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12 luglio 2019

Maturità, scuola e una cultura mostruosa

di Marco Crevani
Il pavone nel prato ben curato della scuola paritaria, gli eroici giardinieri albanesi nei 35 °C del campo sportivo della scuola pubblica, mentre al di qua delle finestre va in scena la Maturità 2019, che forse passerà alla storia come “quella delle buste”. I “Millennials” veri e propri, quest’anno sono di scena loro, ragazzi e ragazze della classe 2000, si lanciano più o meno leggiadri in arditi collegamenti fra le materie, come vuole la nuova formula della prova orale, ma ciò che vedo fuori mi ricorda troppo la frase attribuita a San Tommaso d’Aquino: “Questa è una mela, chi non è d’accordo può andare via”. Eh no, caro Padre Tommaso! Questa ormai “è una mela” solo se è “biologica”, ecosostenibile, a km zero… altrimenti non è una mela ma un’arma ostile.
Anche i millennials ne sembrano convinti, ripetono i dubbi e gli arzigogoli appresi negli anni da maestri simpatici, competenti, ma altrettanto convinti nell’insegnare a ignorare le mele, per concentrarsi sui buchi dei vermi, l’unica realtà degna di essere considerata e studiata.

Un’altra ragazza bravina, candidata al “100”, ha appena terminato l’ennesima via crucis fra nichilismo e crisi delle certezze, dopo aver pescato dalla mitica “busta” non so se una foto del fungo atomico o qualche deprimente pensiero novecentesco, si alza, sfodera la sua “chiavetta” e ci proietta la presentazione delle esperienze di “Alternanza Scuola-Lavoro”: constato che non è ancora morta schiantata dalla crisi delle certezze e mi sfugge un: “Oh, finalmente!” Più tardi un bravo ragazzo dall’aspetto vagamente jovanottiano presenta la sua esperienza dello scorso anno in Burundi, col papà ed altri amici, a fare un rilievo topografico: ah, che risorsa la famiglia (per chi ce l’ha…)!
Una pausa, il tempo di invitare il jovanottino a non smarrire quella strada e di incoraggiare due ragazze penalizzate dagli scritti ad andare oltre il numerino che vedranno sul tabellone: non sarà certo valutata lì  la ricchezza interiore che hanno dimostrato nell’illustrare le esperienze svolte (lacrime al ricordo del reparto di Oncologia, fiducia nella giustizia - beata lei! – e conseguente scelta universitaria…)

Quindi è un diabolico slalom al contrario questo che “somministriamo” ai liceali: andare a incocciare tutti i “pali” che il Nulla ha posto sulla strada dell’Umanità prima ancora di averla assaporata, quella strada. O forse è come bromuro, gli diamo un sedativo velenoso per l’anima: “Non ne vale la pena, è tutta una finzione, concentrati sui particolari e trova soddisfazione in quelli” … Dativo, non ablativo… funzione continua, ma non derivabile… il latino del Vangelo non val la pena, tanto gli originali sono in greco… meglio studiare le porcate di Petronio che la redenzione di Agostino…
Poi la vita c’è, per fortuna, ma è tutta fuori. Resterà sempre, però, su ciò che “non abbiamo visto in classe” il marchio  di meno vero, con un grado inferiore di esistenza nel grande quadro della Cultura. Una cultura mostruosa.


 

13 luglio 2018

Dalla Chiesa alla scuola, così tradimmo il latino

di Francesco Filipazzi
(pubblicato anche su Barbadillo.it)
Pochi giorni fa Paolo Isotta scriveva, per il Fatto Quotidiano, dell’accademia di Villa Falconieri, dove la lingua corrente è il latino e gli studenti, di varie nazionalità, comunicano fra loro non con il solito inglese posticcio ma con la lingua dei Padri.
Al cattolico tridentino non può che scendere una lacrimuccia, nel vedere che il bell’uso di parlare nella lingua di Cicerone non è andato disperso, ma trattasi di lacrima di dolore, perché laddove qualcuno recupera, altrove qualcuno ha gettato alle ortiche.
Hanno cercato di farci dimenticare , che fino agli anni ’60, l’interlingua ecclesiastica, a livello accademico, era il latino, sia scritto che parlato, oltre che l’unico idioma a livello liturgico. Gente formata, gli alti prelati di un tempo, che pensava secondo forme e strutture che venivano da lontano. Perché la lingua, prima che comunicazione, è ordine e il latino è un ordine superiore. Nelle loro memorie lo ricordano ancora alcuni, come il cardinal Sarah, che venne dall’Africa. Purtroppo però certa “iconoclastia” post conciliare non ha risparmiato nulla e mentre fino a pochi anni fa tutti i documenti della Santa Sede, per lo meno quelli dirimenti, erano pubblicati anche in latino, oggi ce li ritroviamo tradotti in una sfilza di lingue. Ma non in quella dei Padri. Va cancellata, in nome di quella rivoluzione fallita di 50 anni fa, secondo cui la Messa va celebrata in volgareperché nessuno altrimenti capisce. Ma poi qualcosa deve essere andato male, perché alla Messa in volgare non ci va nessuno, quindi altro che capire. Per non parlare dei vuoti seminari, guarda caso pieni solo se tridentini.
Dunque una parte consistente della Chiesa ha deciso di abbandonare un patrimonio , per via dei traumi generazionali di gente che pensava di cambiare la Catholica dall’interno. Ma levandole l’impalcatura latina non sono stati in grado di sostenerla ed essa è a rischio crollo. La lingua è struttura, dicevamo, forma mentis, stile di vita, visione del mondo. Il latino è radice. Il latino dice esattamente ciò che vuole dire, non si può indorare la pillola. Chi voleva annacquare doveva per forza eliminarlo. E sappiamo com’è finita. Non a caso laddove, per lo meno nella liturgia, è rimasto il greco, altra grande lingua dei Padri, ci sono meno problemi. Noi però siamo latini e pensiamo ai nostri guai.
Va detto che il papa emerito Benedetto XVI ha cercato di porre qualche rimedio, fondando nel 2012 la Pontificia Academia Latinitatis, la cui missione è favorire “la conoscenza e lo studio della lingua e della letteratura latina, sia classica sia patristica, medievale e umanistica, in particolare presso le istituzioni formative cattoliche, nelle quali sia i seminaristi che i sacerdoti sono formati e istruiti, nonché promuove nei diversi ambiti l’uso del latino, sia come lingua scritta, sia parlata”. Senza contare il motu proprio Summorum Pontificum sulla “messa in latino”, che nonostante la diffusione popolare trova un’assurda avversione da parte di vescovi e clero diocesano.
L’avversione al latino è diffusa anche nella società incivile. Ci ritroviamo tentativi, ormai in procinto di andare in porto, di sopprimere il liceo classico, mentre si inventano cosiddetti licei scientifici senza latino. Per lo meno non li chiamino licei. E si vergognino pure. La classe politica si sa, è quello che è. Non possiamo pretendere che riconoscano il valore di qualcosa che non immaginano (qualche luce nel buio c’è, vedi recente tentativo dell’onorevole Frassinetti in commissione cultura al riguardo) e dunque lo studio dei classici finirà appannaggio di ristrette Accademie elitarie. Con buona pace dell’ascensore sociale. L’ascensore può anche scendere, d’altronde.
L’istruzione, secondo lo spirito contemporaneo, deve essere solo utile. Gli studenti devono studiare in inglese, neanche in italiano, non sia mai. Il risultato non è altro che una lezione frontale impoverita, condita da ridicolaggine. Recentemente mi ritrovavo in treno vicino a studenti che studiavano in inglese. Stando attento mi sono accorto che studiavano diritto costituzionale italiano. In albionico. E i licei dove si studia letteratura italiana in inglese chi li ha partoriti? Tutto già visto, intendiamoci, attraverso i secoli. Già il Salsicciaio di Aristofane, nei Cavalieri, faceva il verso ai tecnocrati (che oggi sono pure esteromani).
La scuola deve essere solo utile per trovare lavoro. Lavoro, che peraltro non c’è, quindi potremmo quasi concludere che la scuola non serve, dunque chiudiamola come diceva Prezzolini, ma vabbé, non esageriamo. Dunque troviamo un’occupazione a questi benedetti figliuoli, mandiamoli a fare i programmatori.
Consiglio numero uno di un certo numero di esperti del settore, per diventare buoni programmatori. Fare versioni di latino. Programmare in un qualsiasi linguaggio (C, Java… decidete voi) è un’operazione logica identica alla traduzione dal latino. Oibò. Mi prendi per il naso? No mio caro, anche fare gli integrali è operazione simile. Ordunque pensare latino e pensare matematico è la stessa cosa?
Andiamo avanti. Il latino non serve, dicono lorsignori. Costa fatica diciamo, noi. Bisogna chinare la gobba. Diceva il buon Gramsci che si deve insegnare il latino, assieme al greco, per insegnare alla gente come studiare e come elevarsi. “Se si vogliono allevare anche degli studiosi, occorre incominciare da lì e occorre premere su tutti per avere quelle migliaia, o centinaia, o anche solo dozzine di studiosi di gran nerbo, di cui ogni civiltà ha bisogno”. Qui forse casca l’asino. Il popolo deve essere bue, per portare il giogo.
Nella Chiesa qualcuno prova a salvare la situazione, recuperando liturgie e testi della tradizione, con grave fatica e scorno, poiché ad oggi sembra che l’ignoranza sia motivo di vanto dalla più piccola parrocchia alla più grande diocesi (d’altronde, meglio non aprire il vaso di Pandora parlando dei pessimi e improvvisati chitarristi che mal sopportano “l’esibizione” dei professori d’organo) e dunque dimostrare di non sapere niente diventa motivo di promozione. Fuori invece si procede alla decostruzione, alla deriva.
Deriva provinciale , perché altrove, ad esempio nei famigeratissimi Stati Uniti, il latino spopola e si studia più che in Italia. Nemo propheta in patria.
 

02 febbraio 2018

L'assemblea lgbt a scuola è indottrinamento

di Lorenzo Zuppini
Al Liceo Leonardo Da Vinci di Milano un pensieroso gruppo di studenti, che evidentemente hanno troppo tempo libero pur frequentando un liceo, ha pensato fosse il caso di mettere all’ordine del giorno della inutile assemblea d’istituto temi vari quali il cambiamento di genere, la scoperta e la accettazione di sé, gli stereotipi di genere, i diritti lgbt in Italia e la storia del movimento stesso. Hanno presentato la richiesta al consiglio d’istituto, comprensiva dell’elenco degli interlocutori che avrebbero preso parte alla festicciola, e, senza alcun accertamento o verifica su come questa stramba assemblea si sarebbe svolta, hanno poi ottenuto il via libera.

Ho venticinque anni e non ho mai partecipato ad una assemblea di istituto. Mi nauseava l’aria sessantottina costantemente presente, coi cenciosi ribelli sempre col pugno alzato e desiderosi di avere una scusa per poter protestare, okkupando all’occorrenza alcune aule dell’istituto e finendo, inesorabilmente, per urlare in faccia alle forze dell’ordine liberatrici “fascistiiiiii”. Non so se avete presente quegli elementi sempre sul piede di guerra, puzzolenti di erba fino alla cima dei capelli, che non vedono un barbiere da almeno dieci anni e col kefiah avvolto al collo, sempre, immancabile, come per i cani è il guinzaglio.

Dell’amore libero che i loro genitori, ai loro tempi, andavano blaterando non c’era neanche il sentore, e poi sfido chiunque a toccare, desiderandola, una ragazza che ha come massima ambizione quella di dormire su un pavimento, peli su gambe e braccia come un boscaiolo, perché la parità di genere, oggi, significa questo. Finché, però, tutto si riduce a questo teatrino, amen: è un giusto prezzo da pagare per assistere ad una pedata ben assestata da un carabiniere o da un poliziotto sul didietro di quei marmocchi.

Il problema sorge, invece, allorquando i nullafacenti intendano indottrinare gli spensierati liceali sui temi legati all’omosessualità, al gender e alle battaglie che il popolino lgbt porta avanti da anni. Ogni tanto i genitori fanno la loro parte, e in questo caso sono insorti chiedendo con quale razza di criterio (ho usato la parola razza, adesso sono fottuto) sia stato lasciato campo libero al drappello di studenti per niente rappresentativo della totalità dei liceali. Ma soprattutto, per quale arcano motivo le campane chiamate a suonare durante l’assemblea studentesca suonassero tutte nella medesima direzione. Poveri gay, povere lesbiche, poveri tutti, depressi, deperiti, maltrattati, impossibilitati a divenire genitori, martoriati da questa misogina società italiana e occidentale. Il fratello arabo che indossa il kefiah come loro, intanto, si frega le mani al pensiero di avere così tante prede da far penzolare dalle gru.

Il conformismo al pensiero unico coincide, in questo caso, con la messa a disposizione degli studenti di una sola opinione sulle questioni sopracitate, che, fino a prova contraria, sono ancora passibili di varie interpretazioni. La si fa così divenire una verità assoluta, oggettiva, sulla quale solo un pazzo o qualcuno in mala fede potrebbe avere un’opinione contraria alla vulgata. Hanno tentato nell’arco di una mattinata, ma basta essere aggiornati sull’attualità per sapere che è la norma, di inculcare nelle menti malleabili degli studenti l’idea per cui non esistono opinioni. All’Università degli Studi di Torino c’è il corso di “Storia dell’omosessualità”, e il problema non è che qualcuno abbia ritenuto essere importante lo studio dei gay, bensì che solo il loro studio debba risultare interessante. La solita tiritera noiosa per cui le famigerate minoranze vanno tutelate come se fossero panda. Ascoltate, comprese, e in generale accontentate su ogni loro capriccio giornaliero. Allo scrivente è stato fatto notare su Twitter (il mio luogo di perdizione preferito) che non essere gay friendly è un errore. Mi spiace, ma a me Malgioglio sta sul gozzo non perché gay, ma perché Malgioglio, e in questo caso Malgioglio è Malgioglio anche e soprattutto perché gay. I vestiti di Dolce e Gabbana mi piacciono anche se i due fossero più etero di Rocco Siffredi, ma in effetti li adoro anche perché, pur essendo gay, sono degli spettacolari eretici che credono nell’esistenza della famigerata famiglia naturale. E insomma, come vedete, lo strampalato politicamente corretto ci ha indotti a giudicare le persone non per ciò che dicono e ciò che fanno, ma per chi si fanno. E dannazione, se questo è il metro di giudizio, io risulterò non giudicabile. Vi terrò aggiornati.


 

16 giugno 2017

Scholas Occurrentes. Un avamposto LGBT?

di Paolo Spaziani
Una inaugurazione in grande stile ha accompagnato il 9 giugno scorso la nascita della prima sede italiana della Fondazione Scholas Occurrentes, organizzazione che Papa Francesco ha contribuito a fondare nel 2001 e che nel 2015 ha promosso a pia fondazione di diritto pontificio. Scholas Occurentes è un network di oltre 440mila scuole che si scambiano contatti ed esperienze, senza differenze tra scuole pubbliche, private, cattoliche e di altre religioni. Il luogo scelto per il lancio della prima esperienza italiana è Palazzo San Calisto a Roma (proprietà extraterritoriale della Santa Sede), all'evento inaugurale non poteva mancare il ministro Fedeli che ha accolto con grande entusiasmo la stipula di un accordo di collaborazione tra il MIUR e la Fondazione Scholas Occurentes.

Nel suo discorso inaugurale Papa Francesco ha tenuto a ribadire con forza un “no al bullismo, no ad una scuola di elitè”. Il Ministro Fedeli nel suo discorso ha precisato che “....quando il Papa dice che a nessuno si deve dire ‘no’, è esattamente quello che noi vogliamo. Ogni differenza deve essere presa come elemento positivo all’interno della scuola. Includere significa rispettare le diverse differenze di origine, sesso, religione, politica”. La dichiarazione del ministro Fedeli contiene le parole chiave tipiche della strategia portata avanti dal mondo LGBT che, con la scusa di promuovere il rispetto delle differenze e il contrasto al bullismo, sta introducendo nelle scuole italiane di ogni ordine e grado pubblicazioni e progetti finalizzati ad indottrinare gli alunni sull’ideologia gender, basata sul principio cardine della scelta della propria identità sessuale, a prescindere dal proprio sesso biologico.

A rigor di logica queste iniziative non dovrebbero trovare terreno fertile, anzi dovrebbero scontrarsi contro un vero e proprio muro quando si parla di una fondazione educativa di diritto pontificio come le Scholas Occurentes (anche se, a dire il vero, i muri sembrano ormai aboliti per fare spazio ai più dialoganti ponti). Purtroppo, la logica spesso non corrisponde alla cruda realtà, infatti una giornalista cattolica statunitense, Maike Hickson, sulla rivista online “Christian Order” ha portato alla luce alcuni punti presenti nella collana di libretti per studenti, “Con Francisco a mi lado”, “Con Francesco al mio fianco”, utilizzati nelle Scholas Occurentes.

La giornalista, che ha ricevuto i libretti in questione da María Paz Jurado, una delle responsabili di Scholas Occurrentes, ha evidenziato come nel testo dedicato al tema della diversità le diverse forme di “famiglia” siano poste sullo stesso piano, comprese le coppie omosessuali con bambini. E' quindi facile comprendere cosa intenda il Ministro Fedeli per rispetto delle diversità. In un altro punto del libretto dedicato alla “Stima di sé”, viene promossa l’idea della scelta variabile della propria identità, compresa quella sessuale. La giornalista ha chiesto per iscritto a Scholas Occurrentes di fornire spiegazioni sul contenuto di questi libretti, la cui linea educativa sembra essere molto lontana da quanto espresso da Papa Francesco sull'ideologia gender che lo stesso ha definito “uno sbaglio della mente umana”. La direzione delle Scholas Occurentes non hai mai fornito i chiarimenti richiesti. Per indagare sulle possibili ragioni di questo “scivolone” educativo è bene analizzare chi siano i finanziatori delle Scholas Occurrentes e su questo fronte emergono importanti indicazioni. Tra i finanziatori vi sono IBM e Google, colossi da sempre impegnati nella promozione e nel finanziamento delle istanze del mondo LGBT. Nello scorso gennaio IBM ha lanciato il suo primo logo con i colori arcobaleno in segno di sostegno al mondo LGBT e da tre anni consecutivi vince il premio come migliore datore di lavoro LGBT friendly del mondo.

Di Google conosciamo l’incessante impegno per la promozione dell’agenda LGBT, con finanziamenti ad eventi e sostegno alle diverse campagne. È lecito chiedersi come una fondazione educativa di diritto pontificio possa ricevere finanziamenti da realtà impegnate nella promozione di cause che contrastano palesemente con quanto affermato dalla tradizione e dal bimillenario magistero della Chiesa. È altrettanto lecito domandarsi se la presenza di questi finanziatori, paladini delle istanze LGBT, possa in qualche modo condizionare l’impostazione educativa in alcuni ambiti molto delicati che dovrebbero essere riservati alla potestà educativa dei genitori. Dal 2015 Scholas Occurentes ha come Vice Presidente monsignor Marcelo Sanchez Sorondo, cancelliere delle Pontificie Accademie delle Scienze e delle Scienze sociali che ad inizio mese ha definito “un disastro per l’umanita” la decisione di Trump di abbandonare gli accordi di Parigi sul clima. All’Accademia delle Scienze i dirigenti di Scholas sono intervenuti nel 2015 ad un incontro dal titolo “I bambini e lo sviluppo sostenibile, una sfida per l’educazione”. Tra gli oratori dell’incontro era presente anche l’economista neomalthusiano Jeffrey Sachs, promotore della riduzione delle nascite tramite contraccezione e aborto. Il quadro che accompagna la nascita della prima sede di Scholas Occurrentes in Italia non è certo tra i più rassicuranti, segno che anche una realtà educativa di diritto pontificio non è da considerarsi indenne dalla confusione in cui versa oggi la Chiesa.
 

12 settembre 2016

Il (falso) mito dell’educazione sessuale



di Giuliano Guzzo

Che differenza c’è fra un’inchiesta giornalistica e uno spot propagandistico? Apparentemente sono cose diversissime come diversissime, si sa, sono l’informazione e l’ideologia. Vi sono tuttavia casi nei quali la propaganda, per apparire autorevole – ed essere quindi più efficace -, assume le mendaci sembianze dell’inchiesta giornalistica. Un esempio lampante è quello delle due intere pagine – la 24 e la 25 – con cui il Corriere della Sera, proponendo ai suoi lettori formalmente un’inchiesta, ha in realtà confezionato un formidabile spot a favore dell’educazione sessuale obbligatoria nelle scuole. La linea che su questo delicato argomento il primo quotidiano d’Italia sposa senza esitazioni è tutta già condensata nelle prime righe dell’articolo: «La scuola dovrebbe occuparsene di più. Parlare di amore, relazioni, sesso. Dei corpi che crescono e cambiano, delle emozioni che si agitano, come stagioni impazzite, dentro cuori impreparati. E invece, dopo 25 anni di proposte, non c’è una legge che istituisca corsi obbligatori» (p. 24). Ora, al di là della dubbia qualità poetica di certe espressioni – «emozioni che si agitano, come stagioni impazzite, dentro cuori impreparati» -, il senso del discorso è fin troppo chiaro: urge una legge che introduca «corsi obbligatori» nelle scuole nei quali si parli «amore, relazioni, sesso».
A suffrago della sua tesi, il Corriere presenta da un lato la solita carrellata di pareri più o meno autorevoli e più o meno generici e, dall’altro, mostra ai lettori un’immagine della situazione europea mettendo in luce il fatto che diversi Paesi hanno già provveduto ad introdurre quell’educazione sessuale obbligatoria rispetto alla quale «l’Italia resta, sola in Europa, senza un quadro normativo di riferimento» (p.25). Sopra l’articolo, la foto di due ragazzi che si fissano: quello a sinistra è un ragazzo, mentre il sesso del soggetto a destra, dai capelli corti e dall’aspetto androgino, non è chiaro: un piccolo capolavoro di propaganda, insomma, per scardinare pure visivamente l’idea che l’amore possa o debba essere fra maschio e femmina. Torniamo però a quanto afferma la discutibile inchiesta, e cioè l’assenza di una legge che in Italia istituisca a scuola «corsi obbligatori» nei quali si parli «amore, relazioni, sesso»: cosa vera. Benché se ne parli dal tempo (la prima proposta di legge risale al 1975 ed era del Partito Comunista), il nostro Paese non ha una norma in tal senso. C’è però da chiedersi – dilemma che il Corriere neppure si pone – se ciò sia un male o sia un bene. Il solo modo per chiarire questo dubbio evitando riferimenti confessionali o morali (che pure sono di massima importanza, considerando il primato educativo della famiglia), è guardare alla situazione europea per confrontarla con quella italiana.
Ora, in teoria i Paesi nei quali l’educazione sessuale nelle scuole è prevista da tempo dovrebbero mostrare un quadro ben più confortante di quello dell’arretrata Italia: meno malattie sessualmente trasmissibili, meno gravidanze fra le giovanissime, meno episodi di bullismo, meno casi di “omofobia”. E’ così? Prima di vederlo, occorre prima intendersi su quale educazione sessuale vada oggi per la maggiore in Europa. La illustra bene Il bambino denudato (Fede&Cultura, 2016), il nuovo libro dello psicologo-psicoterapeuta Gilberto Gobbi – testo di cui consiglio a genitori ed educatori l’acquisto – nel quale viene esaminata l’educazione sessuale secondo le schede dello Standard/OMS. Trattasi di schede diffuse dall’Ufficio Regionale per l’Europa dell’OMS nel 2010, dopo averle commissionate al BZga di Colonia, Centro già noto per le posizioni abortiste, e che – come ben spiega Gobbi nel suo libro – apparentemente promuovono l’educazione sessuale olistica, cioè onnicomprensiva di tutti gli aspetti e le implicazioni della sessualità umana, ma in realtà considerano «solo alcuni aspetti della persona, quelli fisici e psicologico» mentre la dimensione spirituale e religiosa non viene considerata «neppure come possibilità» (pp.15-38). Morale: più che educazione sessuale, è apologia della contraccezione e del piacere fine a se stesso.
Chiarito quindi quale tipo di (dis)educazione sessuale verosimilmente si vorrebbe introdurre anche in Italia, passiamo ora a considerare i “successi” conseguiti dai Paesi ritenuti più evoluti dell’Italia. Successi che, francamente, diventano difficili da apprezzare. Infatti l’Europa da cui dovrebbe prendere esempio il nostro Paese è quella nella quale le malattie sessualmente trasmissibili sono in aumento; in particolare – segnala un rapporto dell’European center for diseases control – è allarme clamidia: peccato che oltre l’80% di queste infezioni si concentri in appena quattro Paesi: Svezia, Norvegia, Gran Bretagna e Danimarca. Trattasi non solo di Paesi dove l’educazione sessuale scolastica è diffusa, ma fra i quali c’è la Svezia: il primo Paese europeo a rendere obbligatorio il suo insegnamento nel lontano 1956, sin dalle elementari. Come mai allora questa situazione? Sarebbe bello che il Corriere, abbandonando l’attuale parzialità, realizzasse un’inchiesta su questo. Allo stesso tempo, sarebbe bello che i giornalisti del primo quotidiano d’Italia – e con loro quanti credono opportuna l’educazione sessuale nelle scuole, fra i quali vi sono intellettuali notevoli, come Rocco Siffredi – cercassero di capire come mai i Paesi nei quali questa è diffusa da molti anni sono pure quelli nei quali le gravidanze fra le giovanissime sono più diffuse.
Avete letto bene: considerando la situazione di Paesi nei quali l’educazione sessuale è insegnata nelle scuole – in Francia, per esempio, è inserita nei programmi scolastici fin dal 1973 – si vede come in questi le ragazze abortiscano fino a quattro volte di più rispetto alle altre, fra cui le Italiane. L’educazione sessuale non c’entra, dirà qualcuno? Strano, perché vi sono studi che suggeriscono come programmi scolastici volti a diffondere nei giovani la contraccezione abbiano ottenuto un aumento del numero delle gravidanze. «Quali sono – si chiede dunque il medico e bioeticista Renzo Puccetti – le prove a sostegno del fatto che il più vasto ricorso alla contraccezione ridurrebbe il numero di aborti? La risposta della scienza è: nessuna» (Vita e morte a duello, Fede&Cultura 2014, p.80). Se l’educazione sessuale nelle scuole è così inefficace – si penserà – almeno sarà utile come forma d’incentivo al rispetto dell’altro, contro il bullismo. Bella ipotesi: peccato non sia – neppure questa – suffragata da dati: infatti in Italia, che dovrebbe essere messa malissimo da questo punto di vista, appena il 5% dei giovani fra gli 11 ed i 15 anni risulta vittima di accertati episodi di bullismo: in pratica siamo a livelli svedesi e messi molto meglio di Spagna, Germania e Austria (AA.VV. (2015) Skills for Social Progress. The Power of Social and Emotional Skills. «Organisation for Economic Co-operation and Development»: p.20).
Dulcis in fundo, neppure considerando l'”omofobia” la “medievale” Italia sfigura: i dati dell’European Union Agency for Fundamental Rights (2012) basati sulla percentuale di cittadini LGBT dichiaratisi vittime di violenza o minacce negli ultimi cinque anni, infatti, vedono la Gran Bretagna (31%), il Belgio (27%), la Francia (26%), la Danimarca (23%) e la Germania (22%) – Paesi osannati come fari del progresso – messi peggio di noi (19%). Un dato, questo, che  – sommato a gli altri –  non può non far scaturire una domanda: perché? Come mai Paesi che da decenni investono fiumi di danaro sull’educazione sessuale scolastica sono nella situazione dell’Italia (raramente) o in una molto più drammatica (assai spesso)? I motivi son almeno tre. Il primo riguarda il fatto che un’educazione sessuale disgiunta dai valori della responsabilità e della fedeltà di coppia, semplicemente, educazione non è e non modifica i comportamenti; la seconda ragione sta nella cosiddetta “compensazione del rischio”, meccanismo in base al quale, credendosi al riparo da pericoli perché informati su rischi e rimedi (contraccezione, pillola del giorno dopo, ecc.), gli individui tendono a condotte più rischiose di quelle altrimenti adottate, peggiorando la situazione. Il terzo – il più importante – riguarda il primato educativo della famiglia: irrisa e dileggiata, la “cellula fondamentale della società” è ancora, per quanto in crisi, la migliore agenzia educativa. In Italia, in particolare, la famiglia conta ancora: e si vede.
La verità, detto ciò, è che educare è un mestiere difficile in primo luogo perché non frazionabile: un giovane non ha bisogno di uno che lo educhi al senso civico, uno che lo introduca al rispetto del prossimo, un altro ancora che gli sveli i segreti di «amore, relazioni, sesso». No: ha bisogno di qualcuno che lo educhi con la pazienza che in fondo solo un genitore – o un educatore che comprenda appieno il senso della sua missione – può avere. Inoltre, con la pazienza (e la conoscenza!) è fondamentale un altro aspetto: la credibilità. Il processo educativo, infatti, non si basa solo su dei contenuti ma anche – se non soprattutto – su una testimonianza: io non ascolto te solo perché hai qualcosa da dirmi, ma anche perché ci credi e lo dimostri; perché sei un esempio, un maestro. Ecco perché – con tutto il rispetto per il mondo scolastico – pretendere di scorporare un tema cruciale quale quello della sessualità  sia da un disegno educativo più ampio sia dalla credibilità di un educatore che sia pure testimone, lasciando così tutto e solo nelle mani di “esperti”, è la premessa ad un fallimento: perché in questo modo non si insegna nulla, si veicolano solo contenuti fintamente neutrali e si considerano i ragazzi come imbuti nei quali versare nozioni precotte, che tutto trasmettono fuorché la bellezza di vivere il regalo della sessualità nei confini della responsabilità e del vero Amore.
https://giulianoguzzo.com/2016/05/09/il-falso-mito-delleducazione-sessuale/
 

10 maggio 2016

Adversus Stephaniam. Una difesa della scuola umanistica


di Salvatore Cammisuli

La flessibilità cioè il precariato diventerà la norma, la famiglia non esisterà più perché tutti dobbiamo spostarci come perpetui migranti, milioni di italiani saranno sostituiti con milioni di stranieri.

Sembra un romanzo distopico o il delirio di un complottista, e invece – stando ai giornali – sono le dichiarazioni delle ministre Stefania Giannini e Johanna Wankae dopo un accordo tra Italia e Germania nell’ambito della formazione professionale. Un passo avanti nella lunga marcia delle «riforme».
Ma Stefania Giannini è innanzitutto ministra dell’Istruzione: «Il Paese deve allontanarsi dall’impronta classica che ha permeato per secoli la società e il sistema d’istruzione, per avvicinarsi al modello tedesco: più pragmatico, precario e orientato al lavoro».

Ora, la nostra scuola ha un’impostazione umanistica non per un ghiribizzo di Croce e Gentile, ma perché un ragazzino di quindici o sedici anni deve innanzitutto formarsi come persona, non come tecnico. Ha ancora tempo perché riceva una formazione professionale pragmatica e precaria, come auspica la ministra; ora ha bisogno di diventare un adulto.

La scuola che si pretende buona punta a formare automi («lavora») in preda ai propri desideri («consuma») e incapaci di opporre una protesta sensata allo sfacelo presente («crepa»). La scuola brutta e cattiva propone in tutte le scuole di ogni ordine e grado lo studio delle lettere perché il ragazzino impari a governare sé stesso, a saper scegliere, a capire cosa è bello e merita la sua stima e cosa invece è brutto e merita la sua disapprovazione.

Non si tratta della vecchia storia per cui le versioni di greco e latino insegnano «a ragionare»: a questo scopo basterebbero gli scacchi e la settimana enigmistica. Le materie umanistiche ci costringono a entrare in rapporto con civiltà diverse dalla nostra perché lontane nel tempo e nello spazio: esercizio utilissimo per capire che non tutte le culture sono uguali, e che non bisogna proiettare le proprie categorie mentali su quelle degli altri (quanti errori si sarebbero evitati e si eviterebbero…).

Le humanae litterae ci insegnano l’arte di far valere le nostre ragioni con la ragione, perché l’alternativa è la legge del più forte. Ci fanno sapere che un tempo la nostra civiltà camminava in modo diverso, smentendo chi ci vorrebbe far credere che il nostro non sarà certo il migliore, ma purtroppo è l’unico mondo possibile. Ci mostrano le cose belle che come uomini abbiamo saputo fare, ma anche il male di cui siamo capaci. Ci propongono qualche ideale per cui valga la pena, se non di morire, quanto meno di vivere.

La scuola pragmatica e precaria sul modello tedesco ci fa credere che la scuola pragmatica e precaria sia una cosa buona. La scuola umanistica sul modello italiano, grazie al cielo, ci libera da questo triste inganno.
 

05 maggio 2015

Parità di genere nelle scuole


di Satiricus

“In VII Commissione cultura alla Camera si lavora agli emendamenti del DDL di riforma. Approvato un emendamento che prevede l'insegnamento della parità di genere in tutti gli istituti. L'emendamento è della consigliera del Presidente del Consiglio in materia di Pari opportunità, Giovanna Martelli, con il quale si promuovere l'educazione alla parità di genere e la prevenzione alla violenza e a tutte le discriminazioni nelle scuole di ogni ordine e grado”.  (qui) 

La settimana si apre con questa triste nuova (3/5/15) che parrebbe il preludio alla fine delle libertà scolastiche anche nel nostro disastrato sistema. Il rimedio è tutto all’italiana: verificato lo stato implosivo delle programmazioni accademiche, qual miglior stratagemma se non l’imbastimento di riforme e contro-riforme, magari pietose e lacunose, però sufficienti a distrarre l’opinione pubblica e a dare l’impressione di una ripresa possibile ed incipiente? E’ probabile che sarà questa l’occasione - mancando in Italia una comprovata emergenza omofobia - che porterà ad approvare gli emendamenti di cui sopra. Che poi, qualora si imponesse di insegnare la verità sull’ideologia di genere, come cioè essa sia un pensiero non scientifico, basato sulle prospettive rivoluzionarie del post-strutturalismo nichilista, potrei anche dirmi concorde con la proposta. Certo, dovremmo mettere in conto stuoli di docenti formattati, che falserebbero la descrizione della realtà gender, ma avremmo la speranza sul lungo periodo di sussidi e professionisti capaci di presentare ai giovani scolari il volto autentico di questa filosofia post-umana. Di fatto sappiamo come finirebbe: l’ideologia di genere - che non esiste e che per questo (sto ironizzando) andrà insegnata in modo monolitico in tutte le scuole del Belpaese - verrà presentata come scienza, progresso, necessario contraccolpo a uno stato culturale di discriminazioni strazianti (tutte in potenza e per questo particolarmente pruriginose per gli animi dell’era emotivisma e soggettivista). Possiamo immaginarci le conseguenze? Un ritorno allo Stato Etico, il travalicamento della libertà effettiva del cittadino in nome della tutela di componenti potenziali della medesima (secondo un copione già letto e riletto nel secolo scorso), l’abuso del potere in barba all’uguaglianza della dignità delle persone. Paradossale: pensate che la dissoluzione dei generi è stata teorizzata da Judith Butler al fine di demolire ogni possibile prevaricazione e dominio (del padrone sul servo, del maschio sulla donna, dell’etero sull’omo, dell’omo sul trans, etc.); attuata nelle rinnovate formule dello statalismo etico la dissoluzione dei generi comporterà invece l’affermarsi di più forti soprusi e limitazioni. Non che servisse alcuna prova storica dell’assurdo teoretico insito nelle teorie di Butler, non a noi almeno. Ma si vede che serve agli intellettuali che ritengono di guidare l’Italia verso il progresso. Tanto poi, ad andar male le cose, sappiamo già con che eroismo, trasparenza e coerenza sapranno assumersi le proprie responsabilità. Historia magistra vitae.

 

14 settembre 2013

Nelle scuole francesi irrompe la "laicité" neogiacobina

di Franciscus Pentagrammuli
Con il rientro nelle scuole, si riaprono le questioni suscitate dalle riforme "morali" imposte alla Francia dal governo socialista.
In un caos amministrativo notevole, causato dalla radicale incapacità al governare della sinistra, risaltano le pretenziose dichiarazioni dell'Osservatorio sulla laicità: lunedì il ministro per l'educazione, già noto per le sue pubbliche dichiarazioni di avversione al cattolicesimo, Vincent Peillon ha pubblicato la "Carta della laicità nella scuola", che, a rigore, dovrebbe riguardare le sole scuole pubbliche della Repubblica. In essa viene ribadita con forza l'esclusione di qualsiasi manifestazione pubblica di appartenenze religiose o politiche, viene vietata l'obiezione di coscienza per insegnanti ed allievi (a trattare determinati temi, ad applicare le regole della scuola repubblicana), e soprattutto viene detto come obiettivo della scuola sia di formare dei bravi repubblicani.
 

09 febbraio 2013

Vittime del politicamente corretto: un insegnante di religione contro l'ideologia del gender

di Alfredo De Matteo

Al di là delle battute, l’ennesimo episodio di intolleranza nei confronti di chi non intende assoggettarsi ai dogmi del politicamente corretto ci “costringe” a tornare nuovamente sulla spinosa questione del (dis)orientamento sessuale. In breve i fatti, risalenti a qualche settimana fa: un insegnante di religione del liceo classico Foscarini di Venezia, sollecitato dagli studenti  che gli chiedevano di esprimersi circa i diritti degli omosessuali, affronta l’argomento attraverso una sorta di "storiografia" dell'omosessualità, partendo dal progressismo di sinistra per poi passare alla critica della teoria del sessuologo e biologo Alfred Kinsey, secondo cui una persona su dieci ha tendenze omosessuali.
 

18 ottobre 2012

Riforma dell'ora di religione: la parola allo studente

di Lorenzo Roselli

Insegnamento Religione Cattolica (IRC), un’espressione che dice ben poco a buona parte degli studenti italiani. Interrogando in merito gli interessati, sarà un bene se questa viene riconosciuta sotto il generico appellativo “ora di Religione”, visto che è molto più facile sentirsela chiamare “ora persa” o “ora di buco”. Potrebbe rivelarsi sociologicamente interessante, inoltre, verificare quanti studenti siano in grado di menzionare un solo tema affrontato in corso d’anno. Perché, diciamocelo: l’IRC nelle scuole italiane conta quanto il reale nei reality show, checchè ne dicano ministri dell’istruzione e benpensanti. 
 

10 settembre 2012

Inizia la scuola!!!

di Giulia Tanel

Tra pochi giorni oltre sette milioni di studenti – ripartiti tra le scuole elementari, medie e superiori – torneranno sui banchi di scuola. Come ogni anno, l’apertura del nuovo ciclo scolastico è accompagnata dalle polemiche più disparate: si va dai dibattiti circa la penalizzazione inflitta dall’attuale governo alle scuole private, alla ridicola telenovela estiva della prima prova nazionale per l’abilitazione all’insegnamento tramite il Tirocinio Formativo Attivo (il cosiddetto “Tfa”, che si sta rivelando un buco nell’acqua), per finire con il recente annuncio di un concorso indetto per coprire circa 12.000 cattedre nelle scuole statali di ogni ordine e grado.
 

17 luglio 2012

Viva le paritarie! Però... (Parte II)


Con quest'articolo di risposta a "Viva le paritarie! Però...", inizia la sua collaborazione con noi Paolo Maria Filipazzi, nato nel 1987 a Milano ma lodigiano doc. Studente di Giurisprudenza dell’Università di Pavia, è ormai convinto che il ritorno al Codice Giustinianeo sarebbe la più ragionevole soluzione per i problemi del nostro ordinamento. La sospensione delle crociate lo ha spinto a orientare in altro modo la sua militia cristiana: è tra i fondatori dell’Associazione Culturale Lodi Protagonista-La Destra di Popolo e collaboratore del Tea Party Italia e della Laogai Research Foundation. Tra i suoi innumerevoli peccati: il vezzo di definirsi ghibellino, e la passione per il pensiero di Julius Evola. Le malelingue vanno dicendo che sia reazionario. Lui risponde che, per definizione, la reazione è la scelta di chi non si rassegna a farsi travolgere passivamente dalla corrente.


 

12 giugno 2012

"Mio figlio bocciato? Colpa dello Stato". La civiltà dei bambinoni viziati


di Marco Mancini
Cinque bambini (tra i quali tre stranieri e un disabile) bocciati in prima elementare. Succede a Pontremoli, nella civile Toscana. In un mondo normale, nessuno se ne stupirebbe più di tanto. Nel mondo alla rovescia in cui viviamo da qualche decennio, è subito scandalo. I genitori dei bambini, riuniti nel solito Comitato, e l’inutile Codacons preannunciano una class action, il ricorso al Tar per ottenere la riammissione a tavolino dei cinque pargoli (manco fossero interisti…) e chi più ne ha più ne metta.
 

31 marzo 2012

Non toccateci i compiti a casa

di Giuliano Guzzo
E’ semplicemente agghiacciante l’ipotesi avanzata dal Ministro dell’Istruzione Francesco Profumo di limitare «i compiti di tipo tradizionale». Primo perché tutto ciò che è «tradizionale», quasi sempre, è buono e dunque merita di essere conservato. Secondo perché è del tutto iniquo esonerare le generazioni future dall’incubo pomeridiano che hanno vissuto - senza fiatare - quelle precedenti. Incubo, oltretutto, particolarmente utile.