Sull’
Osservatore Romano del 19 ottobre 2013,
a pagina 6,
è stata pubblicata integralmente la Dichiarazione congiunta del
“foro ufficiale per il dialogo
permanente tra la Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo della
Santa Sede e il Comitato ebraico per le consultazioni interreligiose”. La
Dichiarazione, che si aggiunge a molti
altri documenti dello stesso tenore, è stata redatta all’interno del
ventiduesimo incontro del Comitato ebraico-cattolico, svoltosi a Madrid dal 13
al 16 ottobre 2013 e “ospitato dalla Conferenza episcopale spagnola e dalla
Federazione delle comunità ebraiche in Spagna”. L’incontro ha avuto due
presidenti, il cardinal Kurt Koch, prefetto per l’Ecumenismo e il dialogo interreligioso,
per la parte cattolica, e la signora Betty Ehrenberg, per la parte ebraica. Come
si vede non si tratta di incontri fra privati delle due religioni, ma di
rappresentanti, specie da parte cattolica, investiti della più alta autorità.
Se si trattasse di incontri tra fedeli delle due diverse religioni, la cosa
sarebbe forse da tralasciare, ma
essendo implicata l’autorità morale della
Chiesa, non è possibile far finta di nulla e volgere lo sguardo da un’altra
parte. Il
fedele cattolico maturo deve possedere quel senso critico che gli permetta di
valutare dell’opportunità e della coerenza di iniziative pastorali in sé né
indiscutibili, né indiscusse. Se le autorità ecclesiastiche volessero impedirci
queste valutazioni critiche, esse ci starebbero richiedendo un’obbedienza
cieca, che proprio dal Concilio in poi viene vista come sbagliata, inutile e
infantile. Lo stesso
Codice di Diritto
canonico (1983) autorizza il fedele a porre delle questioni ai propri
pastori, cercando di capire meglio il senso di alcune iniziative e contribuendo
così al chiarimento e alla migliore comprensione della vita della Chiesa. Il
canone 212 § 3 recita:
“In rapporto alla scienza, alla competenza e al
prestigio di cui godono, essi [i fedeli] hanno il diritto, e anzi talvolta
anche il dovere, di manifestare ai sacri Pastori il loro pensiero su ciò che
riguarda il bene della Chiesa e di renderlo noto agli altri fedeli, salva
restando l’integrità della fede e dei costumi, e il rispetto verso i Pastori”.
Lo
scopo di questi incontri interreligiosi sarebbe quello di favorire il dialogo e
la conoscenza reciproca, ma spesso e volentieri, da parte cattolica, si
dimenticano elementi importanti del Magistero della Chiesa, o si passano sotto
silenzio per favorire una “carità” che rischia di contrapporsi alla non meno
importante “verità”. Tutta la presente Dichiarazione,
a cui rimandiamo il lettore volenteroso, è segnata da queste ambigue dimenticanze,
e quando si citano delle “pezze d’appoggio” per fondare il dialogo e il confronto,
come qui si fa con la Dichiarazione conciliare Nostra aetate (1965), lo si fa in modo parziale e incompleto.
Vediamo
qualche esempio significativo. Si dice per esempio in apertura del testo: “Gli
ebrei e i cristiani condividono l’eredità della testimonianza biblica del
rapporto di Dio con la famiglia umana nella storia. Le nostre Scritture danno
testimonianza del fatto che sia gli individui, sia il popolo nel suo insieme,
sono chiamati, ricevono un insegnamento, vengono guidati dalla Divina
Provvidenza”. Ma fino a che punto gli ebrei e i cristiani condividono la testimonianza biblica? Qui, in mancanza
di precisazioni necessarie, sembrerebbe che la condivisione sia pressoché
totale. Eppure, sappiamo che non è così. Già
l’Antico Testamento come lo conosciamo attraverso il Canone biblico definito a
Trento è molto diverso dal “Canone ebraico” dei libri ispirati. Gli ebrei
odierni, anche se forse c’è qualche discordanza tra scuola e scuola (il che complica ulteriormente il discorso) dell’AT cattolico rifiutano i seguenti
libri: Tobia, Giuditta, Sapienza, Qoelet, Baruch, i due libri dei Maccabei, e
alcuni brani dei libri di Ester e Daniele. Queste differenze materiali non sono
di poco conto. Ma ovviamente la cosa più grave è il rifiuto intero, a volte
accompagnato da disprezzo, del Nuovo Testamento. Secondo il Concilio però, “La Parola di Dio,
che è potenza divina per la salvezza di chiunque crede (cf. Rm 1,16), si
presenta e manifesta la sua forza eminente negli scritti del Nuovo Testamento”
(Dei Verbum, 17). Inoltre, “A nessuno
sfugge [ma forse ci sono eccezioni…] che tra tutte le Scritture, anche del
Nuovo Testamento, i Vangeli meritatamente eccellono” (DV, 18). Se
dunque gli ebrei mancano di ciò che è più eccellente nelle Scritture, come si
fa a dire che “ebrei e cristiani condividono l’eredità della testimonianza
biblica”? Ma c’è di più. Secondo sempre la DV la Tradizione cristiana, la Sacra
Scrittura e il Magistero della Chiesa “sono tra loro talmente connessi e
congiunti da non potere indipendentemente sussistere” (DV 10). Gli ebrei che
hanno una versione parziale dell’AT, che mancano interamente del NT, la parte
più eccellente dell’intera Bibbia, e che rigettano sia la Tradizione che il
Magistero ecclesiastico, avrebbero comunque “l’eredità biblica”? Ma allora
basterebbe possedere un testo della Bibbia a casa per avere questa “eredità”?
Insomma, compro una Bibbia e ne ricevo lo spirito? A ben vedere, su questa
comune eredità biblica la Dichiarazione
del comitato ebraico-cattolico è evidentemente contraria alla Costituzione
dogmatica Dei Verbum.
Purtroppo
ci sono altri punti in cui la Dichiarazione
non riflette l’insegnamento ufficiale della Chiesa. Infatti si afferma poco
dopo che l’istituzione del Comitato ebraico-cattolico “è tra i frutti più
importanti della Nostra aetate”. “Il
dibattito aperto in spirito di fiducia e rispetto reciproco ha caratterizzato
il nostro incontro a Madrid e prosegue i passi avanti compiuti
nell’insegnamento e nell’attuazione dei principi enunciati in quella
fondamentale dichiarazione [cioè la NA]”. Ma così non è, almeno non del tutto. La
NA infatti contiene alcuni elementi dottrinali taciuti sia in questa Dichiarazione, dunque non si può dire
che queste riunioni ebraico-cattoliche siano conformi all’insegnamento e ai
principi “di quella fondamentale dichiarazione”. Ne cito solo 3, ma sono
elementi decisivi dal punto di vista cattolico. La NA dedica l’intero n. 4 al
rapporto tra cristiani ed ebrei e ricorda, dopo aver usato parole di grande
apertura e rispetto verso l’ebraismo, che: 1. “La Chiesa è il nuovo popolo di
Dio”, e non ci sono dunque altri popoli di Dio oltre alla Chiesa; 2. “le
autorità ebraiche con i propri seguaci si sono adoperate per la morte di
Cristo”, e la Bibbia sul punto non inganna, né insegna l’antisemitismo, ma la
verità; 3. “Il dovere della Chiesa […] di annunciare la croce di Cristo come
segno dell’amore universale di Dio e come fonte di ogni grazia”, dovere verso
tutti gli uomini, nessuno escluso. Omettendo
questi tre punti dottrinalmente rilevanti, il dialogo ebraico-cattolico viene
falsato da una teologia buonista, difforme però dalla lettera e dallo spirito
del Magistero della Chiesa.
La Dichiarazione poi dopo aver ripetuto, in
modo vago, l’esistenza di un “legato spirituale comune”, afferma che “come
cattolici ed ebrei cerchiamo di edificare un mondo in cui i diritti umani [?] vengano
riconosciuti e rispettati”. Ma il Magistero della Chiesa afferma, per esempio
nell’enciclica del beato Giovanni Paolo II Evangelium
vitae, che certi presunti diritti
sono in realtà dei delitti, come è il
caso dell’aborto e dell’eutanasia, e per estensione del divorzio e dello
pseudo-matrimonio omosessuale. Cosa ne pensano gli ebrei circa questi
diritti-delitti? A noi risulta che la comunità ebraica francese, tra l’altro
una delle più numerose d’Europa, abbia fatto pressioni inaudite per sospendere il
Gran Rabbino di Francia, colpevole di aver scritto un (ottimo) saggio contro le
nozze gay. E allora, quali diritti umani vogliamo difendere assieme? E lo
chiedo anzitutto al cardinal Koch, a cui una volta ho avuto la ventura di parlare di persona… Si
rischia di essere nel vago quando si dice, sembrerebbe per accontentare il
mainstream mondano-ecclesiale, che “ci impegniamo a rafforzare la nostra
collaborazione nella ricerca di una distribuzione delle risorse sempre più
giusta ed equa, affinché tutti possano beneficiare dei progressi nella scienza,
nella medicina, nell’educazione e nello sviluppo economico”. Belle parole che
rischiano di significare poco.
Si
afferma che “i delegati hanno esaminato l’attuale aumento dell’antisemitismo,
il crescente fenomeno della persecuzione dei cristiani in diverse parti del
mondo”, etc. Discutibile il paragone tra l’antisemitismo, ufficialmente
combattuto dalle nostre società, e l’anticristianesimo che ogni giorno fa morti
in Oriente e colpisce la Chiesa e i cattolici in Occidente. I libri delle
scuole non attaccano di certo gli ebrei, ma la Chiesa e ciò in ogni modo (nei
libri di storia, di scienze, di letteratura, etc.). Ma nessuno se ne lamenta… Dopo
aver deplorato l’antisemitismo in vari passaggi, si aggiunge, quasi per non
creare una abnorme dissimmetria, che “allo stesso modo, qualsiasi espressione
di anticristianesimo è altrettanto inaccettabile”. Ma qui il discorso davvero
non torna. Tutta una cultura laica e laicista da mezzo secolo si batte, almeno
a parole, contro l’antisemitismo perfino inventando nuovi delitti quali il
revisionismo storico e il negazionismo; infiniti sono i programmi, i musei, i
forum, i libri sulla Shoah e sullo sterminio degli ebrei. Ma i medesimi soggetti
che lottano o dicono di lottare contro l’antisemitismo sono in gran parte
protagonisti della cultura anti-cristiana odierna: come si può dire “allo
stesso modo”? Chi è che condanna l’anti-cristianesimo d’Occidente, nuova
religione laica imposta dall’alto agli studenti, ai fruitori di giornali e di
mass media? Né le società occidentali, che non hanno mai varato alcuna norma in
materia, né a quanto ne sappia io le alte istanze dell’ebraismo. Se
la Chiesa, a partire da Pio XI (vari discorsi del Papa e l’enciclica Mit brennender Sorge) dichiara
l’incompatibilità tra fede cristiana e antisemitismo (inteso come odio degli
ebrei), ancora si attende una presa di posizione simile da parte dei nostri
fratelli maggiori. Papa Francesco dice: il cristiano non può essere antisemita.
Quale Gran Rabbino ha detto che l’ebreo non può essere anticristiano? Se
abbiamo cattiva memoria preghiamo il lettore di scusarci e di correggerci…
La
conclusione è nel senso del buonismo poco impegnativo: “Concordiamo di
cooperare per migliorare la vita di quanti sono ai margini della società, i
poveri, i malati, i rifugiati, le vittime del traffico umano, e di proteggere
il creato di Dio dai pericoli presentati dai cambiamenti climatici”. Belle
parole, certo… Ma il
Concilio diceva di più e meglio asserendo, quasi ad ogni pagina: “E’ necessario
che tutti si convertano a Cristo, conosciuto attraverso la predicazione della
Chiesa” (Ad gentes, 7) e ricordando
inoltre, con vera carità, che “questa unica vera religione crediamo che
sussista nella Chiesa cattolica e apostolica” (Dignitatis humanae, 1). Ma l’eredità del Concilio è usata nella
misura dell’utilità del momento, altrimenti è taciuta e occultata.