di Giulia Bovassi
Rubare ai ricchi per dare ai poveri. Robin Hood narra la generosità. Bene e
male, giusto e ingiusto, criteri normativi.
Quante volte crediamo che un
male per un bene sia un male travestito da bene, giustificabile? In quante
occasioni abbiamo camuffato un male grazie al “come se..”? Ebbene Robin è
un uomo del nostro tempo, profeta di proiezioni, di “valori cannuccia”,
come mi diverto a chiamarli io, cioè quei principi privati del loro
spessore universale e risucchiati dal bevitore incallito mediante un
tubicino molto stretto, accessibile a un assetato per volta.
L’etica
bricolage! Se ci pensiamo non siamo molto lontani dall’eroe popolare:
rubare è un atto ingiusto, invade il possesso legittimo di qualcuno
appropriandosene indebitamente, perciò chi lo compie mina la sua integrità
morale scegliendo di agire erroneamente. Il fine di Robin però era un
proposito stimabile e altruista, generosamente attento all’uguaglianza fra
gli uomini. “
Ladro gentiluomo” che, per quanto armato di buone
intenzioni, militava secondo un’etica deviata, quella per cui per giungere
al fine buono si fa uso di mezzi cattivi. Rubare ai ricchi per dare ai
poveri è rubare, non è carità. Ne deriva che il fine non giustifica i
mezzi, vale a dire che qualcosa in sé sbagliato rimane un male morale, in
nessun caso alternativa legittima, non si può mai scegliere infatti tra due
mali morali, poiché entrambi costituiscono soluzioni nefaste ed erronee.
Gli atti sbagliati sono anch’essi atti umani. Un dato di fatto che non di
rado viene dimenticato quando lo sforzo è quello di giustificare
eticamente, giuridicamente, alla coscienza pubblica e individuale, un male
di fatto come fosse un bene da compiersi perché il fine per il quale lo si
compie sembra occupare interamente lo spazio di denuncia che, in effetti,
il mezzo utilizzato per conseguirlo implicherebbe. Molte voci militanti
pro-eutanasia sono vittime della stessa logica contraddittoria, esito
compiuto di un percorso storico di slittamento linguistico condizionato da
residui etimologici mal posti nella scatola vuota di un significato che, a
onor del vero, nulla ha a che vedere con l’attuale “dolce morte”.
Eutanasia
in origine indicava la speranza, conforme alla dignità dell’essere umano,
di morire un giorno di una morte serena, il più dolce -appunto- possibile.
Un senso che in bioetica di definisce “qualificativo” del termine, ovvero
la qualità della morte che l’individuo attende, d’altronde chi di noi
potrebbe affermare di attendere una morte agonizzante o dolorosa? Nessuno!
In effetti gli antichi la pensavano allo stesso modo, e come loro anche il
filosofo F. Bacon che riportò, nel dibattito del suo tempo, il termine, per
rimproverare il corpo medico di non occuparsi sufficientemente del dolore,
sul quale avrebbero dovuto investire molto di più per amore del paziente.
Accompagnare, assistere e umanizzare.
I pensatori dei secoli XIX e XX si
appropriarono indebitamente di questo concetto modificandolo alla radice.
In sostanza hanno riutilizzato l’involucro avvelenandone il contenuto, così
da “eutanasia” come “buona morte, attesa e sperata” si è passati a
eutanasia come “uccisione per una buona morte”, dal carattere all’atto.
Cosa significa? Robin Hood: per alleviare il dolore di pazienti inguaribili
si fa eroe gentiluomo mettendo fine alla loro vita. Eutanasia è divenuto
l’atto di uccidere qualcuno per il suo bene, cosa assai differente da
confidare in una morte lieta. L’atto umano – come spiegato precedentemente-
è qui un atto omicida il cui fine potenzialmente buono (ammettendo che sia
a tutti gli effetti quello di togliere le sofferenze al malato, come tanti
sostengono e successivamente smentiscono) non rende accettabile il mezzo
con il quale viene perseguito: procurare la morte al paziente.
Generalmente
un assassino non è ben visto dall’opinione pubblica così come dalla
giustizia, e, nell’analisi breve fin qui compiuta, si può logicamente
concludere che il soggetto agente (nella fattispecie in questione il
medico) verrebbe meno alla sua vocazione per soddisfare volontà
(ipoteticamente libere, poi mi soffermerò su questo) «
extra-mediche». Non rientra nell’operato medico sopprimere chi
soffre. Confà alla sua intima chiamata, all’aiuto di chi geme nella
malattia o nel dolore, aiutarlo a preservare la propria vita e la propria
salute attraverso i mezzi e la capacità che gli sono proprie, senza
dimenticare che il primo ad essere invocato dinanzi a tale dovere positivo
è il paziente, principale responsabile, custode, della sua persona.
Possiamo concludere che la richiesta eutanasica equivale alla richiesta di
un cittadino verso un altro concittadino di essere uccisi.
Un atto umano
responsabile, esecutore di “buona uccisione”. Si intende per eutanasia «
un’azione o un’omissione che di natura sua e nelle intenzioni procura
la morte allo scopo di eliminare ogni dolore. (…) L’eutanasia si situa,
dunque, a livello delle intenzioni e dei metodi usati».
Emerge spontaneamente la perversità della richiesta per l’estrema lesione
trasversale al valore della persona, alla sua dignità, a una creatura che
supplica. Si potrebbe controbattere che è proprio l’anima fragile ad
avanzare la proposta libera e consapevole; quanto può dirsi libera una vita
oppressa dal dolore se la condizione esistenziale addensa e non scioglie,
la vita? Il male soffoca, il dolore è compatto, roccioso, solido,
disonesto, ci illude di essere tutto facendoci scordare che è focalizzato.
Oltre il suo recinto ci siamo noi, siamo ancora noi dietro la sua ombra.
Dov’è la volontà quando subentra l’impotenza e ci sentiamo nudi? Nasce
dalla vulnerabilità il coraggio di alzare lo sguardo alla Croce, stringere
i pugni, accettarne la provocazione e non sentire lo sconforto della
solitudine. Perché non fa scalpore informare il popolo che, la maggioranza
delle testimonianze raccolte in letteratura, certifica una realtà: dove c’è
il sofferente esausto, sconfitto nella speranza, subentrano richieste
eutanasiche, ma le stesse parole, cariche di morte, dinanzi alla
possibilità che questa venga somministarta, si ritraggono in una volontà
autentica, quella di essere ancora per qualcuno. Il desiderio reale non è
una terapia mortale per il paziente, ma che vi sia una presenza ai piedi
del letto, tra le dita delle mani, negli occhi. Che cosa cerca il bimbo
convalescente? La madre. Che cosa cerca il giovane, l’adulto, l’anziano, il
moribondo malato? La madre, ovvero la carità. Umanizzare per abbattere il
nulla della morte. L’unica vera compassione è dettata dal coraggio di
restare. Nessuno ci dice che l’atto uccisivo non è una decisione che spetta
agli uomini, perché siamo fragili sani al cospetto di fragili malati,
vicini nell’umanità, distanti nel provvisorio. Affranti, incapaci, sul
ciglio di un miracolo, che è la persona, l’unica cosa che vorremmo sapere è
il modo migliore per amare. Proprio perché l’uno è frangibile a causa della
patologia e l’altro è fragile per l’impotenza, non possiamo giudicare chi
debba vivere e chi no, entrambi sono chiamati all’umanità condivisa in quel
minimo che siamo.
La cultura della morte che si è andata diffondendo non è recente: da tempo
l’uomo è dedito agli eccessi, atterrito dai suoi limiti, saldo nel
possibile, lavoratore di accumuli transitori osteggiati dalla nostalgia del
senso. Vuoto. Scisso nel corpo e dal corpo, estraneo alla totalità,
predispone la sua identità alienata dalla bellezza. Persuade se stesso di
essere qualcuno che vive biologicamente e qualcuno che vive
biograficamente, il primo funzionale al secondo. Costruendo una storia crea
la dignità. È una visione drammaticamente fatale: annullare la commistione
di mistero e meraviglia che forma ed espone in una complessa unicità,
lascia l’aridità del neutro dove per il solo fatto di essere uomini non si
è più abbastanza. Il dualismo, che sembra moltiplicare, fraziona e
cancella. Abbiamo azionato così la macchina infernale dell’estraneità e
della convenienza. In ogni attimo scandiamo la qualità della nostra
persona, ma se questa non pensa alla sua natura ineluttabilmente mortale,
non trova forse un tesoro in decomposizione? Allenandoci alla debolezza
scandiamo gli istanti della trascendenza.
Quando abbiamo smesso di vedere?
Relativizzando a piacimento giusto e sbagliato, scavalcando
l’obbligatorietà, si sono stravolti i codici di interpretazione dell’umano,
addestrando un tipo d’uomo forte solo nell’equilibrio efficiente. La
ricomparsa dell’eutanasia è precedente l’esplosione dei crimini perpetrati
dai medici nazisti, i quali si unirono a un clima culturale già vivo di
espressioni come “omicidio per pietà”, “morire con dignità”, ecc..
postulate come eccezioni al generale e universalmente condiviso reato di
omicidio, che dovette considerare clausole nuove, derivanti dalla
compassione. Il conflitto fra l’azione sanante e l’infausto destino di
pazienti inguaribili e sofferenti, estese rapidamente l’opzione eutanasica
ad altre condizioni ritenute non degne, infelici o prive di valore:
anzianità, handicap, deformità, malattie mentali, dietro i quali si smise
improvvisamente di scorgere la persona e si vide la scomodità di animi
infelici, condannati tali da spettatori sani e, in quanto sani, giudici.
Così i medici incaricati al programma di eutanasia nazista non lasciarono
ai posteri dichiarazioni straordinarie, folli, sulle loro colpe: essi
supportarono quanto compiuto con la compassione per «
l’esistenza tormentata di quelle creature». Il numero di persone
uccise tramite eutanasia dal 1939 al 1941 si stima fra le 70.000 e le
100.000 e furono queste cifre a far disprezzare la “dolce morte” portandone
la scomparsa, fino al riapparire negli anni ’70, periodo in cui da un lato
l’autodeterminazione e dall’altro la sfiducia nei confronti dell’alleanza
terapeutica, innescarono, quasi senza storia né ricordi, il morbo
eutanasico, con esso quello del suicidio assistito e del Living Will. La
difficoltà e i pochi casi in cui, ad oggi, si adoperano questi mezzi,
dovrebbe già far sussultare il dubbio sulla benevolenza, anche per il
cosiddetto testamento biologico, la cui origine vincolata a movimenti di
sensibilizzazione pro-eutanasia (1967 Louis Kutner, a cui si deve l’idea
del Living Will, membro del consiglio direttivo del
Euthanasia Educational Council degli Stati Uniti fu il primo a
suggerire il documento come
«mezzo per promuovere la discussione sull’eutanasia») e
considerato «
punta di lancia per l’eutanasia».
Una precisazione
sul Testamento Biologico, visto quanto sta succedendo in Italia. La natura
di questo documento detiene numerosissimi problemi: la genericità delle
disposizioni, che possono avere carattere sommario essendo una previsione
futura di una situazione inesistente; il carattere ipotetico e pertanto
distante dalla realtà; l’interpretazione medica, che avviene senza alcun
tipo di precedente relazione con il paziente interessato, nel tempo in cui
quest’ultimo ha stilato il testo e non ha avuto modo di dialogare con lui
chiarendo la sua visione in merito ad alcune espressioni inevitabilmente
condizionate in misura soggettiva dal paziente; l’impossibile esaustività
delle condizioni immaginabili; il veloce e imprevedibile progresso medico
che può rendere un approccio terapeutico diverso nel tempo grazie
all’evolversi della ricerca; l’effettiva informazione unita al consenso,
ovvero la domanda sulla libertà genuina di quelle volontà in rapporto alle
circostanze in cui è stato redatto (in seguito spesso ad eventi traumatici,
per esempio); i numerosi casi documentati nei quali si è riscontrato un
cambiamento totale delle intenzioni firmate nel verificarsi della
situazione concreta di bisogno (i pazienti hanno dimostrato più una spinta
verso la speranza e ogni tentativo di sopravvivenza, invece che la resa per
il timore di accanimento e sofferenza). I problemi e gli accessi
inevitabili al possibile rifiuto di terapie salvavita o non terapie
(alimentazione e idratazione), quindi alla morte della persona di fame e
sete (i media non parlano delle ferite atroci che si procurano i malati
lasciati morire senza alimentazione e idratazione) spingono a ritroso. Le
motivazioni a monte della comparsa del LW combaciano con i due principi
sommi promossi dai movimenti pro-eutanasia: l’autodeterminazione e la
salute come beni assoluti, ma laddove è già in auge statistiche dimostrano
che pochissimi vi fanno uso e di questi ancor meno si preoccupano di
rinnovarlo anzi, all’opposto, si auspica un recupero del vero dialogo fra
medico e paziente.
L’asimmetria è necessaria in un contesto di
specializzazione come quello sanitario. Abbiamo bisogno che le competenze
di chi ha giurato di dedicarsi interamente al bene della persona, vengano
messe a disposizione per noi e con noi. Ciò non nega il rispetto verso la
sostanziale uguaglianza fra simili, il reciproco riconoscimento, il quale
evoca una fiducia, base per qualsivoglia principio di incontro. Il
protagonista è sempre il malato, un malato che ha bisogno di aiuto.
Ciò che
si è chiamati a fare non è uno scontro fra diritti, nella paura della
prevaricazione, ma un ripristino faticoso e indispensabile
dell’umanizzazione del mondo sanitario. Recentemente una studentessa di
medicina, a seguito della presentazione del mio libro, nel quale affronto
anche il tema del dolore, mi disse che, come medici, hanno sete di guide
che sappiano costantemente far vedere la persona sofferente prima della
malattia. È l’umanità, che stiamo uccidendo insieme a noi stessi.
Sono
convinta che il retrogusto amaro sia fin troppo lampante nella disarmonia
che si determina fra un’azione dapprima delittuosa o tuttora delittuosa,
che ammette eccezioni all’illegittimità giuridica e morale del male che
incarna.
In Italia per esempio, non vi è riferimento esplicito al reato di
eutanasia, ma questa rientra nei cosiddetti “reati contro la persona”,
quali: l’omicidio, l’omicidio del consenziente, omissione di soccorso
(eutanasia passiva) e aiuto o istigazione al suicidio (che, contrariamente
alle argomentazioni spesso avanzate dai sostenitori del suicidio assistito
o dell’uccisione per buona morte, non è in alcun modo riconosciuto dal
codice penale poiché il tentativo non viene penalizzato, decisione
coscienziosa che preserva il soggetto da ulteriori danni alla condizione
psico-fisica costrittiva che sta subendo).
Come può essere tollerante e
umana una posizione che tradisce la verità di un male proprio quando si fa
maggiore la tentazione? Il momento del bisogno è quello che persuade
l’umanità non la selettività, non siamo mai simili come quando siamo
fragili. In questo punto esatto, nel cuore della debolezza, troviamo
l’occasione per essere eroi e dire all’altro: tu vali a prescindere, sei
stato chiamato per nome e io ti vedo. Mi prenderò cura di te! Pertanto, una
società che ha a cuore il vero bene integro della persona paziente,
dovrebbe adoperarsi per supportare e favorire soluzioni efficaci,
palliative del dolore, luogo nel quale sta risorgendo l’abbondanza della
vera cura e rispondente all’istinto comune di preservare noi e gli altri
dal procurarsi del male. Ammettendo di poter uccidere su richiesta un
estraneo o noi stessi, come ci comporteremo un giorno se dovessimo
imbatterci in un uomo che, schiavo delle paure, tenta di porre fine alla
sua vita davanti ai nostri occhi? Resteremo immobili? Daremo lui armi, la
spinta finale per cadere o tenderemo la mano con parole di conforto? Di
quale libertà saremo capaci di parlare? L’opinione pubblica verrebbe sanata
se messa a conoscenza di come un gesto tanto estremo non sia di portata
individuale, ma universale, collaterale. Il suo male tocca i vivi, i
“normali”. Quando si annienta la persona accade questo.
Quanti eserciti si scontrano nella coscienza tormentata di chi ha paura! Se
la morte fosse la soluzione legale ed eticamente lecita, si ammetterebbe
che, anche fuori dal contesto sanitario, ogni sofferenza gravosa potrebbe
logicamente e legittimamente trovare ristoro nell’eliminazione di un essere
umano dalla sua vita, che poi è anche la vita di chi si accorge di lui.
L’esausto è il disperato non senso di sé: subentra quando in noi stessi non
troviamo ragioni sufficienti per considerarci un prodigio e quando, allo
stesso tempo, nessuno vede più in noi un dono affidato alla custodia di
ciascuno.
La bioetica è un crocevia di criticità: vi sono delicatissimi profili che
si toccano nei momenti più intimi della loro quotidianità e generalmente si
affidano al principio di umanità per essere soccorsi da altri uomini, come
loro, segnati dalle vicissitudini e dalla contingenza della loro natura, ma
non ammutoliti da essa, che cercano quindi di ridare voce nel tormento a
chi ha perduto la forza del suono.
«Le prove non sono esperimenti che Dio fa sulla mia fede o sul mio
amore per saggiarne la qualità. Lui, questa, già la conosce; ero io che
non la conoscevo. È piuttosto una chiamata in giudizio dove Dio fa di
noi gli imputati e al tempo stesso i testimoni e i giudici, Lui l’ha
sempre saputo che il mio tempio era un castello di carte. L’unico modo
per far sì che lo capissi anch’io era di buttarlo giù. E io devo
sicuramente ammettere che, se il mio era un castello di carte, lo si
doveva abbattere al più presto. E solo la sofferenza poteva farlo»
C’è tutto di noi nel modo in cui rispondiamo al dolore.
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