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27 gennaio 2026

Chiesa tedesca: una grana per Leone

Il Cammino sinodale tedesco è un problema per Papa Leone e prima di lui lo è stato per Francesco, supportato da Benedetto. Iniziato nel 2019 per affrontare lo scandalo degli abusi sessuali, si è presto trasformato in qualcosa che nulla aveva a che vedere con gli intenti iniziali, creando forti frizioni con la Santa Sede.



Il processo innescato dal “Cammino sinodale tedesco”, Synodal Weg, in vista dell’assemblea plenaria che si svolgerà quest’anno, sembra aver subito un’accelerazione nelle ultime settimane, quasi a voler forzare la mano ad un Papa da poco salito al Soglio di Pietro. Il progetto che la Conferenza Episcopale della Germania sta portando avanti da molti anni, per cercare di avviare una serie di riforme sul proprio territorio di competenza, non ha però mai trovato molti sostenitori fra le mura Leonine e la situazione attuale sembra, secondo alcuni osservatori, preludio di uno scisma.

Il Cammino sinodale tedesco, un problema per Leone

I tedeschi infatti vogliono introdurre una serie di aperture che la Chiesa Romana ha già più volte, anche di recente, bocciato senza appello. Il punto di rottura, oltre che su temi come le donne diacono e l’apertura alle teorie gender, è sulla riformulazione della struttura della stessa Conferenza Episcopale, che diventerebbe una Conferenza Sinodale, composta da vescovi e laici, in ruoli paritetici con i primi addirittura in minoranza. Una novità contraria al diritto canonico e dunque senza alcun valore legale a livello ecclesiastico, oltre che un tentativo di democratizzare la Chiesa. Il ruolo dei consacrati sarebbe declassato a quello di meri partecipanti a questa assemblea, chiamata ad assumere le decisioni fondamentali riguardo gli indirizzi della Chiesa tedesca, sia economici che pastorali. Una prospettiva poco cattolica che secondo il cardinale Müller, lui stesso tedesco, costituisce una protestantizzazione.

Dissensi e dimissioni

Secondo un sondaggio, la maggioranza dei cattolici tedeschi non è d’accordo con quanto sta succedendo. A dare loro voce è stato proprio Papa Leone a dicembre, che durante un’intervista ha spiegato che «molti cattolici in Germania credono che alcuni aspetti del Cammino sinodale che è stato celebrato finora in Germania non rappresentino la loro speranza per la Chiesa o il loro modo di vivere la Chiesa. C’è quindi bisogno di un ulteriore dialogo e ascolto all’interno della Germania stessa».

Oltre ai cardinali tedeschi più conservatori, come Müller e Brandmüller, altri prelati hanno espresso profondo dissenso. Quattro vescovi stanziali – il cardinal Rainer Maria Woelki di Colonia, la più grande e antica, monsignor Gregor Maria Hanke vescovo di Eichstätt, monsignor Stefan Oster vescovo di Passau e monsignor Rudolf Voderholzer vescovo di Ratisbona – hanno clamorosamente abbandonato il sinodo il 19 maggio del 2025, spiegando che si stava facendo qualcosa di illegale, «disastroso» e «catastrofico», poiché si andavano a toccare questioni antropologiche ed ecclesiologiche provocando divisioni.

Nel frattempo, di recente, a dare le dimissioni è stato il nunzio apostolico Nikola Eterovic in Germania, per raggiunti limiti di età. La prassi vorrebbe una proroga di due anni, che però Eterovic non avrebbe alcuna intenzione di chiedere, essendo stati gli ultimi anni estremamente faticosi proprio per via dei rapporti tesi con il capo dei vescovi, monsignor Bätzing, anche lui dimissionario e non intenzionato a ricandidarsi alla presidenza della Conferenza Episcopale. Lo stesso Bätzing che iniziò il cammino sinodale con toni trionfalistici, facendosi fotografare in pose eroiche sulle scale d’ingresso del palazzo apostolico, oggi è molto più prudente e mesto nei suoi discorsi.

Anche Francesco era contrario

Durante il pontificato precedente, il processo sinodale, all’epoca capeggiato dal cardinale Marx, non ha avuto molte fortune e i documenti di reprimenda non si sono risparmiati. Iniziato nel 2019 per proporre provvedimenti atti a prevenire fenomeni di abusi sessuali, il “cammino” si è presto trasformato in qualcosa che nulla aveva a che vedere con gli intenti iniziali, creando forti frizioni con Roma.

Nel febbraio del 2024, il Segretario di Stato Parolin, il Prefetto per la Dottrina della Fede Fernandez e il Prefetto al Dicastero per i Vescovi Prevost, oggi Papa, mandarono una lettera in cui chiedeva di annullare la votazione sugli statuti e di ritornare a parlare con la Santa Sede, in virtù del fatto che i documenti proposti sarebbero stati incompatibili con il diritto canonico.

Il processo quindi si fermò temporaneamente, a fronte anche del fatto che lo stesso Papa Francesco nel 2023 aveva preso nettamente posizione, scrivendo a quattro teologhe tedesche che il Consiglio Sinodale «non può essere armonizzato con la struttura sacramentale della Chiesa cattolica» e che la sua costituzione era stata «interdetta dalla Santa Sede con lettera del 16 gennaio 2023, da me approvata in forma specifica».

Anche Benedetto XVI era sceso in campo, con una lettera del 2021 al cardinale Marx riportata dal Giornale e fino ad oggi rimasta riservata e ignorata, nella quale il Papa Emerito esprimeva profonda preoccupazione. Sempre in un’intervista del 2023, Bergoglio comminò una dura reprimenda: «Il dialogo va bene, ma non è un Sinodo, non è una vera e propria via sinodale. Lo è solo di nome, ma è guidato da un’élite e il Popolo di Dio non è coinvolto. L’esperienza tedesca non è utile e non aiuta».

Vaticano-Germania un rapporto difficile

Sin dai tempi del Concilio, i rapporti fra Vaticano e Germania sono stati tesi. Il mondo germanofono ha prodotto in quegli anni teologi di primo piano, come i tedeschi Karl Rahner, Joseph Ratzinger, Hans Urs von Balthasar e lo svizzero Hans Küng, capaci di influenzare e orientare il Concilio stesso e facendone una bandiera. Se però il futuro Papa Benedetto XVI ha saputo distaccarsi da quell’ambiente culturale, riconoscendone gli errori, ciò per la maggior parte della generazione conciliare non è avvenuto. La forte carica modernista di questi teologi ha dunque proseguito nell’influenzare le chiese tedesche, olandesi e austriache, introducendo idee sulla stessa natura della Chiesa ben poco compatibili con gli orientamenti tradizionali e quindi fonte di scontro con le gerarchie romane. Un rapporto problematico che oggi deflagra.

 

28 dicembre 2019

Finisce un anno surreale, il 2020 non sarà da meno

di Giorgio Enrico Cavallo
Il 2019 volge al termine e, come sempre, è tempo di bilanci. Quello che finisce è stato un anno straordinario. Nella politichetta italiana, è stato l’anno delle più mirabolanti giravolte politiche, dei trasformismi, dei poltronismi e... dei tradimenti. Il 2019 che ci lascia è stato l’anno degli scafisti osannati come salvatori della patria e di pirati applauditi dal parlamento europeo. È stato l’anno di Santa Greta protettrice delle barche a vela; l’anno delle proteste di piazza contro l’opposizione (?) sotto il nome di un movimento dal ridicolo nome ittico; l’anno dei “200 messaggi di odio al giorno” nei confronti della senatrice Liliana Segre rivelatisi una notizia inventata di sana pianta; l’anno della marcia di Radetzky epurata perché nazista; l’anno di “si sono pentiti della Brexit” e poi alle elezioni stravince Boris Johnson con la sua turbo-Brexit; l’anno del “cardinale elettricista” e della sbandata presa da porporati vaticani per un noto idolo sudamericano; l’anno della ennesima rivelazione di Eugenio Scalfari sulla personale concezione della fede di Bergolio («Gesù di Nazareth, una volta diventato uomo, sia pure un uomo di eccezionali virtù, non era affatto Dio») e la simpatica scrollata di spalle del papa sull’accusa di eresia mossagli da più parti: «La prendo con umorismo».

Insomma: il 2019 è stato un anno fantastico, e certamente la piccola carrellata di perle e di situazioni memorabili appena elencata è soltanto parziale. Salutando quest’anno meraviglioso che ci lascia, è legittimo domandarci se dal 2020 possiamo attenderci altrettanto. Ahinoi, temiamo di sì. Perché pare che i fenomeni surreali appena accennati siano tutt’altro che passeggeri. Santa-Greta-orapronobis e i suoi adepti continueranno a fracass… ricordarci con pacatezza, garbo e soprattutto la ben nota competenza che dobbiamo rottamare i nostri mostruosi pandini inquinanti, che dobbiamo ridurre a zero le emissioni di anidride carbonica e altre amenità, dimenticando che Cina ed India e in generale i paesi in via di sviluppo inquinano come se non ci fosse un domani. Ma a loro nessuno fracass… ricorda con pacatezza, garbo e la ben nota competenza che inquinare è brutto brutto brutto e che ci hanno rubato il futuro.

Nella nostra disastrata Italia pare che la pantomima politica continuerà ancora a proporci i consueti campioni di trasformismi e di manifestazioni di piazza senza un perché; dai girotondini al popolo viola, fino all’attuale movimento sardinesco, in Italia siamo specialisti nello scendere in piazza per la fuffa, mentre per questioni che davvero riguardano il futuro e l’indipendenza della nazione nessuno batte ciglio.

C’è poi la strampalata deriva ideologica, per cui a 75 anni dalla fine della guerra, il nazismo e il fascismo sono tornati di grande attualità. Un po’ come i dinosauri, che a 65 milioni di anni dalla loro estinzione sono diventati un fenomeno di massa con i cartoni animati dei bambini e il film-kolossal. Solo che, a differenza dei dinosauri, nell’anno del Signore 2019 c’è gente che vede fascismo e nazismo dappertutto e che pretende di epurare, tagliare, cancellare anche la storia.

Nella Chiesa, ahinoi, siamo messi talmente male che ogni commento è superfluo. Ma siamo messi male da almeno mezzo secolo, dall’epoca dalla artistica interpretazione del Vaticano II, e non è difficile immaginare che le cose, al posto di migliorare, continueranno a peggiorare. A meno che non siano i cattolici, in prima fila, a cambiare le carte in tavola. Il cattolicesimo ha cambiato il mondo. Nell’attuale contesto di demenziale dissoluzione, può tornare a cambiarlo. Ma dipende da noi.

 

12 maggio 2019

La spiaggia e la sabbiera, cronache di Cina e Chiesa Cattolica

La Cina sembra a tutti gli effetti candidata a dire la sua sul destino prossimo dell'umanità. La Nuova via della Seta, la neo colonizzazione dell'Africa, i rapporti sempre più stretti con le università occidentali e molti altri elementi fanno capire che del Dragone sentiremo parlare ancora a lungo. In questo contesto si inserisce il tema del rapporto fra Cattolicesimo e Cina, tornato alla ribalta per via dell'accordo riservato fra Vaticano e Repubblica Popolare.
Cosa sappiamo però dei cristiani in Cina? Al di là dei resoconti e delle notizie dai canali più o meno mainstream, è innegabile che noi europei non sappiamo granché di quel mondo così distante da noi, apparentemente impenetrabile dalla nostra cultura, dove il cattolicesimo non è mai riuscito ad incidere in modo determinante.

Ad aiutarci nel comprendere la Cina, dunque, viene in aiuto l'amico Aurelio Porfiri, che oltre ad essere un grande maestro di musica sacra, è conoscitore del Dragone, avendo vissuto molti anni fra Macao, Hong Kong e Shangai ed avendo osservato da vicino la cultura e il modo di pensare di quel mondo. Nel volume "La Spiaggia e la sabbiera - Cronache di Cina e Chiesa Cattolica", Porfiri cerca di fornire qualche elemento sul mondo cinese, sui cattolici, sulla Chiesa sotterranea e  su quella ufficiale. Il volume, edito da Solfanelli, raccoglie e riordina i "Dispacci dalla Cina", pubblicati fra Aprile e Novembre sul blog di Marco Tosatti, che ha prefato il libro. L'autore, in forma di diario, diviso in mesi, offre quindi un punto di vista di prima mano, vissuto fra Roma e Hong Kong, proprio nei mesi in cui veniva firmato l'accordo già citato.

Subito nelle prime pagine apprendiamo alcune lezioni interessanti, sulla differenza di approccio che intercorre fra europei e cinesi. I primi portati a pensare in modo diretto, laddove invece i secondi preferiscono ragionare "di sbieco". Non proprio una banalità. Il volume dunque si dipana fra riflessioni e la vita vissuta dell'autore. Lo vediamo incontrare amici, visitare chiese, fare cose apparentemente banali come cenare. Però di banale non c'è nulla, perché tutto è accompagnato da riflessioni e spiegazioni. Apprendiamo che in Cina ad esempio c'è un certo interesse per il canto gregoriano ma la musica sacra è molto in difficoltà, ascoltiamo commenti sull'accordo con il Vaticano dai testimoni oculari, capiamo meglio alcuni concetti sui giovani cinesi.
Questo volume è insomma uno spaccato vero e proprio di vita vissuta, graditissimo e consigliato a tutti. All'interno il lettore troverà anche una serie di consigli bibliografici e indicazioni sulle fonti di informazione migliori per rimanere aggiornato sul mondo cinese.


 

11 aprile 2019

Silenzio, parla Benedetto. Abusi su minori causati da mentalità degli anni '70

Benedetto XVI ci tiene a precisare che ha preavvisato Parolin e Bergoglio, prima di prendere la parola e inquadrare pubblicamente il problema degli abusi su minori nel clero, in un testo pubblicato in tedesco su una rivista ecclesiastica bavarese. Come sempre il testo è lucido e coglie il nocciolo del discorso. La perdita della sicurezza dottrinale, la diluizione dei concetti di bene e male, una tendenza ecclesiastica volta a superare il diritto naturale. Una lettura a 360° che individua perfettamente cause e cure di un dramma, quello degli abusi, che affligge la Chiesa Cattolica ormai da troppo tempo.
(TESTO INTEGRALE)

L'origine del male è nella mentalità che ha preso piede dagli anni '70 in poi ma, nota Ratzinger, il problema nasce dall'approccio al problema morale che si è imposto al Concilio Vaticano II.

“Della fisionomia della Rivoluzione del 1968 fa parte anche il fatto che la pedofilia sia stata diagnosticata come permessa e conveniente. Quantomeno per i giovani nella Chiesa, ma non solo per loro, questo fu per molti versi un tempo molto difficile”.

"Sino al Vaticano II la teologia morale cattolica veniva largamente fondata giusnaturalisticamente, mentre la Sacra Scrittura veniva addotta solo come sfondo o a supporto. Nella lotta ingaggiata dal Concilio per una nuova comprensione della Rivelazione, l’opzione giusnaturalistica venne quasi completamente abbandonata e si esigette una teologia morale completamente fondata sulla Bibbia (...) si affermò ampiamente la tesi per cui la morale dovesse essere definita solo in base agli scopi dell’agire umano. Il vecchio adagio ‘il fine giustifica i mezzi’ non veniva ribadito in questa forma così rozza, e tuttavia la concezione che esso esprimeva era divenuta decisiva. Perciò non poteva esserci nemmeno qualcosa di assolutamente buono né tantomeno qualcosa di sempre malvagio, ma solo valutazioni relative. Non c’era più il bene, ma solo ciò che sul momento e a seconda delle circostanze è relativamente meglio".

L'idea di base, dice Benedetto, fu che la Chiesa poteva esprimersi solo su questioni religiose, “mentre le questioni della morale non potrebbero divenire oggetto di decisioni infallibili del magistero ecclesiale. In questa tesi c’è senz’altro qualcosa di giusto che merita di essere ulteriormente discusso e approfondito. E tuttavia c’è un minimum morale che è inscindibilmente connesso con la decisione fondamentale di fede e che deve essere difeso, se non si vuole ridurre la fede a una teoria e si riconosce, al contrario, la pretesa che essa avanza rispetto alla vita concreta”. 

Benedetto denuncia insomma la smobilitazione messa in atto da molti alti prelati. Togliendosi anche dei sassolini dalla scarpa. Sulla famigerata dichiarazione di Colonia: "Questo testo - scrive Benedetto - che inizialmente non andava oltre il livello consueto delle rimostranze, crebbe tuttavia molto velocemente sino a trasformarsi in grido di protesta contro il magistero della Chiesa, raccogliendo in modo ben visibile e udibile il potenziale di opposizione che in tutto il mondo andava montando contro gli attesi testi magisteriali di Giovanni Paolo II”.

Da notare un po' di ironia. “In molte parti della Chiesa, il sentire conciliare venne di fatto inteso come un atteggiamento critico o negativo nei confronti della tradizione vigente fino a quel momento, che ora doveva essere sostituita da un nuovo rapporto, radicalmente aperto, con il mondo [...]Forse vale la pena accennare al fatto che, in non pochi seminari, studenti sorpresi a leggere i miei libri venivano considerati non idonei al sacerdozio. I miei libri venivano nascosti come letteratura dannosa e venivano per così dire letti sottobanco”.

In sostanza, commento nostro, il problema dei preti che abusano di ragazzini, bambini e seminaristi, nasce da un'idea malvagia, per cui il male non è poi così tanto male e quindi anche un'azione mostruosa può velocemente essere derubricata. Mentre invece, per azioni di questo tipo si deve utilizzare la mano pesante, anzi pesantissima, perché costituiscono il male puro e satanico.

PER UN RESOCONTO COMPLETO (da cui abbiamo preso le citazioni): Aci Stampa

Per il testo completo in inglese, Lifesitenews

 

18 febbraio 2019

Il concetto. La chiesa è un bar, il capannone è una chiesa

Passeggiando per le vie di una città italiana, mi accorgo di un bella chiesa romanica. Faccio per entrare e leggo un cartellino sulla porta. "Il locale [nome] apre alle 19". Eh? Chiedo a chi sta passeggiando con me e mi dicono che in effetti si tratta di una chiesa sconsacrata, scopro poi, guarda caso nei minchioni anni '70, trasformata in un posto molto chic circa 20 anni fa.
Cammino cento metri e mi trovo di fronte ad un capannone. Fuori c'è un poster di Santa Teresina di Lisieux, cui sono devoto, accanto ad uno di San Giovanni Bosco. Il capannone è in realtà una chiesa. Non mi trattengo ed esclamo, "ma a che pro dismettere una chiesa romanica e fare su questo capannone demenziale???". Povera Santa Teresina e povero Don Bosco, finiti in un garage mentre nella chiesa vera si sorseggiano cocktail sintetici. Per noi cattolici questi tempi ultimi sono sempre più amari.


 

31 ottobre 2018

Libri. “Casta meretrix”. Saggio sull’ecclesiologia di sant’Ambrogio

Un libro di Giacomo Biffi

di Samuele Pinna
Alla chiusura del cosiddetto Sinodo dei giovani, il Papa, in un discorso a braccio, ha ricordato che la Chiesa è santa, pur avendo figli peccatori: «Noi figli della Chiesa siamo tutti peccatori, ma lei, la Chiesa nostra madre non va sporcata. È un momento difficile perché il grande accusatore tramite noi attacca la madre e la madre non si tocca». Il Sommo Pontefice ha anche parlato di “casta meretrix” a riguardo della Chiesa, ma l’espressione merita una spiegazione per evitare facili fraintendimenti o incomprensioni. È stato, infatti, il cardinale Giacomo Biffi ad avere chiarito la questione, precisandone ed evidenziandone i termini, mediante un libretto – esattamente quello che oggi poniamo all’attenzione di tutti –, in seguito inserito nel suo Liber Pastoralis Bononiensis.

Se è sant’Ambrogio a definire la Chiesa come “casta meretrix”, tale ossimoro ritorna attuale – spiega Giacomo Biffi – grazie all’ambigua «utilizzazione di von Balthasar (in Sponsa Verbi, Brescia 1985)» (p. 5), tanto che Hans Küng afferma nel suo trattato su La Chiesa: «C’è solo una chiesa che èallo stesso tempo santa e peccatrice, una “casta meretrix”, come fin dall’epoca patristica la si è spesso chiamata».

Ed ecco il fraintendimento: per prima cosa, “casta meretrix” non significa che la Chiesa è, nel medesimo tempo, santa e peccatrice. In secondo luogo, sostenere che “fin dall’epoca patristica la si è spesso chiamata” in questo modo è un errore, poiché è solamente sant’Ambrogio, e non i Padri, a usare tale dicitura. Tale utilizzo, inoltre, avviene “ non spesso”, bensì una volta sola e, quindi – conclude Biffi –, «nessuno ha parlato di “casta meretrix” prima di lui, e nessuno dopo di lui, tra i Padri, l’ha imitato» (p. 7).

L’interpretazione esatta di “casta meretrix” non è, dunque, quella di definire la Chiesa santa e peccatrice, ma mostrare la sua santità: “ casta” indica la fedeltà a Cristo, mentre “meretrix” la disponibilità nei confronti di tutti per attirarli a questa stessa fedeltà. Rahab – scrive Ambrogio – «nel simbolo era una prostituta ma nel mistero era la Chiesa, congiunta ormai nei popoli gentili per la comunanza dei sacramenti» (In Lucam, VIII, 40). E ancora: «Rahab, che nel tipo era una meretrice ma nel mistero è la Chiesa, indicò nel suo sangue il segno futuro della salvezza universale in mezzo all’eccidio del mondo: essa non rifiuta l’unione con i numerosi fuggiaschi, tanto più casta quanto più strettamente congiunta al maggior numero di essi; lei che è vergine immacolata, senza ruga, incontaminata nel pudore, amante pubblica, meretrice casta, vedova sterile, vergine feconda» (In Lucam, III, 23).

Il Vescovo di Milano vede, pertanto, in Rahab, che si rende disponibile al progetto di Dio, una prefigurazione del mistero della Chiesa che accoglie i fuggiaschi – i nuovi figli –, quale segno della redenzione operata dal Verbo per tramite dell’Incarnazione redentrice. Rahab diventa, dunque, simbolo della Chiesa che si apre alle genti e, proprio perché assunta dal Cristo, lei stessa viene a essere santificata. Sembra suggerire sant’Ambrogio: più uno rimane unito a Cristo più si santifica per mezzo della Chiesa.

«Nel suo significato originario, dunque – conclude Biffi, mostrando il giusto metodo con cui la teologia dovrebbe ricercare la Verità –, l’espressione “casta meretrix”, lungi dall’alludere a qualcosa di peccaminoso e di riprovevole, vuole indicare – non solo nell’aggettivo ma anche nel sostantivo – la santità della Chiesa; santità che consiste tanto nell’adesione senza tentennamenti e senza incoerenze a Cristo suo sposo (“casta”) quanto nella volontà di raggiungere tutti per portare tutti a salvezza (“meretrix”). E non appartiene ai Padri ma al solo Ambrogio, che nella spregiudicata libertà della sua fede l’ha coniata coll’unico intento di esaltare la Sposa di Cristo» (p. 13).


 

01 ottobre 2018

Il vero progresso necessario alla Chiesa

di Samuele Pinna
Sto cercando, come ogni buon cattolico, di rimanere aggiornato sulle vicende storiche della Chiesa e in modo particolare sull’imminente “Sinodo dei giovani”. Devo ammettere qualche fatica e davanti alla mia pigrizia, pigrizia che il cardinal Biffi definiva «tenue e misconosciuta virtù» (quante sciocchezze si potrebbero evitare, invece, assecondandola), la giustificazione banale che mi sono dato non regge. Il mio ragionamento è stato più o meno questo: non ti occupi più di pastorale giovanile, perché allora impelagarti in letture tediose? Sentendo i morsi della mia coscienza ho deciso in modo risoluto di leggere qualcosina per poi purtroppo rendermi conto che i miei pregiudizi non erano del tutto infondati.

Instrumentum laboris, il Documento finale pre-sinodale dei giovani, alcuni echi critici o entusiastici hanno occupato diverse mie ore. Senza, per carità, entrare nel dettaglio di precise valutazioni, mi è venuto un pensiero birichino che non sono riuscito pienamente a scacciare, giustificandomi ancora e identificando la colpa in un programma televisivo. Ho visto e sentito, ahimè, un famoso comico genovese, che solitamente mi piace per la sua sagacia e la capacità nelle imitazioni, proporre uno vero e proprio spot a riguardo del pensiero dominante. Addirittura arrivando a fare una sorta di apologia del gender, evitando accuratamente di mostrare la follia di questa teoria e cercando pure di trovarci del buono.
Nel comune di New York, dove – secondo il comico – sono più avanti, hanno stabilito che per i futuri nascituri non si deve indicare il sesso, ma un semplice “gender x”, perché saranno in seguito loro ad autodeterminarsi sessualmente. La scempiaggine è supportata ovviamente con un discorso buonista: “Al comune di New York – ha detto all’incirca il presentatore – non interessa il sesso che possiedi, ma interessi tu”. Di là dal fatto che non si comprende bene la cosa in sé, come se dire di che sesso si è sia una forma discriminatoria (verso chi poi?), si rimane basiti dal modo di argomentare. Uno, infatti, può “scegliere” l’orientamento sessuale, non l’essere biologicamente maschio o femmina. Siamo arrivati all’annientamento della ragione e la solfa è mantenuta in piedi grazie ai soliti slogan. “Non siamo più nel Medioevo” (quello di Giotto, di Dante, di Tommaso d’Aquino, delle cattedrali, per intenderci) né “a quattrocento anni fa” (gli anni di Leonardo, di Raffaello, di Caravaggio, di Michelangelo e della Cappella sistina), non si può tornare indietro dopo aver raggiunto tali e cotanti “diritti di civiltà”, che sono l’aborto, il divorzio e altre cose del genere. Tutto è “sapientemente” annunciato prendendo la difesa della donna, come se in ogni divorzio la colpa sia sempre dell’uomo, che nella grottesca ricostruzione televisiva veniva descritto come violento, dimenticandosi che anche la Chiesa prevede la separazione in simili casi gravi. Sull’aborto, poi, non c’è nulla da dire: è l’uccisione di un innocente e nessuna giustificazione potrà renderlo sopportabile, altro che diritto di civiltà, è una civiltà assassina!

Tornando al nostro tema, a partire dall’inquietudine data dal programma guardato, mi è venuto un pensiero malizioso: l’idea di un Sinodo può essere suggestiva e persino positiva, tuttavia mi pare che ci sia una forma di epidemia nella compagine ecclesiale in statu viae che definirei con “documentite”. Il mio pensiero malevolo nasce da un dato di fatto, ossia che i documenti sono prolissi, un po’ scontati e sicuramente noiosi, ma ciò non vuol dire nulla, perché questo non ne inficia la bontà. Nonostante ciò, la mia paura è che oggi ci sia un rischio, ovvero che ci si convince che una cosa scritta in modo “ufficiale” – tralasciando se buona o meno – diventi ipso facto operativa. Mi sembra, cioè, che la convinzione diffusa sia che basti stilare un documento perché questo sia sufficiente a sistemare la realtà. Al contrario, intuisco nel mio piccolo, che molti di questi scritti rimangano invero chiusi in importanti cassetti: tanta fatica per redigerli e nessun interesse per attuarli. Un altro dubbio è, poi, la modalità: queste consultazioni oceaniche (che comunque lasciano sempre fuori qualcuno, e non mi pare democratico) facilitano l’imposizione di una linea: vuoi, difatti, che sul parere di migliaia di persone sentite non ci sia quello che l’estensore vuole affermare?

Non so, sono domande sibilline… Credo che oggi però il messaggio cristiano abbia necessità di trovare la sua identità e non di cambiare con le mode e i gusti. Non deve piacere al mondo, ma a Cristo! Se i giovani sono giovani allora devono essere aiutati a trovare, nella nostra bella confusione, quella verità, quella roccia, su cui fondare la vita, infischiandosene del pensiero di massa, ma facendo proprio il pensiero di Cristo. E dovrebbero, pertanto, trovare l’istituzione della Chiesa pronta ad accoglierli e fargli fare un vero cammino, senza togliere loro gli ostacoli, ma aiutandoli a superarli. Fedeli al Signore, non alla moda del momento.

La Chiesa ha bisogno, in quest’ottica, di vivere un autentico progresso. Sì, bisogna essere tutti progressisti! In modo assoluto, certo, ma secondo quanto ha insegnato un santo e per la precisione Vincenzo di Lerins. Nel suo Primo Commentorio egli si chiedeva: «Qualcuno forse potrà domandarsi: non vi sarà mai alcun progresso della religione nella Chiesa di Cristo?». E rispondeva tranquillamente: «Vi sarà certamente e anche molto grande», precisando: «Chi infatti può esser talmente nemico degli uomini e ostile a Dio da volerlo impedire?».

Qui è, però, necessaria una preziosa chiarificazione: «Bisognerà tuttavia – egli continua – stare bene attenti che si tratti di un vero progresso della fede e non di un cambiamento». Lo sviluppo della fede, del Vangelo, del dogma (ossia delle verità in cui un cattolico crede per dirsi cattolico), insomma «il vero progresso avviene mediante lo sviluppo interno», mentre «il cambiamento si ha quando una dottrina si trasforma in un’altra» e questo significa essere in disaccordo con la Rivelazione divina.

«È necessario dunque – prosegue il Santo – che, con il progredire dei tempi, crescano e progrediscano quanto più possibile la comprensione, la scienza e la sapienza così dei singoli come di tutti, tanto di uno solo, quanto di tutta la Chiesa. Devono però rimanere sempre uguali il genere della dottrina, la dottrina stessa, il suo significato e il suo contenuto».

Per farsi capire san Vincenzo propone un semplice esempio: «La religione delle anime segue la stessa legge che regola la vita dei corpi. Questi infatti, pur crescendo e sviluppandosi con l’andare degli anni, rimangono i medesimi di prima. Vi è certamente molta differenza fra il fiore della giovinezza e la messe della vecchiaia, ma sono gli stessi adolescenti di una volta quelli che diventano vecchi. Si cambia quindi l’età e la condizione, ma resta sempre il solo medesimo individuo. Unica e identica resta la natura, unica e identica la persona. Le membra del lattante sono piccole, più grandi invece quelle del giovane. Però sono le stesse. Le membra dell’uomo adulto non hanno più le proporzioni di quelle del bambino. Tuttavia quelle che esistono in età più matura esistevano già, come tutti sanno [!], nell’embrione, sicché quanto a parti del corpo, niente di nuovo si riscontra negli adulti che non sia stato già presente nei fanciulli, sia pure allo stato embrionale. Non vi è alcun dubbio in proposito. Questa è la vera e autentica legge del progresso organico. Questo è l’ordine meraviglioso disposto dalla natura per ogni crescita. Nell’età matura si dispiega e si sviluppa in forme sempre più ampie tutto quello che la sapienza del Creatore aveva formato in antecedenza nel corpicciuolo del piccolo. Se coll’andar del tempo la specie umana si cambiasse talmente da avere una struttura diversa oppure si arricchisse di qualche membro oltre a quelli ordinari di prima, oppure ne perdesse qualcuno, ne verrebbe di conseguenza che tutto l’organismo ne risulterebbe profondamente alterato o menomato. In ogni caso non sarebbe più lo stesso».

Si intuisce dove si vuole arrivare: «Anche il dogma della religione cristiana deve seguire queste leggi. Progredisce, consolidandosi con gli anni, sviluppandosi col tempo, approfondendosi con l’età. È necessario però che resti sempre assolutamente intatto e inalterato. I nostri antenati hanno seminato già dai primi tempi nel campo della Chiesa il seme della fede. Sarebbe assurdo e incredibile che noi, loro figli, invece della genuina verità del frumento, raccogliessimo il frutto della frode cioè dell’errore della zizzania. È anzi giusto e del tutto logico escludere ogni contraddizione tra il prima e il dopo. Noi mietiamo quello stesso frumento di verità che fu seminato e che crebbe fino alla maturazione. Poiché dunque c’è qualcosa della primitiva seminagione che può ancora svilupparsi con l’andar del tempo, anche oggi essa può essere oggetto di felice e fruttuosa coltivazione».

Se è sacrosanto ascoltare i giovani (anche se queste categorie generali vogliono dire tutto e niente) e capire il loro punto di vista, tuttavia è doveroso educarli, soprattutto in ciò che riguarda la fede. Il criterio guida non dovrebbe essere ciò che piace o non piace, ma la verità – quella rivelataci da Dio e custodita dalla Chiesa –, l’unica che ci rende davvero liberi. Certo, ci deve essere anche l’impegno di un continuo sviluppo, di una comprensione sempre maggiore, ma senza cambiarla, perché non la nostra ma solo la parola di Dio (quale dialogo migliore che quello con Lui nella preghiera?) porta a salvezza.


 

15 settembre 2018

Eresie pubbliche e sanzioni private

di Francesco Filipazzi
Scena. Un prete professa apertamente una dottrina contraria a quella cattolica, su un determinato argomento che per oggi non ci interessa. Compie un gesto eclatante che lo pone al di fuori della Chiesa. Il vescovo della sua diocesi si disinteressa, o ha parole d'affetto per il suddetto o, talvolta, lo abbraccia pubblicamente. Nel frattempo qualche volta veniamo a sapere dai giornali locali che, nonostante la sceneggiata, il prete in questione è sospeso a divinis, perfino ridotto allo stato laicale. Ovviamente egli non si dà per vinto e aderisce ad una micro chiesa non in comunione con Roma, nella quale può professare più o meno quello che vuole data la liquidità della suddetta velleitaria micro chiesa. Altre volte non si scompone e va avanti a fare il prete cattolico impunemente.

Perché lo fa? Egli si sente approvato, celebra messa (a nostro parere da scrivere minuscolo, perché egli non sta agendo secondo le intenzioni della Chiesa cattolica ma secondo le proprie e dunque la suddetta celebrazione è invalida) non molto lontano tutto sommato dalla parrocchia dove era parroco. I vecchi parrocchiani spesso assistono alle celebrazioni e poi fanno foto di gruppo, baci, abbracci e tutti a casa. Di questi casi ce ne sono decine e non serve citarne. Ci sarebbe da scegliere.

Ciò che è importante è che ogni volta che qualche prete si sente in dovere di farle grosse, di dire boiate e cacciarsi in situazioni assurde e offensive verso Gesù Cristo (il quale, vorremmo ricordarlo, qualora qualcuno se lo fosse dimenticato, si è fatto crocifiggere, lui che è Dio, per noi che siamo polvere), non trova mai un vescovo che lo blocchi e lo condanni apertamente. L'espressione di vicinanza e affetto è pubblica, la sospensione a divinis privata e non troppo pubblicizzata (quando c'è). Il popolo dei fedeli è composto invece da faciloni, per i quali vale tutto, basta fare un po' di baldoria a buon mercato.

Per non farci mancare niente, l'eretico di turno, puntualmente e in ogni caso, dichiara di voler parlare con Papa Francesco perché si sente legittimato da lui. Sempre puntualmente saltano fuori i normalisti (ormai pochi ma sempre molto abili) che rimbrottano l'eretico perché "non è vero che PapaFrancesco [si scrive e si pronuncia attaccato] è a favore di ...", decidete voi. Fino al prossimo giro, fino alla prossima cretinata. Fino alla prossima ferita al corpo di questa povera Chiesa che ormai ne ha troppe. Sarebbe ora di curarle ma a quanto sembra si divertono a buttarci sopra il sale. 



 

13 settembre 2018

Dalla mafia di san Gallo a quella di san Fallo?

Marco Giovannino
Le vicende di questa torrida estate ci hanno mostrato come non sia la mafia di san Gallo, un'élite progressista strategicamente tesa ad affondare top-down la nave di Pietro (poveri illusi), a governare la Chiesa, ma quella di san Fallo, una rete bottom-up di gaudenti pretini, a cui piace o conviene fare trenino, che si espande tanto da trasformare alcuni seminari in dark room.

Quello che mi piaceva aggiungere, dopo il titolo spassosissimo, è un'edificante morale della storia: come ha detto Mons. Ganswein qualche giorno fa in occasione della presentazione del libro di Rod Dreher "L'Opzione Benedetto" (da leggere, rileggere, meditare e applicare), questo scandalo rappresenta una grazia, ovvero l'ennesima occasione di purificazione concessa agli uomini di Chiesa (sottolineo gli uomini di Chiesa, la Chiesa non ha certo bisogno di essere mondata), forse un inizio di selezione del piccolo resto che custodirà il seme della Fede, selezione che da 50 anni a questa parte sta andando avanti in maniera efficacissima ed efficientissima.
In tutto ciò mi è venuta in mente la novella di Boccaccio Abraam giudeoAbraam giudeo, da Giannotto di Civignì stimolato, va in corte di Roma; e veduta la malvagità de' cherici, torna a Parigi e fassi cristiano. A parte questa nota boccaccesca, che rimanda ai sopraccitati trenini, ci piace pensare al fatto che più gli uomini di chiesa peccano più la Chiesa si erge a salda presenza giudicante e misericordiante il mondo, credibile perché non nostra, ma del Signore: "e per ciò che io veggio non quello avvenire che essi procacciano, ma continuamente la vostra religione aumentarsi e più lucida e più chiara divenire, meritamente mi par di scerner lo Spirito Santo esser d'essa, sì come di vera e di santa più che alcun'altra, fondamento e sostegno".
Siccome però non possiamo riposare troppo sugli allori, sarà bene fare un po' di penitenza...

 

08 settembre 2018

Santa, non senza peccatori

di Samuele Pinna
In copertina: In copertina il quadro di Milo I suoi pensieri raffigurante Charles Journet

La Chiesa non è priva di peccatori, ma è santa : questo è il leit motiv del teologo svizzero Charles Journet (1891-1975) e – come ha scritto il cardinal Georges Cottier nell’Introduzione al mio libro di prossima uscita ( Charles Journet: il Mistero della Chiesa, Cantagalli) – «intuizione ispiratrice» della sua ricerca. Contro chi, invece, come Rahner (e i suoi epigoni) non si preoccupa di definire peccatrice la Sposa del Verbo, il Cardinale elvetico ha mostrato tutta l’infondatezza di tale tesi. In questo periodo di gravi riflessioni, riscoprire la bellezza della Chiesa non è operazione da poco.

Ci sono, infatti, almeno tre modi per guardare alla realtà ecclesiale:
1. mediante uno sguardo sociale e fenomenologico, che considera la Chiesa un’istituzione tra le tante;
2. un apprezzamento cordiale per quanto svolge in campo umanitario e valoriale, alla stregua di un’organizzazione umanitaria;
3. concependo la Chiesa mediante la fede, attraverso cioè uno sguardo soprannaturale.
È evidente che la modalità più vera per comprendere cosa sia la Chiesa è dato dall’ultimo punto.

Per valutare la realtà ecclesiale si devono, però, eliminare tutte le riduzioni indebite. Innanzi tutto, la Chiesa non può essere considerata solo un’istituzione umana, perché a questo bisogna subito aggiungere che è anche “divina”: la Chiesa permette – con i Sacramenti e l’interpretazione corretta della parola di Dio – il contatto sensibile nel tempo con il Cristo. È, sì, un’istituzione composta da uomini, con a capo degli uomini, ma che hanno il compito di essere docili allo Spirito (tenendo conto che partecipano della Chiesa non solo gli uomini sulla terra ma anche quelli già approdati nel Regno dei Cieli). C’è, dunque, una non piccola differenza – spiega il filosofo Jacques Maritain – tra la persona della Chiesa e il suo personale. 
Appartengono all’istituzione, inoltre, non solo i preti, i vescovi e il papa, ma ogni singolo battezzato, che va a formare il Corpo di Cristo, dove ognuno ha il suo compito: grave problema di oggi è la laicizzazione del clero e il clericalismo dei laici.
Paolo VI, in un vibrante discorso, ha affermato che il cristianesimo è semplice da praticare, ma solo se si vivono due precise caratteristiche: l’umiltà e il coraggio. Essere pastori o far parte del gregge significa aver determinato la propria vocazione, che diviene servizio alla Chiesa quale mediazione del servizio di lode da offrire al Signore. I compiti sono distinti, ma il fine comune: la salvezza delle anime. Ma come può un insieme di uomini peccatori – perché tutti, eccetto il Figlio di Dio e la Sua Vergine Madre, sono tali – formare un organismo santo? Semplificando argomentazioni assai complesse e ben più dettagliate, bisogna rispondere che quando un battezzato commette un peccato tradisce la Chiesa: l’essere annoverato tra i suoi figli non viene meno, ma questo si realizza solo in un modo esterioresociale (a meno che sia afflitta una pena di scomunica) e non salvifico. Il peccato, pertanto, ci fa perdere lo stato di grazia e, quindi, l’appartenenza alla Chiesa diventa “improprio”: reale, perché si possiedono ancora i doni dello Spirito, le virtù derivanti dalla fede, ma non si è più in piena comunione (per cui è necessaria la Riconciliazione sacramentale). La partecipazione visibile è ciò che permette alla carità dei giusti di influire su quella – ormai spenta o morta (come si esprimevano i teologi medievali) – dei peccatori: come un ramo rinsecchito a cui viene iniettata nuova linfa. Ecco perché si prega per gli altri.

In sintesi: quando uno pecca crea una disarmonia con se stesso e gli altri e distrugge l’amicizia con Dio e pur continuando ad appartenere socialmente alla Chiesa con il suo peccato la tradisce. Da qui, il motivo per cui la Chiesa fa penitenza, ossia per riportare i suoi figli alla piena comunione divina, di cui Lei (e solo Lei) è mediatrice. Sicché, pur essendo santa, la Chiesa è sempre in atto di purificarsi, come «di una donna – scrive Giacomo Biffi –, anche se bellissima, si dice che “si fa bella” ogni giorno». Il pensiero di Journet è sintetizzato proprio dal Cardinale quando scrive che la Chiesa «è un’assemblea santa di uomini peccatori, ma il peccato non fa presa su di lei. Nella misura in cui l’egoismo o l’orgoglio o l’avarizia ci deturpano, noi agiamo al di fuori della Chiesa e in senso contrario alle sue ispirazioni, tanto che le nostre azioni malvagie non le appartengono. E mentre essa continuamente ci santifica, noi non arriviamo mai a contaminarla. Proprio perché è santa, essa è ansiosa di informare della sua santità gli atti e i sentimenti di tutti i suoi figli. Cerca cioè di far sua in modo totale la realtà umana di coloro che già le appartengono per la grazia santificante che c’è nei loro cuori o almeno per la fede o per il segno incancellabile del Battesimo».

Se questo è quanto avviene nel singolo battezzato, cosa bisogna dire invece delle gerarchie, che hanno il compito di guidare la Chiesa mediante l’aiuto dello Spirito Santo? Se, infatti, l’azione divina santificante agisce in un modo infallibile, indipendentemente dalle disposizioni morali di santità o di indegnità del singolo, il peso di tale privilegio graverà nella misura stessa in cui si accresce l’importanza del compito ecclesiale e, di conseguenza, la fallibilità minaccerà di entrare nel governo della Chiesa. Quindi – dichiara Journet –, «perché la Chiesa sia diretta e non fuorviata dai suoi capi, perché resti il sale della terra, occorrerà l’aiuto di una provvidenza particolare, di un dono profetico, di un’assistenza di Cristo e del suo Spirito».
Tale assistenza non dispenserà dallo sforzo, dalla riflessione, dai tentennamenti di coloro che hanno il compito di guidare la Chiesa. Tuttavia, «le indecisioni umane, le meschinità o anche le imprudenze – è ancora Journet a parlare –, non faranno mai fallire la Chiesa nella missione affidatale da Cristo. La grazia dell’assistenza divina, senza distruggere la libertà del potere pastorale e senza esimerla dall’obbligo di cercare, di consultare, di riflettere, di pregare, dirige i suoi passi e le fa raggiungere infallibilmente gli importanti fini che le sono assegnati».
La Chiesa, dunque, anche nei suoi poteri gerarchici, è senza macchia né ruga. I poteri giurisdizionali che guidano la cosiddetta “pastorale” sono lo strumento, non il soggetto della santità della Chiesa. Questa santità ministeriale è pura sul piano delle verità definite e delle leggi universali. Sul piano delle direttive particolari, invece, l’errore e l’ingiustizia, che sono possibili, sono rinnegati in anticipo dal momento che appariranno come tali; per cui non giungono ad alterare la santità della Chiesa. «Non sarà possibile – conclude così Journet – riscontrare né macchia, né sozzura, né peccato nella Chiesa considerata come soggetto di santità, cioè nella Chiesa credente e amante, composta di chierici e laici, di giusti e di peccatori, e che è la comunità umana scaturita dai poteri giurisdizionali, unificata dalla carità cultuale, sacramentale, orientata, e in cui lo Spirito Santo abita in pienezza».


 

13 luglio 2018

Dalla Chiesa alla scuola, così tradimmo il latino

di Francesco Filipazzi
(pubblicato anche su Barbadillo.it)
Pochi giorni fa Paolo Isotta scriveva, per il Fatto Quotidiano, dell’accademia di Villa Falconieri, dove la lingua corrente è il latino e gli studenti, di varie nazionalità, comunicano fra loro non con il solito inglese posticcio ma con la lingua dei Padri.
Al cattolico tridentino non può che scendere una lacrimuccia, nel vedere che il bell’uso di parlare nella lingua di Cicerone non è andato disperso, ma trattasi di lacrima di dolore, perché laddove qualcuno recupera, altrove qualcuno ha gettato alle ortiche.
Hanno cercato di farci dimenticare , che fino agli anni ’60, l’interlingua ecclesiastica, a livello accademico, era il latino, sia scritto che parlato, oltre che l’unico idioma a livello liturgico. Gente formata, gli alti prelati di un tempo, che pensava secondo forme e strutture che venivano da lontano. Perché la lingua, prima che comunicazione, è ordine e il latino è un ordine superiore. Nelle loro memorie lo ricordano ancora alcuni, come il cardinal Sarah, che venne dall’Africa. Purtroppo però certa “iconoclastia” post conciliare non ha risparmiato nulla e mentre fino a pochi anni fa tutti i documenti della Santa Sede, per lo meno quelli dirimenti, erano pubblicati anche in latino, oggi ce li ritroviamo tradotti in una sfilza di lingue. Ma non in quella dei Padri. Va cancellata, in nome di quella rivoluzione fallita di 50 anni fa, secondo cui la Messa va celebrata in volgareperché nessuno altrimenti capisce. Ma poi qualcosa deve essere andato male, perché alla Messa in volgare non ci va nessuno, quindi altro che capire. Per non parlare dei vuoti seminari, guarda caso pieni solo se tridentini.
Dunque una parte consistente della Chiesa ha deciso di abbandonare un patrimonio , per via dei traumi generazionali di gente che pensava di cambiare la Catholica dall’interno. Ma levandole l’impalcatura latina non sono stati in grado di sostenerla ed essa è a rischio crollo. La lingua è struttura, dicevamo, forma mentis, stile di vita, visione del mondo. Il latino è radice. Il latino dice esattamente ciò che vuole dire, non si può indorare la pillola. Chi voleva annacquare doveva per forza eliminarlo. E sappiamo com’è finita. Non a caso laddove, per lo meno nella liturgia, è rimasto il greco, altra grande lingua dei Padri, ci sono meno problemi. Noi però siamo latini e pensiamo ai nostri guai.
Va detto che il papa emerito Benedetto XVI ha cercato di porre qualche rimedio, fondando nel 2012 la Pontificia Academia Latinitatis, la cui missione è favorire “la conoscenza e lo studio della lingua e della letteratura latina, sia classica sia patristica, medievale e umanistica, in particolare presso le istituzioni formative cattoliche, nelle quali sia i seminaristi che i sacerdoti sono formati e istruiti, nonché promuove nei diversi ambiti l’uso del latino, sia come lingua scritta, sia parlata”. Senza contare il motu proprio Summorum Pontificum sulla “messa in latino”, che nonostante la diffusione popolare trova un’assurda avversione da parte di vescovi e clero diocesano.
L’avversione al latino è diffusa anche nella società incivile. Ci ritroviamo tentativi, ormai in procinto di andare in porto, di sopprimere il liceo classico, mentre si inventano cosiddetti licei scientifici senza latino. Per lo meno non li chiamino licei. E si vergognino pure. La classe politica si sa, è quello che è. Non possiamo pretendere che riconoscano il valore di qualcosa che non immaginano (qualche luce nel buio c’è, vedi recente tentativo dell’onorevole Frassinetti in commissione cultura al riguardo) e dunque lo studio dei classici finirà appannaggio di ristrette Accademie elitarie. Con buona pace dell’ascensore sociale. L’ascensore può anche scendere, d’altronde.
L’istruzione, secondo lo spirito contemporaneo, deve essere solo utile. Gli studenti devono studiare in inglese, neanche in italiano, non sia mai. Il risultato non è altro che una lezione frontale impoverita, condita da ridicolaggine. Recentemente mi ritrovavo in treno vicino a studenti che studiavano in inglese. Stando attento mi sono accorto che studiavano diritto costituzionale italiano. In albionico. E i licei dove si studia letteratura italiana in inglese chi li ha partoriti? Tutto già visto, intendiamoci, attraverso i secoli. Già il Salsicciaio di Aristofane, nei Cavalieri, faceva il verso ai tecnocrati (che oggi sono pure esteromani).
La scuola deve essere solo utile per trovare lavoro. Lavoro, che peraltro non c’è, quindi potremmo quasi concludere che la scuola non serve, dunque chiudiamola come diceva Prezzolini, ma vabbé, non esageriamo. Dunque troviamo un’occupazione a questi benedetti figliuoli, mandiamoli a fare i programmatori.
Consiglio numero uno di un certo numero di esperti del settore, per diventare buoni programmatori. Fare versioni di latino. Programmare in un qualsiasi linguaggio (C, Java… decidete voi) è un’operazione logica identica alla traduzione dal latino. Oibò. Mi prendi per il naso? No mio caro, anche fare gli integrali è operazione simile. Ordunque pensare latino e pensare matematico è la stessa cosa?
Andiamo avanti. Il latino non serve, dicono lorsignori. Costa fatica diciamo, noi. Bisogna chinare la gobba. Diceva il buon Gramsci che si deve insegnare il latino, assieme al greco, per insegnare alla gente come studiare e come elevarsi. “Se si vogliono allevare anche degli studiosi, occorre incominciare da lì e occorre premere su tutti per avere quelle migliaia, o centinaia, o anche solo dozzine di studiosi di gran nerbo, di cui ogni civiltà ha bisogno”. Qui forse casca l’asino. Il popolo deve essere bue, per portare il giogo.
Nella Chiesa qualcuno prova a salvare la situazione, recuperando liturgie e testi della tradizione, con grave fatica e scorno, poiché ad oggi sembra che l’ignoranza sia motivo di vanto dalla più piccola parrocchia alla più grande diocesi (d’altronde, meglio non aprire il vaso di Pandora parlando dei pessimi e improvvisati chitarristi che mal sopportano “l’esibizione” dei professori d’organo) e dunque dimostrare di non sapere niente diventa motivo di promozione. Fuori invece si procede alla decostruzione, alla deriva.
Deriva provinciale , perché altrove, ad esempio nei famigeratissimi Stati Uniti, il latino spopola e si studia più che in Italia. Nemo propheta in patria.
 

22 maggio 2018

Libri. Uno Stilum nella carne

Marco Tosatti (2018), Uno stilum nella carne. 2017: Diario impietoso di un Chiesa in uscita (e caduta) libera. A cura di Aurelio Porfiri. Prefazione di Aldo Maria Valli. 455 pagine. Hong Kong: Chorabooks. 
Acquistabile su Amazon

Quando parliamo di blog, websites, social media, pensiamo forse al nostro uso di questi mezzi di comunicazione; alle centinaia, forse migliaia di persone che teoricamente potrebbero leggere i nostri post, vedere le nostre foto, mettere un like su qualche nostro commento. Questo oramai è parte della nostra vita. Ma a volte i blog possono essere qualcosa di molto serio, qualcosa che ha un impatto importante sull'opinione pubblica, anche quella ecclesiale. Questo certamente può essere detto di Stilum Curiae, il blog del giornalista Marco Tosatti. Quanti cattolici (e non) leggono ogni giorno le notizie che questo veterano del giornalismo posta? Notizie che spesso non è possibile trovare in altri media? C'è una risposta: sono tantissime.
Dall'ottobre 2016 a oggi il blog ha avuto più di 4 milioni di visualizzazioni, oltre 36.000 commenti moderati, una media di visualizzazioni mensili che attualmente è di 300.000. Insomma, un blog che fa notizia, che fa tendenza. Quante volte vi è capitato sentire dire: "L'ho letto su Tosatti!". Diciamolo, oramai di questa fonte alternativa di notizie sul mondo ecclesiale, non se ne può fare a meno.
Ecco la ragione di questo volume, Uno Stilum nella Carne. 2017: Diario impietoso di una Chiesa in uscita (e caduta) libera , a cura di Aurelio Porfiri ed edito da Chorabooks. Una raccolta di un anno di post rivisti e corretti, 450 pagine di informazioni su quello che è successo ieri per capire meglio quello che succede oggi e quello che potrà succedere domani.
Aldo Maria Valli nella sua prefazione dice: "(...) oggi fare il vaticanista non significa soltanto cercare di spiegare, ma significa anche (forse soprattutto) andare contro i cliché prefabbricati dalla grande macchina dell’informazione. Un’attività che, nel caso del pontificato di Bergoglio, ha coinciso con una vera e propria opera di controinformazione, perché si è trattato di smascherare, svelare, mettere a nudo. Con tutto ciò che comporta. Un’attività del genere non può essere svolta in mancanza, almeno, di tre risorse: buone fonti, indipendenza di giudizio e onestà intellettuale. E che Marco Tosatti possieda tutte e tre queste risorse, oltre a molte altre, credo sia fuori discussione. Inoltre, da quando scrive su Stilum Curiae, il suo frequentatissimo blog, ha acquisito un’indole corsara che lo rende ancora più ficcante e convincente". E lo stesso Tosatti nell'introduzione aggiunge, parlando del suo blog: "Questa è la sua forza e la sua garanzia: non ci sono finanziatori a cui rendere conto, mediatori di finanziamenti, Segreterie o altri centri le cui sensibilità bisogna essere attenti a non urtare, se no….Su Stilum Curiae troverete anche sbagli, ma sono sbagli onesti. Opinioni magari errate, ma date in buona fede, senza secondi o terzi fini. Credo che i lettori lo abbiano capito; se non si spiegherebbe la crescita, sorprendente, almeno per chi scrive, dei contatti e delle visualizzazioni".
Ordine di Malta, Amoris Laetitia, Francescani dell'Immacolata e centinaia di altri temi sono oggetto di questo testo, un testo che va letto non per scandalizzarsi ma per capire, per avere un punto di vista alternativo ma dal di dentro. Una lettura accattivante, a tratti commovente, sicuramente stimolante.
 

11 maggio 2018

Reintrodurre le festività religiose. Una proposta

di Paolo Maria Filipazzi
Con il presente articolo si segnala e si appoggia incondizionatamente il disegno di legge presentato da tre parlamentari della Südtiroler Volkspartei per il ripristino degli effetti civili delle festività di San Giuseppe, dell’Ascensione, del Corpus Domini e dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, nonché del lunedì dopo Pentecoste.

Si tratta di ricorrenze che in Italia furono celebrate fino al 1977, per poi essere abolite, assieme all’Epifania, in base, ufficialmente, all’austerity, vale a dire allo stravagante assunto che troppe festività, sottraendo preziosi giorni di lavoro, avessero ricadute negative sulla produttività, rendessero il “paese” poco competitivo … Insomma, le solite frescacce.

Ovviamente né allora né mai è sembrato che qualcuno si accorgesse che numerose di queste festività abbiano continuato ad essere tali in diverse nazioni europee, fra le quali la Francia e la Germania, vale a dire quelle “competitive” per eccellenza, né che la “produttività” dell’Italia non abbia minimamente risentito di tale “taglio dei costi”. A dire il vero una lieve reazione ci fu già allora, se è vero come è vero che dopo un paio d’anni almeno l’Epifania fu ripristinata, ma fu poca cosa.
Anche oggi, alla proposta della SVP, si levano voci critiche: ma come, con la crisi, si sottrae tempo al lavoro? E ai nostri poveri studenti, subissati di ponti in quella primavera che è proprio il periodo in cui vengono inondati di compiti in classe, non pensate?

Ovviamente, nessuno che abbia il coraggio, oggi come allora, di andare oltre il patetico pretesto dei “troppi giorni di ferie che rendono il paese meno produttivo e competitivo”, per focalizzarsi sulla vera ragione per cui nel 1977 queste feste furono abolite: e cioè che, dopo la legge sul divorzio e la perniciosa riforma del diritto di famiglia e con la legalizzazione dell’aborto già in cantiere, si volle dare un altro bel colpo di maglio all’identità cattolica della Nazione italiana. Il tutto, ovviamente, realizzato con la complicità della Democrazia Cristiana, abbarbicata al potere come l’edera al muro.

A dire il vero, non è che la Chiesa Cattolica avesse troppo alzato alla voce, cosicchè ancora oggi viviamo annualmente la farsa del Corpus Domini spostato alla domenica successiva al giorno in cui si dovrebbe celebrare secondo il calendario liturgico, per non disturbare il dio-stato e, tutto sommato, nemmeno per seccare i tiepidi cattolichetti che, sempre più sparuti, frequentano le chiese…
Lanciamo dunque un appello per una campagna a tambur battente a favore della proposta.


 

29 marzo 2018

Una riflessione sullo stato della Chiesa e del mondo

Giorgio Salzano, nato a Napoli sulla metà del secolo scorso, ha dedicato la sua vita allo studio, con vocazione essenzialmente enciclopedica. Dopo la laurea in Giurisprudenza (1969), ha collezionato per approfondire le sue conoscenze più titoli accademici: dottorato in Religion and Culture alla Drew University (1977); licenza in Teologia (1987) e dottorato in Filosofia (1991) alla Pontificia Università Gregoriana; dottorato in Teologia al Pontificio Ateneo Sant’Anselmo (2012). Ha insegnato Religione al liceo, Filosofi a alla Pontificia Università Gregoriana e Antropologia culturale all’Università di Teramo. Sue pubblicazioni: Il gioco del sapere (2001); Il dono proibito (2001); L’uomo in causa (2002); Alla ricerca dell’uomo (2006), Democrazia Regale (2014)

di Giorgio Salzano
Sono diversi giorni che vado meditando un post sullo scisma di fatto che travaglia la Chiesa Cattolica, che rende perfino difficile dire che cosa significhi oggi essere “cattolici”. Molto si parla, pubblicamente a quel che pare più tra i fedeli acculturati che tra i chierici, di eresia. Ci si chiede perfino se il Papa possa essere eretico, e se quello regnante di fatto non lo sia. Una possibilità che non si può escludere, senza per questo negare la dottrina della infallibilità papale, proclamata dal Vaticano I per i più solenni pronunciamenti in materia di dottrina e morale, mentre per il magistero pontificio ordinario non si richiede altro che un reverente ascolto, che non obbliga però in coscienza a condividerlo. Di fatti, quando c’era Benedetto XVI, egli era aspramente criticato da una parte, oggi Francesco viene aspramente criticato dall’altra (tralascio quelli che assimilano l’uno all’altro, non in termini positivi, che è impossibile fare, ma in un giudizio negativo). Ovviamente anche io ho una posizione al riguardo, anche se non è difficile vedere dove vadano le mie simpatie; ma non è di questa che voglio parlare, quanto di qualcosa di più elusivo, che mi lascia appunto meditabondo: l’origine delle contrapposizioni.

È stata notata dopo il 4 marzo la scomparsa dei cattolici in politica. Ma questo non è che il segno di qualcosa di più grave: che l’essere cristiani sembra avere perso il suo carattere distintivo. Ci identifichiamo infatti lungo linee di divisione più importanti dell’affermarci seguaci dello stesso signore Gesù Cristo. Non è questa una novità della storia: pensiamo a tutte le divisioni determinate nel passato da differenze linguistiche, nazionali, campanilistiche, che sono andate contro la preghiera che rivolge Gesù nel Vangelo secondo Giovanni al Padre affinché coloro che credono in lui siano una cosa sola come lo sono lui e il Padre. Cosa è dunque che contraddistingue le divisioni odierne da quelle del passato? Quelle divisioni, anche quanto prendevano la veste di dispute dottrinali, erano sempre ascrivibili alla peccaminosità degli uomini. Non più così oggi, quando lo stesso cristianesimo è riguardato come fattore divisivo, non solo da parte degli anti-cristiani, ma stranamente anche da quei cristiani che si pretendono aperti verso un mondo di non cristiani. Necessariamente perciò i cattolici scompaiono dalla politica, perché non hanno più niente di “cattolico”, e cioè universale, da proporre. Fioccano così da una parte le accuse di eresia nei confronti di chi si allontana dalla tradizione, e dall’altra di chiusura mentale nei confronti di chi non si considera appartenente a una tradizione cultural-religiosa tra le altre.

C’è storicamente sullo sfondo di simili posizioni, dentro come fuori della chiesa, la Guerra dei Trent’anni, quando ragioni nazional-dinastiche e religiose si mescolarono nella guerra civile che devastò la cristianità europea. Si stava allora configurando quel nuovo assetto socio-culturale e politico dell’Europa che va sotto il nome di epoca moderna. Tanti sono i fattori che entrano nella sua formazione, variamente enfatizzati nelle diverse analisi di quella che chiamiamo anche modernità: tutti sembrano cospirare nel senso della così detta secolarizzazione – concetto ambiguo che si risolve essenzialmente nella riaffermazione del primato dello stato sulla chiesa, fino al trionfo del “liberalismo”. Uso questa parola in un senso lato, tale da abbracciare tanto il suo senso continentale quanto quello anglo-sassone, come varianti della stessa cosa: una politica stato-centrica, volta alla relativizzazione di tutti i fattori di appartenenza culturale, e quindi religiosa. Nell’odierna globalizzazione super-statuale, tuttavia, la relativizzazione cultural-religiosa inizialmente mirata al cristianesimo arriva a completa maturazione allargandosi a ogni altra tradizione, in questo modo sancendo però al contempo la dissoluzione delle stesse istituzioni, statuali ed accademiche, che l’avevano promossa e sorretta. Così si chiude l’epoca moderna, in una post-modernità in cui il moderno va a male e puzza.

Nel contesto, così brevemente tratteggiato, si iscrivono dunque quelle polemiche infra-ecclesiastiche in cui fioccano le accuse di eresia e di chiusura mentale. Quel che è triste in queste polemiche è l’apparente incapacità delle due parti di render ragione all’altra della propria posizione. Esse sono impostate per lo più in chiave identitaria: con il mantenimento o il rifiuto dell’identità cattolica qual è rappresentata dalla tradizione che è oggetto del contendere. Allora il personaggio di massimo spicco della cristianità cattolica parla di un “chiesa in uscita”, così fustigando i cristiani che mantengono il cristianesimo come la propria identità culturale; mentre questi si chiedono, fosse eretico pure lui? Il dibattito appare nel complesso sterile, con ciascuna parte che tira Gesù, per così dire, dalla giacchetta – pardon, la tunica. Mi viene in mente la famosa incomunicabilità, tanto di moda una sessantina di anni fa all’epoca dell’esistenzialismo, ad esempio nei film di Antonioni: nella dissoluzione del moderno infatti la capacità di comunicare pare venire meno, al punto che la sua mancanza viene presa come lo stato normale delle cose, neanche più come allora oggetto di riflessione. Ed i cristiani, come ho detto, paiono avere poco da dire, agli altri come tra di loro: raramente infatti sanno vedere nella figura di Cristo la chiave proprio di ciò che si richiede per comunicare: quell’unità per la quale egli pregava.

Il discorso si fa lungo. Chiudo perciò questa mia meditazione con un solo esempio: il famoso “porgi l’altra guancia”. Questo non rappresenta un astratto comandamento morale, ma una raccomandazione di profonda sapienza psico-relazionale. Vuol dire che, in una situazione di reciproca aggressività, in cui la violenza rischia di andare fuori controllo, l’unico mezzo per romperne il circolo vizioso è quello di fare qualcosa che spiazza l’interlocutore: tale è, rispetto a chi dà uno schiaffo, il porgere l’altra guancia. Certo, può essere pericoloso, e risolversi nell’essere “messi in croce”; ma, affrontando regalmente la passione, Gesù ci mostra che al di là della croce c’è la resurrezione, e che perciò non dobbiamo avere paura di amare. O, se per questo, di esporci nel ragionare.

Tanti buoni cattolici avvertono un senso di disagio nei confronti della guida odierna della Chiesa da parte dei vescovi, a cominciare da quello di Roma. Non so in verità quali siano i numeri, non avendo avuto occasione di vedere nessun sondaggio di opinione al riguardo, se mai sono stati fatti. Per cui non posso fare che attenermi alle poche persone con cui mi capita di parlare, nonché ai siti e blog che amano richiamarsi alla tradizione cattolica, avvertendo in quel che viene oggi predicato un distacco da essa. Per lo più, tuttavia, almeno stando a quel che ho potuto vedere, difficilmente sanno andare al di là di questa contrapposizione, sapendo spiegare che il loro aderire alla tradizione non è dovuto al suo essere tale, ma alla verità di cui essa è testimonianza.

Possiamo chiederci se un Papa sia eretico? In teoria non dovrebbe essere possibile, essendo il Papa il successore di Pietro, al quale Cristo comandò di “pascere le sue pecore”. La sua inerranza, quando parla ex catedra di dottrina e morale, fu quindi proclamata dogmaticamente dal Concilio Vaticani I; ma essa si reggeva su un meraviglioso equilibrio di tradizione, scrittura e magistero, che purtroppo si è incrinato con il Vaticano II.

 Se lo dovessi descrivere direi così: nella tradizione, che promana direttamente dagli apostoli, immediati testimoni di Gesù, vengono letti i libri in cui la loro testimonianza è stata in parte fissata, a dimostrazione del suo essere “compimento” delle Scritture ebraiche; di essa è custode il magistero dei vescovi, con il Papa quale primus inter pares, incaricato tra l’altro del munus docente di garantire che quella lettura si adegui alla testimonianza vissuta nella tradizione di cui esso, in quanto successione del collegio degli apostoli con Pietro al capo, è portatore. Sappiamo bene quanto nei primi secoli del Cristianesimo il senso del messaggio cristiano così attestato sia andato incontro a controversie, che richiesero una definizione precisa degli insegnamenti, o dogmi, conformi ad esso. Ad allontanarsi della dottrina che fu così fissata come ortodossa non erano tanto i comuni fedeli, quanto i vescovi. Ma, osservava nell’Ottocento John Henry Newman, Roma rimaneva ferma: ciò lo portò alla sua famosa conversione dall’Anglicanesimo al Cattolicesimo, che tanto scalpore fece allora. C’è da chiedersi se troverebbe oggi ragioni sufficienti di conversione.

L’equilibrio, come ho detto, si è incrinato con il Concilio Vaticano II, quando un tanto ben intenzionato quanto fallace irenismo portò a grandi confusioni concettuali. Nel desiderio di porgere una mano ai fratelli separati protestanti, la Dei Verbum identifica scrittura e tradizione, in quanto entrambe provenienti da Cristo. Identificare cose diverse, perché rispondenti a concetti affatto distinti, non poteva andare senza conseguenze. Il magistero, che doveva essere il garante della lettura delle Scritture nella tradizione, si ritrova solo di fronte ad esse, senza il distinto criterio di lettura che viene dalla tradizione.

 

21 febbraio 2018

Kasper, la Chiesa tedesca e la crisi religiosa

di Enrico Maria Romano
Da decenni ormai la Chiesa cattolica tedesca risulta essere una delle comunità ecclesiali più progressiste, più liberal e più ammodernate del pianeta.
Basta ricordare i nomi di alcuni dei suoi eminentissimi rappresentanti per associarli immediatamente all’apertura della teologia teutonica di secondo Novecento a tutto ciò che prima era comunemente aborrito dai cattolici: il protestantesimo e la figura-simbolo di Martin Lutero, la laica modernità e lo stesso spirito libertario.

Tra questi nomi, spicca oggi quello del teologo di lungo corso Walter Kasper (1933). Ovviamente egli non è l’unico rappresentante del partito progressista al potere, e vi sono altre figure vecchie e nuove che vanno assolutamente nello stesso senso, come Karl Lehman (1936) o Reinhard Marx (1953). Esiste anche una teologia germanica di segno diverso, i cui nomi di prestigio sono i prelati Joseph Ratzinger, Gerhard Ludwig Müller, Joachim Meisner o Walter Brandmüller.

Kasper però è l’uomo sintesi, l’uomo giusto al momento giusto (nella logica del progressismo). E’ l’unico ad esempio, ad essere stato più volte esaltato con termini a dir poco aulici da Papa Francesco. Nel 2014, il Pontefice disse così in occasione del Concistoro straordinario sulla famiglia: “Ieri, prima di dormire, ma non per addormentarmi ho letto, ho ri-letto, il lavoro del cardinale Kasper [si tratta di Misericordia, Queriniana, 2013]. Vorrei ringraziarlo perché ho trovato profonda teologia, e anche un pensiero sereno nella teologia. È piacevole leggere teologia serena. E ho trovato quello che Sant’Ignazio ci diceva, quel sensus ecclesiae, l’amore alla Madre Chiesa, lì. Mi ha fatto bene e mi è venuta un’idea, ma mi scusi eminenza se la faccio vergognare, ma l’idea è: questo si chiama fare teologia in ginocchio. Grazie. Grazie”…

Ma già nel primo Angelus da Papa il 17 marzo 2013 disse in una piazza s. Pietro colma di curiosi: “In questi giorni, ho potuto leggere un libro di un Cardinale – il Cardinale Kasper, un teologo in gamba, un buon teologo – sulla misericordia. E mi ha fatto tanto bene, quel libro, ma non crediate che faccia pubblicità ai libri dei miei cardinali! Non è così! Ma mi ha fatto tanto bene, tanto bene … Il Cardinale Kasper diceva che sentire misericordia, questa parola cambia tutto. E’ il meglio che noi possiamo sentire: cambia il mondo”. Tutto ciò appare assai sorprendente, tanto più che i papi sono sempre stati sobri negli elogi pubblici a prelati e teologi vari.

Vescovo, cardinale, presule con mille incarichi, il Nostro è stato ex assistente universitario di Hans Küng. Il quale è unanimemente considerato un arci-eretico, negatore esplicito del dogma dell’universalità salvifica della Chiesa (Extra Ecclesia nulla salus), ribadito sotto Giovanni Paolo II nell’istruzione Dominus Iesus (2000). E questa discepolanza il Kasper tende oggi a farla dimenticare, così come i suoi proverbiali scontri col teologo Ratzinger sulla missione e la natura della Chiesa.

Come se nulla fosse, nel 2014, Kasper viene nominato relatore ufficiale al Sinodo dei Vescovi sulla Famiglia. E la sua relazione è di fatto più che possibilista verso il divorzio e il secondo matrimonio tra battezzati. Ancor più recentemente, per i 5 secoli di quella Riforma che scisse in due l’Europa, il Nostro ha dato alle stampe un libro assai benevolo sull’eretico per antonomasia (cf. Martin Lutero. Una prospettiva ecumenica, Queriniana, 2016).

Abbiamo reperito però, un interessante documento che mostra che solo pochi anni fa, e malgrado la già diffusa “ermeneutica della rottura” denunciata da Benedetto XVI, in Germania la dottrina cattolica teneva. E teneva proprio su quei temi etici in cui oggi tra un tedesco cattolico e un tedesco protestante la differenza, se c’è, è ridotta al lumicino.

Siamo nel 1985, in piena era post-conciliare segnata da abusi di ogni genere, ma anche dalla figura sintesi di Giovanni Paolo II. E la Conferenza Episcopale Tedesca pubblica un Catechismo cattolico degli adulti, il quale ottiene grande seguito di vendite e molte traduzioni all’estero (in Italia fu pubblicato nel 1989 dalle Paoline).

Nella introduzione al Catechismo, un giovane professor Kasper scriveva che se “L’Europa è il continente in cui il cristianesimo, per volere della divina provvidenza (At 16,9) ha preso piede”, a causa dell’illuminismo, vi si “è innescato un processo di erosione” che sta portando all’apostasia. “Nella nostra società moderna la fede cristiana è quasi spenta” (p. 4).
Parole pesanti come macigni, divenute purtroppo inudibili, e che dovrebbero mettere i brividi pensando all’oggi. L’illuminismo infatti, proprio come il protestantesimo, è divenuto di recente una sorta di neo-dogma intangibile su cui non si può più sollevar questione.

In ogni caso, il Catechismo dell’Episcopato tedesco di allora, contrariamente ai teologi kasperiani di oggi, insegnava in modo chiarissimo, “il valore dell’indissolubilità” del matrimonio, e il fatto che i cattolici “risposati civilmente vivono obiettivamente in contraddizione dell’ordine divino” (p. 429). “Un amore che sia degno di questo nome è sempre definitivo (…). Si aggiunge anche il bene dei figli che richiede la fedeltà incondizionata dei genitori tra loro” (p. 428). Più o meno l’opposto di quanto Kasper e i suoi sodali sostengono oggi. Addirittura, il testo biblico scelto tra molti per illustrare la dottrina cristiana del matrimonio è la Lettera agli Efesini, in cui è detto: “Le donne siano soggette ai mariti come al Signore”.

Perfino a livello politico si era assai più neutrali e corretti di oggi. Sulle difficoltà poste dal male nel mondo, i vescovi guidati dal professor Kasper scrivevano: “Come possiamo, dopo Hiroshima, Auschwitz, i gulag (…) lodare Dio e la sua onnipotenza?” (p. 142). In riflessioni più recenti, Hiroshima e i gulag sono spariti…
Il futuro del cristianesimo in Europa è molto legato alla tenuta della fede nel mondo germanico (che comprende anche Austria, Svizzera e varie minoranze, come quelle altoatesine). Ma se nel 2013 ci furono 98 nuovi sacerdoti in tutta la Germania cattolica, nel 2015 le ordinazioni presbiterali sono state solo 58, mentre ancora negli anni 90 sfioravano le 300 l’anno. Senza preti, niente messe né confessioni. Senza messe né confessioni, niente parrocchie, chiese, cappelle, basiliche o cattedrali.
Si vedano in tal senso i dati impressionanti raccolti da Giulio Meotti (cf. La fine dell’Europa. Nuove moschee e chiese abbandonate, Cantagalli, 2016).
Se l’albero si riconosce dai frutti, è anche vero che i fatti sono testardi… Segno evidente che il dilagante modernismo non giova al gregge dei fedeli, né alla Chiesa, né all’Europa stessa la quale, piaccia o meno, si è edificata sui valori del Vangelo.


 

17 febbraio 2018

E intanto chiudono le parrocchie

di Lorenzo Zuppini
Sentite qua: in cinque anni sono sparite cinquantacinque parrocchie, quasi tutte concentrate nell’anno 2016. Le moschee invece aumentano, e siamo noi ad ambire a concedere ai figli di Allah sempre più luoghi di culto. Nessuna riflessione su una certa compatibilità o sul perché i cristiani vengano vessati e sterminati nei luoghi dove l’islam nacque.
Gli atei di sinistra, comunisti anche se reticenti ad ammetterlo, son fatti così: ieri proteggevano il proletariato, oggi, con quest’ultimo scomparso, si dannano l’anima per gli immigrati afro-islamici. Statisti con le terga nostre.

Dunque, come sempre, per risolvere un problema, lo si deve preliminarmente individuare. Le parrocchie chiudono i battenti perché i cristiani non vanno più alla messa. Semplice e chiaro. Dal 2007 al 2016 è diminuito di 5 punti percentuali il numero delle persone che vanno alla messa una volta a settimana, ovvero il minimo sindacale. Dal 33,3% siamo passati al 27,5%. Al contrario, è aumentato il numero di coloro che nelle chiese non mettono mai piede. Nel medesimo periodo siamo passati dal 18,2% al 22,7%. È un dramma? Sì. È risolvibile? No. Cosa possiamo fare per arginare personalmente il problema? Fingere che Bergoglio non esista e che Ratzinger sia ancora il Vescovo di Roma?

La religione addolcisce la nostra esistenza. La nascita prevede la morte, e su questo punto nessuno può far alcunché. Il fedele che ritiene che dopo la morte ci sia ancora vita, intendendo con ciò un altro tipo di vita, affronterà certamente il passare del tempo e la fine della sua esistenza con maggior serenità rispetto a chi, pragmaticamente, è convinto che dopo la morte lo aspetti il nulla più assoluto.
(Certo, per qualcuno è previsto che nell’aldilà ci siano a darti il benvenuto settantadue vergini con annesse vettovaglie. Questo programma potrebbe attrarre qualcuno così tanto da indurlo a farsi saltare per aria per accorciare i tempi…)
Ogni religione, molto diversamente l’una dall’altra, ha saputo portare benefici ai popoli che l'anno professata.

Noi tutti possiamo dirci orgogliosamente cristiani, pur non frequentando assiduamente chiesa e canoniche, perché ciò che ci circonda e che ci ha preceduto è cristiano. La nostra arte, prima fra tutte, è la miglior espressione della delicatezza e del progresso dell’anima che il cristianesimo ha concesso. Al di fuori della nostra parte di mondo, al di fuori del mondo cristiano, troviamo miseria, morte, ferocia e catastrofi d’ogni genere. Un motivo deve pur esserci.
Partendo da questa premessa, e considerando ad esempio il dato per cui i seminaristi africani sono in aumento, comprendiamo che se ai vertici della piramide si impongono direttive di un certo tipo, e che tendono a rivoluzionare il precedente assetto, addirittura snaturandolo, comprendiamo come mai tutte queste persone da un certo momento in poi non hanno più sentito l’esigenza di recarsi alla messa.

Lo dico chiaramente, con santa pace per chi mi accuserà di eresia: la Chiesa di Papa Bergoglio somiglia ad una Ong impelagata in una perenne missione umanitaria. Niente di più, e questo “di più” che manca è l’elemento assente che induce i fedeli a stare a letto la domenica mattina. Ricordiamoci chi abbiamo avuto prima di Bergoglio: Giovanni Paolo II, che ha condotto una battaglia unica e formidabile contro il comunismo, e Benedetto XVI, grande nemico del relativismo etico e culturale che ci ha condotti a preferire le moschee alle chiese e a far tenere ad un imam un sermone su un altare. Dopo questi due giganti, col secondo dei due che si dilettava con disinvoltura nella filosofia come Maradona su un campo da calcio, regalandoci perle ineguagliabili, ci siamo ritrovati un gesuita che si è fatto chiamare Francesco e che non vuole la croce d’oro al collo, che è amico della Bonino aspiratrice di feti ma non di Trump anti-abortista, e che, con furore, afferma che chi costruisce muri non è un buon cristiano. Il massimo spessore della sua teologia è stato raggiungo quando, all’indomani dell’attacco islamista di Charlie Hebdo, disse che menerebbe chiunque gli insultasse la madre.

Dopo un primo momento di sgomento, seguito da uno d’angoscia, ti accorgi che una miriade di preti cialtroni lo prendono in parola e, furoreggiando su Facebook come dei quattordicenni, si danno all’accoglienza di islamici ripetendo, a propria discolpa, le idee strampalate che il loro capoccia va decantando. Pastori di anime che si sono riciclati come conduttori della nuova invasione e sostituzione.
Nella mia città, ne ho già scritto, tale don Biancalani si è impelagato in un progetto d’accoglienza talebana senza limiti, con un nigeriano già arrestato per spaccio, proponendo addirittura agli ospiti di pregare in chiesa rivolti verso la Mecca. Ha trasformato i locali della parrocchia in una bettola dove i clandestini fanno le pizze, poi, a fine cena, ballano sulle note di inascoltabili ritmi africani. Va in televisione sciorinando la propria bontà d’animo, e giù tutti ad applaudirlo, pena il massacro mediatico. Solo Salvini e Forza Nuova hanno avuto il coraggio di urlare il proprio sdegno per questo servilismo verso un mondo senza idee né religione, piegato sulle posizioni adolescenziali del Papa del Terzo mondo.

Dov’è il messaggio cristiano? Dove sono i duemila anni di storia e di cultura? Dov’è finita la trascendenza della religione cristiana, che pare oggi debba proporsi con sole connotazioni filantropiche? È il suicidio della nostra civiltà. E un po’ anche il mio, perché se alla fine dei conti il benessere spirituale datomi dalla mia fede si riduce all’altruismo per l’accoglienza, con tutti i pensieri che al contempo mi massacrano, non vedo altra via d’uscita.

 

23 gennaio 2018

Il ritardo di duecento anni

di Enrico Roccagiachini

In questi giorni, non so perché, mi è tornata in mente la nota affermazione del Card. Martini: la Chiesa è in ritardo di duecento anni. Mi è tornata in mente perché mai come ora mi sembra palese che la minoranza al potere nella Catholica si sia assegnata l’imperativo categorico di colmarlo, questo grave ritardo.
Siccome, lo confesso, finora non l’avevo capito bene, ho cercato di comprendere in che cosa esso consista; alla fine – ve la faccio breve, ma se voleste potrei inserire una paginata di argomentazioni... – mi sono convinto che la cosa stia in questi termini: in questi due secoli, la cultura e la weltanschauung dominanti (che non sono necessariamente quelle maggioritarie, ma quelle che, appunto, dominano, e determinano – o impongono – la percezione collettiva dei “segni dei tempi”) hanno individuato una certa serie di “valori”, o “diritti”, o “conquiste”, o come altrimenti li si voglia chiamare, che per la Chiesa – cioè per il Vangelo – non meritano promozione e sostegno, ma esecrazione e opposizione. Ve ne cito alcuni, perché sono quelli attualmente nell’occhio del ciclone: divorzio, contraccezione, aborto, eutanasia.
Tutte cose che la società – ma dovrei dire il mondo – approva e propone come buone, e che la Chiesa, invece, condanna e indica come gravemente peccaminose.

Ebbene: in questi duecento anni, su tali questioni, la frattura Chiesa / mondo si è fatta davvero profonda; e come no, dato che concerne proprio l’individuazione del bene e del male, nel senso che lo stesso oggetto (poniamo: il divorzio e le conseguenti seconde nozze) nella prospettiva del mondo va ascritto alla categoria “bene”, mentre per la Chiesa – cioè per il Vangelo – alla categoria “male”.
Dunque occorre reagire, e sin qui siamo tutti d’accordo. Ma come?
A me sembra evidente che da alcuni decenni, forse da un secolo, una porzione della Chiesa abbia interiorizzato l’idea di aver subito una sconfitta – culturale, sociale, politica – definitiva ed irreversibile, e abbia tentato, dunque, di trovare un modus vivendi in questa nuova situazione. Potremmo chiamarla sindrome di Pétain, ma non divaghiamo.

Un primo passo in quella direzione (della convivenza con la sconfitta) è stato chiamare questa frattura “ritardo”: siamo rimasti indietro, se non riusciamo a convergere sul sistema valoriale del mondo è colpa nostra, la società è andata avanti nella individuazione del bene e dei valori, ma la Chiesa...
Dunque, dobbiamo ricalibrarci; e per ricalibrarci dobbiamo innanzi tutto rinunciare alle condanne (c’entra il Concilio Vaticano II? Si, c’entra, eccome! E anche qui potremmo stendere pagine e paginate): niente più giudizi, ma solo incondizionata (leggi: acritica) misericordia. Quanto ai valori, noi – per carità, ci mancherebbe altro... – continueremo a dire che due più due fa quattro; ma a chi sostiene che faccia cinque o tre, al massimo, e con molta riluttanza, contesteremo un errorino rosso, ma certamente non lo proporremo per la bocciatura, se il compito in classe è stato elaborato secondo le regole approvate dalla corrente visione della matematica!

Ritardo recuperato? Ahimè, no, perché hanno continuato a staccarci: qui si corre il rischio di rimanere indietro di altri cento anni – e sarebbero trecento – senza nemmeno accorgersene!
Dunque bisogna migliorare strategia e tattica. Non basta più astenersi dalla condanna, bisogna condividere l’approvazione. Anche se non è facile, perché approvare ciò che si è condannato per circa duemila anni, non è impresa da poco. Ci vuole molta determinazione, la ferrea volontà di usare il potere, non bisogna guardare in faccia nessuno. Si tratta di un’operazione di fatto rivoluzionaria, e la rivoluzione, si sa, non è un pranzo di gala.

E così, veniamo all’attualità. E al nuovo approccio ai “temi caldi”. Il divorzio e le seconde nozze? Il rifarsi la vita dopo il fallimento coniugale? La seconda, terza o quarta chance? Le unioni magari non esattamente eterosessuali? Non vorremo mica continuare a negare che siano una cosa buona, come il mondo sostiene più o meno proprio da duecento anni?!? E allora coraggio: inseriamo il fallimento matrimoniale tra le cause di nullità, ma, soprattutto, amministriamo la Comunione ai bigami! Così sarà chiaro che la Chiesa non solo non li condanna (non li condanna già da un bel po’, in effetti), ma li benedice e li approva. Sono alla legittima ricerca della felicità, il mondo li sostiene: dunque dobbiamo sostenerli anche noi!

Poi c’è la questione dell’aborto. Questa è una grana ben più grossa. Perché se il divorzio è già da un pezzo che non lo si condanna più o quasi, l’aborto no, quello lo abbiamo condannato anche molto aspramente fino a ieri, per non dire fino a questa mattina. Dunque a parole bisogna insistere, e se ne parliamo dobbiamo ribadire la condanna, magari facendo attenzione che il pubblico la pensi già più o meno come noi. Però il famigerato ritardo possiamo provare a colmarlo anche quanto all’aborto: se a parole non possiamo smettere di condannarlo, possiamo sicuramente smettere di combatterlo a livello culturale, sociale e politico. E, se abbiamo un po’ di potere, possiamo provare ad imporre a tutti questa linea. Con buona pace di chi pensi ancora che la Chiesa sia la miglior alleata di chi la battaglia continua a combatterla: purtroppo non è così, ahimè. In certi casi si ha addirittura la tentazione di parlare di sabotaggio; anche se, grazie al Cielo, qualche Conferenza episcopale, oltre i flutti dell’oceano, ci lascia tuttora sperare.
Di contraccezione ed eutanasia non parlo: leggete i giornali, è sufficiente.

Dunque ci siamo: dislivello bisecolare in via di recupero. Magari non esattamente nella direzione giusta, specie considerando che fino a poco tempo fa avevamo un Papa che – contrariis quibusvis non obstantibus – segnava anch’egli un gap di duecento anni: di anticipo...


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