testo dei tuoi predecessori!


 

27 maggio 2021

La Messa in latino e la generazione dei distruttori



di Francesco Filipazzi

È notizia di qualche giorno fa che presso Santa Marta, la residenza pontificia, progettino ancora una volta di limitare la possibilità di celebrare la Messa tridentina. I motivi dell’avversione al rito antico da parte di Vescovi, sacerdoti e dell’attuale Papa, sfuggono a coloro che non seguono le vicende ecclesiastiche, in quanto nell’immaginario collettivo la Chiesa dovrebbe essere custode di una Tradizione millenaria.

Purtroppo, però l’auto percezione dell’alto clero è molto diversa. Spieghiamo perché.

Fallimento generazionale

Quello che oggi sta andando in onda nel mondo cattolico è il colpo di coda di un fallimento generazionale. Coloro che, con la riforma liturgica di Paolo VI, pensavano di adeguare la Chiesa allo spirito del tempo, sono rimasti cocentemente delusi. Loro lo sanno. Le folle cattoliche non li hanno seguiti e gli ultimi 50 anni, dopo il Concilio e la promulgazione del nuovo messale, hanno visto andare in scena un triste e lungo addio fra l’Europa e la Chiesa. La figlia, viste le bizze della madre, ha salutato ed è andata per la sua strada. Il popolo voleva capire di più la messa, spiegava il cardinale Ottaviani, non voleva che venisse stravolta.

Nonostante il disastro già rilevato da Paolo VI e i tentativi dei papi successivi, il clero a tutti i livelli ha continuato a perseverare nell’errore. Tutto andava decostruito. Messa, teologia, edifici sacri.

Oggi le chiese sono vuote e i fautori del cambiamento, assieme ai loro discepoli più giovani e idioti, si trovano a celebrare pseudo messe in orrendi capannoni, ascoltando chitarre scordate e canzoni ridicole, osservando ballare e sculettare qualche prete giovane e ancora più imbecille. Bella roba.

Nonostante l’evidente presa in giro, piuttosto di ammettere di aver costruito un circo di effemminati, perseverano. D’altronde la rivoluzione occlude le menti dei rivoluzionari.

Chi ha osato fuggire dal circo, ritornando alla Messa in Latino, garanzia di serietà e rettitudine dottrinale, sta mettendo in discussione una costruzione, mentale più che fisica, di una generazione fallita. Che non accetta, non elabora il lutto della propria giovinezza tradita e quindi cerca di eliminare ancora una volta ogni traccia del passato.

La mancanza di formazione dei giovani preti

Questi personaggi sono in malafede. Tempo fa parlando con un prete che insegna liturgia in seminario, mi sentii dire che “i preti giovani non sanno il latino, ripetono solo delle formule”. Il problema è che il latino dovevano insegnarglielo, così come avrebbero dovuto insegnare la liturgia, la storia della Chiesa, la teologia, il magistero. Nei seminari invece viene insegnato che la storia del cattolicesimo è stato un grande equivoco dall’editto di Costantino in poi, conclusosi con la rinascita del Concilio Vaticano II. Non stiamo scherzando. Nei corsi di liturgia viene insegnato solo il rito moderno e quello antico viene solo stigmatizzato.

Il sistema di indottrinamento dei seminari è però anche lui fallito. Molti sacerdoti giovani stanno inceppando gli ingranaggi del meccanismo, riscoprendo la tradizione, studiando autonomamente, mettendo in discussione il lavaggio del cervello subito. Non accettano il ruolo di disordinati e sudati animatori da villaggio turistico proposto dai loro vescovi. E questo è un problema.

Alcune frasi interessanti

Quando ero giovane odiavo i più vecchi con l’abito lungo [talare -NDR], ora ci sei tu e ce l’hai su anche tu. Non ci libereremo mai di voi”, disse un anziano parroco al suo coadiutore giovane.

Per favore, non crearmi problemi, non venire in curia con la talare. Io non ho problemi, ma qui li hanno”, disse un vescovo ad un altro prete giovane.

Che dire? Stiamo parlando della fine di un’epoca desolante e non sappiamo se i suddetti giovani avranno la forza di imporre la loro linea. Rimangono comunque una minoranza. I loro coetanei indottrinati e ben poco virili credono alle idiozie che hanno sentito.

Un altro elemento interessante

In questi pensieri a ruota libera, trova posto un elemento interessante. Le soprintendenze delle Belle Arti, istituzioni dello stato italiano, stanno combattendo da anni una lotta silenziosa contro il clero modernista.

I rappresentanti di quest’ultima categoria vedono bocciati costantemente i loro progetti di distruzione delle chiese antiche e si lamentano dell’ingerenza delle autorità civili. Le quali sono rimaste le uniche a cercare di salvare il salvabile. Talvolta, giustamente, scattano anche le denunce.

Tempo fa un sacerdote, purtroppo mancato prematuramente, mi mostrò che, nella chiesa in cui celebrava, la cui prima costruzione datava X secolo, era ancora presente un antico portale da cui entravano i fedeli in procinto di essere battezzati. Il parroco precedente aveva fatto intervenire, per via di un’infiltrazione, il muratore del paese. Il quale con cazzuola e cemento aveva chiuso il buco. Sbragando un monumento.

D’altronde, in Francia, si è visto concretamente ciò che è accaduto con la ricostruzione di Notre Dame. Gli imbecilli stavano già progettando l’affidamento del progetto di ricostruzione ad una qualche archistar, mentre lo stato francese ha imposto la ricostruzione così com’era.

Questa situazione non è altro che l’ennesima conferma di ciò che abbiamo detto fino ad ora. La generazione dei distruttori, non si ferma ed è sempre più aggressiva. Si è riprodotta, ormai le generazioni sono due, la seconda più capra della prima.

Non hanno senso della misura, leggono la realtà con occhiali distorti, sbagliano tutte le analisi da 50 anni. I risultati ovviamente si vedono. 


 

25 maggio 2021

Il Summorum Pontificum ancora in pericolo. Bergoglio vuole solo la pachamama?



E' evidente che la Messa Tridentina mal si concilia con il culto della Pachamama, la divinità andina tanto in voga in Vaticano.

Sembra che adesso Bergoglio, dopo aver giubilato Sarah dal culto divino, voglia ancora una volta attentare al Summorum Pontificum, fra il plauso dei vescovi italiani che hanno fatto della lotta al cattolicesimo il loro punto di orgoglio. Certo, con uno scisma in atto in Germania forse ci sarebbero altri problemi, ma forse quelle tedesche sono tutte sceneggiate, perché l'agenda bergogliana collima esattamente con la loro. 

Prendiamo da Messainlatino:

Si tratta, per adesso, di notizie ancora frammentarie, da nostre plurime fonti all'interno della CEI ed episcopali, ma sembra che ieri (24.5.2021) il Papa, rivolgendosi ai vescovi italiani in apertura dei lavori dell’assemblea annuale della CEI (e in un successivo incontro con un gruppo di loro), abbia preannunciato l’imminente riforma in peggio del Motu proprio Summorum Pontificum.

Dopo l’ennesima messa in guardia dall’accogliere in seminario dei giovani “rigidi” (cioè fedeli alla dottrina), Francesco ha annunciato ai vescovi che è giunto alla terza stesura di un testo che reca misure restrittive in ordine alla celebrazione da parte dei sacerdoti cattolici della Messa nella forma extraordinaria liberalizzata da Benedetto XVI il quale, a suo dire, con il Summorum Pontificum voleva andare incontro solo ai lefebvriani, ma che oggi sono soprattutto i giovani preti a voler celebrare la Messa tridentina magari non sapendo neanche il latino.

In proposito ha raccontato di un vescovo al quale si era rivolto un giovane prete manifestandogli l'intenzione di celebrare nella forma extraordinaria. Alla domanda se sapesse il latino, il giovane prete gli ha detto che lo stava imparando. Al che il vescovo gli ha risposto che sarebbe stato meglio imparasse lo spagnolo o il vietnamita in quanto in diocesi erano molti gli ispanici e i vietnamiti.

A quanto si comprende, si ritornerebbe all’indulto - con previa autorizzazione del vescovo, o addirittura del Vaticano -  con tutto ciò che ne consegue e cioè una reintroduzione del divieto di celebrare secondo il Messale di San Giovanni XXIII, tantissimi dinieghi delle autorizzazioni e la pratica ghettizzazione dei sacerdoti e dei fedeli legati all’antico rito. Dopo Mose il liberatore, ritornerebbe il Faraone.

La  credenza che il Summorum Pontifucum sia stato redatto solo per andare incontro ai lefrebvriani è infondata e falsa: non solo perché lo si evince dal testo del Motu proprio (e dall’Universae Ecclesiae) ma a dirlo espressamente è lo stesso Benedetto XVI che a pagina 189 - 190 del libro “Ultime conversazioni” (a cura di P. Seewald, ed Corriere della Sera, si veda foto sotto) secondo cui la riabilitazione  della Messa  antica col Summorum Pontificum non deve essere assolutamente inteso come concessione alla Fraternità, ma come via perché tutta la “Chiesa preservasse la continuità interna con il suo passato. Ciò che prima era sacro non divenisse da un momento all’altro una cosa sbagliata. Adesso non c’è un’altra Messa. Sono che diverse forme dello stesso rito”.

Un sacerdote ci ha detto a tal proposito: "Non mi sembra strano, che i vescovi attacchino il Summorum Pontificum: dopo tutto quello della liturgia antica è il più grave, serio e attuale problema della Chiesa".

Se sono arrivati già alla terza bozza vuol dire che stanno lavorando sul serio (e da tempo) per limitare e - di fatto - annullare il Summorum Pontificum. C'è quindi veramente da preoccuparsi e da pregare: Benedetto XVI avrà qualcosa da dire?

Vi terremo aggiornati.


La Redazione