13 luglio 2026

Trump, il folle bulldozer?



Pubblichiamo una frizzante ipotesi di Marco Begato

di Marco Begato

Trump è uno sciocco, Trump è un folle, Trump finge di essere un folle, Trump è talentuoso ma sbaglia i suoi calcoli, Trump è un bullo. Questi i principali giudizi che si raccolgono in rete in merito al Presidente americano.

Di tutti, a mio giudizio, il più curioso rimane il terzo: finge di essere un folle. Lo segnalavo già lo scorso agosto (QUI)

e ho visto che alcuni giornalisti italiani se ne sono accorti in aprile.

 

Dunque vorrei riflettere su queste ipotesi, fino ad avanzarne una personale (non so se già anticipata da altri).

Iconoclastia anti-trumpiana: ipnosi collettiva?

Inizierò confessando che mi lascia completamente basito leggere il j’accuse anti-trumpiano sollevato da pressoché qualsiasi portale e orientamento: laico e cattolico, cartaceo e digitale, mainstream e di controinformazione.

Fatico a non percepire in questa rinnovata iconoclastia l’ennesima forma di ipnosi collettiva. La stessa cosa cui abbiamo assistito nei tempi del Covid-19, per intenderci. Allora la valanga di dati noir, l’invasione di numeri e statistiche di malattia e morte ha ipnotizzato la massa creando panico e favorendo l’idolatria vaccinale. Oggi una propaganda a reti unificate anti-trumpiana sta generando il medesimo allineamento angosciato contro il presidente USA.

Mi colpisce anzitutto il fatto che questo allineamento sia angosciato: la gente teme la politica di Trump come temeva l’evoluzione del Covid-19. È per questo che mi insospettisce la posizione anti-trumpiana e perciò mi spingo a parlare di allucinazione di massa, nuovamente.

In primo luogo dunque non sto cercando di difendere Trump, sto cercando di difendere me stesso dalla manipolazione mediatica, dall’angoscia generata, dalla ipnosi e dalle politiche conseguenti.

Certo, c’era un rischio col Covid-19, così come ci sono allarmi con Trump, ma da queste premesse all’angoscia ne corre: ne corre giusto il tempo di un’ipnosi collettiva.

Ora, come avviene una simile ipnosi? Avviene per il concorso a reti unificate di tutte le agenzie informative, di qualsiasi tipologia e schieramento. Tempo addietro, anche solo in epoca Covid, e insomma prima del secondo mandato Trump, almeno i canali indipendenti dalle aziende informative mainstream avrebbero fornito una spiegazione elementare: il padrone dell’informazione ha pagato perché tutti battano la medesima notizia.

Sono molti gli episodi, e se ne sono visti con stupore e meraviglia e rabbia anche durante la pandemia, in cui i giornali di tutto il mondo (occidentale e coloniale quantomeno) stampavano all’unisono le medesime notizie con titoli quasi identici.

Allora si ergevano a coscienza critica almeno i canali liberi e indipendenti. Con Trump anche quest’ultima foglia di fico sembra caduta. In effetti mi stupisce e dispiace vedere come molti canali di controinformazione e molti osservatori e testimoni, vigili ai tempi del Covid-19, siano stati acriticamente assorbiti in questo mulinello ipnotico anti-trumpiano.

Tutti tuonano all’unisono contro il temibile Trump. Le voci contrarie ormai sono al massimo quelle di alcuni singoli isolati e poco significativi.

Ancora una volta: non mi attendo che i vari commentatori si spendano in parole accomodanti verso Trump. Ma resto basito considerando la quantità di attacchi inappellabili contro lo stesso, peraltro sollevati mentre regna il silenzio - o un mite disprezzo di maniera - verso la moltitudine di governanti, presidenti e autorità orribili e oscene che stanno guidando i rimanenti Paesi, e che impuniti van preparando i propri successori.

Peraltro il danno dell’ipnosi - oltre a generare una forte demotivazione e disperazione soggettiva e collettiva - consiste proprio nel farci dimenticare che, tolto Trump, non rimarremo in mano a dei bravi politici o ai ‘meno peggio’, bensì saremo pur sempre succubi di una classe di corrotti, ricattati, in combutta per interessi lobbistici a danno dei popoli. Gli scandali rivelati dagli Epstein Files, le ricostruzioni relative alle manipolazioni in epoca Covid-19, l’avanzare della geoingegneria, le politiche tecnocratiche potenziate dai flussi dell’intelligenza artificiale sono le principali espressioni di questo futuro umanamente disperato che ci attende.

Perché dunque limitarsi ad attaccare Trump, facendone l’utile feticcio dell’istinto sacrificale comune?

E tale giudizio, ci tengo a sottolinearlo, vale anche nell’ipotesi estrema, quella secondo cui Trump stesso stia obbedendo, proprio con questo suo stile assurdo, ai medesimi poteri forti che guidano gli altri spregevoli governi.

L’ipotesi Bulldozer

Veniamo alla questione della sua follia: ammetto di non avere una opinione sicura a riguardo, ma reputo stimolante avanzare ipotesi interpretative alternative.

Come ho già chiarito, non mi persuade la narrativa demonizzante, non trovo che Trump sia un presidente peggiore di altri che lo abbiano preceduto, né peggiore di altri governatori, dittatori e sovrani che occupano attualmente ruoli di potere. Al contempo non vedo in lui una figura confortante e convincente. Ho preso in considerazione la “teoria del matto” e vorrei provare a precisarla.

Non ho l’impressione che Trump stia agendo come un generico matto. Credo che dietro il suo istrionismo comunicativo, ci siano dei codici puntuali. Ho provato a identificare alcune (poche) caratteristiche-ipotesi e le ho accomunate sotto l’etichetta generica di contro-diplomazia: la violazione voluta e sistematica delle regole della diplomazia.

È come se Trump volesse far saltare il banco, sovvertire le regole classiche (e marce) della comunicazione di regime. Agisce dunque sì da prepotente, cioè in americano da Bulldozer, ma proprio nel senso fisico dalla macchina spianatrice. E il suo obiettivo è la vetrina delle diplomazie atlantiste.

Come approccio fondamentale, è evidente, Trump ama lanciare provocazioni azzardate. Più precisamente mi piace interpretarle andando a individuare alcuni tratti specifici, ne indico tre:

  1. Criterio dell’incontinenza. Trump dice apertamente quello che gli altri potenti pensano o condividono solo in privato;
  2. Criterio dell’Ironia. Trump dice cose che forse non pensa, ma che certamente altri competitor stanno pensando o dicendo in sede riservata;
  3. Criterio dello strabismo. Trump si rivolge apertamente a un interlocutore, ma con l’intenzione di raggiungerne un altro.

Tramite tale approccio Trump attua una sorta di complessiva demitizzazione burocratica, svergogna il sistema e ne mostra il marcio, obbliga a cercare un diverso registro: è una mossa voluta? È l’arroganza di un bullo tanto borioso da non nascondere più quello che i colleghi tenevano invece ben celato? Giudicate voi.

Ecco qualche esempio a supporto delle tre caratteristiche su riportate.

Il criterio dell’ironia

Per esempio, ha lasciato spiazzati l’intervista in cui Trump affermava chiaramente che le sue minacce di guerra all’Iran erano solo un modo per testare la reazione degli interlocutori (qui un commento).

Attenzione, non si tratta di un gioco e se lo è, è un gioco d’azzardo.

In un mondo caratterizzato da menzogne, compromessi, doppie mosse, tradimenti, questo approccio è mirato a portare allo scoperto le intenzioni reali dei vari partner, collaboratori e presunti alleati.

In questo la politica trumpiana assomiglia a un grande bluff.

Il suo stile da bullo o da spaccone equivale a un rilancio della puntata di gioco, davanti al quale gli sfidanti sono costretti o a sostenere rischiosamente il bluff o a gettare le carte e le maschere.

Tale stile non si spiega solo dal punto di vista politico-morale, più o meno machiavellico, non è legato cioè solamente al tentativo di smascherare generici brogli e tradimenti (che pure sono molti, anche internamente al partito, e un presidente USA lo sa bene). Abbiamo sul piatto una specifica componente: il multipolarismo, la caduta del globalismo, il cambio di un paradigma.

Geopoliticamente siamo in una fase di ridefinizione delle alleanze e degli schieramenti. Gli azzardi di Trump potrebbero servire a far venire rapidamente allo scoperto i multipolaristi e i globalisti, a costruire in tempi record i nuovi assi.

Credo che anche i post di attacco alla Meloni servano a tale scopo: hanno costretto l’establishment italiano a una reazione. Mentre il bullo può provocare, rimangiarsi le parole, fare il bello e il brutto tempo, i suoi interlocutori sono sempre costretti a un posizionamento netto e univoco.

Lui ha alle spalle il potere US e una reputazione da bullo già consolidata, i suoi interlocutori non hanno né lo stesso potere economico-militare-politico, né possono permettersi di scendere allo stesso livello comunicativo.

Trump tiene i suoi competitor per le palle.

Credo che l’Epstein System abbia a che vedere con questa strategia: Trump non ci avrà dato il nome dei clienti di Epstein (curiosamente rischiando di restare l’unico accusato, lui che è stato l’unico ad aver avviato la pubblicazione dei Files: altra mossa da folle), ma ci ha detto chiaramente che il mondo del potere politico-economico è gestito à la Epstein, cioè con un intrigo di lobby perverse, che promuovono i propri affiliati, in un equilibrio di ricatti tale da paralizzare il giro politico e trasformarlo in una vetrina farsa, longa manus di interessi nascosti al popolo.

Nessun establishment degli Stati occidentali, parte integrante dell’Epstein System, può permettersi di parlare apertamente, perché sono tutti sotto ricatto. Trump sfrutta questa loro debolezza. E al momento giusto può andare oltre e colpire.

Un esempio di questo mi pare essere lo scandalo che si sta abbattendo sul governo spagnolo, facilmente alimentato dalle informazioni fornite dal DOJ, tale da portare alla sbarra decine di uomini di Sanchez e tale da infangare storici volti accreditati come Zapatero.

A tal riguardo: la Meloni stia attenta, e con lei gli “Zapatero” di Italia.

Il criterio dell’incontinenza

Un secondo elemento che a mio avviso caratterizza lo stile comunicativo contro-diplomatico trumpiano è lo svelamento dei pensieri.

Trump dice al mondo via social quel che gli altri potenti pensano o si dicono nelle segrete stanze. Viene squarciata la cortina. Si voltano tutte le carte. Decisamente una mossa capace di far imbestialire tutta la Cupola.

Trump non è odiato solo perché sta scegliendo di abbandonare l’UE, la NATO, l’ONU e tutti gli organismi buro-cratici (tali cioè da elevare le organizzazioni internazionali a nuovi organismi di controllo dei popoli, le casematte del neo-autoritarismo contemporaneo) sui quali appoggiano il proprio potere tutte le élite occidentali. Trump è odiato perché sta mostrando al mondo quanto è arrogante, sboccata, prepotente, insensibile, egoista la classe dominante attuale. E lo fa assumendo, facendo propri e quindi mettendo alla berlina questi loro toni.

La sfacciataggine ostentata da Trump non è in nulla diversa da quella che le Von Der Leyen o i Macron o i Draghi esibiscono nelle loro riunioni secretate. Ogni tanto nelle notizie di frangia ne abbiamo prove schiaccianti. Solo che quest’ultimi in pubblico si ammantano farisaicamente di belle parole, mentre il quinto potere li copre, ne nasconde il marcio e ne esalta le comparsate irenico-ipocrite.

Guardate il paradosso: quando Draghi o Mattarella arrivano a insultare il popolo italiano con dichiarazioni vergognose (i.e. “non ti vaccini e muori”; “non si invochi la libertà per non vaccinarsi”) l’ipnosi generale è tale da accogliere con devozione tali autentici insulti, coronati dall’aggressione a colpi di idrante contro i lavoratori triestini. Suscita invece indignazione Trump, quello che propone la terza guerra mondiale e poche settimane dopo stringe accordi di pace con clausole inaudite.

Trump ci costringe a tenere puntati gli occhi su questo aspetto: le élite ci disprezzano e ci calpestano. La politica è fatta di calcoli spietati e il popolo è carne da macello. Lui lo dice e lo dice in modo non ipnotico.

Che poi sia una tattica paradossale per prendere la distanza da quei Circoli o che sia perfettamente allineato ad essi, ma travolto dalla boria, torno a ripetermi: non so definirlo.

Il criterio dello strabismo

Un terzo esempio di approccio lo trovo nel batti-becco avuto in Primavera col Pontefice, Leone XIV.

Il mondo si è scandalizzato per i toni di Trump contro il Papa. Si è scandalizzato per i post che ritraevano il Presidente vestito da pontefice; si è scandalizzato alla notizia trapelata dei 14 milioni versati allo Stato del Vaticano per influenzare le elezioni; si è scandalizzato per il botta e risposta via social in cui Trump lanciava attacchi a Leone XIV.

Che lo scambio di post primaverili sia avvenuto l’indomani dei colloqui diplomatici tra US e Santa Sede non pare abbia insospettito nessuno.

Che i media di tutto il mondo, generalmente freddi e ostili al nuovo Pontificato, siano scesi in campo per una poco credibile difesa del loro detestato avversario, non ha insospettito nessuno.

Lo accetto.

Ma credo che dobbiamo pensare al fatto che almeno una categoria di persone ha tremato alla minaccia di Trump. Non si tratta del Leone, il quale ha avuto anzi modo di rispondere chiarendo la sua missione e la sua visione. Hanno tremato quelli che hanno incassato a suo tempo i 14 milioni: i cardinali e i vescovi anti-leoniani.

Credo decisamente che il messaggio di Trump, all’indomani delle pacifiche relazioni diplomatiche, fosse rivolto non al Santo Padre, ma a quanti lo accerchiano e gli fanno opposizione: alla quinta colonna post-bergogliana.

Così Trump dichiara di avere un interlocutore, ma dice a questi un messaggio rivolto ad altri.


E con tali tre esempi mi risulta più sensato l’agire del Presidente, che pure nella sua complessità mi sfugge.

 

 

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