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11 febbraio 2021

Cosa sta capitando in Italia?



di Enrico Roccagiachini

Che cosa sta mai capitando all’Italia in questi giorni confusi e surreali, nei quali si consuma una delle crisi di governo più paradossali della nostra storia recente? È inevitabile chiederselo, pur sapendo che comprendere un fenomeno proprio mentre si sta svolgendo è estremamente difficile. È ugualmente vero, però, che le fasi iniziali delle odierne vicende risalgono ormai a parecchi anni fa, sicché forse incominciamo a vedere dalla giusta distanza quantomeno i primordi della situazione corrente.

Per questa ragione, possiamo in primis inquadrare l’attualità entro uno scenario più ampio e più completo, osservando, sulla scorta di larga parte della letteratura scientifica, come appaia ormai più che plausibile, se non addirittura dimostrato, che i sistemi democratici, perlomeno quelli occidentali, evolvano fisiologicamente in senso oligarchico: cioè che, col tempo, le democrazie si trasformino in oligarchie. Si tratterebbe – chi scrive ne è personalmente convinto – di un fenomeno naturale, non patologico. Esattamente come la vecchiaia che, pur essendo una condizione deteriore rispetto alla giovinezza, ne è l’esito fisiologico: se sei giovane e sopravvivi, diventi naturalmente vecchio, che ti piaccia a no. E questa evoluzione non esprime un difetto della tua giovinezza: al contrario, ne è lo sbocco naturale. Così avverrebbe delle democrazie: se si consolidano, e quanto più si consolidino, diventano naturalmente oligarchie (nel nostro caso: di stampo tecnico-finanziario).

É interessante soffermarsi anche sul modo in cui, secondo questa lettura della realtà, tutto ciò avviene. Di norma, non abbiamo trasformazioni istituzionali significative, cambiamenti costituzionali formalmente rilevanti, modifiche eclatanti e repentine dei sistemi politici. Le forme democratiche persistono, ma ne cambia – per così dire – il DNA. Così, si continua a votare, le elezioni ci sono sempre: ma se in un quadro realmente democratico esse servono effettivamente a sostituire la classe dirigente perdente con quella vincente, e sono dunque in grado di determinare reali cambiamenti dell'indirizzo politico impresso alla società, in un sistema oligarchico, invece, servono solo a riequilibrare i rapporti di forza all’interno dell’oligarchia (che è “il governo di pochi”, i quali pochi sono comunque in una certa competizione tra loro), entro una stabile continuità di indirizzo politico. Con la conseguenza che, se si teme che un’elezione possa davvero portare alla sostituzione della classe dirigente, cioè possa attentare alla stabilità dell’oligarchia e alla continuità dell’indirizzo (per esempio: facendo cessare la convinzione fideistica che l’adesione all’UE sia la cosa migliore per un certo paese), diventa un pericolo e va spregiudicatamente controllata o radicalmente demonizzata, come possiamo facilmente constatare in Italia e all’estero.

I sistemi oligarchici, come ogni altro sistema, possono funzionare bene o male; il buon funzionamento esige quantomeno che l’oligarchia sia in grado di garantire ai sudditi un minimale livello di benessere – ove per benessere non si intende solo quello economico, necessario ma non sufficiente, ma anche quello psicologico, esistenziale, morale, culturale, e così via.

Ora, pare evidente che le oligarchie costituitesi come naturale sbocco dei nostri sistemi democratici, a un certo punto – per errori commessi, o per inopinata crudeltà del destino cinico e baro... – abbiano preso a funzionare male, ponendo i sudditi in una condizione di crescente malessere. Ciò costituisce per gli oligarchi un problema di estrema gravità: in un sistema oligarchico, i sudditi insoddisfatti finiscono per ribellarsi; da parte sua, l’oligarchia deve difendersi e, spesso, ciò comporta la necessità di abbandonare anche le apparenze democratiche del sistema stesso, per svelarne senza maschere la natura tendenzialmente autoritaria, se non tirannica, inasprendo ulteriormente l’ostilità dei sudditi. Proprio questa potrebbe essere la chiave di lettura di buona parte dell’attualità: segnata, da un lato, dalla compressione sempre più evidente delle libertà democratiche, il mantenimento delle cui apparenze diventa un lusso che gli oligarchi non possono più permettersi; dall’altro, dal tentativo di annichilire tutte le strutture sociali su cui potrebbe fondarsi la ribellione dei sudditi, a cominciare dalla famiglia (e, sul piano economico, dalla libera impresa diffusa, che si vuole assoggettare alla schiavitù del debito pubblico e privato).

In questo quadro, nel pieno svolgimento di questo fenomeno, reso ancor più turbolento dalla pandemia (che, peraltro, per l’oligarchia rappresenta un’occasione da sfruttare), in Italia compare e si propone quale salvatore della Patria Mario Draghi, che nel sistema oligarchico è organicamente integrato. Trascuriamo le modalità della sua salita al proscenio, l’interrogativo se si tratti di un avvento preparato da tempo, le improbabili scuse accampate dal presidente Mattarella per imporlo (come dicevamo, l’oligarchia è costretta ad abbandonare anche le parvenze dei meccanismi democratici). Limitiamoci a dire che Draghi è un tentativo autodifensivo del sistema in evidente difficoltà. Un tentativo intelligente: non foss’altro perché Draghi è assai diverso da Monti, che a suo tempo svolse un ruolo analogo. Infatti, mentre il professore della Bocconi era chiamato a manifestare il volto spietato dell’oligarchia e la sua capacità di piegare ogni oppositore riducendolo in miseria, Draghi deve tentare un recupero di credibilità, concedendo qualche sollievo al popolo e illudendolo di poter riconquistare una certa quota di benessere. In fin dei conti, assopire è senz’altro meglio di reprimere. Viene in mente la scena finale de The Truman Show: quando Truman, dopo aver avuto il coraggio di affrontare il mare artificialmente in tempesta, sta per uscire dal set che ha costituito sino ad allora la sua falsa ma rassicurante realtà, il regista tenta di dissuaderlo dicendogli mellifluamente che solo lui lo ama e può garantirgli sicurezza, tranquillità, serenità... a prezzo, ovviamente, della continuazione della sua totale sudditanza e della ormai consapevole abdicazione alla sua dignità. In fin dei conti, è proprio questo il compito di Draghi: convincere i sudditi che solo affidandosi all’oligarchia potranno avere qualche bene. L’ex governatore della BCE ha sicuramente la capacità, la competenza, il prestigio e gli alleati necessari per farlo con successo.

E le “opposizioni”? Come ci sono due tipi di prigionieri innocenti e ingiustamente incarcerati: quelli che non si rassegnano, e cercano di fuggire ogni volta che ne hanno l’occasione (e quando non ce l’hanno, provano a inventarsela), e quelli che si rassegnano, e cercano di farsi amico il direttore del carcere; così ci sono due tipi di opposizione: quella che cerca di scalzare l’oligarchia e si sforza di interpretare, organizzare ed orientare in senso costruttivo la ribellione dei sudditi, e quella che si rassegna, e cerca di placarne la rabbia, per poi entrare nel sistema, appoggiandosi a questo o quell’oligarca, magari offrendogli il modo di conquistare l’egemonia entro quella stessa oligarchia che il sostanziale sostegno dell’opposizione rinsalda al potere.

In Italia, quest’ultimo ruolo è da tempo appannaggio di Berlusconi, e non risulta che gli abbia giovato. Ora, però, sembra tentare anche Salvini, il che costituisce una spiacevole sorpresa. Certo, gli si può concedere il beneficio del dubbio, ipotizzando che si tratti di una qualche forma di tattica, auspicabilmente più efficace di quella che lo indusse a far cadere il governo nel 2019... Possiamo sforzarci di sperare, insomma, che Salvini stia solo preparando un qualche boicottaggio di Draghi nello stile di Renzi, o che cerchi di mandare in confusione la sinistra. Si tratterebbe, però, di espedienti di corto respiro, che denoterebbero una fondamentale incapacità di comprendere le dinamiche sistemiche sottese alla crisi del governo Conte. Auguriamoci, comunque, che si tratti almeno di questa piccola tattica, piuttosto che di una rinuncia alla lotta, di una resa al nemico: non solo perché non si può cooperare in nessun modo con l’oligarchia, principalmente per il taglio anticristico che essa ha preso e che non potrà né vorrà dismettere; ma anche perché è estremamente probabile che il sistema oligarchico sia ormai alla frutta, incapace di dare un nuovo equilibrio alla società (nonostante tutti i sogni di Great Reset, e al netto del fatto che il sogno dell’oligarchia è l’incubo del popolo), ed inesorabilmente condannato ad un crollo che travolgerà tutto e tutti, inclusi gli improbabili collaborazionisti dell’ultima ora. Che riusciranno solo a ritardare il collasso, e, così, a prolungare, nonostante ogni pur sincera intenzione contraria, la sofferenza dei sudditi. E a preparare, come risultato del disastro, solo il caos. Che il Cielo ci aiuti.


 

31 gennaio 2020

L'inesistente riscossa della sinistra

di Giuliano Guzzo
Vittoria e trionfo sono forse sinonimi? No, ovviamente non lo sono. Perché tutti i trionfi sono indubbiamente anche vittorie, chiaro: ma non tutte le vittorie sono trionfali. Ve ne anche di risicate, di appena nette e di discutibili. Sono considerazioni perfino banali ma che, nelle ultime ore, sembrano dimenticate, con la conferma di Stefano Bonaccini al governo dell’Emilia Romagna elevata a trionfo leggendario, a cavalcata contro le Forze del Male capeggiate da Matteo Salvini.

Certo, Lucia Borgonzoni – che i sondaggi davano ad un soffio dal diretto rivale – è stata staccata di 8 punti percentuali, mica bruscolini. Certo, la spallata sovranista alla fine non c’è stata, anzi. Tutto vero. Ci sono però ineludibili dati di fatto che non solo inseriscono la vittoria di Bonaccini in un quadro meno roseo di quello tratteggiato dai media, ma la fanno apparire a tutti gli effetti qualcosa di ben diverso. Non fosse espressione troppo emotiva, si potrebbe parlare di scampato pericolo. Vediamo perché.

Tanto per cominciare c’è il principale partito di sinistra, il Pd, che dal 2014 al 2020 – in Emilia Romagna – è passato dal 44,5% al 34,5%; nello stesso arco temporale, la Lega è salita dal 19,4% al 32,1% e Fratelli d’Italia dall’1,9% è balzato all’8,7%. Ma al di là del dato numerico, ce n’è uno sostanziale: Stefano Bonaccini ha vinto le elezioni regionali facendo sparire il simbolo del Pd dai propri manifesti. Sottile vergogna o marketing? Probabilmente una cosa non esclude l’altra, e anziché brindare ad un trionfo immaginario in casa progressista farebbero bene a riflettere.

Considerazione numero due. Accanto alla credibilità che Bonaccini ha saputo accentrare su di sé, il centrosinistra emiliano romagnolo ha potuto contare su un grande alleato: le Sardine. Un movimento “spontaneo” che, a sua volta, ha beneficiato di una un’ovazione mediatica enorme, manco fosse Solidarność. Perfino Soros ha voluto benedirlo. Ebbene, le Sardine, ora è chiaro – lo stesso annuncio post elettorale della loro scomparsa dai radar televisivi lo prova – avevano uno scopo: seminare allarmismo nel caso di una vittoria del centrodestra. Missione compiuta.

Un terzo motivo per cui l’epica vittoria della sinistra in realtà non è affatto epica e neppure, in realtà, questa gran vittoria, consiste nel fatto – senza dimenticare il tonfo in Calabria, snobbata dai progressisti come estrema periferia italiana – che essa non solo non è stata schiacciante come altre volte, ma ha preso la forma di un duello già visto: quello tra gli aggregati urbani e le aree decentrate. Per ora, le zone cittadine e più popolate sono ancora a prevalenza progressista, lo si è visto. Già, ma domani? Che cosa succederà tra cinque anni?

Che accadrà quando le Sardine saranno un déjà vu, quando l’insoddisfazione che caratterizza – a ritmi crescenti – l’Emilia Romagna profonda sbarcherà in città e quando il benessere finora preservato nella regione non sarà più lo stesso? Basterà ancora invocare il magheggio del voto disgiunto, cantare Bella ciao e mostrificare il rivale politico? Sarà ancora sufficiente il tour televisivo del Santori di turno, osannato come un vate nonostante le supercazzole? Chi non se la sente di contrabbandare una tenuta per un trionfo, se lo starà già chiedendo. A tutti gli altri, basta il lambrusco.

 

26 gennaio 2020

Emilia Romagna, perché il Pd ha già perso

di Giuliano Guzzo
In Emilia Romagna, sia che la spunti Stefano Bonaccini sia che – con una vittoria storica – si imponga Lucia Borgonzoni, il dato politico è uno ed già assai evidente: la sconfitta del Pd. Una forza che il segretario Nicola Zingaretti ha annunciato di voler riformare – «non un nuovo partito, ma un partito nuovo», ha dichiarato sulla scia di una vecchia pubblicità di pennelli – e che, soprattutto, è stata assente due volte in campagna elettorale. Infatti, Bonaccini ha impostato la sua corsa alla rielezione tutta su sé stesso, lasciando ben da parte il simbolo di partito.

Non solo. Pure i big democratici – verosimilmente su richiesta di Bonaccini stesso – si sono tenuti al largo dall’Emilia Romagna, che pure si contende con la Toscana lo scettro di roccaforte rossa. Ancora, che cos’è stato – e che cos’è – il fenomeno delle Sardine, se non un lifting mediatico per il Pd, tornato in piazza sotto falso nome? La sensazione è insomma che non solo il partito progressista italiano sia per molti aspetti quasi impresentabile – specie dopo il matrimonio contro natura coi 5 Stelle -, ma che i suoi stessi militanti ed esponenti di punta sian ormai giunti a detta conclusione.

Naturalmente, in caso oggi la spuntasse Bonaccini tutto ciò verrà minimizzato; anzi, conoscendo la faccia tosta di certo establishment giornalistico, si arriverà perfino a dipingere l’Emilia Romagna rimasta rossa come uno spettacolare trionfo. Tuttavia, non le congetture ma l’evidenza – poc’anzi riassunta per sommi capi – dice altro. E segnala che il partito gradito alle élite (chiedersi come mai Soros si sia fatto ricevere a Palazzo Chigi proprio quando il premier era il piddino Gentiloni) è sempre meno gradito ad un elettorato che, per quanto spaesato e privo di certezze, pare aver quanto meno capito una cosa: quello che non vuole.

 

28 dicembre 2019

Finisce un anno surreale, il 2020 non sarà da meno

di Giorgio Enrico Cavallo
Il 2019 volge al termine e, come sempre, è tempo di bilanci. Quello che finisce è stato un anno straordinario. Nella politichetta italiana, è stato l’anno delle più mirabolanti giravolte politiche, dei trasformismi, dei poltronismi e... dei tradimenti. Il 2019 che ci lascia è stato l’anno degli scafisti osannati come salvatori della patria e di pirati applauditi dal parlamento europeo. È stato l’anno di Santa Greta protettrice delle barche a vela; l’anno delle proteste di piazza contro l’opposizione (?) sotto il nome di un movimento dal ridicolo nome ittico; l’anno dei “200 messaggi di odio al giorno” nei confronti della senatrice Liliana Segre rivelatisi una notizia inventata di sana pianta; l’anno della marcia di Radetzky epurata perché nazista; l’anno di “si sono pentiti della Brexit” e poi alle elezioni stravince Boris Johnson con la sua turbo-Brexit; l’anno del “cardinale elettricista” e della sbandata presa da porporati vaticani per un noto idolo sudamericano; l’anno della ennesima rivelazione di Eugenio Scalfari sulla personale concezione della fede di Bergolio («Gesù di Nazareth, una volta diventato uomo, sia pure un uomo di eccezionali virtù, non era affatto Dio») e la simpatica scrollata di spalle del papa sull’accusa di eresia mossagli da più parti: «La prendo con umorismo».

Insomma: il 2019 è stato un anno fantastico, e certamente la piccola carrellata di perle e di situazioni memorabili appena elencata è soltanto parziale. Salutando quest’anno meraviglioso che ci lascia, è legittimo domandarci se dal 2020 possiamo attenderci altrettanto. Ahinoi, temiamo di sì. Perché pare che i fenomeni surreali appena accennati siano tutt’altro che passeggeri. Santa-Greta-orapronobis e i suoi adepti continueranno a fracass… ricordarci con pacatezza, garbo e soprattutto la ben nota competenza che dobbiamo rottamare i nostri mostruosi pandini inquinanti, che dobbiamo ridurre a zero le emissioni di anidride carbonica e altre amenità, dimenticando che Cina ed India e in generale i paesi in via di sviluppo inquinano come se non ci fosse un domani. Ma a loro nessuno fracass… ricorda con pacatezza, garbo e la ben nota competenza che inquinare è brutto brutto brutto e che ci hanno rubato il futuro.

Nella nostra disastrata Italia pare che la pantomima politica continuerà ancora a proporci i consueti campioni di trasformismi e di manifestazioni di piazza senza un perché; dai girotondini al popolo viola, fino all’attuale movimento sardinesco, in Italia siamo specialisti nello scendere in piazza per la fuffa, mentre per questioni che davvero riguardano il futuro e l’indipendenza della nazione nessuno batte ciglio.

C’è poi la strampalata deriva ideologica, per cui a 75 anni dalla fine della guerra, il nazismo e il fascismo sono tornati di grande attualità. Un po’ come i dinosauri, che a 65 milioni di anni dalla loro estinzione sono diventati un fenomeno di massa con i cartoni animati dei bambini e il film-kolossal. Solo che, a differenza dei dinosauri, nell’anno del Signore 2019 c’è gente che vede fascismo e nazismo dappertutto e che pretende di epurare, tagliare, cancellare anche la storia.

Nella Chiesa, ahinoi, siamo messi talmente male che ogni commento è superfluo. Ma siamo messi male da almeno mezzo secolo, dall’epoca dalla artistica interpretazione del Vaticano II, e non è difficile immaginare che le cose, al posto di migliorare, continueranno a peggiorare. A meno che non siano i cattolici, in prima fila, a cambiare le carte in tavola. Il cattolicesimo ha cambiato il mondo. Nell’attuale contesto di demenziale dissoluzione, può tornare a cambiarlo. Ma dipende da noi.

 

29 ottobre 2019

Giallo-rossi polverizzati in Umbria


di Giuliano Guzzo
Insomma, non è successo niente. In Umbria i giallorossi hanno rimediato una batosta epocale – manco sommati, si è capito, contano granché -, ma sembra non sia successo niente. Il premier Giuseppe Conte ha dichiarato che il voto umbro  «è un test da non trascurare affatto ma noi siamo qui a governare con coraggio e determinazione», confermando un attaccamento al suo ruolo (e alla sua poltrona) che manco la Vinavil. Nicola Zingaretti ha parlato di «risultato di tenuta», mentre Grillo se n’è addirittura uscito con un «pensavo peggio» davvero spiritoso dato che, dalle politiche dal 2018 ad oggi, il Movimento 5 Stelle – solo in Umbria – ha perso quattro quinti dei suoi voti.

A questo punto viene da chiedersi perché mai Pd e 5 Stelle non festeggino, se davvero hanno rimediato un «risultato di tenuta», pensavano «peggio», e possono governare con «coraggio e determinazione». Battute a parte, la sensazione è che, se ieri i giallorossi temevano le urne, tanto da inventarsi un apparentamento che ha fatto incenerire anni di analisi politiche, oggi ne sono terrorizzati. Altro che togliere il voto agli over 65, insomma: è già tanto che non lo tolgano a tutti, che non sospendano la democrazia a gloria dell’Europa e dello spread. Il problema, per loro, è che non hanno fatto i conti con Matteo Renzi che, osservando a quali vertici di popolarità sta portando il Conte Bis, potrebbe a breve di abbandonare la nave. E lì sì che per Pd e 5 Stelle sarebbero dolori.

Intanto, ciò che colpisce – posto che nessuno si aspettava solenni autocritiche dei giallorossi -, è la nonchalance con cui costoro dimostrano di non pensarci neppure a porre fine ad un’esperienza governativa che, se i numeri hanno un senso, non è criticata ma detestata dagli italiani. Ah già, gli italiani: ci sono pure loro. Sembra quasi a sinistra se ne siano scordati, fingendo di non capire che l’ondata sovranista è anche – anzi, soprattutto, viene da aggiungere – diretta conseguenza di forze politiche che, da tempo, sacrificano l’interesse nazionale a beneficio di quello estero – sia esso quello di Bruxelles, di Berlino o di Parigi – e di quello domestico, sia esso quello grillino o quello piddino. Il talento politico di Matteo Salvini e quello di Giorgia Meloni non si discute, insomma. Ma pure la miopia giallorossa non scherza.
 

03 ottobre 2019

Il Crocifisso e la Chiesa post cattolica

di Giorgio Enrico Cavallo
Togliere il crocifisso dalle aule? Non s’ha da fare! Perché? Perché… porterebbe voti a Salvini. Con costernazione ci tocca riportare l’ennesimo scivolamento verso il basso di una gerarchia ecclesiastica che di cattolico ha ormai soltanto il nome. Il caso è quello di monsignor Pennisi di Monreale, che ha voluto dire la sua sulla ennesima polemica tutta italiana legata al crocifisso nelle aule scolastiche; polemica che talvolta torna alla ribalta nel nome di una laicità di stato che tutto è, fuorché laica.

Ebbene: il neoministro dell’istruzione Lorenzo Fioramonti – che si è già distinto per aver istituito un mandato “scientifico” di consulenza composto, tra gli altri, dall’autorevolissima Vandana Shiva… - ha affermato che sarebbe meglio sostituire la croce con una «carta del mondo con richiami alla costituzione e agli obiettivi dello sviluppo sostenibile». Forse perché abbiamo la costituzione più bella del mondo, ed è giusto che tutto il mondo lo sappia. E, immancabili, ecco i richiami allo sviluppo sostenibile, per la gioia della Greta alla quale abbiamo rubato il futuro.

La penosa boutade – che rivela, ancora una volta, il disprezzo profondo di un certa parte della politica e della “cultura” verso il cristianesimo e la cultura italiana – sarebbe potuta finire così come era iniziata; invece, ecco intervenire in difesa del simbolo, ma in maniera scomposta, la stessa Chiesa italiana, desiderosa di far vedere che esiste ancora. Lo sappiamo: una certa Chiesa modernista e ormai post-cattolica non sa nemmeno cosa farsene di quel simbolo vetero-cattolico. Un giorno, magari, proporrà essa stessa di rimuoverlo. Non sia mai che qualche ragazzo possa riceverne insegnamenti edificanti. Non sia mai che qualcuno si ricordi di essere battezzato e di vivere in un paese – un tempo – cattolico. Non sia mai.

Al momento, può intanto accadere che un arcivescovo difenda ancora il crocifisso, ma per motivi surreali e deprimenti. Pennisi si richiama ad una sentenza del Consiglio di Stato e della Corte Europea, poi afferma: «Togliere il crocifisso dalle aule scolastiche? Servirebbe solo ad aiutare il leader della Lega Matteo Salvini. Quel partito utilizzerebbe la vicenda per la sua battaglia contro il governo che oltre ad aumentare le tasse urterebbe la sensibilità di gran parte degli Italiani».

Cioè: al posto di difendere il simbolo del cristianesimo ricordandoci i motivi storici, culturali e di semplice buonsenso che ci portano ad esporre una croce nelle aule scolastiche – e, essendo un vescovo, dovremmo aggiungere anche motivi di fede – no: Pennisi la butta in politica, strumentalizza il crocifisso e teme che il cattivone Salvini possa utilizzare la vicenda a suo vantaggio. Signori: in soldoni, Pennisi sta dicendo che il crocifisso deve restare dov’è perché non dobbiamo dare modo a Salvini di farci campagna elettorale. Poi, un giorno, finito il pericolo leghista, potremo toglierlo come se si trattasse di un quadro vecchio.


Mala tempora currunt, se ad esprimere un po’ di buon senso deve essere proprio quel satanasso di Salvini: «Oggi un vescovo, di Monreale, ha reagito, meglio tardi che mai, ma in maniera strana, dicendo che è sbagliato togliere il Crocifisso, perché sarebbe fare un favore a Salvini. Ma come, signor vescovo, con tutto il rispetto: un ministro della Pubblica istruzione che dice di togliere i crocifissi dalle scuole sbaglia non perché è un errore culturale - significa negare la nostra storia, la nostra tradizione, la nostra cultura millenaria, prima ancora che la fede e il nostro modo di essere, di vivere, di sentirsi cristiani - non perché dice una sciocchezza, perché è un atto di arroganza e di ignoranza; lo attacca perché sarebbe fare un favore a Salvini?».

 

17 settembre 2019

Conte, stai sereno!

di Giuliano Guzzo
Era nell’aria. Che Matteo Renzi, ringalluzzito dalla nascita del governo giallorosso, di cui è (con Grillo) il principale artefice, stesse accarezzando l’idea di un colpo di scena era ipotesi che aleggiava nelle analisi di tanti. Però ci si attendeva l’appuntamento fiorentino della Leopolda come occasione di svolta, non certo metà settembre. Il che ci pone subito davanti al vero dilemma politico del momento: come mai questa accelerazione? Cosa ha cioè spinto l’ex sindaco di Firenze a rompere gli indugi, annunciando anzitempo l’esistenza della «cosa misteriosa»? I resoconti di queste ore parlano di un Renzi «gasatissimo» e «decisamente in palla», ma è difficile pensare a un’idea figlia dell’entusiasmo; anche perché, che all’uomo il Pd stesse stretto, lo si sapeva.

La nascita affrettata della «cosa» renziana, stimata in una 40 di parlamentari e tra il 5 e il 7% dei consensi, sembra avere altre cause. Tre almeno. La prima è una questione di leadership, che risponde al nome di Giuseppe Conte. L’ex sindaco di Firenze, tutto fuorché sprovveduto, ha capito che un premier sempre più accreditato in Europa  – in ottimi rapporti con la Merkel e già incoronato da Le Figaro come l’«uomo della barricata anti Salvini» – avrebbe potuto pregiudicare il suo ritorno nell’agone politico, soprattutto con una permanenza all’interno di un partito, il Pd, che con Conte oggi governa. Il colpo di teatro in corso serve dunque a Renzi per poter tornare sulla scena, prima che altri la occupino troppo a lungo. Un secondo motivo per cui il progetto renziano decolla con anticipo è la ripresa nei sondaggi della Lega. Proprio così.

Infatti, anche se una parte di commentatori non piccola – ma neppure acuta – ciancia da settimane di «suicidio leghista», dall’altra più rilevazioni accreditano il partito di Salvini non solo stabilizzato, ma di nuovo in crescita (dal 30,5% del 9 settembre al 32,3% di ieri, secondo Tecnè). L’agosto nero è insomma già alle spalle e Renzi che, insistiamo, fiuta il vento meglio d’altri, deve aver capito che la politica italiana rischiava di finire cosa a due, tra Salvini e Conte. Un terzo motivo che può aver spinto il fiorentino a bruciare le tappe – con quella che dovrebbe chiamarsi “L’Italia del sì”, prendendo così in prestito lo slogan che Matteo Salvini utilizzava contro i grillini – è sempre legato alle sorti di un governo giallorosso che già dai suoi primi vagiti appare tenuto insieme con lo scotch e incapace di crescere nei consensi. Urgeva quindi un scossa: eccola.

Poi certo, Renzi ha già chiarito che non uscirà dalla maggioranza – «lascio i dem ma resta il mio sostegno al governo» – ma ricordiamoci che parliamo di chi proferì «Enrico stai sereno» prima di silurare Letta. Ergo, non si sa come l’abbia davvero presa Giuseppe Conte eppure una cosa è certa: una pacca sulla spalla di Nosferatu sarebbe stata per lui più rassicurante. Sì, perché la verità è che adesso la tensione politica è alle stelle, con le prime stizzite reazioni alla «renzata», come pare l’abbia definita lui stesso, che arrivano proprio dal Pd. D’accordo, ma che diamine sarà davvero la «cosa» renziana? «Farò un partito totalmente innovativo, una cosa che non si è mai vista in Italia», sono le parole dell’interessato. Staremo a vedere, anche se la sensazione è che, al di là della carrozzeria che sarà di certo fiammeggiante, la creatura di Matteo Renzi conterrà fondamentalmente una cosa. Il suo ego.

 

05 settembre 2019

Il governo Conte (Dracula)

di Giuliano Guzzo
Dunque, all’Istruzione abbiamo un signore che ha lavorato per la Fondazione Rockfeller e scrive su Open Democracy, il sito Web emanazione della Open Society di George Soros, all’Agricoltura una signora con la licenza media, all’Economia uno laureatosi in 6 anni in lettere (ah, la competenza) che figurava nell’elenco dei politici ritenuti «affidabili» nelle mail trafugate da WikiLeaks alla Open Society di Soros, alla Famiglia una sostenitrice delle unioni civili (vedrei meglio, a confronto, Morticia Addams testimonial di creme abbronzanti). Con l’elenco della squadra di governo mi fermerei per ora qui, per spero comprensibili ragioni di tachicardia. E a chi volesse un mio giudizio complessivo sui neoministri del Conte bis, dirò solo che non avrei mai detto – mai – che un giorno avrei considerato Luigi Di Maio alla Farnesina la buona notizia del giorno.


 

30 agosto 2019

Ribaltone o bipensiero?

di Giorgio Enrico Cavallo
Forse si ricorderà l’accordo tra Pd e Movimento 5 Stelle come il giorno in cui la decenza della politica italiana scese ancora più in basso, scavando un nuovo gradino nel baratro della totale irrilevanza degli ideali politici di fronte alla forza irresistibile delle poltrone. Ammesso, ovviamente, che Pd e Movimento 5 Stelle abbiano ancora ideali da sacrificare: il primo, ha ormai da tempo ammainato la bandiera rossa sostituendola con una di non meglio identificato colore (e comunque, meglio prima chiedere a siora Merkel e a sior paròn Soros quale colore preferiscono); il secondo, invece, non ha mai avuto un’idea da portare avanti al di fuori della lotta alla kasta, dell’honestà ad ogni costo e del no alle grandi opere.

Insomma: sembra davvero strano che due partiti così simili per assenza di ideali si siano tirati gli stracci fino all’altro ieri. E che stracci: il Pd era il partito di Bibbiano, di Renzi e della Boschi, il mostro con il quale il purissimo, illuminatissimo e onestissimo MoVimento non si sarebbe mai messo insieme. E i grillini erano incompetenti populisti, feccia con la quale gli snob della sinistra-al-caviale dell’illustre Partito Democratico non poteva nemmeno immaginare di mischiarsi. Anni luce lontani. Al centro, il premier Giuseppe Conte, super partes quando voleva lui ma di fatto creatura dei grillidi.

Ed ecco il colpo di scena: dopo l’harakiri di Salvini, Giuseppe Conte viene indicato per guidare una nuova maggioranza con linea totalmente opposta a quella perseguita fino a quel momento. Maggioranza che più di sinistra non si può (ammesso che il termine sinistra si possa ancora usare). Come giustificherà il cambio di casacca? Sarà un ottimo artificio retorico. In realtà, Conte non è assolutamente tenuto a giustificarlo: le cose sono così e non si discutono. O, se volete, le cose sono sempre state così: il Pd è sempre stato un partito ideologicamente vicino al Movimento e, d’altro canto, i grillini sono stati semmai dei “compagni che sbagliano”. Sembra bipensiero allo stato puro, quello che Orwell aveva incredibilmente previsto e anticipato. E, a tal proposito, potrebbe essere illuminante leggere alcune righe del romanzo 1984 per comprendere come, alla fin dei conti, l'Oceania non era mai stata in guerra con l'Eurasia. L'Oceania era sempre stata in guerra con l'Estasia. Il Movimento non era mai stato in guerra con il Pd. Il Pd non era mai stato oppositore del Movimento. Salvini, almeno, ha il merito di non aver chinato la testa e di non essere stato riprogrammato dal Grande Fratello mondiale. Per il quale egli aveva assunto i panni del perfido Goldstein, artefice di tutti i mali.

«Il sesto giorno della Settimana dell'Odio, dopo i cortei, i discorsi, le grida, i canti, gli striscioni, i manifesti, i film, i tableaux in cera, il rullio dei tamburi, gli squilli di tromba, il ritmo cadenzato dei passi in marcia, lo stridio dei cingoli dei carri armati, il rombo degli aerei che volavano in formazioni impressionanti, le salve dei fucili... dopo sei giorni di tutto ciò, quando fra mille fremiti il grande orgasmo stava per raggiungere il culmine e l'odio generale nei confronti dell'Eurasia si era mutato in un delirio così intenso che se la folla avesse potuto mettere le mani sui duemila criminali di guerra eurasiatici destinati a essere impiccati pubblicamente l'ultimo giorno delle manifestazioni li avrebbe certamente fatti a pezzi... proprio allora era stato annunciato che l'Oceania non era in guerra con l'Eurasia. L'Oceania era in guerra con l'Estasia. L'Eurasia era una nazione alleata. Naturalmente, nessuno ammise che si era verificato un cambiamento. Si venne semplicemente a sapere, in maniera repentina e in ogni angolo del Paese, che il nemico non era l'Eurasia ma l'Estasia. Quando ciò avvenne, Winston stava prendendo parte a una manifestazione in uno dei parchi del centro di Londra. […] Da una piattaforma drappeggiata di scarlatto un oratore del Partito Interno, un ometto minuto, con un paio di braccia troppo lunghe e una grossa testa calva su cui lottavano alcuni ciuffetti di capelli lisci e flosci, arringava la folla. […] Il discorso andava avanti da circa venti minuti, quando un messaggero salì in gran fretta sulla piattaforma e infilò un biglietto in mano all'oratore. Questi lo aprì e lo lesse senza smettere di parlare. Nulla cambiò nei suoi gesti e nel tono della voce. Tutt'a un tratto, però, i nomi erano diversi. Senza che venisse scambiata alcuna parola, la folla venne attraversata da un'onda d'intesa. Aveva capito. L'Oceania era in guerra con l'Estasia! Un attimo dopo ci fu uno sconvolgimento tremendo. I vessilli e i manifesti che ornavano la piazza erano completamente sbagliati! Su una buona metà di essi c'erano i volti sbagliati. Sabotaggio! Era tutta opera degli agenti di Goldstein! Seguì un tumultuoso intermezzo, durante il quale i manifesti furono strappati dai muri, mentre le bandiere venivano ridotte in brandelli e calpestate. Le Spie diedero prova di un'alacrità addirittura prodigiosa nell'arrampicarsi sui tetti per tagliare le file di bandierine che sventolavano dai comignoli. In due o tre minuti tutto era finito. L'oratore, con la mano ancora stretta attorno all'impugnatura del microfono, le spalle ricurve e la mano libera che ancora trinciava l'aria, aveva continuato a pronunciare imperterrito il suo discorso. Un altro minuto, e dalla folla si levarono nuovamente ferine grida di collera. L'Odio era proseguito esattamente come prima. Aveva solo mutato bersaglio».


 

28 maggio 2019

In Hoc Signo Vinces. Croce e politica non stanno male insieme

di Marco Muscillo
Se non vi siete ancora stufati di leggere articoli e ascoltare opinioni riguardo il comizio elettorale di Matteo Salvini tenuto a Milano sabato 18 maggio, vi prego di permettere anche a me di dire la mia.
Abbiamo passato questi giorni ad ascoltare, com’era presumibile, molte critiche a riguardo dell’uso di simboli religiosi nell’arena politica. Soprattutto i prelati hanno duramente criticato Salvini, accusandolo di usare il Rosario per accaparrarsi voti. Insomma, a molte persone Matteo Salvini è sembrato quasi un anticristo che cerca di usare la religione per i suoi scopi politici, in contrasto però con le sue reali intenzioni che sono piene di odio, di xenofobia, di non accogliere gli ultimi, di fare la guerra al diverso.
Alcuni uomini di Chiesa hanno anche commentato dicendo che assolutamente la politica e la religione devono restare scisse e mai e poi mai i simboli della fede possono essere usati per fare politica.

Da qui vorrei partire con la mia piccola analisi, perché questo a me sembra più un pensiero di stampo liberale (da “libera Chiesa in libero Stato”) piuttosto che un pensiero cattolico. Da che mi ricordi, infatti, i cattolici hanno sempre utilizzato i simboli della fede (la croce, la Vergine, i santi) in campo politico. Senza andare troppo indietro basta andare a guardare già alla nostra storia repubblicana, dove la scena politica italiana è stata dominata da un partito chiamato “Democrazia Cristiana”, il cui simbolo era proprio lo scudo crociato e la cui classe dirigente fu educata da importanti uomini di Chiesa, alcuni dei quali vennero anche esaltati al Sommo Pontificato.
Qualcuno potrebbe obiettare che i politici della DC non facevano di certo sfoggio di Rosari nei loro comizi e che piuttosto erano uomini di profonda fede rispetto a Matteo Salvini, il quale ha ammesso più volte di essere un gran peccatore, di andare a messa due-tre volte all’anno e via dicendo. Tuttavia, bisogna anche guardare ai tempi in cui viviamo, dove la perdita della fede è palesemente evidente e dove purtroppo tutti siamo stati influenzati ed “educati” (passatemi il termine) da una cultura laica, la quale purtroppo diventa sempre più atea e anticristiana.
Anche Matteo Salvini quindi è figlio del suo tempo e pur essendo un battezzato, non è di certo un cristiano modello e né, come molti hanno fatto notare, molte delle sue idee possono dirsi prettamente cristiane.

Ma facciamo un piccolo paragone, ipotizzando per assurdo: mettiamo di trovarci nel III secolo dell’era cristiana, in uno di quei vuoti di potere che si vennero a creare a Roma con l’anarchia militare. Un gruppo di generali, ognuno con le sue legioni al seguito, si contende il potere imperiale. Tutti sono pagani, alcuni di loro apertamente anticristiani, altri invece pur non dichiarandosi sono favorevoli ai sacrifici umani, altri invece come Salvinus di Mediolanum e Georgias della gens Melonia, pur essendo entrambi pagani, sono più aperti verso i cristiani e ne accettano le istanze. A sorpresa, il generale Salvinus fa atto di affidamento alla Vergine Maria davanti alle sue legioni, stanziate a Mediolanum.

Noi, legionari di fede cristiana, chi mai appoggeremmo? Non lo reputeremmo un segno della Provvidenza? E cosa ce ne importerebbe se Salvinus e Georgias Melonia non fossero cristiani?
Le cose insomma cambiano a seconda della prospettiva in cui le si guardano. E a questo punto la domanda viene spontanea: e se il gesto di Matteo Salvini, pur opportunista che fosse, non rientrasse nei piani della Provvidenza?

Siamo nel mese di maggio, mese dedicato alla Vergine Maria e un politico italiano prende in mano un Rosario durante un comizio e consacra pubblicamente sé stesso, il suo Paese e il suo popolo al Cuore Immacolato di Maria. Davvero è qualcosa di una portata eccezionale, soprattutto considerando i tempi difficili in cui viviamo. Quello di Matteo Salvini è certamente stato un atto di gran coraggio.
A me è venuta in mente, in questi giorni, la storia della bandiera europea. Senza che ve la racconti da capo (potete fare una ricerca su google), ad ideare quel modello di bandiera con dodici stelle fu un uomo chiamato Arsène Heitz, un bozzettista che lavorava presso l’ufficio postale del Consiglio d’Europa. Heitz era devoto alla Medaglia Miracolosa e lo spunto per disegnare la bandiera europea fu presa da quella sua devozione. Il numero dodici, poi, fu scelto quasi per casualità dal comitato incaricato e la bandiera a dodici stelle fu adottata ufficialmente il giorno 8 dicembre 1955, giorno dell’Immacolata Concezione.

Noi siamo uomini di fede e per noi il caso non può esistere. Personalmente, sono costretto a credere che la Provvidenza entra nella storia e nei processi politici. Non è quindi la politica ad appropriarsi dei simboli religiosi, ma è la Provvidenza stessa ad agire anche per mezzo della politica. Anche con uomini indegni o lontani dalla Vera Fede (basta ricordarsi di Ciro il Grande nell’Antico Testamento).
E visto che abbiamo fatto un paragone con le epoca romana, perché non ricordarci proprio di Costantino il Grande che vinse la battaglia di Ponte Milvio proprio grazie all’intervento diretto del Signore che in sogno gli suggerì: “In Hoc Signo Vinces”. Non furono le gerarchie ecclesiastiche a scegliere Costantino, non fu qualche vescovo a consigliare all’Imperatore di usare la croce come simbolo, ma fu una decisione presa da Gesù stesso.
Da quel momento in poi la simbologia cristiana entrò a far parte delle vicende politiche. Ricordiamoci il battesimo di re Clodoveo a Reims, ricordiamoci Carlo Magno e il Sacro Romano impero, ricordiamoci anche le lotte del duecento italiano tra guelfi e ghibellini, coi primi che presero a loro simbolo la croce rossa su sfondo bianco e i secondi la croce bianca su sfondo rosso (simboli di San Giorgio e San Michele). Ricordiamoci anche la richiesta (disattesa) che fece Gesù per mezzo di Santa Margherita Maria Alacoque a Luigi XIV re di Francia, di mettere il Sacro Cuore nel blasone reale e negli stendardi.

Insomma a me pare che il Signore non sia tanto contrario al fatto che i simboli della fede si diffondano anche in politica. Anche perché la politica è un mezzo diretto per arrivare al popolo e quindi l’uso di un simbolo che rimanda alla Fede può certamente evangelizzare.
Dirò anche di più, che non siamo noi soltanto a sceglierci i governanti ma che prima di noi è Dio a scegliere o a permettere che una certa persona sia messa a capo di una Nazione. Questo ce lo rammentano anche le Scritture: “La vostra sovranità proviene dal Signore” (Sap 6,3).
Non sempre, poi, la scelta del Signore rispecchia i nostri canoni, o quelli che gli opinionisti della politica vogliono farci credere “buoni”. Ad esempio, se vogliamo credere alle rivelazioni private, avrete sicuramente sentito parlare della Beata Elena Aiello e del suo carteggio con la sorella di Benito Mussolini, Edvige. Se crediamo a Suor Elena, dobbiamo riconoscere che fu il Signore a scegliere Benito Mussolini come guida dell’Italia negli anni ’20 e ’30 e che Mussolini cadde in disgrazia quando non ascoltò gli avvertimenti della suora che gli intimava di non entrare in guerra “perché in Italia c’è il Papa”:
« All'Italia, perché sede del mio Vicario, ho mandato Benito Mussolini, per salvarla dall'abisso verso il quale si era avviata, altrimenti sarebbe arrivata in condizioni peggiori della Russia. In tanti pericoli l'ho sempre salvato; adesso deve mantenere l'Italia fuori della guerra, perché l'Italia è civile ed è la sede del mio Vicario in terra.
«Se farà questo avrà favori straordinari e farò inchinare ogni altra Nazione al suo cospetto. Egli invece ha deciso di dichiarare la guerra, ma sappia che se non la impedirà, sarà punito dalla mia Giustizia! ».
Sembra poi, sempre seguendo la beata, che il cattivissimo Mussolini, dopo un periodo in purgatorio, ora sia anche lui a lodare Dio in Paradiso.

Ma ce ne sono altri di casi simili, in cui la Provvidenza pone degli uomini alla guida delle Nazioni, uomini che pur tuttavia mantengono la propria libertà e quindi possono deviare dalla Volontà divina.

A conclusione del nostro discorso, possiamo certamente dire che Dio agisce nella politica e che ciò che avviene non può considerarsi mai frutto del caso. Può darsi anche che Salvini sia soltanto un opportunista, che non sia nemmeno cristiano, che farà la fine che si merita se si sta prendendo gioco del Signore, ma certamente si può dire che (consapevole o meno) anch’egli sta seguendo la volontà di Dio.
Stiamo almeno a guardare, con attento e realistico interesse, senza illuderci nemmeno troppo. Meglio rimanere sopresi che esserne completamente delusi.
Mi rivolgo anche a quegli uomini di Chiesa che hanno criticato Salvini, ricordando ancora una volta le parole della Scrittura:

“Per questo ero convinto fin dal principio,
vi ho riflettuto e l'ho messo per iscritto:
«Tutte le opere del Signore sono buone;
egli provvederà tutto a suo tempo».
Non c'è da dire: «Questo è peggiore di quello»,
a suo tempo ogni cosa sarà riconosciuta buona.
Ora cantate inni con tutto il cuore e con la bocca
e benedite il nome del Signore.” (Sir 39,32-35)

Sta a noi essere docili all’azione dello Spirito Santo. Dobbiamo soltanto avere fiducia in Dio e nella Vergine Maria; a tempo debito tutto ci sarà chiaro: il suo Cuore Immacolato trionferà. Scrollarsi di dosso un po’ di cultura liberale, intanto, non farebbe male.


 

27 gennaio 2019

Fede, politica e lo Stato-Moloch

di Riccardo Zenobi
Cosa c’entra la Fede con la politica? Eppure ogni schieramento e movimento politico comportano una fede in qualcosa: ideali, obiettivi da perseguire, sistemi di pensiero più o meno ideologici, un progetto che si vuole portare a termine in più tappe, anche solo la certezza che stiamo facendo la cosa giusta… sono tutte dinamiche che innegabilmente appartengono alla politica, ma potreste obiettare che si tratta pur sempre di fiducia in qualcosa di razionale o di umanamente controllabile e verificabile – in altri termini, che l’esperienza può con il tempo affinare la politica e sfrondarla degli atti di fede più grossolani, come certe ideologie o sistemi di governo che appartengono al passato. A questo punto potrei dire che anche le nostre forme di Stato e di governo possono fare la stessa fine ed un giorno diventare una nota a piè di pagina di un futuro manuale, ma vado ben oltre verso un giudizio molto più estremo, affermando che la Fede – maiuscola, la Fede teologale cattolica – è al fondo di ogni analisi politica.

È cosa sorprendente come alla base della nostra politica troviamo sempre la teologia, scriveva Pierre-Joseph Proudhon nelle sue Confessioni di un rivoluzionario nella prima metà dell’800, ed anche oggi solo alcuni si accorgono di queste correlazioni. Ogni azione politica di una certa rilevanza è infatti intimamente connessa ad un giudizio su cosa è un bene da perseguire e cosa invece è un male che si vuole evitare; non è per caso o per ignoranza che gli esseri umani dall’alba della civiltà fino a Machiavelli abbiano visto la politica come intimamente connessa all’etica e alla religione. Questo vale anche in epoca secolarista, perché un punto inconcusso della mentalità corrente è che lo Stato moderno deve essere laico e non confessionale. Il problema è che non ci riesce in nessun modo, né può riuscirci finché rimane vera la definizione di Weber che lo descrive come “ente che ha il monopolio del diritto e dell’uso legale della forza”. Ai fini del discorso tralascio il secondo aspetto e mi concentro sul diritto, che è la base per poter poi legiferare. Cos’è infatti una legge se non una linea di confine tra il lecito e l’illecito? I confini della legge sono anche i confini della moralità di fronte allo Stato, e il rischio molto concreto – in quanto avvenuto con frequenza – è che quest’ultimo diventi il solo padrone a decidere cosa è Bene e male, in modo da ridurre il codice morale al codice penale. Questa è una situazione che prima o poi si verifica logicamente, perché è inserita essa stessa nella definizione di Stato laico, il quale non potendo né riconoscere una verità superiore né potendo esso stesso costituirsi come istituzione morale, si limita a riconoscere la propria laicità come principio morale, in base al quale organizzare e fondare ogni rapporto tra persone, gruppi e istituzioni.

A livello storico è avvenuto più volte che lo Stato si autoproclamasse “ultimo depositario della Verità” ed abbia imposto (per il bene dei sudditi!) ciò che riteneva “evidentemente vero e buono” per poi arrivare a costruire un inferno esattamente opposto a tutto ciò che aveva predetto, pianificato e creduto, spesso con un costo enorme di vite umane. Ecco perché lo Stato moderno prima o poi fa i conti con Dio: o perché deve ammettere il fallimento della sua fede ideologica o perché – più spesso – deve mandare in galera/manicomio/centro di rieducazione chi non è d’accordo con i suoi “valori”. Certo, non si potrà mai avere unanimità di vedute tra il popolo, nemmeno nell’attuale epoca di sistematico lavaggio del cervello mediatico e giornalistico continuo e uniforme; ma perché allora lo Stato semplicemente non smette di legiferare sulla morale e non si limita a certe aree di sua pertinenza più specifica? Perché l’uomo non è a compartimenti stagni, né si riduce ad una sola dimensione (politica, economica, sociale, etc.) come invece dicevano i marxisti negli anni ’70. Ci fu un tempo in cui lo Stato liberale si limitava a voler essere nulla più di un poliziotto che fa rispettare alcune regole di base, ma inevitabilmente ha dovuto accettare il principio democratico anche in tali questioni, spostandosi sempre più verso il socialismo – del resto, se ogni singolo o gruppo può far valere la sua opinione/fede, perché lo Stato non può avere una propria?

In base a quanto esposto finora non posso che trarre delle conclusioni paradossali rispetto alle opinioni comuni. L’assoluta laicità nella politica dello Stato, monopolista del diritto e della forza, non è possibile, perché una volta ammessa la libertà d’opinione/coscienza si accetta il contrasto tra i vari gruppi, e occorre quindi che intervenga un’autorità che calmi le coscienze e reprima certe opinioni che “evidentemente” non possono trovare spazio nella sfera pubblica, imponendo così un limite alle coscienze e alla libertà, ed è inevitabile: una società civile è fondata su verità condivise, e francamente parlando la maggioranza della popolazione ha il diritto di vivere tranquilla, e perciò le varie minoranze devono correre il rischio di essere marginalizzate o censurate dalla scena pubblica. Ciò che in passato è toccato alle religioni, oggi tocca a certe ideologie politiche e ad alcuni aspetti della morale che oggi sono ritenuti “inaccettabili”; in futuro, Dio solo sa cosa sarà escluso di volta in volta dalla politica. C’è da rilevare che quanto nacque nel 1600 per garantire la pace religiosa e la civile convivenza è diventato alla fine del 1700 l’unica fonte della pace e l’arbitro delle opinioni pubbliche, e dall’inizio del 1900 si è costituito unico arbitro della verità – escludendo pace e religione, riducendo la convivenza civile alla vita privata e al “buon senso” cittadino debitamente formato dalle mode intellettuali. Per cui, o si accetta questo Moloch-Stato oppure si abbia il coraggio di ripensarlo alla radice, e fondare la vita umana e sociale non più sulla libertà sociale garantita dallo Stato ma, più radicalmente, sulla Verità che precede Stato, società e uomo, e di fronte alla quale anche Cesare e il Papa devono inchinarsi.


 

30 dicembre 2018

Non votate quel partito

È più pericoloso di quanto sembri


di Marco Sambruna
Si vocifera ormai da tempo del cosiddetto "partito cattolico" sponsorizzato e fortemente voluto dalla CEI. Qualora una simile operazione si concretizzasse credo sia altamente sconsigliabile non solo per un  cattolico, ma anche per un conservatore votare quello che possiamo definire molto più come il partito della CEI che come il partito cattolico.
Ciò per due ragioni. In primo luogo occorre considerare bene la posizione di una parte significativa dei vescovi italiani su questioni di capitale importanza circa le questioni fino non molto tempo fa considerate come non negoziabili dalla morale cattolica.

Sui temi relativi alla bioetica abbiamo assistito a delle NON prese di posizione francamente sconcertanti. Ad esempio riguardo l'aborto sul quale si ha la sensazione di una posizione così sfumata, debole e vaga da parte della CEI da assomigliare spaventosamente a una resa e nemmeno troppo onorevole. Ci sono, è vero, delle singole personalità vescovili che di tanto in tanto recuperano l'argomento, ma quando c'è da scendere in campo con decisione per sostenere le organizzazioni pro life, come in occasione dei referendum pro o contro l'aborto in Irlanda e Argentina, siamo stati spesso assordati dai fragorosi silenzi della CEI che non è mai apparsa veramente determinata a condurre una battaglia che evidentemente non considera più di primaria importanza.
Idem riguardo le questioni relative all'eutanasia applicata senza troppi riguardi all'ospedale inglese Alder Hey nei confronti di neonati o in occasione dell'accompagnamento in Svizzera di persone che hanno scelto per l'interruzione volontaria delle funzioni vitali. Qualcuno ricorda una chiara, netta, compatta presa di posizione della CEI in queste occasioni? Credo si possa dire in tutta franchezza che non la ricordiamo.

E poi c'è un secondo aspetto che il cattolico deve valutare e che sconsiglia ulteriormente di votare per il futuribile partito della CEI.
Non è un mistero per nessuno come la CEI a fronte delle posizioni low cost sulle questioni di bioetica sia invece animata da sacri furori non appena si accostano altri problemi di natura sociale: riguardo la gestione dei flussi migratori o il giudizio sul sovranismo politico il consesso dei vescovi italiani ad esempio ha brandito lo spadone dei "diritti umani" schierandosi spesso per l'accoglienza indiscriminata perché occorre "fermare l'emorragia di umanità" o per fare in modo che "il securismo non prevalga sulla solidarietà". Riguardo l'agenda politica conosciamo bene anche il giudizio della CEI sul sovranismo: in sostanza una ideologia perniciosa che vorrebbe costruire muri anziché ponti dimenticando peraltro che proprio un salutare muro fisico e simbolico, quello di Berlino, ci ha evitato la dittatura comunista.

In definitiva si ha il forte dubbio che la CEI abbia deciso di profilarsi sul piano religioso e sul piano politico secondo un progetto: sul piano religioso vorrebbe facilitare in seno alla chiesa la transizione del cattolicesimo da religione soprannaturale a religione naturale o meglio civile i cui articoli di fede non differiscano troppo dal concertone mass mediatico che ci narra il mondo secondo categorie fortemente secolarizzate.
Sul piano politico il partito della CEI ha lo scopo di rispondere a una strategia ben precisa: attirare voti provenienti soprattutto dal primo partito italiano, quello degli indecisi che rappresenta circa il 40% del totale degli aventi diritto al voto, con l’obiettivo non di conseguire un grande risultato elettorale che i vescovi italiani - tutt'altro che sprovveduti - sanno non ci sarà mai quanto piuttosto di raccogliere un 3-4% dei consensi solo apparentemente insignificante. Una percentuale minima infatti può essere decisiva per determinare la vittoria di uno schieramento politico piuttosto che dell'altro in qualsiasi sistema elettorale presenti una quota proporzionale.

Del resto i voti non si contano, si pesano: anche con una percentuale modesta di consensi il partito della CEI può acquistare un potere enorme perché può consegnare il suo piccolo ma fondamentalissimo patrimonio di voti o seggi eventualmente conquistati a uno dei poli contendenti. Dovendo scegliere se consegnarli a un polo sovranista o a uno progressista in base a ciò che abbiamo osservato in questi ultimi anni possiamo essere abbastanza certi che li consegnerà allo schieramento progressista forse determinandone la vittoria. Alcuni di noi forse ricorderanno il movimento politico dell’UDEUR di Clemente Mastella essere stato decisivo nella formazione di un governo vacillante con appena un 2% circa di consensi. Dunque non bisogna farsi ingannare dagli eventuali sondaggi che assegneranno al partito della CEI una frazione minuscola di voti e sottovalutarne così il pericolo: anche pochi punti percentuali o pochi seggi possono essere sufficiente a reinsediare un governo di  matrice laicista.

Del resto una semplice constatazione deve indurre a una opportuna prudenza riguardo il partito della CEI: perché proprio ora i vescovi italiani avvertono l'esigenza di un partito cattolico e non prima durante la legislatura PD? Perché intervenire nella contesa politica ora quando c'è un governo che sia pure con dei limiti salvaguardia l'identità culturale italiana fra cui quella cattolica e non prima quando quell'identità è stata seriamente compromessa?


 

17 dicembre 2018

Note su un possibile partito della CEI

di Stefano Bolzoni
Alea iacta est. Si rincorrono ormai da qualche settimana le voci circa l’imminente discesa in campo di un nuovo soggetto politico, diretta emanazione della CEI e avente, perciò, l’imprimatur della Santa Sede. Personalmente fino al momento della sua rivelazione nutro ancora qualche dubbio sulla realizzabilità di un progetto simile. Non perché la CEI non ambisca a calarsi – e in maniera neanche troppo discreta – nell’agone politico, ma perché sottotraccia l’episcopato italiano continua a tendere l’orecchio alle decisioni di Matteo Renzi, il boy scout che tanti apprezzamenti riscuote in curia.

Non è però sulle mosse dell’ex Presidente del Consiglio che intendo incentrare il mio intervento. Quel che mi preme sottolineare è che, contrariamente a quanto osservato da molti analisti, esiste già il “partito dei cattolici”, e questi è il Partito Democratico. Si badi; con ciò non intendo affermare che i cattolici italiani siano tutti allineati alle rimaneggiate schiere democratiche. Tuttavia è innegabile una considerazione: negli ultimi due lustri nessun partito ha ricevuto un sostegno così indefesso da parte dell’episcopato italiano.
Non è una sorpresa.

Su molti temi – alcuni dei quali un tempo non negoziabili per la Chiesa – vi è ormai piena unità d’intenti. Dalle unioni tra omosessuali alle politiche “delle porte aperte” riguardo l’immigrazione passando per lo sfrenato liberismo in campo economico. L’osmosi ha raggiunto un livello tale di complementarità che gli “ideologi” del PD non si fanno scrupoli a inserire nel gotha dei loro riferimenti ideali l’attuale Pontefice, così come altri prelati distintisi nel loro “impegno” su alcuni temi.

Occorre però sottolineare una discrasia, cui già ho accennato. Se le gerarchie cattoliche italiane sono state salde alleate del PD non uniforme è stato, ed è, il comportamento dei cattolici. I più ligi all’ortodossia – indubbiamente la maggioranza - rifiutano, anche se spesso silenziosamente, il torbido abbraccio con via del Nazareno. Peraltro il sano tradizionalismo sciorinato da alcuni esponenti della maggioranza governativa (su tutti il ministro della famiglia Fontana) offre loro un riferimento politico ben lontano dai cattolici “impegnati” legati al PD. A mio modo di vedere il rischio di un totale scollamento morale tra pastori e gregge si è già consumato. Le analisi incentrate sulle presenze numeriche alla messa domenicale lasciano intravedere un quadro sconfortante a dir poco.

Secolarizzazione ? Non v’è dubbio, ma altrettanto innegabile è che, di fronte al decadimento dei costumi cristiani, nulla sia fatto. Anzi, di fronte all’avanzata dell’ateismo e dell’Islam la Chiesa Cattolica percorre le strade del sincretismo, annacquando i cardini della fede nel mare magnum della decadente modernità. Questi sinistri fenomeni non sembrano turbare la CEI. Troppo grande la tentazione di dar vita a un partitucolo tutto suo, magari con alla testa una donna, giusto per rimarcare la propria altezzosa esclusività. Quanti cattolici convergeranno sotto le nuove bandiere ? Non ho dubbi che saranno pochi, pochissimi; tanti quanti le statuine dei presepi di alcuni oratori.


 

18 settembre 2018

Caro Matteo. Stacca la spina/2

di Marco Sambruna
Vorrei spiegare in modo più articolato perché il sequestro dei fondi alla Lega da catastrofe può diventare una opportunità eccezionale per sotttarsi a una situazione altrimenti pericolosa.
Come sovranista sono sempre più sconcertato dalla deriva governativa. Il motivo? Semplice: il governo gialloblu dopo i proclami massimalisti e rivoluzionari sta riducendosi al minimalismo striminzito di un governicchio insignificante.
Insomma l’esecutivo pare stia ripercorrendo la traiettoria di Tsipras: partirono rivoluzionari, finirono istituzionalizzati. In altri termini il temuto flop dovuto a una progressiva sinistrizzazione del programma politico contenuto nel contratto sta diventando una deludente realtà perché sono soprattutto gli aspetti caldeggiati dalla Lega a essere annacquati mentre quelli grillini appaiono ben più salvaguardati.

Ora il motivo del flop dei provvedimenti che piacciono alla Lega è dovuta sia a errori, sia a interferenze esterne: tra gli errori intrinseci quello di aver ceduto la presidenza del Senato a un esponente di Forza Italia e di aver accettato ministri forzisti, montiani e sinistrati in posizione chiave; tra le interferenze esterne il clima politico ostile alla Lega creato dal “rumore sociale” prodotto dal media system, dalle minacce UE,  dai vari influencer e opinionisti progressisti, dagli organismi sovranazionali, da taluni settori della chiesa, dal “fuoco amico” di certi stellati, dalle resistenze di alcuni ministri, e altro ancora tutti protesi alla  mostrificazione della componente più sovranista dell’esecutivo.
Sugli errori intrinseci non è più possibile rimediare salvo improbabili rimpasti di governo per cui concentriamoci sulle cause esterne: si è creato un clima politico generale che tende a boicottare gli aspetti più marcatamente sovranisti annunciati dall’esecutivo che spesso risultano ridimensionati o lasciate cadere nel dimenticatoio.

Breve e parziale elenco di ciò che avrebbe voluto fare la Lega rispetto a ciò che è stato fatto dal governo:


Proposta legge
Borghi: annunciati mini bot ossia mini assegni circolari paralleli all'euro.
Risultato effettivo
Nulla di fatto.

Proposta legge
Siri: annuncio di titoli di stato per le famiglie italiane con interesse maggiorato al fine di sovranizzare il debito.
Risultato effettivo
Nulla di fatto.

Proposta legge
Annunciati investimenti produttivi anche in presenza di deficit al fine di rilanciare occupazione e consumi anche senza il consenso della UE.
Risultato effettivo
Dietrofront, i parametri fissati da Bruxelles saranno rispettati come affermato da Tria pochi giorni fa.

Proposta legge
Flat tax: annunciate due sole aliquote da realizzare prioritariamente e velocemente.
Risultato effettivo
Dietrofront, le aliquote probabilmente saranno tre e da realizzare nel corso dell'intera legislatura cioè in tempi lunghi.

Proposta legge
Annuncio della normalizzazione dei rapporti con la Russia.
Risultato effettivo
Nulla di fatto, le sanzioni alla Russia restano.

Proposta legge
Annuncio dell’ eliminazione o riduzione del numero di vaccini obbligatori.
Risultato effettivo
Nulla di fatto, il numero di vaccini obbligatori resta invariato.


In compenso hanno trovato piena accoglienza i desiderata stellati su "decreto dignità” che peraltro condivido pienamente e la cosiddetta legge "spazza corrotti" che se non sarà modificata è un provvedimento legislativo da Cambogia anni 70: come sempre infatti  le pulsioni forcaiole nella loro ira funesta non distinguono gradazioni a seconda della gravità del reato: tutti colpevoli allo stesso modo  con i peccatucci veniali quasi equiparati ai peccatoni mortali.

E’ chiaro che lungo questa strada la Lega è destinata a logorarsi nella percezione degli elettori potendo realizzare nella migliore delle ipotesi solo delle mezze misure. Infatti una certa accondiscendenza degli elettori c’è e ci sarà solo nei primi mesi di governo, ma a medio e lungo termine le mezze misure e le proposte abortite provocheranno un’emorragia di consensi. Inoltre non è da escludere che questo logorio della Lega sia pianificato allo scopo di far floppare il sovranismo in Italia. Ma ora per Salvini si presenta una straordinaria occasione per staccare la spina al governo senza subire una lenta brasatura e senza pregiudicare il suo patrimonio di consensi.
Lo può fare adducendo non due pretesti, ma due realtà obiettive: la prima consiste nell’impossibilità di realizzare quanto promesso a causa delle interferenze esterne; la seconda consiste nella mancanza di fondi dopo il loro sequestro senza i quali è impossibile il normale funzionamento di un partito politico come sottolineato anche da Giorgetti e Conte.

Soprattutto l’azzeramento delle risorse economiche rappresenta un ottimo e plausibile motivo per sganciarsi da un governo che per la Lega assume sempre più l’aspetto di una trappola il cui scopo è logorarne l’immagine agli occhi degli elettori: dunque Salvini se vuole può far cadere il governo sottraendosi alla trappola senza troppo patirne perché davanti a una situazione obiettivamente difficilissima, cioè far funzionare un partito senza fondi, l’uscita dal governo appare sensata.
Qualcuno muoverebbe delle critiche a un imprenditore che deve cessare l’attività perché non ha soldi per pagare i dipendenti, i fornitori, le imposte?  In una situazione di questo tipo quasi tutti direbbero che per quanto spiacevole chiudere è la cosa più saggia da fare.

Quello che accadrà dopo un eventuale “caduta pilotata” del governo è un'incognita, ma fino a un certo punto: ci sarà probabilmente un governo progressista di minoranza ad interim come in Spagna e Slovenia guidato da un tecnico, dunque una sorta di Monti bis che propinerà al paese le solite “riforme strutturali” fatte di tasse, tagli alla spesa pubblica, cessione di sovranità alla UE, smantellamento dell’identità culturale e religiosa, ripresa degli sbarchi in nome della solidarietà, etc. le quali tuttavia avranno enormi difficoltà a essere approvate dalle camere e dovranno fare i conti con la crescente ostilità degli italiani proprio in vista di una scadenza elettorale importante. Infatti ci saranno le elezioni europee a maggio 2019 con probabile successo dei sovranisti che cambieranno profondamente la composizione del parlamento europeo.

Successivamente ci saranno nuove elezioni laddove vigono i suddetti governi di minoranza pro tempore tra cui l’Italia: a quel punto può vincere e di molto la coalizione di destra con, è vero, la zavorra di Forza Italia che con la gestione Tajani è un partito anti sovranista non meno di quanto lo sia il PD. Tuttavia rispetto alla situazione attuale ci sarebbero due novità positive: il nuovo esecutivo avrebbe la Lega in un ruolo di leadership e non gregario con Salvini premier e molti più ministeri rispetto ad ora; inoltre FI potrebbe portare in dote al nuovo governo diversi media favorevoli dal momento che ora non ce n’è ne nemmeno uno.

A meno di improvvisi coup de théâtre si tratta di scegliere se rischiare di finire decotti o di uscire di scena ora con la prospettiva di tornarvi molto più forte in seguito.


 

12 settembre 2018

Caro Matteo, stacca la spina

di Marco Sambruna
Caro Capitano,

ci ho pensato a lungo, ma alla fine sono arrivato a una conclusione: stacca la spina.
Te lo dico perché ti stimo così come stimo tutti coloro che amano l'Italia indipendentemente dal colore politico.  Ho l’impressione che tu sia troppo solo, di una solitudine drammatica, da film neorealista in bianco e nero, dunque una solitudine intensa e dolorosa quasi pasoliniana.
Ora hai anche un’ottima giustificazione per staccare la spina in modo indolore e perfettamente plausibile dal momento che, come hanno sottolineato anche alcuni tuoi sodali di governo, senza soldi non si può fare attività politica e dunque non resta che uscire di scena. 
Intendiamoci, hai fatto bene a partecipare a questo governo; se così non fosse stato ti avrebbero accusato di viltà o di aver consegnato il paese ai mondialisti e ai loro vassalli. Dunque questo tentativo andava fatto,  hai fatto quello che dovevi, la tua coscienza è tranquilla.

Hai contro tutti: il media system, i giornaloni, la UE, l'ONU, la CEI (Conferenza Ecumenica Interreligiosa), il GOI, la CGIL, l'ANA, la RAI, le ONG, l'UNHCR, l'ANPI, la BCE, i VIPS, star assortite, i catto progressisti, i papolatri, gli islamici, gli influencer e blogger progressisti, la sinistra di sinistra e quella di destra, qualche istituzione, elementi pentacolari e perfino dei ministri . E i tuoi amici invece? Quattro gatti: un solo giornale, qualche blogger e un pugno non di intellettuali - termine ormai troppo squalificato- ma di audaci pensatori. Più una quota significativa del popolo italiano il cui voto peraltro come abbiamo compreso non conta quasi nulla. Hai qualche estimatore all' estero, è vero, ma hanno già i loro problemi e più di tanto non possono sostenerti.

Dunque stacca la spina.
Ne ricaveresti numerosi vantaggi:

-ne guadagni in salute salvaguardando te stesso da ulteriori attacchi e interferenze varie;
-non ti logori politicamente con le mezze misure e le retromarce a cui sei costretto dall'ostilità generale e dai compromessi con gli alleati che alla lunga deludono l'elettorato;
-lasci che la responsabilità dello sfascio ricada su altri e non su di te;
-conservi intatto il tuo patrimonio di consensi senza pregiudicarlo nelle suddette mezze misure;
-ti liberi di qualche esponente pentacolare che ti ha sempre remato contro;
-puoi rientrate alla casa madre del cdx che se non altro ti è stata solidale nelle ultime vicende giudiziarie. Ci sarebbe la deriva eurocratica di FI a gestione Tajani questo è vero, ma per contro saresti candidato premier e riceveresti in dote i potenti mezzi mediatici di B.

Fatto questo rimanda tutti alle elezioni europee di maggio 2019 sperando in una probabile vittoria sovranista: a quel punto cambiata l'Europa potrà forse cambiare l'Italia.
Ma ora stacca la spina, sei troppo solo.


Un sovranista.

 

30 luglio 2018

Libri. Liberare la libertà. Fede e politica nel terzo millennio

Un libro di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI

di Samuele Pinna
Tra tutti gli scrittori che ho avuto il dono di conoscere personalmente colui che ho più frequentato con ammirazione e di cui ho studiato il pensiero è, senza dubbio, Joseph Ratzinger-Benedetto XVI.
È da poco stato pubblicato, per i tipi di Cantagalli, Liberare la libertà. Fede e politica nel terzo millennio (è il secondo volume della collana “Joseph Ratzinger. Testi Scelti”), che raccoglie una selezione di interventi e di scritti del Papa emerito dedicati al tema “fede e politica”. Il libro è, poi, impreziosito da un testo inedito dello stesso Benedetto XVI e dalla prefazione di Papa Francesco, il quale afferma: «Il rapporto tra fede e politica è uno dei grandi temi da sempre al centro dell’attenzione di Joseph Ratzinger/Benedetto XVI e attraversa l’intero suo cammino intellettuale e umano […]. E così, con un salto di trent’anni, egli ci accompagna alla comprensione del nostro presente, a testimonianza dell’immutata freschezza e vitalità del suo pensiero. Oggi infatti, più che mai, si ripropone la medesima tentazione del rifiuto di ogni dipendenza dall’amore che non sia l’amore dell’uomo per il proprio ego, per “l’io e le sue voglie”. […] sono particolarmente lieto di potere introdurre questo secondo volume dei testi scelti di Joseph Ratzinger sul tema “fede e politica”. Insieme alla sua poderosa Opera omnia, essi possono aiutare non solo tutti noi a comprendere il nostro presente e a trovare un solido orientamento per il futuro, ma anche essere vera e propria fonte d’ispirazione per un’azione politica che, ponendo la famiglia, la solidarietà e l’equità al centro della sua attenzione e della sua programmazione, veramente guardi al futuro con lungimiranza» (pp. 5-7).

Il testo, molto denso e ricco di profonde riflessioni, è quasi impossibile da sintetizzare. Forse, è più interessante lasciare un piccolo assaggio del volume (sono le pagine 31 fino a 34), mostrandone così – semmai ce ne fosse bisogno – la bellezza della prosa e la profondità dei contenuti.

«Che cos’è la verità? La domanda del pragmatico – scrive Benedetto XVI –, buttata lì con scetticismo, è una domanda molto seria, nella quale effettivamente è in gioco il destino dell’umanità. Che cosa è, dunque, la verità? Possiamo riconoscerla? Può essa entrare, come criterio, nel nostro pensare e volere, nella vita sia del singolo che in quella della comunità?
La definizione classica formulata dalla filosofia scolastica dice che la verità è “adaequatio intellectus et rei – corrispondenza tra intelletto e realtà” [Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae I, q. 21, a. 2c.]. Se la ragione di una persona rispecchia una cosa così come essa è in se stessa, allora la persona ha trovato la verità, ma solo una piccola parte di ciò che esiste realmente, non la verità nella sua grandezza e interezza. Con un’altra affermazione di San Tommaso ci avviciniamo già di più alle intenzioni di Gesù: “La verità è nell’intelletto di Dio in senso vero e proprio e in primo luogo (proprie et primo); nell’intelletto umano, invece, essa è in senso vero e proprio, e derivato (proprie quidem et secundario)” [Id., De ventate, q. 1, a. 4c]. E così s’arriva infine alla formula lapidaria: Dio è “ipsa summa et prima veritas — la stessa somma e prima verità” [Id., Summa Theologiae I, q. 16, a. 5c].
Con questa formula siamo vicini a ciò che Gesù intende dire quando parla della verità, quando dice che è venuto nel mondo per dare testimonianza alla verità. Nel mondo, verità e opinione errata, verità e menzogna sono continuamente mescolate in modo quasi inestricabile. La verità in tutta la sua grandezza e purezza non appare. Il mondo è “vero” nella misura in cui rispecchia Dio, il senso della creazione, la Ragione eterna da cui è scaturito. E diventa tanto più vero quanto più si avvicina a Dio.

L’uomo diventa vero, diventa se stesso se diventa conforme a Dio. Allora egli raggiunge la sua vera natura. Dio è la realtà che dona l’essere e il senso. “Dare testimonianza alla verità” significa mettere in risalto Dio e la sua volontà di fronte agli interessi del mondo e alle sue potenze. Dio è la misura dell’essere. In questo senso, la verità è il vero “re” che a tutte le cose dà la loro luce e la loro grandezza. Possiamo anche dire che dare testimonianza alla verità significa che, partendo da Dio, dalla Ragione creatrice, si rende la creazione decifrabile e la sua verità accessibile in modo tale che essa possa costituire la misura e il criterio orientativo dell’uomo nel mondo, che ai grandi e ai potenti si faccia incontro il potere della verità, il diritto comune, il diritto della verità. Diciamolo pure: la non-redenzione del mondo consiste, appunto, nella non-decifrabilità della creazione, nella non-riconoscibilità della verità, una situazione che poi conduce inevitabilmente al dominio del pragmatismo, e in questo modo fa sì che il potere dei forti diventi il dio di questo mondo.

A questo punto, come uomini moderni, siamo tentati di dire: “Grazie alla scienza, per noi la creazione è diventata decifrabile”. Di fatto, ha detto ad esempio con lieto stupore Francis S. Collins, che ha diretto lo Human Genome Project: “Il linguaggio di Dio è stato decifrato” [cfr. Il linguaggio di Dio. Alla ricerca dell’armonia fra scienza e fede, Sperling & Kupfer, Milano 2007]. Sì davvero, nella grandiosa matematica della creazione, che oggi possiamo leggere nel codice genetico dell’uomo, percepiamo il linguaggio di Dio. Ma purtroppo non il linguaggio intero. La verità funzionale sull’uomo è diventata visibile. Ma la verità su lui stesso – su chi egli sia, di dove venga, per quale scopo esista, che cosa sia il bene o il male – quella, purtroppo, non la si può leggere in questo modo. Con la crescente conoscenza della verità funzionale sembra piuttosto andare di pari passo una crescente cecità per “la verità” stessa, per la domanda su ciò che è la nostra vera realtà e ciò che è il nostro vero compito.

Che cos’è la verità? Non soltanto Pilato ha accantonato questa domanda come irrisolvibile e, per il suo ufficio, impraticabile. Anche oggi, nella disputa politica come nella discussione circa la legislazione del diritto, per lo più si prova fastidio per essa. Ma senza la verità l’uomo non coglie il senso della sua vita, lascia, in fin dei conti, il campo ai più forti. “Redenzione” nel senso pieno della parola può consistere solo nel fatto che la verità diventi riconoscibile. Ed essa diventa riconoscibile, se Dio diventa riconoscibile. Egli diventa riconoscibile in Gesù Cristo. In Lui Dio è entrato nel mondo, e ha così innalzato il criterio della verità in mezzo alla storia. La verità esternamente è impotente nel mondo, come Cristo, secondo i criteri del mondo, è senza potere. Non possiede alcuna legione. Viene crocifisso. Ma proprio così, nella totale mancanza di potere, Egli è potente, e solo così la verità diviene sempre nuovamente una potenza. Nel colloquio tra Gesù e Pilato si tratta della regalità di Gesù e quindi della regalità, del “regno” di Dio. Proprio nel colloquio di Gesù con Pilato si rende evidente che non esiste alcuna rottura tra l’annuncio di Gesù in Galilea – il regno di Dio – e i suoi discorsi in Gerusalemme. Il centro del messaggio fino alla Croce – fino alla iscrizione sulla croce – è il regno di Dio, la nuova regalità che Gesù rappresenta. Il suo centro è, però, la verità. La regalità annunciata da Gesù nelle parabole e, infine, in modo del tutto aperto davanti al giudice terreno è, appunto, la regalità della verità. L’innalzamento di queste regalità quale vera liberazione dell’uomo è ciò che interessa».


 

12 giugno 2018

Governo. Prove di disinnesco al G7

di Marco Sambruna
La recente partecipazione di Giuseppe Conte al vertice del G7 in Canada dietro il sipario delle dichiarazioni ufficiali ha lasciato trasparire quello che sarà forse il principale motivo di conflitto fra Lega e M5S.

Infatti a proposito dei rapporti con la Russia Conte, a nome evidentemente del governo italiano, ha assunto una posizione che è un capolavoro di ambiguità. Il Presidente del Consiglio ha detto in sintesi di essere d’accordo con Trump circa le aperture alla Russia, ma di condividere anche le posizioni UE circa il mantenimento delle sanzioni finché non muterà l’atteggiamento russo verso l’Ucraina.
Questa dichiarazione, oltre a rappresentare la quintessenza del qualunquismo tipico della preistoria democristiana profila un pericolo che si va delineando all’orizzonte: quello di una “normalizzazione” del governo il quale, dopo i primi proclami roboanti, si allinea gradualmente al mainstream del pensiero progressista dettato dalla UE.

Insomma potrebbe accadere al nuovo esecutivo quello che è già accaduto a Tsipras in Grecia il quale partì rivoluzionario e finì istituzionalizzato.

In altre parole la posizione di Conte al G7 può prefigurare quella che sarà la prossima linea di tendenza del governo e al contempo la faglia di frattura fra Lega e M5S.
La Lega infatti è una realtà che parte da premesse chiare e intransigenti riguardo una molteplicità di temi come le posizioni critiche verso la UE, l’atteggiamento filorusso in quanto sovranista (e non sovranista in quanto filorusso), le politiche anti immigrazioniste. Il Carroccio si presenta dunque come forza rivoluzionaria in quanto dissidente verso il mondialismo elitario.
Il M5S ha invece una fisionomia politica duttile e flessibile che si presta a più interpretazioni, dal sovranismo monetario di di Maio e Grillo al massimalismo progressista di Fico o Sibilla. Ma proprio grazie o a causa di questa duttilità il M5S è molto più facilmente “normalizzabile” e “omogeneizzabile” per renderlo conforme al frullatone libertario e nichilista che ha infettato l’occidente.

Di fronte a questa duttilità pentastellata facilmente adattabile alle circostanze del momento la Lega, convivendo al governo con le tendenze qualunquistiche grilline emerse con particolare evidenza dalla dichiarazione di Conte al G7, deve fare attenzione a non farsi disinnescare della sua carica rivoluzionaria potenzialmente eversiva per il Potere.

Il Potere è infatti abilissimo ad annullare le opzioni che lo ostacolano applicando il metodo che possiamo qui definire come “disinnesco graduale” - peraltro già adottato dal gesuitismo che sembra caratterizzare la chiesa odierna - col fine di trasformare posizioni massimaliste potenzialmente eversive in posizioni minimaliste del tutto innocue.

Il primo passo lungo questo iter di disinnesco consiste nell’adottare un linguaggio qualunquistico costellato di avversative. Così, ad esempio, si è per l’apertura alla Russia, ma anche per il mantenimento delle sanzioni UE; si è per filtrare i flussi immigratori tuttavia senza pregiudicare i rapporti coi paesi di origine degli immigrati; si è per il sostegno alle famiglie naturali, però non si trascurano altri tipi di unioni, etc. Questa strategia cerchiobottista se si consolida è tale da provocare, di cedimento in cedimento, la penetrazione nelle politiche governative di elementi tipici del progressismo laicista dominante in Europa occidentale su temi di primaria importanza.
In definitiva è certo che il Potere proverà in tutti i modi a disinnescare gradualmente la Lega sostenendo le tendenze progressiste che coabitano all’interno del qualunquismo del M5S con altri orientamenti, per provocare infine uno smottamento a sinistra di tutta la compagine governativa. In questo senso la dichiarazione di Conte al G7 o quelle di Fico a sostegno dei flussi migratori costituiscono già un primo preoccupante segnale d’allarme.

 

06 giugno 2018

Dare una chance al governo gialloverde per chiudere il '900

di Michele Peucezio
Nasce il governo 5 stelle-Lega, e ciò che saprà rappresentare questa nuova entità della politica italiana, è tutto da vedere, ma intanto ci sia consentito di distinguerci, come sempre, dal coro.
La Lega di Salvini, pur avendo la metà dei voti dei 5 stelle, è stata abile a contrattare e ottenere i posti chiave che stanno tradizionalmente a cuore all’elettorato di destra: immigrazione, famiglia, scuola, (oltre alla sempre più strategica agricoltura). Considerando solo un Fontana messo alle politiche famigliari e per la disabilità, con la relativa, immediata e isterica reazione delle vestali del politicamente corretto, non si può obiettivamente sostenere che potesse andare meglio, neanche con un governo di centrodestra “puro”. E anche se il buon Lorenzo non potrà fare molto contro leggi che solo una maggioranza parlamentare attualmente assente potrebbe seriamente rivedere o abolire, l’aver già vinto una battaglia simbolica significa iniziare un percorso di riscatto culturale, dopo gli anni del delirio arcobaleno.  Abbiamo forti riserve sul montiano Moavero Milanesi agli Esteri, ma speriamo che il “nostro” Savona agli Affari Comunitari sappia tenere testa a Juncker e soci.

A ispirare simpatia verso il nascente esecutivo anche ai più scettici basterebbe già solo l’impressionante fuoco di fila mediatico scatenato in maniera preventiva (e prevenuta) da parte dell’apparato mediatico pressoché al completo, dalle testate di regime (Corriere, Repubblica, Rai) ai giornali e le televisioni di Berlusconi, ormai schierati in maniera trasversale per la macchina del fango antigovernativa.

Ed è proprio sulla posizione di quest’ultimo mondo, quello dell’ex centrodestra berlusconiano, che vorremmo spendere parole di amarezza. E’ dal 2011, ovvero da quando il Cavaliere, piegandosi ai diktat sovranazionali, cadde rovinosamente, che è iniziata la china discendente di un personaggio a cui pure nessuno potrà negare, un giorno, la caratura di uomo politico a tutto tondo, capace di rompere le uova nel paniere a una sinistra che nel ’94 aveva già deciso di spartirsi l’Italia, ma che negli ultimi tempi, ponendosi esplicitamente come garante dei poteri forti e della troika, in funzione anti-populista, si è posto oggettivamente come spina nel fianco del fronte sovranista  (per non parlare delle prese di posizione laiciste e filo gender di più di una esponente del suo “cerchio magico”). Forza Italia ha deciso di collocarsi all’opposizione, criticando aspramente il connubio tra le posizioni “liberali” leghiste e quelle “stataliste” pentastellate.

Quello che i “moderati” dimenticano è che fu proprio il centrodestra a inaugurare, un quarto di secolo fa, l’inedita alleanza fra i ceti produttivi della piccola-media imprenditoria del Nord e un Sud stanco di assistenzialismo e desideroso di riscatto. L’alleanza gialloverde (o gialloblu, secondo la significativa svolta cromatica e simbolica della nuova Lega nazionale di Salvini) non fa che riproporre in formato 2.0 quello schema, stavolta magari svincolato da conflitti di interesse personali e con quel giusto tocco di amore per la legalità, che quando non diventa giustizialismo giacobino è coerente con la tradizione di una destra che si riconosce in eroi come Paolo Borsellino e non può più accettare corrotti e mafiosi nelle istituzioni.

Berlusconi ha promesso una “rivoluzione liberale” e una riforma della giustizia, ma impelagandosi in oltre due decenni in processi magari dettati spesso da accanimento giudiziario-politico, che però potevano appigliarsi alle ombre presenti nella vita imprenditoriale e privata del Cavaliere, mentre poco o nulla si è fatto in direzione della certezza della pena e della sicurezza. Perché non dare ora una chance alla coalizione composta da 5 stelle e Lega, dove vi sono ugualmente giuste pulsioni “giustizialiste” e “garantiste”, “liberali” e “stataliste”  meritevoli di essere conciliate, specie con un premier competente, ragionevole ed equilibrato come Conte?
 Bisogna prendere atto una volta per tutte che un mondo, quello delle contrapposizioni otto-novecentesche, è finito: e se le nuove categorie, quelle dello scontro tra elites e popoli, o se si vuole citare un saggio profetico di Marcello Veneziani di una ventina di anni fa, tra “comunitari e liberal”, vi sembrano troppo generiche, ricordate sempre che la storia sarà anche, in qualche misura, ciò che vorremo noi. La sfida è appena cominciata…