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29 agosto 2015

Contro Rousseau e le conseguenze della sua libertà

Dice Jean Jacque Rousseau che quando il bambino nasce, grida: "non voglio che mi strozzino!". Pronuncia "strozzino" con un leggero tono delinquenziale; tuttavia non intende dire che non vuole essere strozzato, cosa che sarebbe naturale, ma che non vuole essere avvolto nelle fasce. Eppure viene avvolto lo stesso. "Gli uomini nascono e permangono liberi". Nascono sì, però non permangono; e poveri loro se permanessero! Subito la madre, con un perverso istinto antiliberale, comincia a stabilire fra lei e il moccioso ogni tipo di vincolo; e si noti che in latino "vincolo" significa "catena".
L'uomo è un innato ricercatore di catene; e non diciamo niente delle donne. Perciò gli piace tanto sentire il rumore delle catene rotte. Per cercarne altre. Giuramenti amorosi, contratto matrimoniale, voti religiosi, promesse di fedeltà eterna, ferrea disciplina militare, giuridica costruzione di leggi, costituzioni e carte magne, lealtà al capo, corrispondenza all'amico, attaccamento alla terra naturale...Dovunque l'uomo può trovare una catena che lo liberi dalla sua innata mutevolezza e contingenza e che lo allacci a qualcosa di permanente, come un naufrago con l'albero della sua nave, lì si sente nobile e felice. E la cosa fenomenale è che si sente pure libero. Uno degli uomini più liberi che ho conosciuto era un gesuita che, oltre ai quattro voti che fanno i gesuiti, ne aveva fatti altri cinque o sei per conto suo. E diceva che con uno di quelli si era liberato da una tirannia interna. Credo che non mentisse. Tutto questo milita contro un libro di Rousseau chiamato Il contratto sociale, di cui ricordo lo sforzo che feci per intenderlo quando andavo a scuola.
Ancor più contraddittorio è un altro libro di Rousseau, l'Emilio. Secondo Rousseau, il bambino giunto in età scolare è un essere che ama lavarsi la faccia, gli piace pulirsi, e muore dalla voglia di andare a scuola e imparare ogni cosa, cominciando dalla botanica nei libri.
Oh Botanica dolce e Geografia!
Oh confortabile Mineralogia!
Siete le tre muse della mente mia!
Questo è il bambino di Russo'. Risulta però che al bambino reale piaccia il fango, camminare per la strada, litigare con gli altri, rubar mandarini e imparare ogni cosa da solo. Quando il maestro disperato gli dice che è uno scansafatiche, che è un disastro e che non ha pudore, ogni monello che si rispetti, e che non sia né malato né tonto, gli risponde con un'altra frase di Rousseau che è il nucleo di tutta la dottrina liberale: "Lasciami in pace!". Quindi è per l'imperio delle circostanze che il significato del verbo "fasciare" si confonde spesso con quello di "strozzare"; e il maestro al quale la Scuola Normale ha insegnato a rispettare l'Emilio come la Bibbia dell'Educazione Moderna, si comporta in pratica, sempre che non sia né malato né tonto, come l'assolutista e l'antirussonista più volgare.
Segue ora un altro libro dell'inventore del liberalismo che si chiama Giulia e la nuova Eloisa. Qui si parla di liberalismo applicato alle donne, e qui si ferma la mia conoscenza, perché non ho mai potuto leggere più della metà della prima parte; e ne avrebbe cinque. Questo sì, lessi tutto l'indice, dove c'è un riassunto dell'intreccio, perché si tratta di un romanzo; e mi lasciò con un capogiro che non potei lavorare un intero pomeriggio, un mix di voglia di vomitare e di dormire, che è la malattia del filosofo quando scola in un sorso una dose eccessiva di assurdo. Il liberalismo applicato alle donne è un perfetto fiasco. Ci sono tre parole che una donna non capirà mai, e sono: libertà, uguaglianza, fraternità.
Il liberalismo applicato ai popoli si ritrova invece nel quarto libro di Russò, chiamato Le confessioni, che è composto da tre tomi: perché ognuno di questi libri è più lungo dell'altro. Qui si capisce tutto. Si tratta di un matto. Un matto è l'uomo meno libero che esiste, anche se sembra il contrario, anche se cammina sciolto, perché il matto è incatenato dal di dentro... Ma questo Rousseau fu un matto dei più pericolosi, perché era un matto che conosceva molto bene il francese e, inoltre, come tutti i matti, conosceva la mimica imitativa. Un matto, oltre a essere un bugiardo nato, ha una paura matta che lo rinchiudano e un permanente scrupolo di fare del male qualsiasi cosa faccia. Per reagire a questi due effetti mortali, Rousseau inventò la teoria del "Lasciami in pace!" e la teoria della bontà innata dell'uomo; definì che tutto quello che faceva era necessariamente buono nonché "pulito" e "gradevole". Solo un uomo ossessionato è capace di scrivere una così minuziosa descrizione delle futilità e delle lordure della sua vita avvolte in un vapore caramellato dal sapore cimicesco e di panni sporchi, che oggi ci ripulsa; però a suo tempo e nel suo ambiente, che pare fu un ambiente "pulito" e "gradevole", produsse un effetto considerevole. Pare persino che si diede il vezzo di inventare lordure per darsi il vezzo di abbellirle in seguito: come quella che ebbe cinque figli e poi li abbandonò. Oggigiorno si crede con gran fondamento fisiologico e psicologico - secondo J. Lemaitre - che non generò nessun figlio. Per fortuna.
La vera libertà è uno stato d'obbedienza. L'uomo si libera dalla corruzione della carne obbedendo alla ragione, si libera dalla materia assoggettandosi al profilo adamantino di una forma, si libera dall'effimero vincolandosi a uno stile, dal capriccio adattandosi agli usi; si libera da un'infecondità solitaria obbedendo alla vita, e dalla sua stessa vita caduca e mortale si libera, a volte, perdendola in obbedienza a Colui che disse: "Io sono la Vita". Solo il cattivo poeta esige il verso libero, diceva Lugones. Il buon poeta moltiplica i legami della sua sostanza, per rendere più visibile il trionfo della forma, nel quale consiste la bellezza. Lugones andò a cercare l'arena e il fango del Rio Seco per fare la sua ultima opera, che sopravviverà al cedro, all'avorio e all'argento di quelle anteriori. Dove il matto, lo schiavo, il prigioniero dicono: Libertà, il nobile dice: Onore, Bellezza, Amore o Sapienza. La massima libertà scaturisce dal massimo rigore, disse Leonardo Da Vinci: perché l'uomo è più libero nella misura in cui è più forte - come si insegna nella cattedra di Difesa Nazionale di La Plata - e la ossessione della libertà è la prova della massima debolezza, che è la debolezza della mente. Chi nel mondo vorrebbe essere più libero degli uruguaiani, che son gli uomini più liberi che esistono, a giudicare da quello che dicono?
Bene. Questa ossessione della libertà propria di un matto venne a servire meravigliosamente le forze economiche che a quel tempo imperversavano; e al potere del Denaro e dell'Usura, che pure girovagavano con l'ossessione che li lasciassero in pace. E li lasciarono in pace: trionfarono sull'anima e il sangue, la tecnica e la mercatura; e s'inaugurò in tutto il mondo un'epoca nella quale mai si è parlato tanto di libertà e mai l'uomo è stato in realtà meno libero.
Un'eresia mezzo cattolica, mezzo protestante, mezzo atea - perché Rousseau fu di seguito protestante, cattolico e ateo - venne a sorgere proprio nel momento in cui noi argentini conseguivamo l'indipendenza. Ci fece tanto male come una damigiana di birra in una gabbia di scimmie; e, se non ci rovinò del tutto, è perché qui sopravvivevano, per grazia di Dio, forti vitamine spagnole. E anche uomini che non erano scimmie.
Però il male che fece il liberalismo nel vecchio mondo dove nacque fu - chissà - peggiore: qui il pampero, il sole e la distanza arieggiano molto. Lassù in Europa è scoppiata una guerra orribile, a cui non posso neppure pensare. E altre distruzioni morali e spirituali molto peggiori della guerra, se possibile, a cui non posso smettere di pensare ancorché lo voglia; e pesano sulla mia mente in tal maniera che mi invecchiano prima del tempo e renderebbero sicuramente matto anche me, se non avessi le due celesti consolazioni della filosofia e del giornalismo.
Il filosofo Santayana sognò una volta che vedeva passare quattro cavalieri su quattro cavalli, uno nero, uno sauro, uno baio e l'ultimo era bianco. Li vedeva passare impennacchiati e armati e disse loro:
- Dove andate?
- A liberare i popoli.
- Liberarli da che? - gridò loro il filosofo.
L'uomo in sella al cavallo bianco gli disse:
- Dalle conseguenze della libertà.

Leonardo Castellani su Cabildo, Buenos Aires, n°606, 14 giugno 1944

Tradotto in italiano da Michele Spina
 

22 ottobre 2014

Le Purghe raggiungeranno nuovi livelli (sanno che sono in una corsa contro il tempo)



traduzione a cura di Franciscus Pentagrammuli

Un paio di giornali italiani (Il Messaggero; Corriere della Sera) lo hanno riferito questo lunedì, così come nel fine settimana. Come punizione per la sua difesa della fede ortodossa contro i tentativi sovversivi ed eretici del suo conterraneo Walter “L'africano buono è quello che sta zitto” Kasper e la sua posizione di ferma resistenza prima e durante il Sinodo, il Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, cardinal Mueller, verrebbe spedito in Siberia. No, pardon, in Germania. Ci sono almeno due Sedi maggiori disponibili in Kirchensteuerland: Berlino, vacante, e la sua città natale, Magonza, il cui vescovo, il kasperiano cardinal Lehmann, ha quasi 79 anni. Questo dovrebbe aprire una vasta prospettiva per il largamente rumoreggiato smantellamento completo della Congregazione per la Dottrina della Fede, tale da renderla un ornamento inefficiente.

Mueller non è mai stato un tradizionalista, tutt'altro, ma non v'è dubbio che egli abbia brillato nella sua posizione, perché ha completamente incarnato ciò che essa significa: difendere la Fede Cattolica ed Apostolica della Sede Romana, non le sue proprie idee teologiche. Ma d'ora in avanti persino le semplici parole del chiarissimo e solare documento di Giovanni Paolo II, Familiaris Consortio, sono considerate frasi di buio ed oscurità: nessuno è salvo.
Parlando di papa Wojtyla, tutti gli articoli e le voci convergono in una direzione: il nuovo livello delle presenti purghe non si fermerà ai ratzingeriani (come Burke o Mueller), ma raggiungerà egualmente i wojtyliani. Tutti i polacchi conservatori nella Curia, ed i loro alleati, verranno rimossi con la riforma della Curia. I loro offici potrebbero venire semplicemente estinti o sommersi, e la nuova leadership sarebbe certamente di un nuovo (in realtà, vecchio liberal) tipoQuesto, comunque, ci dà una grande speranza: nessun popolo al mondo ha sofferto più purghe del grande popolo di Polonia. ma sempre essi sono tornati. Sempre. Gli uomini oggi al potere sanno che hanno un tempo relativamente breve (in termini di storia ecclesiastica) per rifare la Chiesa.
Ma ognuno di noi conosce le generazioni di preti ormai anziani. Li conosciamo nelle nostre parrocchie, cappelle ed oratori. Essi non sono semplicemente i figli di grandi famiglie rurali che han finito per entrare in seminario o negli ordini religiosi quasi automaticamente, che hanno formato tante generazioni di grandi preti, ma alcuni dei quali hanno perso la fede (ed anche abbandonato il sacerdozio) nel caos posconciliare. Essi sono uomini che hanno scelto di rimanere fedeli contro ogni più facile e comoda opzione offerta dal mondo contemporaneo, uomini che veramente credono in Dio, che sono stati profondamente ispirati da Giovanni Paolo II, che possono non essere tradizionalisti (come Wojtyla certo non lo era), ma che sono fiduciosamente conservatori.

Gli uomini al potere stanno assumendo un grosso rischio: stai tirando il pendolo dal loro quasi al punto di rottura. Quando si muoverà dal lato opposto, la reazione sarà così e pesante e forte e chiara che essi rimpiangeranno il loro giocare con la Verità Eterna. Liberals, sappiamo che molti di voi non credono in Dio, ma ciononostante Egli esiste, e "Non vi fate illusioni, non ci si può prender gioco di Dio" (Galati, 6,7).

http://rorate-caeli.blogspot.com/2014/10/the-purge-will-hit-new-levels-they-know.html

 

12 agosto 2014

Le balle degli "intraprendenti" liberali pro-euro

di Marco Mancini

Tra i fenomeni che ci capita di osservare nella variegata fauna del mondo politico-culturale, quello dei liberali pro-euro è sicuramente uno dei più stravaganti. Si tratta di quella categoria umana che, ossessionata dal terrore che lo Stato “stampi moneta” per finanziare la demoniaca “spesa pubblica improduttiva” e convinta da Milton Friedman che tutto questo possa generare la terribile e pericolosa “inflazione”, preferisce non solo affidare le chiavi della politica monetaria ai burocrati di Francoforte piuttosto che ai propri rappresentanti eletti, ma soprattutto accetta di buon grado che il prezzo della moneta, che come tutti i prezzi dovrebbe liberamente rispondere alla legge della domanda e dell’offerta, sia invece “amministrato” e fissato per decreto in pieno stile sovietico. Insomma, per difendere il portafoglio si può anche rinunciare ai principi del liberalismo. Chiaro però che, quando da “liberali” ci si trova a difendere l’irresponsabilità del potere di un cervellone burocratico decisamente lontano dai cittadini e un sistema di prezzi amministrati, si incorra in qualche contraddizione, che i “libberali de noantri”, volenti o nolenti, sono costretti a superare nel più classico dei modi, ovvero attraverso la menzogna e la disinformazione.
 

11 aprile 2014

L'americanismo di certi cattolici è duro a morire

di Andrea Virga
Nel presente decennio, l’atteggiamento del mondo cattolico conservatore verso gli Stati Uniti appariva in parte cambiato. Da una parte, risultava difficile anche agli americanisti più convinti sostenere un Presidente come Obama, progressista e nemico dichiarato dei principi non negoziabili. Dall’altra, l’affermarsi sulla scena internazionale del russo Vladimir Putin e la sua presa di posizione a favore dei valori tradizionali, che gli era valso il favore di molti conservatori occidentali, sembravano aver portato ad un superamento delle logiche da Guerra Fredda. Naturalmente, non ci si poteva aspettare chissà quale cambiamento repentino, però si sperava che questi schemi logori fossero stati abbandonati.
Tuttavia, in occasione del golpe di piazza che ha rovesciato il governo ucraino e il conseguente intervento russo in Crimea a tutela delle minoranze etniche, le posizioni di alcuni cattolici (quelli veri, non quelli “adulti”!) sono state segnate da una netta inadeguatezza a livello di strumenti per comprendere la questione. Esattamente come i neofascisti sono stati fuorviati dalla forte presenza nazionalista tra i manifestanti, allo stesso modo si è stati tratti in inganno dal fatto che i greco-cattolici si sono schierati contro Yanukovych. Ciò non deve stupire, dato che le regioni ucraine più intensamente nazionaliste, la Galizia e la Volinia, sono a maggioranza cattoliche, retaggio di secoli di dominazione polacca, la quale, dopo l’Unione di Brest (1596) aveva perseguitato gli ortodossi.
Nel resto del Paese, la percentuale di cattolici è minima, ma questo non ha impedito ad alcuni di parlare di persecuzioni da parte russa. Si cita, ad esempio, il caso di un sacerdote greco-cattolico in Crimea, trattenuto, interrogato ed espulso dalle nuove autorità. Ebbene, lo stesso articolo ammette che il religioso era in possesso di un ritratto di Stepan Bandera (capo dei collaborazionisti ucraini filonazisti) e di scritti di propaganda nazionalista. È evidente che se i sacerdoti, in spregio alla loro veste, si fanno attivisti politici, non possono poi farsi scudo della medesima e lamentarsi di essere trattati come tali.
In generale, comunque, i toni assunti da commentatori come Magni e Introvigne (vedi ad esempio qui e qui) riecheggiano la propaganda occidentalista della Guerra Fredda, dimostrando come la Presidenza di Obama non abbia posto fine all’ala neocon e alle infatuazioni americaniste. Stralciando le lodi mosse fino a poco tempo fa a Putin “difensore della famiglia”, ecco riesumato tutto l’armamentario maccartista e russofobo. Si ha avuto buon gioco, ad esempio, ad insistere sulla presenza dei comunisti ucraini tra le forze popolari che sono insorte a difesa del legittimo governo, tacendo il fatto che costoro sono stati in questi giorni vittima di violente aggressioni da parte degli squadristi ucraini. Oppure si è parlato di fantomatiche aggressioni russe, ignorando che il trattato di partizione della Flotta del Mar Nero autorizzava la presenza militare russa in Crimea e a Sebastopoli.
È chiaro però che qui non si tratta solo d’ignoranza, ma c’è una cospicua dose d’interesse e malafede. Si pensi alla presentazione del libro di Nicholas Gruner e Christopher Ferrara “Europa vs. Russia: la Madonna di Fatima e la pace” il quale sostiene che la Russia di Putin continui a diffondere i suoi errori, allo stesso modo dell’URSS, e costituisca quindi un pericolo per l’Occidente cristiano. La diffusione gratuita di 400.000 copie di questo libro in ambienti cattolici attesta che questo tipo di operazione ha dei finanziatori. Del resto, non sarebbe una novità la strumentalizzazione dei cattolici, specie in Europa, in chiave filostatunitense, con il pretesto dell’anticomunismo. Alcune organizzazioni cattoliche, lungi dall’essere state manovrate, hanno abbracciato di buon grado la causa dell’imperialismo a stelle e strisce.
Al di là del flusso di dollari e veline informative, è particolarmente interessante riconoscere e affrontare le aporie storico-filosofiche nel pensiero cattolico conservatore che hanno consentito questo corto circuito, a partire dalla subalternità culturale al conservatorismo laico e liberaldemocratico. Un altro grave errore è l’identificazione del cattolicesimo con l’Occidente e la confusione tra questo e l’Europa, in un’epoca poi in cui il cattolicesimo extraeuropeo acquisisce man mano influenza e potere. Il punto cruciale, tuttavia, è il mancato riconoscimento della rivoluzione liberale (tra il XVII e il XIX secolo) come una tappa fondamentale della sovversione, con il passaggio dalla riforma protestante e dall’umanesimo ad una teoria compiuta dell’individualismo, matrice di tutte le storture successive.

Non è, perciò, solo una questione di geopolitica, ma il problema è più profondo. Questi cattolici conservatori collaborano apertamente con l’imperialismo statunitense e occidentale, persino quando alla Casa Bianca siede Barack Obama, paladino della contraccezione, dell’aborto e dei matrimoni omosessuali, e l’Unione Europea si è palesata nel suo volto di Moloch burocratico-finanziario e progressista. C’è da chiedersi con quale faccia possano condannare le imposizioni sovversive e mondialiste di Bruxelles o di New York, quando nella pratica remano contro quelle realtà politiche, come la Federazione Russa, che tentano di difendersene!
 

09 aprile 2014

Fecondazione eterologa: la Consulta eversiva e il cancro della democrazia liberale

di Marco Mancini

E’ arrivata, dunque, l’ultima picconata alla legge 40 del 2004, che regola la procreazione medicalmente assistita. La Corte Costituzionale ha giudicato incostituzionale il divieto di servirsi della fecondazione eterologa, cioè di ricorrere a gameti esterni alla coppia. D’ora in avanti, dunque, le coppie con problemi di sterilità potranno rivolgersi a donatori esterni per ottenere gli agognati ovuli/spermatozoi, come già accadeva prima dell’approvazione della legge.
 

30 maggio 2013

Il curioso caso dei liberali omosessualisti

di Alessandro Rico
Quand’è moda è moda, cantava Gaber. Ora è moda l’omosessualismo, e per non accodarsi a Vendola il centrodestra ha pensato di giocare d’anticipo. Prima Bondi ha confessato di non capire l’ostilità dei cattolici al riconoscimento delle unioni gay. Poi Giancarlo Galan ha presentato una proposta di legge, per equiparare coppie di fatto a coppie sposate. Eppure Galan è uno di quelli cui piace definirsi liberali, tipo il krugmaniano Berlusconi o il «liberal-montanelliano» Travaglio. Ma cosa c’è di liberale nella solita geremiade sull’ingerenza del Vaticano? Forse che Locke, quando parlò della Chiesa come una società privata di uomini liberi, con ciò intendeva ridurla al silenzio? Cosa c’è di liberale nel pensare che lo Stato debba prendersi la briga di far diventare uguale quel che uguale non è, due conviventi e due persone sposate?
 

17 aprile 2013

Ricercare il fondamento: perché abbiamo ancora bisogno della cultura

di Alessandro Rico

Un paio di settimane fa, con il solito tono indistinguibilmente serio e faceto, Vittorio Sgarbi ha suggerito il suo premier ideale: Riccardo Muti. Manco a farlo apposta, il giorno dopo il Corriere ospitava una bellissima intervista al grande direttore d’orchestra, che almeno costringeva il lettore ad apprezzare l’acume dell’analisi di un uomo di cultura come Muti. Questo, per rimanere in tema musicale, offre il La a una più ampia riflessione sul ruolo della cultura nella società italiana, specialmente in questa fase storica così delicata.
 

10 aprile 2013

La morte di Maggie divide la destra

Chi ci segue avrà notato che – tra i tavoli di C&dM e su molte altre piattaforme simili – esistono  diverse opinioni riguardo le opposte ricette economiche, politiche e sociali realizzatesi durante il XX secolo. Ciò che per alcuni può essere sinonimo di cerchiobottismo o confusione, per noi è invece l'ennesima prova dell'incompiuta composizione tra i figli di due diverse idee di "destra". Figli che, sulle nostre pagine, decidono però di seppellire l'ascia di guerra in nome dell'amore verso la Chiesa.
La morte di Margaret Thatcher ha fatto nuovamente affiorare tale divergenza. Per questo, evitando logoranti "botta e risposta" a distanza di giorni, vi offriamo stavolta – uniti in unico contributo – due brevi e opposti punti di vista sulla figura della Lady di Ferro. (RF)

La Lady di Ferro si è spezzata
di Alessandro Rico

La Lady di Ferro si è spezzata. Non l’avevano piegata le proteste, le sommosse, gli attentati, le campagne denigratorie di artisti e fricchettoni. Non la piegava il brusio dell’opposizione, quando alla House of Commons la apostrofava con durezza. E non la piegò l’avanzamento del progetto dell’Unione Europea, di cui aveva intravisto i rischi. C’erano solo lei e i suoi principi. Lei si poteva odiarla, i suoi principi non condividerli: ma non si poteva non subire il fascino della fermezza, dell’inamovibilità, dell’essere paziente purché si facesse a modo suo.

Lo storico, nel tentare un bilancio della sua premiership, dovrà sottrarsi a due contrapposte tentazioni fatali: la damnatio memoriae e l’agiografia. Come tutte le esperienze umane, anche quella di Margaret Thatcher ha conosciuto meriti e colpe, limiti e conquiste. Quel che è certo, è che del bene e del male solo lei si è assunta irrevocabilmente la responsabilità. Se l’è assunta quando ha rifiutato compromessi con i terroristi irlandesi e gli argentini alle Falkland. Se l’è assunta quando il figlio si perse nel deserto durante un rally e lei pagò le ricerche di tasca sua. Se l’è assunta nella sua lotta vittoriosa contro le Trade Unions (che avevano sul mercato del lavoro britannico lo stesso effetto di CGIL e Fiom), con l’impopolarissima poll tax proporzionale – ripresa tale e quale da The Constitution of Liberty di Hayek, il suo vangelo politico – e con il memorabile «No, no, no!» all’euro

Lo storico soppeserà gli indicatori economici, il consenso che la Thatcher assicurò ai Tories (che governarono dal 1979 al 1997), le proteste di chi patì il rigore di bilancio e lo smantellamento del Welfare assistenzialistico. Ma oggi preferisco pensare, con ammirazione, alle volte in cui il suo senso di responsabilità e la sua determinazione da leader le hanno dato la forza di soffocare emozioni, titubanze, ripensamenti.

La Thatcher è stata per la politica quel che Hayek è stato per la cultura: la protagonista – assieme all’indimenticabile Reagan – della rinascita del liberalismo classico, inevitabilmente alleato con il conservatorismo, come avrebbero voluto David Hume ed Edmund Burke. La Thatcher è stata per me uno dei punti di riferimento politici di questi miei primi anni di formazione culturale, il leader che aveva il coraggio di dire: «Il problema del socialismo è che a un certo punto i soldi degli altri finiscono». Il leader che lo diceva e si comportava di conseguenza, anziché parlare da von Mises e governare da Craxi.

Il suo discorso di insediamento, tratto da una preghiera di San Francesco, sarà per me un costante richiamo a una condotta equanime e, come la vita del «più grande uomo d’Inghilterra», scoperta per ragioni anagrafiche quando su quell’epoca era già calato il sipario, ricorderò per sempre anche questo 8 aprile. Il giorno in cui la Lady di Ferro si è dovuta arrendere. Il giorno in cui, come quando lei dimissionaria nel ’90 lasciò per sempre Downing Street, mi sono abbandonato a un moto di sincera commozione. Perché anche se per me la Thatcher era storia e non memoria, la sentivo parte della mia storia personale.
Rest in peace, Mrs. Prime Minister. 


Nessuna lacrima per la signora Thatcher
di Andrea Virga



L’8 aprile è morta per un ictus, all’età di 88 anni, Margaret Thatcher. La sua fama è legata alle sue politiche neoliberiste, che la resero un’icona della destra liberale e una storica protagonista dell’ondata che dagli anni ’70 in poi portarono le forze atlantiste alla vittoria nella Guerra Fredda e all’instaurazione di un’egemonia unipolare.

In Parlamento dal 1959, si distinse subito per le sue posizioni rigide per certi versi (sostegno alla pena di morte), progressiste per altri (votò a favore dell’aborto e della depenalizzazione dell’omosessualità), ma comunque nettamente liberiste in campo economico – ad esempio, accusò, con scarso senso della realtà, il governo laburista di portare il Paese verso il comunismo. Coerentemente a queste idee, come Sottosegretario all’Educazione (1970 – 1974), tagliò i fondi alle scuole, incluso il programma che forniva gratuitamente latte ai bambini, e promosse l’assorbimento delle grammar schools (l’equivalente del nostro liceo classico) da parte di scuole superiori generaliste (comprehensive schools). 

La crisi economica fece sì che il suo partito vincesse le elezioni ed ella diventasse Premier nel 1979, rimanendo in sella per tre mandati consecutivi fino al 1990. Fin da subito furono implementate politiche come l’aumento della tassazione indiretta e la deregolamentazione finanziaria. I grandi monopoli statali, anche in ambito energetico e industriale, furono privatizzati; il potere dei sindacati fu ridotto e la serrata proibita; gli scioperanti (in particolare i minatori) furono trattati con la massima durezza da parte delle forze dell’ordine.

Sulla politica estera, poi, la Thatcher rinsaldò i legami con gli Stati Uniti, promuovendo una politica estera aggressivamente occidentalista, anticomunista e imperialista. Resta famigerata per la severità e violenza con cui represse la lotta di liberazione irlandese nell’Ulster e per l’intervento militare nelle Malvine. Inoltre, appoggiò la politica reaganiana di deterrenza nucleare, fornendo basi britanniche per il bombardamento della Libia e l’installazione di missili nucleari statunitensi. Tuttavia, imitando l’apertura tattica di Nixon verso i comunisti antisovietici, non si fece scrupoli di appoggiare in sede ONU gli Khmer Rossi di Pol Pot contro il Vietnam o di presenziare alle esequie del Maresciallo Tito o di stabilire la restituzione di Hong Kong alla Cina popolare.

Ripugnerebbe al nostro animo festeggiare la sua dipartita e la nostra onestà ci impone di riconoscere le sue capacità personali e la sua importanza storica, seppur come figura emblematica del neoliberismo nella sua espressione più brutalmente antisociale ed anticomunitaria (“La vera società non esiste”, giunse una volta ad affermare).
Per questo, non spremiamo una lacrima oggi, né l’avremmo spremuta se quel lontano 12 ottobre 1984 avesse avuto successo l’attentato dell’IRA al Brixton Hotel. Pregheremo piuttosto Dio affinché abbia pietà della sua anima, oltre ogni questione umana e terrena. Lasceremo – come disse Bobby Sands, martire dell’indipendenza irlandese, alla cui lotta ella volle negare ogni dignità politica, lasciando che morisse di fame in una squallida cella, nonostante fosse stato eletto parlamentare britannico – che “la nostra vendetta sia la risata dei nostri figli”, perché un giorno possa morire anche tutto quello che rappresentò da viva e che rappresenterà da morta.



 

09 marzo 2013

Infatuarsi di Chavez: una mancanza di realismo

di Paolo Maria Filipazzi
Dopo la morte di Hugo Chavez si sono succeduti diversi giudizi. Interessante è la schizofrenia registratasi in seno alla cosiddetta Destra, dove ai liberali e ai conservatori che hanno brindato alla morte del “nemico del mondo libero” si affiancano i “sociali” (nonchè il popolo di quelli che “Non sono di Destra, sono fascista e il Fascismo è una via al socialismo) che hanno pianto con toni lirici la morte del Caudillo.
 

07 marzo 2013

«Sigo aferrado a Cristo»: Vita e morte di Hugo Chávez (II parte)

Tuttavia, è del Chávez cattolico che c’interessa parlare. La sua vita personale, al di là di gravi peccati come i due divorzi, è stata espressione comunque di una forte fede personale, di stampo popolare. Cresciuto in una famiglia cattolica, da bambino fu chierichetto. Contrariamente alla volontà della nonna e della madre che avrebbero voluto che entrasse in seminario, scelse l’unica altra via di riscatto sociale aperta ad un venezuelano d’umili origini: l’esercito.

 

06 marzo 2013

«Sigo aferrado a Cristo»: Vita e morte di Hugo Chávez (I parte)


di Andrea Virga
Sessant’anni fa moriva Josef Stalin. La “Gazzetta del Popolo” titolò “Il Papa prega per Stalin” a sottolineare che anche tra le Sacre Mura dominava il dovere cristiano di pregare per i morti, soprattutto per quelli più bisognosi della misericordia divina. È il caso di ricordarlo a quei “cattolici”, perfino “consacrati”, che in occasione della morte del Presidente venezuelano Hugo Rafael Chávez Frías, danzano come iene intorno al suo cadavere ancora caldo, addirittura ululando Te Deum di “ringraziamento”. Li si guardi bene: sono gli stessi che sei anni fa piangevano intorno alla bara di Pinochet, assolto del sangue di migliaia di oppositori assassinati e torturati in nome dell’anticomunismo, paravento degli interessi dei borghesi locali e internazionali.
 

07 luglio 2012

Tra Stato minimo e pseudoliberalismo

di Alessandro Rico



Anche un giurista che intitola il suo ultimo saggio Lo Stato minimo, sembra vulnerabile al mito della dittatura dei mercati. Antoine Garapon, intervistato da Avvenire, mescola con disinvoltura principi autenticamente liberali al must intellettuale di quest’epoca di crisi, definendo quello economico «un potere diffuso e ineffabile», che si è imposto come criterio di verità di ogni attività sociale e istituzione politica.


 

26 giugno 2012

Buon compleanno, Jean-Jacques!


di Alessandro Rico
Ben 300 anni fa, il 28 giugno 1712 nasceva a Ginevra Jean-Jacques Rousseau, che considero, forse ingenerosamente, uno dei peggiori pensatori politici della modernità. Mi limito qui a considerare tre aspetti particolarmente significativi della sua riflessione, dei quali penso tutto il male possibile.

 

22 maggio 2012

Chiesa e fisco: l’elemosina a spese degli altri


di Alessandro Rico
Il 16 maggio, sull’Indipendenza, Matteo Corsini ha commentato un intervento dell’arcivescovo di Chieti-Vasto, monsignor Bruno Forte, sui doveri contributivi del cittadino e la necessità di costruire un sistema fiscale più equo. Dato che sono d’accordo su tutto quello che ha scritto Corsini, e visto che lo ha scritto in modo chiaro ed efficace, non credo sia necessario aggiungere altro. Mi limito ad approfondire quanto l’autore afferma su Cristo, «che non ha mai imposto con la forza a nessuno» la solidarietà. 
 

03 maggio 2012

Contro la crisi, tornare ai "principî"


di Alessandro Rico
«Necessario» è l’aggettivo più ricorrente nel lessico politico degli ultimi mesi. I sacrifici sono necessari, le tasse sono necessarie, il rigore è necessario. Così, la dimensione della «possibilità», che da Aristotele a Heidegger era considerata il dominio eminente delle scienze pratiche, qual è la politica, sembra essere stata schiacciata dal peso della necessità, che è anànke, ma anche amekanìa, impotenza, resa.
 

25 aprile 2012

Il lavoro? Un'opportunità per santificarsi


di Alessio Calò

Nonostante i consigli degli amici ed una repulsione che va crescendo, mi ostino a leggere il Corriere della Sera (versione cartacea e on line), compresi i blog tematici, come ad esempio http://solferino28.corriere.it/, che parla di giovani, oppure http://27esimaora.corriere.it/, che riguarda la questione femminile, sui quali ci sarebbe molto da scrivere…
 

08 marzo 2012

La domenica non si lavora. Si va a Messa


di Federico Catani
Sono nato in una bella e assolata domenica di fine ottobre e, almeno dalle mie parti, si dice che chi nasce di domenica non ha voglia di lavorare. In realtà, quando sono impegnato in qualcosa, solitamente lo faccio con grande impegno. Tuttavia, è assolutamente vero che non sono affatto un fanatico del lavoro.
Questa premessa quasi sicuramente non interesserà nessuno dei nostri quattro lettori, ma è necessaria per affrontare un tema oggi molto attuale.

 

01 marzo 2012

Uscire dall’equivoco del catto-mercatismo

di Marco Mancini
Pare oramai diffusissima, all’interno della c.d. “destra cattolica”, la tendenza ad affermare la perfetta conciliabilità tra il pensiero cattolico e l’ideologia neo-liberista, il tutto nel segno di un presunto primato dell’individuo, dell’esaltazione unilaterale dei principi della libertà e della proprietà privata contro tutto ciò che è “statale” o “pubblico”, dell’affermazione di un malinteso principio di sussidiarietà. Senza bisogno di ricorrere al tanto vituperato Sillabo di Pio IX, è sufficiente guardare all’attuale dottrina sociale della Chiesa per puntualizzare qualche aspetto.
 

28 febbraio 2012

Meritocrazia ed egualitarismo: dogmi laici

Negli ultimi mesi, in particolare dopo l’insediamento del governo Monti, si è parlato molto di meritocrazia come di uno degli ingredienti indispensabili per far ripartire l’economia del Paese: se ne continua a discutere a proposito di riforma della scuola, di mercato del lavoro, di selezione della classe dirigente. Nelle ultime settimane se ne è dibattuto molto, soprattutto sui social network, quando si è venuti a sapere che i figli di alcuni esponenti dell’esecutivo occupano posizioni lavorative di un certo prestigio sociale ed economico, che ad altri sarebbero forse precluse.
 
 

27 febbraio 2012

Chiesa o IMU: qual è il vero nemico?

di Alessandro Rico
Cominciamo col dire che la Chiesa paga già le tasse. O che, almeno, da quelle che non paga sono esentati anche ONG, sindacati, associazioni no profit, i valdesi, i musulmani e i realiani, quelli dell’alieno che annuncia la buona novella. Le leggi sono generali e sono scritte per essere uniformemente applicate. Se poi qualcuno fa risultare che l’albergo a pagamento, annesso al tale convento, è anch’esso un luogo di culto, se insomma sono diffuse furbate e irregolarità, lo Stato italiano ha tutti i mezzi per intervenire – fermo restando che un liberale coerente deve riconoscere che la Chiesa ha subito, dal Regno d’Italia, una vera spoliazione di territori, sui quali esercitava un legittimo diritto di sovranità e che, a rigore, nonché dovere dei tributi allo Stato italiano, dovrebbe percepire dei cospicui risarcimenti.