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18 novembre 2017

Dopo l’adulterio e la contraccezione bisogna sdoganare l’eutanasia

di Luca Gili

Giovedì 16 novembre 2017 papa Francesco ha inviato una lettera a mons. Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia della Vita recentemente rifondata. La lettera tocca il tema della fine della vita ed è già stata salutata da alcuni organi di stampa come una apertura al “testamento biologico”, ossia alla via italiana all’eutanasia. Marco Cappato, uno dei propagandisti più agguerriti dell’eutanasia, ha salutato con favore le parole del papa. Altri organi di informazione, come Il Foglio o Famiglia cristiana, si sono precipitati a denunciare che il papa era stato frainteso.
Chi ha ragione?

A parere di chi scrive, la lettera a Paglia è interpretabile come un documento cattolico, ossia in linea con i pronunciamenti magisteriali precedenti. Ma essa non è univocamente interpretabile in questo modo: l’interpretazione eterodossa, pro-eutanasia, è del tutto compatibile con il testo firmato dal papa. Se questo vi ricorda l’esortazione apostolica Amoris Laetitia avete senz’altro buona memoria e potete farvi una idea dello stile papale. Sulla base di ciò che è accaduto dopo la pubblicazione di Amoris Laetitia si può prevedere – se la mia interpretazione è corretta - che casi di eutanasia saranno approvati “caso per caso”, dopo attento “discernimento” e che questa approvazione, benché non esplicita in documenti ufficiali, corrisponderà al pensiero di Francesco, come emergerà da qualche lettera privata di elogio a conferenze episcopali più “aperte” nel loro approccio “pastorale”. Il cardinale Burke scriverà qualche dubium, forse aiutato in questo da qualche battagliero cardinale nonagenario, mentre il cardinale Müller ci spiegherà, in una prefazione a un nuovo libro di Rocco Buttiglione, che l’eutanasia è sempre inammissibile, ma che ci sono certi casi in cui lo è e in ogni caso il documento papale è del tutto ortodosso. I vescovi polacchi continueranno, ma con sempre meno convinzione, a condannare l’eutanasia mentre i vescovi tedeschi la praticheranno, dietro lauto pagamento, in cliniche possedute dalle loro diocesi.
Fantascienza? Forse.

Ma cosa dice nella sua lettera il papa?
È chiaro che non adottare o anche sospendere terapie sproporzionate significa evitare l’accanimento terapeutico; da un punto di vista etico, ciò è completamente diverso dall’eutanasia, che è sempre sbagliata, perché l’obiettivo dell’eutanasia è terminare la vita e causare la morte.
È superfluo aggiungere che nelle situazioni critiche e nella pratica clinica i fattori in gioco sono spesso difficili da valutare. Per stabilire se un intervento medico, appropriato dal punto di vista clinico, sia di fatto proporzionato, non è sufficiente applicare una regola generale. Ci deve essere un discernimento attento dell’oggetto morale, delle circostanze presenti e delle intenzioni di cloro che sono coinvolti.”

La prima frase riflette un insegnamento di Pio XII offerto nel Discorso ad un congresso di Anestesiologia del 24 novembre 1957.
In esso il Pontefice ribadiva due principi etici generali. Da una parte, la ragione naturale e la morale cristiana insegnano che, in caso di malattia grave, il paziente e coloro che lo curano hanno il diritto e il dovere di mettere in atto le cure necessarie per conservare la salute e la vita. D’altra parte, tale dovere comprende generalmente solo l’utilizzo dei mezzi che, considerate tutte le circostanze, sono ordinari, che non impongono cioè un onere straordinario per il paziente o per gli altri. Un obbligo più severo sarebbe troppo pesante per la maggioranza delle persone e renderebbe troppo difficile il raggiungimento di beni più importanti. La vita, la salute e tutte le attività temporali sono subordinate ai fini spirituali. Naturalmente ciò non vieta di fare più di quanto sia strettamente obbligatorio per conservare la  vita e la salute, a condizione di non venir meno al rispetto di doveri più gravi.

Il rifiuto dell’accanimento terapeutico, nell’insegnamento di Pio XII ribadito dalla Congregazione per la dottrina della fede in almeno due pronunciamenti (Dichiarazione sull’eutanasia, 5 maggio 1980 e Risposte a quesiti della conferenza episcopale statunitense circa l’alimentazione e l’idratazione artificiale, 1 agosto 2007) è rifiuto di mezzi “sproporzionati” che vengono così descritti nel documento del 2007:
La Dichiarazione sull’eutanasia, pubblicata dalla Congregazione per la Dottrina della Fede il 5 maggio 1980, espose la distinzione tra mezzi proporzionati e sproporzionati, e quella fra trattamenti terapeutici e cure normali dovute all’ammalato: «Nell’imminenza di una morte inevitabile nonostante i mezzi usati, è lecito in coscienza prendere la decisione di rinunciare a trattamenti che procurerebbero soltanto un prolungamento precario e penoso della vita, senza tuttavia interrompere le cure normali dovute all’ammalato in simili casi» (parte IV). Meno ancora possono essere interrotte le cure ordinarie per i pazienti che non si trovano di fronte ad una morte imminente, come è generalmente il caso di coloro che versano nello “stato vegetativo”, per i quali sarebbe proprio l’interruzione delle cure ordinarie a causare la morte.”

Quello che è evidente è che la stessa Congregazione per la dottrina della fede ha riservato a sé stessa la facoltà di stabilire se un mezzo è proporzionato o meno, come è evidente dalla risposta del 2007 a due dubia presentati dai vescovi americani. In tale risposta, la Congregazione sanciva che idratazione e alimentazione artificiale sono mezzi proporzionati anche per i pazienti in stato vegetativo. Il documento della CDF del 1980 aveva sostenuto che l’obbligo di preservare la nostra vita, anche se ci obbliga a curarci, non ci obbliga a cure sperimentali i cui esiti potrebbero anche essere dannosi. In opportune linee guida, la CDF specificava quanto segue:
In mancanza di altri rimedi, è lecito ricorrere, con il consenso dell’ammalato, ai mezzi messi a disposizione dalla medicina più avanzata, anche se sono ancora allo stadio sperimentale e non sono esenti da qualche rischio. Accettandoli, l’ammalato potrà anche dare esempio di generosità per il bene dell’umanità. È anche lecito interrompere l’applicazione di tali mezzi, quando i risultati deludono le speranze riposte in essi. Ma nel prendere una decisione del genere, si dovrà tener conto del giusto desiderio dell’ammalato e dei suoi familiari, nonché del parere di medici veramente competenti; costoro potranno senza dubbio giudicare meglio di ogni altro se l’investimento di strumenti e di personale è sproporzionato ai risultati prevedibili e se le tecniche messe in opera impongono al paziente sofferenze e disagi maggiori dei benefici che se ne possono trarre. È sempre lecito accontentarsi dei mezzi normali che la medicina può offrire. Non si può, quindi, imporre a nessuno l’obbligo di ricorrere ad un tipo di cura che, per quanto già in uso, tuttavia non è ancora esente da pericoli o è troppo oneroso. Il suo rifiuto non equivale al suicidio.”

Ora papa Francesco ci dice che, esattamente come nel caso dell’adulterio, “non è sufficiente applicare una regola generale”. Ogni caso va valutato a sé. E colui che deve stabilire se una cura è proporzionata o no è appunto il paziente. Questo, implicitamente, significa che la CDF o in generale il magistero della chiesa non ha alcun diritto di dire che idratazione e nutrizione artificiali non sono accanimento terapeutico in nessun caso. Se un paziente dovesse decidere che per lui lo sono, sarebbe ovviamente legittimo interrompere tale trattamento. Previo discernimento, ovviamente.
Sarei evidentemente molto felice di sbagliarmi e di prendere lucciole per lanterne. Ma questo discorso è a mio parere prodromo di ulteriori rivolgimenti, come abbiamo visto con Amoris Laetitia. Per smentire il mio presentimento (che è anche il presentimento di Marco Cappato e de titolista di Repubblica) la Santa Sede potrebbe senz’altro diramare una nota chiara e non ambigua in cui l’insegnamento di sempre fosse ribadito. Qualcosa mi dice che non lo faranno.
Preghiamo perché lo facciano.


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17 ottobre 2017

I sofismi di Rocco Buttiglione


di Luca Gili

In una recente intervista a Vatican Insider, Rocco Buttiglione critica i firmatari della Correctio filialis e intende mostrare che Amoris Laetitia è un testo perfettamente in linea con l’insegnamento di sempre della Chiesa. Rocco Buttiglione è un filosofo cattolico che si è distinto per la sua aderenza al magistero nel passato. Merita perciò il nostro rispetto. Ciò non toglie tuttavia che, per amore della verità, non posso fare a meno di sottolineare alcuni errori nel suo ragionamento, che ricorre a fallacie logiche. Amicus Buttiglione sed magis amica veritas.

Vediamo una fallacia molto significativa.
Soffermandosi sul conflitto tra coscienza e legge, Buttiglione fa le seguenti affermazioni:
“La coscienza riconosce di non essere in regola con la legge. La coscienza però sa anche di avere iniziato un cammino di conversione. Uno va ancora a letto con una donna che non è sua moglie ma ha smesso di drogarsi e di frequentare prostitute, si è trovato un lavoro e si prende cura dei suoi figli. Ha il diritto di pensare che Dio sia contento di lui, almeno in parte (san Tommaso direbbe: secundum quid). Dio non è contento dei peccati che continua a fare. È contento delle virtù che inizia a praticare e naturalmente si aspetta che faccia domani degli altri passi in avanti.”

Cerchiamo di capire di cosa si sta parlando. Secondo la maggior parte degli interpreti, il pressoché inintelligibile paragrafo 303 di Amoris Laetitia sostiene che in una certa situazione irregolare, Dio potrebbe chiedere a una coppia un comportamento diverso dal rispetto dei suoi comandamenti, se questa coppia è in un processo di conversione.

In concreto, se una coppia adultera inizia a incontrare un prete che non li invita a cambiare vita, questo semplice incontro può essere classificato come “discernimento” e va considerato come inizio di un processo di conversione. Quello che Buttiglione non chiarisce è che ci sono due stati possibili e fra loro contraddittori: o l’essere in grazia di Dio, o il non essere in grazia di Dio. La grazia santificante è infatti una qualità che inerisce nell’essenza dell’anima secondo san Tommaso d’Aquino ( Summa theologiae, Iª-IIae qu. 110 art. 1): o c’è o non c’è. Tertium non datur. Chiaramente se c’è, può essere presente con diversi livelli di intensità. E così anche chi è reo di peccato mortale può avere sviluppato una malizia maggiore o minore. Per questo motivo in cielo il grado di gloria dei santi è diverso. E, analogamente, la punizione dei dannati è diversa. Nel caso precedente, supponendo che una persona sia in peccato mortale per via del peccato X, se tale persona non si pente del suo peccato e cambia vita (il paragrafo 303 di Amoris Laetitia parla infatti di situazione diversa dall’ideale), ma dona altri segni di un processo di conversione (ma il paragrafo 303 è molto vago su questo punto), allora Dio guarderebbe con favore alla cosa.

Ma la domanda è: a quale cosa Dio guarda con favore?
Amoris Laetitia è chiarissima: Dio guarderebbe con favore alla stessa situazione irregolare di cui il peccatore non è ancora pentito.

“A partire dal riconoscimento del peso dei condizionamenti concreti, possiamo aggiungere che la coscienza delle persone dev’essere meglio coinvolta nella prassi della Chiesa in alcune situazioni che non realizzano oggettivamente la nostra concezione del matrimonio. Naturalmente bisogna incoraggiare la maturazione di una coscienza illuminata, formata e accompagnata dal discernimento responsabile e serio del Pastore, e proporre una sempre maggiore fiducia nella grazia. Ma questa coscienza può riconoscere non solo che una situazione non risponde obiettivamente alla proposta generale del Vangelo; può anche riconoscere con sincerità e onestà ciò che per il momento è la risposta generosa che si può offrire a Dio, e scoprire con una certa sicurezza morale che quella è la donazione che Dio stesso sta richiedendo in mezzo alla complessità concreta dei limiti, benché non sia ancora pienamente l’ideale oggettivo” (Amoris Laetitia, n. 303).

Secondo Amoris Laetitia, ciò che Dio guarda con favore è proprio la situazione di peccato, supponendo che ci siano segni di conversione – segni che però non sono il rifiuto del peccato (che è ancora commesso o almeno non detestato) e il cambiamento radicale di vita che ne consegue. Infatti, secondo il caso ipotetico prospettato da Amoris Laetitia, il cambiamento radicale di vita ancora non c’è ed il peccatore di tale quadro ipotetico è inevitabilmente ancora privo della grazia santificante.

Buttiglione, per giustificare questo passaggio, utilizza quella che in gergo tecnico è chiamata fallacia dell’accidente. È vero infatti che il peccatore, in stato di peccato mortale, compie molte azioni buone: ad esempio continua a mangiare, dormire, lavorare ecc. Probabilmente potrebbe anche ancora avere la fede cattolica, perché, il concilio di Trento ha stabilito che è possibile avere la fede benché non si abbia la carità e la grazia santificante.

Il peccatore del nostro esempio può anche praticare virtù naturali, ossia può essere coscienzioso sul lavoro, onesto, temperante, coraggioso ecc. Dio guarda chiaramente tutte queste qualità come buone. Esse però non cancellano il fatto che, globalmente, quella persona non è in grazia e, se morisse, andrebbe all’inferno.

La fallacia di Buttiglione ha essenzialmente questa forma:
a) Tutto ciò che esiste, in quanto esiste, è buono
b) Satana esiste
Dunque, c) Satana è buono simpliciter.

È evidente che Satana non è buono moralmente (se lo fosse, non sarebbe precipitato all’inferno). Egli è buono secundum quid, ossia nella misura in cui egli è un ente, mentre non è buono in assoluto o simpliciter. È la fallacia a dicto secundum quid ad dictum simpliciter.

Allo stesso modo, nell’esempio di Buttiglione, l’argomento, relativo all’ipotetico adultero impenitente Piero, sarebbe il seguente:
a) Tutti i buoni vanno in paradiso.
b) Chi vince la coppa del torneo di bocce è un buon giocatore
c) Piero ha vinto la coppa
d) Tra tutti i giocatori di bocce, Piero è buono.
e) Quindi, tra tutti i giocatori di bocce, Piero andrà in paradiso.

Piero è buono secundum quid, ossia come giocatore di bocce. Ma come uomo egli è ancora meritevole dell’inferno perché, secondo la nostra ipotesi, non si è convertito.
L’intervista al professor Buttiglione segnala un salto qualitativo nelle critiche ai firmatari della Correctio filialis. All’inizio i critici hanno impiegato insulti e argomenti ad hominem. Ora ricorrono ad argomenti parimenti inconcludenti, come le fallacie summenzionate, che però possiamo riconoscere con più difficoltà. La strategia di fondo è la medesima: un ricorso a tecniche sofistiche e un rifiuto di stabilire un confronto dialettico su basi puramente razionali.



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28 ottobre 2015

Sinodo. Alcuni punti interessanti della Relatio Finalis

di Luca Gili

Alcuni pensieri sulla Relatio synodi Il sinodo si è concluso ed è facile prevedere che il dibattito sui giornali si concentrerà esclusivamente sul tema della comunione ai divorziati risposati. Gli altri temi trattati dai padri sinodali sono già passati in secondo piano. Resta poi da vedere cosa il papa scriverà per accogliere le suggestioni dei padri sinodali. Ross Douthat, editorialista del New York Times, ha parlato di una vittoria apparente dei conservatori al sinodo – vittoria perchè le tesi dei novatori non sono passate, ma vittoria di Pirro perchè il papa sposa, nell’opinione di Douthat, le tesi di Kasper.
Prima di sottolineare alcuni punti che mi hanno colpito della Relatio vorrei dire la mia sulla questione dei divorziati risposati. Molti cattolici temono che il papa possa cambiare la dottrina su questo punto. Se il papa cambia la dottrina, è evidente che tale dottrina è instabile, quindi la fede cattolica è fallace. Questa è, credo, l’idea che molti cattolici fedeli hanno “in the back of their mind”. Partiamo però da un presupposto irrinunciabile. Il dogma cattolico è vero ed è rivelato da Dio. Il dogma dice che è peccato mortale fare sesso fuori dal matrimonio. Lo disse Gesù stesso, come ben sappiamo. Ora, ricevere la comunione in stato di peccato mortale è sacrilegio. Lo disse san Paolo e papi e concili lo hanno ripetuto sempre nei secoli. Questi due punti sono irrinunciabili.
Se, per ipotesi, il papa o i padri sinodali affermassero il contrario, tali affermazioni non avrebbero nessun valore. Ricordiamoci che una esortazione apostolica post-sinodale ha lo stesso valore dogmatico del testo monotelita inviato da Onorio I al patriarca Sergio. L’ipotesi che il papa possa definire in modo solenna una tesi contraria alla dottrina cattolica deve essere esclusa a priori da ogni buon cattolico.
Chiarito questo punto, guardiamo gli altri punti della relatio. Tra i tanti punti che credo meritino la nostra attenzione vorrei sottolineare che l’attenzione dei padri si è soffermata sulle giovani coppie. La cosa, probabilmente, ha attirato la mia attenzione perchè mi sono sposato da poco.
I padri sottolineano che i datori di lavoro devono offrire condizioni di lavoro umane. Spesso per mantenere una faimglia siamo costretti a lavorare molto e, di conseguenza, abbiamo poco tempo da spendere in famiglia. Un problema vivo. Si legga il numero 14. “Il condizionamento materiale ed economico ha un influsso sulla vita familiare nei due sensi: può contribuire alla sua crescita e facilitare il suo sbocciare oppure ostacolare il suo fiorire, la sua unità e la sua coerenza. Le coercizioni economiche escludono l’accesso delle famiglie all’educazione, alla vita culturale e alla vita sociale attiva. L’attuale sistema economico produce diverse forme di esclusione sociale. Le famiglie soffrono in modo particolare i problemi che riguardano il lavoro. Le possibilità per i giovani sono poche e l’offerta di lavoro è molto selettiva e precaria. Le giornate lavorative sono lunghe e spesso appesantite da lunghi tempi di trasferta. Questo non aiuta i familiari a ritrovarsi tra loro e con i figli, in modo da alimentare quotidianamente le loro relazioni. La «crescita in equità» esige «decisioni, programmi, meccanismi e processi specificamente orientati a una migliore distribuzione delle entrate» (EG, 204) e una promozione integrale dei poveri diventi effettiva. Politiche familiari adeguate sono necessarie alla vita familiare come condizione di un avvenire vivibile, armonioso e degno.”
Il secondo punto che mi piace sottolineare è la necessità di accompagnare le giovani coppie che, scrivono i padri, hanno la tendenza a chiudersi in se stesse e a restringere la loro rete sociale. Sto sperimentando che questo è vero. Si lavora molte ore e la sera non si ha voglia di uscire per vedere gli amici. La famiglia di origine è lontana perchè il lavoro impone di spostarsi in città, etc. Si legga il numero 60 della Relatio.
“I primi anni di matrimonio sono un periodo vitale e delicato durante il quale le coppie crescono nella consapevolezza delle loro vocazione e missione. Di qui l’esigenza di un accompagnamento pastorale che continui dopo la celebrazione del sacramento. La parrocchia è il luogo dove coppie esperte possono essere messe a disposizione di quelle più giovani, con l’eventuale concorso di associazioni, movimenti ecclesiali e nuove comunità. Occorre incoraggiare gli sposi a un atteggiamento fondamentale di accoglienza del grande dono dei figli. Va sottolineata l’importanza della spiritualità familiare, della preghiera e della partecipazione all’Eucaristia domenicale, invitando le coppie a riunirsi regolarmente per promuovere la crescita della vita spirituale e la solidarietà nelle esigenze concrete della vita. L’incontro personale con Cristo attraverso la lettura della Parola di Dio, nella comunità e nelle case, specialmente nella forma della “lectio divina”, costituisce una fonte di ispirazione per l’agire quotidiano. Liturgie, pratiche devozionali ed Eucaristie celebrate per le famiglie, soprattutto nell’anniversario del matrimonio, nutrono la vita spirituale e la testimonianza missionaria della famiglia. Non di rado, nei primi anni di vita coniugale, si verifica una certa introversione della coppia, con il conseguente isolamento dal contesto comunitario. Il consolidamento della rete relazionale tra le coppie e la creazione di legami significativi sono necessari per la maturazione della vita cristiana della famiglia. I movimenti e i gruppi ecclesiali spesso garantiscono tali momenti di crescita e di formazione. La Chiesa locale, integrando tali apporti, assuma l’iniziativa di coordinare la cura pastorale delle giovani famiglie. Nella fase iniziale della vita coniugale particolare avvilimento procura la frustrazione del desiderio di avere figli. Non di rado, in questa si annunciano motivi di crisi che sfociano rapidamente nella separazione. Anche per tali ragioni è particolarmente importante la vicinanza della comunità ai giovani sposi, attraverso il sostegno affettuoso e discreto di famiglie affidabili.”
Il terzo punto che vorrei sottolineare è che i padri sottolineano l’importanza dell’apertura alla vita. Spesso si ascolta la chiesa parlare di paternità e maternità responsabile – una cosa vera e corretta. D’altra parte, però, è bello sapere che è giusto fidarsi della Provvidenza. Dio vuole le famiglie e vuole che esse contribuiscano alla creazione, donando la vita a nuovi esseri umani. Sarà con noi per sostenerci materialmente, se ne avremo bisogno. Si legga a questo proposito il numero 62.
La presenza delle famiglie numerose nella Chiesa è una benedizione per la comunità cristiana e per la società, poiché l’apertura alla vita è esigenza intrinseca dell’amore coniugale. In questa luce, la Chiesa esprime viva gratitudine alle famiglie che accolgono, educano, circondano di affetto e trasmettono la fede ai loro figli, in modo particolare quelli più fragili e segnati da disabilità. Questi bambini, nati con bisogni speciali, attraggono l’amore di Cristo e chiedono alla Chiesa di custodirli come una benedizione. È purtroppo diffusa una mentalità che riduce la generazione della vita alla sola gratificazione individuale o di coppia. I fattori di ordine economico, culturale ed educativo esercitano un peso talvolta determinante contribuendo al forte calo della natalità che indebolisce il tessuto sociale, compromette il rapporto tra le generazioni e rende più incerto lo sguardo sul futuro. Anche in questo ambito occorre partire dall’ascolto delle persone e dar ragione della bellezza e della verità di una apertura incondizionata alla vita come ciò di cui l’amore umano ha bisogno per essere vissuto in pienezza. Si coglie qui la necessità di divulgare sempre più i documenti del Magistero della Chiesa che promuovono la cultura della vita. La pastorale familiare dovrebbe maggiormente coinvolgere gli specialisti cattolici in materia biomedica nei percorsi di preparazione al matrimonio e nell’accompagnamento dei coniugi. In conclusione, il documento è senz’altro bello. Credo debba spronare tutti noi – laici e consacrati – a parlare della bellezza della vocazione familiare, cosicchè anche le nuove generazioni possano aprirsi a questa grande benedizione di Dio.
 

03 settembre 2015

Elogio del Giubileo della Misericordia


di Luca Gili 

Papa Francesco ha indetto un giubileo della misericordia dall’8 dicembre prossimo al 20 novembre 2016, che cadrà in occasione del cinquantesimo aninversario dalla fine del Concilio Vaticano II. Nei giorni scorsi la stampa si è occupata della decisione di papa Francesco di concedere a tutti i sacerdoti la facoltà di assolvere la scomunica in cui incorrono quanti hanno commesso un aborto o cooperato alla realizzazione di questo crimine. I giornali si occupano poi dei costi che la città di Roma dovrà sostenere per attrezzarsi ad accogliere i pellegrini. Per quanto importanti siano questi temi, è forse opportuno soffermarci sul significato del giubileo.

Nella bolla Misericordiae Vultus, con cui ha indetto il giubileo, papa Francesco ha scritto:
È proprio di Dio usare misericordia e specialmente in questo si manifesta la sua onnipotenza». Le parole di san Tommaso d’Aquino mostrano quanto la misericordia divina non sia affatto un segno di debolezza, ma piuttosto la qualità dell’onnipotenza di Dio. È per questo che la liturgia, in una delle collette più antiche, fa pregare dicendo: « O Dio che riveli la tua onnipotenza soprattutto con la misericordia e il perdono». Dio sarà per sempre nella storia dell’umanità come Colui che è presente, vicino, provvidente, santo e misericordioso."
Il significato principale del giubileo è far conoscere a tutti gli uomini la misericordia di Dio. La Scrittura è piena di passaggi in cui la misericordia divina è celebrata. Le parole di Isaia, tra le tante che possono essere citate, esprimono bene il desiderio che Dio ha di purificarci dalle nostre colpe:
"«Su, venite e discutiamo» dice il Signore.«Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come neve. Se fossero rossi come porpora, diventeranno come lana. Se sarete docili e ascolterete, mangerete i frutti della terra. Ma se vi ostinate e vi ribellate, sarete divorati dalla spada, perché la bocca del Signore ha parlato». (Isaia, 1, 18-20)"
I vangeli sono pieni di parabole che Gesù adopera per spiegare la misericordia divina e molte rivelazioni private confermano il desiderio che il Padre di vederci riconciliati a lui. Tre le molte rivelazioni private, spiccano quelle a santa Faustina Kowalska, la mistica polacca che propagò la devozione alla Divina Misericordia e il cui diario contiene toccanti colloqui con Cristo che, ancora una volta, ci mostra l’amore infinito che ha verso noi peccatori.
Per questo motivo, durante il periodo giubilare sono offerte delle possibilità ulteriori per ottenere le indulgenze. Il tema delle indulgenze probabilmente non è uno dei più popolari nella predicazione odierna. Fu uno dei motivi del dissidio di Lutero con la Chiesa di Roma. Inoltre, le indulgenze presuppongono la dottrina del purgatorio e, se pochi ancora credono nell’esistenza di inferno e paradiso, ancor meno credo che il purgatorio esista. L’indizione del giubileo ci ricorda l’importanza delle indulgenze e le indulgenze ci ricordano che il purgatorio è una possibilità reale.
È forse opportuno ricordare alcuni punti. Esistono due tipi di peccato: il peccato mortale, che toglie la vita spirituale dell’anima, ossia la grazia santificante, e rende meritevoli dell’inferno, e il peccato veniale che, essendo di lieve entità, non distrugge la vita spirituale. Dio intende perdonare tutti i nostri peccati e ha dato alla chiesa il potere di rimetterli. Tipicamente ci confessiamo dai sacerdoti dicendo loro le nostre colpe. Ad assolverci, però, non è tanto il sacerdote, ma Cristo stesso, che ci parla mediante la grata del confessionale. Se colpevoli di peccato grave, la confessione ben fatta ristabilisce la comunione con Dio e la vita di grazia.
Resta però spesso una pena temporale da scontare, ossia una pena purificatrice che ci liberi dall’attaccamento disordinato a ciò che ci allontana da Dio. Se il peccatore ha una contrizione perfetta, tale pena da scontare è interamente condonata. Ma spesso non è così e Dio, nella sua misericordia, ci offre la possibilità di purificarci sia in questa vita, accettando le avversità e le sofferenze, sia nella vita dopo la morte, con le sofferenze purificatrici del purgatorio.
Esiste però la possibilità delle indulgenze. Le indulgenze rimettono in tutto o in parte la pena temporale che deve essere scontata dal peccatore. Se rimettono la pena per intero sono dette plenarie. Le indulgenze applicano il tesoro dei meriti dei martiri e dei santi a noi peccatori che le otteniamo. Ci sono innumerevoli possibilità di ‘lucrare indulgenze’. La recita del santo rosario in gruppo o la lettura per mezz’ora della Bibbia sono tra le opere più frequenti – alle quali si devono sempre aggiungere le ‘solite condizioni’, ossia la confessione, la comunione, la preghiera secondo le intenzioni del papa e l’affetto distaccato da ogni peccato.
Il giubileo offre molte opportunità di ‘lucrare indulgenze’ e ci ricorda il volto misericordioso di Dio. Papa Francesco fa bene a ricordarci che ciò che Dio ha davvero a cuore è riconciliarci con Lui. In quest’ottica deve essere letta anche la facoltà data ad ogni sacerdote di assolvere il peccato di aborto. Per la sua gravità, il peccato di aborto comporta una scomunica che può essere rimessa dal vescovo diocesano. Per un antico privilegio papale, i sacerdoti di alcuni ordini religiosi, come i Francescani o i Domenicani, hanno la facoltà di assolvere l’aborto. Alcuni vescovi danno questa facoltà a tutti i sacerdoti delle loro diocesi, alle volte per i ‘tempi forti’ dell’anno liturgico, come l’avvento o la quaresima. Il senso della scomunica è pedagogico: serve a sottolineare la gravità del delitto. Dando a tutti i sacerdoti la facoltà di assolvere l’aborto, il papa afferma implicitamente quella che in gergo tecnico è chiamata ‘giurisdizione universale e diretta’, ossia il suo primato tra tutti i vescovi. Infatti, ciò che un vescovo può fare nella sua diocesi, il papa lo può fare in tutto il mondo.
Non so se gli amici protestanti ci presteranno molta attenzione, ma la indizione di questo giubileo riafferma dottrine a loro indigeste come il primato petrino e le indulgenze. Ma a nessuno sfuggirà che Dio è misericordioso e ci attende nel confessionale e sull’altare, per purificarci e renderci simili a Lui.


 

17 ottobre 2012

God save the Queen? I cattolici e le rivendicazioni etno-nazionaliste

di Luca Gili

Lunedì scorso David Cameron ha firmato a Edimburgo un documento, in cui si stabilisce che il Parlamento scozzese potrà indire entro la fine del 2014 un referendum per stabilire se la Scozia debba diventare uno stato indipendente.
 

20 giugno 2012

Un libro di Thilo Sarrazin e alcuni vescovi che non sanno più che pesci pigliare


di Luca Gili
Tempo fa mi ero ripromesso di presentare al lettore di Campari e De Maistre l'ultimo libro di Thilo Sarrazin, L'Europa non ha bisogno dell'Euro. In che modo un sogno politico ci ha condotti alla crisi. Il libro è già uscito un mese fa e mi recai a comprarlo qui a Bruxelles il primo giorno in cui era disponibile. Poi, preso dagli impegni, ho trascurato questo mio proposito. Ci ritorno ora per una notizia di attualità. 
 

19 giugno 2012

La Grecia tra europei ed elezioni


di Luca Gili
Tutto è bene quel che finisce bene, dicono i grandi giornali europei. Qui a Bruxelles, città risvegliatasi sotto un temporale piuttosto violento, si tira un sospiro di sollievo.
In Grecia i socialisti e Nea Democratia avrebbero le forze per formare un governicchio in stile Romano Prodi 2007, con una maggioranza risicata, ma pur sufficiente. E, soprattutto, l'Olanda ha perso contro il Portogallo, con grande gioia dei fiamminghi, che seguono gli Europei solo per gufare contro i vicini olandesi.
 

08 giugno 2012

Miseria della teologia - parte II

di Luca Gili
Qualche persona che fraintenda il significato dell'umiltà potrebbe essere tentata di dire che in fondo non è un male se gli uomini di Chiesa non fanno ricerca ad alto livello: purtroppo non è raro ascoltare queste sciocchezze fra gli uomini di Chiesa, ed anche sulla bocca di molti che il destino cinico e baro ha destinato alla 'formazione' delle nuove leve del clero.
 

05 giugno 2012

Miseria della teologia - parte I


di Luca Gili
Nel mio precedente intervento su Campari e de Maistre, osservavo ironicamente che la qualità della formazione intellettuale del clero lascia molto a desiderare. Il mio era solo un accenno, che magari può risultare di facile comprensione a chi conosce l'ambiente, ma che andrebbe provato con maggiore dovizia di dettagli.