Si è concluso ieri, domenica 28 ottobre, il pellegrinaggio del
Coetus Internationalis Summorum Pontificum, che ha portato ancora una volta, in
grande stile, il popolo delle Messa di San Pio V in San Pietro.
Anche quest’anno la presenza numerica è stata notevole. Da
segnalare l’aumento percentuale dei (cosiddetti) ragazzi. Facendo un conto
spannometrico, un terzo dei presenti era composto da persone con meno di
trent’anni, percentuale che si alza a circa metà se consideriamo giovani
(secondo l’uso moderno) anche i quarant’enni.
Il pellegrinaggio è indice non tanto della crescita del numero
di fedeli che si riconoscono nella liturgia antica (che c’è ed è costante), ma
di un vero e proprio radicamento nella Chiesa a livello internazionale. Per
dirla in termini post conciliari, sembra che sia nato un settore della
Catholica con il carisma della liturgia. Un popolo poliglotta che però a Messa
parla una lingua sola, multiculturale e multietnico (con una rappresentanza
importante dall’Africa di lingua francese).
Per dare una misura numerica dello stato della Messa in latino
in Italia e dell’applicazione del Motu Proprio, rimandiamo alla relazione di
Marco Sgroi, Presidente del Coetus italiano. Testo tratto da
MessaInLatino.it. Abbiamo indicato
in grassetto alcuni punti che riteniamo particolarmente significativi.
***
Eminenza Reverendissima, Eccellenze, Reverendi Monsignori,
Reverendi Padri, cari Amici,
insieme ai Revv. Can. Joseph Luzuy – Provinciale d’Italia
dell’ICRSS – e Don Raffaele Roffino – Parroco di Rivarolo in Diocesi di Ivrea –
mi è stato assegnato il compito di tratteggiare lo stato di attuazione, e gli
spazi di ulteriore sviluppo, del Motu Proprio Summorum Pontificum in Italia.
Cercherò di farlo dando il quadro della situazione sia dal punto di vista
quantitativo, sia, per così dire, qualitativo.
1. Incominciamo dai numeri.
In questi anni il CNSP ha censito le Ss. Messe VO che si
celebrano regolarmente in Italia: cioè che si tengono a cadenza
fissa e certa (ogni domenica, ogni primo venerdì del mese, ogni sabato o ogni
vigilia, e così via). Non sono state censite le celebrazioni occasionali, né
quelle con cadenze variabili (per es. qualche volta il martedì, altre volte il
sabato, talora la domenica).
Non si tratta di un elenco esaustivo: non solo perché è
possibile che talune celebrazioni ci siano sfuggite, ma anche perché ve ne sono
ancora alcune cui i promotori desiderano che non venga data pubblicità.
Inoltre, non sono contemplate le SS. Messe rigorosamente private che alcuni
Sacerdoti celebrano anche quotidianamente, anche se i fedeli potrebbero
assistervi (per esempio, dato che siamo a Roma, è noto che vi sono alcuni
Sacerdoti che celebrano quotidianamente in S. Pietro).
Al CNSP risulta che le Ss. Messe regolari celebrate in
Italia siano oggi 123. Di queste, 73 sono messe settimanali
domenicali e festive (tutte le domeniche e i giorni di precetto, salvo
eventuali pause estive); le altre 50 non sono domenicali o, se domenicali, non
sono settimanali.
Vi sono poi 15 Ss. Messe celebrate, con varie cadenze, dalla
FSSPX. Non abbiamo considerato le (pochissime) Ss. Messe celebrate dai
gruppi sedevacantisti.
Non sappiamo con esattezza quante di queste celebrazioni siano
state avviate in virtù del Motu Proprio, poiché alcune (ad es. Torino, Gesù e
Maria a Roma e altre) risalgono al periodo indultista o a prima ancora, e non
disponiamo di un censimento della situazione anteriore al 14 settembre 2007.
Tuttavia, secondo una stima che trovo attendibile, le “nuove” celebrazioni dovrebbero
essere tra 90 e 100, forse anche qualcuna in più: dunque un incremento di
almeno il 270% in dieci anni.
Dal punto di vista geografico, purtroppo, l’Italia è spaccata in
due. Delle 123 Ss. Messe regolari, 96 vengono celebrate a Nord di Roma, 27 da
Roma inclusa in giù, isole comprese. Cioè il 78% delle Ss. Messe è collocato al
centro-nord, solo il 22% al sud/isole.
Circa il 15% delle celebrazioni è assicurato da Sacerdoti degli
Istituti ED, il restante 85% da clero diocesano o da religiosi.
2. E veniamo agli aspetti “qualitativi”.
Si dice talora che l’applicazione del Motu Proprio avviene in
termini eccessivamente episodici, senza che ne scaturisca un assetto stabile e
una vera vita spirituale tradizionale. La diffusione della liturgia
tradizionale dopo l’entrata in vigore del Motu Proprio, dunque, non avrebbe
ancora raggiunto un livello qualitativo soddisfacente.
Pur essendo indubbio che la diffusione della liturgia tradizionale
in Italia abbia ancora molta strada da percorrere, tale giudizio è oggi
eccessivamente negativo, e vi sono elementi significativi per una valutazione
meno pessimistica. Vorrei metterne in evidenza tre.
In primo luogo, iniziano a farsi pian piano più frequenti,
benché siano ancora rare, le celebrazioni di prime Comunioni, il conferimento
della Cresima, la celebrazione dei matrimoni[1] nelle
comunità che praticano abitualmente la liturgia tradizionale.
Ciò significa che almeno presso alcuni Coetus Fidelium si
è sviluppata anche la preparazione ai sacramenti, cioè una qualche forma di
catechismo. In queste realtà,in progressivo aumento, la liturgia
tradizionale ha attecchito, per dir così, ben oltre l’ambito occasionale di
celebrazioni estemporanee. Mi è capitato di sentire qualche amico vagheggiare
la trasformazione del proprio “centro di Messa” in parrocchia personale. Oggi
come oggi si tratta ancora di un desiderio quasi sempre irrealizzabile, ma
indicativo, secondo me, del fatto che l’applicazione del Motu Proprio sta
facendo un salto di qualità, specie ove alla S. Messa venga assegnata una
chiesa dedicata, anche non in via esclusiva, con clero residenziale (es.: Roma,
Firenze, ecc.).
Abbiamo poi più di un sentore di un incoraggiante risveglio
vocazionale. Anche qui, si tratta di un fenomeno – per quanto riguarda
l’Italia – ancora allo stato iniziale[2]. Ma
anche qui la tendenza mi sembra netta, e rilevante sul piano della qualità
dell’applicazione del Motu Proprio.
Infine, vorrei rilevare come uno dei canali – e non il meno
importante – attraverso i quali circola la riflessione critica su
Amoris
Laetitia e su altri temi sensibili dell’attualità ecclesiale è stata ed è
proprio la rete dei
Coetus Fidelium, molti dei quali hanno dato vita ad
iniziative concrete a supporto del dibattito. Abbiamo visto, così comunità
divenute, in virtù della liturgia tradizionale celebrata in base al Motu
Proprio, particolarmente consapevoli della propria fede e fortemente
determinate a difenderne l’integrità. Anche sotto questo profilo, mi pare che
l’applicazione del Motu Proprio sia felicemente andata oltre l’episodicità e
l’occasionalità.
Infine, cito solo
en passant un dato che considero ormai
noto: la
rilevante presenza, tra i nostri fedeli, di giovani e la
crescente presenza di famiglie, spesso con bambini.
3. Gli attori dello sviluppo del MP
A chi si deve questo sviluppo? Ovviamente, alla
Provvidenza:
cerchiamo di non dimenticare che siamo servi inutili.
Quanto ai laici, non è errato affermare che il radicamento del
Motu Proprio in Italia è dovuto principalmente a loro:
quantomeno nel senso che sono stati loro i motori del moltiplicarsi delle
celebrazioni a partire dal 2007. Potrei dire che i laici stanno
all’applicazione del Motu Proprio come il motorino di avviamento sta ad
un’automobile: senza il motorino, la vettura non parte o, se si arresta, non si
rimette in moto; però poi ci vuole il carburatore del sacerdote celebrante.
Rasenta la banalità osservare che un sacerdote motivato e convinto è
indispensabile perché la celebrazione della liturgia tradizionale sia il seme
di comunità di fedeli in grado di fare apostolato, liturgico e non. Sul laicato
Summorum Pontificum mi riservo di dire ancora qualche parola in
conclusione.
Del ruolo clero diocesano parlerà fra poco Don Raffaele. Io mi
limito a sottolineare che il clero “addetto” ai nostri
coetus si divide
in due macrocategorie:
coloro che celebrano per convinzione e coloro che lo
fanno per obbedienza. È intuitivo, come dicevo, che i risultati spirituali,
nei due casi, sono molto diversi. Nell’ottica dei laici, è indispensabile
fornire ai sacerdoti, specie a coloro che celebrano per convinzione – e spesso
con gravosi sacrifici personali – un supporto che in molti casi dobbiamo
migliorare. In questa prospettiva desidero sottolineare anche l’importanza di
realtà come la Fraternità Sacerdotale
Summorum Pontificum, che svolge un
lavoro preziosissimo per i sacerdoti diocesani.
Per la diffusione del Motu Proprio sono importantissimi anche i
religiosi: vorrei ricordare realtà assai rilevanti come i monaci benedettini di
Villatalla e, soprattutto, il monastero di Norcia. Esse dispongono di una
ricchezza spirituale alla quale i laici – ma anche i sacerdoti – possono
abbeverarsi, per confermare le ragioni profonde dell’impegno per la liturgia
tradizionale. Questo per ribadire che il mondo del
Motu Proprio in
Italia sta raggiungendo un’articolazione e un consolidamento
che travalica
l’ambito dei “centri di Messa” e che ci permette di andare oltre
l’occasionalità o l’episodicità. Nell’ottica dell’importanza dei religiosi per
lo sviluppo del Motu Proprio, però, non posso non menzionare, ahimè, la
grave ferita inferta al
Populus Summorum Pontificum dalla dolorosissima
vicenda dei FI.
Degli Istituti ED, che, come ripeto, assicurano circa il 15%
delle celebrazioni, parlerà il Can. Luzuy, Provinciale dell’ICRSS, l’Istituto
sicuramente più presente in Italia. Gli Istituti rivestono un ruolo
fondamentale non tanto sotto il profilo quantitativo, ma qualitativo. Sono i
custodi della tradizione liturgica, fanno apostolato liturgico come loro
core
business. Gestiscono gran parte dei “centri di Messa” più stabili, cui
assicurano clero dedicato in via esclusiva, e a mio parere rappresentano un
supporto spesso indispensabile per realizzare, anche da parte del clero
diocesano (per il quale costituiscono talora un punto di riferimento), quel
salto qualitativo dall’episodicità alla stabilità ed all’apostolato cui ho
fatto spesso riferimento.
4. Le prospettive
Lo sviluppo applicativo del Motu Proprio in Italia sta
rendendo sempre più pressante l’esigenza di completare la celebrazione della
liturgia tradizionale con la cura pastorale dei fedeli che la praticano. In
proposito, peraltro, non siamo all’anno zero, e possiamo e dobbiamo vedere il
bicchiere come già un po’ pieno. Per continuare a riempirlo, ci si possano
porre dei primi obiettivi raggiungibili: per esempio, la collocazione delle
celebrazioni, specie di quelle domenicali, in orari
family friendly; è
un passo molto più importante di quanto possa sembrare. Poi sarebbe opportuno
che i
coetus sapessero abbinare all’attività liturgica un’attività di
promozione culturale, che può essere gestita anche direttamente dai laici; e
che realizzassero
qualche iniziativa caritativa, valorizzando, per
esempio, i fedeli che già svolgono attività di volontariato. Tutto ciò anche
per sviluppare un consapevole spirito missionario liturgico, ed evitare la
tentazione dell’autoghettizzazione “pizzomerlettara”, che costituisce il
rischio professionale tipico dei
coetus fidelium. Da questo punto di
vista, penso che dovremmo sforzarci di migliorare il nostro atteggiamento verso
chi non conosce ancora la liturgia tradizionale, o la conosce solo attraverso
falsi stereotipi negativi, perché talora tendiamo a dimenticare che il
cattolico praticante medio – forse anche il sacerdote medio... – è stato
deprivato di larga parte degli strumenti culturali e, soprattutto, spirituali
necessari per approcciarla.
Detto questo, vorrei tornare brevemente, come avevo anticipato,
sul ruolo dei laici che compongono i nostri
coetus, per dire che essi stanno
progressivamente acquisendo la consapevolezza di essere parti vive di una viva
rete di fedeli accomunati da un
idem sentire, e di costituire quello che
con felice espressione è stato chiamato il
Populus Summorum Pontificum:
tutto ciò in termini inimmaginabili anche solo pochi anni fa. Si è così
sviluppata l’attività di organismi come il Coordinamento Toscano Benedetto XVI
o il Coordinamento Nazionale Summorum Pontificum, che si propongono, appunto,
di mettere in contatto e di favorire la collaborazione di un crescente numero
di
coetus fidelium,pur nella molteplicità delle identità e dei diversi
talenti di ciascuno. A tutto ciò si accompagna, anche in Italia, la maggior
disponibilità dei fedeli che seguono la liturgia tradizionale ad avere una
concreta visibilità nelle parrocchie e nelle Diocesi,per proporre concretamente
la Tradizione quale risposta efficace alle difficoltà dell’ora presente. Queste
tendenze, oggi emergenti ancora a macchia di leopardo, sono destinate, a mio
parere, a estendersi e a dare molto frutto, specie in questi tempi di
innegabile confusione, anche e proprio in virtù della
vis attractiva che
– lo sperimentiamo sempre più spesso – la liturgia tradizionale esercita
provvidenzialmente suitanti fedeli che cercano rimedio al disorientamento
sempre più diffuso. Da questo punto di vista, un terreno molto fecondo per
l’incremento della liturgia tradizionale è rappresentato dalla collaborazione
con
coloro che operano sul piano della difesa della vita nascente e morente,
e sul piano della battaglia antropologica.
Un altro ambito in cui il Motu Proprio è suscettibile di trovare
convinta accoglienza è quello delle confraternite, che custodiscono le
tradizioni della devozione popolare. In proposito, abbiamo segnali interessanti
ed incoraggianti, dei quali il tempo mi impedisce di parlare più diffusamente.
Infine, vorrei fare un rapidissimo accenno al fenomeno in forte
espansione delle scuole parentali, anch’esso spesso favorito dalla presenza dei
coetus fidelium e dalla pratica della liturgia tradizionale. Confesso che
dispongo di pochi dati a riguardo, ma sono convinto che un approfondimento del
tema riserverebbe non poche sorprese positive.
Tutto ciò senza negare che esistono ancora pregiudizi da
scardinare, problemi da risolvere, e ostilità, talora pertinaci, da superare.
Non vorrei dare l’impressione di eccedere in ottimismo, o di aver presentato un
visione esageratamente rosea dello stato delle cose. Purtroppo, benché la gran
parte delle situazioni “spinose” che si sono presentate negli anni scorsi si
sia progressivamente risolta, vi sono ancora gruppi di fedeli che attendono
anche da anni risposta positiva alla richiesta di applicazione del Motu
Proprio, e qualche Diocesi nella quale ci si comporta come se esso proprio non
esistesse.
Da questo punto di vista, la maggior difficoltà sembra risiedere
nel riemergere della cosiddetta mentalità indultista: l’idea
che, nonostante il Motu Proprio, la celebrazione della S. Messa tradizionale
richieda tuttora una speciale concessione del Vescovo, e che essa debba essere
se non impedita, quantomeno circoscritta ad ambiti ristretti, preferibilmente
non parrocchiali. Ho già rilevato che sopravvivono casi in cui gli stessi
promotori preferiscono non dare pubblicità addirittura a celebrazioni regolari
della S. Messa. Le principali vittime di questa mentalità, dobbiamo dirlo, sono
i sacerdoti. Che sia ancora diffusa la tendenza a rinchiudere i fedeli del Motu
Proprio in qualche riserva indiana è un dato che va riconosciuto; ma va anche
riconosciuto che sta scomparendo, grazie al Cielo, la corrispondente tendenza
di alcuni fedeli ad accettare la cosa come ineluttabile, e ad adattarsi alle
seducenti comodità che talora essa sembra garantire.
Come ci dicono i dati, l’applicazione del Motu Proprio appare più lenta nel Sud
Italia; ma è proprio da questa realtà che stanno pervenendo, negli ultimi
tempi, segnali incoraggianti, ancorché timidi.
[1]Dato che
la percentuale dei fedeli
Summorum Pontificum compresi nella fascia
d’età 25-35 è piuttosto alta, e mediamente tra i 25 e i 35 anni ci si sposa, ne
segue la crescente frequenza di matrimoni VO.
[2]Quest’anno
2018-2019 ha registrato l’ingresso in seminari ED di almeno tre giovani
italiani; nel 2018 è stato anche ordinato un sacerdote italiano. Se
consideriamo che i “centri di Messa” stabili sono 123, mi sembra una
percentuale interessante.