Pubblichiamo una frizzante ipotesi di Marco Begato
di Marco Begato
Trump è uno
sciocco, Trump è un folle, Trump finge di essere un folle, Trump è talentuoso
ma sbaglia i suoi calcoli, Trump è un bullo. Questi i principali giudizi che si
raccolgono in rete in merito al Presidente americano.
Di tutti, a
mio giudizio, il più curioso rimane il terzo: finge di essere un folle.
Lo segnalavo già lo scorso agosto (QUI)
e ho visto
che alcuni giornalisti
italiani se ne sono accorti in aprile.
Dunque
vorrei riflettere su queste ipotesi, fino ad avanzarne una personale (non so se
già anticipata da altri).
Iconoclastia anti-trumpiana: ipnosi collettiva?
Inizierò
confessando che mi lascia completamente basito leggere il j’accuse
anti-trumpiano sollevato da pressoché qualsiasi portale e orientamento: laico e
cattolico, cartaceo e digitale, mainstream e di controinformazione.
Fatico a non
percepire in questa rinnovata iconoclastia l’ennesima forma di ipnosi
collettiva. La stessa cosa cui abbiamo assistito nei tempi del Covid-19,
per intenderci. Allora la valanga di dati noir, l’invasione di numeri e
statistiche di malattia e morte ha ipnotizzato la massa creando panico e
favorendo l’idolatria vaccinale. Oggi una propaganda a reti unificate
anti-trumpiana sta generando il medesimo allineamento angosciato contro
il presidente USA.
Mi colpisce
anzitutto il fatto che questo allineamento sia angosciato: la gente teme
la politica di Trump come temeva l’evoluzione del Covid-19. È per questo
che mi insospettisce la posizione anti-trumpiana e perciò mi spingo a
parlare di allucinazione di massa, nuovamente.
In primo
luogo dunque non sto cercando di difendere Trump, sto cercando di difendere
me stesso dalla manipolazione mediatica, dall’angoscia generata, dalla
ipnosi e dalle politiche conseguenti.
Certo, c’era
un rischio col Covid-19, così come ci sono allarmi con Trump, ma da queste
premesse all’angoscia ne corre: ne corre giusto il tempo di un’ipnosi
collettiva.
Ora, come
avviene una simile ipnosi? Avviene per il concorso a reti unificate di tutte le agenzie informative,
di qualsiasi tipologia e schieramento. Tempo addietro, anche solo in epoca
Covid, e insomma prima del secondo mandato Trump, almeno i canali indipendenti
dalle aziende informative mainstream avrebbero fornito una spiegazione
elementare: il padrone dell’informazione ha pagato perché tutti battano la
medesima notizia.
Sono molti
gli episodi, e se ne sono visti con stupore e meraviglia e rabbia anche durante
la pandemia, in cui i giornali di tutto il mondo (occidentale e coloniale
quantomeno) stampavano all’unisono le medesime notizie con titoli quasi
identici.
Allora si
ergevano a coscienza critica almeno i canali liberi e indipendenti. Con Trump
anche quest’ultima foglia di fico sembra caduta. In effetti mi stupisce e
dispiace vedere come molti canali di controinformazione e molti
osservatori e testimoni, vigili ai tempi del Covid-19, siano stati acriticamente
assorbiti in questo mulinello ipnotico anti-trumpiano.
Tutti
tuonano all’unisono contro il temibile Trump. Le voci contrarie ormai sono al
massimo quelle di alcuni singoli isolati e poco significativi.
Ancora una
volta: non mi attendo che i vari commentatori si spendano in parole accomodanti
verso Trump. Ma resto basito considerando la quantità di attacchi inappellabili
contro lo stesso, peraltro sollevati mentre regna il silenzio - o un mite
disprezzo di maniera - verso la moltitudine di governanti, presidenti e
autorità orribili e oscene che stanno guidando i rimanenti Paesi, e che
impuniti van preparando i propri successori.
Peraltro il
danno dell’ipnosi - oltre a generare una forte demotivazione e disperazione
soggettiva e collettiva - consiste proprio nel farci dimenticare che, tolto
Trump, non rimarremo in mano a dei bravi politici o ai ‘meno peggio’, bensì
saremo pur sempre succubi di una classe di corrotti, ricattati, in
combutta per interessi lobbistici a danno dei popoli. Gli scandali rivelati
dagli Epstein Files, le ricostruzioni relative alle manipolazioni in epoca
Covid-19, l’avanzare della geoingegneria, le politiche tecnocratiche potenziate
dai flussi dell’intelligenza artificiale sono le principali espressioni di
questo futuro umanamente disperato che ci attende.
Perché
dunque limitarsi ad attaccare Trump, facendone l’utile feticcio dell’istinto
sacrificale comune?
E tale
giudizio, ci tengo a sottolinearlo, vale anche nell’ipotesi estrema, quella
secondo cui Trump stesso stia obbedendo, proprio con questo suo stile assurdo,
ai medesimi poteri forti che guidano gli altri spregevoli governi.
L’ipotesi Bulldozer
Veniamo alla
questione della sua follia: ammetto di non avere una opinione sicura a
riguardo, ma reputo stimolante avanzare ipotesi interpretative alternative.
Come ho già
chiarito, non mi persuade la narrativa demonizzante, non trovo che Trump
sia un presidente peggiore di altri che lo abbiano preceduto, né peggiore di
altri governatori, dittatori e sovrani che occupano attualmente ruoli di
potere. Al contempo non vedo in lui una figura confortante e convincente.
Ho preso in considerazione la “teoria del matto” e vorrei provare a
precisarla.
Non ho
l’impressione che Trump stia agendo come un generico matto. Credo che dietro il
suo istrionismo comunicativo, ci siano dei codici puntuali. Ho provato a
identificare alcune (poche) caratteristiche-ipotesi e le ho accomunate sotto
l’etichetta generica di contro-diplomazia: la violazione voluta e
sistematica delle regole della diplomazia.
È come se
Trump volesse far saltare il banco, sovvertire le regole classiche (e marce)
della comunicazione di regime. Agisce dunque sì da prepotente, cioè in americano da Bulldozer, ma proprio nel senso fisico dalla macchina spianatrice.
E il suo obiettivo è la vetrina delle diplomazie atlantiste.
Come
approccio fondamentale, è evidente, Trump ama lanciare provocazioni
azzardate. Più precisamente mi piace interpretarle andando a individuare
alcuni tratti specifici, ne indico tre:
- Criterio dell’incontinenza. Trump dice apertamente
quello che gli altri potenti pensano o condividono solo in privato;
- Criterio dell’Ironia. Trump dice cose che forse non
pensa, ma che certamente altri competitor stanno pensando o dicendo in
sede riservata;
- Criterio dello strabismo. Trump si rivolge apertamente a
un interlocutore, ma con l’intenzione di raggiungerne un altro.
Tramite tale
approccio Trump attua una sorta di complessiva demitizzazione burocratica,
svergogna il sistema e ne mostra il marcio, obbliga a cercare un diverso
registro: è una mossa voluta? È l’arroganza di un bullo tanto borioso da
non nascondere più quello che i colleghi tenevano invece ben celato? Giudicate
voi.
Ecco qualche
esempio a supporto delle tre caratteristiche su riportate.
Il criterio dell’ironia
Per esempio,
ha lasciato spiazzati l’intervista in cui Trump affermava chiaramente che le
sue minacce di guerra all’Iran erano solo un modo per testare la reazione degli
interlocutori (qui un commento).
Attenzione,
non si tratta di un gioco e se lo è, è un gioco d’azzardo.
In un mondo
caratterizzato da menzogne, compromessi, doppie mosse, tradimenti, questo
approccio è mirato a portare allo scoperto le intenzioni reali dei vari
partner, collaboratori e presunti alleati.
In questo la
politica trumpiana assomiglia a un grande bluff.
Il suo stile
da bullo o da spaccone equivale a un rilancio della puntata di gioco,
davanti al quale gli sfidanti sono costretti o a sostenere rischiosamente il
bluff o a gettare le carte e le maschere.
Tale stile
non si spiega solo dal punto di vista politico-morale, più o meno
machiavellico, non è legato cioè solamente al tentativo di smascherare generici
brogli e tradimenti (che pure sono molti, anche internamente al partito, e un
presidente USA lo sa bene). Abbiamo sul piatto una specifica componente: il
multipolarismo, la caduta del globalismo, il cambio di un paradigma.
Geopoliticamente
siamo in una fase di ridefinizione delle alleanze e degli schieramenti. Gli
azzardi di Trump potrebbero servire a far venire rapidamente allo scoperto
i multipolaristi e i globalisti, a costruire in tempi record i nuovi assi.
Credo che
anche i post di attacco alla Meloni servano a tale scopo: hanno costretto l’establishment
italiano a una reazione. Mentre il bullo può provocare, rimangiarsi le parole,
fare il bello e il brutto tempo, i suoi interlocutori sono sempre costretti a
un posizionamento netto e univoco.
Lui ha alle
spalle il potere US e una reputazione da bullo già consolidata, i suoi
interlocutori non hanno né lo stesso potere economico-militare-politico, né
possono permettersi di scendere allo stesso livello comunicativo.
Trump tiene
i suoi competitor per le palle.
Credo che l’Epstein
System abbia a che vedere con questa strategia: Trump non ci avrà dato il nome dei
clienti di Epstein (curiosamente rischiando di restare l’unico accusato, lui
che è stato l’unico ad aver avviato la pubblicazione dei Files: altra mossa da
folle), ma ci ha detto chiaramente che il mondo del potere politico-economico è
gestito à la Epstein, cioè con un intrigo di lobby perverse, che
promuovono i propri affiliati, in un equilibrio di ricatti tale da paralizzare
il giro politico e trasformarlo in una vetrina farsa, longa manus di
interessi nascosti al popolo.
Nessun establishment
degli Stati occidentali, parte integrante dell’Epstein System, può
permettersi di parlare apertamente, perché sono tutti sotto ricatto. Trump
sfrutta questa loro debolezza. E al momento giusto può andare oltre e colpire.
Un esempio
di questo mi pare essere lo scandalo che si sta abbattendo sul governo
spagnolo, facilmente alimentato dalle informazioni fornite dal DOJ, tale da
portare alla sbarra decine di uomini di Sanchez e tale da infangare storici
volti accreditati come Zapatero.
A tal
riguardo: la Meloni stia attenta, e con lei gli “Zapatero” di Italia.
Il criterio dell’incontinenza
Un secondo
elemento che a mio avviso caratterizza lo stile comunicativo contro-diplomatico
trumpiano è lo svelamento dei pensieri.
Trump dice
al mondo via social quel che gli altri potenti pensano o si dicono nelle
segrete stanze. Viene squarciata la cortina. Si voltano tutte le carte. Decisamente
una mossa capace di far imbestialire tutta la Cupola.
Trump non è
odiato solo perché sta scegliendo di abbandonare l’UE, la NATO, l’ONU e tutti
gli organismi buro-cratici (tali cioè da elevare le organizzazioni
internazionali a nuovi organismi di controllo dei popoli, le casematte del
neo-autoritarismo contemporaneo) sui quali appoggiano il proprio potere tutte
le élite occidentali. Trump è odiato perché sta mostrando al mondo
quanto è arrogante, sboccata, prepotente, insensibile, egoista la classe
dominante attuale. E lo fa assumendo, facendo propri e quindi mettendo alla
berlina questi loro toni.
La
sfacciataggine ostentata da Trump non è in nulla diversa da quella che le Von
Der Leyen o i Macron o i Draghi esibiscono nelle loro riunioni secretate. Ogni tanto nelle notizie di frangia
ne abbiamo prove
schiaccianti. Solo che
quest’ultimi in pubblico si ammantano farisaicamente di belle parole, mentre il
quinto potere li copre, ne nasconde il marcio e ne esalta le comparsate
irenico-ipocrite.
Guardate il
paradosso: quando Draghi o Mattarella arrivano a insultare il popolo italiano
con dichiarazioni vergognose (i.e. “non ti vaccini e muori”; “non si invochi la
libertà per non vaccinarsi”) l’ipnosi generale è tale da accogliere con
devozione tali autentici insulti, coronati dall’aggressione a colpi di idrante
contro i lavoratori triestini. Suscita invece indignazione Trump, quello che
propone la terza guerra mondiale e poche settimane dopo stringe accordi di pace
con clausole inaudite.
Trump ci
costringe a tenere puntati gli occhi su questo aspetto: le élite ci
disprezzano e ci calpestano. La politica è fatta di calcoli spietati e il
popolo è carne da macello. Lui lo dice e lo dice in modo non ipnotico.
Che poi sia
una tattica paradossale per prendere la distanza da quei Circoli o che sia
perfettamente allineato ad essi, ma travolto dalla boria, torno a ripetermi:
non so definirlo.
Il criterio dello strabismo
Un terzo
esempio di approccio lo trovo nel batti-becco avuto in Primavera col Pontefice,
Leone XIV.
Il mondo si
è scandalizzato per i toni di Trump contro il Papa. Si è scandalizzato per i post che
ritraevano il Presidente vestito da pontefice; si è scandalizzato alla notizia
trapelata dei 14 milioni versati allo Stato del Vaticano per influenzare le
elezioni; si è scandalizzato per il botta e risposta via social in cui Trump
lanciava attacchi a Leone XIV.
Che lo
scambio di post primaverili sia avvenuto l’indomani dei colloqui diplomatici
tra US e Santa Sede non pare abbia insospettito nessuno.
Che i media
di tutto il mondo, generalmente freddi e ostili al nuovo Pontificato, siano
scesi in campo per una poco credibile difesa del loro detestato avversario, non
ha insospettito nessuno.
Lo accetto.
Ma credo che
dobbiamo pensare al fatto che almeno una categoria di persone ha tremato alla
minaccia di Trump. Non si tratta del Leone, il quale ha avuto anzi modo di
rispondere chiarendo la sua missione e la sua visione. Hanno tremato quelli che
hanno incassato a suo tempo i 14 milioni: i cardinali e i vescovi
anti-leoniani.
Credo
decisamente che il messaggio di Trump, all’indomani delle pacifiche relazioni
diplomatiche, fosse rivolto non al Santo Padre, ma a quanti lo accerchiano e gli
fanno opposizione: alla quinta colonna post-bergogliana.
Così Trump
dichiara di avere un interlocutore, ma dice a questi un messaggio rivolto ad
altri.
E con tali
tre esempi mi risulta più sensato l’agire del Presidente, che pure nella sua
complessità mi sfugge.

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