Visualizzazione post con etichetta ebraismo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta ebraismo. Mostra tutti i post

26 febbraio 2017

Viaggio sentimentale e devozionale a Roma: il Tempietto e il Ghetto (Parte XXX)


di Alfredo Incollingo

Convertire gli ebrei era un obiettivo non secondario per la Chiesa Cattolica: era di fondamentale importanza recuperare quei Figli di Dio che avevano ostinatamente rifiutato Gesù. Anche il popolo che aveva condannato a morte Cristo poteva riscattarsi, come il Salvatore stesso aveva chiesto al Padre con la richiesta di perdono.
A Roma fin dall'antichità era presente uno dei ghetti ebraici più grandi dell'occidente e lì la Chiesa tentò di convertire al Vangelo i giudei che vi risiedevano. Naturalmente la missione non era senza rischi e si contemplarono numerose soluzioni per ovviare al problema. Si temeva una rivolta o il linciaggio del predicatore, reo di aver parlato di Gesù. Nel 1759 i padri gesuiti edificarono in Piazza Costaguta una cappella di forma circolare, sormontata da una cupola e chiusa da alcune grate. Sembra a tutti gli effetti una cella, una gabbia e serviva per proteggere il gesuita da possibili ritorsioni. Al suo interno il predicatore cercava di convincere i passanti della fondatezza della verità cristiana. Stiamo parlando del Tempietto del Carmelo, ma il suo vero titolo è Santa Maria del Carmine e del Monte Libano. E' conosciuto ai più con la forma abbreviata del suo nome. E' il reperto di un passato non troppo lontano, ma per il cattolicesimo moderno è il simbolo di una Chiesa che non ha mai abbandonato la sua vocazione missionaria, anche nelle direttrici interne. Qualcuno grida all'intolleranza di quel periodo e il Tempietto parrebbe il simbolo più eclatante di questo fatto. Eppure gli ebrei furono protetti dai massacri efferati durante le crociate, per esempio, quando le bande armate si riversavano nelle città alla ricerca delle “quinte colonne interne”, dei presunti cospiratori. L'idea di missione è oggi sbiadita e si pensa a diluirla sempre di più. Ecco perché non comprendiamo più il perché del Tempietto.

Il viaggio continua.



 

20 gennaio 2016

Dialoghi ebraici


di Satiricus

Il tema del dialogo ebraico è affascinante quanto aperto. Prima di scrivere le poche e sciocche idee maturate sul tema nelle ultime 24 ore, permettetemi di dichiarare che ho due cari amici ebrei, di cui uno cattolico e uno no. Socci ha scritto due articoli sul tema della visita alla Sinagoga di Roma, di cui uno mi è piaciuto e l’altro meno. Mi è piaciuto il primo articolo, in cui si cercavano punti di dialogo ebraico-cristiano nella condivisibile critica al fondamentalismo religioso e alle politiche pro-choice. Non mi è piaciuto l’articolo in cui si applaudiva l’intervento di Ruth Mereghello, secondo la quale “l’antisionismo è la forma più moderna di antisemitismo”. Ora spiegherò perché non mi è piaciuto. Faccio il nome di un terzo amico ebreo non cattolico: Gilad Atzmon. Mi è amico su Facebook, il che non è molto, ma è qualcosa. Gilad divide la sua vita tra una discreta carriera come musicista jazz e l’attività di blogger ed opinionista antisionista. Stante il discorso di Mereghello, dovremmo affermare che Gilad è antisemita. Bah, mi sembra di sentire i militanti Arcigay, quando accusano di omofobia gli omosessuali che dissentono da certe forme di militanza arcobaleno. Capite cosa voglio dire? Non sto nemmeno a dichiarare se il sottoscritto sia o non sia a favore del sionismo, ma credo che liberarsi con energia dalle opinabili politiche bergogliane, per sottomettersi ad altre politiche di dubbia plausibilità, non sia una scelta tra le più astute. Certo, se con antisionismo indichiamo esclusivamente un modo violento di opporsi al sionismo, allora sottoscrivo la frase, ma nel senso che ogni esercizio forsennato e terroristico della violenza è sinonimo di “indebita discriminazione” (il virgolettato si assuma come sinonimo quantomeno tipologico per antisemitismo). Perché? L’antisemitismo è una forma di opposizione a un carattere indelebile e personale, un carattere che identifica un popolo in quanto tale, un carattere che non si sceglie bensì si riceve: dunque non ha senso opporvisi in alcun modo o discriminare in alcuna maniera. L’antisionismo è una forma di opposizione a una opzione politica che, in quanto tale, si colloca nell’ambito della discutibilità, della contingenza, del giudizio pratico: è passibile di critiche proporzionate e misurate, di critiche e dissensi culturali, di contro-proposte sul medesimo piano del dibattito civico e partitico. Tolte queste disambiguazioni, la dichiarazione di Mereghello, lungi dall’apparire ragionevole ed universale, assume piuttosto il sapore di un diktat, una sorta di “contr’ordine compagni” da oggi tutti in schiera a difendere il sionismo. Ai fini della pace, non un diktat strumentale, ma un dialogo libero e razionale sembra quanto di più urgente. Ancora una volta, Ratisbona docet.
Ciò basti sull’oziosa questione. Secondo breve pensiero: da inutile tradizionalista quale sono, non posso non mostrare divertimento per il simpatico incontro tra Papa Francesco e un anziano ebreo romano, che senza tanti complimenti ha indicato al Pontefice un gesto di riconciliazione insospettabile: ripristinare l’antica ricorrenza liturgica della Circoncisione di Gesù (a capodanno). E così, scherzi della storia, si scopre che la Chiesa anti-semita del pre-Concilio per certi aspetti era forse meno anti-semita di quanto troppi divulgatori in poltrona amino dipingerla.
A questo anziano fratello maggiore dico con gioia: carissimo amico, sappia che, grazie al coraggio di Benedetto XVI, è da vari anni che il sottoscritto ha potuto anticipare le celebrazioni dialogiche dal contesto troppo umano del 17 alle divine liturgie del 1° gennaio, Die Octavae Nativitatis Domini ~ I. classis: “In illo témpore: Postquam consummáti sunt dies octo, ut circumciderétur Puer: vocátum est nomen eius Iesus, quod vocátum est ab Angelo, priúsquam in útero conciperétur”.
 

05 febbraio 2014

"Anche se non sembra": una recensione

di Andrea Virga


Questo articolo sul nuovo libro di Andrea Giacobazzi, “Anche se non sembra. Discorsi su rapporti internazionali e teologia politica”, vanta una novità importante rispetto a quanti se ne sono occupati finora: è stato scritto dopo la lettura del suddetto, e non in sostituzione ad essa, come è il caso di quanti si sono stracciati le vesti riguardo la sua presentazione. Va anche detto che la locandina approntata dagli editori si prestava facilmente a sollevare equivoci, e che questi, che già non si distinguono per moderazione ed equilibrio, non hanno certo rifuggito lo scandalo.
 

23 ottobre 2013

Dichiarazione del Comitato internazionale di collegamento ebraico-cattolico. Note critiche

di Ludovico Russomando
Sull’Osservatore Romano del 19 ottobre 2013, a pagina 6, è stata pubblicata integralmente la Dichiarazione congiunta del “foro ufficiale per il dialogo permanente tra la Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo della Santa Sede e il Comitato ebraico per le consultazioni interreligiose”. La Dichiarazione, che si aggiunge a molti altri documenti dello stesso tenore, è stata redatta all’interno del ventiduesimo incontro del Comitato ebraico-cattolico, svoltosi a Madrid dal 13 al 16 ottobre 2013 e “ospitato dalla Conferenza episcopale spagnola e dalla Federazione delle comunità ebraiche in Spagna”. L’incontro ha avuto due presidenti, il cardinal Kurt Koch, prefetto per l’Ecumenismo e il dialogo interreligioso, per la parte cattolica, e la signora Betty Ehrenberg, per la parte ebraica. Come si vede non si tratta di incontri fra privati delle due religioni, ma di rappresentanti, specie da parte cattolica, investiti della più alta autorità. Se si trattasse di incontri tra fedeli delle due diverse religioni, la cosa sarebbe forse da tralasciare, ma essendo implicata l’autorità morale della Chiesa, non è possibile far finta di nulla e volgere lo sguardo da un’altra parte. Il fedele cattolico maturo deve possedere quel senso critico che gli permetta di valutare dell’opportunità e della coerenza di iniziative pastorali in sé né indiscutibili, né indiscusse. Se le autorità ecclesiastiche volessero impedirci queste valutazioni critiche, esse ci starebbero richiedendo un’obbedienza cieca, che proprio dal Concilio in poi viene vista come sbagliata, inutile e infantile. Lo stesso Codice di Diritto canonico (1983) autorizza il fedele a porre delle questioni ai propri pastori, cercando di capire meglio il senso di alcune iniziative e contribuendo così al chiarimento e alla migliore comprensione della vita della Chiesa. Il canone 212 § 3 recita: “In rapporto alla scienza, alla competenza e al prestigio di cui godono, essi [i fedeli] hanno il diritto, e anzi talvolta anche il dovere, di manifestare ai sacri Pastori il loro pensiero su ciò che riguarda il bene della Chiesa e di renderlo noto agli altri fedeli, salva restando l’integrità della fede e dei costumi, e il rispetto verso i Pastori”.

Lo scopo di questi incontri interreligiosi sarebbe quello di favorire il dialogo e la conoscenza reciproca, ma spesso e volentieri, da parte cattolica, si dimenticano elementi importanti del Magistero della Chiesa, o si passano sotto silenzio per favorire una “carità” che rischia di contrapporsi alla non meno importante “verità”. Tutta la presente Dichiarazione, a cui rimandiamo il lettore volenteroso, è segnata da queste ambigue dimenticanze, e quando si citano delle “pezze d’appoggio” per fondare il dialogo e il confronto, come qui si fa con la Dichiarazione conciliare Nostra aetate (1965), lo si fa in modo parziale e incompleto.

Vediamo qualche esempio significativo. Si dice per esempio in apertura del testo: “Gli ebrei e i cristiani condividono l’eredità della testimonianza biblica del rapporto di Dio con la famiglia umana nella storia. Le nostre Scritture danno testimonianza del fatto che sia gli individui, sia il popolo nel suo insieme, sono chiamati, ricevono un insegnamento, vengono guidati dalla Divina Provvidenza”. Ma fino a che punto gli ebrei e i cristiani condividono la testimonianza biblica? Qui, in mancanza di precisazioni necessarie, sembrerebbe che la condivisione sia pressoché totale. Eppure, sappiamo che non è così. Già l’Antico Testamento come lo conosciamo attraverso il Canone biblico definito a Trento è molto diverso dal “Canone ebraico” dei libri ispirati. Gli ebrei odierni, anche se forse c’è qualche discordanza tra scuola e scuola (il che complica ulteriormente il discorso) dell’AT cattolico rifiutano i seguenti libri: Tobia, Giuditta, Sapienza, Qoelet, Baruch, i due libri dei Maccabei, e alcuni brani dei libri di Ester e Daniele. Queste differenze materiali non sono di poco conto. Ma ovviamente la cosa più grave è il rifiuto intero, a volte accompagnato da disprezzo, del Nuovo Testamento.  Secondo il Concilio però, “La Parola di Dio, che è potenza divina per la salvezza di chiunque crede (cf. Rm 1,16), si presenta e manifesta la sua forza eminente negli scritti del Nuovo Testamento” (Dei Verbum, 17). Inoltre, “A nessuno sfugge [ma forse ci sono eccezioni…] che tra tutte le Scritture, anche del Nuovo Testamento, i Vangeli meritatamente eccellono” (DV, 18). Se dunque gli ebrei mancano di ciò che è più eccellente nelle Scritture, come si fa a dire che “ebrei e cristiani condividono l’eredità della testimonianza biblica”? Ma c’è di più. Secondo sempre la DV la Tradizione cristiana, la Sacra Scrittura e il Magistero della Chiesa “sono tra loro talmente connessi e congiunti da non potere indipendentemente sussistere” (DV 10). Gli ebrei che hanno una versione parziale dell’AT, che mancano interamente del NT, la parte più eccellente dell’intera Bibbia, e che rigettano sia la Tradizione che il Magistero ecclesiastico, avrebbero comunque “l’eredità biblica”? Ma allora basterebbe possedere un testo della Bibbia a casa per avere questa “eredità”? Insomma, compro una Bibbia e ne ricevo lo spirito? A ben vedere, su questa comune eredità biblica la Dichiarazione del comitato ebraico-cattolico è evidentemente contraria alla Costituzione dogmatica Dei Verbum.

Purtroppo ci sono altri punti in cui la Dichiarazione non riflette l’insegnamento ufficiale della Chiesa. Infatti si afferma poco dopo che l’istituzione del Comitato ebraico-cattolico “è tra i frutti più importanti della Nostra aetate”. “Il dibattito aperto in spirito di fiducia e rispetto reciproco ha caratterizzato il nostro incontro a Madrid e prosegue i passi avanti compiuti nell’insegnamento e nell’attuazione dei principi enunciati in quella fondamentale dichiarazione [cioè la NA]”. Ma così non è, almeno non del tutto. La NA infatti contiene alcuni elementi dottrinali taciuti sia in questa Dichiarazione, dunque non si può dire che queste riunioni ebraico-cattoliche siano conformi all’insegnamento e ai principi “di quella fondamentale dichiarazione”. Ne cito solo 3, ma sono elementi decisivi dal punto di vista cattolico. La NA dedica l’intero n. 4 al rapporto tra cristiani ed ebrei e ricorda, dopo aver usato parole di grande apertura e rispetto verso l’ebraismo, che: 1. “La Chiesa è il nuovo popolo di Dio”, e non ci sono dunque altri popoli di Dio oltre alla Chiesa; 2. “le autorità ebraiche con i propri seguaci si sono adoperate per la morte di Cristo”, e la Bibbia sul punto non inganna, né insegna l’antisemitismo, ma la verità; 3. “Il dovere della Chiesa […] di annunciare la croce di Cristo come segno dell’amore universale di Dio e come fonte di ogni grazia”, dovere verso tutti gli uomini, nessuno escluso. Omettendo questi tre punti dottrinalmente rilevanti, il dialogo ebraico-cattolico viene falsato da una teologia buonista, difforme però dalla lettera e dallo spirito del Magistero della Chiesa.

La Dichiarazione poi dopo aver ripetuto, in modo vago, l’esistenza di un “legato spirituale comune”, afferma che “come cattolici ed ebrei cerchiamo di edificare un mondo in cui i diritti umani [?] vengano riconosciuti e rispettati”. Ma il Magistero della Chiesa afferma, per esempio nell’enciclica del beato Giovanni Paolo II Evangelium vitae, che certi presunti diritti sono in realtà dei delitti, come è il caso dell’aborto e dell’eutanasia, e per estensione del divorzio e dello pseudo-matrimonio omosessuale. Cosa ne pensano gli ebrei circa questi diritti-delitti? A noi risulta che la comunità ebraica francese, tra l’altro una delle più numerose d’Europa, abbia fatto pressioni inaudite per sospendere il Gran Rabbino di Francia, colpevole di aver scritto un (ottimo) saggio contro le nozze gay. E allora, quali diritti umani vogliamo difendere assieme? E lo chiedo anzitutto al cardinal Koch, a cui una volta ho avuto la ventura di parlare di persona… Si rischia di essere nel vago quando si dice, sembrerebbe per accontentare il mainstream mondano-ecclesiale, che “ci impegniamo a rafforzare la nostra collaborazione nella ricerca di una distribuzione delle risorse sempre più giusta ed equa, affinché tutti possano beneficiare dei progressi nella scienza, nella medicina, nell’educazione e nello sviluppo economico”. Belle parole che rischiano di significare poco.
Si afferma che “i delegati hanno esaminato l’attuale aumento dell’antisemitismo, il crescente fenomeno della persecuzione dei cristiani in diverse parti del mondo”, etc. Discutibile il paragone tra l’antisemitismo, ufficialmente combattuto dalle nostre società, e l’anticristianesimo che ogni giorno fa morti in Oriente e colpisce la Chiesa e i cattolici in Occidente. I libri delle scuole non attaccano di certo gli ebrei, ma la Chiesa e ciò in ogni modo (nei libri di storia, di scienze, di letteratura, etc.). Ma nessuno se ne lamenta… Dopo aver deplorato l’antisemitismo in vari passaggi, si aggiunge, quasi per non creare una abnorme dissimmetria, che “allo stesso modo, qualsiasi espressione di anticristianesimo è altrettanto inaccettabile”. Ma qui il discorso davvero non torna. Tutta una cultura laica e laicista da mezzo secolo si batte, almeno a parole, contro l’antisemitismo perfino inventando nuovi delitti quali il revisionismo storico e il negazionismo; infiniti sono i programmi, i musei, i forum, i libri sulla Shoah e sullo sterminio degli ebrei. Ma i medesimi soggetti che lottano o dicono di lottare contro l’antisemitismo sono in gran parte protagonisti della cultura anti-cristiana odierna: come si può dire “allo stesso modo”? Chi è che condanna l’anti-cristianesimo d’Occidente, nuova religione laica imposta dall’alto agli studenti, ai fruitori di giornali e di mass media? Né le società occidentali, che non hanno mai varato alcuna norma in materia, né a quanto ne sappia io le alte istanze dell’ebraismo. Se la Chiesa, a partire da Pio XI (vari discorsi del Papa e l’enciclica Mit brennender Sorge) dichiara l’incompatibilità tra fede cristiana e antisemitismo (inteso come odio degli ebrei), ancora si attende una presa di posizione simile da parte dei nostri fratelli maggiori. Papa Francesco dice: il cristiano non può essere antisemita. Quale Gran Rabbino ha detto che l’ebreo non può essere anticristiano? Se abbiamo cattiva memoria preghiamo il lettore di scusarci e di correggerci…

La conclusione è nel senso del buonismo poco impegnativo: “Concordiamo di cooperare per migliorare la vita di quanti sono ai margini della società, i poveri, i malati, i rifugiati, le vittime del traffico umano, e di proteggere il creato di Dio dai pericoli presentati dai cambiamenti climatici”. Belle parole, certo… Ma il Concilio diceva di più e meglio asserendo, quasi ad ogni pagina: “E’ necessario che tutti si convertano a Cristo, conosciuto attraverso la predicazione della Chiesa” (Ad gentes, 7) e ricordando inoltre, con vera carità, che “questa unica vera religione crediamo che sussista nella Chiesa cattolica e apostolica” (Dignitatis humanae, 1). Ma l’eredità del Concilio è usata nella misura dell’utilità del momento, altrimenti è taciuta e occultata.
 

20 aprile 2012

Se il rabbino se la prende con l'imperatore Costantino

di Marco Mancini
A 1700 anni dalla Battaglia di Ponte Milvio, in cui secondo la tradizione Costantino sconfisse Massenzio affidandosi alla Croce (“in hoc signo vinces”), il Pontificio Comitato di Scienze Storiche ha organizzato un convegno internazionale sulla figura del primo imperatore cristiano (anche se la discussione sulla sua effettiva conversione è ancora aperta).
Durante la presentazione del convegno, ieri, la storica Claire Sotinel ha osservato en passant come l’atteggiamento benevolo di Costantino nei confronti dei cristiani e della Chiesa non abbia determinato di per sé una condotta persecutoria nei confronti degli ebrei, come solitamente si tende a credere, dal momento che misure antiebraiche nell’Impero sono state adottate solo successivamente alla morte dell’imperatore.