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27 luglio 2025

Eutanasia. Senza una legge è già anarchia



di Francesco Filipazzi

Leggo, in questi giorni una serie di interventi, dai toni apocalittici, secondo cui l’Italia starebbe andando incontro ad una deriva senza precedenti perché in Parlamento si discute della legge sul “fine vita”, definizione ingentilita dell’eutanasia. Questa pratica è inaccettabile sotto ogni punto di vista, ma mi tocca dissentire nei confronti di una narrazione, proposta da alcuni ambienti pro life, per cui non servirebbe nessuna legge per regolamentarla, anzi sarebbe moralmente illecita, in quanto lo Stato non dovrebbe legittimare l’uccisione degli infermi. Automaticamente i parlamentari e i partiti che parteciperanno alla stesura di questa legge vengono anatemizzati, con i soliti toni da tregenda tipici del mondo polarizzato in cui viviamo.

Eppure questa posizione appena esposta non tiene conto della realtà dei fatti. Oggi la pratica dell’eutanasia in Italia c’è già, è già permessa e praticata. Accanto ad alcuni casi, pompati ad arte dai buoni uffici della Fondazione Luca Coscioni, come quello di Laura Santi, ne esistono molti altri. Siamo infatti in presenza di un vuoto normativo per cui ciò che non è esplicitamente vietato diviene automaticamente implicitamente permesso, per via delle sentenze della Corte Costituzionale che negli ultimi anni hanno stabilito un diritto costituzionale alla morte. Interpretazioni forzate, ma legalmente valide. Un discorso completamente diverso, ad esempio, rispetto alla 194, che legalizzava una pratica, l’aborto, all’epoca vietata.

Dunque se le associazioni provita, che oggi accusano i partiti del centrodestra di essersi illusi di poter arginare un fenomeno, a loro volta si illudono che la deriva non sia già pienamente in atto e che “l’attivismo politico di giudici e magistrati” non sia oggi pienamente in atto. Leggo anche una tesi abbastanza strampalata per cui il Parlamento non dovrebbe legiferare, perché ogni caso deve essere lasciato nella responsabilità del singolo giudice. Eppure questa responsabilità i giudici se la stanno già prendendo, insieme ad intere fette del Servizio Sanitario Nazionale.

Se si vuole fermare la deriva, qualcosa va fatto da un punto di vista legislativo, altrimenti sì che il Parlamento avrà una responsabilità morale nell’essersi girato dall’altra parte e permettendo quella che al momento si prefigura come una vera e propria anarchia.

D’altro canto, la legge attualmente in discussione risulta estremamente restrittiva, distinguendo semplicemente i casi in cui c’è accanimento terapeutico e quelli in cui non c’è, stabilendo quindi di poter agire solo nei primi. Non è un caso che la Fondazione Luca Coscioni stia lanciando strali proprio contro questo disegno di legge, che andrebbe a far fallire i loro piani.

 

05 febbraio 2020

Voleva morire, ora non più

di Giuliano Guzzo
È grave? Sì. Può guarire? No. Vuole morire? Sì: ma via, che muoia, poveraccio. Lo schemino idiota con cui veniam addestrati ogni giorno (s)ragionare sul cosiddetto fine vita è precisamente questo. E non c’è obiezione che tenga: puoi invitare alla prudenza, esortare al ragionamento, citare fior di esempi ma niente: lo schemino è idiota, ma funziona. Eccome. Poi però ci son le storie, fatti di carne ed ossa, che raccontano un’altra verità. Per esempio, la verità di Stefano Gheller, 46 anni, di Cassola, nel Vicentino, un uomo affetto dalla nascita di una grave forma di distrofia muscolare che lo ha immobilizzato, ancora quattordicenne, sulla sedia a rotelle dov’è tutt’ora, con tanto di respiratore.

Ebbene, Stefano Gheller nel dicembre scorso voleva morire. In Svizzera. E lo voleva sia sulla base delle sue condizioni – inguaribili – sia per via di tante privazioni. «Non ho mai fatto una vacanza», diceva, «non ho i soldi per pagarmi una maglietta nuova o una pizza, devo chiedere aiuto per tutto, spesso affidandomi ad amici caritatevoli, perché con la pensione che mi passano riesco a malapena a pagare le tasse e una badante che stia con me la mattina e la notte». Bene, secondo lo schemino idiota di cui sopra ora Gheller dovrebbe essere morto in Svizzera, magari con qualche politicante al seguito pronto a far sceneggiate pietose, eccetera. Invece non solo è vivo, ma ha cambiato idea e vuol vivere.

La notizia l’ha data ieri Il Giornale di Vicenza. «Non lo avrei mai creduto», ha dichiarato, «ma tutte le testimonianze di affetto e vicinanza ricevute negli ultimi mesi, mi hanno fatto capire che forse la mia vita merita di più, che forse anche io ho ancora il diritto di sognare. Da quanto ho raccontato la mia storia, in tantissimi sono venuti a trovarmi o mi hanno scritto […] Prima ero solo […] poi, all’improvviso, la mia vita è diventata piena». Gheller ha inoltre raccontato la visita del vescovo di Vicenza, mons. Pizziol: «Prima di parlare con lui ero arrabbiato con Dio […] adesso molti dei demoni non mi danno più fastidio». Insomma, la Svizzera può attendere. Lo schemino idiota pure. E quando lo risentiremo, raccontiamo, raccontiamogli, raccontiamoci di Stefano. Fatti, non scorciatoie.

 

Dalla buona morte a buoni per la morte

di Aurelio Porfiri
dal nuovo blog
Un tempo, si pregava per avere una “buona morte“. Cosa significava questo? Significava chiedere a Dio di poter finire i propri giorni su questa terra in grazia sua, cercando di essere il più possibile sollevati dal peso dei peccati. Certamente conosciamo bene la nostra natura fragile e incline al peccato; quindi il pregare per avere una buona morte è certamente una cosa molto utile e opportuna. Purtroppo, oggi l’attenzione si è spostata. Se ti capita di assistere a dei funerali, vedrete che molti sacerdoti non presentano ai parenti e amici del defunto o della defunta quelle che sono le caratteristiche della speranza cristiana, la speranza di poter confidare nella misericordia di Dio malgrado l’indegnità della persona morta, ma si cerca di fare in modo che quella persona venga vista per forza in una buona luce,  viene fatto “buono per la morte”. Anche persone che hanno avuto una vita molto complicata, ladri, truffatori, grassatori, vengono presentate come “simpatiche, sorridenti, sempre disponibili“, facendo spesso trasalire gli astanti. Ora, io non pretendo che il sacerdote dica “il vostro congiunto era un delinquente!”, però non è neanche mentire. Attenzione, non dovrebbe essere sul fatto che il defunto fosse simpatico o meno, ma sul fatto che come battezzato può e deve confidare nella misericordia di Dio, lasciando stare quelle che sono state le sue mancanze durante il suo pellegrinaggio terreno. Forse, proprio per questa attenzione spostata sulle “virtù“ del defunto, ha un senso il fatto che quando la messa finisce si applaude al passaggio della bara. Ma si applaude che cosa? Che merito ha quella persona? Di essere morta? Non mi sembra un grande merito per cui si debba essere lodati ed applauditi. Purtroppo, da questa ora estrema nessuno può sfuggire.
Certo, per chi è Cristiano, questo momento significa il passaggio dalla vita terrena alla vita eterna. Questo passaggio ha varie modalità, e sarà Dio ovviamente ad accettare presso di sé immediatamente coloro che avranno perseverato nei suoi insegnamenti durante la vita terrena mentre riserverà un periodo di espiazione nel Purgatorio a coloro che hanno zoppicato più che camminare, mentre condannerà all’inferno coloro che lo hanno rifiutato senza appello. Ma ricordiamo sempre, che è cosa buona invocare “la buona morte“, anche se sappiamo che nella nostra vita ci sono molte cose che ci fanno vergognare, ci fanno pensare alle nostre mancanze nei confronti del Padre celeste.
Un tempo con la morte si aveva una consuetudine maggiore, oggi si tende a nasconderla anche nella terminologia. Non su muore, si scompare, si viene a mancare, si viene tolti all’affetto dei cari...papa Francesco dice in riferimento al chiamare la morte sorella: “È un’espressione che a me non dice molto. Certo, fa parte della mia cultura, Francesco è geniale, ma non chiamerei “sorella” la morte. Mi piace pensare alla morte come all’atto di giustizia finale. La morte è così da un lato il salario del peccato, ma dall’altro apre la porta alla redenzione. Convivere con la morte non fa parte della mia cultura, ma ognuno di noi ha la propria”. E da noi, questa consuetudine con il fatto che la vita ha un termine, formava l’immaginario di tutti. Pensiamo anche alle belle liturgie con i canti per i defunti, il Requiem, il Dies irae, il Libera me. Quanto la musica deve anche a queste liturgie, quanti capolavori sono stati scritti per questa occasione.

Un tempo si facevano pii esercizi per la buona morte, per prepararsi a quel momento. Ho trovato questa preghiera di san Pompilio Maria Pirrotti (1710-1766), reperita sul sito di Alleanza Cattolica, che può essere ancora utile: “M’incammino, Signore, verso la mia eternità, circondato da grandi spirituali nemici. Temo e tremo specialmente per il momento della morte, dal quale essa dipenderà, per la guerra atroce che avesse a muovermi il demonio, sapendo restargli poco tempo per la mia eterna rovina. Desidero quindi, o Signore, prepararmici fin da ora, offrendovi oggi stesso per il mio estremo momento quelle proteste di fede e di amore verso di voi, che sono tanto atte a reprimere e rendere vane tutte le arti insidiose e maligne del nemico e che io intendo opporgli in quel punto di così gravi conseguenze, qualora egli ardisse anche solo di attentare con i suoi inganni alla tranquillità e pace dello spirito mio. Io N.N., in presenza della santissima Trinità, della beatissima Vergine Maria, del mio santo Angelo Custode e di tutta la corte celeste, protesto di voler vivere e morire sotto l’insegna della santa Croce. Credo fermamente tutto quello che crede e professa la Santa Madre Chiesa Cattolica Apostolica Romana. Intendo di voler morire in questa santa Fede, nella quale morirono tutti i santi Martiri, Confessori, Vergini di Cristo e tutti quelli che hanno salvato l’anima loro. Se il demonio mi tentasse di disperazione per la moltitudine e gravità dei miei peccati, io fin da ora protesto di sperare fermamente nella misericordia infinita di Dio, che non si farà vincere dalle mie colpe, e nel Sangue prezioso di Gesù, che le ha lavate. Se il demonio mi assalisse con tentazioni di presunzione per quel poco di bene, che con l’aiuto di Dio avessi potuto fare, confesso fin da ora di meritare invece mille inferni per i miei peccati e mi affido alla infinita bontà di Dio, per la cui grazia unicamente io sono quello che sono. Infine se il demonio mi suggerisse essere eccessivi i dolori, con i quali il Signore mi affliggesse negli ultimi momenti della mia vita, io protesto fin da ora che tutto sarebbe un nulla per i castighi meritati in tutta la mia vita, e ringrazio Iddio che mi darebbe con questi dolori occasione di scontare in questa vita ciò, che nell’altra dovrei scontare nel purgatorio. Nelle amarezze dell’anima mia ripenso tutti gli anni miei: vedo le mie iniquità, le confesso e le detesto. Confuso e dolente mi rivolgo al mio Dio, al mio Creatore e Redentore. Deh, perdonami, o Signore, per la moltitudine delle tue misericordie; perdona al servo tuo, che hai ricomprato col tuo Sangue prezioso. Dio mio, a te ricorro, te invoco, in te confido, all’infinita tua pietà commetto ogni ragione della mia vita. Troppo ho peccato: non entrare in giudizio col servo tuo, che si rende vinto e si confessa reo. Non posso da me recarti soddisfazione delle molte offese: non ho di che pagarti e infinito è il mio debito. Ma il Figlio tuo ha sparso il suo Sangue per me e maggiore della mia iniquità è la tua misericordia. O Gesù, sii il mio Salvatore! Nell’ora del tremendo passo poni in fuga il nemico dell’anima mia: fammi superare ogni difficoltà, Tu, che fai solo grandi meraviglie. Signore, per la moltitudine delle tue misericordie entrerò nella tua casa. Affidato alla tua pietà, nelle tue mani rimetto il mio spirito! Che la Vergine Maria e l’Angelo mio Custode accompagnino l’anima mia nella celeste patria. Così sia”. Insomma, gioiamo della vita, ma prepariamoci a partire.

 

09 luglio 2019

Vincent Lambert. L'agonia che non fa notizia

(Nella foto, Vincent Lambert prima dell'incidente.)

di Giuliano Guzzo
In edicola e in rete, pochissimi giornali oggi ne scrivono. Sempre gli stessi, tra l’altro. Stiamo parlando dell’agonia di Vincent Lambert, il francese tetraplegico 42 anni ricoverato all’ospedale di Reims da quattro giorni ormai senza cibo né acqua, ça va sans dire, nel suo «miglior interesse». Non solo. Quasi a voler scongiurare l’interruzione di questa tortura infernale, la camera di Lambert è ora piantonata e gli accessi sottoposti a un rigoroso filtro; tanto che pure ai suoi genitori, da anni di casa nel nosocomio, ora viene ingiunto di favorire i documenti.

Un copione da pellicola horror che nessun giudice francese o europeo pare più in grado di fermare. Il che è paradossale se si pensa a quanto di moda vadano ultimamente parole come «accoglienza», «solidarietà», «soccorso». In tal senso, è impossibile non pensare al fatto che un uomo di altra provenienza rimasto quattro giorni senza alimentazione e idratazione – magari nel Mediterraneo, a bordo di un’imbarcazione Ong – avrebbe scatenato una gara internazionale di solidarietà. Giustamente. Ma per questo figlio di Francia inchiodato sofferente a un letto nada, nessuno invoca o riconosce il «dovere» di soccorso.

Solo la madre Viviane e i familiari più stretti, unitamente a chi dall’estero non può fare altro che pregare, seguono infatti adesso quest’agonia per quello che è: la sofferenza inflitta a un innocente e l’affossamento di una civiltà europea che, già scossa dalle vicende di Alfie, Charlie e Isaiah, pare aver stabilito un macabro feeling con l’abisso. Ovviamente qui i fact-checkers, ossia i Guardiani della Verità Ufficiale, interverranno sostenendo che queste son fregnacce perché Lambert era un «vegetale» ed ora, comunque, la sedazione profonda azzera ogni possibilità che egli possa sperimentare la minima sofferenza.

Peccato che il suo dottor morte, Sanchez, sostenga d’aver applicato una sedazione «tenue» e che la madre Viviane, dopo 24 ore che questa era stata somministrata, abbia riferito un raggelante «ci stava guardando e noi potevamo vedere che stava soffrendo». Colpisce poi che a Lambert sia assicurato che le mucose della bocca non diano una sensazione di secchezza, accorgimento che mal si concilia con l’idea che egli sia un «vegetale» che nulla può sentire. Dunque costui è davvero in agonia senza averlo mai chiesto, senza che alcuno possa far più nulla e senza che questo, se non come scandalo, almeno passi come notizia.


Niente, invece. Il silenzio avvolge l’ospedale di Reims, la famiglia Lambert e naturalmente il dramma di Vincent, che si trova ora a percorrere l’ultimo tratto di vita circondato dal disinteresse di chi ne ignora la vicenda e di quelli che evviva il «restiamo umani», ma non troppo. Sì, perché davanti alla fragilità di una persona torturata proprio in quanto fragile, l’Umanitarismo Collettivo può finalmente gettare la maschera, tanto in una camera piantonata mica ci sono telecamere o giornalisti. E nessuno può vedere il volto mostruoso e deforme della pietà a comando a cui siamo addomesticati, restando indifferenti a chi viene fatto crepare per fame e per sete.


 

24 settembre 2018

Charlie poteva vivere. Ecco le prove

Riportiamo un estratto dell’intervista fatta dagli universitari per la vita ad Arthur Estopinan, padre di un bambino affetto da una patologia simile a quella di Charlie Gard. Dalle recenti risonanze magnetiche Arturito ha mostrato notevoli miglioramenti nel suo encefalo e vive felicemente con una famiglia che lo ama tantissimo!


Ciao Arthur, innanzitutto grazie mille per averci concesso questa intervista. È un onore per noi. Potresti dirci brevemente chi sei e perché la storia del tuo meraviglioso bambino è in qualche modo collegata a Charlie Gard? Qual è stato il ruolo del Dr. Hirano e in che modo ha raggiunto il suo obiettivo?

Mi chiamo Art Estopinan, vivo a Washington DC e ho lavorato nel Congresso degli Stati Uniti come Capo di Stato Maggiore, Membro Senior del Congresso ed ex portavoce ufficiale del Presidente della Camera degli affari esteri qui a Washington negli ultimi 30 anni. Il 26 luglio 2012, quando mio figlio aveva circa diciotto mesi, gli fu diagnosticata una malattia da deplezione del DNA mitocondriale. La mutazione di mio figlio è la TK2 (una mutazione che colpisce principalmente i muscoli) e Charlie Gard aveva una mutazione leggermente diversa ma all’interno della stessa famiglia. Il dottore che ha fatto la diagnosi ci ha detto che mio figlio aveva solo due mesi di vita, che non c’era assolutamente nulla da fare e che dovevamo andare a casa e metterlo a suo agio prima di morire. Anche se ci hanno detto queste cose, non ci siamo mai arresi. Ho detto al dottore «grazie per la diagnosi ma posso garantirvi che non porteremo nostro figlio a casa a morire. Mia moglie Olga e io faremo qualsiasi cosa in nostro potere per cercare di salvare la vita di nostro figlio». E questo è quello che abbiamo fatto. Finché nostro figlio combatte, noi combatteremo con lui.

Ho chiamato dottori ed ospedali giorno e notte in tutti gli Stati Uniti e perfino la linea Internazionale, fino a quando, dopo un mese, sono riuscito a trovare il team di esperti che stava collaudando quello che veniva definito un “protocollo clinico” con i topi a New York presso il Centro Medico dell’Università della Colombia, dove il Dr. Michio Hirano è l’investigatore principale di queste malattie mitocondriali. Mi disse, all’inizio di settembre, di portare mio figlio e vedere se era un buon candidato per questo protocollo clinico. Il protocollo clinico è un programma che precede quello che è noto come il “trial clinico” e per una malattia come questa erano lieti di trovare un essere umano, perché i bambini, come mio figlio e Charlie, muoiono poco dopo la diagnosi di tale malattia a causa di insufficienza respiratoria – c’è un accumulo di liquidi nei polmoni e fondamentalmente muoiono affogati con i loro stessi fluidi.

C’erano molti problemi nel trasporto dal momento che ogni volta che mettevamo nostro figlio sull’aereo si sentiva male: aveva la polmonite e visto che non siamo medici non avevamo idea di cosa fare perché non è che quando diventi genitore hai un libretto di istruzioni che ti dica “questo è quello che devi fare quando il tuo bambino è malato“. Abbiamo fatto tutto il possibile per il nostro bambino in virtù del nostro amore di genitori. Mia moglie disse che dovevamo aspettare che mio figlio guarisse ma io dissi di no, dal momento che aveva iniziato a avere problemi a mangiare e a respirare. Da Washington DC a New York ci vuole un viaggio di quattro ore circa, perciò abbiamo viaggiato in macchina e guidato fino a New York. Il giorno dopo non riusciva a respirare e per questo motivo ci fermammo fuori New York, nel New Jersey, perché non volevamo rimanere nel traffico con nostro figlio in quelle condizioni. Quando diventi padre o madre sviluppi una sorta di sesto senso per il tuo bambino. Quindi sapevamo che nella zona di New York ci sarebbe stato molto traffico nel pomeriggio per cui abbiamo preventivato di fermarci una notte nel New Jersey e partire il giorno dopo, una volta smaltito il traffico.

Tuttavia Arturito non riuscì a dormire per mancanza di cibo e ossigeno. Così ho chiamato i dottori e ho detto «Scusate il disturbo, ma mio figlio è molto malato e sta peggiorando». Così lo portarono immediatamente al pronto soccorso. Se andate sul nostro sito web potete trovare molte informazioni sugli esami iniziali che ha fatto. Penso che tutto sia nelle mani di Dio perché è stato immediatamente accettato in ospedale, esaminato e sottoposto a terapia intensiva pediatrica. Sono passate notti intere in cui non sapevamo se ce l’avrebbe fatta. Quando parlo riemergono tutte le emozioni che abbiamo provato. Il nostro bambino, un piccolo bambino stava morendo sotto i nostri occhi! Ma Dio lo ha aiutato, ce l’ha fatta, e posso davvero capire che cosa hanno passato insieme Chris e Connie nel vedere il loro bambino spegnersi giorno dopo giorno.

leggi tutto su : universitariperlavita.org
 

15 maggio 2018

Se per il suicidio assistito basta l'infelicità

di Giuliano Guzzo
Per farsi un’idea sul caso del professor David Goodall, morto oggi in Svizzera alle ore 12:30 mediante suicidio assistito, è più sufficiente soffermarsi su quanto egli stesso, pochi giorni fa, dichiarava: «Non sono felice, voglio morire». Chiaro? Certo, parliamo di un uomo che aveva 104 anni, non un giovine nel fiore degli anni, e che sempre aveva lottato per il diritto a darsi la morte, ma alla fin fine il nocciolo della questione era – ed è – tutto in quelle sue cinque parole: «Non sono felice, voglio morire». Nessuna malattia, dunque. Nessun dolore fisico insopportabile. Anzi, proprio nessun dolore fisico. Neppure una condizione terminale: solo l’infelicità.

Un’infelicità cui Goodall ha pensato di porre rimedio, oggi, iniettandosi in vena i barbiturici in una clinica di Basilea sulle note, evidentemente a lui care, dell’Inno alla Gioia di Beethoven. Un’infelicità, la sua, che è giusto non commentare sul piano personale, ma che è invece doveroso considerare su quello politico nel momento in cui – come in questo caso, meno isolato di quanto si creda – diventa, da sola, la faglia tra l’esistenza e la morte cercata. Non è un caso che i suicidi, fra le persone gravemente malate, risultino molto meno frequenti rispetto a quelli che si contano fra le sane ma, appunto, infelici. Raramente lo si ricorda, ma è così.

Se quindi la fine di Goodall ha un merito, è proprio quello di rivelarci la questione del presunto diritto di morire per ciò che è, vale a dire un rifiuto della vita sic et simpliciter, che nulla – nulla – a che fare con la lacrimevole retorica del dolore, né con lo spot filantropico della “dolce morte” come geste d’amour. Ma chi sei tu – mi si obietterà – per giudicare l’addio alla vita di chicchessia? Nessuno, ovvio. Il punto, però, qui, è un altro: quando è lo Stato a regolamentare il diritto di uccidersi, tutti sono titolati ad interrogarsi. Perché ammesso e non concesso esista il diritto di uccidersi, in ogni caso assai prima viene quello di chiedersi, se basta l’infelicità a farla finita, dove diavolo andremo a finire.

da GiulianoGuzzo.com

 

14 aprile 2018

L'inutile civiltà delle vite inutili

di Giuliano Guzzo
«His life was futile». Queste le agghiaccianti parole con cui il giudice Hayden, ieri, da una parte ha stabilito che il cervello del piccolo Alfie Evans – il piccolo di neppure due anni affetto da una malattia degenerativa del sistema nervoso – «è stato a tal punto corrotto dalla malattia mitocondriale» che, appunto, «his life was futile», e, dall’altra, ha dato il via libera al distacco del ventilatore lo tiene in vita. L’esecuzione, insomma, avrà luogo. Probabilmente domani. Tutto ciò, si badi, contro il parere dei genitori, ai quali è stato negato il diritto trasferire il figlio in altri ospedali europei che pure lo vogliono accogliere.

Una vicenda quindi che ricorda da vicino quelle di Charlie Gard e Isaiah Haastrup, anche loro vittime di una civiltà per cui a certe condizioni – come ha detto un avvocato nel processo Evans – una vita «non ha senso». Ora, in realtà sulla vicenda numerosissimi sono gli aspetti inquietanti e contraddittori (dalle foto del piccolo lasciato pieno di pipì dagli infermieri alla tesi, esposta dal giudice, secondo cui il suo cervello sarebbe in gran parte formato d’acqua, cosa non plausibile dato che in quel caso gli organi vitali cesserebbero le loro funzioni), ma il cuore di questa tragedia sta proprio qui: nell’idea che una vita possa essere «senza senso».

Un’idea che umilia il diritto, la medicina ma che – ancor prima – sancisce la crisi totale di una civiltà, la nostra, che non solo non sa riconoscere un significato nella fragilità, ma la rifiuta. E rifiutando la fragilità, rifiuta pure, ormai in automatico, gli esseri umani fragili quali Alfie, Charlie e Isaiah. Si realizza così il paradosso per cui la prima ad essere inutile è proprio la civiltà che blatera di vite inutili. Che fine fa, infatti, in una società, l’osannato principio di accoglienza – oggi così appassionatamente invocato, quando si tratta di migranti o culture diverse – se manca la capacità di accogliere un bambino reo solo di non essere sano?

E che cosa resta dell’uguaglianza tra le persone, se passa il principio per cui, nei confronti del diritto alla vita, alcuni sono meno uguali di altri solo perché in condizioni di grande vulnerabilità? E della tanto amata libertà, scusate, ne vogliamo parlare? Che ne è della libertà di cura, se si escludono dall’assistenza e dalle cure proprio i soggetti che prioritariamente ne abbisognano? Se passa – come sta passando – il paradigma delle vite «senza senso», la prima a farne le spese è una civiltà che diventa «senza senso», ma per davvero. Il bello, si fa per dire, che è di tutto questo non ci stiamo minimamente accorgendo.

Siamo convinti che l’Alder Hey Hospital di Liverpool sia lontano; che grazie al cielo noi si sia in salute, mica come quel povero di Alfie. Tendiamo insomma a tenere le distanze verso un fatto che percepiamo sì come drammatico, ma nostro fino ad un certo punto. E qui sta l’errore, il tragico errore. Perché nel momento in cui nelle aule di tribunale inizia a risuonare il mantra delle vite «senza senso», si mette male per tutti. Anche per noi, dovessimo mai avere un figlio o un nipote dalla salute precaria o, tra qualche decennio, invecchiati e coi nostri acciacchi, finissimo ricoverati ove vige il principio dell’utilità e non l’indispensabilità delle cure.

Per questo è bene che chi crede in Dio ora preghi affinché – diversamente da quanto pare ormai inevitabile – Alfie Evans non venga eliminato, e chi crede nella civiltà faccia altrettanto perché essa non segua il destino del piccolo. Che pur in quelle sue totali vulnerabilità e dipendenza, che pur impossibilitato a fare qualsiasi cosa per opporsi a quella che sarebbe a tutti gli effetti la sua condanna a morte, che pur quindi circondato da falsa compassione e da un sentimento di rifiuto ora ha – dinnanzi a certi giudici, certi dottori e certi giornalisti – le sembianze monumentali di un gigante.
 

03 marzo 2018

"Io accuso", il cinema nazista e l'eutanasia.

di Gianmaria Spagnoletti
già pubblicato su La Croce
«Io accuso» («Ich klage an») è un film tedesco diretto da Wolfgang Liebeneiner nel 1941 e prodotto in collaborazione con il Ministero della Propaganda del Terzo Reich. Il suo scopo era di giustificare agli occhi dell’opinione pubblica l’”Azione T4”, ovvero la soppressione sistematica dei malati di mente e degli handicappati gravi. Il film narra la storia di Hanna Heyt, la giovane moglie di un medico, bella, vivace e che ama godersi la vita. Per celebrare la nomina del marito Thomas a capo di un istituto di Monaco di Baviera, la donna decide di dare una festa. Ma proprio nel bel mezzo di un concerto, un crampo improvviso le impedisce di continuare a suonare il pianoforte. Il responso di una visita specialistica è terribile: Hanna ha la sclerosi multipla. Il marito, sconvolto, indirizza tutto il suo laboratorio verso la ricerca di una cura, ma nel frattempo la malattia si aggrava e la donna diventa poco alla volta sempre più debole. Sapendo qual è il decorso finale del morbo, Hanna prega il Dr. Bernhard Lang, medico e da sempre amico di Thomas, di sopprimerla quando il dolore diventerà insopportabile. Ma Lang, inorridito, si rifiuta. Poco più tardi fa la stessa richiesta al marito, implorandolo di ucciderla quando lei non sarà più «la sua Hanna», prima di diventare qualcos’altro: sorda, cieca o non più in grado di capire («idiotisch» in lingua originale). 

Nel corso delle ricerche avviate dal Dr. Heyt improvvisamente si fa strada la speranza di aver trovato una cura, e Hanna comincia a sognare una vita nuova dopo la guarigione. La speranza, però, si rivela fallace, e Hanna ricade in un cupo pessimismo. Dopo una impressionante crisi respiratoria, il Dr. Heyt somministra a Hanna un’overdose di anestetico e, dopo un «ti amo» sussurrato tra marito e moglie, Hanna muore.
Quando il Dr. Lang viene a sapere che il Dr. Heyt ha ucciso Hanna, afferma, sconvolto: «L’aveva chiesto anche a me, ma non l’ho fatto, perché l’amavo!». Al che il marito replica: «Io l’ho fatto perché l’amavo di più». Così, fronte alle altre sue giustificazioni («Non l’ho uccisa, l’ho liberata»), Lang rompe l’amicizia con il collega. 

Durante il processo per omicidio, Heyt rimane sempre in silenzio. Al suo posto parlano i testimoni per tentare di chiarire il movente del delitto. Grazie alla deposizione della domestica emerge che a uccidere la moglie è stato proprio Heyt, il quale si difende dicendo: «L’ho fatto perché amavo mia moglie». 

A sorpresa, dopo molte esitazioni, Lang decide di testimoniare al processo. In attesa del suo arrivo, i membri della Corte trovano il tempo per un breve dibattito nel quale, scartata la valenza cristiana del senso della sofferenza (di cui parla il pastore luterano lì presente), tutti concordano su un punto: perché un malato terminale dovrebbe continuare a vivere se può scegliere di morire? E oltretutto: se veramente il dottore ha soppresso la paziente per evitarle ulteriori sofferenze, questo crea un precedente nella giurisprudenza; in tal caso il diritto a garantire l’uccisione compassionevole non spetterebbe al singolo medico ma allo Stato, che deve concedere ai suoi cittadini il diritto di liberarsi dalle sofferenze, proprio come si riserva il colpo di grazia a un vecchio cane da caccia ormai cieco e malato. 

Finalmente parla il Dr. Lang, il quale viene presentato come un irresponsabile per aver salvato dalla meningite una bambina che, nonostante le cure, è rimasta gravemente handicappata dalla malattia: per questo i genitori, paradossalmente, lo incolpano di non averla lasciata morire in pace. Lang è il testimone che potrebbe ribaltare l’esito del processo; ma se prima riteneva che un medico non avesse diritto di vita e di morte sul malato (perché in contrasto col Giuramento di Ippocrate), ora sembra aver cambiato parere proprio di fronte al caso della piccola, ormai ridotta a una larva. E invece di testimoniare contro l’ex-amico, contribuisce a scagionarlo. Solo allora Heyt apre bocca per autoaccusarsi dell’omicidio della moglie, dichiarando di averlo fatto con motivazioni pietose e chiedendo che lo Stato approvi una legge per consentire ai malati gravi di morire in pace. Il finale rimane aperto.
«Io accuso» è stato giustamente bandito in Germania dopo il 1945: è un film che val la pena ricordare solo per i suoi dialoghi pseudo-scientifici oltre il limite del delirio, e tuttavia la visione (a scopi puramente documentaristici e guidata da un moderatore) aiuterebbe le nuove generazioni a conoscere nei particolari i meccanismi di persuasione della propaganda nazista e le aberranti giustificazioni usate per legittimare l’uccisione dei pazienti incurabili: la malattia terribile, il “caso pietoso”, la morte vista come unica soluzione, il processo e il capovolgimento della legge. Giocando sul titolo, analizzare questo film oggi servirebbe a fare una “accusa” a rovescio per chiamare finalmente “male” il male, e per capire qual è il vero “totalitarismo di ritorno” che l’Italia rischia.
 

06 febbraio 2018

Non abbiamo più il diritto di lottare per la vita

di Maria Chiara Prete
Isaiah Haastrup è nato il 18 febbraio 2017 ed ha appena undici mesi. E’ ricoverato al King’s College Hospital di Londra dal giorno della nascita, poiché al momento del parto una prolungata mancanza di ossigeno al cervello ha causato un gravissimo danno cerebrale. Per questo motivo Isaiah è attaccato a una macchina che, grazie alla ventilazione artificiale, gli permette di vivere. I genitori, Takesha Thomas e Lanre Haastrup, passano le loro giornate accanto al piccolo, senza perdersi d’animo, ma con una speranza molto viva che la situazione di Isaiah possa cambiare e migliorare. I medici, però, non la pensano così. Secondo loro il bambino non ha speranze e sono certi nel configurare la ventilazione artificiale come accanimento terapeutico. Accanimento che sarebbe inutile e gravoso, per cui sarebbe opportuno staccare la spina. Questo caso ricorda molto quello di Charlie Gard. Una guerra tra medici e genitori. Medici che sempre di più risultano essere privi di speranza e che guardano all’immediatezza del risultato piuttosto che al futuro. 

Tutto, secondo loro, non vale la pena di essere provato. “E’ inutile”. Niente, fino a prova contraria, è inutile. Il medico ha il dovere di provarle tutte, senza dire di no a prescindere come successo nel caso eclatante di Charlie, dove i genitori stessi e un popolo immenso contattato sui social chiedevano a gran voce di trasferire il piccolo in America per provare una nuova cura. Questo è stato negato.
Purtroppo è notizia di qualche giorno fa che l’Alta Corte del Regno Unito, nelle vesti del giudice Mc Donald, ha sentenziato che è “nell’interesse di Isaiah” staccare la spina. Evidentemente per loro la morte è una cosa positiva per il bambino. La mentalità strana della società odierna pensa che la morte sia la soluzione a tutti i problemi. Non a caso infatti ci si batte anche per l’eutanasia senza confini. Sei depresso? Puoi ucciderti, che problema c’è. Questo fatto estremo c’entra molto con il caso di Isaiah e di Charlie perché, vedete, arriveranno a questo piano piano. Prima devono creare i precedenti, ma in modo graduale. Isaiah morirà perché il tribunale aveva come fatto schiacciante, il precedente di Charlie Gard. Con una sentenza hanno deciso una cosa che per Charlie Gard ha impiegato mesi ad arrivare, proprio perché era il primo caso. Più casi ci saranno, più precedenti verranno creati, più i tempi per le sentenze saranno velocissimi e noi potremo fare poco o nulla in quei casi. Ciò è comprovato da una storia che abbiamo raccontato in un precedente articolo e cioè la storia di Ines. Ragazza colpita da arresto cardiaco, data per spacciata da tutti. Vedete come si è partiti da una malformazione genetica (Charlie Gard) e si arriva in tempi neanche troppo lunghi a staccare la spina anche a chi subisce un arresto cardiaco, dal quale, se si ha la fortuna di sopravvivere, ci si può riprendere.

Ci troviamo in una società che non sa dare risposte e che ha perso ogni speranza. L’ha persa in nome di una “qualità della vita” che, secondo loro, non rispecchia la vita degna. Eppure io vedo tanti malati, tanta gente che ha oggettivamente meno cose di noi che è molto più felice. Siamo sicuri che la felicità dipenda solo dall’essere sani? Essere sani sicuramente aiuta, ma non è tutto davvero. Credeteci, crediamoci, soprattutto quando è il malato stesso a dirlo o che almeno tenta di farlo capire. Non c’è vita senza sofferenza e questa non si risolve con la morte. Bisogna avere speranza fino all’ultimo ed amare fino all’ultimo. Questa è cosa da persone forti, che stanno veramente su un livello alto. Come dico sempre, amare costa fatica. In certi casi può essere un sacrificio enorme. Dovreste essere solo che contenti nel vedere genitori che stanno lì, non si arrendono e perseverano per puro Amore. Invece no, li affossate e gli dite che quello che fanno non serve a niente e che soprattutto non è nell’interesse del bambino. Invece il vostro nichilismo, la vostra alienazione, ci spiegate a cosa serve se non ad ingannare le persone?
I genitori di Isaiah tenteranno ora, come ultimo tentativo, di rivolgersi alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Attendiamo speranzosi, perché la speranza, anche nei casi più avversi, non deve morire mai.

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05 febbraio 2018

Cedu. Potere di morte ma non di vita

di Fabio Fuiano
Sembra essere divenuta ormai pratica consolidata della CEDU quella di condannare a morte persone innocenti giudicando la loro vita indegna d’essere vissuta. Due sono le cose: o la morte per disidratazione, fame e soffocamento è improvvisamente entrata a far parte dei diritti umani oppure invece dell’acronimo CEDU dovremmo cominciare ad utilizzare CEDD (Corte Europea dei Diritti Disumani). Bando all’ironia, come molti sapranno Ines è una ragazza di 14 anni che ha avuto un arresto cardiaco nel Giugno 2017 e da allora i genitori hanno combattuto perché venisse preservato il suo diritto a vivere. É proprio vero, come osservava lucidamente il professor Eugenio Capozzi, che Charlie Gard ha segnato la fine dell’Umanesimo Occidentale , il cui valore fondante era quello alla vita. Sembra infatti di rivivere lo stesso incubo che hanno vissuto Chris e Connie con l’unica differenza che stavolta la “protagonista” di questa tristissima vicenda non ha un gravissimo deficit mitocondriale ma ha solo avuto un arresto cardiaco, qualcosa da cui ci si può riprendere (in questo caso quindi, oltre che curabile è anche guaribile).
Io ho avuto il piacere e l’onore di conoscere e dare un bacio sulla fronte ad una ragazza, Caterina Socci, figlia del celebre giornalista e scrittore Antonio Socci, la quale ebbe un arresto cardiaco che le causò una mancanza di ossigenazione al cervello per un tempo indicibile (pochi minuti sarebbero stati sufficienti ad ucciderla). Invece il suo cuore ha ricominciato inspiegabilmente a battere e seppur ci siano stati danni a livello cerebrale lei ora vive e tutti possono vedere i progressi che sta facendo nella lenta ma incredibile riabilitazione sulla sua pagina Facebook , che lei stessa gestisce tramite la mamma. Posso assicurare che non ho mai conosciuto una persona più bella, solare, radiosa. Nonostante quello che le è successo e nonostante le innumerevoli difficoltà, questa ragazza è un’esplosione di vita come poche: quasi si potrebbe provare invidia nel vederla, tanto è stupefacente. Non si può fare a meno di pensare, osservando quel sorriso che le illumina il volto e gli occhi: “ma perché lei, in questa condizione, è così felice ed io che dovrei considerarmi sano, senza problemi particolari di salute, non riesco a vivere a pieno la mia esistenza?”. Sarà che la vita eterna di cui parla il Vangelo non la si ottiene secondo i nostri schemi convenzionali? Sarà che forse i parametri con cui valutiamo la dignità e l’indegnità non sono del tutto corretti? Caterina lotta e lo fa grazie alla fede, ad una sua grandissima forza interiore e ad una famiglia che la supporta. Perché negare questo ad una ragazza che ha avuto il medesimo problema? Perché ucciderla? La verità è che noi non vogliamo confrontarci con la sofferenza , ci fa tremendamente paura e ci sentiamo tremendamente in colpa nel vedere che una persona con tali difetti fisici può essere paradossalmente più felice di noi.
Si parla sempre di accanimento terapeutico e lo si adduce come argomentazione principe: l’utilizzo delle macchine, ad esempio per la ventilazione, improvvisamente diviene totalmente sproporzionato rispetto alle condizioni del paziente e quindi si preferisce rimuovere tutto e lasciare che muoia. Chi scrive è uno studente di bioingegneria e il bioingegnere, o l’ingegnere biomedico, talvolta si occupa anche della progettazione di strumentazione biomedicale come, per l’appunto, i ventilatori polmonari che possono respirare al posto del paziente o addirittura coadiuvarlo nel meccanismo della respirazione. L’ingegnere, nel suo lavoro, tenta il tutto e per tutto perché queste macchine siano il più possibile confacenti allo scopo di fornire un supporto vitale, non macchine da tortura. Basti pensare che il ventilatore polmonare è uno strumento progettato perla fine regolazione di tutte le grandezze coinvolte nella respirazione come pressioni e volumi d’aria (e quindi flussi): per fare ciò possiede una miriade di dispositivi di misurazione precisissimi. All’interno di una macchina del genere sono presenti addirittura degli umidificatori per far sì che l’aria che passa all’interno della trachea non secchi le mucose e allo stesso tempo vi sono delle “trappole di condensa” per far sì che non finisca acqua nei polmoni del paziente . Spesso vengono dotati persino di dispositivi che rilevano i tentativi di respirazione autonoma del paziente (ad esempio attraverso una misura di spostamento dei muscoli del diaframma) e avviano un’impostazione di respirazione sincronizzata per cui quando il paziente tenta di respirare la macchina invia il quantitativo d’aria sufficiente così che venga completato l’intero ciclo respiratorio. Vi sono inoltre dei meccanismi che intervengono appositamente affinché tutto il quantitativo d’aria necessario arrivi al paziente senza alcuna perdita, adattandosi perfino all’elasticità dei polmoni dello stesso . Insomma un vero gioiello che integra discipline come la meccanica, la fluidodinamica e l’elettronica per fornire al paziente l’assistenza di cui necessita. Gli ingegneri lavorano perché esso divenga sempre più efficiente ma già oggi posso assicurare che il ventilatore polmonare svolge ottimamente le sue funzioni anche in sinergia con le macchine per anestesia per garantire la migliore resa.
Noi non ci stancheremo mai di operare per la vita e, soprattutto, non smetteremo mai di farlo in nome di una logica “semplice” che aggira il problema e non lo risolve. Se il mondo propone/impone una cultura della morte, noi contrapporremo ad essa una cultura della vita testimoniandola fino all’ultimo respiro , foss’anche attaccati ad una di quelle macchine che si ritengono tanto “sproporzionate”. E i membri della Corte, così come tutti quelli che supportano queste idee perniciose per l’uomo, sappiano che possono anche togliere la vita agli innocenti, ma che Dio è vindice di tutti questi Suoi figli e che essi troveranno in Cristo una Vita che nessuno avrà mai il potere di togliere .

da TheDebeater
 

19 gennaio 2018

Eutanasia. La logica di Robin Hood?

di Giulia Bovassi
Rubare ai ricchi per dare ai poveri. Robin Hood narra la generosità. Bene e male, giusto e ingiusto, criteri normativi. Quante volte crediamo che un male per un bene sia un male travestito da bene, giustificabile? In quante occasioni abbiamo camuffato un male grazie al “come se..”? Ebbene Robin è un uomo del nostro tempo, profeta di proiezioni, di “valori cannuccia”, come mi diverto a chiamarli io, cioè quei principi privati del loro spessore universale e risucchiati dal bevitore incallito mediante un tubicino molto stretto, accessibile a un assetato per volta.
L’etica bricolage! Se ci pensiamo non siamo molto lontani dall’eroe popolare: rubare è un atto ingiusto, invade il possesso legittimo di qualcuno appropriandosene indebitamente, perciò chi lo compie mina la sua integrità morale scegliendo di agire erroneamente. Il fine di Robin però era un proposito stimabile e altruista, generosamente attento all’uguaglianza fra gli uomini. “Ladro gentiluomo” che, per quanto armato di buone intenzioni, militava secondo un’etica deviata, quella per cui per giungere al fine buono si fa uso di mezzi cattivi. Rubare ai ricchi per dare ai poveri è rubare, non è carità. Ne deriva che il fine non giustifica i mezzi, vale a dire che qualcosa in sé sbagliato rimane un male morale, in nessun caso alternativa legittima, non si può mai scegliere infatti tra due mali morali, poiché entrambi costituiscono soluzioni nefaste ed erronee.

Gli atti sbagliati sono anch’essi atti umani. Un dato di fatto che non di rado viene dimenticato quando lo sforzo è quello di giustificare eticamente, giuridicamente, alla coscienza pubblica e individuale, un male di fatto come fosse un bene da compiersi perché il fine per il quale lo si compie sembra occupare interamente lo spazio di denuncia che, in effetti, il mezzo utilizzato per conseguirlo implicherebbe. Molte voci militanti pro-eutanasia sono vittime della stessa logica contraddittoria, esito compiuto di un percorso storico di slittamento linguistico condizionato da residui etimologici mal posti nella scatola vuota di un significato che, a onor del vero, nulla ha a che vedere con l’attuale “dolce morte”. Eutanasia in origine indicava la speranza, conforme alla dignità dell’essere umano, di morire un giorno di una morte serena, il più dolce -appunto- possibile. Un senso che in bioetica di definisce “qualificativo” del termine, ovvero la qualità della morte che l’individuo attende, d’altronde chi di noi potrebbe affermare di attendere una morte agonizzante o dolorosa? Nessuno! In effetti gli antichi la pensavano allo stesso modo, e come loro anche il filosofo F. Bacon che riportò, nel dibattito del suo tempo, il termine, per rimproverare il corpo medico di non occuparsi sufficientemente del dolore, sul quale avrebbero dovuto investire molto di più per amore del paziente. Accompagnare, assistere e umanizzare.

I pensatori dei secoli XIX e XX si appropriarono indebitamente di questo concetto modificandolo alla radice. In sostanza hanno riutilizzato l’involucro avvelenandone il contenuto, così da “eutanasia” come “buona morte, attesa e sperata” si è passati a eutanasia come “uccisione per una buona morte”, dal carattere all’atto. Cosa significa? Robin Hood: per alleviare il dolore di pazienti inguaribili si fa eroe gentiluomo mettendo fine alla loro vita. Eutanasia è divenuto l’atto di uccidere qualcuno per il suo bene, cosa assai differente da confidare in una morte lieta. L’atto umano – come spiegato precedentemente- è qui un atto omicida il cui fine potenzialmente buono (ammettendo che sia a tutti gli effetti quello di togliere le sofferenze al malato, come tanti sostengono e successivamente smentiscono) non rende accettabile il mezzo con il quale viene perseguito: procurare la morte al paziente. Generalmente un assassino non è ben visto dall’opinione pubblica così come dalla giustizia, e, nell’analisi breve fin qui compiuta, si può logicamente concludere che il soggetto agente (nella fattispecie in questione il medico) verrebbe meno alla sua vocazione per soddisfare volontà (ipoteticamente libere, poi mi soffermerò su questo) « extra-mediche». Non rientra nell’operato medico sopprimere chi soffre. Confà alla sua intima chiamata, all’aiuto di chi geme nella malattia o nel dolore, aiutarlo a preservare la propria vita e la propria salute attraverso i mezzi e la capacità che gli sono proprie, senza dimenticare che il primo ad essere invocato dinanzi a tale dovere positivo è il paziente, principale responsabile, custode, della sua persona. Possiamo concludere che la richiesta eutanasica equivale alla richiesta di un cittadino verso un altro concittadino di essere uccisi.

Un atto umano responsabile, esecutore di “buona uccisione”. Si intende per eutanasia « un’azione o un’omissione che di natura sua e nelle intenzioni procura la morte allo scopo di eliminare ogni dolore. (…) L’eutanasia si situa, dunque, a livello delle intenzioni e dei metodi usati». Emerge spontaneamente la perversità della richiesta per l’estrema lesione trasversale al valore della persona, alla sua dignità, a una creatura che supplica. Si potrebbe controbattere che è proprio l’anima fragile ad avanzare la proposta libera e consapevole; quanto può dirsi libera una vita oppressa dal dolore se la condizione esistenziale addensa e non scioglie, la vita? Il male soffoca, il dolore è compatto, roccioso, solido, disonesto, ci illude di essere tutto facendoci scordare che è focalizzato. Oltre il suo recinto ci siamo noi, siamo ancora noi dietro la sua ombra. Dov’è la volontà quando subentra l’impotenza e ci sentiamo nudi? Nasce dalla vulnerabilità il coraggio di alzare lo sguardo alla Croce, stringere i pugni, accettarne la provocazione e non sentire lo sconforto della solitudine. Perché non fa scalpore informare il popolo che, la maggioranza delle testimonianze raccolte in letteratura, certifica una realtà: dove c’è il sofferente esausto, sconfitto nella speranza, subentrano richieste eutanasiche, ma le stesse parole, cariche di morte, dinanzi alla possibilità che questa venga somministarta, si ritraggono in una volontà autentica, quella di essere ancora per qualcuno. Il desiderio reale non è una terapia mortale per il paziente, ma che vi sia una presenza ai piedi del letto, tra le dita delle mani, negli occhi. Che cosa cerca il bimbo convalescente? La madre. Che cosa cerca il giovane, l’adulto, l’anziano, il moribondo malato? La madre, ovvero la carità. Umanizzare per abbattere il nulla della morte. L’unica vera compassione è dettata dal coraggio di restare. Nessuno ci dice che l’atto uccisivo non è una decisione che spetta agli uomini, perché siamo fragili sani al cospetto di fragili malati, vicini nell’umanità, distanti nel provvisorio. Affranti, incapaci, sul ciglio di un miracolo, che è la persona, l’unica cosa che vorremmo sapere è il modo migliore per amare. Proprio perché l’uno è frangibile a causa della patologia e l’altro è fragile per l’impotenza, non possiamo giudicare chi debba vivere e chi no, entrambi sono chiamati all’umanità condivisa in quel minimo che siamo.

La cultura della morte che si è andata diffondendo non è recente: da tempo l’uomo è dedito agli eccessi, atterrito dai suoi limiti, saldo nel possibile, lavoratore di accumuli transitori osteggiati dalla nostalgia del senso. Vuoto. Scisso nel corpo e dal corpo, estraneo alla totalità, predispone la sua identità alienata dalla bellezza. Persuade se stesso di essere qualcuno che vive biologicamente e qualcuno che vive biograficamente, il primo funzionale al secondo. Costruendo una storia crea la dignità. È una visione drammaticamente fatale: annullare la commistione di mistero e meraviglia che forma ed espone in una complessa unicità, lascia l’aridità del neutro dove per il solo fatto di essere uomini non si è più abbastanza. Il dualismo, che sembra moltiplicare, fraziona e cancella. Abbiamo azionato così la macchina infernale dell’estraneità e della convenienza. In ogni attimo scandiamo la qualità della nostra persona, ma se questa non pensa alla sua natura ineluttabilmente mortale, non trova forse un tesoro in decomposizione? Allenandoci alla debolezza scandiamo gli istanti della trascendenza.
Quando abbiamo smesso di vedere?

Relativizzando a piacimento giusto e sbagliato, scavalcando l’obbligatorietà, si sono stravolti i codici di interpretazione dell’umano, addestrando un tipo d’uomo forte solo nell’equilibrio efficiente. La ricomparsa dell’eutanasia è precedente l’esplosione dei crimini perpetrati dai medici nazisti, i quali si unirono a un clima culturale già vivo di espressioni come “omicidio per pietà”, “morire con dignità”, ecc.. postulate come eccezioni al generale e universalmente condiviso reato di omicidio, che dovette considerare clausole nuove, derivanti dalla compassione. Il conflitto fra l’azione sanante e l’infausto destino di pazienti inguaribili e sofferenti, estese rapidamente l’opzione eutanasica ad altre condizioni ritenute non degne, infelici o prive di valore: anzianità, handicap, deformità, malattie mentali, dietro i quali si smise improvvisamente di scorgere la persona e si vide la scomodità di animi infelici, condannati tali da spettatori sani e, in quanto sani, giudici.

Così i medici incaricati al programma di eutanasia nazista non lasciarono ai posteri dichiarazioni straordinarie, folli, sulle loro colpe: essi supportarono quanto compiuto con la compassione per « l’esistenza tormentata di quelle creature». Il numero di persone uccise tramite eutanasia dal 1939 al 1941 si stima fra le 70.000 e le 100.000 e furono queste cifre a far disprezzare la “dolce morte” portandone la scomparsa, fino al riapparire negli anni ’70, periodo in cui da un lato l’autodeterminazione e dall’altro la sfiducia nei confronti dell’alleanza terapeutica, innescarono, quasi senza storia né ricordi, il morbo eutanasico, con esso quello del suicidio assistito e del Living Will. La difficoltà e i pochi casi in cui, ad oggi, si adoperano questi mezzi, dovrebbe già far sussultare il dubbio sulla benevolenza, anche per il cosiddetto testamento biologico, la cui origine vincolata a movimenti di sensibilizzazione pro-eutanasia (1967 Louis Kutner, a cui si deve l’idea del Living Will, membro del consiglio direttivo del Euthanasia Educational Council degli Stati Uniti fu il primo a suggerire il documento come «mezzo per promuovere la discussione sull’eutanasia») e considerato «punta di lancia per l’eutanasia».

Una precisazione sul Testamento Biologico, visto quanto sta succedendo in Italia. La natura di questo documento detiene numerosissimi problemi: la genericità delle disposizioni, che possono avere carattere sommario essendo una previsione futura di una situazione inesistente; il carattere ipotetico e pertanto distante dalla realtà; l’interpretazione medica, che avviene senza alcun tipo di precedente relazione con il paziente interessato, nel tempo in cui quest’ultimo ha stilato il testo e non ha avuto modo di dialogare con lui chiarendo la sua visione in merito ad alcune espressioni inevitabilmente condizionate in misura soggettiva dal paziente; l’impossibile esaustività delle condizioni immaginabili; il veloce e imprevedibile progresso medico che può rendere un approccio terapeutico diverso nel tempo grazie all’evolversi della ricerca; l’effettiva informazione unita al consenso, ovvero la domanda sulla libertà genuina di quelle volontà in rapporto alle circostanze in cui è stato redatto (in seguito spesso ad eventi traumatici, per esempio); i numerosi casi documentati nei quali si è riscontrato un cambiamento totale delle intenzioni firmate nel verificarsi della situazione concreta di bisogno (i pazienti hanno dimostrato più una spinta verso la speranza e ogni tentativo di sopravvivenza, invece che la resa per il timore di accanimento e sofferenza). I problemi e gli accessi inevitabili al possibile rifiuto di terapie salvavita o non terapie (alimentazione e idratazione), quindi alla morte della persona di fame e sete (i media non parlano delle ferite atroci che si procurano i malati lasciati morire senza alimentazione e idratazione) spingono a ritroso. Le motivazioni a monte della comparsa del LW combaciano con i due principi sommi promossi dai movimenti pro-eutanasia: l’autodeterminazione e la salute come beni assoluti, ma laddove è già in auge statistiche dimostrano che pochissimi vi fanno uso e di questi ancor meno si preoccupano di rinnovarlo anzi, all’opposto, si auspica un recupero del vero dialogo fra medico e paziente.

L’asimmetria è necessaria in un contesto di specializzazione come quello sanitario. Abbiamo bisogno che le competenze di chi ha giurato di dedicarsi interamente al bene della persona, vengano messe a disposizione per noi e con noi. Ciò non nega il rispetto verso la sostanziale uguaglianza fra simili, il reciproco riconoscimento, il quale evoca una fiducia, base per qualsivoglia principio di incontro. Il protagonista è sempre il malato, un malato che ha bisogno di aiuto. Ciò che si è chiamati a fare non è uno scontro fra diritti, nella paura della prevaricazione, ma un ripristino faticoso e indispensabile dell’umanizzazione del mondo sanitario. Recentemente una studentessa di medicina, a seguito della presentazione del mio libro, nel quale affronto anche il tema del dolore, mi disse che, come medici, hanno sete di guide che sappiano costantemente far vedere la persona sofferente prima della malattia. È l’umanità, che stiamo uccidendo insieme a noi stessi.

Sono convinta che il retrogusto amaro sia fin troppo lampante nella disarmonia che si determina fra un’azione dapprima delittuosa o tuttora delittuosa, che ammette eccezioni all’illegittimità giuridica e morale del male che incarna. In Italia per esempio, non vi è riferimento esplicito al reato di eutanasia, ma questa rientra nei cosiddetti “reati contro la persona”, quali: l’omicidio, l’omicidio del consenziente, omissione di soccorso (eutanasia passiva) e aiuto o istigazione al suicidio (che, contrariamente alle argomentazioni spesso avanzate dai sostenitori del suicidio assistito o dell’uccisione per buona morte, non è in alcun modo riconosciuto dal codice penale poiché il tentativo non viene penalizzato, decisione coscienziosa che preserva il soggetto da ulteriori danni alla condizione psico-fisica costrittiva che sta subendo).

Come può essere tollerante e umana una posizione che tradisce la verità di un male proprio quando si fa maggiore la tentazione? Il momento del bisogno è quello che persuade l’umanità non la selettività, non siamo mai simili come quando siamo fragili. In questo punto esatto, nel cuore della debolezza, troviamo l’occasione per essere eroi e dire all’altro: tu vali a prescindere, sei stato chiamato per nome e io ti vedo. Mi prenderò cura di te! Pertanto, una società che ha a cuore il vero bene integro della persona paziente, dovrebbe adoperarsi per supportare e favorire soluzioni efficaci, palliative del dolore, luogo nel quale sta risorgendo l’abbondanza della vera cura e rispondente all’istinto comune di preservare noi e gli altri dal procurarsi del male. Ammettendo di poter uccidere su richiesta un estraneo o noi stessi, come ci comporteremo un giorno se dovessimo imbatterci in un uomo che, schiavo delle paure, tenta di porre fine alla sua vita davanti ai nostri occhi? Resteremo immobili? Daremo lui armi, la spinta finale per cadere o tenderemo la mano con parole di conforto? Di quale libertà saremo capaci di parlare? L’opinione pubblica verrebbe sanata se messa a conoscenza di come un gesto tanto estremo non sia di portata individuale, ma universale, collaterale. Il suo male tocca i vivi, i “normali”. Quando si annienta la persona accade questo.

Quanti eserciti si scontrano nella coscienza tormentata di chi ha paura! Se la morte fosse la soluzione legale ed eticamente lecita, si ammetterebbe che, anche fuori dal contesto sanitario, ogni sofferenza gravosa potrebbe logicamente e legittimamente trovare ristoro nell’eliminazione di un essere umano dalla sua vita, che poi è anche la vita di chi si accorge di lui. L’esausto è il disperato non senso di sé: subentra quando in noi stessi non troviamo ragioni sufficienti per considerarci un prodigio e quando, allo stesso tempo, nessuno vede più in noi un dono affidato alla custodia di ciascuno.

La bioetica è un crocevia di criticità: vi sono delicatissimi profili che si toccano nei momenti più intimi della loro quotidianità e generalmente si affidano al principio di umanità per essere soccorsi da altri uomini, come loro, segnati dalle vicissitudini e dalla contingenza della loro natura, ma non ammutoliti da essa, che cercano quindi di ridare voce nel tormento a chi ha perduto la forza del suono.
«Le prove non sono esperimenti che Dio fa sulla mia fede o sul mio amore per saggiarne la qualità. Lui, questa, già la conosce; ero io che non la conoscevo. È piuttosto una chiamata in giudizio dove Dio fa di noi gli imputati e al tempo stesso i testimoni e i giudici, Lui l’ha sempre saputo che il mio tempio era un castello di carte. L’unico modo per far sì che lo capissi anch’io era di buttarlo giù. E io devo sicuramente ammettere che, se il mio era un castello di carte, lo si doveva abbattere al più presto. E solo la sofferenza poteva farlo»
C’è tutto di noi nel modo in cui rispondiamo al dolore.

https://kairosbg.wordpress.com/2017/12/14/la-logica-di-robin-hood/
 

14 gennaio 2018

Dat. Pd e 5 Stelle hanno legalizzato la morte per fame e per sete

di Maria Chiara Prete
Sul finire dello scorso anno è stata approvata la legge sulle DAT, precisamente il disegno di legge 2801 concernente “Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento”. Il Partito Democratico e il Movimento 5 stelle esultano come se non ci fosse un domani, come se avessero aiutato tutti i giovani disoccupati e le famiglie che non riescono ad arrivare a fine mese. No nulla di tutto ciò, gioiscono per quella che nei fatti è la legalizzazione della morte del paziente per fame e per sete. Questo è l’oggetto vero della legge approvata e ognuno di noi dovrebbe chiedersi se sia d’accordo a far morire una persona, anche fosse nella più terribile delle condizioni salutari, per fame e per sete. Pochi sono d’accordo con questa cosa eppure molti, sentendo il nome “eutanasia passiva” ormai sdoganato e passabile, non si rendono conto che alla fine dicono di essere concordi alla morte per fame e per sete proprio perché non capiscono il vero senso e la portata di quella parola e perché affermano di voler rispettare una “libera scelta”. Quindi, voglio nel dettaglio, con il testo alla mano, dare a ogni cosa il suo vero nome e dire che, nella legge, la libera scelta non viene contemplata. Libera scelta che sarebbe comunque sbagliata per i motivi che vi dirò. Con le parole moderne “eutanasia passiva” e quindi “buona morte” o “dolce morte” si è sdoganato un fatto che, chiamato con un altro nome, scandalizzerebbe anche i progressisti più incalliti. Bene, il nome “eutanasia passiva”, percepito come innocuo da molti, vuol dire morte per fame e per sete .
Quindi, vi invito di nuovo a rivolgere a voi stessi la domanda: fareste mai morire una persona di fame e di sete?

Prima di iniziare l’analisi tengo a sottolineare che questa non è una legge contro l’accanimento terapeutico. L’accanimento terapeutico è l’esecuzione di trattamenti sanitari inefficaci, che presentano un alto rischio per il paziente e che gli apportano ulteriori sofferenze. Bene, non è di questo che tratta la legge. Siamo tutti contro l’accanimento terapeutico ma, ripeto, la legge sul biotestamento non tratta questo. E’ una balla propinata da politici, che amano disinformare la gente per far passare in sordina le porcherie che approvano.

Il punto centrale e fondamentale su cui puntare l’attenzione riguarda cinque righe inserite nell’Art.1 comma 5 e precisamente:

“Ai fini della presente legge sono considerati trattamenti sanitari la nutrizione artificiale e l’idratazione artificiale , in quanto somministrazione, su prescrizione medica, di nutrienti mediante dispositivi medici”

Acqua e cibo non sono più considerati sostegni vitali, ma trattamenti sanitari. A parte l’immediata assurdità che traspare nel considerare la nutrizione e l’idratazione al pari dei trattamenti sanitari, è importante vedere come questi “trattamenti sanitari” si configurino nella legge. Precisamente notiamo come i medici abbiano il potere di decidere, secondo le loro opinioni e previsioni, di far morire una persona di fame e di sete. Sì, di fame e di sete visto che la nutrizione artificiale e l’idratazione artificiale, ripeto, vengono viste come “cure” e non come naturale ed ovvio sostegno vitale.

Dico questo sempre sulla base di quanto scritto nella legge. Non mi invento niente.
Art. 2 comma 2, “Nei casi di paziente con prognosi infausta a breve termine o di imminenza di morte, il medico deve astenersi da ogni ostinazione irragionevole nella somministrazione delle cure e dal ricorso a trattamenti inutili o sproporzionati”.
Ricordatevi sempre che i trattamenti sono anche acqua e cibo. Qui si sta dicendo che se, secondo le previsioni dei medici, una vita ha breve termine il medico deve astenersi dal nutrire e idratare il paziente, ergo deve provocargli la morte per fame e per sete. Questo c’è scritto, non altro. Inoltre non è chiaro cosa si intende per “breve termine”. Mesi o anni? Poi chi lo ha detto che una vita è veramente a breve termine? Quante volte i medici hanno sbagliato le previsioni, dicendo che una persona aveva mesi di vita e poi ha vissuto per anni.

Andiamo avanti. Questa legge predispone le cosiddette DAT (disposizioni anticipate di trattamento) attraverso le quali ognuno di noi, da sano o meno, può “esprimere le proprie volontà in materia di trattamenti sanitari, nonché il consenso o il rifiuto rispetto ad accertamenti diagnostici o scelte terapeutiche e a singoli trattamenti sanitari” (Art. 4 comma 1). Tutti noi cambiamo idea molto spesso. Come farà quella persona che malauguratamente si ritrovasse in una condizione che non le permettesse di comunicare a dire che ha cambiato idea e che non vuole l’interruzione dei trattamenti sanitari (cure, acqua e cibo)? Le DAT non contemplano il fatto che una persona possa cambiare idea. Questa fantomatica libera scelta, in realtà fa parte di una visione totalmente distorta della libertà, che consiste nella possibilità di fare tutto quello che si vuole. Un giorno anche chi soffrirà di depressione potrà decidere di togliersi la vita per questa falsa libera scelta? Uno Stato dovrebbe accompagnare queste persone e lottare fino in fondo, senza scaricare su di loro alcun peso.
Ma sapete che c’è qualcosa di ancora più brutto? Se qualcuno facesse il testamento biologico dicendo di voler essere curato e di voler essere idratato e nutrito anche in condizioni molto gravi, potrebbe non essere ascoltato “grazie” a questa legge.
Infatti si legge all’art. 4 comma 5: “il medico è tenuto al rispetto delle DAT, le quali possono essere disattese, in tutto o in parte, dal medico stesso, in accordo con il fiduciario (la persona che il paziente ha designato in sua vece, n.d.r.), qualora esse appaiano palesemente incongrue o non corrispondenti alla condizione clinica attuale del paziente ”.

Queste righe contemplano il caso in cui un paziente dichiara di voler essere curato, idratato e nutrito e il medico decide di negargli tutto questo secondo sue opinioni e convinzioni. E’ necessario che il medico pensi che è inutile continuare a far vivere quella persona nel suo stato, che non migliorerà mai, per dire che la voglia del paziente di vivere è palesemente incongrua con la sua condizione clinica. Quindi il medico ha il potere di staccare la spina al paziente.

Qualcuno potrebbe obiettare che quella frase può essere letta anche nel modo inverso e cioè relativamente al caso in cui il paziente abbia deciso, attraverso le DAT, di non essere curato e il medico invece decidesse di curarlo. Ma non è cosi. Quel comma infatti continua:“ovvero sussistano terapie non prevedibili all’atto della sottoscrizione, capaci di offrire concrete possibilità di miglioramento delle condizioni di vita”. Nel diritto la parola “ovvero” non viene intesa come un rafforzativo ma come una disgiunzione, quindi significa “oppure”. Il seguito di quel comma contempla esplicitamente il caso in cui un paziente, attraverso le DAT, rifiuta le cure ma il medico decide invece di disattendere le DAT solo nel caso in cui, in quel lasso di tempo, siano state scoperte delle terapie efficaci. Quindi questo vuol dire che, se la seconda parte del comma descrive il caso appena citato, allora la prima parte descrive il caso in cui un paziente decide di essere curato e che il medico può disattendere questa volontà come vuole e in base alle proprie convinzioni.
E’ cosi che deve essere letto quel comma, altrimenti non avrebbe avuto senso quel “ovvero” e tutta la frase successiva. Se così non fosse, sarebbe bastata la prima parte del comma, lasciando la libera interpretazione in entrambi i versi. Il che sarebbe stato ugualmente drammatico e, inoltre, non avrebbe garantito uno scopo che è proprio dei propinatori di questa legge e cioè aiutare la persona che non vuole essere curata SOLO SE vengono scoperte altre terapie. Se ciò non avvenisse, il medico è libero di togliere idratazione e nutrizione al paziente.

Abbiamo visto come diversi commi di questa legge configurino un quadro molto preoccupante. Il punto cruciale è che acqua e cibo vengono considerati come se fossero trattamenti sanitari, quindi ogni volta che ci si imbatte in questa parola bisogna tenere bene a mente che se nella legge c’è scritto che un medico è padrone di non eseguire i trattamenti sanitari, si sta dicendo che ha il potere di staccare la nutrizione e l’idratazione artificiale e quindi di far morire il paziente di fame e di sete.
Vi sembra una legge contro l’accanimento terapeutico questa? Eppure lo hanno detto in molti e tanti altri lo hanno ripetuto a pappagallo, diffondendo una falsità. Basterebbe davvero informarsi prendendo come unica fonte il testo della legge.

Una parola sui vari Renzi, Gentiloni, Di Maio, Bonino e altri che esultano e si commuovono per l’approvazione di questa legge, dichiarando che questa “afferma la dignità della persona”.
La dignità di una persona, cari politicanti, non è quella di essere fatta fuori al primo dubbio sulla durata e qualità della sua vita. Non è quella di far morire una persona per denutrizione e disidratazione. Questo non è amore. Ci vuole un attimo a staccare la spina dicendo di farlo “per il suo bene”, certo non costa fatica questo. Il vero Amore invece implica la fatica, tutti i giorni, di stare a fianco di quella persona finché c’è speranza, finché batte il cuore. Conosco persone che hanno donato la loro vita per i loro cari, vivono per loro. E’ faticoso e doloroso certo, ma mai si sognerebbero di decidere sulla vita del proprio caro e liberarsene. Non capisco perché ci si commuove per l’approvazione di una legge del genere e perché si consideri una battaglia di civiltà. E’ veramente cosi affascinante per voi la cultura della morte? Vi siete battuti per l’aborto, per il cambio sesso, per le droghe, ecc. Tutte cose che uccidono l’uomo.

La bellezza della vita ormai è una cosa da ripudiare. E’ più apprezzabile chi lotta per uccidere un bambino in grembo o un anziano in ospedale piuttosto che chi lotta per affermare la vita. Eppure io e tantissimi altri, continueremo sempre a stare sulla sponda giusta. Quella della Vita e della Bellezza.

 

11 gennaio 2018

Inés. O dell'obbligo di morire

di Giuliano Guzzo
Dal diritto a morire al dovere di morire è un attimo. O, al massimo, alcuni mesi. Non si tratta uno spauracchio cattolico o da talebani pro life ma di un fatto, di una scomoda evidenza che continua ad imporsi. L’ultima conferma viene dalla vicina Francia dove, nel gennaio 2016, era stata varata una legge sul fine vita dal retrogusto platealmente eutanasico e dove, due giorni fa, il Consiglio di Stato ha stabilito che ad Inès, quattordicenne affetta da Myasthenia gravis, una malattia neuromuscolare autoimmune cronica che causa debolezza muscolare e grave affaticamento, le cure dovranno essere sospese. Dovrà morire, in pratica.
Lei pare non abbia mai richiesto nulla di simile, i suoi genitori neppure. Anzi, si sono opposti con forza, scontrandosi coi medici, ad ogni scenario mortifero. Peccato invece che la magistratura – suffragando il responso di tre esperti, i quali hanno stimato che la ragazzina non avrà mai più la capacità di stabilire alcun contatto col mondo esterno – abbia dato ragione ai medici. Inès, dunque, dovrà morire. E chi se ne importa se manca una richiesta di morte, se di essa anzi non vi sia neppure l’ombra e se chi ha messo al mondo la giovane desidera che essa, al mondo, resti fino all’ultimo: dovrà morire, perché così hanno deciso terzi.
Ora, il ricordo del piccolo Charlie Gard è ancora vivo e con esso l’auspicio, sorto davvero in moltissimi, di non dover assistere più a nulla di simile. Eppure ci risiamo. Ancora una volta un minore malato. Ancora una volta la scelta di lasciarlo morire perché gravissimo, privo di possibilità di guarigione. Ancora una volta il diritto a morire che getta la maschera, mostrandosi come dovere, come barbaro innalzamento della soglia di accettabilità civile: o rispetti dei requisiti minimi, o sei fuori. Anzi, devi essere fatto fuori. A prescindere. La domanda dunque adesso è: fino a quando ci lasceremo prendere per il naso?
Quando capiremo che la celebrata autodeterminazione sul «fine vita» altro non è che il paravento retorico di chi opera – consapevolmente o meno, in fondo è cosa irrilevante – per una società malata nella quale il «fine vita», a poco a poco, verrà imposto insieme al senso di colpa per chi non è abbastanza sano? Quanto ce la faremo raccontare ancora, la filastrocca del diritto a morire (in realtà diritto ad essere uccisi), prima di avvertire l’odore mortale che emana? Perché con questa oscena parodia del progresso, converrete, la civiltà c’entra zero; anche se molti, ahinoi, stentano a comprenderlo. In attesa si ridestino, giù le mani da Inès. 

https://giulianoguzzo.com/2018/01/07/giu-le-mani-da-ines/
 

06 gennaio 2018

Eutanasia o accanimento terapeutico: una falsa alternativa


di Federica Poddighe

Quando avevo meno di vent’anni ho letto un libro, “La morte amica. Lezioni di vita da chi sta per morire” di Marie de Hennezel, consigliatomi da una ragazza che faceva l’infermiera ed era a contatto quotidianamente con la sofferenza e la morte. Da allora, il dilemma tra “eutanasia” e agonia, la scelta angosciosa in cui potrebbe trovarsi ciascuno di noi nel momento fatale, mi è apparsa in tutta la sua ipocrita falsità.
Il libro è stato scritto da una dottoressa impegnata in un avanguardistico reparto di cure palliative francese, in cui venivano ricoverati i pazienti nella fase terminale delle loro malattie, o i malati affetti da patologie croniche e inguaribili, così terribili e atroci che è difficile anche solo immaginarle.
Nel libro non c’è alcuna impostazione ideologico/confessionale e la prefazione è stata scritta da Francois Mitterand, che tutto fu, tranne un chierichetto devoto.
Quello delle cure palliative è un concetto limpido che mai viene accennato nelle “battaglie di civiltà” di chi invoca il diritto alla “buona morte”; una verità semplice: non esiste un bivio impietoso e ineludibile fra “iniezione letale” (o interruzione di cure e nutrimento) e “accanimento terapeutico”.
Esiste ed è sperimentata una terza via, quella attraverso cui si somministrano al malato – terminale o inguaribile – cure palliative che ne leniscono il dolore fisico e lo accompagnano in un percorso terapeutico di assistenza psicologica, affinchè il trapasso avvenga nella maniera meno traumatica e più naturale. Qual è il problema?
Come ogni cura, anche quella palliativa costa: un costo di cui la collettività (lo Stato, se la parola ha ancora un senso) dovrebbe farsi carico. Nella consapevolezza che tali cure sono “a perdere”: il moribondo non guarirà, non produrrà più reddito da tassare; non contribuirà con i suoi sacrifici e la sua austerità al “bene comune” (ovvero al mantenimento di una élite nazionale e sovranazionale parassitaria e fratricida).
Alla luce di ciò, non mi é dato ravvisare nessuna battaglia di civiltà, nessuna modernità illuminata in quei provvedimenti in cui si ravvisa una riedizione in chiave ragionieristica, ma politicamente corretta, dell’eliminazione del debole o del “mal riuscito”, tipica di moltissime culture antiche. I malati costano, i malati terminali (o gli handicappati o i malati cronici) costano e non guariranno mai: investire in cure destinate solo ad assisterli fino alla morte deve apparire uno spreco osceno nelle nostre società occidentali e progressiste, in cui l’uomo ha senso solo fin quando sia in grado di produrre e consumare.
L’esperienza, anzi le esperienze, riportate nel libro sono illuminanti anche e soprattutto perché consentono di superare quella summa divisio artificiosamente esasperata fra impostazione laica e impostazione religiosa. E quel pensiero – che definiremo banale e idiota, se non conoscessimo la mala fede che dietro vi si cela – per cui a osteggiare i provvedimenti su eutanasia (o “fine vita” per usare il furbesco eufemismo) siano solo i fondamentalisti cristiani, ansiosi di emulare l’agonia del Nazareno morente.
Niente di più falso. Il ragionamento va invece impostato in una chiave oggettiva, di ragionamento e consapevolezza. Il tempo di chi sta per morire, ci spiega l’autrice, come quello di chi è inchiodato al suo corpo come ad uno scafandro da una malattia inguaribile e invalidante, è tempo di vita, non di morte. E come tale ha diritto alle cure mediche e all’applicazione di tutto quel sapere scientifico (declinato nei rami della chimica, della farmacologia e della psicoanalisi) che mai deve essere separato dall’aspetto umano e dall’umana empatia.
Mitterand, nella sua introduzione, si dichiara colpito da una paziente in particolare: una mamma trentenne, inchiodata al suo letto di ospedale da una patologia sopraggiunta e rarissima che le inibisce ogni movimento autonomo. Tranne per un solo dito, con il quale – aiutata da un pc – comunica con l’esterno. Con quell’unico dito spiegherà al Presidente francese la sua visione della morte: “Non credo in un Dio di bontà e giustizia… Ma non per questo ritengo che possiamo essere ridotti ad un mucchietto di atomi.. Chi morirà, vedrà!”

http://www.lefondamenta.it/2018/01/04/eutanasia-accanimento-terapeutico-falsa-alternativa/


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22 dicembre 2017

Il corpo è mio e me lo gestisco io: l’istituzionalizzazione del suicidio.


Giovanni Iudice, Figura sulla spiaggia.
di Adriano Segatori

I protocolli d’intesa e le linee-guida che riguardano la libertà di scelta sulla propria esistenza li trovo sconvolgenti dal punto di vista dell’etica e pericolosi dal punto di vista della libertà individuale.

Quando, poi, osservo la perfida espressione di emozionata soddisfazione della nostra becchina nazionale, parlo di Emma Bonino, che tra aborti ed eutanasie trova l’apice del suo godimento necrofilo, ho la controprova di essere nel giusto. Inoltre, mi fa repulsione la grottesca pulizia linguistica nella definizione di “fine vita”: si chiama morte la conclusione di ogni viaggio terreno, in ambito vegetale e animale. Il resto è ipocrisia.

Quella morte che è stata scomunicata dall’immaginario collettivo, che è stata defraudata da ogni sacralità, quando non proposta volutamente alla diffusa curiosità generale in una angosciante e voluttuosa necroscopia, trova il suo ambito di esibizione nell’appagamento giurisprudenziale dei legulei.

La psicologia del profondo e quella archetipica indicano proprio nel confronto con la morte, quella simbolica e psichica innanzitutto, il passaggio essenziale per una maturazione interiore, per una valorizzazione trascendente della propria vita determinata.

Una vita eterna non avrebbe alcun senso, perché in un tempo dilatato all’infinito ogni iniziativa sarebbe sempre posticipabile, e quindi isterilita prima di iniziarla.

Quindi, la morte è una cosa seria perché definisce l’importanza di quell’impresa unica e irripetibile che ci è data da trascorrere su questa terra.

Il problema della codificazione della morte volontaria è legato indissolubilmente a quel “sogno biotecnologico” sul quale molto ha scritto Lucien Sfez, dove tutto è regolamentato all’insegna del perfezionismo tecnocratico e dell’illusione manipolatoria.

Viviamo in un’atmosfera di onnipotenza e di controllo da parte della Legge, e della Magistratura come suo braccio secolare, cosicché ogni decisione umana è sottoposta al vaglio di questo elemento metastatico dello Stato.

La Legge decide sui vaccini, sulle adozioni, sulle capacità genitoriali, sugli uteri in affitto, sui matrimoni omosessuali, sul rendimento scolastico e sulle bocciature, sul peso degli zaini e sulle merende negli asili.

La Legge decide anche sulle cittadinanze e sui soggiorni, sui gusti alimentari e sui giudizi religiosi o razziali, come se ogni personale idea o iniziativa fosse priva di valore se prima non venisse vagliata dalla norma prestabilita.
Adesso anche la morte finalmente è codificata. Già con la storia dei trapianti ogni decisione era stata rinviata ai tanatocrati, esperti di elettroencefalogrammi, di cuori battenti e di frattaglie utilizzabili. Finalmente si gioca in anticipo, e stabilisce che uno può decidere di curarsi o meno. Grazie per la comprensione.

In questo modo si è voluto istituzionalizzare quello che è l’ultimo anelito di libero arbitrio e di suprema volontà: il suicidio.

Decidere di morire è sempre stato un atto di libertà individuale. Nei tempi antichi, quando la politica era visione del mondo ed educazione del cittadino, la morte volontaria veniva ammessa solo agli uomini liberi; schiavi e debitori non ne avevano diritto.

Ora, in presenza di un totale vuoto della politica, il giudizio passa ai legulei, agli esperti dello stato di coscienza, ai valutatori della capacità di intendere e di volere. È questa la massima responsabilità che questo tempo di disgregazione e di inquietudine deve assumersi. È una responsabilità culturale, spirituale, che ha reso la morte un tabù, un nulla, esattamente come l’inutile esistenza mondanizzata che propone ed esalta.

http://www.lefondamenta.it/2017/12/20/corpo-mio-lo-gestisco-listituzionalizzazione-del-suicidio/



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14 dicembre 2017

Il biotestamento mostra la fine della civiltà


di Giuliano Guzzo

Qualcuno mi deve spiegare perché, per sponsorizzare il biotestamento, [appena passato] all’esame del Senato, si seguita ad affermare che «serve una legge sul fine vita», pena il mancato riconoscimento del «diritto a morire». «Serve una legge sul fine vita»? E chi lo dice? Nostradamus? Gli italiani senza lavoro? Quelli truffati dalle banche? Lo chiedo perché non vorrei si scambiasse l’agenda dei politici radicali per monito evangelico o, più banalmente, per priorità. E poi, che significa riconoscimento del «diritto a morire»? Esiste forse un dovere di vivere all’infinito?

Certo che no. Esiste, semmai, il rischio di non poter vivere abbastanza, come testimoniano i 45.000 morti all’anno per malasanità (fonte: Associazione Luca Coscioni). Per questo una legge sul biotestamento, che oltretutto trasforma alimentazione e idratazione in terapie rifiutabili, ha ben poco a che vedere col «fine vita», ma molto col fine civiltà. Una società con tassi di natalità cimiteriali, che già non riesce ad assistere degnamente tutti i propri malati e che pensa a come meglio garantire il «diritto a morire», non è infatti una società che vuole poter decidere, ma una che ha già deciso. Purtroppo.

https://giulianoguzzo.com/2017/12/12/il-biotestamento-non-e-per-il-fine-vita-ma-per-il-fine-civilta/



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