20 settembre 2026

Just EUman. Gli abortisti sono terrorizzati dalla verità


Pubblichiamo l'intervista a Paolo Inselvini, europarlamentare di Fratelli d'Italia, comparsa sul Secolo d'Italia, riguardo la mostra "Just EUman, Come nasce un Cittadino Europeo", che ha fatto uscire di testa la sinistra e i progressisti europei.

di Francesco Maria Filipazzi

"Just EUman, così nasce un cittadino europeo", questo il titolo della mostra che sta generando reazioni fortissime da parte dei progressisti europei. L'esposizione, composta da 14 pannelli che spiegano scientificamente l'evoluzione di un bambino dal concepimento al parto, ha provocato un'indignazione che neanche gli stessi organizzatori si aspettavano. Ne abbiamo parlato con Paolo Inselvini, il Parlamentare Europeo che assieme a Pro Vita e Famiglia ha portato l'iniziativa alla sede di Strasburgo.

1. Che cos’è Just EUman? Come nasce l’idea?

“Just EUman – Come nasce un Cittadino Europeo”, prende forma, assieme agli amici di ProVita&Famiglia, dalla volontà di mostrare un fatto oggettivo all’interno delle istituzioni europee: come inizia il miracolo della Vita. Cosa risiede nel pancione di ogni madre dal momento del concepimento sino al parto. Un bellissimo viaggio che ognuno di noi, ogni cittadino europeo – e non solo -, compresi coloro che oggi tanto contestano la mostra, ha attraversato per essere qui con noi.

La mostra, quindi, percorre attraverso 14 panelli immagini e spiegazioni scientifiche delle diverse fasi dello sviluppo prenatale. Noi abbiamo voluto portarla nel cuore delle istituzioni europee perché riteniamo che, quando si discute di vita, maternità e aborto, si debba innanzitutto sapere di che cosa si sta parlando. Ed il primo passo è proprio quello di mostrare, a tutti, la realtà della gravidanza.


2. Ti aspettavi tutte queste polemiche?

Sappiamo bene quanto il tema della difesa della Vita, in tutte le sue fasi, sia divisivo nel Parlamento europeo. Non mi aspettavo però una reazione di queste dimensioni davanti a una mostra che presenta il percorso dello sviluppo prenatale.

Tra l’altro, non abbiamo improvvisato nulla: la mostra ha seguito le procedure previste dal Parlamento europeo, è stata sottoposta ai controlli degli uffici competenti e ha ricevuto l’autorizzazione necessaria per essere esposta. Non abbiamo chiesto trattamenti di favore e non abbiamo cercato scorciatoie.

Per questo la forza della reazione mi ha colpito. Si può naturalmente essere in disaccordo con la nostra posizione politica ed etica; fa parte del pluralismo. Ma proprio perché esistono opinioni profondamente diverse, credo sia importante che nelle istituzioni europee ci sia spazio anche per mostrare e discutere questa prospettiva.

3. Ma, in fin dei conti, i critici che cosa vogliono? Far vedere le fasi di una gravidanza è così scandaloso?

È evidente come le accuse della sinistra e le minacce di censura sia semplicemente un arrampicarsi sugli specchi. Se avessero dedicato del tempo a leggere i pannelli della mostra, avrebbero compreso l’approccio scientifico e la volontà di mostrare un bambino nelle varie fasi prenatali. Mi chiedo, sono impauriti da quel bimbo? Oppure dal rischio che, vedendo ciò che veramente si trova nel ventre materno, le loro bugie perpetuate negli anni si dissolvano al sole?

Non è possibile, come avviene troppo spesso qui in Europa, che si proteggano con maggiore attenzione le uova degli uccelli o i cuccioli di qualsiasi altra specie rispetto ai bambini. Anzi, nostro compito è fare in modo che le donne e le famiglie siano aiutate al fine di non dover ricorrere ad un aborto.

Pertanto, la sinistra può inveire e gridare allo scandalo, ma il vero scandalo è non voler riconoscere la realtà di una gravidanza. Sinceramente, non sono arrabbiato per il loro astio e la loro acredine. Al contrario, credo che, se sono realmente convinti delle proprie idee, devono sapere – anche attraverso questi pannelli – che cosa promuovono di sopprimere. E se questa mostra ha suscitato una reazione così veemente, significa che qualcosa siamo riusciti a smuovere anche nelle loro coscienze.

4. In generale, la battaglia per la vita come sta andando in UE? Il PPE dovrebbe combatterla con voi ma sembra ormai in disarmo.

La battaglia per la Vita sta andando avanti. Rispetto al passato, vi sono nuove maggioranze che si stanno formando, e questo anche grazie al lavoro minuzioso di rete e sensibilizzazione che stiamo facendo. Ad esempio, sin dal principio del mio mandato, io ho organizzato grandi conferenze sulla dignità del concepito, sull’utero in affitto come reato universale, oppure, ho avuto l’onore ed il piacere di avere a Bruxelles Sua Eminenza il Cardinale Robert Sarah, che ci ha regalato una bellissima lectio magistralis riguardo all’ideologia genere, ai cosiddetti diritti sessuali e alle imposizioni ideologiche dell’Europa nei confronti del continente africano.

Insomma, questi sono solo degli esempi. Io penso che la battaglia per la Vita, che stiamo portando avanti, debba esser fatta da un lato con azioni pubbliche ed evidenti, come la mostra che abbiamo organizzato a Strasburgo, dall’altro attraverso un lavoro quotidiano fatto di dialogo e di confronto con tutti i miei colleghi, di qualsiasi spettro politico, che abbiano il coraggio di dirsi cristiani e di difendere quei valori più alti che non sono negoziabili. Il PPE è un gruppo politico composto da più anime. Devo dire che con alcuni di loro abbiamo un buon rapporto di collaborazione, ma non posso non negare come una buona parte abbia ormai perso quei valori cattolici che hanno contraddistinto quel gruppo in passato.

Noi continueremo a dialogare con tutti coloro che, indipendentemente dal gruppo politico di appartenenza, condividono almeno parte delle nostre preoccupazioni sulla tutela della Vita, della maternità e della famiglia.

5. Quali sono le prossime azioni che metterete in campo?

Ovviamente questa mostra non è stata un punto di arrivo, ma solo un passaggio della nostra battaglia a favore della Vita. E sono convinto che abbia colpito nel segno: grazie all’inveire della sinistra, capiamo come sia necessario, ancora di più e ancora una volta, mostrare a tutti come in quel grembo vi sia un essere umano, la cui dignità dobbiamo difendere in tutte le fasi della sua vita.

Noi continueremo a lavorare senza arretrare di un millimetro. Sono convinto che giorno dopo giorno riusciremo anche al Parlamento Europeo a garantire che anche i diritti del concepito vengano rispettati.


 

18 settembre 2026

Neolingua e sincretismo


di Marco Begato

La recente Nota “Sessant’anni di dialogo e di fratellanza interreligiosa alla luce della Dichiarazione conciliare Nostra aetate”, opera congiunta di ben tre Dicasteri vaticani, rinnova l’euforia per il dialogo interreligioso, sia pur mettendo all’erta da facili sincretismi.

L’occasione è propizia per mettere mano a brevi e ironici appunti che avevo dimenticato nel cassetto: si parla di Buddha e di Fratelli Tutti.

L’aggancio con Buddha lo devo all’esperienza che dai primi anni del millennio (credo dal 2010) sta girando in Italia: il Festival dell’Oriente, una mostra itinerante a forte sfondo commerciale, dedicata a far conoscere curiosità e costumi del lontano Oriente, non senza uno spolvero di kitsch

Non potendo impedire ad amici e studenti di visitarla, gli avevo chiesto a suo tempo che mi portassero almeno del materiale propagandistico religioso. È così che ho scoperto Buddhismo Magazine

Il sussidio, i cui numeri sono disponibili on-line, nasce nel 2020 contestualmente a un rilancio di immagine dell’Unione Buddhista Italiana.

Di esso mi hanno subito colpito i titoli di copertina:

Il prossimo Buddha sarà la comunità; gli altri prima di sé; compassione il nostro patrimonio; salvare la speranza; la svolta ecologica; libertà e liberazione; immaginare il futuro; il valore delle tradizioni; formare i nuovi cappellani; sacralità alimentare; un cuore generoso; le radici dei diritti; donne oltre gli stereotipi; migranti integrazione; buddhismo e dialogo; un nuovo patto per il pianeta.

La sovrapposizione dei temi con tante riviste patinate, ma anche con i refrain del pontificato di Francesco e ai supporters sinodali è impressionante: si pensi a Querida Amazonia, Evangelii gaudium, Fratelli tutti.

Sarei curioso di sapere da un bonzo buddhista se questi siano temi veramente propri del loro retaggio spirituale o se anche loro, come noi, stiano subendo una piega culturale mainstream nell’approccio al religioso.

La domanda quindi suonerebbe così: noi cattolici stiamo diventando buddhisti? O invece le religioni in generale stanno convergendo verso una neolingua mediatico-globalizzata?

Mi manca la risposta, anche se propendo per la seconda, e intanto il pensiero non può non correre a Fratelli tutti, l’enciclica di Papa Francesco pubblicata nel 2020 (coincidenze?), di tutte le bergogliane certamente la lettera più esposta al rischio sincretista e indifferentista. Al punto che l’approccio orizzontale e qualche sbavatura di metodo ne fanno a ben vedere una degna compagna di dialogo col buddhista en dehors.

Mi siano concessi solo due appunti.

Dal punto di vista narratologico, Fratelli Tutti conferma un trend tipico di altri scritti franceschiani, quello cioè di introdurre l’argomento princeps chiamando in causa un autore tradizionale, generalmente interpretato in modo distorto o parziale, salvo poi procedere nella riflessione praticamente senza legami con la fonte di partenza.

Il primo capitolo, per esempio, si apre presentando la discesa di Francesco dal Sultano, però tace il vero motivo di tale missione, tutta cristocentrica, e ne esegue la consueta riduzione filantropica di sapore piuttosto illuminista che cattolico.

Per una ricostruzione migliore di tale episodio, basata sulle fonti, rimando al seguente:

Francesco d'Assisi e la pace

Dal punto di vista logico, il core del documento si svela al n. 127:

Senza dubbio si tratta di un’altra logica. Se non ci si sforza di entrare in questa logica, le mie parole suoneranno come fantasie

Già, una logica che non presenta continuità con le citazioni agiografiche e magisteriali precedenti e che non si inserisce né armonicamente né dialetticamente nel magistero continuativo, una logica ad hominem che lascia a loro agio solo i fedelissimi del pensiero di Francesco, o in genere quanti si muovono con maggior scioltezza tra le associazioni di immagini anziché tra le deduzioni del ragionamento.

Tale logica fantastica si snocciola dal capitolo secondo, procedendo nei successivi, fino alla gloriosa conclusione in cui si scopre che noi cattolici ci riferiamo a Gesù Cristo, mentre 

“altri bevono ad altre fonti” (n. 277).

Del resto il Documento di Abu Dhabi - vera magna charta di riferimento del testo, ripresa integralmente in appendice - ha chiarito che

“Dio ha creato tutti gli esseri umani uguali nei diritti, nei doveri e nella dignità, e li ha chiamati a convivere come fratelli tra di loro”.

Il Dalai Lama probabilmente concorda, almeno sulla seconda parte.

Riletta dopo qualche anno - prendendo peraltro atto con occhio disincantato delle imprudenze in tema Covid-19 (qui, infra, ho argomentato tale testi: ), grossolanamente citato nei numeri di apertura -, questa enciclica stupisce per la sua ingenuità.

Ma allora a che pro tornare a citarla nella Nota pubblicata dai tre dicasteri vaticani?

Concludo con una peroratio riparativa:

Gentilmente qualcuno si preoccupi di pubblicare una notiziuola in cui quantomeno chiarire, a noi di mentalità più vetusta, quali siano i criteri sicuri futuri per evitare di precipitare irreversibilmente verso una neolingua mediatico-globalizzata (etcetera): farebbe, penso, un qualche favore persino ai redattori di Buddhismo Magazine.

 

05 settembre 2026

Zaia. Una deriva preoccupante


Di Paolo Maria Filipazzi 

Il 2 settembre 2026 passerà alla storia per un fatto di assoluta gravità: per la prima volta una legge sul “fine vita” è stata approvata dal consiglio regionale di una regione amministrata dal centrodestra.

L’unico partito ad aver votato compattamente contro la legge è stato Fratelli d’Italia, mentre si sono spaccati Forza Italia e Lega, con la benedizione di Luca Zaia, grande sponsor della frattura.

Un’ anima liberal e radicale nel centrodestra è sempre esistita, tuttavia era sempre stata bilanciata e, sostanzialmente, messa in minoranza da una forte componente cattolica, che traeva la propria forza dal fatto di essere interprete del sentire dello zoccolo duro del proprio elettorato. Lo stesso Berlusconi, non propriamente un mistico, aveva compreso il vantaggio politico di farsi interprete delle istanza cattoliche costituendo un asse con la Conferenza Episcopale, al cui vertice per molti anni sedette il cardinal Ruini.

La morte di Berlusconi ha aperto una crisi in questa impostazione. Se il suo formale successore alla guida di Forza Italia, Antonio Tajani, resta fondamentalmente un rispettabile conservatore, è ormai chiara l’influenza dei familiari del defunto premier, in particolare della figlia Marina, le cui tendenza liberal progressiste sono dichiarate, la quale sta ormai apertamente operando per un cambio del vertice del partito che sia a sua immagine.

Quanto alla Lega, la questione è più articolata. Le radici del partito ex secessionista stanno storicamente a sinistra e da sinistra proviene un certo spirito anticlericale di parte della base storica. La retorica anti meridionale  in parte attribuiva il ritardo del Sud anche ad una certa mentalità “arretrata”, la cui “arretratezza” sarebbe stata anche dovuta ancora al forte legame popolare di quelle terre al cattolicesimo, contrapposta all’ “apertura” di un Nord ormai moderno e quindi laico, più vicino alla Mitteleuropa … 

Quest’ anima è sempre stata diluita dal fatto che, storicamente, l’elettorato leghista altro non fosse che elettorato ex democristiano, alla qual cosa si deve aggiungere che molti cattolici tradizionalisti si erano trovati a sostenere il Carroccio attratti dalla sua retorica anti-unitaria e quindi anti-risorgimentale. Così alla fine anche la Lega, al netto di qualche sparata di Bossi ed altri esponenti leghisti contro la Chiesa, di solito, per altro, pronunciata in risposta alle reprimende di qualche prete immigrazionista, ha sempre contribuito a fare diga sui temi etici.

La svolta “nazionale” si è accompagnata ad un più marcato accento sui temi “pro vita”. Questo ha fatto si che, in quella parte delle Lega insofferente a tale svolta, riemergesse l’anima laicista sopita. Non a caso Zaia ad oggi è il principale rivale interno di Salvini e l’araldo del ritorno ad una linea autonomista. Insomma, quello che si prospetta in caso di emersione di una eventuale leadership di Zaia non è il ritorno della “vecchia Lega” ma una terza versione del partito che ne sarebbe anche la versione peggiore.

Insomma, il pericolo che sia iniziata una deriva è reale. E non possiamo che preoccuparcene.

 

31 agosto 2026

Riscoprire Andrej Tarkovskij


di Francesco Filipazzi 

Nel 1986, il 29 dicembre, scompariva Andrea Tarkovski, un grandissimo regista russo profondamente inviso al regime sovietico.

Nonostante fosse molto ammirato in tutto l'occidente, sia per la sua arte che per le prese di posizione che lo portarono ad esiliarsi in Italia e a chiedere la cittadinanza statunitense, è ultimamente poco citato, da questo parti.

A celebrarne la figura però ci ha pensato Massimiliano Pappalardo, con l'agile volume "La filosofia di Andrej Tarkovskij", nel quale vengono ripercorsi i sette film che hanno reso il lavoro di questo regista una pietra miliare della storia del cinema.

Credente e molto influenzato dalla spiritualità ortodossa, Tarkovskij non crea un'arte esplicitamente sacra, ma la telecamera che si sofferma sulle inquadrature, il ritmo lento e solenne, sembrano proporre delle vere icone viventi. Questi film sono dunque partecipi della metafisica delle immagini e della luce di cui parla Pavel Florenskj a proposito, appunto, delle icone ortodosse, concepite come porte fra il mondo visibile ed invisibile.

I film di Tarkovskij sono dunque iconostasi e teatro di una liturgia vera e propria. Non a caso "Andrej Rublëv", la storia di un pittore di icone vissuto nel XV secolo, è considerato uno dei capolavori della storia del cinema.

Consigliamo dunque il libro di Pappalardo, contenente molti altri riferimenti che lasciamo al lettore, come introduzione ad un regista che andrebbe riproposto e studiato, per recuperare un po' di profondità in mezzo al piattume (e pattume) del nostro tempo.


 

25 agosto 2026

Finito il woke chiudiamo i conti con la chiesa progressista



Di Francesco Filipazzi

"Woke 1 was Crazy", il primo woke era una follia. Così Alexandria Ocasio-Cortez, una delle donne forti dei dem statunitensi, ha liquidato l'ideologia woke (quella che non esisteva), ribadendo poi che per la sinistra è ora di tornare ad occuparsi dei problemi sociali reali. Pur non essendo mossa da sincerità, questa ammissione ha scatenato automaticamente una reazione emulativa, soprattutto in Italia, dove ha avuto lo stesso effetto del guareschiano "Contrordine compagni". Leader politici, senza senso del ridicolo, e quotidiani di sinistra hanno iniziato a prendere le distanze dal wokeismo.

Il tema tocca anche i rapporti interni alla Chiesa cattolica. Ci sono decine di alti prelati, tedeschi in testa, che hanno investito tempo e denaro nel tentativo di cambiare usi e dottrina, inseguendo le mode green e omosessualiste, creando una frattura gravissima, allontanando i fedeli e, soprattutto, offendendo Nostro Signore.

Certificato dunque il fallimento globale dell'ideologia di riferimento, è ora dunque di ricondurre anche i cattolici progressisti alla ragione. I primi falliti di questa vicenda appaiono proprio loro, sedotti e abbandonati (a bordo strada?) dai loro beniamini.

I veri scismatici infatti sono loro, non solo i tedeschi, ma anche tutti coloro che tutt'ora con la scusa della chiesa sinodale, vanno avanti a proporre le loro idee venefiche.

I cardinali conservatori coglieranno la palla al balzo e chiederanno di chiudere il "Sinodo dei gay"?

Noi dal canto nostro, chiediamo al Santo Padre di chiudere i conti finalmente con questi progressisti wokeisti, che oltre a dividere la chiesa ancora una volta sono sconfitti dalla storia.

 

15 luglio 2026

Lefebvre in Africa



Proponiamo uno stralcio del nostro libro "Fino alla fine del mondo" (Giubilei Regnani - 2018), riguardante l'opera africana di mons. Marcel Lefebvre. Copie ancora disponibili su Ebay

Da San Comboni prese dunque forma un'opera enorme di evangelizzazione che ha coinvolto la Chiesa fino ai giorni nostri e che proseguirà. Nel secolo successivo si affacciò però una necessità nuova. Oltre ad avere un clero indigeno, serviva una gerarchia indigena. Pio XII si fece latore di questo intento. Fra le persone che ricevettero l'incarico di creare le condizioni di crescita per i nuovi sacerdoti ci fu un missionario di nome Marcel Lefebvre. 

Lefebvre, francese, divenne sacerdote nel 1929. Proveniva da una famiglia cattolica, che aveva dato i natali a molti sacerdoti, vescovi e anche ad un cardinale. Don Marcel entrò nel 1932 nella Congregazione dello Spirito Santo e intraprese la via della Missione, in Gabon. Iniziò un'avventura lunga 30 anni. 

Inizialmente insegnante, Lefebvre dimostra sin da subito grandi capacità, tanto che dal 1938 è responsabile di molte missioni in tutto il Gabon. Eccellente amministratore, si occupa, oltre che di evangelizzazione, di far evolvere anche tecnologicamente la vita dei missionari, facendo installare impianti per elettricità e per l'acqua corrente. Per capire il valore dell'opera di questo giovane sacerdote, basta osservare i numeri. I cattolici gabonesi triplicano e il Gabon diventa uno dei principali paesi cattolici dell'Africa. 

Nel 1947 Lefebvre, a 42 anni, per volontà esplicita di Pio XII, diventa Vescovo e vicario apostolico a Dakar, una diocesi vastissima. Nel 1948 viene nominato delegato apostolico dell'Africa francofona, un territorio sterminato comprendente 18 stati. L'incarico, come i precedenti, viene svolto con grandissimo impegno e anche in questo caso basta osservare i numeri. In un periodo che va dal 1947 al 1962 il numero dei cattolici cresce talmente tanto che vengono erette 21 nuove diocesi, portando il numero da 44 a 65 sul territorio che era stato affidato al missionario francese. 

Nella sola Dakar il numero dei cattolici raddoppia. Ancora prima del Concilio Vaticano II la Santa Sede iniziò a non vedere di buon occhio l'opera di monsignor Lefebvre, che era entrato in contrasto con il presidente del Senegal, Senghor. Quest'ultimo era infatti un socialista "credente", locuzione decisamente inaccettabile per un uomo di Chiesa saldamente ancorato alla Dottrina autentica. 

Molti all'epoca si erano fatti mettere nel sacco da questi personaggi un po' furbacchioni che proponevano sintesi fra socialismo e cattolicesimo, ma questo Arcivescovo francese, formato nel tomismo, non era certo il tipo. Il contrasto con il presidente non piacque evidentemente al nuovo Papa, Giovanni XXIII, che pur stimava Lefebvre e lo aveva inserito nelle commissioni preparatorie del Concilio, in modo da farlo partecipare a tutte le riunioni. 

Noto all'inane grande pubblico per le vicende successive al Concilio Vaticano II, monsignor Lefebvre è stato in realtà uno dei grandi evangelizzatori dell'Africa, di cui ha ridisegnato il volto, durante tre decenni di attività. La sua azione in quelle zone, di cui abbiamo parlato brevemente, lo pone tranquillamente fra i grandi della Chiesa del '900. Ancora oggi monsignor Lefebvre è un esempio di come la via della Tradizione sia quella più feconda per portare il Vangelo in giro per il mondo, l'unica che dà la forza di superare tutte le difficoltà, le malattie, le violenze e le carestie. Sarebbe il caso di approfondire la missione africana di Marcel Lefebvre, per porne la figura sotto una giusta luce e per trarre grandi insegnamenti.
 

14 luglio 2026

Blood and Progress. La violenza politica di sinistra in USA


Pubblichiamo una recensione, tradotta, del libro "Blood and Progress - A Century of Left-Wing Violence in America", recentemente pubblicato da Noah Rothman. L'autore alza il velo sulla rete di protezione che copre i movimenti di sinistra e violenti negli Stati Uniti.

Di Tevi Troy su Civitas Institute

Sintesi: Il libro di Noah Rothman, Blood and Progress, è una cruda analisi della violenza politica che spinge i lettori a riflettere sulla più ampia storia americana.

La violenza politica è in aumento. Questo di per sé è un motivo di preoccupazione, ma forse ancora più preoccupante è la reazione a tale violenza. Entra in gioco Noah Rothman di National Review, che scriveva di violenza politica di sinistra ben prima che Luigi Mangione assassinasse il dirigente assicurativo Brian Thompson, prima dell'assassinio del 2025 di Charlie Kirk o dei tre tentativi di omicidio ai danni del presidente Donald Trump.

Nel suo nuovo libro, Blood and Progress (Sangue e progresso), Rothman affronta sia la violenza sia le reazioni ad essa. (Dichiarazione di trasparenza: Rothman è mio amico). Come suggerisce il sottotitolo – “Un secolo di violenza di sinistra in America” – Rothman si concentra principalmente sulla violenza proveniente da sinistra. Tuttavia, è chiaramente consapevole del fatto che la violenza politica sorga da ogni schieramento. Ammirevolmente, Rothman cerca di analizzare le cause profonde della violenza di sinistra: le "strutture di tolleranza" (permission structures) che non condannano a sufficienza gli atti violenti e quei segnali deliberati che sembrano incoraggiarla. Su questo punto l'autore ritiene – con qualche giustificazione – che la sinistra sia effettivamente più colpevole della destra.

Rothman, giornalista esperto, editore e podcaster, osserva che la violenza di destra riceve molta attenzione: “I vertici della cultura, della politica e della legge americana non hanno bisogno di essere spronati nella nobile opera di contenimento della violenza politica di destra. È il tipo di minaccia su cui sono già sintonizzati e per la quale scansionano costantemente l'orizzonte”. Al contrario, ed è questo il punto centrale dell'intero libro, è un “fatto osservabile” che “la sinistra americana – troppo spesso, sia quella marginale che quella mainstream – o si rifiuta di affrontare o convive con sconcertante disinvoltura con un certo livello di violenza politica interna”.

Per fornire un necessario equilibrio a questo dibattito, Rothman conduce un'ampia panoramica storica della violenza politica in America a partire dall'inizio del XX secolo. Questa analisi include uno sguardo ravvicinato agli attentati terroristici anarchici degli anni '10. Dopo che il procuratore generale A. Mitchell Palmer fu quasi ucciso in uno di questi attentati, egli avviò una serie di retate – note come le "retate di Palmer" (Palmer raids) – in 36 città diverse, arrestando 6.000 persone.

Fortunatamente, la violenza di sinistra si placò in qualche modo negli anni '20, ma, come dimostra Rothman, la violenza politica non scompare mai del tutto negli Stati Uniti. Secondo Rothman: “Sarebbe sbagliato definire i decenni successivi al terrore anarchico come un periodo pacifico nella storia americana. In effetti, sarebbe difficile individuare un qualsiasi momento della storia americana privo di attriti civici e di un conseguente livello di violenza politica”.

Ma, come sappiamo fin troppo bene, alcune epoche sono peggiori di altre. La risposta nazionale condivisa alla Grande Depressione, alla Seconda Guerra Mondiale e all'inizio della Guerra Fredda aveva indotto molti a concludere che la violenza politica fosse un ricordo del passato. Sfortunatamente, gli anni '60 smentirono tutti. È qui che l'indagine di Rothman decolla, prendendo in esame il clima intellettuale e culturale che sembrava promuovere, o quantomeno perdonare, la violenza politica.

Rothman ripercorre un elenco ben noto di violenze scioccanti degli anni '60, ma compie il lavoro – fin troppo raro – di collegarne molte a quella che allora era la sinistra americana. Abbiamo avuto l'assassinio di John F. Kennedy (da parte di un aspirante transfuga in Unione Sovietica) e di Robert F. Kennedy (da parte di un terrorista palestinese, il primo attacco terroristico palestinese negli Stati Uniti). Inoltre, si sono verificati disordini urbani ogni estate durante la presidenza di Lyndon Johnson, e gruppi terroristici di sinistra come i Weathermen hanno terrorizzato gli americani bombardando istituzioni chiave. Rothman cita un agente dell'FBI che si lamentava dicendo: “C'era la sensazione che questi tizi potessero continuare a farlo, a mettere bombe, letteralmente per sempre”.

Allo stesso tempo, stavano emergendo anche pericolose giustificazioni per la violenza. Spiegando il pensiero di alcuni esponenti della sinistra, Rothman scrive: “Le rivolte razziali. La violenza della polizia. L'attacco alla convention di Chicago. La guerra. La leva militare. Tutto ciò perpetrato dalle forze dell'ordine americane su ordine di funzionari eletti americani, sotto gli occhi di un popolo americano del tutto indifferente. Per i radicali, era un atto d'accusa totale contro gli Stati Uniti”. Seguendo questa logica, alcune frange del gruppo di sinistra Students for a Democratic Society adottarono un approccio nuovo e terrificante: “Gli Stati Uniti avevano dichiarato loro guerra. Era giunto il momento di combattere con la stessa ferocia”.

I radicali che giungevano a queste pericolose conclusioni erano ulteriormente incoraggiati da altre forze che avevano interesse a promuovere, o almeno a chiudere un occhio, sulla violenza in America. Rothman mostra come parte del radicalismo che condiziona le nostre vite oggi abbia le sue origini nella propaganda (agitprop) dell'Unione Sovietica contro l'Occidente. Queste radici profonde hanno avvelenato il terreno con sentimenti anti-occidentali e anti-americani, inclusi quelli anti-israeliani. Come descrive Rothman:

“Nell'accademia sovietica, per quel che era, la 'Zionologia' divenne oggetto di studio. Il sionismo fu dichiarato una 'minaccia globale' caratterizzata da 'militanza, sciovinismo, razzismo' e 'anticomunismo', sostenevano i ricercatori sovietici. Era un 'movimento reazionario e anti-umano' ed esportatore dei mali del 'colonialismo e neocolonialismo'. Il KGB prese questo nuovo mandato e lo portò avanti con decisione.”

Purtroppo, questa follia si avverte ancora oggi in dichiarazioni apertamente antisemite e in atti di violenza.

Oltre alle interferenze dell'Unione Sovietica, la situazione è peggiorata nel 1979 dopo la salita al potere dei mullah in Iran. Rothman mostra che “L'Unione Sovietica e la Repubblica Islamica hanno avuto un rapporto conflittuale fin dall'inizio, ma la fusione di elementi di teoria marxista con caratteristiche islamiste operata dal nuovo regime iraniano si rivelò utile per i sostenitori del socialismo internazionale”.

Naturalmente, abbiamo avuto anche intellettuali che hanno propagandato cattive idee nei campus universitari americani. Tra questi figurano i pensatori tedeschi della Scuola di Francoforte, in particolare Herbert Marcuse, sostenitore della “tolleranza repressiva”. Secondo Rothman, la filosofia di Marcuse prescriveva “l'intolleranza contro i movimenti di destra e la tolleranza verso i movimenti di sinistra”. Come nota Rothman: “Non si potrebbe essere più espliciti di così”. Era la versione teorizzata del principio per cui non ci sono nemici a sinistra (no enemies to the left).

Anche dopo che la tempesta degli anni '60 si è placata, coloro che si erano macchiati di comportamenti violenti sono stati riabilitati con troppa facilità o, come scrive Rothman, “riaccolti nella società civile”. Membri del gruppo terroristico violento Weather Underground, come Bill Ayers, Mark Rudd e altri, non solo hanno potuto fare ritorno, ma hanno anche ottenuto cattedre per insegnare alle nuove generazioni, una scelta che appare poco saggia per una società. Il co-fondatore dell'organizzazione clandestina Ayers è persino diventato amico e talvolta consigliere di Barack Obama. Dopo aver intervistato un ex terrorista dei Weathermen – presumibilmente Ayers – il biografo di Obama, David Garrow, ha ricordato: “Sono rimasto sbigottito da quanto sia facile frequentare i terroristi”.

Attori stranieri, intellettuali di sinistra e terroristi riabilitati hanno trovato ulteriori alleati in icone culturali che hanno celebrato figure violente della sinistra. L'assassino di poliziotti Mumia Abu-Jamal ha ricevuto il sostegno di “importanti esponenti della cultura” come Martin Sheen, Susan Sarandon e Bonnie Raitt. Tra i sostenitori celebri di Leonard Peltier, che uccise un agente dell'FBI, figuravano Nelson Mandela, Steve Van Zandt e Louise Erdrich. Forse la cosa peggiore è la successione di presidenti democratici, tra cui Jimmy Carter, Bill Clinton, Barack Obama e Joe Biden, che hanno graziato o commutato le sentenze di individui coinvolti nella violenza di sinistra.

Tutti questi sforzi hanno creato una tragica "struttura di tolleranza" che troppo spesso giustifica e scusa i comportamenti violenti della sinistra. Questi compagni di strada sono uniti da una convinzione pericolosa: che la violenza politica di sinistra sia una forma di libertà di parola, mentre la parola stessa della destra sia una forma di violenza. Abbiamo visto questa dinamica chiaramente espressa nei roghi devastanti del 2020, che hanno causato danni materiali per 1-2 miliardi di dollari e oltre due dozzine di morti. Rothman definisce quell'annus horribilis come un “anno demoniaco”, mentre i leader della sinistra, tra cui l'allora sindaco di Seattle, lo definirono una “estate dell'amore”.

Sebbene Rothman dimostri in modo convincente, con oltre un secolo di esempi, che la sinistra possiede una struttura di tolleranza della violenza molto più radicata, va a suo merito il fatto di non risparmiare la destra. Critica giustamente l'assalto al Campidoglio del 6 gennaio. La violenza politica è inaccettabile, e l'unico modo in cui possiamo sperare di eliminarla è che esponenti di entrambi gli schieramenti la condannino, indipendentemente da chi la compia.

Blood and Progress è un'indagine cruda sulla violenza politica che spinge i lettori a riflettere sulla più ampia storia americana. La genialità del sistema creato dai Padri Fondatori sta nel fatto che fornisce una moltitudine di modi per dividere il potere, limitare il governo e risolvere gravi divergenze dottrinali e politiche attraverso la discussione e le urne. Sfortunatamente, coloro che ricorrono alla violenza non la vedono così. Vogliono aggirare i nostri processi democratici per far avanzare i loro obiettivi politici o per consumare vendette politiche. Inoltre, mancano fondamentalmente di gratitudine, il che li rende fin troppo pronti ad abbattere qualsiasi società che non si conformi alla loro ideologia, persino, o soprattutto, se si tratta della propria. I promotori della violenza a sinistra mancano di gratitudine verso la civiltà occidentale, i diritti o il prezzo pagato per le libertà. È questa mancanza di gratitudine, unita alla convinzione rousseauiana della perfettibilità dell'uomo e della corruzione delle istituzioni, che spalanca le porte alla violenza. L'importante missione di Rothman è quella di scardinare gli argomenti ideologici di chi vorrebbe giustificare un simile approccio.

Nelle sue conclusioni, Rothman ci dice che non basta evitare personalmente la violenza. Come società, dobbiamo anche condannarla e punirla, ovunque essa si manifesti. Le sue ultime parole devono essere prese a cuore se vogliamo evitare un'altra ondata come quella degli anni '60 o l'“anno demoniaco” del 2020: “Finché non troveremo il coraggio di rispondere alla violenza politica con coerenza, il ciclo continuerà e l'azione violenta di piazza diventerà una caratteristica della vita pubblica americana. Dobbiamo aspettarcelo”.

Tevi Troy è senior fellow presso il Ronald Reagan Institute e senior scholar presso lo Straus Center della Yeshiva University. È autore di cinque libri sulla presidenza, tra cui, il più recente, "The Power and the Money: The Epic Clashes Between Commanders in Chief and Titans of Industry".

 

13 luglio 2026

Trump, il folle bulldozer?



Pubblichiamo una frizzante ipotesi di Marco Begato

di Marco Begato

Trump è uno sciocco, Trump è un folle, Trump finge di essere un folle, Trump è talentuoso ma sbaglia i suoi calcoli, Trump è un bullo. Questi i principali giudizi che si raccolgono in rete in merito al Presidente americano.

Di tutti, a mio giudizio, il più curioso rimane il terzo: finge di essere un folle. Lo segnalavo già lo scorso agosto (QUI)

e ho visto che alcuni giornalisti italiani se ne sono accorti in aprile.

 

Dunque vorrei riflettere su queste ipotesi, fino ad avanzarne una personale (non so se già anticipata da altri).

Iconoclastia anti-trumpiana: ipnosi collettiva?

Inizierò confessando che mi lascia completamente basito leggere il j’accuse anti-trumpiano sollevato da pressoché qualsiasi portale e orientamento: laico e cattolico, cartaceo e digitale, mainstream e di controinformazione.

Fatico a non percepire in questa rinnovata iconoclastia l’ennesima forma di ipnosi collettiva. La stessa cosa cui abbiamo assistito nei tempi del Covid-19, per intenderci. Allora la valanga di dati noir, l’invasione di numeri e statistiche di malattia e morte ha ipnotizzato la massa creando panico e favorendo l’idolatria vaccinale. Oggi una propaganda a reti unificate anti-trumpiana sta generando il medesimo allineamento angosciato contro il presidente USA.

Mi colpisce anzitutto il fatto che questo allineamento sia angosciato: la gente teme la politica di Trump come temeva l’evoluzione del Covid-19. È per questo che mi insospettisce la posizione anti-trumpiana e perciò mi spingo a parlare di allucinazione di massa, nuovamente.

In primo luogo dunque non sto cercando di difendere Trump, sto cercando di difendere me stesso dalla manipolazione mediatica, dall’angoscia generata, dalla ipnosi e dalle politiche conseguenti.

Certo, c’era un rischio col Covid-19, così come ci sono allarmi con Trump, ma da queste premesse all’angoscia ne corre: ne corre giusto il tempo di un’ipnosi collettiva.

Ora, come avviene una simile ipnosi? Avviene per il concorso a reti unificate di tutte le agenzie informative, di qualsiasi tipologia e schieramento. Tempo addietro, anche solo in epoca Covid, e insomma prima del secondo mandato Trump, almeno i canali indipendenti dalle aziende informative mainstream avrebbero fornito una spiegazione elementare: il padrone dell’informazione ha pagato perché tutti battano la medesima notizia.

Sono molti gli episodi, e se ne sono visti con stupore e meraviglia e rabbia anche durante la pandemia, in cui i giornali di tutto il mondo (occidentale e coloniale quantomeno) stampavano all’unisono le medesime notizie con titoli quasi identici.

Allora si ergevano a coscienza critica almeno i canali liberi e indipendenti. Con Trump anche quest’ultima foglia di fico sembra caduta. In effetti mi stupisce e dispiace vedere come molti canali di controinformazione e molti osservatori e testimoni, vigili ai tempi del Covid-19, siano stati acriticamente assorbiti in questo mulinello ipnotico anti-trumpiano.

Tutti tuonano all’unisono contro il temibile Trump. Le voci contrarie ormai sono al massimo quelle di alcuni singoli isolati e poco significativi.

Ancora una volta: non mi attendo che i vari commentatori si spendano in parole accomodanti verso Trump. Ma resto basito considerando la quantità di attacchi inappellabili contro lo stesso, peraltro sollevati mentre regna il silenzio - o un mite disprezzo di maniera - verso la moltitudine di governanti, presidenti e autorità orribili e oscene che stanno guidando i rimanenti Paesi, e che impuniti van preparando i propri successori.

Peraltro il danno dell’ipnosi - oltre a generare una forte demotivazione e disperazione soggettiva e collettiva - consiste proprio nel farci dimenticare che, tolto Trump, non rimarremo in mano a dei bravi politici o ai ‘meno peggio’, bensì saremo pur sempre succubi di una classe di corrotti, ricattati, in combutta per interessi lobbistici a danno dei popoli. Gli scandali rivelati dagli Epstein Files, le ricostruzioni relative alle manipolazioni in epoca Covid-19, l’avanzare della geoingegneria, le politiche tecnocratiche potenziate dai flussi dell’intelligenza artificiale sono le principali espressioni di questo futuro umanamente disperato che ci attende.

Perché dunque limitarsi ad attaccare Trump, facendone l’utile feticcio dell’istinto sacrificale comune?

E tale giudizio, ci tengo a sottolinearlo, vale anche nell’ipotesi estrema, quella secondo cui Trump stesso stia obbedendo, proprio con questo suo stile assurdo, ai medesimi poteri forti che guidano gli altri spregevoli governi.

L’ipotesi Bulldozer

Veniamo alla questione della sua follia: ammetto di non avere una opinione sicura a riguardo, ma reputo stimolante avanzare ipotesi interpretative alternative.

Come ho già chiarito, non mi persuade la narrativa demonizzante, non trovo che Trump sia un presidente peggiore di altri che lo abbiano preceduto, né peggiore di altri governatori, dittatori e sovrani che occupano attualmente ruoli di potere. Al contempo non vedo in lui una figura confortante e convincente. Ho preso in considerazione la “teoria del matto” e vorrei provare a precisarla.

Non ho l’impressione che Trump stia agendo come un generico matto. Credo che dietro il suo istrionismo comunicativo, ci siano dei codici puntuali. Ho provato a identificare alcune (poche) caratteristiche-ipotesi e le ho accomunate sotto l’etichetta generica di contro-diplomazia: la violazione voluta e sistematica delle regole della diplomazia.

È come se Trump volesse far saltare il banco, sovvertire le regole classiche (e marce) della comunicazione di regime. Agisce dunque sì da prepotente, cioè in americano da Bulldozer, ma proprio nel senso fisico dalla macchina spianatrice. E il suo obiettivo è la vetrina delle diplomazie atlantiste.

Come approccio fondamentale, è evidente, Trump ama lanciare provocazioni azzardate. Più precisamente mi piace interpretarle andando a individuare alcuni tratti specifici, ne indico tre:

  1. Criterio dell’incontinenza. Trump dice apertamente quello che gli altri potenti pensano o condividono solo in privato;
  2. Criterio dell’Ironia. Trump dice cose che forse non pensa, ma che certamente altri competitor stanno pensando o dicendo in sede riservata;
  3. Criterio dello strabismo. Trump si rivolge apertamente a un interlocutore, ma con l’intenzione di raggiungerne un altro.

Tramite tale approccio Trump attua una sorta di complessiva demitizzazione burocratica, svergogna il sistema e ne mostra il marcio, obbliga a cercare un diverso registro: è una mossa voluta? È l’arroganza di un bullo tanto borioso da non nascondere più quello che i colleghi tenevano invece ben celato? Giudicate voi.

Ecco qualche esempio a supporto delle tre caratteristiche su riportate.

Il criterio dell’ironia

Per esempio, ha lasciato spiazzati l’intervista in cui Trump affermava chiaramente che le sue minacce di guerra all’Iran erano solo un modo per testare la reazione degli interlocutori (qui un commento).

Attenzione, non si tratta di un gioco e se lo è, è un gioco d’azzardo.

In un mondo caratterizzato da menzogne, compromessi, doppie mosse, tradimenti, questo approccio è mirato a portare allo scoperto le intenzioni reali dei vari partner, collaboratori e presunti alleati.

In questo la politica trumpiana assomiglia a un grande bluff.

Il suo stile da bullo o da spaccone equivale a un rilancio della puntata di gioco, davanti al quale gli sfidanti sono costretti o a sostenere rischiosamente il bluff o a gettare le carte e le maschere.

Tale stile non si spiega solo dal punto di vista politico-morale, più o meno machiavellico, non è legato cioè solamente al tentativo di smascherare generici brogli e tradimenti (che pure sono molti, anche internamente al partito, e un presidente USA lo sa bene). Abbiamo sul piatto una specifica componente: il multipolarismo, la caduta del globalismo, il cambio di un paradigma.

Geopoliticamente siamo in una fase di ridefinizione delle alleanze e degli schieramenti. Gli azzardi di Trump potrebbero servire a far venire rapidamente allo scoperto i multipolaristi e i globalisti, a costruire in tempi record i nuovi assi.

Credo che anche i post di attacco alla Meloni servano a tale scopo: hanno costretto l’establishment italiano a una reazione. Mentre il bullo può provocare, rimangiarsi le parole, fare il bello e il brutto tempo, i suoi interlocutori sono sempre costretti a un posizionamento netto e univoco.

Lui ha alle spalle il potere US e una reputazione da bullo già consolidata, i suoi interlocutori non hanno né lo stesso potere economico-militare-politico, né possono permettersi di scendere allo stesso livello comunicativo.

Trump tiene i suoi competitor per le palle.

Credo che l’Epstein System abbia a che vedere con questa strategia: Trump non ci avrà dato il nome dei clienti di Epstein (curiosamente rischiando di restare l’unico accusato, lui che è stato l’unico ad aver avviato la pubblicazione dei Files: altra mossa da folle), ma ci ha detto chiaramente che il mondo del potere politico-economico è gestito à la Epstein, cioè con un intrigo di lobby perverse, che promuovono i propri affiliati, in un equilibrio di ricatti tale da paralizzare il giro politico e trasformarlo in una vetrina farsa, longa manus di interessi nascosti al popolo.

Nessun establishment degli Stati occidentali, parte integrante dell’Epstein System, può permettersi di parlare apertamente, perché sono tutti sotto ricatto. Trump sfrutta questa loro debolezza. E al momento giusto può andare oltre e colpire.

Un esempio di questo mi pare essere lo scandalo che si sta abbattendo sul governo spagnolo, facilmente alimentato dalle informazioni fornite dal DOJ, tale da portare alla sbarra decine di uomini di Sanchez e tale da infangare storici volti accreditati come Zapatero.

A tal riguardo: la Meloni stia attenta, e con lei gli “Zapatero” di Italia.

Il criterio dell’incontinenza

Un secondo elemento che a mio avviso caratterizza lo stile comunicativo contro-diplomatico trumpiano è lo svelamento dei pensieri.

Trump dice al mondo via social quel che gli altri potenti pensano o si dicono nelle segrete stanze. Viene squarciata la cortina. Si voltano tutte le carte. Decisamente una mossa capace di far imbestialire tutta la Cupola.

Trump non è odiato solo perché sta scegliendo di abbandonare l’UE, la NATO, l’ONU e tutti gli organismi buro-cratici (tali cioè da elevare le organizzazioni internazionali a nuovi organismi di controllo dei popoli, le casematte del neo-autoritarismo contemporaneo) sui quali appoggiano il proprio potere tutte le élite occidentali. Trump è odiato perché sta mostrando al mondo quanto è arrogante, sboccata, prepotente, insensibile, egoista la classe dominante attuale. E lo fa assumendo, facendo propri e quindi mettendo alla berlina questi loro toni.

La sfacciataggine ostentata da Trump non è in nulla diversa da quella che le Von Der Leyen o i Macron o i Draghi esibiscono nelle loro riunioni secretate. Ogni tanto nelle notizie di frangia ne abbiamo prove schiaccianti. Solo che quest’ultimi in pubblico si ammantano farisaicamente di belle parole, mentre il quinto potere li copre, ne nasconde il marcio e ne esalta le comparsate irenico-ipocrite.

Guardate il paradosso: quando Draghi o Mattarella arrivano a insultare il popolo italiano con dichiarazioni vergognose (i.e. “non ti vaccini e muori”; “non si invochi la libertà per non vaccinarsi”) l’ipnosi generale è tale da accogliere con devozione tali autentici insulti, coronati dall’aggressione a colpi di idrante contro i lavoratori triestini. Suscita invece indignazione Trump, quello che propone la terza guerra mondiale e poche settimane dopo stringe accordi di pace con clausole inaudite.

Trump ci costringe a tenere puntati gli occhi su questo aspetto: le élite ci disprezzano e ci calpestano. La politica è fatta di calcoli spietati e il popolo è carne da macello. Lui lo dice e lo dice in modo non ipnotico.

Che poi sia una tattica paradossale per prendere la distanza da quei Circoli o che sia perfettamente allineato ad essi, ma travolto dalla boria, torno a ripetermi: non so definirlo.

Il criterio dello strabismo

Un terzo esempio di approccio lo trovo nel batti-becco avuto in Primavera col Pontefice, Leone XIV.

Il mondo si è scandalizzato per i toni di Trump contro il Papa. Si è scandalizzato per i post che ritraevano il Presidente vestito da pontefice; si è scandalizzato alla notizia trapelata dei 14 milioni versati allo Stato del Vaticano per influenzare le elezioni; si è scandalizzato per il botta e risposta via social in cui Trump lanciava attacchi a Leone XIV.

Che lo scambio di post primaverili sia avvenuto l’indomani dei colloqui diplomatici tra US e Santa Sede non pare abbia insospettito nessuno.

Che i media di tutto il mondo, generalmente freddi e ostili al nuovo Pontificato, siano scesi in campo per una poco credibile difesa del loro detestato avversario, non ha insospettito nessuno.

Lo accetto.

Ma credo che dobbiamo pensare al fatto che almeno una categoria di persone ha tremato alla minaccia di Trump. Non si tratta del Leone, il quale ha avuto anzi modo di rispondere chiarendo la sua missione e la sua visione. Hanno tremato quelli che hanno incassato a suo tempo i 14 milioni: i cardinali e i vescovi anti-leoniani.

Credo decisamente che il messaggio di Trump, all’indomani delle pacifiche relazioni diplomatiche, fosse rivolto non al Santo Padre, ma a quanti lo accerchiano e gli fanno opposizione: alla quinta colonna post-bergogliana.

Così Trump dichiara di avere un interlocutore, ma dice a questi un messaggio rivolto ad altri.


E con tali tre esempi mi risulta più sensato l’agire del Presidente, che pure nella sua complessità mi sfugge.

 

 

10 luglio 2026

Una tirannide di fannulloni e donnaioli


 

di Marco Begato

“Fu la tirannide e non il cattolicesimo a impedire lo svilupparsi del capitalismo in Francia e Spagna e a soffocarlo in Italia e nei Paesi Bassi meridionali. Ironicamente, forse nella storia non vi furono monarchi più scrupolosi, onesti e instancabili di Carlo V e del figlio Filippo II. Furono loro a costruire l’impero spagnolo e a governarlo per più di ottant’anni. Si svegliavano quasi ogni giorno all’alba e lavoravano in modo diligente all’amministrazione dei loro immensi territori. Se fossero stati fannulloni o donnaioli, avrebbero arrecato meno danni alle economie di cui erano responsabili. Invece i sovrani francesi erano abbastanza pigri e molto meno onesti; eppure, in termini di progresso economico, sotto il loro dominio la Francia andò meglio della Spagna. Questa è la più grande ironia: dato un dominio tirannico, una dilagante corruzione governativa procura gradi di libertà che non esistono sotto tiranni onesti e scrupolosi”. (R. Stark, La vittoria della ragione, Lindau, Torino 2006, 287-288)

Questa è la tesi di Stark, che dunque vorrebbe ricondurre l’evoluzione economico-capitalista a queste condizioni: assenza di tirannide; o, al massimo, tirannia dissoluta con diffusa corruzione negli apparati amministrativi.

Il tutto, sempre mantenendo l’assunto principale affermato dal battista Stark: “fu la tirannide e non il cattolicesimo a impedire lo svilupparsi del capitalismo”.

È una citazione sulla quale torno periodicamente e che tengo a mente nel modo di impostare il mio lavoro quotidiano: un eccesso di controllo e di zelo risulta deleterio per uno sviluppo cooperativo in un contesto multi-culturale.

Un eccesso di controllo e di moralità diviene soffocante e controproducente. Inaridisce l’esperienza quotidiana.

Ora mi chiedo se tale riferimento possa tornare utile per diagnosticare i problemi del tempo presente, pur sempre ammesso e non concesso che l’intuizione starkiana sia corretta.

Siamo certamente in un tempo di tirannide e di controllo.

Quegli organismi sorti per favorire la cooperazione dei popoli si sono tramutati in enti di rigido controllo trans-nazionale, a oltraggio del diritto sovrano dei popoli e quindi della libertà autentica dei cittadini. La NATO decide se e quali guerre condurre. L’OMS impone lock-down e vaccinazioni pericolose. La UE interviene a modificare la cultura dei singoli Paesi (Agenda2030) e prepara la censura mediatica su larga scala.

Verrebbe allora da consolarsi, perché sembrerebbe di essere dunque, sì, sotto tirannide, ma in una tirannide di “donnaioli e fannulloni” (per citare sempre Stark).

È che i nostri governanti sono proprio andati oltre rispetto ai secoli passati, su tutto.

I livelli di controllo cui siamo sottoposti sono saliti in modo vertiginoso.

E i vizi delle élites dominanti sono piuttosto trasbordati in forme di grave disturbo o di ritualità negativa, cosicché si parla ormai di politici drogati o votati a Satana (Epstein docet).

Giustamente dunque da più parti si lancia l’allarme: “Me parece que la humanidad nunca ha estado en un momento más peligroso que el que vivimos ahora”. (fonte)

Strumenti troppo potenti, soggetti troppo corrotti, società troppo controllate.

E ostinatamente in lotta contro l’unica chiave risolutiva: la fede in Cristo testimoniata dalla Tradizione cattolica.

Dove invece l’Impero si sottomette alla Croce, la virtù è presupposta al comando e la libertà è donata ai singoli e vissuta nella varietà dei carismi.


 

04 luglio 2026

I lefebvriani stanno sbagliando, ma Leone affronti il tema della Tradizione e dell'Eresia strisciante



di Francesco Maria Filipazzi

Da una parte le consacrazioni di Econe, in rito tridentino. Dall'altro il cardinale Radcliffe che benedice e celebra una coppia omosessuale in chiesa.
I primi sono scismatici e si sono presi una scomunica, il secondo è in comunione con Roma e nessuno lo sanzionerà. 
Messa così, è innegabile che da queste parti venga voglia di "andare dai lefebvriani", ma proprio perché sarebbe un'azione d'impeto, dobbiamo rimanere fermi e, nonostante tutto, rinnovare la nostra fedeltà al Papa, senza farci offuscare da una realtà fin troppo evidente e ingannevole. Il Grande Ingannatore è all'opera e dobbiamo esserne consapevoli.
Da fedeli al Papa, dobbiamo però filialmente supplicarlo di affrontare alcuni temi che dopo l'1 luglio sono cogenti e non più rimandabili.

L'errore della San Pio X

L'approccio della San Pio X alla vicenda delle consacrazioni non ha certo brillato per umiltà. Fra le righe, don Pagliarani ha pressoché lasciato intendere che l'unica salvezza delle anime passerebbe per la Fraternità, laddove la Chiesa sarebbe in toto corrotta e professante eresie. Inoltre non ha voluto, anzi non ha potuto, chiarire un tema fondamentale, riguardo l'accettazione della validità del Novus Ordo. Non è infatti un mistero che i sacerdoti lefebvriani in buona parte la neghino, che siano state effettuate più volte ordinazioni sub condicione di sacerdoti provenienti dalle diocesi, che spesso e volentieri i laici che vogliano aderire alla Fraternità debbano rifare la cresima. Anche le ostie consacrate in messe Vetus Ordo dei sacerdoti diocesani o degli istituti ex Ecclesia Dei sono messe in discussione.

Questa pretesa di essere l'unica istituzione cattolica sana portatrice della Grazia sfiora il demenziale ed è inaccettabile, ma è funzionale alla proclamazione dello stato di necessità. Se infatti un fedele della San Pio X potesse assistere alle messe tridentine di altri, cadrebbe l'impalcatura.

L'errore della gerarchia romana 

Dal canto suo la gerarchia romana non brilla. È innegabile che anche in questo pontificato la liturgia tridentina sia messa ai margini, mentre persiste la fissazione vaticanosecondista. L'idea che il Concilio Vaticano II sia l'unico metro di misura per valutare l'adesione al magistero e la fedeltà al Papa ha ormai assunto contorni patologici. Un Concilio che sin dalle premesse non aveva carattere dogmatico è stato trasformato in un superdogma, mai però realmente enunciato o spiegato. Peraltro dubitiamo fortemente che l'ecumenismo e la libertà religiosa pensati all'epoca fossero ciò che si professa oggi.

Dunque se a Roma la finissero di giustificare ogni deriva teologica e morale riferendosi al Concilio, siamo sicuri che il dialogo sarebbe più sereno.

Il tema della liturgia

Il rifiuto pervicace della liturgia antica, del gregoriano, dell'organo e del latino nella Chiesa moderna, ha probabilmente motivazioni di carattere psicologico. Non si spiega altrimenti questa liturgofobia, che non trova fondamenti né in Sacrosantum Concilium né in altri testi conciliari, che infatti lo stesso Lefebvre sottoscrisse.

Il messale edito successivamente non è dunque basato sul Concilio.

Al di là di questo tema, appare ingiusto e ingiustificabile il divieto di celebrare la liturgia precedente, soprattutto a fronte di una richiesta sempre crescente da parte del popolo dei fedeli. Siamo veramente convinti che non possa essere ammessa la liturgia tridentina, a fronte di 23 riti regolarmente celebrati nella Chiesa cattolica?

Supplica filiale

Riteniamo dunque di fare al Santo Padre due suppliche:

- la prima: liberi la Messa Tridentina e permetta ai sacerdoti diocesani di celebrarla senza divieti ideologici, o al contrario ci aiuti a capire quali sarebbero gli effetti negativi di queste celebrazioni;

- la seconda: apra una riflessione non solo sul Concilio Vaticano II, ma soprattutto sul post concilio, su quanto avvenuto nella Chiesa, in particolare in Occidente, negli ultimi 60 anni e corregga le tante storture dottrinali.

Urge infatti un intervento chiarificatore che solo Leone XIV può operare.

 

30 giugno 2026

Trump e Non più Trump. Il Grande Risveglio Podcast

Trump e non più Trump: sempre più distante dal mondo Maga e dal suo stesso programma elettorale, impantanato con l'Iran,  con un J.D. Vance scettico, il presidente degli Stati Uniti è in difficoltà. Non gli rimane che insultare inutilmente Giorgia Meloni. Nel frattempo Papa Leone XIV ha pubblicato un'enciclica che fa e farà discutere. Il Grande Risveglio cattolico andrà avanti, probabilmente senza Donald. 

Di seguito l'ottava puntata del podcast



 

17 giugno 2026

“Meglio contestati che irrilevanti”. La lezione dimenticata del cardinal Camillo Ruini.


Di Paolo Maria Filipazzi 

La scomparsa, all’età di 95 anni del cardinal Camillo Ruini, è l’occasione per ripercorrere una stagione della Chiesa cattolica in Italia. Una stagione, che forse è stata l’ultima, dato che dopo di essa sembra esserci stato il nulla.

Le sue radici si collocano pienamente all’interno del rinnovamento conciliare. Ruini è inizialmente critico verso quei movimenti considerati più “conservatori” come Comunione e Liberazione ed è vicino a quei settori della Dc che sembrano guardare più a sinistra. La sua amicizia con Romano Prodi è talmente stretta che sarà lui a celebrarne il matrimonio.

Dal 1991 al 2007 è presidente della Conferenza Episcopale italiana, ed è in questo ruolo che vivrà un’ epoca di trasformazione difficile e drammatica per l’intera società italiana, per il suo quadro politico e per la Chiesa cattolica.

Dopo lo sgretolarsi della Dc in seguito a Tangentopoli, Ruini guarda inizialmente al Ppi di Martinazzoli, ma il risultato delle elezioni del 1994, con il trionfo del centrodestra e di Silvio Berlusconi, lo convince che la diaspora politica dei cattolici sia irreversibile.

Lancia, così, la linea del “progetto culturale”: la Chiesa non può rassegnarsi all’ irrilevanza, ma deve sapere elaborare una proposta culturale in cui i cattolici, sparsi nei vari partiti, si riconoscano, cercando di influenzare le forze politiche in cui militano a conformarsi a quel modello. La base di questo progetto sarà la difesa dei “principi non negoziabili”, come individuati dalla Nota della Congregazione per la dottrina della Fede nel 2022.

Questa linea porterà Ruini alla rottura con molti dei suoi vecchi sodali. Già nel 1994 rifiuta di schierarsi contro il primo governo Berlusconi, nonostante la precisa richiesta del Quirinale, dove in quel momento siede il cattolico e democristiano Oscar Luigi Scalfaro. Anni dopo, Ruini rivelerà che il presidente della Repubblica in persona, durante un pranzo, gli aveva chiesto aiuto per “far cadere il governo”, e commenterà: “la nostra decisione di opporci a quella che ci appariva come una manovra, al di là della indubbia buona fede di Scalfaro, fu unanime. E pensare che Scalfaro era stato per me un grande amico”. Ruini non si capacita di questa presa di posizione da parte di quello che era sempre stato un anticomunista viscerale. "Rammento quando De Mita nel 1987 gli aveva offerto di diventare presidente del Consiglio, in opposizione a Craxi e con la benevolenza del Pci. Scalfaro allora era venuto da me e mi aveva detto che avrebbe rifiutato. 'Fa bene', avevo risposto. E infatti a palazzo Chigi sarebbe poi andato Amintore Fanfani. Per questo rimasi colpito dal modo in cui aveva cambiato posizione, così nettamente. Penso che Berlusconi abbia mostrato i suoi pregi e i suoi limiti, come tutti gli altri politici, ma che non abbia avuto in alcun modo fini eversivi. I pericoli per la Repubblica semmai erano altri"

Anche con Prodi l’amicizia si incrinerà, dopo che, quest’ultimo, nel 1995, inizia a lavorare alla creazione di una coalizione di centrosinistra che metta insieme ex democristiani ed ex comunisti. Ruini imputa al professore di Bologna di voler riabilitare i comunisti proprio nel momento in cui, con la caduta del muro di Berlino, questi sono stati sconfitti.

Nascerà, invece, un rapporto di stima con Berlusconi. Ruini è perfettamente cosciente che lo stile di vita del Cavaliere è, per usare un eufemismo, problematico, ma, come chi è autenticamente cattolico, sa che i peccati privati dei politici sono competenza del confessore mentre ciò che conta è il pubblico operato. E in quegli anni il centrodestra rappresenta, pur con eccezioni e contraddizioni, una diga alla deriva secolarizzante. 

Un momento decisivo di questa stagione sarà, nel 2005, la campagna per il referendum abrogativo, promosso dai radicali per ottenere l’abolizione ad alcune norme della “legge 40” che pongono restrizioni alla pratica della procreazione medicalmente assistita e proibiscono la sperimentazione scientifica sulle cellule staminali. La Conferenza Episcopale invita all’ astensione, al fine di impedire che il referendum raggiunga il quorum. La campagna sarà accesissima con il cardinale nell’ occhio del ciclone, nel mirino del fronte laicista che accusa la Chiesa di “ingerenza” e di “fare politica”. Ruini si troverà di fatto attaccato anche da una parte dei cattolici che militano a sinistra, a partire dal già citato Romano Prodi che, nell’ annunciare che non seguirà le indicazioni dei vescovi, si definirà “un cattolico adulto”. Alla fine vincerà l’astensione e quel momento resta, ad oggi, l’ultimo in cui il mondo cattolico è riuscito a bloccare, seppur temporaneamente, la deriva antropologica.

Due anni dopo il “cattolico adulto” Romano Prodi è presidente del Consiglio e la sua maggioranza vuole approvare un disegno di legge che introduca i “DICO”, vale a dire un istituto che comporti il riconoscimento giuridico delle coppie omosessuali. Sarà allora il cardinal Ruini ad organizzare il primo Familiy Day. Si, il Family Day lo aveva inventato un presidente della Conferenza Episcopale …

Poco dopo il suo mandato scade e gli succede il cardinale Angelo Bagnasco, che sembrerà voler proseguire nel suo solco, seppur in maniera sempre più sbiadita. Con i presidenti successivi, di ciò che fu il cattolicesimo italiano ai tempi di Ruini non rimarrà più nemmeno il ricordo.

Di lui oggi vogliamo ricordare una frase che riassume tutto: “è preferibile essere contestati che essere irrilevanti”.

Certo, anche il “ruinismo” ha avuto limiti, contraddizioni e sicuramente avrà fatto alcuni errori. Tuttavia, visto oggi, sembra quasi che si stato un sogno…