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31 agosto 2026

Riscoprire Andrej Tarkovskij


di Francesco Filipazzi 

Nel 1986, il 29 dicembre, scompariva Andrea Tarkovski, un grandissimo regista russo profondamente inviso al regime sovietico.

Nonostante fosse molto ammirato in tutto l'occidente, sia per la sua arte che per le prese di posizione che lo portarono ad esiliarsi in Italia e a chiedere la cittadinanza statunitense, è ultimamente poco citato, da questo parti.

A celebrarne la figura però ci ha pensato Massimiliano Pappalardo, con l'agile volume "La filosofia di Andrej Tarkovskij", nel quale vengono ripercorsi i sette film che hanno reso il lavoro di questo regista una pietra miliare della storia del cinema.

Credente e molto influenzato dalla spiritualità ortodossa, Tarkovskij non crea un'arte esplicitamente sacra, ma la telecamera che si sofferma sulle inquadrature, il ritmo lento e solenne, sembrano proporre delle vere icone viventi. Questi film sono dunque partecipi della metafisica delle immagini e della luce di cui parla Pavel Florenskj a proposito, appunto, delle icone ortodosse, concepite come porte fra il mondo visibile ed invisibile.

I film di Tarkovskij sono dunque iconostasi e teatro di una liturgia vera e propria. Non a caso "Andrej Rublëv", la storia di un pittore di icone vissuto nel XV secolo, è considerato uno dei capolavori della storia del cinema.

Consigliamo dunque il libro di Pappalardo, contenente molti altri riferimenti che lasciamo al lettore, come introduzione ad un regista che andrebbe riproposto e studiato, per recuperare un po' di profondità in mezzo al piattume (e pattume) del nostro tempo.


 

10 luglio 2026

Una tirannide di fannulloni e donnaioli


 

di Marco Begato

“Fu la tirannide e non il cattolicesimo a impedire lo svilupparsi del capitalismo in Francia e Spagna e a soffocarlo in Italia e nei Paesi Bassi meridionali. Ironicamente, forse nella storia non vi furono monarchi più scrupolosi, onesti e instancabili di Carlo V e del figlio Filippo II. Furono loro a costruire l’impero spagnolo e a governarlo per più di ottant’anni. Si svegliavano quasi ogni giorno all’alba e lavoravano in modo diligente all’amministrazione dei loro immensi territori. Se fossero stati fannulloni o donnaioli, avrebbero arrecato meno danni alle economie di cui erano responsabili. Invece i sovrani francesi erano abbastanza pigri e molto meno onesti; eppure, in termini di progresso economico, sotto il loro dominio la Francia andò meglio della Spagna. Questa è la più grande ironia: dato un dominio tirannico, una dilagante corruzione governativa procura gradi di libertà che non esistono sotto tiranni onesti e scrupolosi”. (R. Stark, La vittoria della ragione, Lindau, Torino 2006, 287-288)

Questa è la tesi di Stark, che dunque vorrebbe ricondurre l’evoluzione economico-capitalista a queste condizioni: assenza di tirannide; o, al massimo, tirannia dissoluta con diffusa corruzione negli apparati amministrativi.

Il tutto, sempre mantenendo l’assunto principale affermato dal battista Stark: “fu la tirannide e non il cattolicesimo a impedire lo svilupparsi del capitalismo”.

È una citazione sulla quale torno periodicamente e che tengo a mente nel modo di impostare il mio lavoro quotidiano: un eccesso di controllo e di zelo risulta deleterio per uno sviluppo cooperativo in un contesto multi-culturale.

Un eccesso di controllo e di moralità diviene soffocante e controproducente. Inaridisce l’esperienza quotidiana.

Ora mi chiedo se tale riferimento possa tornare utile per diagnosticare i problemi del tempo presente, pur sempre ammesso e non concesso che l’intuizione starkiana sia corretta.

Siamo certamente in un tempo di tirannide e di controllo.

Quegli organismi sorti per favorire la cooperazione dei popoli si sono tramutati in enti di rigido controllo trans-nazionale, a oltraggio del diritto sovrano dei popoli e quindi della libertà autentica dei cittadini. La NATO decide se e quali guerre condurre. L’OMS impone lock-down e vaccinazioni pericolose. La UE interviene a modificare la cultura dei singoli Paesi (Agenda2030) e prepara la censura mediatica su larga scala.

Verrebbe allora da consolarsi, perché sembrerebbe di essere dunque, sì, sotto tirannide, ma in una tirannide di “donnaioli e fannulloni” (per citare sempre Stark).

È che i nostri governanti sono proprio andati oltre rispetto ai secoli passati, su tutto.

I livelli di controllo cui siamo sottoposti sono saliti in modo vertiginoso.

E i vizi delle élites dominanti sono piuttosto trasbordati in forme di grave disturbo o di ritualità negativa, cosicché si parla ormai di politici drogati o votati a Satana (Epstein docet).

Giustamente dunque da più parti si lancia l’allarme: “Me parece que la humanidad nunca ha estado en un momento más peligroso que el que vivimos ahora”. (fonte)

Strumenti troppo potenti, soggetti troppo corrotti, società troppo controllate.

E ostinatamente in lotta contro l’unica chiave risolutiva: la fede in Cristo testimoniata dalla Tradizione cattolica.

Dove invece l’Impero si sottomette alla Croce, la virtù è presupposta al comando e la libertà è donata ai singoli e vissuta nella varietà dei carismi.


 

21 novembre 2024

“Una, santa, cattolica e apostolica”. L’ultimo libro del cardinal Zen



di Samuele Pinna

È stato dato alle stampe il libro del cardinal Joseph Zen intitolato Una, santa, cattolica e apostolica. Dalla Chiesa degli Apostoli alla Chiesa “sinodale”, a cura di Aurelio Porfiri (Edizioni Ares). Un testo prezioso, disseminato di spunti e di riflessioni pacate, ma portate avanti con precisione e fermezza.

 Qualche assaggio. Il cristianesimo è la religione del libro? «Gesù – scrive il Presule – ha voluto costruire la sua Chiesa sugli apostoli, non su un libro. Il Vangelo, scritto per ispirazione dello Spirito Santo, dovrebbe essere interpretato nella viva Sacra Tradizione. La Sacra Tradizione, il Credo, e il Magistero sono elementi indispensabili della Chiesa. Se io dico: “Voglio Cristo soltanto nel Vangelo. Non voglio la Sacra Tradizione. Non voglio il Credo. Non voglio il Magistero”, non ho la minima possibilità di trovare Cristo. È Lui che vuole essere incontrato nella Sacra Tradizione attraverso il Credo e il Magistero. È Lui che ha chiamato alcuni uomini a essere strumenti della sua grazia». 

Come valutare il Sinodo sulla sinodalità? «Da un lato, la Chiesa viene presentata come fondata da Gesù sul fondamento degli apostoli e dei suoi successori, con una gerarchia di ministri ordinati che guidano i fedeli nel loro cammino verso la Gerusalemme celeste. Dall’altro, si parla di una non ben definita sinodalità, una “democrazia dei battezzati”. (Quali battezzati? Vanno almeno in chiesa regolarmente? Hanno una fede basata sulla Bibbia e una forza che viene dai sacramenti?). Questa seconda concezione, se viene legittimata, può cambiare ogni cosa, la dottrina della fede o la disciplina della vita morale». 

Come valutare Fiducia Supplicans: «Il documento ha suscitato subito grande sorpresa e generato in seguito tanta confusione». 

L’autorità costituita deve ricercare sempre il bene comune? «È deplorevole che chi ha incarichi di governo spesso cerchi il proprio interesse invece del bene comune. Per fare carriera e accumulare ricchezze mettono a tacere la coscienza. Anche le guide religiose possono essere tentate dalla ricerca del proprio interesse e Giuda ne è un esempio. La storia della Chiesa è piena di simili esperienze e macchiarsi di questi crimini è particolarmente grave per un capo religioso. L’Antico Testamento descrive queste persone come i pastori che sanno solo nutrirsi del latte, rivestirsi di lana e uccidere le pecore più grasse invece di pascolare il gregge (cfr. Ez 34, 3)».

Questi sono soltanto alcuni passaggi di un pensiero (e di un libro), ben più ricco e da assaporarsi capitolo dopo capitolo, pagina dopo pagina, riga dopo riga. Il cardinal Joseph Zen Ze-Kiun riesce, infatti, a indicare il cammino a chi vuol essere testimone – e, quindi, martire – dell’annuncio cristiano: «Il nostro Buon Pastore conduce tutte le pecore in un unico ovile. Non sappiamo in che modo lo farà, ma siamo certi che, avendolo deciso, un modo lo troverà. Possiamo non conoscere le sue vie, ma ci ha detto che cosa dobbiamo fare. Ognuno di noi è stato reso “luce per le genti” e ha la responsabilità di essere uno strumento di salvezza “fino agli estremi confini della terra”».

Desidero incontrare il curatore italiano del volume e chiedergli il perché conviene leggere questo testo: «Perché – mi vien detto – sono il punto di vista di un grande protagonista del cattolicesimo contemporaneo su temi di enorme importanza. Quindi credo che chi leggerà vi troverà sicuramente molto materiale per riflettere». 

Rilancio: quali sono i punti di forza dell’opera del cardinal Zen? «Credo che essi risiedano nel parlare molto chiaro del Cardinale e nel rifiutare giri di parole. È una persona molto concreta, da buon cinese». 

M’interesso a come un compositore con ben sessanta libri pubblicati abbia conosciuto il vescovo di Hong Kong? «L’ho conosciuto più di venti anni fa a Roma, durante un Sinodo dei Vescovi in cui suonavo come organista. Il Cardinale è una persona molto simpatica e così si è sviluppato un rapporto amichevole». 

Indago ancora e domando come sia stato collaborare con lui: «Come ho detto, è molto piacevole ma anche molto esigente, quindi bisogna rispettare il fatto che il Cardinale sa bene quello che vuole». 

Di là dal rapporto personale, desidero sapere se oggi può essere utile un tale approfondimento sulla Chiesa: «Sì, perché oggi viviamo in un tempo di grande confusione e di crisi della fede a molteplici livelli, quindi sono necessarie delle guide che ci aiutino a non cadere in errore». 

Concludo con una provocazione: dobbiamo – come afferma il cardinal Zen – mantenere la speranza e accrescere la fede per superare le tempeste del nostro tempo? «Io credo che nella situazione attuale, in cui tante cose ci sono state tolte, l’unica cosa che non ci deve essere tolta è proprio la speranza».

 

 

 

02 marzo 2021

Tipler e la fisica del cristianesimo


di Giorgio Salzano

Da diversi giorni mi frulla per la testa un possibile incipit per un post: io ho una difficoltà, o sono cristiano cattolico ortodosso io, o lo è un certo omino in bianco. Questione imbarazzante, perché tanto per cominciare mi si potrebbe chiedere, ma chi ti credi di essere? La risposta è semplice: nessuno. Mi limito a ritenere vero quello che è stato affermato tale semper ubique ab omnibus. E lui, l’omino in bianco, chi si crede di essere? La risposta sembra abbastanza chiara: il Papa. Ma questo sposta il problema: chi è dunque il Papa, non individualmente è chiaro, ma come figura? Io avrei una risposta da suggerire: non dovrebbe essere nessuno, se non uno chiamato a confermare il popolo dei cristiani nella verità di ciò che stato riconosciuto vero semper ubique ab omnibus. Un lettore appena appena un po’ acuto avrà a questo punto individuato che proprio qua sta la difficoltà: che la formula di Vincenzo da Lerino per identificare l’insegnamento cristiano ortodosso è aperta a discussione.

Faccio un salto, da questo incipit destinato a spiegare perché l’attuale omino in bianco mi sembra troppo cospicuamente qualcuno rispetto all’insegnamento tramandato nella Chiesa, e invece degli sviluppi che avevo in mente (ed eventualmente riprenderò in un’altra occasione) riferisco di un interessante libro di una quindicina di anni fa che mi è capitato oggi di leggere, La fisica del Cristianesimo di Frank J. Tipler. Val la pena di parlarne, non tanto per comunicare le mie impressioni al riguardo, quanto per una certa esemplarità nel suo atteggiamento verso la dottrina cristiana, che è, come ho detto di me stesso, quella di un nessuno, ossia uno che semplicemente la accetta come è stata trasmessa nella Chiesa cattolica: trinità, incarnazione, nascita verginale di Gesù, sua resurrezione, presenza reale nell’eucaristia e resurrezione dei morti.

Tipler è un fisico e da fisico si sforza di argomentare la verità della dottrina cristiana. Commette così un “peccato mortale”, diciamo, tanto per i fisici quanto per i teologi (ed i chierici, per i quali non c’è dottrina se non in quanto è rivisitata dai teologi). È opinione corrente, egli osserva, che «non è accettabile per un fisico in quanto tale credere in Dio»; i teologi, dall’altra parte, di fisica e cosmologia si disinteressano completamente, lasciandola ai non credenti, così detti, ai quali finiscono in definitiva per dare ragione, relegandosi nel loro campicello arato con il vomere della filologia, biblica e di storia della dottrina. Non pare si accorgano che senza cosmologia il Cristianesimo non regge, diventando una credenza tra le tante professate su un piccolo pianeta di un piccolo sole di una galassia tra gli ammassi di galassie che costituiscono l’universo. Non resterebbe allora alla religione che la morale, come suggeriva Kant (e il sermoneggiare dell’omino in bianco, così alieno dai riferimenti dottrinali da suonare come qualcuno da stare a sentire soltanto per la posizione che occupa). A meno di non fare come Tipler, che sulla base della nuova cosmologia fisico-matematica, correntemente accreditata nella sua dimostrazione della natura delle cose, cerca di rendere ragione dell’eredità cristiana.

Non voglio dire con questo che sono d’accordo con il complesso e i particolari degli argomenti che sviluppa. Riportarli e discuterli criticamente sarebbe lungo, ma resto affascinato dall’impresa, ossia il rifiuto dell’equivalente moderno della dottrina proposta nel XIII secolo all’epoca della incipiente scolastica di una “doppia verità”: per cui una cosa sarebbe la verità scientifica e un’altra la verità religiosa. Che questo sia un assurdo lo dimostra l’invasione del mondo accademico e della scuola da parte di un insegnamento che non concede spazio alla verità detta religiosa. Tipler si dichiara un «fondamentalista della fisica», intendendo «che si debbono accettare per vere le conseguenze delle cinque leggi fisiche fondamentali – la meccanica quantistica, il secondo principio della termodinamica, la relatività generale, la cosmologia quantistica e il modello standard [delle particelle] – a meno che e finché un esperimento non mostri che queste leggi hanno un ambito di applicabilità limitata». E continuerà a crederci, dice, anche se questo dovesse portare alla sua «morte professionale». Perché, contro l’opinione corrente, queste leggi portano ad affermare che ogni cosa (il nostro universo, e gli innumerevoli altri universi per noi invisibili che fanno del tutto un multiverso) ci riconduce a una «Singolarità cosmologica, che è Dio». Non solo, ma le stesse leggi permetterebbero di rendere conto del complesso della dottrina cristiana come noi nessuno l’abbiamo appresa da bambini, ed abbiamo mantenuto ragionandoci sopra senza che perplessi teologi ci persuadessero della “doppia verità”.

Sia ben chiaro, rendere conto della dottrina cristiana non significa, per me come per Tipler, negarne il carattere miracoloso. Il miracolo, come egli dice giustamente, non comporta violazione delle leggi della natura, cosa assurda, perché metterebbe Dio, creatore della natura con le sue leggi, in contraddizione con se stesso. Il miracolo sta nella improbabilità dell’evento di cui si tratta. Senza escludere che se ne possa rendere conto in base a quelle leggi, la stessa improbabilità è tale da rendere l’evento soprannaturale: come quello, in primis, della nascita da una vergine di un uomo, che muore ammazzato e risorge.

Unica è dunque la verità, naturale e soprannaturale, e di questa verità Tipler è disposto a rendersi testimone, anche come ho accennato pagando di persona, professionalmente. «E così sia.»


 

09 febbraio 2021

Il nostro libro su Joseph de Maistre


È in arrivo sugli scaffali la nostra ultima fatica "Joseph de Maistre - il padre del pensiero controrivoluzionario", scritto per il bicentenario della morte del grande savoiardo, con prefazione di Marcello Veneziani. Verrà pubblicato da Historica - Giubilei Regnani.

Il volume è acquistabile su 

Sinossi:
Joseph de Maistre muore il 26 febbraio 1821, dopo una vita non certo facile, lasciando un’enorme eredità ai posteri, il proprio pensiero. Sulla filosofia demaistriana si svilupperà la linea di pensiero controrivoluzionaria, che analizzerà e smonterà sistematicamente, di epoca in epoca, le logiche rivoluzionarie e la modernità. In modo profetico, il conte savoiardo capisce subito che dal processo innescato nel 1789 e dalle azioni giacobine non verrà nulla di buono e, pagando personalmente lo scotto della propria scelta, sviluppa un pensiero fortemente critico verso la Rivoluzione francese, individuando nel Papato l’ancora di salvezza per l’Europa. Il presente volume vuole introdurre allo studio di un pensatore straordinario e celebrarne l’opera dopo due secoli.

Sommario:
Prefazione
De Maistre, il paradosso di Dio
di Marcello Veneziani 

Nota introduttiva
Dopo duecento anni, serve ancora Joseph de Maistre
di Francesco Maria Filipazzi 

Parte prima
JOSEPH DE MAISTRE, VITA E PENSIERO
1. Il pensiero controrivoluzionario: inquadramento storico-filosofico
di Diego Benedetto Panetta 
2. Joseph de Maistre, una vita per l’Ancien Régime
di Giorgio Enrico Cavallo 
3. Macché bigotto e fanatico. Ecco il vero de Maistre
di Francesco Perfetti (tratto da un articolo de Il Giornale)
4. De Maistre e la Provvidenza
di Marco Mancini 
5. Ubi Petrus ibi Ecclesia, la visione demaistriana del papato
di Fabrizio Di Michele
6. Chiesa e monarchia universale in Joseph de Maistre 
di Alfredo Incollingo 
7. De Maistre l’Italiano 
di Paolo Maria Filipazzi 
8. Joseph de Maistre, massone ma non troppo 
di Francesco Maria Filipazzi 

Parte seconda 
L’EREDITÀ DI DE MAISTRE 
1. Rosmini, de Maistre e la risposta al liberalismo 
di Giorgio Salzano 
2. Il crepuscolo della Respublica christiana: appunti su Juan Donoso Cortés 
di Fernando Massimo Adonia 
3. Joseph de Maistre e Donoso Cortés, fra sovranità e assolutismo 
di Francesco Righini 
4. Controrivoluzione, Utopia e Kathecon in Joseph de Maistre e Plinio Corrêa de Oliveira 
di Marco Sambruna 
Conclusioni 

Appendice 
Nulla può uguagliare il latino 


 

17 gennaio 2021

Libri. Guareschi alla Grande Guerra

È uscito con Fede&Cultura il libro "Guareschi alla Grande Guerra", una serie di racconti del grande scrittore emiliano, impreziositi dal commento di Don Marino Neri.



Ecco la sinossi:

Gli immortali racconti di Don Camillo vengono in nostro soccorso chiamandoci alla buona battaglia, per conservare la fede e salvare l’anima. Giovannino Guareschi, che ha vissuto dolorosamente sulla propria pelle la Seconda Guerra Mondiale e la prigionia in un lager tedesco, la Grande Guerra del ’15-18 l’ha solo sentita raccontare, da bambino e da ragazzo, fino a che le illustrazioni della “Domenica del Corriere” non gli sono entrate nel sangue e nel cuore. La vera Grande Guerra in cui Guareschi ha militato è quella spirituale, per conservare la fede e salvare l’anima: alla stessa guerra siamo chiamati anche noi. Questo libro nasce da sette stagioni di programma radiofonico di un’emittente della Bassa Lombarda: nell’affrontare un po’ di storia e le attuali tristi cronache, Guareschi è venuto in soccorso con i suoi racconti che riposizionano la coscienza sulla linea giusta, con poche pennellate, facendo muovere i personaggi del Mondo Piccolo, dove Giovannino riesce a essere più profondo, più utile e soprattutto più leggibile di tanti teologi.

Chi volesse comprarne una copia, ci contatti a campariedemaistre@gmail.com


 

14 gennaio 2021

Si apre un anno demaistriano. Novità editoriali in arrivo

Cari lettori, il 2021 sarà un anno dantesco. Sono 700 anni dalla morte del Sommo Poeta. 

Non dobbiamo dimenticare però che dovrà essere per forza anche un anno demaistriano, per via del bicentenario della morte di Joseph de Maistre, padre della Controrivoluzione.

Per questo, come accaduto in passato su altri tempi, daremo alle stampe un volume a più mani, nel quale parleremo del pensiero, della vita avventurosa e delle opere del nostro ispiratore primario. State connessi! 

(Per i semicolti da copincolla social, parleremo anche del passaggio in massoneria del Conte, alla luce degli studi più moderni che ne ridimensionano molto il peso).


 

02 novembre 2020

Tutto liscio… come loglio? Ricapitolazione del disegno unitario



Libri. G. Biffi - S. Pinna - D. RiserbatoTutto liscio… come loglio? Ricapitolazione del disegno unitario, Postfazione di Matteo Maria Zuppi, Cantagalli, Siena 2020

È uscito in questi giorni in libreria un libro di Samuele Pinna e Davide Riserbato in ricordo a cinque anni dalla morte di Giacomo Biffi, che contiene una straordinaria sintesi del suo pensiero teologico e pastorale.

Tutto liscio… come loglio? Istruzioni per l’uso

dalla Premessa di Samuele Pinna e Davide Riserbato

Tutto liscio… come loglio? – il titolo allude alla parabola evangelica del grano e della zizzania (il “loglio”, appunto), oggetto della meditazione di Giacomo Biffi che abbiamo posto come Introduzione all’intero volume – è una domanda, forse un po’ retorica, che vuole suggerire che quando si coltiva il male, il loglio, nulla può filare via liscio come… l’olio.

La Prima Parte ripropone i capitoli principali della speculazione teologica di Biffi a partire dai temi da lui ritenuti fondamentali, ossia Cristo, la Chiesa e l’uomo: «Dalla frequentazione di sant’Ambrogio ho imparato che tre sono gli argomenti che, più di ogni altro, meritano l’attenzione del credente (…): Gesù Cristo, la Chiesa, l’uomo». La Seconda Parte, invece, si sofferma sulla pratica della fede, ed è quindi dedicata alla pastorale.

A conclusione di queste due sezioni abbiamo proposto un commento del Cardinale a due racconti di Mondo piccolo di Giovannino Guareschi, ricchi di «folgorazioni teologiche degne dei più profondi pensatori cristiani» e, a nostro avviso, estremamente significativi per ciascuna di esse. Il primo, Giacomone, mostra come tutte le mire di un cristiano siano, in definitiva, quelle di conformarsi al Crocifisso. Il secondo, All’“Anonima”, coglie la sapienza dell’autentico pastore.

L’Epilogo è un inno di speranza intimamente pacificante per questo tempo squinternato, nella consapevolezza che «in tutte queste cose noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati» (Rm 8,37).

Nell’Appendice, sono riportati alcuni cenni biografici e l’itinerario teologico di Biffi tracciato a partire dalle sue pubblicazioni.

Infine, aprono e chiudono il libro due nostri saggi: Salvare il seme, una sorta di introduzione generale al volume, e Contra insipientes. La parresìa di Giacomo Biffi, che mette a fuoco lo stile del Cardinale. Non si tratta soltanto del nostro personale omaggio al maestro e amico, ma l’espressione della salda intenzione di continuarne, per quanto possibile, l’insegnamento, in ossequio alla verità stessa che «ci sembra così importante e così bella, da meritare qualche rara volta l’omaggio anche solo di un tentativo di ricerca diretta, gratuita e disimpegnata».

 

16 settembre 2020

Libri. La Sindone tra Vangelo e un Canto di Natale di Samuele Pinna


di Samuele Pinna

«Marley, prima di tutto, era morto. Niente dubbio su questo. Il registro mortuario portava le firme del prete, del chierico, dell’appaltatore delle pompe funebri e della persona che aveva guidato il morto. Scrooge vi aveva apposto la sua: e il nome di Scrooge, su qualunque fogliaccio fosse scritto, valeva tant’oro. Il vecchio Marley era proprio morto per quanto è morto, come diciamo noi, un chiodo di porta».

Tale è l’incipit del famoso libro di Charles Dickens Canto di Natale. E, proseguendo la lettura, si scopre che quel morto, tale Jacob Marley, si rifà vivo, andando a visitare il vecchio tirchio e malmostoso Ebenezer Scrooge, suo ex socio in affari. Quest’ultimo è ammonito dall’anima trapassata della necessità di cambiare modo di vivere per non incorrere nella sua stessa pena eterna. Nell’imminente festività gli veniva offerta un’occasione: i tre spiriti del Natale (Passato, Presente e Futuro) avrebbero visitato le lunghe nottate del vecchio uomo dal cuore raggrinzito. Come ogni buona favola la conclusione ha un lieto fine: Dickens chiude il suo magnifico e immaginifico racconto, spiegando che Scrooge «divenne così buon amico, così buon padrone, così buon uomo, come se ne davano un tempo nella buona vecchia città, o in qualunque altra vecchia città, o paesello, o borgata nel buon mondo di una volta. Risero alcuni di quel mutamento, ma egli li lasciava ridere e non vi badava; perché sapeva bene che molte cose buone, su questo mondo, cominciano sempre col muovere il riso in certa gente. Poiché ciechi aveano da essere, meglio valeva che stringessero gli occhi in una smorfia di ilarità, anzi che essere attaccati da qualche male meno attraente. Anch’egli, in fondo al cuore, rideva: e gli bastava questo, e non chiedeva altro».

Morale: le vere fiabe non raccontano favole. E se è innegabile un legame tra questa storia dal sapore squisitamente natalizio con i valori che trovano la loro ispirazione nel cristianesimo, tuttavia nel Nuovo Testamento vi è un episodio per certi versi simile, ma dal finale assai diverso. La Buona novella, infatti, non è una favoletta, anche se – come scriveva J.R.R. Tolkien – «i Vangeli contengono una favola o meglio una vicenda di un genere più ampio che include l’intera essenza delle fiabe» (Albero e foglia, p. 89).

Sicché, in un brano di Luca (16, 19-31) ci si imbatte nella parabola del ricco epulone e del povero di nome Lazzaro. Salta subito all’occhio il fatto che sia ricordato soltanto il nome della persona indigente, mentre della persona agiata nulla si dice, quasi a voler suggerire una sorta d’identificazione con il lettore (e non tanto a riguardo delle ricchezze possedute). Il brano evangelico racconta, difatti, di questo personaggio vestito di porpora e di bisso che tutti i giorni banchettava lautamente. Al suo desco stava in disparte Lazzaro, il quale non riusciva a cibarsi neppure delle briciole che cadevano dalla tavola del ricco e che, anzi, erano i cani ad andare a leccare le sue piaghe. A bene vedere non si avverte nessuna prevaricazione dell’uomo facoltoso sul misero, ma si legge tra le righe un grande male (ecco ciò che può riguardare chiunque!): ai suoi occhi il povero era semplicemente invisibile. Entrambi i protagonisti della parabola a un certo punto muoiono: il povero Lazzaro fu portato dagli angeli nel seno di Abramo, il ricco fu precipitato nell’inferno, tra i tormenti. Accorgendosi del Patriarca chiede aiuto, ma nessuno può venire in soccorso perché un grande abisso separa i due stati eterni: «coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi» (v. 26). L’ultimo passaggio è di estremo interesse per introdurre un libro da poco uscito per i tipi di Ares (2020): Nuova luce sulla Sindone. Storia. Scienza. Spiritualità, a cura di Emanuela Marinelli, indiscussa esperta di sindonologia. Si legge nel Vangelo: «E quello [il ricco] replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch'essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”» (vv. 27-31).

A differenza dei romanzi natalizi di Dickens (di cui Robert Louis Stevenson affermava: «Quanto è vero Dio, sono tanto belli, e mi sento così bene dopo averli letti. Voglio uscire a fare del bene a qualcuno […] Oh, come è bello che un uomo abbia potuto scrivere libri come questi riempiendo di compassione il cuore della gente!»), la pericope evangelica sembra asserire che nessun segno può convertire un cuore perfido, senza fede. Abbiamo chi è risorto dai morti, ma non per questo l’ascoltiamo e cambiamo vita. Monito per i pagani d’allora e di oggi, ma pure per i credenti, perché nessun miracolo apparirà tale per coloro che sono ottenebrati dallo spirito dell’inganno, nonostante i prodigiosi segni del passaggio di Dio nella storia. Tra questi, risalta il mistero della Sindone: un mistero naturale e soprannaturale insieme, di natura scientifica sia naturalistica che teologica. Nuova luce sulla Sindone è un testo che, pur non rinunciando alla ricerca accademica, aiuta a comprendere parte di quella storia che ha in primo piano le vicissitudine lungo i secoli di quel lenzuolo di lino in cui fu avvolto il Cristo dopo la sua morte di croce. Storia, scienza e spiritualità sono richiamati per fare il punto davanti a una presenza ammantata di fascino. Lo stesso Benedetto XVI in una Meditazione tenuta il 2 maggio 2010 davanti all’immagine sacra ha dichiarato: «In diverse altre occasioni mi sono trovato davanti alla sacra Sindone, ma questa volta vivo questo pellegrinaggio e questa sosta con particolare intensità: forse perché il passare degli anni mi rende ancora più sensibile al messaggio di questa straordinaria Icona; forse, e direi soprattutto, perché sono qui come Successore di Pietro, e porto nel mio cuore tutta la Chiesa, anzi, tutta l’umanità».

Scorrendo le pagine del volume (composto da 12 contributi), un’opera preziosa per la Chiesa, si può avvertire la grandezza della presenza di Dio che, ancora e di nuovo ancora, si fa prossimo all’uomo per indicargli la via del bene che conduce al Bene. Insomma di chi – come il signor Scrooge di Dickens – vuole vivere secondo i principi della più rigorosa temperanza, cosicché «Dio ci protegga tutti e ci benedica».

 

 

 

23 maggio 2020

Lettura contro la pandemia di sciocchezze


di Gregorio Sinibaldi

Attorno all’epidemia di coronavirus (o covid-19) è sorta – per contrappasso – una meno tangibile epidemia di sciocchezze, di assurdità e di conclusioni irragionevoli. Non ci interessa in questo articolo passarle in rassegna, e se si dovessero raccontare tutte, il mondo forse non basterebbe a contenere i libri che potrebbero essere scritti.

Ma perché così tante stupidaggini e interpretazioni tendenziose, da parte di coloro che scrivono su giornali, riviste, blog e siti web? Chi scrive non dovrebbe porre mente a ciò che scrive? Sì, dovrebbe. Ma è invalso nell’uso di moltissimi di scrivere senza prima leggere. O almeno lo scrivere di getto (fagocitati da social come Facebook), senza aver letto per un tempo almeno uguale a quello necessario per redigere un articolo, un saggio, un libro.

Non vi pare, cari lettori, una regola giustificatissima? Se uno scrive un articolo impiegando 3 ore, deve aver letto per almeno 3 ore, sull’argomento dell’articolo. Chi impiega sei mesi per comporre un saggio, deve documentarsi come minimo per 24 settimane. Non si pretende certo la precisa parità matematica, ma si vuole indicare una tendenza da perseguire.

Quindi sia che scriviamo, sia che ce ne asteniamo, dobbiamo imporci tutti quanti la lettura se vogliamo avere in mano la nostra vita, come spiega con efficace taglio giovanilistico, don Alberto Ravagnani, in un video (scaricabile su Youtube), intitolato Se vuoi fare l’upgrade, inizia a leggere.

Ma ovviamente, ci sono letture e letture. Ottime (rare, ma immortali), mediocri o passabili (innumerevoli) e infine pessime (non così rare, ma sponsorizzate dal sistema e dal pensiero unico: you know Saviano?).

Di una cosa però dobbiamo essere contenti. Esiste, almeno dal 2000, una crescita quasi esponenziale di libri spirituali, ma anche di saggi filosofici, politici e storici, di grande valore e utilità. Specie per quei giovani lettori che vogliono essere protagonisti consapevoli dell’oggi e del domani. E che non vogliono rinunciare ai valori di Dio, della patria, della famiglia, della religione, della tradizione, della bellezza e del coraggio.

Vediamo alcune recenti uscite che certamente risultano formative ed edificanti, pur coi limiti che ogni opera umana sempre ha.

  • Giuseppe Forlai, La Compagnia dello Spirito. Introduzione alla pratica della direzione spirituale, San Paolo, 2020 (link)

Il direttore spirituale del Seminario Romano Maggiore presenta una sintesi della direzione spirituale oggi, opera importantissima da recuperare e da diffondere nei movimenti ecclesiali, specie giovanili. Nonostante i rischi connessi con la guida delle anime. “La direzione spirituale infatti è un ministero nel quale si può donare un aiuto importante alle persone, ma l’inesperienza, l’incompetenza dottrinale o l’imprudenza possono provocare danni molto gravi” (p. 19). L’apertura di cuore che l’uomo spirituale cerca in una guida, deve essere bilanciata, nel direttore, da ciò che s. Ignazio insegnava negli Esercizi: “un buon cristiano deve essere propenso a difendere piuttosto che a condannare l’affermazione di un altro” (n. 22). Le caratteristiche da ricercare nel padre spirituale sono il discernimento, l’abnegazione e la docilità allo Spirito, alla verità e alla Chiesa. “Il direttore giusto (…) è quello che insegna a fare una lettura spirituale della vita” (p. 36). Istruttivo.

  • Tamara Maggi, Giovani connessioni. Orientarsi con i figli nel web, San Paolo, 2020
    (link)

Teresa Maggi ha scritto un utile libretto sulle potenzialità e i rischi degli onnipresenti schermi di oggi. Partendo dalla costatazione, sanamente nostalgica, che tutti noi genitori “abbiamo splendidi ricordi legati alla bellezza di un mondo [pretecnologico] che non esiste più” (p. 14). Del resto se il mondo di ieri era bello lo era in primis, non per l’assenza di internet, ma per i valori che in esso non erano rari: la buona educazione, la decenza, il pudore, la carità… Valori che proprio nell’era del web rischiano di saltare. Da qui l’impegno che tutti gli educatori e tutte le persone di senno debbono sentire per ben indirizzare i bambini e i giovani nel mondo digitale. Anche perché, nota la Maggi, “digitale è reale”, non virtuale. Esiste, e rischia di nuocere e danneggiare la crescita e lo sviluppo di coloro di cui abbiamo la responsabilità. Pratico.

  • Laura Corsini, La bellezza del Mondo. Il romanzo della vita di san Tommaso d’Aquino, San Paolo, 2020 (link)

Sulla figura dell’Angelico Dottore non si finirà mai di parlare. Ma qui si adotta un registro nuovo e stimolante. L’autrice parte dall’indagine, iniziata dopo la morte di Tommaso, per conoscere la sua fama di santità e i suoi miracoli. E descrive la vita del santo attraverso un religioso, fra Carlo, che proprio s. Tommaso convertì e fece entrare nell’ordine domenicano. Intenso e godibile.

  • Tommaso d’Aquino, Commento al Vangelo secondo Giovanni (2 volumi), Edizioni studio domenicano, 2019 (link)

“L’attività letteraria di san Tommaso si restringe nell’arco di ventidue anni (1252-1274)” (p. 31). Eppure, la sua opera complessiva ha del prodigioso, sia per la quantità di testi composti, che per la loro qualità. Qualità che li rende dei gioielli unici, più luminosi di qualunque nobilissimo bijou. I padri domenicani di Bologna, con grande zelo e amore alla sapienza, ci stanno restituendo l’intera opera tomista. Dopo un’edizione straordinaria della Somma di teologia (in 4 volumi), hanno riproposto dapprima il commentario di Tommaso a Matteo, e ora quello a Giovanni, il discepolo prediletto del Maestro. L’esegesi dell’Angelico è davvero illuminante. Ed è sincronicamente letterale e simbolica, e simbolica perché letterale. Il Commento a Giovanni, secondo padre Tito Centi, è il frutto “del suo insegnamento universitario” (p. 15), verosimilmente del secondo periodo di docenza a Parigi. Per san Tommaso, “La conoscenza di Dio è il bene più grande dell’uomo” (v. 1, p. 1565). E questo dovrebbero ricordarsi sempre i teologi, gli esegeti e i pastori della Chiesa. Da biblioteca.

  • Rose Hu, La gioia nella sofferenza. Con Cristo nelle prigioni della Cina, Edizioni Piane, 2020

Si tratta della vita e della prigionia dei cattolici cinesi dopo l’arrivo di Mao, il tiranno comunista a cui la storia attribuisce milioni di vittime innocenti, di cui però si parla pochissimo. Rose, nata a a Shanghai nel 1933, fu arrestata nel 1955 e rimase nelle prigioni rosse e nei laogai (lager) circa 26 anni. Rimase fedele al suo battesimo fino alla morte, avvenuta nel 2012. Una narrazione che mostra la cattiveria degli uomini e la forza delle convinzioni. Sferzante.

  • Antonio Livi, Preparazione alla morte. Riflessione teologica a partire dall’esperienza, Leonardo da Vinci, 2020

L’immenso filosofo e teologo italiano ci ha lasciati proprio in questo anno domini 2020. Ma la sua opera sarà letta, ne siamo sicuri, anche tra un secolo. Qui vengono raccolte le ultime note, alcune delle ultime lettere e gli estremi sentimenti di fede e di amore, buttati giù da don Antonio, “dopo la scoperta della malattia che lo ha costretto a letto e purtroppo portato alla morte” (p. 9). Chi ha conosciuto il grande Livi, almeno attraverso i libri, le conferenze o le lezioni al Laterano, non deve rinunciare a questo suo piccolo testamento che ci sprona a vivere il momento presente, tra il nulla del passato (che è stato inghiottito nel non essere) e l’ignoranza (provvidenziale…) circa il nostro futuro. Toccante.

  • Ennio Innocenti, La conversione religiosa di Benito Mussolini, Fede & Cultura, 2015 (link)

Un libro di alcuni anni fa, ma che è opportuno leggere o rileggere per chi vuole veramente informarsi sulla vita di quel personaggio storico che divenne Duce d’Italia e che resterà tra gli uomini più amati e odiati della nazione. Mussolini non fu un santo e durante la gioventù, pardon la giovinezza, ne combinò parecchie. A partire proprio dal suo ateismo, collegato al suo socialismo, che era sinonimo, allora, di modernità e futurismo. Ma a poco a poco, come mostra don Innocenti, la sua fede cattolica rivenne fuori. E morì dopo aver letto la Vita di Cristo dell’abate Ricciotti, essersi confessato ed aver ricevuto l’assoluzione dei peccati. Documentato e ineccepibile.


 

19 maggio 2020

Vaticano e Russia nell'era di Ratzinger


di Marco Massignan

Il documentato lavoro di Nico Spuntoni, «Vaticano e Russia nell’era Ratzinger», Tau editrice, ricostruisce i rapporti tra  Cremlino e Santa Sede da un lato, e tra Chiesa ortodossa russa e Chiesa cattolica dall'altro, negli anni che vedono Joseph Ratzinger protagonista della vita ecclesiale, tra la fine del Novecento e l’inizio del terzo millennio.

La prima parte si sofferma sul periodo in cui il Cardinale Ratzinger è stato Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede (dal 1981 al 2005), sotto il pontificato di Giovanni Paolo II, nonché teologo conosciuto e stimato negli ambienti russi. Sono gli anni delle perestrojka di Gorbaciov, culminata con la caduta dell'Unione sovietica; della disastrosa leadership di Eltsin e poi, ancora, di nuovi ripensamenti e attriti tra Santa Sede e Patriarcato di Mosca negli ultimi anni del papato wojtyliano. Alcune pagine del primo capitolo sono dedicate al "filo diretto" tra la profezia di Fatima e la Russia.

La salita di Putin cambia le carte in tavola. Scrive Spuntoni: «l’asse culturale tra cattolici ed ortodossi russi viene interpretato in ottica politica dal Cremlino: effettivamente Putin vi rintraccia l’opportunità per creare una connessione con la Roma cattolica, utile in considerazione dell’autorevolezza di cui essa dispone all’interno della società occidentale».

In Russia, inoltre, si ristabilisce un'alleanza tra trono e altare: sulle fondamenta religiose dell'anima russa e sulla riscoperta dell'identità nazionale. Nota l'autore: «la transizione al comando statale da Eltsin a Putin e quella al vertice ecclesiale da Alessio II a Kirill intensifica  notevolmente questa correlazione, evidenziata da una sovrapposizione di posizioni ed interessi sempre più vistosa».

Il secondo capitolo è dedicato al pontificato di Benedetto XVI (2005-2013) e al miglioramento dei rapporti tra la Chiesa cattolica e quella ortodossa russa. Come scrive nella prefazione mons. A. Mennini, primo nunzio apostolico nella Federazione Russa: «Quando ho lasciato la Russia nel 2010 la percezione della Chiesa cattolica era molto migliorata rispetto al giorno del mio arrivo nel 2003. Nell'instaurazione dell’attuale clima positivo tra il Patriarcato di Mosca e la Chiesa  di Roma ha contribuito indubbiamente il pontificato di  Benedetto XVI».

Pur ponendosi in continuità con Giovanni Paolo II, Papa Ratzinger è riuscito a sciogliere le tensioni del passato e ad instaurare un nuovo clima di fiducia e stima reciproca: «la nuova disponibilità del Patriarcato e l’effettiva apertura di Ratzinger nei suoi confronti provocano un clima  di fraternità che agevola la realizzazione di un significativo avvicinamento tra le due Chiese dal 2005 in poi. I moniti di Benedetto XVI contro il relativismo morale ed in difesa delle radici cristiane d’Europa fanno sì che la Chiesa ortodossa russa rintracci sempre più spesso nella Chiesa cattolica un valido alleato di fronte alle comuni  sfide poste dalla modernità».

Questo avvicinamento è ben accolto, se non a tratti sollecitato, dal Cremlino, che «nelle  critiche di Benedetto XVI alla globalizzazione e nella storica avversione del Vaticano all'unipolarismo, rintraccia una possibile sponda a sostegno della visione multilaterale delle relazioni internazionali», puntualizza l'autore.

L'eredità di Ratzinger è il tema dell'ultimo capitolo. E arriviamo ai giorni nostri, con lo storico incontro del 2016 nella sala d'attesa dell’aeroporto dell'Avana a Cuba tra papa Francesco e il patriarca Kirill, coronamento di un processo che parte da lontano. Conlude l'autore: «l’analisi condotta sui rapporti russo-vaticani negli anni che vanno dal crollo dell’URSS fino ad oggi, dimostra il contributo decisivo di Joseph Ratzinger alla loro stabilizzazione e al loro sviluppo positivo».

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16 maggio 2020

La scelta della Luce

Non di rado, nel mondo moderno, ci sentiamo perdenti. Ma l'avventura della speranza ci porta oltre. Un giorno ho trovato scritto su un calendario queste parole: «il mondo è di chi lo ama e sa meglio dargliene la prova». Quanto sono vere queste parole! Nel cuore di ogni persona c'è un'infinita sete d'amore e noi, con quell'amore che Dio ha effuso nei nostri cuori, possiamo saziarla. Card. François Xavier Nguyen van Thuân.

di Marco Massignan

Giulia Fornasier è l'autrice di «Accetto la sfida. Fatti e misfatti di una donna in trincea tra fede, speranza e ostetricia» (Fede & Cultura, 2020)*, un libro di agevole lettura: agevole ma non banale. Sono pagine scritte in modo frizzante ed ironico dove si ride e si sorride, ci si commuove e si riflette, dove viene spontaneo simpatizzare con Rebecca Rossetti, seguirne con partecipazione le tappe di una vita (di trentenne) presa di petto fin da subito, fatta più di lacrime che di gioie, più di ostacoli che di discese, vissuta in ogni momento a pieni polmoni.

Vi piacerà Rebecca, giovane donna tenace, dolcemente rompiscatole, sensibile, orgogliosa, perennemente in battaglia: una donna che si sfoga e batte i pugni, che non le manda a dire, ma non si chiude nella lamentela fine a se stesse e nel risentimento, in un vicolo sterile. No, la nostra protagonista è feconda nel suo percorso di crescita umana e cristiana. Perché? Il motivo è semplice e profondo: perché ha accettato la sfida. Non una, ma molteplici sfide.

Ha accettato la sfida della vita, vale a dire dell'obbedienza al reale. Che è, primariamente, un atto di adorazione e gratitudine. Scrive: «ma la vita è bella. La mia è sicuramente complicata per la quantità di intoppi, ma non posso non ricordare come essa mi abbia fatto tanti regali nel tempo e ogni singolo giorno di vita che mi viene concesso è un regalo troppo immenso per perdere tempo lamentandomi degli ostacoli che incontro con la rabbia di un toro dagli occhi rossi» (p. 46).

Ha accettato la sfida del lavoro. I problemi nella ricerca di un lavoro nel nostro Paese sono sotto gli occhi di tutti, ma Rebecca non accetta compromessi o soluzioni di comodo. Come scrive Raffaella Frullone nella prefazione, «Rebecca se la gioca, a volte cadendo, a volte inciampando, altre volte ribellandosi, e poi ancora tirando fuori un coraggio che neanche Leonardo di Caprio in The Revenant» (p. 9). Sceglie l'ostetricia, ed è una vocazione. Scrive: «la convinzione di assistere a un miracolo... un momento prima c'è una possibilità di vita; l'istante dopo la vita si schiude in un pianto liberatorio di vento nuovo dentro nuovi polmoni. E' la fine e l'inizio. All'improvviso c'è uno sconvolgimento di ruoli. Due ragazzi impauriti e sopraffatti dalla gioia sono diventati genitori. Lì infagottato c'è un cosino rosa... ed è venuto al mondo grazie anche al tuo contributo» (p. 76). Born to be a midwife.

Ha accettato la sfida dell'amore vero mettendo al primo posto Dio. Si tratta di uno sguardo sull'amore (e sulla vocazione al matrimonio cristiano) realmente controcorrente rispetto al conformismo vigente. Il falso amore romantico (cattura-possesso-dominio) impedisce di vedere l'altro alla luce della Carità di Dio, d'incontrarlo veramente e di divenire “una carne sola”. E Rebecca, dopo una serie di sfaceli sentimentali, è consapevole che «se manca Dio, il rischio è di sentire prima o poi il deserto nel cuore... Mettere Dio in cima alla piramide e fare che in modo che i nostri “se” diventino “sì”, qualunque cosa succeda, questo rende felici. Perché se dici “sì” accogli l'Amore, e se l'Amore regna in te, torni a splendere di contagiosa felicità» (pp. 185-186).

Leggendo queste pagine si può vedere come la mano invisibile ma reale della Provvidenza agisce nella vita di ciascuno (spesso come medicina amara ma salutare), e come ci mette di fronte a un bivio: quello di accettare la sfida di... accogliere o meno la Grazia, di rendersi suo docile strumento per fare il bene, e di colorare le nostre esistenze sub specie aeternitatis, assecondando il progetto divino su di noi, mettendo a frutto i talenti ricevuti in dono. Rebecca ha accettato la sfida e la sta combattendo alla grande.


(*) https://www.fedecultura.com/Accetto-la-sfida-p171301130

 

12 maggio 2020

Un libro su Matteo Ricci


"Caro padre, Tanti secoli ci separano, eppure mi sembra appropriato rivolgermi a te con una lettera, per poter dirci delle cose che a me sembrano rilevanti, su qualcosa che io e te abbiamo in comune: la Cina.  Quando si parla di Cina, il tuo nome viene sempre fuori, specialmente in relazione con l' evangelizzazione di questo grande paese. Io, che osservo il modo in cui il tuo nome viene usato, a volte mi sento un pochino a disagio. A disagio, perché penso che a volte il tuo nome venga strumentalizzato per farti sembrare quello che forse non sei stato veramente. Certamente tu sei stato un grande amante del popolo cinese, ne hai apprezzato la cultura, la grande storia, il grande potenziale. La tua missione, in tempi in cui essere missionari era veramente molto complicato, non fosse per i viaggi che non erano quelli di oggi, è stata certamente importante, anzi posso dire fondamentale. Ma non vorrei dimenticare, che la tua missione era quella di uno che andava in Cina non per fare amicizia con il popolo cinese ma per convertirli al Vangelo, per farli entrare nella Chiesa cattolica per la loro salvezza. Quindi, tutti coloro che parlano di te come se fossi soltanto interessato a fare amicizia con i cinesi per l’amicizia in se stessa, a mio avviso profondamente tradiscono quello che era il tuo vero scopo...". Così comincia questo pamphlet, una lettera immaginaria che l'autore indirizza al grande missionario gesuita per parlare di molte cose, di cosa è la missione, di cultura cinese, delle differenze fra noi e loro il cui riconoscimento solo permette di costruire un vero rapporto, di amicizia, di Cicerone e di grattacieli...
Ecco un libro scritto da Aurelio Porfiri per commemorare i 410 anni dalla morte del gesuita Matteo Ricci ma anche per fare il punto, in modo breve e conciso, su alcune errate concezioni che fanno concepire l'opera di questo grande missionario in un modo non confacente al suo spirito più autentico.

 

08 maggio 2020

Un Campari con... Samuele Pinna e... don Augusto

di Paolo Gulisano

Samuele Pinna è un nome ben noto ai lettori di Campari & de Maistre. Ed è proprio su questa testata che sono state pubblicate decine di puntate dei sui gustosi racconti che avevano come protagonista un sacerdote, don Augusto. Questi racconti sono stati la matrice da cui è nato l’ultimo libro – il decimo – del sacerdote milanese. Il volume, “Dalle lettere di don Augusto”, editrice Ares, è uscito da pochi giorni. Era cosa buona e giusta, doverosa e salutare incontrare l’Autore, e noi lo abbiamo fatto.

  • Caro don Samuele, noi suoi lettori ci aspettavamo e speravamo che il personaggio di don Augusto nato qui su C&D potesse diventare il protagonista di un libro. Non siamo stati delusi, ma il libro che ne è nato è un po’ diverso da come ce lo avevamo immaginato.

Sì, i racconti apparsi su Campari & de Maistre erano di forte ispirazione guareschiana, dove il mio don Augusto, pur calato in un contesto totalmente differente, agiva in modo molto simile al don Camillo di Guareschi. Quando ho deciso di pubblicare quelle storie, grazie anche al mio Editor (tra l’altro mia parrocchiana!) ho voluto dare più profondità al personaggio e togliere ogni riferimento al prete della Bassa. Questo perché si è voluto delineare una figura originale. Tra i primi lettori, quando i racconti erano ancora in fieri, c’è stato Alberto Guareschi, il quale ha apprezzato le novelle perché non scimmiottavano quelle di suo padre, ma volevano tratteggiare una figura nuova. Il libro, così com’è stato editato, è il risultato finale di un lungo percorso: don Augusto ora è finalmente se stesso!

 

  • Reverendo (mi permetta di chiamarla così, con questo termine un po’ desueto, e dandole pure del lei), ci ha molto colpito il sottotitolo del libro: “Come rimanere cattolici nonostante tutto”... E già: sembra che oggi restare cattolici sia diventato molto difficile...

Grazie per il “lei”, del resto io faccio dare da don Augusto del “Voi” a Gesù «perché non sono per niente persuaso che le formalità siano del tutto sbagliate». Se devo trovare il motivo per cui oggi è difficile essere cattolici posso sintetizzarlo con due parole: “fede” e “verità”. Credo, come ha detto Benedetto XVI (e, in qualche modo, continua a ripetere), che oggi non si sia persa la fede nel senso soggettivo (la fede personale di ciascuno), ma si sia persa la fede in un senso oggettivo (la fede cattolica per quello che è). E, qui, entra in scena la seconda parola: “verità”. Se manca la verità, che è e deve essere riferimento per tutti, ogni cosa cade nell’opinabile: Gesù è davvero risorto? I Sacramenti sono davvero sette? Non si può rispondere: “Per me sì” o “Per me no”, ma “Se sono cattolico credo che…”. La situazione in cui oggi ci troviamo è invece di chi dice A e di chi afferma esattamente l’opposto e nessuno ha il coraggio di attestare cosa è sbagliato in modo oggettivo. Questo può andare bene per il “mondo” (anche se ne vediamo i risultati), ma non per la Chiesa, perché c’è solo una parola, che non è quella di un libro (san Bernardo di Chiaravalle spiegava che il cristianesimo non è la religione del libro, ma del Vivente), ma di un Dio che parla attraverso le Sacre Scritture e la Tradizione della Chiesa. Con Tradizione (ma anche Magistero e dottrina) non s’intende le sparate di un parroco, di un sedicente teologo o di un vescovo, ma le verità che identificano l’essere cristiani. In altri termini, bisogna tornare a fare proprie le parole che pronunciamo nel Credo. “Fare proprie” vuol dire: non avere solo le idee chiare, ma applicare quelle idee (la verità) nella vita (con la carità).

 

  • Reverendo, è d’obbligo una domanda, anche alla luce dei suoi interessi culturali e teologici: quanto c’è di don Camillo nel suo Augusto?

Pur allontanandomi volutamente dal fare il verso al Don Camillo di Guareschi, che sarebbe stato in ogni caso operazione ridicola, c’è tanto del suo pretone nel mio don Augusto. Don Camillo è un sacerdote “solido”, con poche idee ma belle chiare, ama appassionatamente il suo gregge e segue sempre i consigli o i rimbrotti del Crocifisso. Anche il mio personaggio ama in modo appassionato il popolo di Dio a lui affidato e, in fondo, non ce l’ha con nessuno, perché ciò che non sopporta non è una persona particolare, ma la stupidità umana, soprattutto quando si spaccia per intelligenza.

 

  • Il “Mondo piccolo” di don Augusto non è ben localizzato geograficamente, ma non è difficile immaginare che la grande città in cui il suo confratello è stato chiamato sia Milano, e il povero don Augusto è il testimone di una certa deriva iperprogressista che si è ben radicata anche nel terreno buono della tradizione ambrosiana e borromaica.

Come Guareschi, anch’io nei mie racconti sono stato sfumato nel precisare un luogo e un periodo storico. Nel libro, invece, risulta chiaro che i tempi di cui parlo sono i nostri, mentre rimane più vaga l’indicazione del posto da cui partono le lettere del Nostro. E il lettore è libero di indentificarsi come meglio crede. Lo stesso Guareschi nel primo racconto scrive che don Camillo è l’arciprete di Ponteratto, ma poi preferisce non dare più indicazioni precise. Penso sia stato uno degli elementi del suo successo interplanetario: quelle vicende di un parroco di provincia potevano raggiungere tutti. Io non posso minimamente paragonarmi al genio di Guareschi, ma ho cavalcato l’intuizione: il mio don Augusto potrebbe agire a Milano come a Bosa in Sardegna o a Napoli e, perché no, in Baviera. Nel mio immaginario, le situazioni possono rappresentarsi anche in longitudini e latitudini diverse. Riguardo alla terra ambrosiana posso dire che è ancora ricca e feconda, benché siano presenti, come dappertutto derive di segno opposto. Capirà che non posso sbilanciarmi perché non ho nessuna intenzione di finire in esilio come il povero don Augusto, il quale è molto più coraggioso di me. Tornando seri, anche se «la serietà non è la virtù», come diceva Chesterton ed è ricordato nella Presentazione del mio libro, oltre a essere il motto di questo blog, il problema è la confusione regnante a tutti i livelli: sia il progressismo sia un becero conservatorismo sono dannosi. Sono due estremi nocivi: da una parte si vuole mantenere la carità a scapito della verità, mentre dall’altra si sacrifica la carità per la verità. La via giusta è, a mio parere, quella più difficile, in cui si necessita di grande equilibrio, di chi cioè non confida nelle sue capacità di giudizio, ma si affida a Dio con umiltà. Ogni domanda che abbiamo nel cuore ha una risposta, ma ci vuole grande impegno e fatica nel ricercarla e trovarla (ma c’è!). è il cammino della “conversione” e di fare sempre più nostro, come dice san Paolo, «il pensiero di Cristo» (e non il “secondo me”). è Lui che cambia l’esistenza e non le nostre strategie, che possono essere utili ma in fin dei conti secondarie e relative. Qui si ritrova la speranza, perché, come mi ha insegnato il mio amico Giorgio Torelli, araldi del Vangelo, della verità, apostoli, martiri, evangelisti e, in una parola, testimoni della fede ci sono, esistono! è certo, però, che bisogna andarseli a cercare muniti di pazienza. Nel mio piccolo, ho avuto la grazia di vivere incontri del genere che ti permettono di proseguire con nuovo slancio il cammino; e come non ricordare quello più significativo per me con Benedetto XVI oppure l’amicizia con Giacomo Biffi o ancora quella con il cardinal Georges Cottier oppure l’incontro con Robert Sarah o, da piccolo, con don Vittorione. Insigne personalità che hanno arricchito notevolmente la mia vita di fede e sacerdotale. Il problema, allora, non è schierarsi, perché la fede non è fare il tifo per una squadra piuttosto che l’altra, ma ricordarsi che abbiamo già vinto, perché il Signore ha sconfitto il mondo, il peccato e, addirittura, la morte… dobbiamo chiederci se io sto gareggiando con Lui o contro di Lui. Dobbiamo, inoltre, convincerci che è Lui, mediante la Chiesa, che ci traccia la via per il Paradiso. E qui ritorna il tema della fede e della verità.

 

  • Insistiamo con Milano, reverendo. Un grande dono fatto dalla Chiesa Ambrosiana al resto del popolo di Dio fu proprio il cardinale Biffi, di cui lei si è occupato approfonditamente. Don Augusto sembra avere molte caratteristiche biffiane. È stato per caso alla sua scuola?

Credo che il cardinal Biffi sia stato uno degli uomini più lucidi del nostro tempo, con uno stile di scrittura e di analisi che non si trova facilmente in giro e che supera di molto i nostri contemporanei. La sua capacità era quella di sapere fare una diagnosi molto efficace e altrettanto sintetica della realtà, scovando le stupidaggini e tenendo aperto uno sguardo di speranza. In sua compagnia non ci si intristiva o annoiava, perché trasmetteva una gioia profonda, una gioia cristiana. Don Augusto, probabilmente di qualche anno più giovane, ma non molti, ha saputo beneficiare nell’insegnamento del Cardinale. Del resto, tra le righe, fuoriesce il pensiero di Biffi, a dire che sicuramente l’ha apprezzato. Di là dal mio personaggio, gli devo molto e ho cercato di ricambiare questo debito attraverso pubblicazioni che mantenessero vivo il suo pensiero.




  • Nella Presentazione al suo libro, leggiamo della virtù del buon umore. Ma come fa don Augusto a conservare la serenità e perfino la gioia in un mondo (e in una Chiesa) che ha subito – come avrebbe detto Chesterton – un tracollo mentale?

La mia tesi è questa: è l’umorismo che salverà il mondo, perché capace mediante un sorriso di far mettere in moto il cervello senza che uno si prenda troppo sul serio così da non cedere alla retorica. Questo non significa, però, che non ci sia preoccupazione e anche scoraggiamento davanti a una realtà che è sempre più difficile da comprendere per chi è cattolico. Tante decisioni lasciano perplessi, ma è parte del gioco: dove c’è l’uomo, c’è il bene e il male; mentre dove c’è la presenza di Dio, c’è solo il bene. Ecco perché, secondo un altro gigante della teologia (maestro anche di Biffi), Charles Journet, la Chiesa è santa ma non priva di peccatori. Se la si trasforma in una Ong è inevitabile che il suo messaggio diventi un’opinione tra le tante. Mi pare, poi, che non ci si renda conto dello stato di secolarizzazione: il modo di pensare comune è sempre più lontano dalla mentalità cristiana. Chi non se ne avvede, mi pare, sono proprio i pastori e i loro primi collaboratori, che si chiudono in un attivismo sociale senza fine ma in grado di raggiungere, ormai, sempre meno persone. Nel mio libro ironizzo su figure presenti in quasi tutte le Parrocchie nel tentativo di far sorridere e soprattutto di far pensare, cercando di mostrare come sia ancora forte il clericalismo e proprio in coloro che lo combattono. Mi pare che spesso si sia buttato via il bambino con l’acqua sporca, perché abbiamo ridotto tutto a un livello umano mentre la Chiesa possiede, sì, un aspetto umano che però è chiamato a trasfigurarsi nel divino. In una parola, rubata a Benedetto XVI: «non è di una Chiesa più umana che abbiamo bisogno, bensì di una Chiesa più divina; solo allora essa sarà anche veramente umana». Come conservare la serenità? Cito ancora il cardinal Biffi: «Quando uno è convinto che Dio esiste, ed è Padre e approdo di tutti gli esseri, e che Gesù Cristo è risorto, primizia della nostra vittoria, non può non essere allegro nel profondo del suo essere, per quanto male gli vadano le cose e per quanto deludente gli possa sembrare la cristianità».

 

  • Reverendo, siamo all’ultima domanda, la settima. Sette come i Sacramenti, quelli che il povero don Augusto vede desolatamente trascurati e calpestati. Cosa ne pensa?

Rispondo anzitutto con una frase di don Divo Barsotti: «Una Messa è più grande di tutta la storia, di tutta la vita della Chiesa perché la storia del mondo, la vita di tutta la Chiesa non sono che una partecipazione all’Atto sacrificale del Figlio di Dio. Se tu non lo credi, hai già rinunziato alla fede». Sono persuaso che la Liturgia abbia un importanza decisiva per il fedele e sia un tema molto rilevante e delicato. Non si tratta di ritualismo, ma di comprendere cosa succede nella funzione. Se tutto è orizzontale, una cosa fatta tra noi, una “cosa nostra”, allora va bene tutto: battiti di mano, canzonette sincopate, applausi e show di ogni genere con annesso il “presentatore” dello spettacolo. È giusto e persino doveroso. Anche se poi non si capisce perché si abbia così poco successo! Nel tentativo di svecchiare la Liturgia forse non ci si avvede che i banchi della chiesa sono occupati perlopiù da anziani. Al contrario, se la Liturgia è qualcosa di “verticale”, che ambisce alla “cose di lassù”, allora i fattori in gioco cambiano. Ma attenzione non siamo davanti a un aut-aut: orizzontale o verticale. No! Amare Dio è necessario per amare il prossimo, non viceversa: capire l’aspetto verticale è ciò che consente di vivere bene quello orizzontale. Qui, la questione si fa più complessa: non è il piacere, ma la verità (che è poi il grado minimo dell’amore) a dettare le regole. E quando non sono capite? Si spiegano (catechesi). E quando non sono accettate? Si “pregano”, potremmo dire in modo sgrammaticato, cioè si chiede a Dio di aprire le menti e i cuori. Modificare una composizione di Mozart, Bach o Beethoven per assecondare un gusto personale o di massa non la rende più bella, ma stonata. Lo spartito della Liturgia è già scritto da compositori sapienti (certo più sapienti di chi improvvisa, ci sono pochi Chopin in giro!) e lì uno scopre come sia sublime la musica (e la celebrazione). Questo non è formalismo, ma affidamento: il rito è il contenitore che contiene un contenuto sacro e incredibile! Davanti a un personaggio famoso che ammiriamo non improvviseremmo, ma saremo attenti a ogni particolare. Ebbene nel Sacramento, quale sia, c’è molto di più! La musica sacra, per continuare con l’esempio, non può essere sulla falsariga di quella corrente, ma deve elevare, il suo compito è far entrare nel Mistero attraverso la preghiera (e non a far provare un’emozione fuggevole). Deve portare a vivere un’esperienza totalmente diversa da quella abituale (un’emozione prolungata che tocca la volontà), altrimenti riduciamo il Mistero a qualcosa di nostra portata. Forse, quella che manca – in tutti – è una capacità di autocritica: siamo convinti che il solo fare una cosa sia di per sé giusto, ma non verifichiamo mai l’agire (e facciamo “male” molte cose!). E allora i canti nuovi sono quelli di cinquant’anni fa, allora bisogna svecchiare la Liturgia con il risultato di avere le chiese mezze vuote, allora bisogna semplificare fino a diventare stucchevoli o banali. Vengono in mente le parole del compianto cardinal Carlo Cafarra: «Una Chiesa povera di dottrina non è una Chiesa più pastorale, è semplicemente una Chiesa più ignorante».


 

09 gennaio 2020

Libri per il 2020


di Enrico Maria Romano
E’ iniziato di gran carriera il 2020 ed occorre fiutare bene l’andamento celerissimo del mondo. I social non bastano, e una cosa è l’informazione, importante ma effimera. Altra cosa è la formazione: più lenta, più duratura, e più efficace a costruire persone consapevoli e cristiani adeguati ai tempi. Oggi quindi, come mai prima, leggere si deve. Per mantenersi liberi e indipendenti dal pensiero dominante (e obnubilante). E se si deve, si può.
Quindi tra i primi acquisti da fare in queste settimane, non manchi almeno uno dei libri che, usciti a fine 2019, saranno ancor più utili in questo 2020 ed oltre.
Eccone una selezionata scelta che il buon cristiano e il buon patriota debbono procurarsi con celerità.

Si tratta di una nuova magnifica edizione del lunghissimo commento che ha fatto il grande domenicano al quarto Vangelo, scritto dal discepolo prediletto di Gesù, e spesso chiamato il Vangelo dello spirito o il Vangelo dell’Amore. La cosa veramente importante è notare quanto il pensiero teologico medievale fosse impregnato di Bibbia e di esegesi biblica. Secondo la vulgata, nel senso di opinione diffusa e discutibile, s. Tommaso e gli altri dottori del tempo (come Alberto Magno, Bonaventura etc.) erano più aristotelici che biblici, più filosofi che teologi, più razionali(sti) che cristiani. Questo commentario monumentale, accessibilissimo però grazie al lavoro di edizione di padre Roberto Coggi op, è la più solenne smentita di cotali pregiudizi. Fondativo.

Greta ha sonoramente rotto le scatole: diciamolo senza falsi pudori e pruderie. I timori infondati che inocula nelle masse, anzitutto nelle masse giovanili facilmente manipolabili – specie in chi propone loro di ridurre la settimana scolastica da 5 a 4 giorni – debbono cessare. Il Pedretti, senza ideologismi preconcetti, analizza partitamente i problemi suscitati, veicolati o sbandierati dalla svedesina più famosa di sempre. L’ambiente, il surriscaldamento e le sue cause, l’animalismo, il veganismo, la questione del diesel, il mitico (e satanico) CO2. Certe problematiche sono false o almeno mal poste (come il rischio di estinzioni delle principali specie animali). Altre sono vere, come l’inquinamento delle metropoli, dei mari e dei fiumi, ma catastrofisticamente usate. Altre sono incerte, come il rapporto tra industrializzazione e riscaldamento globale, e dunque urge prudenza e coscienza, più che venerdì a spasso. Utile.

Lo storico cattolico ricorda il grande filosofo anticonformista Augusto Del Noce in occasione dei 30 anni dalla di lui morte (1989). La grandezza e l’attualità del magistero delnociano sta nell’equilibrio e nell’autonomia in cui l’intellettuale si mantenne tra Scilla e Cariddi. Da un lato il marxismo culturale, che dominò in Italia in modo pressoché totalitario dal 1968 alla caduta del muro di Berlino (1989), e dall’altro il pensiero del progressismo liberal che andava formandosi allora, a cui anche moltissimi cattolici progressisti diedero una mano. Lui no. Lui rimase integralmente fedele a Dio-Patria-Famiglia in un mondo ostile, respingendo con forza e profezia i vari ismi del momento, tra cui l’edonismo, il relativismo etico e il resistenzialismo, cioè l’idea-mito che la Resistenza fosse il momento palingenetico della storia recente d’Italia. Formativo.

Un giovane filosofo ci spiega l’importanza della nozione di senso comune, ovvero dei primi elementi della razionalità, comuni a tutti gli uomini, dotti e non, e necessari alla formulazione del giudizio. L’antitesi del relativismo, del pensiero debole (Vattimo) e del nichilismo valoriale di moda oggi. Tra questi elementi prefilosofici, che Maritain chiamerà doti (o doni) della natura in noi, ci sono la certezza dell’esistenza della realtà, di noi stessi e della possibilità della conoscenza. Si parla anche qui di metafisica spontanea, cioè naturale e connaturata all’uomo, in quanto homo sapiens. Senza le verità o le intuizioni prime del senso comune, qualunque ragionamento potrebbe essere dichiarato opinabile e dunque illusorio. Ma grazie a Dio anche chi sragiona, volendo, potrebbe ragionare! Filosofico, ovvero tendente alla saggezza (del lettore).

Il ben noto biografo e mariologo italiano ci presenta la vita di colui che resterà ancora per molto come il principe degli esorcisti del XX secolo: padre Gabriele Amorth. La cui biografia finora era poco conosciuta. Ma essa è ricca e piena di risvolti. Il giovane Gabriele per esempio rischiò da vicino la fucilazione per fatti di resistenza, in ciò vicino al padre Mario, tra i fondatori del Partito popolare con don Sturzo. Tra le sue battaglie successive però ci fu la lotta spirituale contro il comunismo e l’ateismo. Fu anche grazie a don Amorth se nel 1959 i Vescovi italiani, sotto la guida di Giovanni XXIII, consacrarono a Catania l’Italia al Cuore immacolato di Maria. Il che avvenne in prospettiva decisamente antimarxista e antisovietica. Dal 1986 alla morte del 2016 invece passò alla diuturna lotta contro il demonio e… contro preti, vescovi e cardinali che a satana non volevano credere, sopprimendo ogni esorcismo nelle loro diocesi. Avvincente.

Silvano Panunzio (1919-2010) fu il figlio del giornalista e politologo Sergio (1886-1944), quest’ultimo membro di primo piano del sindacalismo rivoluzionario di primo Novecento, nonché intimo amico del cavalier Benito Mussolini. Il figlio Silvano invece fu una personalità più versata nelle cose delle spirito e della filosofia, sebbene cedesse troppo a certe mode esoteriche e simbolistiche. Nel 1946 assieme al fratello Vito fonda la rivista culturale Pagine Libere, su cui scriveranno autori come Gioacchino Volpe, Nino Tripodi, Luigi Ventura e il rabbino fattosi cattolico Eugenio Zolli. Nel 1976, lanciò la rivista anticonformista Metapolitica, che durò per 34 anni. Iduna ha ripubblicato i migliori articoli e saggi del nostro, che sinteticamente possono definirsi come una critica radicale e impietosa della contemporaneità. Ustionante.

Da ultimo un libro dotto e in lingua francese (ben sapendo che non mancano né i dotti né i francofoni tra i lettori del nostro blog). Un giovane sacerdote, che in pochi anni ha accumulato titoli di studi e pubblicazioni specialistiche, fa la storia delle divisioni (dottrinali, pastorali, ideologiche) nella Chiesa, che spesso sono diventate divisioni – purtroppo – dalla Chiesa. E questa storia inizia sin dai tempi apostolici ed è destinata a durare ancora. L’abbé Berthe mostra la larghezza di vedute che spesso permise di salvare il gran bene dell’unità cattolica, mentre la durezza di cuore, degli uni e degli altri, fu la vera causa che a volte produsse scismi ed eresie. Anche oggi c’è bisogno che nella Chiesa si mantenga vivo questo doppio binario teologico e giuridico, sia ad intra che ad extra: fermezza nel dogma, e solo nel dogma, elasticità e prudenza nella pastorale, e soltanto in essa. Consigliabile a tutti coloro che realmente bramano che si faccia un solo Ovile sotto un solo Pastore.



 

25 novembre 2019

Consigli di lettura per Natale. Schegge Riunite

Fra un mese è Natale e come ogni anno nessuno sa cosa regalare o cosa regalarsi. A venirci in aiuto sono sempre loro, i libri. In mezzo a tante buzzurrate che affollano gli scaffali, l'editoria moderna regala ancora pezzi di valore.
Oggi parliamo dell'editrice indipendente "Schegge riunite" (sito qui), che dà spazio ad autori emergenti e riedita capolavori del passato, come quelli di Salgari e Chesterton.
Di seguito una selezione di titoli meritevoli.

IL FIUME DI FUOCO
di Michele Silvi (autore esordiente, romanzo alla George MacDonald)

In una casa buia un bambino viene ucciso con un pugnale maledetto da suo padre che lo identifica con la causa della malattia di sua moglie. Questa miracolosamente guarisce ma si rivolge alla Strega per riavere suo figlio. La Strega acconsente a riportarlo in vita, ma da quel momento il bimbo sarà suo, e subito il corpicino si trasforma, il bambino diventa un uomo grande e grosso con capelli e occhi bianchi, abbracciando sua madre la carbonizza, guardando negli occhi suo padre lo uccide sul colpo.
Ishramit, questo il suo nome d'ora in poi, viene affidato alle cure di un non meglio noto Marchese, che spera di approfittarsi di questi misteriosi poteri. È nel suo castello che incontrerà Franz, un piccolo brigante che ci si era introdotto per rubare del pane, che in quell'uomo dalle sembianze mostruose, di cui tutti sono terrorizzati, vedrà piuttosto un modo per non essere costretto a rubare per vivere. Costretti a lasciare il castello, i due partono per un viaggio dalla meta incerta, guidati soltanto dalle misteriose direttive di un uomo bendato: Ishramit riceverà l'investitura da cavaliere e Franz, che ha sempre voluto essere un cavaliere, sarà suo scudiero finché, al termine di un cammino faticoso e ricco di incontri con le presenze misteriose e malevole che abitano quel regno sconosciuto, non sarà pronto a diventare cavaliere a sua volta. Soltanto allora Ishramit potrà essere libero dalla sua condizione, che gli impedisce di trovare riposo persino nella morte.

...Nel frattempo, qualcuno si sveglia e si accorge di essere immerso in un liquido rosso che lo brucia fin nel midollo. Fuoco... o sangue? Una forza misteriosa lo conduce in superficie e lo spinge a risalire la corrente, mentre la strana sostanza sembra consumarlo e nutrirlo al tempo stesso.

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MAGIA: UNA COMMEDIA FANTASTICA
Di Gilbert Keith Chesterton, tradotto da Edoardo Dantonia

Camminare nel paese delle fate può essere pericoloso: si può impazzire o, cosa ancora più grave, ci si può innamorare. I protagonisti della vicenda sono paradossali, a tratti caricaturali, ma vivi come solo i personaggi chestertoniani possono esserlo. Vivi e vitali, dirompenti e divertenti, sono pensati per essere interpretati da attori; ma la storia si legge perfettamente come un racconto, come disse l'autore stesso. Il Chesterton commediografo non è molto popolare, alcuni lo ritengono persino mediocre; ebbene, Magia è un'occasione d'oro per cambiare idea.L'edizione è dotata di testo a fronte

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APOLOGHI E NOVELLETTE
Di San Bernardino da Siena

Le opere di San Bernardino da Siena segnano profondamente il XV secolo. I suoi consigli spirituali toccano sempre gli aspetti pratici della vita, tanto che i suoi nemici peggiori furono le case da gioco e gli usurai. Qui sono raccolte le opere di maggior respiro narrativo.

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Ciò che resta dell'humano: Questioni sul pensiero, il postumano e la fine della storia 
Di Matteo Bergamaschi, Saggio filosofico
“Vogliamo pensare l’umanesimo, e vogliamo pensarlo ora, per il nostro tempo, per il nostro presente. Non l’essenza dell’uomo, la sua struttura o la sua storia – l’umanesimo non è un’antropologia.”Vogliamo investigare quel particolare rapporto con i testi (con «il significante», come diremo) che caratterizza in profondità una proposta umanistica.L’umanesimo ci sottopone la questione del testo e dei testi, la questione della lettera: per questo abbiamo scritto «humano». Esso è una questione urgente, l’humano cioè è minacciato: ecco che si profila all’orizzonte una nuova barbarie, una barbarie dal volto pulito e ben rasato, la barbarie dell’inglese, dell’informatica e dell’impresa.

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IL DILUVIO
Di Henryk Sienkiewicz, Romanzo storico

C'è stato un tempo in cui due fra le più grandi e potenti nazioni europee vennero a scontrarsi in una guerra senza precedenti. Quale fra la modernissima Svezia e il vecchio e solido Commonwealth Polacco-Lituano sarà a prevalere? E quale fazione sceglierà Andrea Kmita, trovatosi in mezzo tra tradimenti e lealtà compromesse? Henryk Sienkiewicz (poi autore di Quo Vadis) racconta una delle grandi storie che rifondarono la Polonia quando ormai da tempo non esisteva più e che gli valsero il Nobel per la letteratura, unica della Trilogia ad essere tradotta in lingua italiana.

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NOTA: SE sei un autore o un editore, segnala i tuoi libri a campariedemaistre@gmail.com. Se li valuteremo come meritevoli, faremo il marchettone anche a voi!