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19 febbraio 2018

Le stragi in Usa sono frutto della tensione sociale

di Alessandro Rico
@ricoalessandro
L’ennesimo episodio di violenza verificatosi in una scuola americana ad opera di un giovane squilibrato, che si dice facesse parte di un’organizzazione di suprematisti bianchi, ha infiammato di nuovo il «redattore unico». Il quale, sui media di tutto il mondo, ci catechizza sull’urgenza di disarmare il popolo statunitense e sulla pericolosità dei razzisti. Peccato che persino uno studio dell’Università di Pittsburgh, rilanciato dal Washington Post (mica da Breitbart News), sostenga che chi detiene legalmente armi sia responsabile di meno di un quinto degli omicidi commessi negli Usa.

Ma non è su questo aspetto che vorrei soffermarmi qui. È della questione razziale che vorrei parlare. Perché forse è lì che si annida la spiegazione delle turbolenze, inclusi alcuni massacri in cui ha fatto capolino il movente dell’odio etico, che scuotono la società americana. La quale è oramai sull’orlo di una guerra civile razziale, con uno dei due principali partiti, il Partito Democratico, ben disposto a favorirla, pur di assicurarsi la conservazione delle leve del potere.

Praticamente tutte le statistiche demografiche sono concordi nel rilevare come, negli Stati Uniti, sia ormai imminente la sostituzione etnica – quella che gli intellettuali progressisti considerano un’ossessione complottista, come se la storia mondiale non ne avesse mai registrata nessuna, neppure nel continente americano.

Secondo l’Ufficio del censimento (cioè secondo lo stesso governo centrale), entro il 2042 i bianchi non ispanici (ossia i bianchi di origine europea, il nucleo originario della nazione) non costituiranno più la maggioranza della popolazione (attualmente sono circa il 60%), pur rimanendo il gruppo etnico più consistente (intorno al 46% del totale). Verso la metà del secolo, al contempo, i neri diventeranno circa il 15% della popolazione complessiva, gli asiatici circa l’8%, i meticci circa il 6% e i latini il 28%. Aggiungerei che, andando avanti ancora di qualche decennio, la scomparsa dei bianchi non ispanici sarà inesorabile, visto che già entro il 2065, secondo una proiezione effettuata dal Paw Research Center, l’88% dell’incremento della popolazione americana sarà dovuto agli immigrati, in prospettiva soprattutto asiatici (38%), seguiti dai latini (31%), e dai neri (9%), mentre la percentuale di immigrati bianchi oscillerà tra il 18 e il 20%. Per il Census Bureau, nel 2060 solo il 36% degli under 18 sarà composto da bianchi non ispanici, che oggi invece sono il 52%.

È soprattutto sulla prevista assenza di una maggioranza etnica, però, che bisogna concentrarsi per comprendere il potenziale violento della futura società americana. Già oggi le tensioni tra le diverse razze sfociano in conflitti: non solo quegli eccidi di massa perpetrati da bianchi presunti razzisti, ma specialmente i disordini, il degrado, lo spaccio di droga e le uccisioni che si susseguono negli Stati, nelle città e nei quartieri dove è più forte la presenza di ispanici e persone di colore. Un solo dato, giusto per avere un’idea: alcune delle città con il più alto tasso di omicidi, come Chicago, Detroit (dove la violenza è stata spaventosamente aggravata dalla crisi economica), Memphis, o New Orleans, sono anche le città in cui i neri rappresentano la maggioranza della popolazione. Fa eccezione la sola Kansas City, dove però i bianchi non ispanici sono il 55% del totale degli abitanti e le minoranze etniche, neri più latini, costituiscono comunque circa il 40% della popolazione.
Il punto è che tali tensioni sono destinate a inasprirsi man mano che uno dei gruppi etnici, quello dei bianchi di origine europea, perderà la propria posizione numericamente dominante.

La storia e le evidenze statistiche ci insegnano che il famoso melting pot, lungi dall’essere il fulgido esempio di pacifica convivenza tra razze differenti glorificato dai liberal, è la via maestra per la stratificazione sociale, la diffusione del malcontento, dell’intolleranza e del rancore, quindi per il conflitto e la dissoluzione della società. La quale, come ogni organismo, richiede un certo grado di omogeneità. Presto, quelli che oggi sono episodi criminali, scontri tra polizia e delinquenti (inclusi i soprusi delle forze dell’ordine, sovente esito dell’esasperazione e delle pressioni cui sono sottoposti gli agenti nelle zone più turbolente), attacchi motivati da odio etnico, sfoceranno in un’aperta guerra civile razziale, favorita dal cambiamento del peso specifico di ciascun gruppo, oltre che dal cinismo del Partito Democratico.

La sensazione, effettivamente, è che quello di Donald Trump sia soltanto uno degli ultimi sussulti del cosiddetto «maschio bianco eterosessuale». Basta andare a vedere chi ha votato chi nel 2016. Bianchi: 58% Trump, 37% Clinton. Neri: 88% Clinton, 8% Trump. Asiatici: 65% Clinton, 29% Trump. Latini: 65% Clinton, 29% Trump (una riflessione si potrebbe fare pure sulla composizione religiosa degli elettori: Trump ha vinto presso tutte le confessioni cristiane, mentre musulmani ed ebrei hanno premiato la Clinton. E indovinate quali saranno la seconda e la terza religione negli Stati Uniti di qui a quarant’anni…). Ecco perché i Democratici sono il partito degli immigrati. È quella la loro base elettorale. E per consolidare il trend demografico che assicurerà ai liberal di occupare stabilmente la Casa Bianca nei prossimi decenni, costoro faranno di tutto affinché la guerra razziale scoppi il prima possibile. 
E affinché i bianchi non ispanici, i quali detengono circa la metà delle pistole e dei fucili legali del Paese (ciò che probabilmente ancora trattiene le altre minoranze dall’escalation), siano disarmati attraverso una serie di leggi restrittive e, infine, con l’abolizione del Secondo emendamento.

Tutto torna. E non basteranno Bannon, The Donald o qualche invasato a impedire quello che, a questo punto, pare inevitabile. Per l’Europa, però, c’è una chance. È vero, infatti, che gli Usa sono una fotografia del nostro futuro. Ma è vero pure che, nonostante gli ultimi sette anni di deportazione dell’Africa sub-sahariana nel territorio europeo, grazie alle campagne militari della Francia e dell’amministrazione Obama (quello che è contrario alle armi, per intenderci), per lo più il Vecchio Continente, fatta eccezione per certe metropoli e la Svezia, è ancora in tempo per evitare di fare la stessa fine. Qualcuno osservi gli africani in coda alle primarie del Pd, o ricordi gli appelli per lo ius soli della Kyenge e faccia due più due. La storia ci sarà maestra. Tutto sta a essere buoni scolari.
 

28 gennaio 2018

La Liguria e l'inganno fatale della contraccezione

di Alessandro Rico - Twitter @ricoalessandro
(da La Verità) 
Quello che rivelano i dati dell’ultimo rapporto del Ministero della salute sull’applicazione della legge 194, che a maggio compirà quarant’anni, può sorprendere solo chi crede che a una maggior diffusione della contraccezione, in particolare quella ormonale, considerata la più efficace, corrisponda necessariamente una diminuzione delle interruzioni volontarie di gravidanza. E invece, per quanto sembri scontata tale correlazione, il caso della Liguria testimonia come sia una certa mistificazione culturale e antropologica la vera radice della pratica dell’eliminazione del feto, indipendentemente dal massiccio ricorso ai metodi contraccettivi.

Come riportato anche dal quotidiano genovese Il Secolo XIX, infatti, la Liguria è «in vetta alle statistiche nazionali per il numero di aborti in proporzione alla popolazione (8.8 interruzioni di gravidanza ogni mille donne in età fertile, quasi 270 aborti ogni mille nati vivi); registra il dato più alto in assoluto per gli aborti tra le giovanissime (4.3 su mille tra i 15 e i 17 anni)» e presenta pure il primato nel ricorso alle tecniche non invasive di interruzione della gravidanza, quali la controversa pillola Ru486, definitivamente approvata in Italia nel 2009, che provoca l’espulsione dell’embrione dopo circa 48 ore dall’assunzione. All’ospedale Villa Scassi di Sampierdarena, addirittura, la percentuale di aborti con la pillola supera il 66%.

Al tempo stesso, però, la Liguria è altresì una delle regioni in cui è più diffuso l’utilizzo della pillola anticoncezionale (da non confondere, appunto, con la pillola abortiva Ru486, che in quanto tale è assunta non per «prevenire», bensì per interrompere la gravidanza). Secondo i dati Istat/Imf, il Settentrione è in generale più disposto all’impiego dei metodi contraccettivi. E se, a livello nazionale, la contraccezione ormonale viene usata dal 16.2% della popolazione femminile, molto meno rispetto alla media europea, la percentuale sale, in Liguria, fino al 20.1%. Dietro soltanto alla Valle d’Aosta, la quale, con il 23%, ha però un tasso di aborti in rapporto alla popolazione soltanto di poco inferiore a quello ligure, e alla Sardegna, con il 30.3% e un’abortività che, invece, è al di sotto delle sei interruzioni di gravidanza ogni mille nati vivi.

Può meravigliare che il collegamento, all’apparenza tanto ovvio, tra incremento della contraccezione e diminuzione degli aborti, sia poi smentito dai fatti. Eppure, quello della Liguria non è nemmeno l’esempio più eclatante. È la Francia a offrire lo scenario più preoccupante. Nella patria del ’68; nella culla della rivoluzione sessuale europea e dell’emancipazione femminile, dove, nel febbraio 2017, fu approvata una legge per l’estensione del reato di «ostacolo all’interruzione volontaria di gravidanza» ai siti web pro-life; nel Paese in cui il 50% delle donne tra i 15 e i 49 anni assume la pillola anticoncezionale, circa una donna su tre ha abortito almeno una volta. Oltralpe, quello dei bimbi non nati è oramai un fenomeno dalle proporzioni bibliche, una vera e propria strage degli innocenti: si parla di quasi 210.000 aborti l’anno, un dato mantenutosi più o meno costante dall’inizio del XXI secolo. Sono cifre fortunatamente lontane da quelle registrate in Italia: nel nostro Paese, nel 2016 sono state praticate circa 85.000 interruzioni volontarie di gravidanza, in calo del 3% rispetto all’anno precedente. Gli aridi numeri, tuttavia, assumono una colorazione diversa nel momento in cui quei feti vengono considerati non più come scomodi fardelli di cui liberarsi, bensì come doni rifiutati, possibilità annientate, vite rubate.

Checché se ne dica sull’efficacia della «liberalizzazione» dell’aborto introdotta dalla legge 194, a spiegare perché, spesso, la contraccezione non riduca le interruzioni volontarie di gravidanza, è la «cultura dello scarto» denunciata da Papa Francesco, quella che ci induce al disprezzo degli «esseri umani più deboli e fragili, cioè i nascituri, i più poveri, i vecchi malati, i disabili gravi». Ed è grave che queste stragi siano gabellate per conquiste di libertà. Così, la soppressione di chi ha contratto una malattia o è portatore di handicap, persona ingombrante, poiché ci ricorda l’abisso di dolore in cui può precipitare l’esistenza umana, viene spacciata per un gesto di pietà e di trionfo dell’autodeterminazione. L’uccisione, nel grembo delle madri, di bambini trattati alla stregua di «grumi di cellule», pratica barbara che, da candidata alla presidenza, Hillary Clinton proponeva di prolungare, in certi casi, persino fino al nono mese, viene infiocchettata con la menzogna della «salute riproduttiva» o della «libertà di scelta» delle donne. Gli stessi slogan cui faceva ricorso Planned Parenthood, la catena americana di cliniche abortiste scoperta a smerciare illegalmente parti anatomiche dei feti. La stessa concezione sbandierata dalle femministe, sedicenti anticapitaliste ma feroci «proprietariste», allorché in ballo c’è il diritto, l’unico vero diritto «indisponibile», alla vita.
Alla fin fine, il paradosso non è tanto che la diffusione della contraccezione non sia immediatamente connessa a una riduzione degli aborti. L’assurdità è che, mentre il nostro Paese raggela in un inverno demografico cui ci si propone di rimediare deportando disperati dall’Africa, dal 1978 si sia impedito di nascere a quasi sei milioni di italiani. Forse non è un caso, se sono tanti quanti gli ebrei massacrati dai nazisti.
 

13 gennaio 2018

La Chiesa d’Irlanda incensa i massoni. I vescovi italiani strizzano l’occhio a Renzi

di Alessandro Rico
Il 7 gennaio scorso è morto a Dublino Peter Sutherland: commissario europeo per la Concorrenza, primo direttore generale dell’Organizzazione mondiale del commercio, direttore non esecutivo di Goldman Sachs, membro del comitato supervisore di Allianz, esponente della Commissione Trilaterale, rappresentante speciale del segretario generale dell’Onu per le migrazioni, nel 2015, quest’uomo così ben integrato ai più alti livelli delle classi dirigenti globaliste, ha coronato la propria gloriosa carriera diventando consigliere dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica e presidente della Commissione cattolica internazionale per le migrazioni. Della figura di Sutherland, un massone premiato dalla Chiesa con incarichi di prestigio, ancorché sottoprodotti del dogma immigrazionista, che in Vaticano è ormai più sacro della Madonna, si è occupato diffusamente Maurizio Blondet pochi giorni prima che il consigliere di papa Francesco morisse.

Invece sorprende – o forse no, conoscendo il tipo – che l’arcivescovo di Dublino, Diarmuid Martin, abbia incensato Sutherland, definendolo un «uomo di profonda fede e un cattolico devoto», votato alla causa di migranti e rifugiati come espressione «di un’autentica convinzione radicata nella sua fede, riflesso della dignità di ogni persona umana e della fondamentale unità della famiglia umana». Insomma, nell’era di Bergoglio, un «cattolico devoto» è uno che crede nel multiculturalismo e chiede che l’Unione Europea lavori a indebolire l’omogeneità dei suoi Stati membri, perché gli individui devono potersi scegliere la nazione in cui vivere e perché i Paesi multiculturali sono più capaci di adattarsi ai cambiamenti economici. Tanto che non si capisce più se siano stati i massoni a piazzare Francesco sul soglio di Pietro, o se sia lui tanto fuori controllo da chiamare i massoni in Vaticano.

D’altra parte, lo stesso Primate d’Irlanda è uno che con i poteri forti si trova a proprio agio: ha rappresentato la Santa Sede davanti al Fondo Monetario Internazionale e alla Banca Mondiale e ha sostenuto tutte le battaglie che la massoneria globalista promuove, nel tentativo di erodere l’identità del cattolicesimo come argine alla mondializzazione. Già nel 2005 si espresse a favore dei sacerdoti omosessuali; per adeguarsi ai tempi e recuperare il «gap» tra la Chiesa irlandese e i giovani, poi, ha di fatto spalleggiato la norma sulle unioni civili, redarguendo il cardinale Seán Baptist Brady, che le aveva contestate. Il referendum del 2015, con cui in Irlanda sono state legalizzate le nozze gay, è il degno risultato di tanto impegno a favore della sacralità del matrimonio e della famiglia, da parte di un vescovo secondo cui la Chiesa «non è contraria ad altre forme di intimità».

E pensare che, a parere di monsignor Martin, la Chiesa soffrirebbe di un «deficit di credibilità». Peccato (è il caso di dirlo!) che a suo avviso ciò non dipenda proprio dal dilagare del modernismo e del lassismo (quando non del completo laidume morale), che privano la Chiesa della capacità di testimoniare concretamente la via della santità alternativa al «mondo», bensì, curiosamente, dall’opposizione dei cattolici al matrimonio gay e al suicidio. Di fronte a un vescovo che contesta la condanna ecclesiale del concubinato omosessuale e persino del suicidio, non sembra poi tanto assurdo che un esponente della Trilaterale, che sponsorizza l’ideologia immigrazionista, sia considerato un «cattolico devoto». 

Ma con l’episcopato nostrano noi italiani non ce la passiamo meglio. Sarò malizioso, però a me è sembrato che con le frasi pronunciate qualche giorno fa, monsignor Nunzio Galantino, segretario generale della Cei, dopo qualche tentato flirt con i 5 Stelle, abbia voluto strizzare l’occhio al Pd. «Serve un sussulto di onestà, realismo e umiltà da parte di chi ci chiede il voto», ha affermato il prelato, «il popolo distingue chi vende fumo da chi vuole rimettere in cammino l’Italia». Un concetto che somiglia tanto alle dichiarazioni di Matteo Renzi, quando condanna l’irrealizzabilità delle promesse di leghisti e grillini e sbandiera i presunti successi dell’esecutivo dem.
Proprio Galantino, in fondo, chiude il cerchio aperto dal vescovo Martin e dal massone Sutherland. Mentre la Cei si prepara in pompa magna alla Giornata del migrante, infatti, il capo dell’episcopato italiano, commentando la mancata approvazione dello ius soli, ha spiegato che «nessuno può essere apolide» e che «i nazionalismi esasperati portano a società chiuse». Il concetto di invasione, secondo Galantino, «è totalmente infondato» e, anzi, «dalle migrazioni sono nate nuove società di grande benessere come gli stessi Stati Uniti». Esattamente la stessa tesi di Sutherland: minare l’omogeneità dei popoli, rendere multiculturali le nazioni, poiché le società meticce si adattano meglio a questa economia della precarietà, come dimostrerebbero «Stati Uniti, Australia e Nuova Zelanda». A qualcuno non basta toccare il fondo; lo vuole raschiare.



 

17 dicembre 2017

Biotestamento: i "cattolici" che si dissociano… dai contrari!

di Alessandro Rico
Il biotestamento è legge, anche, se non soprattutto, grazie al contributo dei cattolici. Che quelli del Pd avrebbero alla fine appoggiato il provvedimento era ampiamente prevedibile. Sono anni che stigmatizziamo il cattolicesimo «adulto» e questa frangia, oramai, la diamo per perduta. Invece sorprende (o forse no) che altri movimenti, chi per disaccordi con i gruppi tradizionalisti, chi, forse, per compiacere i vertici della Chiesa, sempre più algidi sui temi etici, abbiano finito con il fare il gioco del nemico. Tanto da preoccuparsi di dissociarsi da altri cattolici contrari alle Dat, piuttosto che della stessa approvazione del testamento biologico.

Inqualificabili, innanzitutto, i Giuristi cattolici. Erano mesi che il loro presidente, Francesco D’Agostino, spiegava ai lettori del Sole24Ore quanto fosse necessaria una legge sul fine vita. Con l’avvento di Bergoglio e la rivoluzione che ha portato monsignor Nunzio Galantino ai vertici della Conferenza episcopale italiana, l’Unione dei giuristi cattolici si è prontamente riposizionata, abbandonando le scomode battaglie di retroguardia. E da ultimo, venerdì scorso, sul quotidiano degli industriali D’Agostino salutava le Dat come una svolta necessaria, definendo «fuori dalla realtà» i suoi fratelli (o fratellastri?) nella fede, i quali – sommo scandalo – ritengono addirittura che la dottrina non debba adeguarsi ai tempi e alle mode. Prima che il gallo canti, da giuristi cattolici diventerete giuristi progressisti.

Discutibile pure l’atteggiamento del Movimento per la vita, presieduto dall’onorevole Gian Luigi Gigli, membro del gruppo parlamentare Democrazia solidale. L’associazione, che almeno aveva più volte ribadito la propria opposizione al biotestamento, ha tuttavia messo la testa sotto la sabbia dinanzi al terrore giacobino, pardon, bergogliano. E alla comune battaglia contro l’eutanasia all’italiana, ha anteposto l’impellente necessità di dissociarsi dai pericolosi cattolici «oltranzisti», come li ha definiti l’onorevole Gigli, da me raggiunto telefonicamente, rei di promuovere uno scisma nella Chiesa di Roma (naturale: se il papa sta alterando la dottrina, la colpa dello «scisma» è di chi la difende).

Certo, al presidente del Mpv e parlamentare di Demos si deve riconoscere il merito di aver sferzato i cattodem, definendo «vergognoso» il contributo da loro offerto all’approvazione delle Dat in Senato. Al telefono, Gigli mi ha confermato la contrarietà del Movimento per la vita al testamento biologico, ribadendone la distanza dai catto-progressisti (inclusi i giuristi di D’Agostino) e annunciando che l’associazione proseguirà la sua lotta contro la «dolce morte». Temiamo, però, che a questo punto sia troppo tardi. 

Nonostante Gaetano Quagliariello abbia già annunciato che il centrodestra sopprimerà questa legge, infatti, sappiamo bene che i «diritti civili» sono come un cancro aggressivo: una volta che attecchiscono, possono solo metastatizzare. Ecco il risultato di essersi preoccupati di più di distinguersi dai tradizionalisti che di testimoniare in piazza, tutti insieme, la Verità: avere offerto a Repubblica il pretesto per deridere i quattro gatti rimasti a manifestare contro le Dat, rilevando che persino il Movimento per la vita aveva rinunciato a protestare.
Eppure, non possiamo prendercela soltanto con i cattolici che si dissociano dai cattolici. L’impressione, al contrario, è che la responsabilità principale dell’ennesima grave sconfitta, una sconfitta innanzitutto per la vita e per l’uomo, sia proprio delle alte sfere della nuova Chiesa della misericordia. Quella che deve accogliere tutti, ma solo se sono musulmani, omosessuali, divorziati o radicali.

Basti pensare al gesto del capogruppo dei senatori Pd, Luigi Zanda, che qualche giorno fa ha «catechizzato» i suoi, cattodem inclusi, distribuendo una trascrizione del discorso del papa sul fine vita. Un tentativo di mistificazione, direte voi. Ma allora perché dalla sala stampa vaticana non è arrivata nessuna smentita, nessuna diffida a strumentalizzare le parole di Francesco, arrivate proprio a pochi giorni dalla calendarizzazione del voto sul biotestamento? Perché, anzi, Oltretevere si fa di tutto per ricoprire di oro, incenso e mirra l’infanticida Emma Bonino? A pensar male si fa peccato, ma chissenefrega, perché come scrisse Eugenio Scalfari, Bergoglio il peccato l’ha abolito. Mentre l’Occidente va in putrefazione morale, ci ritroviamo la Cei, con Galantino che occupa i media per parlare di immigrazione, mentre appare – com’è che disse papa Francesco? – «tiepidino» sulle questioni di bioetica. E ci ritroviamo monsignor Vincenzo Paglia, grande sponsor dell’omosessualismo, che a tappe forzate sta trasformando la Pontificia Accademia per la vita in una Pontificia Accademia per la morte. E non ha manco tutti i torti: vista la situazione, sarebbe meglio se questo squallido clero facesse harakiri.


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07 dicembre 2017

I dubia di un semplice cattolico sulle innovazioni di Papa Francesco


di Alessandro Rico


Che il papato di Francesco presenti molti segnali di rottura con la tradizione è ormai innegabile. Le ultime due mosse del pontefice, poi, sono probabilmente destinate ad aumentare ulteriormente la confusione che i cattolici semplici, ma non sempliciotti, stanno sperimentando in questi anni.
Nella settima puntata del programma Padre Nostro, condotto da don Marco Pozza e andato in onda ieri sera su Tv2000, l’emittente della Conferenza Episcopale Italiana, Jorge Mario Bergoglio ha rivelato la propria intenzione di modificare un passaggio della traduzione della più importante preghiera cristiana, quella che ci ha insegnato Gesù in persona. Si tratta del finale del Padre Nostro, in cui si recita: «E non ci indurre in tentazione». Il Papa ha infatti precisato: «Quello che induce in tentazione è Satana». Dio, che è un padre buono, «non mi butta nella tentazione per poi vedere come sono caduto. Un padre non fa questo, un padre aiuta ad alzarsi subito». Secondo Bergoglio, dunque, bisognerebbe seguire l’episcopato francese, che da domenica scorsa ha adottato la formula: «Et ne nous laisse pas entrer en tentation», ovvero: «E non lasciarci entrare in tentazione».
Bisogna innanzitutto segnalare che una nuova traduzione era già comparsa nell’edizione del 2008 della Bibbia approvata dalla Cei. Lì, il passo dei Vangeli di Matteo e Luca in cui si trova il Padre Nostro è stato reso così: «E non abbandonarci alla tentazione». Quello che vorrebbe fare il Papa, spalleggiato da Monsignor Bruno Forte, presidente della Conferenza Episcopale dell’Abruzzo-Molise oltre che grande sponsor delle unioni civili, è estendere tale traduzione alla formula liturgica che i fedeli usano durante la messa. Una decisione che solleva qualche perplessità.
Il testo greco del Vangelo utilizza infatti l’aoristo infinito (che indica un’azione colta al di fuori della sua dimensione temporale) del verbo eisphérein, composto del prefisso eis (verso) e phérein, che significa «portare». L’originale greco, dunque, allude inequivocabilmente all’atto del «condurre verso», che poi nella Vulgata latina è stato tradotto con il verbo inducere. La ragione di ciò appare più chiara osservando il complemento oggetto retto da eisphérein, ossia peirasmón, che significa «tentazione» oppure «prova». Quello che fa Dio, coerentemente con numerosi passi dell’Antico e del Nuovo Testamento, non è tentare sadicamente l’uomo per poterlo punire, ma è metterlo alla prova per forgiarne la fede e le virtù. Insomma, quella che piace al Papa sembra essere una traduzione tecnicamente inesatta, ma molto politicamente corretta, in linea con il magistero della «misericordia» e con l’immagine di un Dio bonaccione che, come un filosofo utilitarista, ha a cuore il nostro piacere piuttosto che il nostro bene.
Ma le perplessità, purtroppo, non terminano qui. Ieri, infatti, è stato confermato che, per espressa richiesta di Francesco, il Segretario di Stato Pietro Parolin ha inserito nel fascicolo 10/2016 degli Acta Apostolicae Sedis, facendone perciò magistero ufficiale, la lettera con cui Bergoglio si complimentava con il delegato della regione pastorale di Buenos Aires, Monsignor Sergio Alfredo Fenoy, per le linee guida sull’interpretazione dell’esortazione apostolica Amoris Laetitia redatte dall’episcopato argentino. In quella missiva, Francesco ribadiva che non erano possibili «altre interpretazioni» del capitolo VIII di Amoris Laetitia rispetto a quella fornita dai vescovi suoi connazionali, secondo i quali i divorziati entrati in una nuova unione, al netto di un percorso di discernimento individuale, potrebbero in certi casi essere ammessi al sacramento dell’Eucaristia.
Come hanno notato alcuni commentatori, in questo modo il Papa sembra rispondere indirettamente ai dubia sollevati mesi fa da quattro cardinali, Walter Brandmüller, Raymond Leo Burke, Carlo Caffarra e Joachim Meisner (gli ultimi due scomparsi quest’estate). I porporati già dal settembre 2016 avevano chiesto al pontefice, prima in forma privata e poi pubblicamente, di chiarire alcuni dubbi sulla sua esortazione apostolica, che dava l’impressione di voler alterare la tradizionale dottrina cattolica sul divieto, per i divorziati risposati, di ricevere la comunione. Bergoglio non ha mai risposto ufficialmente e non ha mai concesso udienza ai quattro, ma si può dedurre che ora abbia riconosciuto, più o meno esplicitamente, che le speranze dei progressisti (o le preoccupazioni dei conservatori) erano fondate.
Che ciò sia destinato a dare nuova linfa alla vita spirituale dei fedeli «irregolari», anziché accrescere il disorientamento, è discutibile. Quello del «discernimento» è un espediente collimante con la casuistica gesuitica, che rischia di moltiplicare l’arbitrio e di alimentare una religione «fai da te». Sebbene sia questa la posizione formale del successore di Pietro, d’altronde, i cattolici non sono per forza tenuti a condividerla. L’autorità del Papa, infatti, non può scavalcare e contraddire quella della Tradizione apostolica e della Parola di Dio che egli stesso ha il compito di trasmettere. Lo dice il Catechismo, mica i conservatori.



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03 novembre 2017

Paris Statement - il manifesto degli intellettuali conservatori europei


di Alessandro Rico
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Alcuni di voi avranno notato che pochi giorni fa, su Il Giornale, Luigi Iannone ha rilanciato il manifesto per la “vera Europa” sottoscritto da alcuni importanti intellettuali liberali e conservatori, tra i quali Roger Scruton, Pierre Manent e Robert Spaemann. Ecco il link ai 36 punti del Paris Statement.

Si tratta di una delle iniziative più importanti e stimolanti, anche per il suo respiro internazionale, che la destra europea abbia intrapreso finora (prendendo forse finalmente coscienza di sé). Le questioni sollevate nello scritto sono molte e molto complesse, ma vorrei trasmettervi un breve commento su alcuni punti salienti.

In primo luogo, è interessante che gli autori del manifesto contrappongano l’idea di una “vera Europa” a quella di una “falsa Europa”, fondata sul dominio di una tecnocrazia irresponsabile, votata a un’utopia multiculturale e appiattita sulla retorica della globalizzazione e sulle «superstizioni del progresso inevitabile». Per questo gruppo di intellettuali, l’Europa è minacciata «da una falsa comprensione di sé».

In secondo luogo, Scruton e gli altri sostengono che la vera essenza dell’Europa sia di essere una «comunità di nazioni»: il superamento dello Stato nazionale attraverso la creazione di organismi sovranazionali è solo un modo per allentare l’esercizio dei meccanismi di controllo democratici da parte degli elettorati. L’Europa è stata tanto più spiritualmente florida e culturalmente unita quanto più è stata suddivisa in una serie di Stati nazionali concorrenti. Queste entità politiche si sono spesso combattute anche duramente, ma non hanno mai perso la consapevolezza di appartenere a un’unica grande famiglia culturale. Peraltro, l’articolazione politica del continente, che ha consentito di oltrepassare la forma dell’impero (la quale pure aveva permesso di cementare quella unità spirituale che l’Europa non ha mai abbandonato), è all’origine dello ius publicum europaeum che, come ha sempre sostenuto Carl Schmitt, ha a lungo di incanalato e contenuto l’inimicizia tra gli Stati (non tra i popoli!), fino alla crisi di tale diritto internazionale moderno, esplosa drammaticamente con la comparsa delle “guerre totali”.

In terzo luogo, gli autori del manifesto condannano la falsa idea di libertà basata sul soddisfacimento immediato dei capricci edonistici (se non delle perversioni) che la postmodernità ci ha venduto. La liberazione dalle forme di «auto-controllo», nel campo del sesso o delle relazioni interpersonali e sociali, ha solo accresciuto l’insoddisfazione e il senso di solitudine di individui privati del loro orizzonte comunitario. È in questo vuoto che la globalizzazione ha lavorato ad alimentare l’atomizzazione, mentre un falso egualitarismo ci ha portato a respingere ogni manifestazione di gerarchia sociale. Al contrario, gli intellettuali della “vera Europa” propongono di ritornare dal sapere tecnico alla «saggezza», cioè a una naturale divisione dei ruoli fondata non tanto sulla certificazione asettica delle competenze, quanto sulla consapevole accettazione delle responsabilità che ciascuna funzione comporta. Per usare una formula ormai fuori moda: My stance and its duties.

Un quarto punto è l’assoluta primazia che questi intellettuali attribuiscono alla nostra comune eredità cristiana, condannando invece la chimera del multiculturalismo. Il punto è che quest’ultimo o coincide con una spersonalizzazione (o una colonizzazione) delle nostre comunità, oppure implica una volontà di coercizione e assimilazione nei confronti dei gruppi che ci fregiamo di accogliere. E probabilmente è con questa «cattiva coscienza» che le élite, secondo i sottoscrittori del Paris Statement, ci stanno imponendo l’agenda multiculturalista: sono falsamente e maliziosamente convinte che prima o poi gli immigrati accetteranno i nostri costumi e le nostre tradizioni politiche. Si sbagliano. Non si rendono conto che il multiculturalismo o sancirà la scomparsa della nostra, di cultura, o accrescerà esponenzialmente la conflittualità delle nostre società (e i due esiti non sono incompatibili tra loro).

Un quinto aspetto fondamentale è l’opposizione all’universalizzazione della logica di mercato. L’economia libera ha comportato enormi vantaggi e ha garantito al nostro mondo un sistematico vantaggio sui concorrenti, ma «non possiamo consentire che tutto sia in vendita». Secondo gli autori del manifesto, il buon funzionamento del mercato richiede un rafforzamento delle istituzioni giuridiche (rule of law, che potremmo tradurre con la formula non del tutto esaustiva di “supremazia del diritto") e sociali che non operano in base alle logiche di mercato.

In ultima istanza, vorrei sottolineare il giudizio che gli autori esprimono sul populismo. Pur biasimando il ricorso a «slogan semplicistici» e ad «appelli emotivi divisivi», costoro riconoscono che questo fenomeno politico rappresenta una «sana ribellione» contro il fallimento delle élite, del «fanatismo di centro» e della falsa idea di Europa. Naturalmente, le istanze del populismo vanno interpretate. Esso è destinato a fallire se si limiterà a invocare la scomparsa delle élite. Come insegnano teorici politici del calibro di Gaetano Mosca, il governo sarà sempre oligarchico (ci saranno sempre pochi che governano e molti che sono governati). Le élite non spariranno mai; quello che bisogna ottenere, piuttosto che la loro soppressione, è il miglioramento dei meccanismi di selezione e ricambio delle classi dirigenti. Ma di questo potremo parlare in una successiva occasione.


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13 ottobre 2017

Polonia. Tutta la verità sul "Rosario ai confini"

Un milione di polacchi recita il rosario ai confini nell’anniversario della battaglia di Lepanto. Una mobilitazione gigantesca permessa dalle associazioni catto-trad e dai social, cui la Conferenza episcopale nazionale e il partito di governo si sono accodati.

di Alessandro Rico

Una mobilitazione gigantesca ha portato, lo scorso 7 ottobre, un milione di polacchi a radunarsi lungo i confini nazionali per recitare il rosario. Questa sbalorditiva manifestazione si è svolta nel giorno in cui la Chiesa Cattolica celebra la Madonna del Rosario e in cui si commemora la battaglia di Lepanto del 1571, quando la Lega Santa voluta da papa Pio V, che aveva invocato l’intercessione di Maria, sconfisse la flotta musulmana dell’Impero ottomano. Un’enorme catena umana ha pregato perché la Vergine scongiuri il pericolo di secolarizzazione della Polonia e di islamizzazione dell’Europa. Ma chi ha reso possibile un evento di tale portata, che nonostante il tentativo di oscuramento da parte dei media, è finito persino sulle colonne del New York Times?

Ideatrice della manifestazione è stata l’associazione «Solo Dio basta». Uno dei suoi leader, Maciej Bodasiński, ha spiegato che il suo scopo era chiedere «la conversione della Polonia, dell’Europa e di tutto il mondo a Cristo» per allontanare il pericolo di una nuova guerra globale e del terrorismo, oltre che di riparare alle offese arrecate dal regime comunista polacco al Cuore Immacolato di Maria (cui il Paese fu consacrato nel 1946, atto rinnovato a giugno di quest’anno).

Si è mossa anche la «Fondazione per la protezione del ricordo della storia della Polonia», istituita nel 2016, tra i cui promotori figura il funzionario esperto di servizi di sicurezza e attivista Piotr Maria Woyciechowski. Essenziale, poi, il contributo dell’Istituto di cultura cristiana intitolato a Piotr Skarga, il teologo gesuita che fu uno dei principali artefici della Controriforma in Polonia.

L’associazione ha intrapreso una capillare campagna di mailing, spedendo a oltre 700.000 persone, i cui indirizzi erano stati tutti acquistati legalmente dai database delle agenzie pubblicitarie, una lettera di esortazione e dei rosari. L’Istituto è già attivo da tempo nella promozione dei valori cristiani, a difesa della famiglia tradizionale, della vita fin dal concepimento e della castità prematrimoniale. Nel 2011 aveva organizzato la campagna di sensibilizzazione «Non mi vergogno di Gesù», per la quale prestò il proprio volto la tennista numero quattro al mondo, Agnieszka Radwańska (in seguito allontanata per aver posato nuda su una rivista).

All’iniziativa di preghiera ha preso parte anche la Conferenza episcopale nazionale, la quale ha preferito accodarsi, dopo un iniziale scetticismo, avendo compreso che il passaparola tramite i social network stava raccogliendo numerosissimi riscontri. La presenza del presidente dei vescovi polacchi, monsignor Stanislaw Gadecki, potrebbe essere servita a mitigare il carattere esplicitamente anti-islamico dell’evento: Gadecki ha voluto infatti precisare che si è pregato per la pace nel mondo. Decisamente meno diplomatico l’arcivescovo di Cracovia, monsignor Marek Jedraszewski, il quale ha esortato a pregare «affinché le altre nazioni europee e il mondo intero comprendano che è necessario tornare alle radici cristiane della cultura europea, se vogliamo che l’Europa rimanga Europa».

Il «Rosario ai confini» non poteva non risultare gradito al partito di governo, Diritto e giustizia, che ha espresso il suo supporto alla manifestazione, contro la quale si sono dunque scagliate le forze politiche avversarie. Su Twitter, ad esempio, un ex membro del partito di opposizione Piattaforma Civica (di cui era esponente l’ex premier Donald Tusk), l’ha definita «una ridicolizzazione di massa del cristianesimo», accusando l’esecutivo di Adrzej Duda di usare la religione «come uno strumento per mantenere l’arretratezza nelle zone isolate della Polonia». Né potevano mancare le critiche del quotidiano di sinistra Gazeta Wyborcza (detenuto in parte dalla compagnia Agora SA, della quale l’immancabile George Soros possiede una quota dell’11%), che ha voluto accentuare la coloritura antirussa dell’iniziativa.

È impossibile negare che la mobilitazione, sostanzialmente partita dal basso, sia stata un successo. All’ottima riuscita hanno sicuramente contributo le tante associazioni che si sono spese per pubblicizzarla, oltre alla sua caratterizzazione ideologica in linea con l’agenda di governo. Si tratta comunque di un segnale importante: nel cuore del nostro continente, in uno dei Paesi dalla storia più tormentata, c’è un fronte cattolico e conservatore che non soltanto rappresenta un’alternativa filoamericana alla Russia di Vladimir Putin (la quale sconta tuttora la conventio ad excludendum da parte dell’Unione Europea), ma resiste strenuamente alle politiche immigrazioniste e all’austerità di Berlino e Bruxelles, nonché alle derive morali del pontificato di Francesco. Da questo punto di vista, è significativo che l’entusiasmo dei fedeli abbia alla fine costretto la Conferenza episcopale polacca a offrire il proprio sostegno al «Rosario ai confini»; decisione strategica ben lontana dal colpevole silenzio con cui la Cei di Nunzio Galantino ignorò il popolo del Family Day, di fatto avallando l’approvazione delle unioni civili in Italia.

Tratto da "La Verità"
 

07 ottobre 2017

Web. Il moderato Gentiloni sta per varare una legge iper liberticida

Lo Stato all’assalto di Internet e telefoni: grazie a Pd e M5S la nostra privacy è a rischio. Con la scusa di recepire una direttiva europea anti-terrorismo, deputati democratici e grillini hanno presentato due emendamenti liberticidi, che ora potrebbero essere approvati al Senato

di Alessandro Rico
Quello che è già successo negli Stati Uniti sta accadendo anche in Italia: con il pretesto della lotta al terrorismo lo Stato fagocita porzioni sempre più grandi delle nostre libertà civili.
La vicenda risale al mese di luglio. Nell’ambito del recepimento di una direttiva europea in materia di contrasto alle attività terroristiche, i deputati del Pd Walter Verini e Giuseppe Berretta, insieme all’onorevole Mara Mucci, grillina passata al gruppo misto, firmarono un emendamento che prevedeva l’allungamento dei tempi di conservazione di telefonate e metadati online (la cosiddetta retention) dagli attuali due a sei anni.

Un tempo sproporzionato, che contraddirebbe proprio le disposizioni Ue già vigenti, a parere del Garante della privacy Antonello Soro; un espediente per schedare i cittadini italiani, secondo Ugo Mattei, giurista dell’Università di Torino. Senza contare che più a lungo i nostri dati rimangono negli archivi, più è probabile che siano sottoposti a tentativi di hackeraggio, con enormi ripercussioni sul nostro diritto alla riservatezza. Come se non bastasse, un altro deputato piddino, Davide Baruffi, ha infilato in questa sorta di provvedimento omnibus un emendamento che sottrae ai giudici il diritto esclusivo di intervenire in forma cautelare sui contenuti del web; la competenza dovrebbe passare all’Agcom. Ma se è vero che il diavolo si nasconde nei dettagli, basta guardare poco più in profondità per rendersi conto di quanto possa essere insidioso questo emendamento: il Garante per le comunicazioni dovrebbe non solo occuparsi di rimuovere i contenuti giudicati illeciti, ma anche di impedirne la pubblicazione su altri siti. Data la mole di dati presenti sul web, l’unico modo per adempiere a questo compito sarebbe attraverso una sorta di tecnica di intercettazione di massa nota come Deep packet inspection. In pratica, un’agenzia amministrativa indipendente, senza alcun mandato da parte della magistratura, dovrebbe imbastire delle massive operazioni di pedinamento online, nascondendosi dietro la foglia di fico della protezione del diritto d’autore e del monitoraggio delle attività illecite.

Questi controversi emendamenti avevano già provocato, nei mesi scorsi, una pioggia di rimostranze. Contro le proposte approvate alla Camera si era espressa l’Associazione italiana Internet provider, segnalando il rischio di un aumento dei costi per i consumatori (più tempo si devono conservare e proteggere i dati, più le aziende devono investire risorse) e addirittura paventando l’abolizione delle «garanzie processuali per i cittadini». Ma anche la Ong europea che difende la libertà del web, la European Digital Rights di Bruxelles, aveva manifestato le proprie preoccupazioni in merito, con un comunicato sul suo sito ufficiale.

Il quadro generale appare ancora più fosco se il fatto viene letto in correlazione alla lista di 51 Organizzazioni non governative chiamate dal governo per arginare il fenomeno dei cosiddetti haters, gli utenti che su blog e social network pubblicano materiale etichettato come «omofobo», «islamofobo» o razzista. Come aveva denunciato proprio su La Verità Giorgio Gandola, nel mese di agosto il ministro della Giustizia Andrea Orlando aveva seraficamente dichiarato che questi soggetti non pubblici e non statali avrebbero dovuto costituire «efficaci contronarrative rispetto alla propaganda d’odio».

Tra le sigle interpellate per prendere parte al progetto, studiato dall’Unione europea su proposta di Italia e Germania, figurano l’Unione delle comunità islamiche italiane (sospettata di affiliazioni ideologiche ai Fratelli musulmani), la galassia gender di Arcigay, Arcilesbica e circolo Mario Mieli, i cattocomunisti della Comunità di Sant’Egidio e l’Associazione 21 luglio, Ong impegnata «nella promozione dei diritti delle comunità rom e sinti in Italia». In sostanza, questi giudici così politicamente connotati, soggetti «non pubblici e non statali», sarebbero stati incaricati dall’esecutivo a guida Pd di combattere l’hate speech, ovvero di stilare delle liste di proscrizione informatica. Se si considera che per tracciare la navigazione degli utenti di internet servirà solo il beneplacito dell’Agcom, anziché il permesso di un magistrato, si capisce come ormai siamo a pochi passi da una pervasiva censura ideologica, perpetrata con il concorso di altri ridicoli provvedimenti repressivi quali la legge Fiano.

Ma se inquieta la crociata del Partito democratico contro la libertà di pensiero, certamente non conforta la prospettiva di uno Stato guardone, che, senza alcuna motivazione d’indagine, dispone che siano conservati per sei anni gli elenchi di conversazioni telefoniche e accessi ai siti web. L’impressione è che il nostro Paese stia ricalcando le orme degli Usa, dove l’emergenza terrorismo ha dato ai governi la scusante per avviare una stagione di patenti violazioni della libertà individuale, dal Patriot Act alle operazioni di spionaggio della CIA scoperchiate da Edward Snowden. Uno scenario orwelliano, a questo punto molto difficile da scongiurare: trattandosi del recepimento di una direttiva europea (che però, è bene precisarlo, chiedeva al nostro Paese soltanto di introdurre misure adeguate alla prevenzione degli attentati), questa specie di Milleproroghe è infatti passato alla Camera praticamente senza alcuna discussione in Aula. E adesso, dopo nemmeno tre mesi, il Senato si appresta alla definitiva approvazione, che dovrebbe avvenire entro questo fine settimana. Il Leviatano è pronto ad ascoltare le vite degli altri.

Pubblicato su La Verità


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02 settembre 2017

Le eco-avventure di «fratel» Enzo Bianchi

Il finto monaco di Bose abbraccia le querce su Twitter. La Chiesa è ormai giunta alla rivoluzione panteista
di Alessandro Rico
La dottrina cattolica è letteralmente andata a funghi. Lo scenario sono i boschi del biellese, nella piccola frazione del comune di Magnano chiamata Bose, dove dal 1965 ha sede la «comunità monastica» fondata da «fratel» Enzo Bianchi. Il quale, di monastico, ha una lunga veste nera tipo Neo nel film Matrix e poco altro: non è un consacrato e, anzi, esortato due volte a prendere i voti ha preferito «restare un semplice cristiano» (evidentemente i sacerdoti sono cristiani complicati).

Sul suo profilo Twitter l’ex «priore» ha superato ogni soglia del «cattolicamente corretto»: ha postato una foto che lo ritrae abbracciato a una quercia tricentenaria, che «ogni anno mi dona ovuli buoni». Chissà che quei funghetti non contengano qualche neurotossina, che lentamente ha condotto la mente di «fratel» Enzo a realizzare la profezia di Giorgio Gaber in Il potere dei più buoni: «In questi tempi così immorali / io penso agli habitat naturali / penso alla cosa più importante / che è abbracciare le piante». È la rivoluzione ecologista e panteista che ormai dilaga nella Chiesa Cattolica, incoraggiata dall’invenzione dei «peccati contro il creato» da parte di Papa Francesco, con la sua enciclica Laudato si’. Ed era destino che l’Al Gore del Vaticano finisse con il far proiettare, in occasione della cerimonia di chiusura del Giubileo della Misericordia, l’8 dicembre 2015, le immagini di scimmie e primati sulla facciata della Basilica di San Pietro. Dall’Immacolata Concezione alla darwiniana evoluzione. Con il generoso patrocinio della Banca Mondiale.

Ma Enzo Bianchi non è un caso isolato e forse non ha neppure la piena responsabilità delle sue fantasie teologiche (per non chiamarle eresie): in fondo, dopo qualche richiamo dei vescovi locali negli anni Settanta, a causa del carattere interconfessionale della comunità di Bose, non solo non ha ricevuto reprimende, ma è ammirato, incensato e onorato con importanti incarichi ufficiali. Addirittura, il mese scorso Stefano Filippi su Il Giornale rivelava come il Papa avesse accarezzato l’ipotesi di crearlo cardinale laico (nomina poi saltata nel concistoro di giugno).
Eppure la lista delle sue bizzarre sortite è praticamente infinita.

Qualche problema ce l’ha in particolare con il tema del peccato originale. Come ricordò Sandro Magister nel 2012, «fratel» Bianchi così si esprimeva in un libro del 1995 edito dai tipi del «monastero» di Bose: «Il peccato originale non consiste in un atto di Adamo ed Eva che ha causato la rovina di tutti noi, bensì nel fatto che ciascuno di noi, venendo alla vita, scopre che il male è già presente sulla scena della vita, nei suoi rapporti con le cose e con gli altri». Un po’ come per uno Schopenhauer qualsiasi: il male mica è opera del demonio, è solo che la vita è complicata. E quello della Genesi, sempre secondo l’illustre teologo, è solo un «mito», mentre «nessuna Chiesa cristiana vede nella storia di Adamo ed Eva il motore di un meccanismo perverso per cui il peccato si eredita senza colpa alcuna». Nasciamo immacolati come la Madonna, poi ci perdiamo per strada perché il mondo fa schifo.

A proposito della Madonna: guai a considerarla un valido esempio. I rimasugli della Chiesa patriarcale, purtroppo, diffondono della donna «immagini irreali: il modello di Maria, vergine e madre», a parere di Enzo Bianchi «non può essere il riferimento per una promozione della donna nella Chiesa. […] Il cammino per la Chiesa è ancora lunghissimo, perché ovunque ci sia un esercizio di comando restano gli uomini, mentre le donne sono confinate al servizio umile». La Madonna, dunque, non è altro che un grimaldello nelle mani dei preti maschilisti: troppo obbediente, troppo mansueta, magari troppo succube della fallocrazia.

Il «monaco laico» ha avuto modo di prendersela pure con i monaci stessi. In un’intervista a Repubblica del settembre 2015, Bianchi criticò il cristianesimo divenuto religione di Stato nell’impero di Teodosio, poiché reo di aver «distrutto i templi pagani, fatto scempio di opere d’arte» quasi come l’Isis, anzi, pure peggio; e definì i monaci del tempo «integralisti violenti, i talebani del momento». La logica conclusione del ragionamento era dunque che, in riferimento ai massacri e alle distruzioni dello Stato Islamico, «altri rifanno a noi quello che abbiamo fatto».
E se per Bianchi l’Islam è «una religione di pace e mitezza con una mistica di forza pari a quella cristiana», i passi del Corano che incitano alla violenza «non sono molto diversi da quelli che troviamo nella Bibbia e che ci fanno inorridire». Perché un buon cattolico, quando ascolta la Parola di Dio, deve provare orrore.

Naturalmente, «fratel» Enzo è anche un sostenitore della linea immigrazionista cara al pontefice e alla frangia della Conferenza episcopale italiana capitanata da monsignor Nunzio Galantino. Sempre nell’intervista di due anni fa, Bianchi si lasciava andare a una serie di dichiarazioni contro i membri della Chiesa vicini a Benedetto XVI che, tra le altre cose, rivelano come il papato di Francesco abbia avuto l’effetto di una specie di «tana libera tutti» per i progressisti furenti che a lungo aveva covato tanto rancore. Per Bianchi in Italia aleggiava un «rifiuto confessionale» all’accoglienza dei migranti, alimentato dal cardinale Biffi e dal vescovo Maggiolini, ma il l’ostacolo principale restava «la vera e propria fabbrica di paura dei barbari, edificata da forze politiche attente solo all’interesse locale, forze che prima di Francesco la Chiesa italiana ha assecondato, anche se all’inizio sembravano assumere riti pagani, precristiani, quelli sì barbarici». In sintesi: se il cristianesimo dei primi secoli combatteva il paganesimo era un credo fondamentalista e talebano, ma se la Chiesa «asseconda» la Lega Nord, all’improvviso le carnevalate di Umberto Bossi che sorseggiava l’acqua del Po diventano pericolosi rituali pagani e barbarici.

Ecco il prodotto finale del Concilio Vaticano II come forza di rottura rispetto alla Tradizione: un bislacco «martirologio» in cui Enzo Bianchi riversa personaggi tra loro completamente diversi, da Buddha a Gandhi a Girolamo Savonarola, accomunati da un unico requisito fondamentale: non essere cattolici ortodossi. La grottesca immagine con la quercia postata su Twitter, in fin dei conti, è solo l’estremo approdo di una degenerazione teologica che nel caso di Bianchi affonda le sue radici in decenni di assurde sperimentazioni liturgiche, di ambigue posizioni etiche sostenute sul filo di sottili distinzioni tra eutanasia ed accanimento terapeutico, di universalismo umanista e nebuloso ecumenismo, i quali finalmente hanno mostrato a «fratel» Enzo Bianchi la madre di tutte le verità: cioè che, sempre con Gaber, la cosa più importante è abbracciare le piante.
 

28 luglio 2017

L’Europa bacchetta la Polonia, ma non può dare lezioni di democrazia

di Alessandro Rico
Quella dell’Europa che rimbrotta la Polonia sulla riforma della giustizia è la classica storia del bue che dice cornuto all’asino. È indubbio che la legge da poco varata dal Senato polacco sia per molti versi discutibile. L’indipendenza del potere giudiziario ne risulterà minata – anche se sarebbe lecito domandarsi fino a che punto in altri Paesi, come l’Italia, dove la magistratura è formalmente indipendente, essa poi lo sia stata veramente.
Ciò che sembra proprio inaccettabile è la lezioncina di democrazia impartita dall’Unione Europea, che già minaccia sanzioni contro Varsavia per difendere lo «Stato di diritto» e, probabilmente, per puntellare la politica dell’accoglienza che Polonia e Ungheria invece osteggiano apertamente (e coraggiosamente, se paragonate agli italici aedi dello ius soli).

Ma chi minaccia veramente la democrazia? In Polonia un Parlamento eletto sta imprimendo una svolta autocratica al Paese: è un copione già letto in più parti del mondo, dove il modello occidentale di democrazia liberale è semplicemente estraneo alla cultura politica nazionale. D’altro canto, ci sono superpotenze ben più repressive della Polonia di Jaroslaw Kaczynski e Andrzej Duda, come la Cina, alla quale nessuna altisonante istituzione internazionale, inclusa l’Unione Europea, chiede mai conto delle ripetute violazioni dei diritti umani. Anzi, poiché il liberoscambismo fa comodo ad Angela Merkel, il più grande totalitarismo comunista attualmente esistente diventa un improbabile compagno di strada dell’Europa nella lotta al protezionismo di Donald Trump. Chissà se la colpa della Russia e delle altre nazioni dell’Est (peraltro non sempre in perfetta armonia reciproca) non sia quella di voler resistere alla colonizzazione delle varie succursali delle Ong di Soros, che con il beneplacito dell’Ue, in Polonia avrebbero dovuto finanziare generosamente i gruppi di pressione Lgbt.

Chiunque non abbia i paraocchi, d’altronde, si rende conto che l’Unione Europa è la prima a scontare un deficit di legittimazione democratica. E nelle poche occasioni in cui la democrazia ha funzionato, essa ha finito per esprimersi contro l’Europa, come nel caso del clamoroso naufragio della Costituzione europea, affossata dai referendum in Francia e nei Paesi Bassi, o della Brexit. Al di là delle elezioni per il Parlamento, organi come la Commissione europea non sono e non potrebbero essere espressione della rappresentanza democratica cara all’establishment globalista soltanto a fasi alterne: si tratterebbe di indire consultazioni in 27 Paesi diversi, organizzando una campagna elettorale in una miriade di lingue nazionali, su questioni tra loro talmente differenti che un singolo candidato non potrebbe mai padroneggiarle tutte.

Sono i limiti strutturali di un super-Stato, che anziché fare piazza pulita della sovranità politica in favore della libertà individuale, ha riprodotto la sovranità stessa a un livello macroscopico, continentale, con un sistema ben più ristretto di «checks and balances» e nell’interesse di lobby e programmi tutt’altro che democraticamente giustificabili: imporre il gender, il matrimonio e le adozioni gay, l’invasione da parte del continente africano, la nuova guerra fredda alla Russia, l’agenda clintoniana in Medio Oriente. Il tutto, condito dai nefasti del «metodo Juncker»: spararla grossa, vedere come va e, se non ci sono proteste significative, tirare dritto. Distruggendo pezzo dopo pezzo l’autonomia degli Stati membri. I polacchi prendano nota: questo sì che è un esempio di democrazia.

già pubblicato su La Verità.

 

17 luglio 2017

“La fine della politica” e la crisi della democrazia liberale


di Alfredo Incollingo

La democrazia liberale è in crisi: è un dato evidente che nessuno può mettere in dubbio. Ci sono gli apologeti più incalliti che si ostinano a parlarne in termini idealisti e “buonisti”. Per costoro la democrazia, la forma di governo maggioritario in Occidente, non pare soffrire di problemi e deficit strutturali. A lungo andare, se non si interviene dalla radice, il liberalismo e tutto ciò che esso rappresenta potrebbe involvere e collassare.

Un libro sulla decadenza

Stiamo attraversando una fase di decadenza e a soffrirne è soprattutto la politica. La “liquidità” della post-modernità ha ridimensionato la società in tutti i suoi settori. Siamo di fronte al tramonto della politica e del “politico”? A fare una diagnosi del problema e a proporci possibili soluzioni, senza la pretesa di avere la cura efficace, ci sono due giovani e intraprendenti studiosi di scienza politica, Lorenzo Castellani e Alessandro Rico e il loro ultimo lavoro “La fine della politica? Tecnocrazia, populismo, multiculturalismo”, pubblicato dalla casa editrice “Historica” nel 2017. Nella “Prefazione” di Giovanni Orsina (politologo e storico italiano presso la “Luiss – Guido Carli” di Roma) si chiarisce un presupposto essenziale per non travisare l’argomentazione: “la democrazia liberale è di gran lunga – molto di gran lunga – il miglior sistema di organizzazione della vita politica che gli esseri umani abbiano sperimentato fino ad ora.” Non è un libro contro la democrazia, come si potrebbe pensare, ma è un testo che ci aiuta a ragionare sulle difficoltà che sta attraversando per poter finalmente ripartire. E’ necessario abbandonare le utopie liberali e i falsi profeti del “ridente occidente” e assumere un atteggiamento realista nell’analizzare che cos’è la democrazia nella post-modernità.

La democrazia tra la tecnocrazia, il populismo e il risveglio del “politico”

Lorenzo Castellani, giornalista e docente presso la “Luiss – Guido Carli”, e Alessandro Rico, dottorando in “Political Theory” presso la stessa università ed editorialista de “La Verità”, ci aiutano a comprendere i sommovimenti che stanno turbando le democrazie occidentali. Prima di tutto è necessario capire come approcciarsi al problema della crisi liberale: è preferibile un “metodo realista”, che sappia leggere la realtà politica, lasciando da parte gli strali utopistici di alcuni apologeti del liberalismo. Solo in questo modo è possibile, secondo il Castellani, capire che cosa sta accadendo alla democrazia, riscoprendo i suoi limiti (come tutte le forme di governo) e le sue potenzialità. Entrambi gli autori mettono in luce la sfiducia che gli elettori hanno nei confronti della democrazia, una mancanza di “fede” acuita dalla crisi economica del 2008. Si avverte sempre di più la delegittimazione della politica, sempre più affidata a organi internazionali: la sovranità politica viene ceduta a terzi. In questa situazione così critica emergono i populismi, che si propongono di risolvere la crisi democratica ponendo fine allo iato fra le promesse della politica e la loro effettiva concretizzazione. Emerge in questo contesto quello che per Castellani è un problema del liberalismo moderno: l’assolutismo liberale e il pretendere di adeguare la realtà ai ideali fin troppo irrealizzabili. E’ necessario invece avere un approccio realista, che sappia guardare ai fatti e agli aspetti più contraddittori della democrazia. Alassandro Rico analizza invece un altro aspetto dell’utopia insita nel liberalismo: la volontà di eliminare il “politico”, ovvero i conflitto e la contrapposizione, secondo la definizione di Carl Schmitt. L’autorità e il potere non hanno così più senso, indebolendo gli Stati nazionali. Il liberalismo ha finito per distruggere le fondamenta della democrazia: la società si è svuotata dei suoi valori fondanti, ritenuti inutili, e si adeguata ad una forma subdola e opprimente di morale: il politicamente corretto. La volontà di annullare le differenze ha così pervaso ogni aspetto della vita sociale e il livellamento ha investito le culture e l’individuo. Le differenze sono bandite (illusoriamente): chi parla di diversità è bandito. Si crede nel sogno multiculturalista o in quello del “gender”, sorvolando sui conflitti che essi generano. Nonostante si tenda a rinnegare il “politico”, esso riemerge continuamente e questo dimostra l’infondatezza dell’utopia liberale.

http://www.barbadillo.it/67507-libri-la-fine-della-politica-di-castellani-e-rico-e-la-crisi-della-democrazia-liberale/

 

15 luglio 2017

Israele scarica il sovversivo Soros

di Alessandro Rico

Che George Soros, ebreo ungherese, non fosse particolarmente amato dal governo del suo Paese, è un fatto ormai arcinoto. Il premier Viktor Orbán ha subito intuito il potenziale eversivo delle numerose organizzazioni non governative fondate o finanziate a vario titolo dal sedicente filantropo. E ad aprile ha preso di mira anche la sua Central European University, minacciata da un disegno di legge che le vieterebbe di operare nel territorio ungherese.

L’ultimo atto della contesa tra Orbán e Soros è stata l’affissione di manifesti con la foto del miliardario ottantaseienne che sogghigna, accompagnati dalla didascalia: «Non lasciamo che Soros rida ultimo», in riferimento all’impegno del magnate in favore dell’apertura delle frontiere agli immigrati. Subito dopo la loro diffusione, sui cartelloni sono iniziate ad apparire stelle di David e scritte che definivano Soros uno «schifoso ebreo». Fatti subito stigmatizzati dalla comunità ebraica ungherese e da Human Rights Watch, Ong che ovviamente è stata generosamente finanziata dallo stesso Soros nel 2010, con una donazione record di 100 milioni di dollari in dieci anni. Ed è proprio il rapporto del miliardario con questa organizzazione umanitaria, la quale ha parlato di campagna che «evoca i ricordi dei manifesti nazisti durante la Seconda guerra mondiale», che sta alla base delle divergenze con Israele.

In un primo momento, infatti, l’ambasciatore israeliano a Budapest aveva condannato l’iniziativa del governo ungherese, affermando che essa non solo richiamava «tristi ricordi», ma dimostrava anche «odio e paura». Come riportato dall’agenzia Reuters, tuttavia, poche ore dopo la sortita dell’ambasciatore, il ministero degli Esteri israeliano ha fatto partire una rettifica. Il portavoce Emmanuel Nahshon ha specificato che «in alcun modo le dichiarazioni dell’ambasciatore intendevano delegittimare le critiche a George Soros, che mina continuamente i governi israeliani democraticamente eletti».

Nahshon ha aggiunto che le Ong finanziate da Soros «diffamano lo Stato ebraico e cercano di negargli il diritto all’autodifesa». Una chiara allusione proprio a Human Rights Watch, che ha più volte condannato la presunta occupazione della Cisgiordania da parte di Israele.
In parole povere, persino lo Stato ebraico, di solito solerte quando c’è in gioco l’antisemitismo, con Soros ha pensato bene di cambiare registro. E respingendo al mittente le accuse indirizzate alla campagna del governo Orbán, persino smentendo le dichiarazioni del proprio ambasciatore, ha rincarato la dose, praticamente definendo Soros un sovversivo. Ovvero, dando pane al pane e vino al vino: il miliardario ungherese si è fatto conoscere negli anni per le sue spregiudicate manovre, con le quali ha fortemente influenzato la politica interna ed estera di nazioni sovrane.

A cominciare dall’attacco speculativo alla lira nel 1992, che favorì le banche d’affari statunitensi nella corsa ad accaparrarsi gli asset pubblici italiani, svenduti dopo la svalutazione; passando per le operazioni del Civil Society Project, un piano di democratizzazione della Macedonia, sostenuto pure dall’ex presidente americano Barack Obama, che ha determinato il rovesciamento del governo conservatore democraticamente eletto e ha trascinato il Paese sull’orlo della guerra civile; per arrivare alle trame tessute contro la Polonia guidata da Andrzej Duda, dove i gruppi LGBT dovrebbero essere sovvenzionati con 882 milioni di dollari dalla Norvegia per tramite della Stefan Batory Foundation, manco a dirlo, fondata dall’onnipresente Soros.

Con la notevole eccezione dell’Italia, sempre generosa con chi si prodiga per depredarla (di recente Gentiloni ha incontrato Soros, che promette investimenti nel nostro Paese), chi ha avuto a che fare con le trame dell’anziano «filantropo», ormai ha imparato a guardarsene. E chissà che ne diranno i liberal sionisti, sempre pronti a deridere come complottisti chi denuncia il malaffare sorosiano, ora che pure Israele ha sparato a zero sul miliardario ebreo. Un uomo che, come rivelato dall’analista economico americano Martin Armstrong, uno che di finanzieri senza scrupoli se ne intende (si è fatto cinque anni di galera per frode), secondo molti di quelli che lavorano con lui «si crede un Dio con il diritto di rimodellare il mondo a sua immagine».

In vista dell’imminente incontro tra Orbán e Netanyahu, dunque, Ungheria e Israele hanno individuato in Soros il simbolo di quel crescente attivismo delle Ong, la cui influenza entrambi i Paesi stanno cercando di limitare attraverso leggi ad hoc. Resta in effetti da chiedersi quale antisemitismo sia veramente pericoloso: quello del governo Orbán, che difende i propri confini e avvia la sua controffensiva a un miliardario sovversivo, o quello dell’Unesco, che pochi giorni fa, dopo un summit a Cracovia, ha definito Israele «potenza occupante» a Gerusalemme e ha attribuito ai palestinesi la sovranità sul territorio che include la tomba dei patriarchi di Hebron. L’Unesco, la quale, come volevasi dimostrare, figura ufficialmente tra i partner della Open Society di Soros.

DA La Verità
 

25 giugno 2017

Perché Carl Schmitt è ancora attuale. Spunti dall’ultimo saggio di Fabrizio Grasso

di Alessandro Rico

È indubbiamente ambizioso lo scopo che si prefigge Fabrizio Grasso nel suo saggio Archeologia del concetto di politico in Carl Schmitt (Mimesis, 80 pp., 10 euro). Il concetto di politico è uno dei nodi cruciali della riflessione del giurista tedesco, una nozione complessa e articolata, quasi sfuggevole, tanto da aver stimolato sia interpretazioni “di destra” che rielaborazioni “di sinistra”, in particolare da parte della sinistra radicale (si pensi a Chantal Mouffe).

Al netto di qualche farraginosità stilistica, provocata forse dalla necessità di sintetizzare in relativamente poche pagine una miriade di argomenti, il libro di Grasso offre diversi spunti di riflessione interessanti, a partire dalla minuziosa ricostruzione degli argomenti schmittiani di Cattolicesimo romano e forma politica. Gradualmente, Grasso ci accompagna nell’esplorazione di uno degli scritti più densi e ostici di Schmitt, dove magistralmente il giurista tedesco mostra in cosa risieda la grandezza della Chiesa cattolica, quella che le attira l’ostilità del pensiero secolarizzato, di natura tecnico-economica: la complexio oppositorum, la sua capacità di agganciarsi a questo o quel partito con un apparentemente cinico situazionismo, rimanendo però sempre superiore alle contingenze storiche, sopravvivendo cioè alla scomparsa dei contendenti che di volta in volta si avvicendano, a ciò nel mondo è transeunte.

La Chiesa è vero repositorio della potenza politica che scaturisce dal suo essere rappresentazione, cioè presenza dell’assente, non nel senso astratto, economicistico, di “riproduzione”, ma nella concretezza della successione apostolica, che riattualizza la persona storica e la figura teologica di Cristo. Un’irruzione della trascendenza nella storia di cui né il capitalismo né il comunismo sono capaci di portare il peso, chiusi in un materialismo che li rende incapaci di accogliere in sé la vertigine del politico.

Ma cos’è il politico? Come noto, per Schmitt «la distinzione specificamente politica cui si possono ricondurre le azioni e i moventi politici è la distinzione tra amico e nemico» ( Le categorie del politico). In sostanza, è politica ogni contrapposizione che le parti confliggenti siano disposte a spingere, almeno in teoria, fino all’eliminazione fisica dell’avversario; la dinamica dell’aggregazione politica, il momento dell’«amicizia», ha dunque bisogno dell’esistenza di un nemico. Come egli scrive in uno dei saggi contenuti nel Nomos della terra, quasi prefigurando certi sviluppi del cinema fantascientifico, un’unità della terra sancirebbe la scomparsa della politica, a meno che quell’unità non scaturisse dalla comparsa di un nemico alieno.

Grasso riflette su una delle aporie del concetto del politico schmittiano: il fatto che il giurista tedesco sembri arrendersi alla deriva nichilistica del pensiero postmoderno, rifiutandosi di cercare un fondamento metafisico del politico. Ciò che determina il contenuto di un’aggregazione politica è il frutto di una decisione, dell’atto assolutamente arbitrario di una volontà (forse weberianamente «carismatica») che istituisce un ordinamento, che imprime una frattura (de-cide) nel disordine dello stato d’eccezione e perciò rivendica la propria sovranità. Da questo punto di vista, la scoperta di Schmitt è sconcertante: è la scoperta dell’«abisso della politica e del ‘politico’ che è l’uomo deteologizzato che fonda su una decisione arbitraria il suo cosmo» (Grasso, p. 76). In ciò, Schmitt appare molto influenzato dalla filosofia politica moderna, da Hobbes a Rousseau, anche se i suoi punti di riferimento rimangono proprio quei pensatori reazionari, da de Maistre a Bonald a Donoso Cortés, che per l’appunto «reagiscono» al repertorio ideologico della Rivoluzione francese. Forse a riprova del fatto che una rivoluzione, una volta innescata, non può essere soppressa e ignorata; e che più che una rivoluzione al contrario, bisogna realizzare il contrario della rivoluzione (de Maistre). 

Il concetto di politico – ed è questa la riflessione che manca nel saggio di Grasso – ci fornisce però anche una penetrante chiave di lettura del liberalismo progressista che oggi rappresenta il credo ufficiale delle élite globali. L’essenza del pensiero unico dominante è proprio quella “neutralizzazione”, trascinata dall’egemonia dell’economico, che punta allo stemperamento di tutte le contrapposizioni genuinamente politiche, ma di fatto reintroduce surrettiziamente il politico nella forma di una subdola tirannia. Lo dimostra il mantra dell’inevitabilità della globalizzazione, esempio paradigmatico della sostituzione dell’arbitrarietà, che è anche libertà formativa, del politico, con la razionalità interna alla tecnica e all’economica. Lo dimostra l’uso del politicamente corretto, che dietro il velo della tolleranza universale nasconde il tentativo di sopprimere i punti di vista concorrenti, privandoli però della dignità del conflitto.

E a un livello ben più tragico, lo dimostra quello che è il nucleo del diritto internazionale riscritto dagli americani dopo la Seconda Guerra Mondiale: l’abolizione della contrapposizione agonale tra potenze concorrenti, come nello ius publicum europaeum, in favore della costituzione di una super-potenza moraleggiante con ambizioni di polizia planetaria. Ma dal nemico relativo del vecchio diritto internazionale, si è passati al nemico assoluto, al fuorilegge per eccellenza che nell’orizzonte di Schmitt è ancora il partigiano (il combattente irregolare dalla Cina maoista al Vietnam), e che ormai collide con la figura del terrorista. Un’involuzione che sempre più proietta sulle nostre società lo spettro di una guerra assoluta, totale e onnipervasiva. Carl Schmitt non è mai stato così attuale.
 

27 aprile 2017

Cronache di Babele: perché la Parigi sotto attacco vota per Macron?


di Alessandro Rico

Forse è vero, come dice Maurizio Blondet, che il voto francese è l’emblema della lotta di classe: lotta tra chi è stato impoverito dalla globalizzazione, privato della speranza di condurre una vita semplice ma dignitosa, limitato nelle prospettive di miglioramento, soverchiato da centri di potere più o meno oscuri che gli impongono i «sacrifici», rintronato dall’arma di distrazione di massa dei diritti civili; e chi da questo sistema spera di trarre benefici, chi intravede i primi segnali di ripresa, chi è capace di competere e arricchirsi in questa arena globale, tagliando i ponti con il tradizionale modello di società basato su famiglia, lavoro, risparmio. E forse è vero che questa lotta di classe la vinceranno i privilegiati delle città, che sono più numerosi o meglio organizzati, rispetto agli emarginati delle periferie e agli svantaggiati delle campagne. Ma io non credo che dietro questa cesura tra realtà rurale e realtà urbana, tra aristocrazia finanziaria e piccola borghesia di provincia, ci siano solo linee di demarcazione economiche.

Il dato più sconvolgente del primo turno delle elezioni in Francia è che Parigi, la città che forse più di tutte in Europa sta vivendo l’incubo del terrorismo, la città che più di tutte in Europa ha le mani in pasta con le monarchie del Golfo (gli sponsor del fondamentalismo islamico), è anche il luogo dove il messaggio della Le Pen fatica di più a sfondare. Il manipolo dei Monti-viventi di Forza Europa e Comitato Ventotene (roba che solo a pronunciarla ti corre un brivido lungo la schiena), che ogni tanto sfila per Roma come gli zombi nel video di Thriller, potrebbe evocare il mantra delle Merkel e dei Mattarella: Parigi sarebbe così la dimostrazione che i terroristi «non ci faranno rinunciare ai nostri valori», cioè il cosmpolitismo, la libertà di movimento, il multiculturalismo, la tolleranza, ecc. Più sagacemente, come fa appunto il nostro Blondet, si potrebbe argomentare che ormai a Parigi non decide più la gente comune: ci sono i potentati ai quali non risulta difficile organizzare il consenso, capaci perciò di acchittare in quattro e quattr’otto un modesto esponente dell’establishment come Macron, passato dai Rotschild a un ministero del fallimentare governo Hollande. A Parigi ci sono anche gli islamici, quelli che ormai presidiano interi collegi elettorali e, pur schifando tutto quello che Macron rappresenta (sarà amico dei sauditi, ma è pur sempre un sottoprodotto dell’illuminismo radicale), hanno paura che, con la Le Pen, l’invasione possa arrestarsi. E infine a Parigi spopoleranno pure i professionisti dell’antifascismo, che alla fine si rivelano gli utili idioti del sistema.

Da cattolico, però, mi sforzo di riflettere sul senso teologico di quello che accade. E mi viene in mente l’episodio della Torre di Babele, perché sulle società «aperte» che piacciono a George Soros, multietniche, multiculturali, materialiste, popolate di grattacieli luminosi simbolo di opulenza e rigoglio (che di per sé, si badi, non sarebbero cose malvagie: io i grattacieli li adoro e mi fanno paura quelli che propongono la decrescita felice), su queste società di cui Parigi è una delle tante copie sparse per l’Occidente, la Bibbia aveva già detto tutto. In Genesi 11:1-9 leggiamo:

1 Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole. 2 Emigrando dall'oriente gli uomini capitarono in una pianura nel paese di Sennaar e vi si stabilirono. 3 Si dissero l'un l'altro: «Venite, facciamoci mattoni e cuociamoli al fuoco». Il mattone servì loro da pietra e il bitume da cemento. 4 Poi dissero: «Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra». 5 Ma il Signore scese a vedere la città e la torre che gli uomini stavano costruendo. 6 Il Signore disse: «Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l'inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. 7 Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l'uno la lingua dell'altro». 8 Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. 9 Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra.

La guisa in cui ci viene di solito presentato l’episodio della Torre di Babele ruota intorno al tema del castigo divino: Dio punisce gli uomini per la loro hybris (la Torre come simbolo della tracotanza di chi pensa di potersi innalzare al cielo da sé e quindi di essere come Dio), pertanto la dispersione dei popoli e la diversità delle lingue sarebbe frutto della Sua ira. Ma nel capitolo precedente e in quello successivo, il testo descrive la geografia politica dei popoli che abitavano la terra dopo il Diluvio. Si trattava di popoli che condividevano un’unica discendenza, ma si erano poi differenziati «secondo la propria lingua e le loro famiglie, nelle loro nazioni» (Gn 10:5). E da nessuna parte sta scritto che questa molteplicità fosse il frutto di un castigo. Tutto lascia pensare, al contrario, che la diversità dei popoli e delle nazioni rientrasse nel piano di Dio, mentre il progetto di uniformazione globale («essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola») Gli fosse sgradito. Per questo motivo, Dio interviene e impedisce agli uomini di portare a termine quell’impresa.

Ora, a cosa somiglia la Torre di Babele? A cosa somiglia la città dove i molti popoli diversi si riuniscono in un solo popolo, con una sola lingua? Certo, le nostre società multiculturali sono ancora lontane dall’uniformità armonica e irenica descritta nella Genesi; inoltre, ci sono multiculturalismi che puntano sulla stratificazione e multiculturalismi che inseguono la cosiddetta integrazione. Ma se il cancro di una Londra in cui ormai vige il pluralismo giuridico (c’è la common law e poi ci sono i sedicenti tribunali islamici che applicano la sharia) è la frammentazione (tante nazioni in un solo territorio), non bisogna dimenticare che pure la City ha raggiunto un certo grado di omologazione: se non si vuole ridurre tutto a una collezione di ghetti, bisogna che le minoranze competano sullo stesso mercato del lavoro, che producano sintesi anglicizzate dei loro usi e costumi mentre gli inglesi de-anglicizzano i propri, che parlino una neolingua che spazia dall’accento dell’Est di un barista slovacco alla strana parlata dell’autista di Uber bengalese. A Parigi il fenomeno dovrebbe essere accentuato, perché la laïcité francese vorrebbe mettere al bando tutti i simboli religiosi. La grande utopia illuminista affiora qui nella sua essenza: deprivata di ciò che la associa a una «famiglia», a una «nazione», della persona non resta che ciò che ne fa il puro e astratto homme che i philosophes hanno sempre venerato.

I terroristi, specialmente quelli reclutati tra gli scarti della società francese, si oppongono con la violenza all’annacquamento delle differenze nella brodaglia multiculturale. La loro non è soltanto la guerra dell’Islam politico, è anche la battaglia di una minoranza, sicuramente oscurantista e retriva, che vuole spezzare il sogno del cosmopolitismo liberale, per ritrovare nel fondamentalismo l’identità che i lumi le hanno sottratto.

Qualsiasi organismo, dinanzi all’attacco di un agente patogeno, reagisce cercando di espellerlo. Ma cosa succede se quell’organismo è ormai completamente immerso nell’illusione di realizzare la Torre di Babele? La Parigi sotto assedio che vota per avere più Europa e più immigrati è la Parigi talmente innamorata dei «nostri valori» (quelli dell’élite liberal) da preferire il suicidio alla reazione. Il multiculturalismo della differenza, più praticato in Gran Bretagna, alla lunga lacera quel grado di unità sociale necessario a far funzionare l’autorità politica, specialmente in un regime democratico; il multiculturalismo dell’omologazione genera la reazione violenta di chi è incapace di definirsi secondo le coordinate del progressismo universalista e trova nell’islamismo radicale una via di autoaffermazione. Ma se Dio disperde i superbi nei pensieri del loro cuore (Lc 1:51), è plausibile che Parigi (come Londra) sia ormai incapace di vedere al di là della coltre progressista, dell’utopia di una società multiculturale priva di attriti, in cui l’Islam, a differenza di quanto ha fatto finora in tutti i luoghi e in tutti i tempi, rinunci inopinatamente a qualsiasi forma di imperialismo violento e si sottometta alla suprema moralità della democrazia liberale. 

È vero che a Parigi sono ancora tanti i simulacri degli yuppies che coltivano l’ottimismo mentre questo mondo globalizzato si incammina verso una nuova guerra mondiale. È vero che a Parigi ci sono i collegi elettorali egemonizzati dai musulmani, disposti a sorbirsi Macron pur di evitare «quella là». Ma è vero pure che ormai «quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile», che a Parigi, come nella Londra sgomentata dalla Brexit, il cantiere della Torre è in stadio avanzato. Per quanti colpi di AK47 possano esplodere, per quante vittime possano cadere, questi uomini penseranno solo a piazzare altri mattoni. La Grande meretrice è all’apparenza splendida, ma marcisce dal di dentro ed è ebbra della propria immondezza: «[…] era ammantata di porpora e di scarlatto, adorna d'oro, di pietre preziose e di perle, teneva in mano una coppa d'oro […]. Allora mi accorsi che la donna era ubriaca del sangue del popolo di Dio e del sangue di quelli che sono morti per la fede in Gesù» (Ap 17:4, 6).

Su quale scoglio si infrangeranno le farneticazioni del globalismo? Probabilmente Dio si disinteressa tanto al fatto che a Washington e a Madrid si venda lo stesso Iphone, quanto assiste con disappunto al tentativo di sopprimere le nazioni, abolire i confini (consigliamo la rilettura della Genesi a chi vuole «costruire ponti e non muri») e riassorbire le differenze tra i popoli nell’indistinzione delle società multiculturali, che più diventano «aperte», più cadono sotto il dominio di comitati ristretti e opachi gruppi d’interesse. Irrimediabilmente contrario ai decreti divini è il miraggio di chi blatera di Stati Uniti d’Europa e si figura un super-Stato continentale, o di chi promuove la tratta degli immigrati per completare il programma di sostituzione etnica gradito ai massoni, che sognano un governo mondiale. E ciò che a Dio è sgradito, prima o poi si sbriciola.
Saranno forse quelli che oggi recitano la parte dei bifolchi a ricostruire dalle macerie di questo ordine mondiale, abbandonando le eresie della globalizzazione, di nuovo divisi «secondo la propria lingua e le loro famiglie, nelle loro nazioni». 
 

23 aprile 2017

Immigrazionismo e misericordia a corrente alternata: ecco la Chiesa di Francesco e Galantino

di Alessandro Rico

Dopo la sparata del direttore di Avvenire sui «tre quarti dei casi» nei quali cattolici e grillini avrebbero «la stessa sensibilità», non poteva non arrivare monsignor Galantino, segretario generale della Cei, a correggere il tiro. È questo uno dei tratti distintivi del pontificato di Francesco: fare e disfare, dire e disdire, dichiarare e smentire.
Si sarebbe potuta persino accogliere con giubilo l’inversione di rotta di Galantino, affidata a una breve intervista al Corriere della Sera. Peccato che, dopo una fugace allusione ai «temi per noi sensibili», che però monsignore si guarda bene dal nominare esplicitamente, la virata del capo dei vescovi si sia concentrata sulla sola ossessione del nuovo corso bergogliano: i migranti. Evidentemente i grillini, che si sono accodati alla platea di indignati accortisi della colossale presa per i fondelli da parte del circo mediatico-sentimentalistico sui naufragi dei barconi, che l’Italia incoraggia a salpare lasciando che le imbarcazioni delle Ong stazionino a poche miglia nautiche dalla costa di Tripoli, sono troppo lontani dall’imperativo no borders sposato dal Vaticano. La Chiesa del nuovo corso vuole abbattere le frontiere, costruire ponti anziché muri e chissenefrega se il Parlamento, dopo aver legittimato matrimoni e adozioni gay, adesso sta battendo la via italiana all’eutanasia, incalzato dalle gite in Svizzera di Marco Cappato.

Davvero curiose le priorità di Galantino, il quale assicura che in Curia nessuno è preoccupato per le sorti dell’8x1000. La Chiesa abbandona famiglie, bambini abortiti nei grembi e malati condannati a morire di fame e di sete, per ricomprarsi la battaglia della sostituzione etnica. Ovvero, per importare un esercito di musulmani – come se la Storia non dimostrasse che dovunque si installa, l’Islam finisce per soppiantare le altre religioni. È una strategia talmente miope, che si fa fatica a credere sia dettata soltanto dalla promessa dei 30 euro a richiedente asilo distribuiti ai vari centri di accoglienza cattolici. Probabilmente i vertici della Chiesa si sono davvero convinti di fare così la volontà di Cristo; un Cristo riadattato a uso e consumo della postmodernità, certamente, un Cristo ecumenico, per il quale una fede vale l’altra, e materialista, perché concepisce il prossimo solo come un fascio di bisogni, anziché come un’anima da strappare alle tenebre dell’ignoranza del Vangelo.

È ben strana pure la misericordia a corrente alternata di papa Francesco: alacre con omosessuali e immigrati islamici, meno entusiasta nei confronti dei cristiani del Medio Oriente o della povera gente del Venezuela, trascinata nella disperazione dall’ennesimo strampalato esperimento socialista di Maduro. Un articolo del Foglio ha anzi fatto notare come Bergoglio, piuttosto che delle violenze perpetrate sulla popolazione dal successore di Chavez, o della sottile persecuzione del clero da parte del boliviano Evo Morales (quello del crocifisso con falce e martello, per intenderci), si sia preoccupato di indirizzare una lettera al presidente brasiliano Michel Temer, che contiene una preghiera tutta speciale: un’invocazione alla Madonna affinché protegga il popolo da «las fuerzas ciegas y la mano invisible del mercado».

Non c’è che dire, quanto a creatività: la preghiera contro il liberismo selvaggio mancava dal repertorio delle bergogliate. Saranno state «le forze cieche e la mano invisibile del mercato» a svuotare i supermercati in Venezuela? O un complotto degli americani? Sarà stata la mano invisibile a indurre l’ex mito della sinistra mondiale, il socialista brasiliano Lula, a farsi corrompere da una compagnia petrolifera, o a fare in modo che nel Paese del samba i protestanti raccogliessero sempre più proseliti, mentre il numero dei cattolici si va assottigliando? Il timore è che se pure in Sud America volessero costruire ponti anziché muri, l’Europa dell’accoglienza non avrebbe posto per i cattolici minacciati dai narcos, bersagliati dai guerriglieri, o ridotti alla fame dal chavismo. Se non sono musulmani, noi non li vogliamo.