17 giugno 2021

Marx ha chiesto a Bergoglio di dimettersi?


La lettura fornita da Melloni, l'esponente principale della scuola teologica progressista di Bologna, riguardo le dimissioni del cardinale Marx è dirompente. Sarebbero state una richiesta neanche troppo implicita di dimissioni a Bergoglio.

Le motivazioni non lascerebbero infatti molto spazio alle interpretazioni. Se Marx dichiara di sentirsi responsabile per non aver lottato adeguatamente contro la questione abusi negli ultimi anni e se tutta l'istituzione ecclesiastica è correa di questa colpa, chi se non Bergoglio stesso dovrebbe seguire l'esempio di Marx?

La lettura di Melloni chiaramente deriva da fonti ben più dirette di quelle che potremmo avere noi e dunque non va ignorata. Così come non va presa sotto gamba la conclusione dell'articolo, che profetizza "una tempesta imminente". 

I progressisti stanno preparando qualcosa contro il "loro" Papa? 

D'altronde anche le persone più in malafede del mondo non possono che prendere atto, dopo tutti questi anni, che il pontificato di Bergoglio sia stato un disastro sotto ogni aspetto, senza se e senza ma.

Di seguito, alcuni stralci dall'articolo "Il giugno nero della Chiesa", di Alberto Melloni:

Che nel papato di Francesco ci sia un' autenticità cristiana ineguagliata, lo si vede a occhio nudo. Più difficile è vedere se c' è un filo che lega fatti che si inanellano in questo giugno nero per la dimensione istituzionale della Chiesa. In principio c' è il cardinale Marx. Dimettendosi per denunciare l' inerzia della Chiesa, ha di fatto chiesto le dimissioni del Papa. Insegnando a Francesco come si "assume la colpa", gli ha imputato impotenza in quei metodi spicci che, diventati l' unica cura dell' omertà sui crimini pedofili, non possono più discernere fra calunnie e denunce. La risposta del Papa è stata pubblicare la missiva "personale" di Marx il 3 giugno e il 10 respingere le dimissioni. Mescolando Lc 5 e Gv 21, ha ricordato a Marx che nella Chiesa pasce chi ama e non chi mena.

Successivamente Melloni elenca la disastrosa decisione di porre un limite di 10 anni al mandato di chi guida i movimenti ecclesiali (CL, Neocatecumenali ecc), compresi i fondatori, la vicenda Enzo Bianchi, il mandato a mons. Miragoli di ispezionare la congregazione per il clero salvo poi nominare un prefetto quattro giorni dopo, una strana vicenda interna alla Santa Sede, gli sviluppi dell'affare Becciu e, dulcis in fundo, la gestione della comunicazione nell'affaire della comunione a Biden. E siamo solo a metà mese!!!

Infine il 6 giugno il Papa ha fatto cenno all' Angelus all' eucarestia come «pane dei peccatori». Una frase indirizzata alla conferenza episcopale americana che deve votare su se o chi possa negare a Joe Biden la comunione per la sua posizione pro choice, in materia di aborto. Forse la segreteria di Stato ha già disinnescato la bomba: ma se il Papa non lo avesse ordinato o permesso il rischio che il secondo presidente cattolico sia bersaglio della sua Chiesa c' è. C' è un filo fra questi atti? Alcuni vi vedono l' influsso eccessivo di consiglieri grossolani; altri il piglio autoritario già rimproverato al giovane papa Bergoglio nella compagnia. Non cambia. Fossero anche eventi slegati, il loro accumularsi è un fatto che (per stare a Lc 5) prepara una tempesta.

In pratica, conclude Melloni, in pochi giorni si è accumulata una montagna di pasticci, dovuti (traduciamo noi) ad un cerchio magico di collaboratori completamente inadeguati e al vizio di Bergoglio di decidere da solo senza guardare in faccia a nessuno. Bella roba!!!

 

09 giugno 2021

Qualcuno (tipo Parolin) ci spiega i fallimenti diplomatici vaticani?


Leggiamo divertiti delle dimissioni del cardinale Marx, che ha rimesso il mandato nelle mani di Bergoglio. Stando a qualche retroscena pubblicato da Valli, sembra che il pingue arcivescovo di Monaco e Frisinga sia stato colpito dal solito scandalo (ad orologeria?) riguardo l'insabbiamento di abusi sessuali. Una tiritera che purtroppo tiene in scacco ormai molti vescovi.

Detto ciò, ci sembra che il prossimo a meditare le dimissioni dalla Segreteria di Stato debba essere il cardinale Parolin, che, oltre ad essere veneto, in questi anni non ne ha imbroccata una e, stando ai beni informati, è anche ben poco valutato nel suo ruolo, dato che l'inner circle di Santa Marta svolge le sue funzioni. 

Cina

Al posto di pensare alle messe in latino in San Pietro, al Summorum Pontificum e altre faccende che al Segretario di Stato non dovrebbero interessare granché, il signor Parolin dovrebbe spiegare se l'accordo con la Cina sia andato a buon fine.

Ad occhio, sembra di no. Se, al contrario, è andato a buon fine, sarebbe bello capire cosa ci fosse scritto.

Guardiamo comunque la situazione cinese:

- le persecuzioni ai danni di tutte le confessioni e religioni sono ai massimi livelli;

- la situazione di Hong Kong grida vendetta;

- la questione Covid ha evidenziato ancora una volta come la Cina sia infida e pericolosa per il resto del mondo, quindi farci accordi forse non è stato geniale.

Soffermandoci ai cattolici, leggiamo con sgomento l'allarme del direttore di Asia News:

"Dunque la diocesi di Xinxiang e tutti i suoi sacerdoti vengono ancora perseguitati in quanto secondo Pechino agiscono in clandestinità, senza l'approvazione del governo cinese  e  fuori dagli accordi raggiunti tra Cina e   Vaticano nel 2018 e prorogati fino al 2020 che riguardano però solo la nomina dei vescovi... paradossalmente l'accordo ha per certi versi peggiorato la situazione: chi esce  dalle regole stabilite da Pechino  insieme al Vaticano viene inesorabilmente perseguito"

In pratica il geniale accordo ha fornito uno strumento di persecuzione ai cinesi. I casi sono due, o in Vaticano hanno fatto apposta o sono completamente inadatti e la struttura va azzerata. Poiché Parolin è il Segretario di Stato, e svolge funzione di ministro degli esteri, vorremmo qualche spiegazione.

Medio Oriente

Sul Medio Oriente la Segreteria di Stato oggi non è pervenuta. E lo dicono loro. "Non ci sono le condizioni per una mediazione del Vaticano". E te pareva? E dire che in passato la Santa Sede ha sempre avuto un ruolo centrale, anche per tutelare i cristiani della zona, che non sono pochi. 
Ma la tutela dei cristiani nel mondo oggi è un vago ricordo. L'andazzo bergogliante ci regala solo frasi a effetto e il fallimento diplomatico è sotto gli occhi di tutti.


 

08 giugno 2021

Harris respinge gli immigrati. "Non venite negli Stati Uniti". Disperazione in Vaticano?

Chissà come l'hanno presa a Santa Marta, vedendo che la loro beniamina democrat, Kamala Harris, ha scelto di aiutare i migranti "a casa loro".

Leggiamo dalle agenzie:

"Non venite" negli Usa, perchè "se arriverete al nostro confine, verrete rispediti indietro". Così la vice presidente degli Usa, Kamala Harris, durante la sua visita in Guatemala, si è rivolta ai potenziali migranti. "La maggior parte delle persone non vuole lasciare il posto dove è cresciuta", ma spesso lo fa "perché scappa o perché semplicemente non riesce a soddisfare i suoi bisogni primari stando in patria", ha riconosciuto la numero due dell'amministrazione Biden, incontrando il presidente guatemalteco Alejandro Giammattei.Ma invece di intraprendere il viaggio verso gli Usa, la Harris ha invitato il Guatemala a "lavorare insieme" per trovare soluzioni a "problemi di vecchia data". Alle persone deve essere dato "un senso di speranza che l'aiuto sia in arrivo". L'obiettivo è "creare condizioni in Guatemala in modo che (i giovani) possano trovare la speranza che non hanno oggi", ha aggiunto.

Forse legare la politica e la retorica vaticana all'agenda politica del Partito Democratico americano non è stata una scelta molto oculata. Caro Bergoglio, hai toppato ancora! Magari la prossima volta rileggi qualche testo dei tuoi predecessori!


 

27 maggio 2021

La Messa in latino e la generazione dei distruttori



di Francesco Filipazzi

È notizia di qualche giorno fa che presso Santa Marta, la residenza pontificia, progettino ancora una volta di limitare la possibilità di celebrare la Messa tridentina. I motivi dell’avversione al rito antico da parte di Vescovi, sacerdoti e dell’attuale Papa, sfuggono a coloro che non seguono le vicende ecclesiastiche, in quanto nell’immaginario collettivo la Chiesa dovrebbe essere custode di una Tradizione millenaria.

Purtroppo, però l’auto percezione dell’alto clero è molto diversa. Spieghiamo perché.

Fallimento generazionale

Quello che oggi sta andando in onda nel mondo cattolico è il colpo di coda di un fallimento generazionale. Coloro che, con la riforma liturgica di Paolo VI, pensavano di adeguare la Chiesa allo spirito del tempo, sono rimasti cocentemente delusi. Loro lo sanno. Le folle cattoliche non li hanno seguiti e gli ultimi 50 anni, dopo il Concilio e la promulgazione del nuovo messale, hanno visto andare in scena un triste e lungo addio fra l’Europa e la Chiesa. La figlia, viste le bizze della madre, ha salutato ed è andata per la sua strada. Il popolo voleva capire di più la messa, spiegava il cardinale Ottaviani, non voleva che venisse stravolta.

Nonostante il disastro già rilevato da Paolo VI e i tentativi dei papi successivi, il clero a tutti i livelli ha continuato a perseverare nell’errore. Tutto andava decostruito. Messa, teologia, edifici sacri.

Oggi le chiese sono vuote e i fautori del cambiamento, assieme ai loro discepoli più giovani e idioti, si trovano a celebrare pseudo messe in orrendi capannoni, ascoltando chitarre scordate e canzoni ridicole, osservando ballare e sculettare qualche prete giovane e ancora più imbecille. Bella roba.

Nonostante l’evidente presa in giro, piuttosto di ammettere di aver costruito un circo di effemminati, perseverano. D’altronde la rivoluzione occlude le menti dei rivoluzionari.

Chi ha osato fuggire dal circo, ritornando alla Messa in Latino, garanzia di serietà e rettitudine dottrinale, sta mettendo in discussione una costruzione, mentale più che fisica, di una generazione fallita. Che non accetta, non elabora il lutto della propria giovinezza tradita e quindi cerca di eliminare ancora una volta ogni traccia del passato.

La mancanza di formazione dei giovani preti

Questi personaggi sono in malafede. Tempo fa parlando con un prete che insegna liturgia in seminario, mi sentii dire che “i preti giovani non sanno il latino, ripetono solo delle formule”. Il problema è che il latino dovevano insegnarglielo, così come avrebbero dovuto insegnare la liturgia, la storia della Chiesa, la teologia, il magistero. Nei seminari invece viene insegnato che la storia del cattolicesimo è stato un grande equivoco dall’editto di Costantino in poi, conclusosi con la rinascita del Concilio Vaticano II. Non stiamo scherzando. Nei corsi di liturgia viene insegnato solo il rito moderno e quello antico viene solo stigmatizzato.

Il sistema di indottrinamento dei seminari è però anche lui fallito. Molti sacerdoti giovani stanno inceppando gli ingranaggi del meccanismo, riscoprendo la tradizione, studiando autonomamente, mettendo in discussione il lavaggio del cervello subito. Non accettano il ruolo di disordinati e sudati animatori da villaggio turistico proposto dai loro vescovi. E questo è un problema.

Alcune frasi interessanti

Quando ero giovane odiavo i più vecchi con l’abito lungo [talare -NDR], ora ci sei tu e ce l’hai su anche tu. Non ci libereremo mai di voi”, disse un anziano parroco al suo coadiutore giovane.

Per favore, non crearmi problemi, non venire in curia con la talare. Io non ho problemi, ma qui li hanno”, disse un vescovo ad un altro prete giovane.

Che dire? Stiamo parlando della fine di un’epoca desolante e non sappiamo se i suddetti giovani avranno la forza di imporre la loro linea. Rimangono comunque una minoranza. I loro coetanei indottrinati e ben poco virili credono alle idiozie che hanno sentito.

Un altro elemento interessante

In questi pensieri a ruota libera, trova posto un elemento interessante. Le soprintendenze delle Belle Arti, istituzioni dello stato italiano, stanno combattendo da anni una lotta silenziosa contro il clero modernista.

I rappresentanti di quest’ultima categoria vedono bocciati costantemente i loro progetti di distruzione delle chiese antiche e si lamentano dell’ingerenza delle autorità civili. Le quali sono rimaste le uniche a cercare di salvare il salvabile. Talvolta, giustamente, scattano anche le denunce.

Tempo fa un sacerdote, purtroppo mancato prematuramente, mi mostrò che, nella chiesa in cui celebrava, la cui prima costruzione datava X secolo, era ancora presente un antico portale da cui entravano i fedeli in procinto di essere battezzati. Il parroco precedente aveva fatto intervenire, per via di un’infiltrazione, il muratore del paese. Il quale con cazzuola e cemento aveva chiuso il buco. Sbragando un monumento.

D’altronde, in Francia, si è visto concretamente ciò che è accaduto con la ricostruzione di Notre Dame. Gli imbecilli stavano già progettando l’affidamento del progetto di ricostruzione ad una qualche archistar, mentre lo stato francese ha imposto la ricostruzione così com’era.

Questa situazione non è altro che l’ennesima conferma di ciò che abbiamo detto fino ad ora. La generazione dei distruttori, non si ferma ed è sempre più aggressiva. Si è riprodotta, ormai le generazioni sono due, la seconda più capra della prima.

Non hanno senso della misura, leggono la realtà con occhiali distorti, sbagliano tutte le analisi da 50 anni. I risultati ovviamente si vedono. 


 

25 maggio 2021

Il Summorum Pontificum ancora in pericolo. Bergoglio vuole solo la pachamama?



E' evidente che la Messa Tridentina mal si concilia con il culto della Pachamama, la divinità andina tanto in voga in Vaticano.

Sembra che adesso Bergoglio, dopo aver giubilato Sarah dal culto divino, voglia ancora una volta attentare al Summorum Pontificum, fra il plauso dei vescovi italiani che hanno fatto della lotta al cattolicesimo il loro punto di orgoglio. Certo, con uno scisma in atto in Germania forse ci sarebbero altri problemi, ma forse quelle tedesche sono tutte sceneggiate, perché l'agenda bergogliana collima esattamente con la loro. 

Prendiamo da Messainlatino:

Si tratta, per adesso, di notizie ancora frammentarie, da nostre plurime fonti all'interno della CEI ed episcopali, ma sembra che ieri (24.5.2021) il Papa, rivolgendosi ai vescovi italiani in apertura dei lavori dell’assemblea annuale della CEI (e in un successivo incontro con un gruppo di loro), abbia preannunciato l’imminente riforma in peggio del Motu proprio Summorum Pontificum.

Dopo l’ennesima messa in guardia dall’accogliere in seminario dei giovani “rigidi” (cioè fedeli alla dottrina), Francesco ha annunciato ai vescovi che è giunto alla terza stesura di un testo che reca misure restrittive in ordine alla celebrazione da parte dei sacerdoti cattolici della Messa nella forma extraordinaria liberalizzata da Benedetto XVI il quale, a suo dire, con il Summorum Pontificum voleva andare incontro solo ai lefebvriani, ma che oggi sono soprattutto i giovani preti a voler celebrare la Messa tridentina magari non sapendo neanche il latino.

In proposito ha raccontato di un vescovo al quale si era rivolto un giovane prete manifestandogli l'intenzione di celebrare nella forma extraordinaria. Alla domanda se sapesse il latino, il giovane prete gli ha detto che lo stava imparando. Al che il vescovo gli ha risposto che sarebbe stato meglio imparasse lo spagnolo o il vietnamita in quanto in diocesi erano molti gli ispanici e i vietnamiti.

A quanto si comprende, si ritornerebbe all’indulto - con previa autorizzazione del vescovo, o addirittura del Vaticano -  con tutto ciò che ne consegue e cioè una reintroduzione del divieto di celebrare secondo il Messale di San Giovanni XXIII, tantissimi dinieghi delle autorizzazioni e la pratica ghettizzazione dei sacerdoti e dei fedeli legati all’antico rito. Dopo Mose il liberatore, ritornerebbe il Faraone.

La  credenza che il Summorum Pontifucum sia stato redatto solo per andare incontro ai lefrebvriani è infondata e falsa: non solo perché lo si evince dal testo del Motu proprio (e dall’Universae Ecclesiae) ma a dirlo espressamente è lo stesso Benedetto XVI che a pagina 189 - 190 del libro “Ultime conversazioni” (a cura di P. Seewald, ed Corriere della Sera, si veda foto sotto) secondo cui la riabilitazione  della Messa  antica col Summorum Pontificum non deve essere assolutamente inteso come concessione alla Fraternità, ma come via perché tutta la “Chiesa preservasse la continuità interna con il suo passato. Ciò che prima era sacro non divenisse da un momento all’altro una cosa sbagliata. Adesso non c’è un’altra Messa. Sono che diverse forme dello stesso rito”.

Un sacerdote ci ha detto a tal proposito: "Non mi sembra strano, che i vescovi attacchino il Summorum Pontificum: dopo tutto quello della liturgia antica è il più grave, serio e attuale problema della Chiesa".

Se sono arrivati già alla terza bozza vuol dire che stanno lavorando sul serio (e da tempo) per limitare e - di fatto - annullare il Summorum Pontificum. C'è quindi veramente da preoccuparsi e da pregare: Benedetto XVI avrà qualcosa da dire?

Vi terremo aggiornati.


La Redazione 

 

20 maggio 2021

14 maggio 2021

L'Unione Europea vuole mettere a tacere chi la prende in giro

di Francesco Filipazzi

La trasmissione di Rai 2 "Anni 20" è finita nell'occhio del ciclone, per un servizio firmato dal giornalista Antonio Rapisarda, sull'Unione Europea. La colpa imperdonabile è di aver utilizzato toni satirici per parlare delle nuove politiche alimentari continentali, basate su insetti e finti hamburger. Altro grave misfatto è aver criticato la campagna vaccinale, mettendola a confronto con quella di Boris Johnson. A Londra infatti oggi si festeggia mentre invece noi siamo ancora chiusi in casa come topi.

Ebbene, evidentemente il sentimento democratico dei vari europeisti e sodali della sinistra è venuto meno e sono diventati furibondi. Incontenibili perfino. Si invoca la censura, l'epurazione. La trasmissione ha osato l'inosabile, ha criticato il dogma! Ha bestemmiato! Oltretutto sulla rete pubblica! Altro che la pirlata, preparata, di Fedez. Questi hanno bestemmiato in Chiesa!

Deve intervenire l'AGCOM, dicono. Censurare! Segare! Silurare!

La reazione scomposta fa capire che perfettamente che ormai l'Unione Europea non nasconde più nemmeno la sua vocazione orwelliana e i suoi grigi funzionari non perdono occasione per digrignare i denti. Dunque massima solidarietà alla Redazione di Anni 20 e ad Antonio Rapisarda, che in due minuti sono riusciti a demolire il castello di carte di Bruxelles.



 

22 aprile 2021

Il miglior gesuita


di Giorgio Salzano

Mettiamola così: il problema è chi sia il miglior gesuita. Una volta Carlo Huber S.J., professore di filosofia della conoscenza all’Università Gregoriana e amico di famiglia, mi disse: il motto del buon gesuita è “entrare per la tua porta e uscire dalla mia”. Motto grandioso di sapienza retorica, perché riconosce che non vi può essere conversazione senza luoghi comuni di discussione, e quindi socraticamente concede all’interlocutore le sue tesi, per mostrare che esse in fondo conducono alle proprie: per il gesuita all’unica tesi che è la rivelazione di Dio in Gesù Cristo. 

Non pretendo di essere il miglior retore di questo mondo, voglio dire il miglior conversatore, sempre all’erta nel concedere all’interlocutore quel tanto che può essere concesso, senza assumere nelle discussioni più cose in comune di quante ve ne siano, così cacciandomi in trappole dalle quali è difficile uscire. Devo però dire che quel motto mi è piaciuto, perché quando sono al mio meglio mi attengo nel discutere le affermazioni altrui a un “si, ma”. Sì, bello dunque il motto, ma pericoloso. Il pericolo non è nel motto, ma nelle cose stesse, nella difficoltà della conversazione, perché sia dialogo non volto a con-vincere l’interlocutore ma a convenire in ciò che diciamo, lui con noi e/o noi con lui: con una parola oggi quasi tabù, nella verità. 

Consideriamo la storia della teologia. A cominciare dal san Paolo. Non abbiamo un’idea precisa di come egli predicasse, anche se gli Atti degli apostoli ce ne danno un accenno. Si trattava di annunciare un messaggio di origine ebraica ai non ebrei. Il famoso episodio della sua predica all’Areopago ci fa vedere come egli si agganciasse per farlo a qualcosa di condiviso dagli ateniesi: il primo “gesuita”? 

Sappiamo che i Padri della Chiesa, a cominciare dagli apologisti, procedevano in questa maniera: rendevano conto criticamente della vecchia cultura ellenistica integrandola nell’annuncio cristiano dell’avvento del “regno di Dio” nella persona di Cristo. In risposta alle sfide che quella cultura presentava nella determinazione del senso di questo annuncio, prendeva dunque forma la dottrina cristiana, che nei concilii, da Nicea a Costantinopoli, ne precisava i due insegnamenti (dogmi) fondamentali: dell’essere Dio una natura in tre persone (dogma trinitario), e dell’essere la seconda di queste una persona in due nature (dogma cristologico). Così la vecchia cultura detta pagana diventava lentamente la nuova cultura cristiana, destinata a diffondersi dalle élite intellettuali al popolo.

Non è questo il luogo per seguire lo sviluppo di questa diffusione, con le diversità che essa presenta nell’Oriente e nell’Occidente di quello che era stato l’impero romano. In ogni caso la dottrina cristiana definita dai Padri subiva una diversa articolazione teologica a seconda dell’uditorio al quale la sua predicazione era indirizzata. Voglio solo ricordare l’importanza nell’Occidente dell’ordine di san Benedetto, l’impronta monastica che esso dava alla teologia, ma anche la preservazione grazie ad esso di quel che ci è rimasto della cultura antica. Ci sono poi le sue riforme dopo l’anno mille, gli ordini mendicanti e quindi l’avvento della scolastica. La società si trasformava, cambiava l’uditorio, e con esso la teologia. Intatta restava però la dottrina definita dai Padri, in particolare per l’Occidente da sant’Agostino. Fino all’agostiniano Lutero, quando i suoi problemi spirituali venivano dal lui universalizzati nell’interpretazione della dottrina, con una riforma che per altre ragioni trovava un pubblico ben disposto. 

Siamo, ricordiamo anche questo, ai tempi della scoperta dell’America e dell’aprirsi planetario del mondo con i susseguenti viaggi di esplorazione. Per contrastare la Riforma, ma anche con vocazione missionaria fuori d’Europa, sant’Ignazio di Loyola fondava la sua “società di Gesù”. Lo spirito e la forza dell’ordine ignaziano era negli esercizi spirituali, più che in un particolare orientamento teologico, come quello che aveva improntato ad esempio domenicani e francescani. E in questo sta il pericolo latente nel motto di cui ho parlato.

La pratica e la teoria dell’arte di fare discorsi persuasivi, in una parola la retorica, era stata oggetto di riflessione critica da parte di Platone, che denunziava la pretesa dei sofisti di fare a meno nel suo esercizio della verità: senza di questa, egli notava, essa diventa pura seduzione – così come accade con la neo-sofistica odierna. Nel contesto di riflessione filosofica che da lui prese impulso, essa è rimasta oggetto di studio per quasi due millenni. Ricordiamo Cicerone, ricordiamo Quintiliano, ricordiamo soprattutto che sant’Agostino era insegnante di retorica. Essa era passata dall’epoca imperiale romana al così detto medioevo come parte del trivio delle artes liberales: grammatica, retorica e dialettica. Nell’ordo studiorum delle scuole gesuite era propedeutica alla filosofia ed alla teologia. Viva era in esse la rinnovata consapevolezza della problematica retorica: di come indirizzarsi a interlocutori, a un uditorio dentro e fuori d’Europa di idee più meno lontane dalle proprie, con il quale è necessario trovare luoghi comuni ci convergenza. Da qua ha origine quel motto. Ma, per quanto poco teologo fosse formalmente sant’Ignazio, la sua “porta” era quella della rivelazione di Dio in Gesù Cristo come era stata in precedenza definita nella Chiesa cattolica. Questo significa che, per essere un buon “gesuita”, si deve avere un chiaro senso della cattolicità ovvero universalità di quella rivelazione, in quanto manifestazione del “logos fatto carne”, che non può non abbracciare tutti i logoi degli uomini. Solo a tali condizioni è possibile entrare per l’altrui porta uscendo dalla propria. Altrimenti il rischio è di assumere la “porta” altrui come riferimento primario al quale si finisce per adattare anche la propria. 

Il rischio del motto gesuita sta dunque nella scelta degli interlocutori. Lo abbiamo visto ad esempio in un gesuita torinese trapiantato a Milano, e lo vediamo nel famoso gesuita argentino. 


 

09 aprile 2021

Giornata mondiale del Latino, una lingua sempre più viva



A Roma qualcuno dovrebbe darsi una svegliata e svecchiare un po' il proprio armamentario di frasi fatte. Oggi è la Prima Giornata Mondiale del Latino. Ciò vuol dire che il mondo intero si è accorto della grandezza, dell'importanza, della profondità della lingua che per migliaia di anni ha retto le sorti della civiltà.

Gli unici che hanno deciso di buttare via questo tesoro, con risultati sotto gli occhi di tutti, sono i preti, che schifano il latino e parlano ormai un italiano sempre peggiore. 

Lo diciamo da anni, nel mondo laico il Latino è in fase di riscoperta e sono nate in ogni dove esperienze di studio approfondito. 

Ai giovani il latino piace, se anche il Corriere titola "Un vaccino di speranza per i giovani". Iniziative di alto livello sono state lanciate in tutto il mondo e anche dalle università italiane.

Evviva dunque la lingua prima di Roma e poi della Chiesa, viva inoltre la Messa In Latino!

Di seguito il video di uno degli eventi organizzati dalla Sapienza




 

08 aprile 2021

L'inferno dantesco della modernità secondo Pasolini/2


di Marco Sambruna

(vai a I parte)

IL VIAGGIO INFERNALE.

Il viaggio infernale di Pasolini inizia il mese di aprile del 1963 dal cinema “Splendor” di Roma che rappresenta la versione moderna dell’ingresso infernale dantesco. Il poeta, anch’egli perso nella “selva oscura” della modernità entra dunque nelle regioni infernali varcando la porta di un vecchio cinema: Pasolini ripercorre lo stesso itinerario dantesco con le medesime situazioni e incontrando i medesimi personaggi del sommo vate. Egli mima il viaggio dantesco, ossia imita mimeticamente il viaggio già compiuto da Dante – da cui il titolo di “La Divina Mimesis” –  attraversando un paesaggio urbano: la “valle oscura” è rappresentata da un lungo viale moderno al termine della quale inizia la salita di una impervia collina; Pasolini come Dante incontra le tre bestie cioè la lonza, la lupa e il leone che rappresentano allegoricamente i suoi vizi e le sue debolezze; infine anch’egli incontra il suo Virgilio rappresentato dal poeta stesso in una sua versione più saggia e meno ingenua, una specie di doppio che accompagna Pasolini nel prosieguo attraverso i gironi infernali.

Ma gli aspetti mimetici dell’opera pasoliniana naturalmente non si limitano ad una mera sovrapposizione di luoghi e personaggi dell’inferno dantesco, ma inseriscono degli elementi di originalità soprattutto nella definizione dei dannati. Nell’inferno de “La Divina Mimesis” infatti i dannati corrispondono a figure moderne di tipi umani che rappresentano nell’occidente trasformato dalla nuova religione laicista e consumistica i campioni dell’oltraggioso e del riprovevole.

Pasolini ne definisce i caratteri per accenni nel corso di una intervista alla Radio Svizzera Italiana del 1964 dividendoli, come sopra indicato, in due categorie: i ”troppo continenti” e gli “incontinenti” apparentemente molto diverse fra loro, ma in realtà accomunati dal peccato capitale che consiste nella rinuncia alla lotta contro il “genocidio culturale” e la “rivoluzione antropologica” che vorrebbero plasmare un demoniaco “uomo nuovo”.

I TROPPO CONTINENTI:

Tra i “troppo continenti” Pasolini elenca i Conformisti, i Volgari, i Cinici, i Deboli, gli Ambigui e i Paurosi. In questa categoria di dannati  Pasolini evidentemente ha raccolto coloro che per viltà e per tranquillo quieto vivere hanno deciso di “contenere” se stessi e rinunciato a valorizzare i propri talenti, ossia, in definitiva, hanno rinunciato a diventare ciò che potevano privandosi della possibilità realizzarsi a causa della loro partecipazione alla Storia: tale partecipazione ha imposto come tributo la perdita della loro individualità originale in un progetto collettivo e pertanto omologante. I “troppo continenti” in realtà sono tutti conformisti, ma con sfumature diverse:

I Conformisti condannati alle pene infernali sono gli alto borghesi frequentatori di salotti elitari prostituiti al Potere. Ad essi oggi possiamo far corrispondere i radical chic benestanti e disincantati e ampie porzioni del clero che per stupidità si trasformano in vassalli del mainstream, progressista, gli interpreti del politicamente corretto che appunto per conformismo si sono omologati allo spirito del tempo. Per la maggior parte si tratta di qualunquisti senza grandi pretese, semplici gregari o utili sprovveduti che si limitano al ruolo di “yesmen” del Potere. Sono le falangi che per prime si emancipano dall’antico modello conservatore, coloro che per superficialità e viltà si allineano alla moda culturale del momento e quindi, in quanto moda, appunto conformismo.

I Volgari sono esemplificati da Pasolini in figure che partecipano a un ricevimento, ad esempio al Quirinale. Si tratta dunque di personaggi influenti che agiscono dietro le quinte e realmente potenti siano essi politici, industriali, eminenze grigie, proprietari di mezzi di informazione, leader ombra che conoscono i meccanismi del Potere, strateghi della diplomazia e della comunicazione che determinano l’indirizzo politico di un paese, ne orientano le scelte e, soprattutto, inducono la politica a scelte indirizzate esclusivamente a soddisfare le loro esigenze. 

I Cinici sono i conformisti più scaltri. Esemplificati da Pasolini dalla figura del giornalista di un quotidiano importante, cioè il portavoce, il megafono, la cassa di risonanza dell’ideologia dominante siano essi appunto giornalisti, influencer, opinionisti, tuttologi televisivi, etc. Come tutti i cinici sono ideologicamente agnostici, cioè, in altri termini, orientano le vele dove tira il vento. Il loro freddo talento calcolatore e una specie di istinto li rendono abili nell’individuare a quale astro nascente prestare i propri servigi e a quale stella morente negarli.

I Deboli, gli Ambigui, i Paurosi sono i dannati che per viltà, per inedia o per pigrizia si accodano alle correnti di pensiero dominanti. Sono coloro che non tanto per convinzione quanto per convenienza decidono di adattarsi ad una vita ripiegata in un  gretto individualismo: sono il popolo dei gregari, del “tengo famiglia”, del “io mi faccio gli affari miei”, i tiepidi senza arte né parte.

GLI  INCONTINENTI

Gli  “incontinenti” sono coloro che etimologicamente “non si fanno contenere” entro gli asfissianti schemi del conformismo come i “troppo continenti”, ma che anziché vivere in lieta spontaneità la loro libertà ideologica ed esistenziale si sono arroccati per narcisismo in un esilio volontario dalla Storia o in una torre d’avorio ideologica estraniandosi dalle lotte collettive, coloro che valutano senza partecipare. Così come i “troppo continenti” sono tutti conformisti con diverse sfumature, altrettanto “gli incontinenti” sono tutti narcisisti con diversi connotati. Anche in questo caso Pasolini si limita a pochi accenni da cui è però possibile ricavare i tratti salienti.

I Rigoristi sono coloro che assumono un atteggiamento spocchiosamente distaccato,  i socialisti borghesi e i piccoli benpensanti che hanno trasformato la religione in moralismo e il marxismo in sterile e spesso ermetico cerebralismo. Sono i farisei della modernità, i pedanti del buon senso, gli zelanti e i probi bacchettatori dei pubblici vizi, oggi diremmo i giustizialisti, i denunciatori seriali, gli estremisti del politicamente corretto.

I Raziocinanti cristallizzati entro le loro asfittiche metafische e il loro scientismo positivista. Coloro che, aggiungiamo noi, annaspano disperatamente fra i residui del ciarpame ideologico, come i filosofi strutturalisti, decostruttivisti, esistenzialisti, neoilluministi e gli psicologi di scuola materialista, i freudiani ortodossi, i riduzionisti.

Seguono gli affetti da uno strano vizio che Pasolini definisce come eccesso di Rimorso: lo scrittore accenna brevemente a questa categoria di dannati che risulta perciò difficilmente definibile. Possiamo forse identificarli come coloro che dopo aver apostatato dal mainstream in un impulso di fierezza sollevando critiche alla modernità, una volta marginalizzati tentano disperatamente di riaccreditarsi per fame di notorietà pronunciando umilianti mea culpa, annacquando le loro posizioni massimaliste verso sempre più marcate acquiescenze di stampo democristiano,  i nostalgici della vetrina mediatica da cui sono stati banditi, gli ex tradizionalisti e conservatori convertiti al riformismo come forma moderata del progressismo, il clero pseudo conservatore in realtà cripto progressista.

Gli Irrazionali che Pasolini individua sinteticamente negli avanguardisti della cultura, che quindi possiamo definire nei poeti ermetici e futuristi, i crepuscolari di ogni risma, i solipsisti, coloro che si isolano in riserve per pochi eletti, gli epicurei egoici, i nichilisti goderecci.

Il conformismo come omologazione supina all’ideologia dominante e il narcisismo come rifiuto all’impegno mascherata da scelta estetica dunque per Pasolini sembrano essere i peccati mortali che riconducono al supremo peccato meritevole di dannazione: la rinuncia alla lotta contro il Potere scaturito dalla modernità che vuole ricreare l’uomo.

 

 

07 aprile 2021

De Maistre e il mistero pasquale



Pubblichiamo uno stralcio del libro "Joseph de Maistre - il padre del pensiero controrivoluzionario", legato al mistero pasquale, dal capitolo "De Maistre e la Provvidenza"

L’idea di sacrificio è talmente al cuore del pensiero di Joseph de Maistre che egli le dedicò anche un breve saggio, intitolato "Delucidazioni sui sacrifici", concepito proprio come una sorta diappendice delle Serate, composto nello stesso anno (1810) e pubblicato in coda alla loro prima edizione (postuma) del 1821. L’opera, dopo aver passato in rassegna i temi dei sacrifici in generale, dei sacrifici umani e della dottrina cristiana dei sacrifici, termina con una conclusione perentoria a proposito del Sacrificio di Cristo nell’Eucarestia:

«Non c’è niente che dimostri in maniera più degna di Dio ciò che il genere umano ha sempre confessato, ancor prima che gli fosse insegnato: la sua degradazione radicale, la reversibilità dei meriti dell’innocenza che paga per il colpevole, e la salvezza per mezzo del sangue».

Il cristianesimo, dunque, ha perfezionato e dato concretezza effettiva a una verità di cui tutti gli uomini erano sempre stati in qualche modo coscienti:

«Il genere umano professava questi dogmi fin dal tempo della sua caduta, quando la grande Vittima, innalzata per attrarre tutto a sé, gridò sul Calvario: tutto è consumato! [...] Noi capimmo perché l’uomo aveva sempre creduto che un’anima poteva essere salvata da un’altra, e perché aveva sempre cercato la sua rigenerazione nel sangue».

Il sacrificio di Cristo, pur essendo l’unico e definitivo Sacrificio valido per la salvezza di tutta l’umanità, non esclude che i giusti possano, proprio sul suo esempio, offrire la loro sofferenza per la redenzione dei peccatori: si pensi a quanto affermato da san Paolo  sul completare nella propria carne “quello che manca ai patimenti di Cristo”, ma anche alle parole dell’enciclica Mystici Corporis di Pio xii, dove si legge che Cristo vuole che la redenzione scaturisca in qualche modo anche da tutta la Chiesa.

«Mistero certamente tremendo, né mai abbastanza meditato: che cioè la salvezza di molti dipenda dalle preghiere e dalle volontarie mortificazioni, a questo scopo intraprese dalle membra del misticoCorpo di Gesù Cristo».



 

31 marzo 2021

L'inferno dantesco della modernità secondo Pasolini/1

La Divina Mimesis  dell'ultimo grande poeta italiano



di Marco Sambruna

Il progetto di una riscrittura della “Divina Commedia” di Dante insorse in Pasolini già nei primi anni Sessanta: tale progetto fu più volte abbandonato e poi ripreso nel corso degli anni seguenti finché uscì largamente incompiuto dopo la morte del poeta nel 1975. L’opera dal titolo “La Divina Mimesis” presenta i Canti I e II completi più alcuni frammenti e annotazioni relativi ai Canti III, IV e VII. 

È probabile che per Pasolini, da sempre estremamente critico verso la modernità, il viaggio infernale rappresentasse l’ideale strategia letteraria per descrivere l’orrore di una umanità che per il poeta era destinata trasformarsi nel segno della disumanità, della violenza, e del darwinismo sociale più brutale. Del resto nella produzione saggistica pasoliniana costituita dalle “Lettere luterane” e dagli “Scritti corsari” più volte Pasolini denuncia, profeta inascoltato, il “genocidio culturale” in atto che ha cancellata la millenaria visione del mondo tipica delle religioni e dato l’avvio alla “rivoluzione antropologica” diretta alla generazione di una sorta di aberrante “uomo nuovo” che nulla avrebbe più avuto a che fare con quello modellato nel corso dei secoli dalle culture tradizionali.

LA DIVINA MIMESIS

Il mondo pasoliniano presenta molti dualismi contrapposti a cominciare da quello fra sviluppo e progresso ad esempio che per il poeta non sono sinonimi dal momento che il primo è concetto economico e omologante, il secondo valoriale e virtuoso: perciò Pasolini diceva di essere a favore del progresso, ma non dello sviluppo laddove per “progresso” non intendeva l’ideologia progressista bensì una civiltà che rigettasse la nuova umanità consumistica e profana che lo sviluppo appunto andava preparando.

Anche ne “La Divina Mimesis” c’è una dicotomia. Essa riguarda la differenza fra i dannati “continenti” e “non continenti”. Per comprendere la differenza fra queste due categorie occorre rifarsi a un altro dualismo che percorre gran parte dell’opera di Pasolini: quello fra il concetto di Storia e l’idea di innocenza. Per Pasolini la società contemporanea pone l’individuo nella condizione di dover compiere una scelta drammatica: o si partecipa alla Storia cioè alla costruzione della civiltà borghese, disincantata, desacralizzata e laicista rinunciando perciò a una certa ingenua innocenza tipica delle culture pre industriali; oppure ci si congeda dalla Storia e ci si disimpegna da essa rinunciando così alla costruzione di una civiltà disumana conservando l’innocenza, ma a costo di isolarsi egoisticamente e narcisisticamente nella propria dimensione intimistica e privata.

In entrambi i casi il soggetto è colpevole o di cinismo o di egoismo. In realtà Pasolini in altri luoghi della sua opera definisce una terza via costituita da quella che lui determina come “adesione critica” alla Storia cioè una partecipazione al progresso, ma in funzione critica come “una forza del passato”1 ossia, per molti versi controrivoluzionaria. Tuttavia, per il momento il dualismo Storia - innocenza resta e si traduce ne “La Divina Mimesis” nelle due categorie di dannati infernali dei “continenti” che sono colpevoli in quanto partecipano alla Storia e quindi al processo di disumanizzazione della civiltà e dei “non continenti” cioè di coloro che rinunciano all’impegno sociale ponendo così in essere una sorta di “colpevole innocenza” che consiste in un’egoica e narcisistica separazione dalle vicende collettive.

Prima di esaminare meglio le categorie di dannati che appartengono al gruppo dei “troppo continenti” e dei “non continenti” è interessante notare che fra i diavoli che li vessano Pasolini inserisce le figure delle ”demonie” ossia donne crudelmente sadiche che con la loro fredda ed efficiente spietatezza custodiscono come delle aguzzine i dannati affidati alle loro cure.

Questa categoria femminile risponde all’idea pasoliniana secondo cui proprio gli ultimi arrivati chiamati a partecipare alla costruzione del nuovo mondo desacralizzato e disumanizzato si dimostrano i più zelanti e devoti alla causa. È la strategia borghese di ascendenza laicista, infatti, ad assoldare le categorie umane più umili e da sempre marginalizzate come le donne o i popoli extra europei per trasformarle in fedeli servi del Potere. 

Essi non si accorgono dell’inganno per cui barattano la loro innocente e lieta spontaneità in cambio dell’ammissione alla mensa delle élites dominanti che promettono la ricchezza materiale in cambio della loro servile collaborazione al processo di sviluppo consumistico di matrice laicista. Traspare dunque in queste figure femminili diaboliche la critica pasoliniana all’estremismo femminista che trasforma la donna in una grottesca imitazione del maschio nei suoi aspetti più brutali e violenti.

Per Pasolini paradossalmente proprio tramite la concessione di diritti il Potere sradica gli uomini dalle loro culture tradizionali disfunzionali alla costruzione dell’uomo nuovo. La Storia infatti, da intendersi come graduale cammino verso forme sempre più sofisticate e artificiali di vita, necessita di nuovi zelanti vassalli collaborativi e funzionali al “genocidio culturale” propedeutico alla “rivoluzione antropologica” da cui scaturirà uno spaventoso “uomo nuovo”. 

Naturalmente, come tutti gli inganni, anche questa strategia finisce col mostrare la propria vera fisionomia truffaldina; gli zelanti servitori del Potere ben presto si accorgeranno di essere stati ingannati. 

L’illusione di promozione umana promessa dalle élites dominanti si rivelerà per quello che è ossia una chimera di cui resta solo un sogno mai realizzato. Si tratta appunto de “Il sogno di una cosa”2 come dal titolo di un’altra celebre opera pasoliniana. Il sogno in questione è quello del marxismo che resta solo un vano miraggio nel momento in cui le classi umili che avrebbero dovuto beneficiarne scoprono che si è trattato solo di uno scaltro espediente borghese per spossessarli della loro cultura tradizionale che ostacolava l’acquisizione di una nuova mentalità consumistica. 

Il marxismo, come del resto il cristianesimo, viene così trasmesso dalle classi privilegiate a quelle popolari privato della sua forza eversiva in una sua versione innocua ossia funzionale al processo di modernizzazione omologante in cui l’arrivismo e il consumismo saranno l’humus comune che permette la trasformazione dei proletari in piccoli borghesi. Le classi popolari infine non sogneranno più la rivoluzione marxista o la vita eterna promessa dalla religione, ma il possesso di beni di consumo.

(continua)

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1-P.P. Pasolini: Io sono una forza del passato, solo nella tradizione è il mio amore. da Poesie in forma di Rosa, ed. Corriere della Sera.  Vedi anche https://www.youtube.com/watch?v=nPNYgW3Mq00 
2- P.P. Pasolini, Il sogno di una cosa, ed. Corriere della Sera.

 

30 marzo 2021

La religione è in tutte le discipline, ma ce lo siamo dimenticati


di Giorgio Salzano

Quando insegnavo religione (si fa per dire, perché non ho mai capito come si possa insegnare quando la materia è facoltativa e non incide sul giudizio finale: in breve, quando gli studenti non sono tenuti ad ascoltarti), ogni volta che entravo in una classe nuova dicevo: se tutte le altre materie venissero insegnate come si deve, di me non ci sarebbe bisogno. Di qualunque materia si tratti, c'entra la religione. Prendiamo ad esempio la storia, ossia tutte le materie umanistiche da noi insegnate in chiave storica. La religione entra chiaramente nell’oggetto di insegnamento della storia, e quindi della storia della letteratura, dell’arte e della filosofia. Purtroppo per lo più gli storici si pongono dal punto di vista dell’oggi, in base al quale spiegano le azioni e le opere degli uomini di ieri, invece di fare, come dovrebbero, il contrario: intendere cioè l’operare di uomini di altri tempi in base alla loro comprensione del mondo e di se stessi. Ma le cose non vanno diversamente per le materie dette scientifiche, che di solito insegniamo invece in maniera astorica, sistematica. Tutti impariamo infatti il teorema di Pitagora, ma non ci viene però detto che esso, come tutta la matematica, aveva per lui un significato teologico, che si è mantenuto tale fino a Newton e Leibniz. Ignorando come la scienza moderna sia maturata in seno al sapere del passato, la consideriamo (anche per lo sfortunato incidente Galilei) come opposta ad esso. E non ci raccapezziamo più nel mondo. Ma la cosa più grave è che non ci si raccapezzano quelli che dovrebbero farci da guida, nella Chiesa come fuori di essa.

Tommaso d’Aquino, per non fare che il nome del più famoso degli scolastici, integrando Aristotele con la tradizione agostiniana e in generale patristica, abbracciava nella teologia la totalità del sapere del suo tempo. Ma se apriamo oggi un libro di teologia, poca cosa troviamo del sapere odierno nel suo complesso, sparpagliato com’è in diverse discipline, di cui alcune godono del titolo di scienza (hard sciences, quelle dure e pure: fisica chimica biologia), altre aspirano a quel titolo (le così dette scienze umane o sociali), altre ancora si devono accontentare di essere studi umanistici. C’è poi la filosofia, nome accanto al quale non posso che porre un grande punto interrogativo (?). Le prime godono di un grande prestigio, anche se la loro conoscenza è appannaggio di una sparuta minoranza, l’aspirazione delle seconde non si è mai realizzata nella forma di un consenso più o meno unitario, le terze danno luogo a una saggistica erudita spesso anche brillante e affascinante … e la filosofia? Che cosa sia, che sapere rappresenti, nessuno lo sa dire; o meglio, si divide in tante scuole ciascuna delle quali pretende di farlo. Più che scienza, essa sembra rappresentare con questa sua divisione velleitarie visioni d’insieme, Weltanschaungen, incapaci di dare ragioni di se stesse nei confronti delle altre. La povera teologia non sa più quale sapere integrare in sé.

Un ruolo principe ha in essa la filologia. Ricordo un corso di aggiornamento per l’insegnamento della religione che dovetti seguire qualche decennio fa, poco dopo la pubblicazione del grande Catechismo della Chiesa Cattolica. Il monsignore (o almeno credo che fosse tale) che tenne il corso spiegò quale fosse il metodo teologico: andava più o meno così, esso comincia con gli studi biblici, prosegue con quelli della tradizione, e una volta poste in questo modo le basi si concede qualche conclusione speculativa. Ero già grandicello, e mi rendevo conto della fallacia di questo presunto metodo. Con gli studi biblici e della tradizione mette alla base la filologia, ma saper leggere non è mai solo questione di competenza filologica, è sempre piuttosto come in un dialogo, in cui vengono poste domande a un interlocutore, in attesa di vedere che cosa egli abbia da dire al riguardo. La riflessione filosofico-teologica ha sempre luogo quindi sullo sfondo di un orizzonte esperienziale e intellettuale, almeno virtualmente speculativo, destinato ad articolarsi consapevolmente nel dialogo istituito con la lettura.

Rendersi conto di un simile orizzonte nel prendere in esame le testimonianze umane di ogni provenienza, del passato come del presente, è dunque il punto di partenza della loro lettura, volta a riconoscere in esse luoghi comuni di esperienza e di pensiero che le rendano intelligibili. E questo oggi significa rendersi conto di una cesura rappresentata dalla modernità, nella quale riferiamo sapere e fede all’uomo, ciascuno riguardato nella sua individualità prescindendo dall’appartenenza sociale, mentre in epoca pre-moderna gli uomini erano sempre riguardati come appartenenti a una società. Della società a cui prendono parte gli uomini sono al contempo attori e spettatori, ed è su questo loro essere che si volgeva originariamente la riflessione filosofico-teologica antica, e poi quella cristiana, anche nella comprensione del mondo tutto, quando vedeva nella natura la manifestazione di un principio che la trascende, diciamo pure soprannaturale. Difficile è perciò oggi fare teologia alla maniera patristica o scolastica, dopo che con la scienza e la filosofia moderna quella duplice contemporanea posizione di ogni uomo è stata scissa in due, frammentandosi nei rivoli delle diverse discipline di cui ho detto. Anzi, di fatto la teologia, per non parlare della filosofia, diventa praticamente impossibile, perde cioè lo stato di vero sapere (volgarmente detto scienza), se non si mostra capace di riunire speculativamente quel che era stato scisso.

Che cosa poteva fare dunque un gesuita argentino non particolarmente portato per la speculazione (se abbia avuto qualche propensione al riguardo, non ve n’è traccia nei suoi successivi discorsi)? Compie i suoi studi mentre maturava nella Chiesa il portato intellettualmente sovversivo della scissione di cui ho parlato, con l’abbandono del tomismo come cosa del passato a cui non veniva però sostituito nulla di ugualmente potente per il presente. Pare che non gli rimanesse altro che gli esercizi spirituali di santi’Ignazio, ed il populismo peronista dalla sua gioventù che oggi proietta su scala mondiale, con la preoccupazione per i poveri, gli emarginati e i migranti, cui si aggiunge l’ambiente, dei quali parla con un moralismo sentimentale in cui non si discerne alcuna particolare cognizione di causa in materia di economia e politica, o in generale di relazioni sociali di qualunque scala nel mondo contemporaneo … o se per questo in materia di teologia.

Inutile attendersi da quel versante lumi teologici. Come mi piaceva dire a scuola, la verità o è cattolica (universale) o non è, e quindi la teologia o la illustra reintegrando in sé il complesso del sapere in una summa indirizzata a tutte le genti (sanctus Thomas docet), o non si sa più indirizzare neanche a quello che sarebbe il suo uditorio primo, i fedeli cristiani.


 

23 marzo 2021

Dante, de Maistre e il papato. Un confronto utile



di Alfredo Incollingo

Quest’anno ricorrono i settecento anni dalla morte di Dante Alighieri, deceduto a Ravenna tra il 13 e il 14 settembre 1321. Risulterebbe ridondante menzionare lo spessore intellettuale del Sommo Poeta, che è notoriamente uno dei padri putativi della lingua italiana e della stessa idea di Italia.

Pochi, invece, hanno ricordato un altro importante anniversario, i duecento anni dalla morte del conte Joseph de Maistre, il padre del pensiero controrivoluzionario, avvenuta il 26 febbraio 1821, a Torino, capitale dell’allora regno di Sardegna[1].

La celebrazione dell’anniversario è passata in sordina, anche se, forse anche all'opera di questo blog, molti giornali nazionali ne hanno parlato e anche il tg2 ha dedicato un servizio al Savoiardo. Il pensiero di de Maistre è ancora oggi un tabù per gran parte del mondo ecclesiastico, che lo considera un pericoloso reazionario.

Dante Alighieri, invece, è spesso descritto come un laicista ante litteram per aver ribadito la necessità di separare l’autorità spirituale dal potere temporale. Buona parte della stampa, quindi, ha trovato più fattibile celebrare un personaggio del calibro del Sommo Poeta, con tutti i meriti letterati che ha, a discapito di un filosofo, Joseph de Maistre, che con estremo realismo ha riflettuto sulla natura umana.

Tuttavia, leggendo con attenzione le considerazioni politiche e teologiche di Dante Alighieri si evince una netta somiglianza di idee con il conte savoiardo.

Questi è stato spesso additato come un intellettuale anacronistico nell’epoca del trionfo degli ideali democratici dell’Illuminismo. Eppure, in quest’età di progresso sociale si era assistito ai cruenti massacri della Rivoluzione francese e delle guerre napoleoniche. Il continente europeo, secondo de Maistre, era ormai in preda al disordine e all’ateismo, la cosiddetta teofobia[2], prodotti nefasti della scristianizzazione e della conseguente decadenza del papato.

Per porre fine alla confusione morale, i nascenti Stati nazionali avrebbero dovuto riconoscere l’infallibilità e l’assolutezza dell’autorità del pontefice romano, poiché solo il diritto divino, fondato sul Vangelo, avrebbe posto fine alle discordie, garantendo pace e giustizia[3].

Le nazioni europee sarebbero state così liberate dalla volontà popolare, che secondo gli illuministi era il fondamento razionale e concreto dei governi. De Maistre dimostrò al contrario la radice nichilista e relativista del volere popolare, pericoloso per la stabilità e la rettitudine dei governi[4].

Queste riflessioni hanno spinto non pochi osservatori a considerare il conte savoiardo il campione della teocrazia.

Dante Alighieri riconosceva nell’autorità dell’imperatore, un sovrano non certo democratico, il fondamento di una società giusta e pacifica. Il Sommo Poeta e de Maistre, naturalmente, scrivono in due età diverse: il primo nel medioevo, quando si credeva che l’Impero fosse ancora il garante della giustizia fra i popoli; il secondo, invece, nell’era degli Stati nazionali, dopo il tramonto dell’ideale imperiale avvenuto molti secoli prima. L’unica entità sovrannazionale dell’epoca in grado di pacificare le nazioni era il papato.

L’Alighieri considerava naturale la separazione tra la Chiesa e l’Impero per i diversi scopi che essi perseguivano. L’imperatore, riunendo sotto di sé le genti del mondo conosciuto, le avrebbe governate con rettitudine e giustizia, assicurandole la felicità in Terra. Si trattava, tuttavia, di una beatitudine effimera, mentre quella «immortale» era garantita dalla Chiesa Cattolica, il cui diritto si rifaceva direttamente al Vangelo[5].

La felicità terrena non era fine a sé stessa, perché «questa mortale felicità alla felicità immortale sia ordinata. Cesare adunque quella reverenza usi a Pietro, la quale il primogenito figliuolo usare verso il padre debbe; acciocchè egli illustrato dalla luce della paterna grazia, con più virtù il circulo della terra illumini. Al quale circulo è da Colui solo preposto, il quale è di tutte le cose spirituali e temporali governatore»[6]. Dante non ha mai osteggiato la Chiesa Cattolica ma ha ribadito il suo (divino) ruolo: guidare l’umanità verso la Salvezza.

 

 

[1] Per approfondire il pensiero del conte Joseph de Maistre si rimanda a: Joseph del Maistre. Il padre del pensiero controrivoluzionario, a cura di campari & de maistre, Cesena, Historica, 2021.

[2] j. de maistre, Le serate di San Pietroburgo, Bari, Edizioni Paoline, 1961, p. 102.

[3] j. de maistre, Del Papa, Firenze, Tipografia di Tito Giuliani, 1872, p. 137. 

[4] Ibidem

[5] d. alighieri, Monarchia, a cura di m. ficino, Livorno, Tipografia degli artisti, 1844, p. 115.

[6] Ivi, p. 117.

 

16 marzo 2021

Monaldo Leopardi, controrivoluzionario e benefattore "sanitario"


di Diego Benedetto Panetta

Ricordare la figura di Monaldo Leopardi, interprete affascinante ed ardimentoso del pensiero controrivoluzionario italiano, non è mai affar vano. Non risulta superfluo rammemorarne le gesta e commemorarne la personalità soprattutto in questo preciso periodo storico. L’annoso spaesamento che vive l’intero globo da poco più di un anno, a causa di una pandemia che non conosce confini né frontiere, rende la sua figura non attuale, attualissima. 

Del padre del poeta Giacomo sembra essersene estinta la memoria. Eppure, è assai utile ricordare che la formazione del filosofo e poeta italiano poté essere così completa e variegata grazie alla tenace volontà paterna di predisporre un ambiente quanto più confortevole e propizio ad una formazione realmente integrale. La realizzazione dell’enorme biblioteca di casa Leopardi, composta da circa 16.000 volumi (di cui diversi concessi dietro esplicita richiesta fatta pervenire alla Congregazione dell’Indice), dei quali poté fare uso Giacomo, la famiglia e l’intera cittadinanza di Recanati, avvenne grazie al conte Monaldo ed al suo amore profondo per il sapere.

La figura di quest’ultimo non si esaurisce però in questa generosa ed illuminata volontà di far conoscere e diffondere i classici greci e latini, le culture orientali e lo scibile che la sua fornitissima biblioteca metteva a disposizione. Egli fu anche polemista e scrittore, in un frangente storico nel quale la battaglia delle idee anticipava e seguiva quella che si conduceva per mezzo degli eserciti.

Il suo profilo, soprattutto, si confonde con il ruolo che la cittadinanza di Recanati più volte volle dargli. Il conte Monaldo Leopardi ricoprì la carica di Governatore della città nel 1799, dopo che gli insorgenti scacciarono le truppe francesi. Egli accettò la gravosa carica con spirito cristiano, facendo del tutto per evitare altro spargimento di sangue ai danni dei recanatesi complici della passata esperienza governativa. Successivamente, dopo il Congresso di Vienna accettò la carica di Gonfaloniere dal 1816 al 1819 e dal 1823 al 1826. Fu durante i suoi mandati che tra le diverse opere pubbliche che promosse, vi fu, in particolare, un dato che colpisce l’occhio dei contemporanei, specialmente all’indomani di una campagna vaccinale che mostra la sua lentezza e i suoi lati oscuri.

Monaldo Leopardi introdusse per la prima volta nello Stato Pontificio la vaccinazione anti-vaiolo promossa da Edward Jenner nel 1798. La nobiltà per lui non era da riconoscersi tanto nel censo quanto nella capacità di sacrificarsi per il prossimo, di essere primo negli oneri, di accettare virilmente gravose responsabilità nei confronti della cittadinanza, che dal suo esempio avrebbe tratto un modo di essere, preludio di una r-icristianizzazione delle coscienze e, conseguentemente, della società.

Decise quindi di sperimentare il vaccino sui figli e di rendere obbligatoria la vaccinazione per la cittadinanza in mancanza di controindicazioni. Nelle Introduzioni agli annali di Recanati, si apprende anche che la insegnò personalmente ai medici locali e che prestò migliorie notevoli nel campo della sanità pubblica, non esitando a tassare i ceti più abbienti ove servisse al fine di poter pagare il medico condotto, ossia colui che per incarico del Municipio doveva occuparsi gratuitamente di prestare cure a chi non fosse in grado di remunerarne il compenso.

La vicenda è narrata, assieme ad una trattazione sistematica del fenomeno controrivoluzionario in "Il Pensiero Controrivoluzionario - Onore, Fedeltà e Bellezza al servizio di Dio" di Diego Panetta.
 

14 marzo 2021

Macché "povera per i poveri". Serve la cura delle anime


di Giorgio Salzano

Va bene, a me Francesco non piace. Lo chiamo con il nome che ha assunto come Papa, che dal racconto di un anziano amico egli sembra tenda a confondere con il proprio nome: in una udienza in cui gli fu presentato, invitando il mio amico a chiamarsi per nome disse, io mi chiamo Francesco e tu? (C’è bisogno che spieghi la fallacia? Al Papa do eminentemente del “lei”, a chiamarsi amichevolmente per nome allora io sarei Giorgio e lui Jorge-Mario.) Ma rischio di divagare. A me dunque l’attuale Papa non piace. So però che ci sono tanti a cui piace. Anche persone di ottimo sentire dalle quali non vorrei essere estraniato. Purtroppo il rischio di estraniamento c’è, dato che nella Chiesa siamo un po’ come guelfi e ghibellini. Fortunatamente non ci scanniamo tra noi come essi facevano al loro tempo. Ma a esprimere riserve nei confronti di Francesco ti becchi facilmente dai suoi sostenitori un “tradizionalista!”. Forse hanno ragione loro, ma “ista” proprio no. Il mio dispiacere ha le sue ragioni, che hanno a che fare con la tradizione, ma non quella specificamente cristiana.

Credo di capire i motivi per cui a tanti piace. Perché vertono su questioni all’ordine del giorno non saprei da quanti decenni, che mi hanno dato di che ragionare. Sappiamo quali sono i leitmotivs della sua predicazione: i poveri, gli emigranti, l’ecologia. Ogni tanto predica anche con parole forti contro l’aborto, ma questo non ha risonanza nell’opinione pubblica, e dove quegli altri sono in gioco sembra passare in secondo piano (come mi pare sia avvenuto in occasione delle recenti elezioni americane, quando non mi risulta che il tema dell’aborto, propugnato dalla leadership democratica fino al nono mese, ossia fino all’infanticidio, abbia giocato un gran ruolo nelle simpatie di tanta parte dell’episcopato, vicina a Francesco). 

Un’immagine, diffusa immediatamente dopo la sua elezione a Papa, mostrava Bergoglio vescovo di Buenos Aires che andava in autobus come uno qualsiasi. Niente macchinone da ricchi. Lui sì! Quante volte mi è capitato di sentire, quando insegnavo religione alle scuole medie superiori, studenti che lamentavano il fatto che i preti si fanno le macchine, e che macchine. La Chiesa, pareva che dicessero, predica bene (la povertà) e razzola male (vive in ricchezza); e questo era per loro uno scandalo tale da tenerli lontani da essa. Frasi fritte e rifritte, che nascondevano le effettive ragioni dell’allontanamento (la progressiva svalutazione nella cultura egemone e quindi nella scuola dell’insegnamento della Chiesa). Francesco comunque, fin dalla sera in cui si presentò per la prima volta sul balcone con la semplice veste bianca, senza la ricca mantellina di ermellino, pareva un’altra cosa. Anche il suo famoso (per alcuni famigerato) “buonasera” mostrava una voluta mancanza di ieraticità, destinata a portare la figura del Papa più vicina alla gente. Ma mi chiedo quanto sia davvero vicino alla gente, o quanto meno all’ordinario fedele cristiano. 

A insegna del suo pontificato egli assumeva dunque il nome del poverello di Assisi. Ricordiamo poi lo slogan, in non so quale suo discorso di allora, a favore di una “chiesa povera per i poveri”. Ma che vuol dire una “chiesa povera”? Come sempre, i suoi slogan sono ambigui. Può anche significare giustamente una chiesa i cui rappresentanti vivono asceticamente. E in tal caso l’espressione sarebbe ineccepibile. Ma se prendiamo lo slogan alla lettera, mi viene da chiedermi che cosa se ne facciano i poveri di una chiesa povera. Quel che i poveri vogliono in fondo è di cessare di essere poveri. E ci vuole per questo una chiesa ricca, non solo in quanto apparato clerico-istituzionale che disponga di mezzi di carità materiale, ma in quanto costituita di uomini virtuosi capaci di creare ricchezza diffusa. 

Sta qua il problema di tanto parlare dei poveri: e i ricchi? O, in termini più astratti, la ricchezza per far sì che i poveri diminuiscano? Un altro slogan degli inizi del pontificato di Francesco era il paragone della Chiesa a un ospedale da campo. Bene, niente da dire. Ma significa che tutti, ricchi e poveri, hanno bisogno di cure per la loro salute (da salus, che vuol dire anche salvezza). Possiamo discutere, “laicamente”, di quale sia il sistema migliore di produzione e distribuzione della ricchezza, ovvero, semplificando, se affidandosi primariamente all’iniziativa diciamo privata o con un intervento dell’istituzione statale più o meno ampio. “Laicamente” mi sembra di poter dire che l’iniziativa privata ha dato in Occidente una miglior prova di sé, con tutte le riserve dovute allo svilupparsi di centri di potere economico che, anche se non son statali, difficilmente possono essere classificati data la loro estensione come privati. Ma in ogni caso la salus degli uomini è precaria e c’è bisogno di attendere ad essa. 

Ricchi o poveri, gli uomini tutti hanno bisogno della “cura delle anime” (come si diceva una volta), offerta dalla Chiesa con l’annuncio della buona novella, ovvero dell’avvento con Cristo del Regno di Dio. Ma questo annuncio sembra recedere sullo sfondo nella predicazione di Francesco: con l’enfasi sui poveri e, vedremo in post successivi, sui migranti e sull’ecologia. 


 

02 marzo 2021

Tipler e la fisica del cristianesimo


di Giorgio Salzano

Da diversi giorni mi frulla per la testa un possibile incipit per un post: io ho una difficoltà, o sono cristiano cattolico ortodosso io, o lo è un certo omino in bianco. Questione imbarazzante, perché tanto per cominciare mi si potrebbe chiedere, ma chi ti credi di essere? La risposta è semplice: nessuno. Mi limito a ritenere vero quello che è stato affermato tale semper ubique ab omnibus. E lui, l’omino in bianco, chi si crede di essere? La risposta sembra abbastanza chiara: il Papa. Ma questo sposta il problema: chi è dunque il Papa, non individualmente è chiaro, ma come figura? Io avrei una risposta da suggerire: non dovrebbe essere nessuno, se non uno chiamato a confermare il popolo dei cristiani nella verità di ciò che stato riconosciuto vero semper ubique ab omnibus. Un lettore appena appena un po’ acuto avrà a questo punto individuato che proprio qua sta la difficoltà: che la formula di Vincenzo da Lerino per identificare l’insegnamento cristiano ortodosso è aperta a discussione.

Faccio un salto, da questo incipit destinato a spiegare perché l’attuale omino in bianco mi sembra troppo cospicuamente qualcuno rispetto all’insegnamento tramandato nella Chiesa, e invece degli sviluppi che avevo in mente (ed eventualmente riprenderò in un’altra occasione) riferisco di un interessante libro di una quindicina di anni fa che mi è capitato oggi di leggere, La fisica del Cristianesimo di Frank J. Tipler. Val la pena di parlarne, non tanto per comunicare le mie impressioni al riguardo, quanto per una certa esemplarità nel suo atteggiamento verso la dottrina cristiana, che è, come ho detto di me stesso, quella di un nessuno, ossia uno che semplicemente la accetta come è stata trasmessa nella Chiesa cattolica: trinità, incarnazione, nascita verginale di Gesù, sua resurrezione, presenza reale nell’eucaristia e resurrezione dei morti.

Tipler è un fisico e da fisico si sforza di argomentare la verità della dottrina cristiana. Commette così un “peccato mortale”, diciamo, tanto per i fisici quanto per i teologi (ed i chierici, per i quali non c’è dottrina se non in quanto è rivisitata dai teologi). È opinione corrente, egli osserva, che «non è accettabile per un fisico in quanto tale credere in Dio»; i teologi, dall’altra parte, di fisica e cosmologia si disinteressano completamente, lasciandola ai non credenti, così detti, ai quali finiscono in definitiva per dare ragione, relegandosi nel loro campicello arato con il vomere della filologia, biblica e di storia della dottrina. Non pare si accorgano che senza cosmologia il Cristianesimo non regge, diventando una credenza tra le tante professate su un piccolo pianeta di un piccolo sole di una galassia tra gli ammassi di galassie che costituiscono l’universo. Non resterebbe allora alla religione che la morale, come suggeriva Kant (e il sermoneggiare dell’omino in bianco, così alieno dai riferimenti dottrinali da suonare come qualcuno da stare a sentire soltanto per la posizione che occupa). A meno di non fare come Tipler, che sulla base della nuova cosmologia fisico-matematica, correntemente accreditata nella sua dimostrazione della natura delle cose, cerca di rendere ragione dell’eredità cristiana.

Non voglio dire con questo che sono d’accordo con il complesso e i particolari degli argomenti che sviluppa. Riportarli e discuterli criticamente sarebbe lungo, ma resto affascinato dall’impresa, ossia il rifiuto dell’equivalente moderno della dottrina proposta nel XIII secolo all’epoca della incipiente scolastica di una “doppia verità”: per cui una cosa sarebbe la verità scientifica e un’altra la verità religiosa. Che questo sia un assurdo lo dimostra l’invasione del mondo accademico e della scuola da parte di un insegnamento che non concede spazio alla verità detta religiosa. Tipler si dichiara un «fondamentalista della fisica», intendendo «che si debbono accettare per vere le conseguenze delle cinque leggi fisiche fondamentali – la meccanica quantistica, il secondo principio della termodinamica, la relatività generale, la cosmologia quantistica e il modello standard [delle particelle] – a meno che e finché un esperimento non mostri che queste leggi hanno un ambito di applicabilità limitata». E continuerà a crederci, dice, anche se questo dovesse portare alla sua «morte professionale». Perché, contro l’opinione corrente, queste leggi portano ad affermare che ogni cosa (il nostro universo, e gli innumerevoli altri universi per noi invisibili che fanno del tutto un multiverso) ci riconduce a una «Singolarità cosmologica, che è Dio». Non solo, ma le stesse leggi permetterebbero di rendere conto del complesso della dottrina cristiana come noi nessuno l’abbiamo appresa da bambini, ed abbiamo mantenuto ragionandoci sopra senza che perplessi teologi ci persuadessero della “doppia verità”.

Sia ben chiaro, rendere conto della dottrina cristiana non significa, per me come per Tipler, negarne il carattere miracoloso. Il miracolo, come egli dice giustamente, non comporta violazione delle leggi della natura, cosa assurda, perché metterebbe Dio, creatore della natura con le sue leggi, in contraddizione con se stesso. Il miracolo sta nella improbabilità dell’evento di cui si tratta. Senza escludere che se ne possa rendere conto in base a quelle leggi, la stessa improbabilità è tale da rendere l’evento soprannaturale: come quello, in primis, della nascita da una vergine di un uomo, che muore ammazzato e risorge.

Unica è dunque la verità, naturale e soprannaturale, e di questa verità Tipler è disposto a rendersi testimone, anche come ho accennato pagando di persona, professionalmente. «E così sia.»


 

15 febbraio 2021

11 febbraio 2021

Cosa sta capitando in Italia?



di Enrico Roccagiachini

Che cosa sta mai capitando all’Italia in questi giorni confusi e surreali, nei quali si consuma una delle crisi di governo più paradossali della nostra storia recente? È inevitabile chiederselo, pur sapendo che comprendere un fenomeno proprio mentre si sta svolgendo è estremamente difficile. È ugualmente vero, però, che le fasi iniziali delle odierne vicende risalgono ormai a parecchi anni fa, sicché forse incominciamo a vedere dalla giusta distanza quantomeno i primordi della situazione corrente.

Per questa ragione, possiamo in primis inquadrare l’attualità entro uno scenario più ampio e più completo, osservando, sulla scorta di larga parte della letteratura scientifica, come appaia ormai più che plausibile, se non addirittura dimostrato, che i sistemi democratici, perlomeno quelli occidentali, evolvano fisiologicamente in senso oligarchico: cioè che, col tempo, le democrazie si trasformino in oligarchie. Si tratterebbe – chi scrive ne è personalmente convinto – di un fenomeno naturale, non patologico. Esattamente come la vecchiaia che, pur essendo una condizione deteriore rispetto alla giovinezza, ne è l’esito fisiologico: se sei giovane e sopravvivi, diventi naturalmente vecchio, che ti piaccia a no. E questa evoluzione non esprime un difetto della tua giovinezza: al contrario, ne è lo sbocco naturale. Così avverrebbe delle democrazie: se si consolidano, e quanto più si consolidino, diventano naturalmente oligarchie (nel nostro caso: di stampo tecnico-finanziario).

É interessante soffermarsi anche sul modo in cui, secondo questa lettura della realtà, tutto ciò avviene. Di norma, non abbiamo trasformazioni istituzionali significative, cambiamenti costituzionali formalmente rilevanti, modifiche eclatanti e repentine dei sistemi politici. Le forme democratiche persistono, ma ne cambia – per così dire – il DNA. Così, si continua a votare, le elezioni ci sono sempre: ma se in un quadro realmente democratico esse servono effettivamente a sostituire la classe dirigente perdente con quella vincente, e sono dunque in grado di determinare reali cambiamenti dell'indirizzo politico impresso alla società, in un sistema oligarchico, invece, servono solo a riequilibrare i rapporti di forza all’interno dell’oligarchia (che è “il governo di pochi”, i quali pochi sono comunque in una certa competizione tra loro), entro una stabile continuità di indirizzo politico. Con la conseguenza che, se si teme che un’elezione possa davvero portare alla sostituzione della classe dirigente, cioè possa attentare alla stabilità dell’oligarchia e alla continuità dell’indirizzo (per esempio: facendo cessare la convinzione fideistica che l’adesione all’UE sia la cosa migliore per un certo paese), diventa un pericolo e va spregiudicatamente controllata o radicalmente demonizzata, come possiamo facilmente constatare in Italia e all’estero.

I sistemi oligarchici, come ogni altro sistema, possono funzionare bene o male; il buon funzionamento esige quantomeno che l’oligarchia sia in grado di garantire ai sudditi un minimale livello di benessere – ove per benessere non si intende solo quello economico, necessario ma non sufficiente, ma anche quello psicologico, esistenziale, morale, culturale, e così via.

Ora, pare evidente che le oligarchie costituitesi come naturale sbocco dei nostri sistemi democratici, a un certo punto – per errori commessi, o per inopinata crudeltà del destino cinico e baro... – abbiano preso a funzionare male, ponendo i sudditi in una condizione di crescente malessere. Ciò costituisce per gli oligarchi un problema di estrema gravità: in un sistema oligarchico, i sudditi insoddisfatti finiscono per ribellarsi; da parte sua, l’oligarchia deve difendersi e, spesso, ciò comporta la necessità di abbandonare anche le apparenze democratiche del sistema stesso, per svelarne senza maschere la natura tendenzialmente autoritaria, se non tirannica, inasprendo ulteriormente l’ostilità dei sudditi. Proprio questa potrebbe essere la chiave di lettura di buona parte dell’attualità: segnata, da un lato, dalla compressione sempre più evidente delle libertà democratiche, il mantenimento delle cui apparenze diventa un lusso che gli oligarchi non possono più permettersi; dall’altro, dal tentativo di annichilire tutte le strutture sociali su cui potrebbe fondarsi la ribellione dei sudditi, a cominciare dalla famiglia (e, sul piano economico, dalla libera impresa diffusa, che si vuole assoggettare alla schiavitù del debito pubblico e privato).

In questo quadro, nel pieno svolgimento di questo fenomeno, reso ancor più turbolento dalla pandemia (che, peraltro, per l’oligarchia rappresenta un’occasione da sfruttare), in Italia compare e si propone quale salvatore della Patria Mario Draghi, che nel sistema oligarchico è organicamente integrato. Trascuriamo le modalità della sua salita al proscenio, l’interrogativo se si tratti di un avvento preparato da tempo, le improbabili scuse accampate dal presidente Mattarella per imporlo (come dicevamo, l’oligarchia è costretta ad abbandonare anche le parvenze dei meccanismi democratici). Limitiamoci a dire che Draghi è un tentativo autodifensivo del sistema in evidente difficoltà. Un tentativo intelligente: non foss’altro perché Draghi è assai diverso da Monti, che a suo tempo svolse un ruolo analogo. Infatti, mentre il professore della Bocconi era chiamato a manifestare il volto spietato dell’oligarchia e la sua capacità di piegare ogni oppositore riducendolo in miseria, Draghi deve tentare un recupero di credibilità, concedendo qualche sollievo al popolo e illudendolo di poter riconquistare una certa quota di benessere. In fin dei conti, assopire è senz’altro meglio di reprimere. Viene in mente la scena finale de The Truman Show: quando Truman, dopo aver avuto il coraggio di affrontare il mare artificialmente in tempesta, sta per uscire dal set che ha costituito sino ad allora la sua falsa ma rassicurante realtà, il regista tenta di dissuaderlo dicendogli mellifluamente che solo lui lo ama e può garantirgli sicurezza, tranquillità, serenità... a prezzo, ovviamente, della continuazione della sua totale sudditanza e della ormai consapevole abdicazione alla sua dignità. In fin dei conti, è proprio questo il compito di Draghi: convincere i sudditi che solo affidandosi all’oligarchia potranno avere qualche bene. L’ex governatore della BCE ha sicuramente la capacità, la competenza, il prestigio e gli alleati necessari per farlo con successo.

E le “opposizioni”? Come ci sono due tipi di prigionieri innocenti e ingiustamente incarcerati: quelli che non si rassegnano, e cercano di fuggire ogni volta che ne hanno l’occasione (e quando non ce l’hanno, provano a inventarsela), e quelli che si rassegnano, e cercano di farsi amico il direttore del carcere; così ci sono due tipi di opposizione: quella che cerca di scalzare l’oligarchia e si sforza di interpretare, organizzare ed orientare in senso costruttivo la ribellione dei sudditi, e quella che si rassegna, e cerca di placarne la rabbia, per poi entrare nel sistema, appoggiandosi a questo o quell’oligarca, magari offrendogli il modo di conquistare l’egemonia entro quella stessa oligarchia che il sostanziale sostegno dell’opposizione rinsalda al potere.

In Italia, quest’ultimo ruolo è da tempo appannaggio di Berlusconi, e non risulta che gli abbia giovato. Ora, però, sembra tentare anche Salvini, il che costituisce una spiacevole sorpresa. Certo, gli si può concedere il beneficio del dubbio, ipotizzando che si tratti di una qualche forma di tattica, auspicabilmente più efficace di quella che lo indusse a far cadere il governo nel 2019... Possiamo sforzarci di sperare, insomma, che Salvini stia solo preparando un qualche boicottaggio di Draghi nello stile di Renzi, o che cerchi di mandare in confusione la sinistra. Si tratterebbe, però, di espedienti di corto respiro, che denoterebbero una fondamentale incapacità di comprendere le dinamiche sistemiche sottese alla crisi del governo Conte. Auguriamoci, comunque, che si tratti almeno di questa piccola tattica, piuttosto che di una rinuncia alla lotta, di una resa al nemico: non solo perché non si può cooperare in nessun modo con l’oligarchia, principalmente per il taglio anticristico che essa ha preso e che non potrà né vorrà dismettere; ma anche perché è estremamente probabile che il sistema oligarchico sia ormai alla frutta, incapace di dare un nuovo equilibrio alla società (nonostante tutti i sogni di Great Reset, e al netto del fatto che il sogno dell’oligarchia è l’incubo del popolo), ed inesorabilmente condannato ad un crollo che travolgerà tutto e tutti, inclusi gli improbabili collaborazionisti dell’ultima ora. Che riusciranno solo a ritardare il collasso, e, così, a prolungare, nonostante ogni pur sincera intenzione contraria, la sofferenza dei sudditi. E a preparare, come risultato del disastro, solo il caos. Che il Cielo ci aiuti.


 

09 febbraio 2021

Il nostro libro su Joseph de Maistre


È in arrivo sugli scaffali la nostra ultima fatica "Joseph de Maistre - il padre del pensiero controrivoluzionario", scritto per il bicentenario della morte del grande savoiardo, con prefazione di Marcello Veneziani. Verrà pubblicato da Historica - Giubilei Regnani.

Il volume è acquistabile su 

Sinossi:
Joseph de Maistre muore il 26 febbraio 1821, dopo una vita non certo facile, lasciando un’enorme eredità ai posteri, il proprio pensiero. Sulla filosofia demaistriana si svilupperà la linea di pensiero controrivoluzionaria, che analizzerà e smonterà sistematicamente, di epoca in epoca, le logiche rivoluzionarie e la modernità. In modo profetico, il conte savoiardo capisce subito che dal processo innescato nel 1789 e dalle azioni giacobine non verrà nulla di buono e, pagando personalmente lo scotto della propria scelta, sviluppa un pensiero fortemente critico verso la Rivoluzione francese, individuando nel Papato l’ancora di salvezza per l’Europa. Il presente volume vuole introdurre allo studio di un pensatore straordinario e celebrarne l’opera dopo due secoli.

Sommario:
Prefazione
De Maistre, il paradosso di Dio
di Marcello Veneziani 

Nota introduttiva
Dopo duecento anni, serve ancora Joseph de Maistre
di Francesco Maria Filipazzi 

Parte prima
JOSEPH DE MAISTRE, VITA E PENSIERO
1. Il pensiero controrivoluzionario: inquadramento storico-filosofico
di Diego Benedetto Panetta 
2. Joseph de Maistre, una vita per l’Ancien Régime
di Giorgio Enrico Cavallo 
3. Macché bigotto e fanatico. Ecco il vero de Maistre
di Francesco Perfetti (tratto da un articolo de Il Giornale)
4. De Maistre e la Provvidenza
di Marco Mancini 
5. Ubi Petrus ibi Ecclesia, la visione demaistriana del papato
di Fabrizio Di Michele
6. Chiesa e monarchia universale in Joseph de Maistre 
di Alfredo Incollingo 
7. De Maistre l’Italiano 
di Paolo Maria Filipazzi 
8. Joseph de Maistre, massone ma non troppo 
di Francesco Maria Filipazzi 

Parte seconda 
L’EREDITÀ DI DE MAISTRE 
1. Rosmini, de Maistre e la risposta al liberalismo 
di Giorgio Salzano 
2. Il crepuscolo della Respublica christiana: appunti su Juan Donoso Cortés 
di Fernando Massimo Adonia 
3. Joseph de Maistre e Donoso Cortés, fra sovranità e assolutismo 
di Francesco Righini 
4. Controrivoluzione, Utopia e Kathecon in Joseph de Maistre e Plinio Corrêa de Oliveira 
di Marco Sambruna 
Conclusioni 

Appendice 
Nulla può uguagliare il latino