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09 aprile 2020

Shakespeare il cattolico/2. Gli indizi nelle opere



L'Inghilterra degli ultimi decenni del XVI secolo viveva una profonda spaccatura di carattere religioso: il nuovo Atto di Supremazia di Elisabetta I (1558-9), che imponeva un giuramento in cui riconoscere il primato della Corona anche nella materia religiosa ed ecclesiastica, e la successiva scomunica di Elisabetta da parte del Papa Pio V (1570) ponevano i cattolici inglesi in una condizione drammatica, in cui la fedeltà al proprio Stato e alla sovrana che lo rappresentava e quella alla Chiesa di Roma apparvero per lungo tempo difficilmente conciliabili. Il cattolicesimo divenne sostanzialmente bandito e coloro che non si uniformavano alla nuova chiesa di Stato (c.d. ricusanti) nel migliore dei casi venivano sanzionati con pesanti multe, nel peggiore venivano incarcerati o addirittura uccisi. Si trattò di un processo che durò decenni e che strappò a viva forza il cattolicesimo dall'anima del popolo inglese.

Il teatro non era immune da questa situazione: soppressi per ordine dell'autorità i tradizionali spettacoli religiosi itineranti che avevano caratterizzato la cultura popolare inglese ("miracle plays", "mistery plays", "morality plays"), tutta l'attività teatrale in generale era finita sotto l'occhio inquisitore delle autorità protestanti e in particolare dei circoli puritani. Poeti e drammaturghi, dunque, dovevano fare particolare attenzione ai contenuti delle loro opere, onde evitare che la censura del Master of the Revels si abbattesse su di esse e facesse cadere i loro autori in disgrazia. Con tale consapevolezza, dunque, occorre accostarsi ai lavori di William Shakespeare, per provare a discernere cosa egli abbia voluto far intendere a proposito della situazione dell'Inghilterra dell'epoca, tenendo presente che "i drammi shakespeariani sono pieni di riferimenti contemporanei che li ancorano nel presente e richiedono a spettatori e lettori di considerarli nei termini della politica del tempo"[1].

Esaminando i lavori shakespeariani, osserviamo alcune costanti narrative che ritroviamo in tutta la sua produzione: una "tempesta" che arriva a sconvolgere il cielo e l'ordine naturale (compare in ben 10 opere), il tema della famiglia disgregata e del conflitto di fedeltà, quello dell'innocente perseguitato, vittima di violenza o che attende un'esecuzione ("La commedia degli errori", "Sogno di una notte di mezza estate", "Il mercante di Venezia", "Misura per misura"), quello dell'esilio dei buoni ("Tito Andronico", "I due gentiluomini di Verona, "Romeo e Giulietta", "Come vi piace", "Riccardo III", "Riccardo II", "Re John", "Re Lear", "Macbeth", "Timon of Athens", "Coriolano") e di un'invasione straniera che torna a ristabilire l'ordine legittimo (quasi tutte le opere appena citate, ma anche "Amleto"). È facile la tentazione di interpretare tali argomenti in chiave cattolica. La tempesta rappresenterebbe lo sconvolgimento provocato dalla Riforma, che aveva sconquassato un ordine non perfetto, ma socialmente e culturalmente integrato; la famiglia disgregata è una metafora dell'Inghilterra, dilaniata dal conflitto religioso e in cui il padre (lo Stato) accusa di tradimento i figli (cattolici) che vorrebbero essergli fedeli. I cattolici sarebbero simboleggiati naturalmente anche da tutti gli innocenti ingiustamente perseguitati e fatti oggetto di violenza o costretti all'esilio, mentre l'idea di un'invasione straniera costituiva un pensiero fisso e una speranza di riscossa che troverà per esempio un suo fallito tentativo di concretizzazione nell'Invincibile Armata spagnola del 1588.

A ciò si aggiunga che spesso e volentieri i personaggi giurano sulla Santa Croce o sulle reliquie, su Maria o sui santi, evocano il Purgatorio, il rosario, il pellegrinaggio e altri elementi della dottrina e della pratica religiosa cattolica che il protestantesimo aveva bandito. Non si tratta semplicemente di ambientazione storica, tanto più che alcuni di questi elementi (vedi ad esempio la presenza di un'abbazia ne "La commedia degli errori") vengono inseriti con evidenti anacronismi anche in opere ambientate nell'antichità classica, ma di un immaginario religioso e culturale che è continuamente presente alla mente di Shakespeare (nato nel 1564, più di trent'anni dopo l'inizio della Riforma anglicana) e che vi assume una connotazione generalmente positiva e quasi nostalgica: si prenda ad esempio il dialogo tra il Duca e Orlando in "Come vi piace", dove vengono rievocati i passati giorni migliori in cui "siamo stati richiamati in chiesa da sante campane". Si pensi anche alle figure di religiosi e religiose cattolici, ai quali vengono spesso affidati ruoli risolutivi e che vengono comunque descritti come personaggi positivi (cfr. fra Lorenzo in "Romeo e Giulietta" o fra Francesco in "Molto rumore per nulla"), a differenza di quanto accade in opere di autori coevi, dove preti, frati e suore vengono costantemente fatti oggetto di scherno e di ironie; il clero che presenta caratteristiche "anglicane" ante litteram, invece, viene presentato dal Bardo dell'Avon in luce generalmente negativa (vedi l'arcivescovo di Canterbury dell'"Enrico V", secondo il quale "è finito il tempo dei miracoli").

Particolarmente simbolici appaiono poi i personaggi femminili: in molti casi si tratta di figure innocenti esposte alla violenza e che comunque rappresentano la purezza, arrivando ad assumere tratti mariani. Si vedano ad esempio la violenza e la mutilazione subite da Lavinia nel "Tito Andronico", che evocano plasticamente la profanazione protestante delle immagini sacre cattoliche, ma anche lo stupro di Lucrezia nell'omonimo poemetto, con la fanciulla che viene definita "santa terrena", "puro santuario", "immagine celeste", "virtuoso monumento". La metafora mariana si fa più evidente nel personaggio di Desdemona, alla quale nell'"Otello" Cassio si rivolge con l'espressione "Ave a te, signora, e la grazia celeste davanti e dietro e da ogni lato ti circondi!". Viceversa, i personaggi negativi femminili rimandano per molti versi alla figura della regina Elisabetta, che del resto viene richiamata spesso e volentieri dall'immagine della luna, alla cui divinità pagana (Diana, simbolo di verginità) molti poeti di corte la paragonavano abitualmente con toni encomiastici ma a cui Shakespeare attribuisce non di rado un'accezione esattamente opposta.

Proprio attraverso la traccia della luna è possibile seguire un filo rosso che possa farci identificare alcuni dei tantissimi presunti elementi di dissidenza disseminati nelle opere shakespeariane. Il "Sogno di una notte di mezza estate" (1595), ad esempio, si apre con un lamento di Teseo che, se interpretato allegoricamente in riferimento all'allora sessantaduenne regina, assume un significato decisamente pericoloso: "Ma oh, quanto lentamente cala questa vecchia luna! Ella rallenta il compimento dei miei desideri come una matrigna o una vedova che tanto a lungo fa appassire la rendita di un giovane". Poco più in là la luna medesima viene definita "fredda e infeconda" e qualche verso più giù si aggiunge che, pur dovendosi ritenere benedette coloro che abbracciano il sentiero della castità, "in questo mondo terreno più felice è la rosa distillata di quella costretta ad appassire su un vergine ramo". Non c'è bisogno di ricordare, ovviamente, la condizione di "Regina vergine" di Elisabetta. Non stupisce, alla luce di quanto esposto, che Shakespeare abbia introdotto nell'opera un espediente metateatrale, inserendo nella storia un gruppo di artigiani improvvisatisi attori e chiamati a mettere in scena un dramma, i quali al termine della rappresentazione si scusano dichiarando che, se qualcuno si è sentito offeso da qualcosa, deve sapere che è stato fatto tutto in buona fede ("good will", gioco di parole che richiama il nome dell'autore e che è tipico di Shakespeare). Il tema lunare ritorna, se possibile in una chiave ancora più evidente, in "Romeo e Giulietta". L'intera tragedia potrebbe in realtà alludere alla tormentata relazione tra il terzo conte di Southampton ("Romeo"), che non a caso era discendente della famiglia Montague (proprio così vengono tradotti i "Montecchi" nell'originale dell'opera), e la damigella di corte Elizabeth Vernon ("Giulietta"): tale relazione, come si ricorderà, era stata nascosta per diverso tempo e comunque era risultata sgradita alla Regina. Al giovane Southampton era stato dedicato, come sappiamo, anche il poemetto "Venere e Adone" (1593): Shakespeare aveva in quell'occasione aggiunto un tocco di originalità alla storia, facendo rifiutare con decisione al bel giovane tutte le insistenti avances della dea della bellezza. Non è forse inutile rammentare che proprio in quei mesi il giovane conte stava rifiutando la proposta di matrimonio con Elizabeth de Vere, nipote del ministro elisabettiano WIlliam Cecil: che il poemetto contenesse un riferimento a questo episodio e, più in generale, alle pressioni della Corte sul titubante rampollo dell'aristocrazia cattolica? Tornando a "Romeo e Giulietta", tutti conosciamo la celebre scena del balcone, ma rileggendola alla luce dell'ipotesi sopra descritta rimaniamo piuttosto stupefatti: Romeo paragona Giulietta al sole e la invita ad uccidere "la luna invidiosa, che è già malata e pallida dal dolore per il fatto che tu, sua damigella, sei molto più bella di lei. Non essere la sua damigella, perché è invidiosa. La sua vestale livrea è pallida e verde e la indossano soltanto i folli: gettala via". Il termine "pale" (pallido) è sostituito in alcune versioni da "sick" (malaticcio): forse l'allusione alle livree dei servitori dei Tudor, di colore bianco-verde, era stata troppo esplicita.

Più o meno nello stesso periodo, del resto, Shakespeare aveva composto il "Riccardo II", in cui veniva raccontata la deposizione del vecchio monarca da parte di Enrico di Bolingbroke, futuro Enrico IV, con una scena che venne censurata nella rappresentazione a Corte. Se non è lecito trarre interpretazioni troppo scontate relativamente a quest'opera, essa presenta di sicuro le caratteristiche di buona parte dei drammi storici shakespeariani: l'assenza di personaggi esclusivamente positivi, il sovrabbondare di crudeltà e sangue, il tradimento e i conflitti di fedeltà, il cinismo calcolatore che distrugge un ordine antico fondato sull'onore. Si tratta di una visione che ha ben poco a che spartire con un'acritica esaltazione della storia della dinastia Tudor o del principio della monarchia di diritto divino, allora brandito dai protestanti per tacitare ogni critica all'operato dei sovrani anglicani. Gli stessi temi si ritrovano in "Re John", dove l'arrogante Giovanni senza Terra (una sorta di Enrico VIII o Elisabetta I ante litteram) è costretto alla fine ad umiliarsi e a riconciliarsi con il Papa, il che non lo salverà peraltro dalla furia dei nobili ribelli indignati dall'eliminazione di suo nipote Arthur (allusione all'uccisione di Maria Stuarda?). Nell'"Enrico IV", invece, il Bardo dell'Avon distrusse la reputazione di un altro personaggio che i protestanti rivendicavano come proprio antesignano, circondandolo addirittura di un'aura di martirio: si tratta di John Oldcastle, uno dei leader lollardi bruciato sul rogo nel Quattrocento, che egli rappresenta come un bugiardo e vanaglorioso ubriacone dai tratti comici. Non stupisce che il nuovo Lord Ciambellano di Corte, discendente di Oldcastle e sotto la cui custodia la compagnia teatrale di Shakespeare era passata, impose un cambio di cognome al personaggio, che assunse le generalità di John Falstaff, con tanto di chiarimento fin troppo sarcasticamente esplicito da parte dell'autore nel finale dell'"Enrico IV - parte II". E non si trattava di facezie innocenti: il teatro svolgeva anzi una funzione politica fondamentale, se è vero che lo stesso Shakespeare nell'"Amleto" definì "essenziali cronache del tempo” gli attori itineranti che compaiono nel dramma con la solita operazione di metateatro. Non è un caso che proprio in questi anni venissero adottati provvedimenti sempre più restrittivi: nel 1599 sopraggiunse il divieto da parte dei vescovi anglicani di Canterbury e Londra di pubblicare satire e drammi di carattere storico ambientati in Inghilterra, mentre successivamente, dopo la "Congiura delle polveri", si proibì addirittura di nominare "impropriamente" Dio o le persone della Trinità nelle opere teatrali.

Data l'emanazione del Bishops' Ban William abbandonò dunque la storia inglese per recuperare un tema di argomento classico: nacque così il "Giulio Cesare". L'opera, rapportata all'attualità politica del suo tempo, si presta naturalmente a una doppia interpretazione: Cesare potrebbe rappresentare sia la Chiesa di Roma, cioè un vecchio ordine monarchico e popolare messo in discussione dai "puritani" repubblicani alla Cassio, sia la monarchia elisabettiana contestata dai ribelli cattolici. La prima ipotesi sembra però più credibile alla luce di una serie di elementi che connotano i personaggi: Cesare - dicono ad esempio i congiurati - si è fatto di recente "superstizioso" e tiene in modo particolare a "cerimonie" a cui i repubblicani appaiono invece allergici, tanto da rispedire a casa nel primo atto i popolani che accorrono festanti e orgogliosi per i successi del dittatore. Si veda anche la questione del tempo: i congiurati sono sempre piuttosto incerti su che giorno e su che ora sia e questo è stato interpretato dai critici come un chiaro riferimento al rifiuto dell'Inghilterra di adeguarsi alla riforma del calendario del papa Gregorio XIII (1582), nuovo "Cesare" che aveva corretto le imperfezioni del calendario giuliano. La figura di Bruto, alla luce di queste considerazioni, rappresenterebbe il conflitto di fedeltà che molti cattolici del tempo provavano tra la propria devozione a Roma e la lealtà al proprio Stato, in questo caso tra Cesare e la Repubblica. Di sicuro, invece, la raffinata capacità dialettica di Antonio, maestro dell'arte di dire senza dire, non può non ricordare la tecnica dell'equivocazione, sviluppatasi soprattutto negli ambienti gesuitici e consistente in una strategia di dissimulazione da adottare ad esempio durante gli interrogatori. Di una tecnica simile, fondata sugli equivoci, sull'ironia, sui giochi di parole, sulle allusioni, era naturalmente specialista anche William Shakespeare, più di ogni altro autore del suo tempo: anzi, "sembra quasi che si sentisse pressoché costretto, appena gli era possibile, a servirsi di doppi sensi ed equivocazioni" [2].

Mai come allora, del resto, una tale strategia risultava necessaria. Nel 1601 il conte di Essex, già favorito della regina ma anche avversario dei Cecil e amico - nonché cugino acquisito - del conte di Southampton (il giovane protettore a cui Shakespare aveva dedicato due poemetti), si vide caduto in disgrazia e tentò una ribellione armata contro Elisabetta, peraltro facendo rappresentare proprio al Globe Theatre la sera precedente, a mo’ di avvertimento, il già citato "Riccardo II". La rivolta venne immediatamente repressa ed Essex condannato a morte, mentre Southampton (come visto nella prima parte) fu imprigionato fino all'avvento al trono di re Giacomo I. Il conte di Essex era diventato negli ultimi tempi una delle speranze del partito cattolico, che si attendeva da lui una maggiore tolleranza: non è un caso che qualche anno prima fosse stato pubblicato ad Anversa un libello di parte "papista" dedicato proprio al giovane nobile, in cui si mettevano in discussione il principio della monarchia ereditaria e le credenziali di Giacomo di Scozia. Shakespeare non solo era amico di Southampton, ma era anche socio della compagnia teatrale che si era occupata, per quanto in presunta buona fede, della rappresentazione della sera precedente la rivolta, oltre che l'autore della tragedia rappresentata. Ce n'era abbastanza per essere prudenti, anche alla luce dell'immediato divieto parlamentare di mettere in scena opere che rappresentassero congiure o ribellioni, ma anche per essere preoccupati: in questo senso "le emozioni generate dalla caduta di Essex produssero un'amarezza e un senso di delusione assai cospicuo negli ultimi anni del regno. [...] Le cause di tale diffusa atmosfera di tristezza sono complesse e difficili da analizzare. Essa compare in molte forme e pochi scrittori degni di nota vi sfuggirono" [3].

Prodotto di questa fase cupa è forse la più nota delle tragedie shakespeariane: "Amleto". Il protagonista è sicuramente una metafora dei dilemmi della condizione umana, ma anche della situazione inglese dell'epoca, tanto che alcuni critici hanno voluto vedervi proprio una rappresentazione del defunto conte di Essex. Principe di Danimarca, Amleto apprende dal fantasma del padre, apparsogli da un cattolicissimo Purgatorio, che il defunto genitore è stato ucciso dal fratello, il quale ha poi sposato anche la vedova. Egli mette dunque in scena uno spettacolo teatrale che rappresenti esattamente la vicenda incriminata, per osservare la reazione del nuovo Re: si tratta di un'ardita scelta metateatrale da parte di Shakespeare, considerata la dinamica della recentissima rivolta di Essex. Avuta conferma della colpevolezza dello zio, Amleto vive nel tormento e nell'incertezza se ricorrere o meno alla vendetta. Viene così inviato in Inghilterra dall'usurpatore (così come Essex era stato mandato da Elisabetta in Irlanda) ma torna infine a vendicarsi in un duello finale in cui tutti i principali personaggi rimangono uccisi. Il protagonista sottolinea spesso la duplicità della natura umana, divina ma al tempo stesso bestiale, e appare mosso da alti ideali religiosi e morali che però vede frustrati nella realtà. Il celeberrimo monologo ("Essere o non essere"), spesso visto come un dilemma tra la vita e il suicidio, va interpretato invece diversamente. Esso pone l'alternativa tra la sopportazione delle ingiustizie e dei soprusi e il coraggio di ribellarsi a costo di sacrificare la propria vita: meglio vivere per morire o morire per vivere? Si tratta dello stesso atroce dubbio che attanagliava i cattolici inglesi, condannati al silenzio e alla dissimulazione in uno Stato preda dell'apostasia ("c'è del marcio in Danimarca"). "Spezzati, cuore mio, perché devo tenere la lingua a freno" dice Amleto, non potendo svelare il suo segreto; più avanti dirà, al becchino che sta seppellendo la sua amata Ofelia dopo un tradizionale funerale cattolico, "dobbiamo stare attenti a come parliamo o l'equivocazione ci rovinerà". Nel finale dell'opera, infine, il protagonista si rivolge al pubblico, invitando l'amico Orazio a raccontare la verità sulla sua storia e difendere la sua reputazione. La tragedia, neanche a dirlo, si conclude con l'"invasione" della Danimarca - con il beneplacito dello stesso principe morente - da parte del norvegese Fortebraccio, che sembra lasciare intravedere un futuro migliore per il Paese.

Nel 1603 la profezia di morte dell'Amleto sembrò in qualche modo avverarsi con la dipartita della settantenne Elisabetta I. Shakespeare si guardò bene dall'unirsi al coro di dolore dei letterati di Corte; curiosamente, anzi, proprio in quel periodo si dette alla scrittura di un'amara commedia intitolata "Tutto è bene quel che finisce bene". Di certo l'ascesa al trono di Giacomo Stuart aveva ravvivato le speranze dei cattolici inglesi, date le promesse di maggiore tolleranza a suo tempo fatte dal nuovo sovrano, che peraltro mise sotto il proprio diretto patronato la compagnia teatrale shakespeariana degli "Uomini del Gran Ciambellano", che divennero quindi "Uomini del Re". Le aspettative, tuttavia, non tardarono ad essere deluse: sotto il consiglio di Cecil la repressione anticattolica proseguì, mentre il trattato di pace con la Spagna del 1604 non faceva nessuna menzione della questione dei cattolici inglesi. Le opere shakespeariane del periodo ("Misura per misura", "Otello") sembrano inserirsi in questo contesto, rappresentando le storie di uomini probi (Otello), investiti di importanti incarichi e interessati a fare il bene, che vengono traviati da perfidi consiglieri (Iago) i quali si accaniscono su vittime innocenti (Desdemona), magari falsamente accusate di tradimento.

L'esasperazione della minoranza cattolica esplose il 5 novembre 1605 con la "Congiura delle polveri", che ebbe per la verità una pericolosità inferiore a quello che la propaganda governativa lasciò intendere. In ogni caso il fallimento del complotto determinò lo screditamento della causa cattolica e la distruzione della missione gesuita, con la cattura e il martirio di padre Garnet e di un suo confratello. Le coeve tragedie shakespeariane, "Re Lear" e "Macbeth", mantengono ancora un'atmosfera cupa, in cui il male predomina e colpisce spietatamente gli innocenti, i buoni vengono esiliati e possono riconquistare i propri diritti solo grazie ad un'invasione. Nel "Re Lear" Cordelia, la figlia un tempo prediletta, cade in disgrazia perché non accetta di dimostrare la sua lealtà al padre attraverso le parole, a differenza di chi giura falsamente; eppure è proprio ella ad amare realmente il padre e a rimanergli veramente fedele. Sembra la storia dei cattolici inglesi rispetto alla loro Patria e del resto è proprio la ragazza ad affermare: "Non siamo i primi che, con le migliori intenzioni, sono incappati nel peggio". Emergono poi due differenti concezioni di natura, espresse rispettivamente da Re Lear e dal malvagio Edmund: nel primo caso si tratta di un ordine naturale e pertanto tradizionale e per questo rispettabile, nel secondo invece se ne tratteggia un'idea quasi darwiniana, moderna e utilitaristica. Dominano in tutto il dramma immagini di dolore fisico, di tortura, di orrore: "è il nadir del pessimismo shakespeariano". [4] E le parole finali di Edgar, chiamato a risollevare uno "Stato piagato" dalla menzogna e dal disordine, sono un vero e proprio inno all'autenticità: "dobbiamo accettare il peso di questo triste tempo, dire ciò che sentiamo e non ciò che conviene dire". “Macbeth”, che pure avrebbe dovuto celebrare la dinastia Stuart, si colloca sulla stessa lunghezza d'onda: anche qui sono presenti la perfidia (rappresentata dalla figura femminile di Lady Macbeth), il tradimento ai danni di un vecchio monarca legittimo, un nuovo potere illegittimo e tirannico, l'esilio e l'uccisione dei buoni, l'invasione purificatrice, il rimorso e il dubbio sull'insensatezza della vita. Anche qui compaiono vittime che, come la moglie e il figlio di MacDuff, si lamentano della loro paradossale condizione: "crudeli i tempi in cui siamo traditori e non conosciamo noi stessi", in questo mondo terreno, "dove fare il male è spesso lodevole, fare il bene a volte è considerata pericolosa follia".

La fase delle grandi tragedie si conclude poi con "Antonio e Cleopatra" e "Coriolano”. Nel secondo ritorna come un'ossessione il tema dell'esilio del protagonista, cacciato ad opera dei tribuni della plebe: al suo ritorno a Roma, commenta però significativamente il comandante dei Volsci, tutti i suoi sostenitori usciranno di nuovo "dai loro buchi" (sembra quasi un riferimento ai "priest holes" di cui abbiamo detto nella prima parte). Così non andrà: anzi, dopo aver rinunciato all'invasione della città, Coriolano verrà ucciso proprio dai Volsci con cui si era alleato, il che potrebbe sembrare un riferimento al "tradimento" che i cattolici inglesi sentivano di aver subito dagli Spagnoli. Si tratta dell'ultima tragedia composta interamente da Shakespeare: da questo momento in avanti egli, che con la sua compagnia aveva preso possesso anche del teatro privato di Blackfriars, si dedicò a opere fiabesche ("romances"), un particolare genere letterario debitore sia delle tragicommedie italiane che dei masque (una sorta di musical) che si tenevano a Corte. Generalmente queste opere hanno un'ambientazione esotica e presentano ancora una volta i temi del naufragio, dell'esilio, delle famiglie separate, anche se alla fine arriva sempre un lieto fine, magari con qualche aiuto soprannaturale. Non mancano anche qui dei riferimenti curiosi. Nel "Pericle, principe di Tiro", ad esempio, un pescatore paragona un vecchio avaro a una di quelle balene che "s'ingoiano un'intera parrocchia, chiesa, campanile, campane e tutto", e riceve i complimenti del protagonista, il quale si sorprende di come i pescatori sappiano raccontare "le miserie umane partendo dagli squamosi esseri del mare e deducendo da quel regno d'acqua tutto ciò che fa onore o disonore all'uomo!": la metafora ricorda abbastanza l'incameramento dei beni della Chiesa da Enrico VIII in poi. La successiva "Cimbelino" racconta addirittura la storia di un conflitto tra Roma e Britannia, con il protagonista che viene salvato proprio da coloro che aveva esiliato e alla fine, nel clima di riconciliazione generale, accetta di pagare un tributo a Roma. Nel "Racconto d'Inverno", invece, il re Leonte accusa la moglie di adulterio e invia due nobili presso l'Oracolo di Delfi per avere conferma delle sue accuse. Precedentemente aveva incaricato un suo barone di uccidere il presunto amante della moglie, ma quegli, combattuto tra la fedeltà al re e i propri principi morali, aveva scelto i secondi. Tutta la scena ricorda vagamente la questione del divorzio di Enrico VIII, con l'oracolo a rappresentare la cattedra di San Pietro e il barone Camillo a evocare la figura di San Tommaso Moro. E infatti, di ritorno da Delfi, uno dei due nobili racconta che lo hanno molto colpito "degli abiti celestiali e l'aria venerabile dei preti che li indossano. E il sacrificio! Che cerimonia solenne e spirituale fu l'offerta!": l'analogia con la Messa cattolica appare evidente e infatti è stata notata dai critici fin dall'Ottocento. Quanto a Camillo, nel quarto atto il giovane Florizel si rivolge a lui quasi come a un santo intercessore: "Come è possibile, Camillo, che questo - quasi un miracolo - si realizzi? Ti chiamerei qualcosa di più che un uomo e poi mi affiderei tutto a te". Nella traduzione italiana sfugge una coincidenza che sembrerebbe avere tutta l'aria di un gioco di parole: l'originale recita infatti "That I may call thee something MORE than man". Infine, quando la giovane Perdita si ritrova davanti alla statua della madre che crede defunta e che invece è destinata a riprendere vita come per un incantesimo, esclama: "Datemi licenza, e non dite che è superstizione, se ora a lei davanti m'inginocchio e ne imploro la benedizione". Il riferimento alla polemica dei protestanti contro il culto cattolico delle immagini sacre appare anche qui palese.

Il nuovo giuramento di fedeltà imposto da Giacomo I nel 1610, come visto, aveva fatto capitolare numerosi cattolici: il giovane Anthony-Maria Browne, nuovo Lord Montague, si rifiutò però di prestarlo e cadde definitivamente in disgrazia. La situazione si era fatta più difficile non solo per i cattolici ma anche per i teatranti, vista la sempre maggiore influenza acquisita dai puritani, che non a caso in età cromwelliana avrebbero definito le opere di Shakespeare "immondizia prelatesca". Il puritano George Abbott divenne nel giro di due anni (1610-1611) prima vescovo di Londra e poi arcivescovo di Canterbury, cominciando a tuonare contro il teatro. E fu in questo contesto che William Shakespeare, che aveva passato indenne venti anni di onorata carriera, fu per la prima volta attaccato in maniera esplicita con riferimento al tema religioso. Lo storico e cartografo puritano John Speed pubblicò infatti nel 1611 la sua "Storia della Gran Bretagna": in una difesa dell'apologeta protestante John Foxe e dei suoi ritratti agiografici di presunti martiri riformati ante litteram tra cui il famigerato John Oldcastle (il Falstaff dell'"Enrico IV"), Speed si scagliò nel testo contro il padre gesuita Robert Parsons, che in un saggio aveva demolito la figura di Oldcastle, e contro Shakespeare, affermando che gli unici che avevano fornito un'immagine così distorta del personaggio erano "quel papista [Parsons] e il suo poeta [Shakespeare]: essi hanno la stessa propensione per le menzogne, l'uno [Shakespeare] sempre fingendo, l'altro [Parsons] sempre falsificando la verità". Si trattava di un attacco chiaro e diretto al drammaturgo di Corte, accusato senza giri di parole di essere nientemeno che il portavoce letterario dei sediziosi Gesuiti.

Tali fatti gettano in qualche modo una luce nuova e drammatica sull'improvviso ritiro dalle scene di Shakespeare, che proprio nel 1611, dopo aver rappresentato "La Tempesta", lasciò Londra e se ne tornò a Stratford. Sia come sia, "La tempesta" fu l'ultima opera da lui composta in solitario e costituì in sostanza il suo addio al palcoscenico. In maniera nient'affatto originale anche quest'opera tratta di magia, esilio in terre lontane, torti subiti e perdonati, riconciliazione, ma anche dell'arte della drammaturgia e del rapporto tra finzione letteraria e vita. Il protagonista Prospero, mago e duca di Milano, è stato spodestato dal malvagio fratello Antonio e dopo essere stato abbandonato in mare approda su un'isola insieme alla figlia Miranda. Qui egli libera lo spirito Ariel, che era stato imprigionato dalla strega Sycorax e da suo figlio, il mostro Caliban, e ne fa un suo servitore. Grazie ai suoi poteri magici egli fa scatenare una tempesta e fa naufragare i suoi nemici proprio sull'isola; seguiranno una serie di eventi al termine dei quali Prospero, dopo aver rinunciato per sempre alla magia e liberato Ariel, perdona tutti, accettando di far sposare la figlia dallo spasimante Ferdinando, e si appresta a riprendere possesso del suo ducato. Prospero è stato visto da gran parte della critica come un alter ego dell'autore: grazie ai suoi poteri magici egli è come un "regista" che guida le mosse di tutti i personaggi sul “palcoscenico” dell'isola. Non è un caso che, dopo aver organizzato uno spettacolo per la figlia e il suo corteggiatore, a un certo punto egli stesso lo interrompa proclamando la fine dei divertimenti e che tutto, "persino il grande Globo" (con possibile doppio senso riferito al Globe Theatre), si dissolverà, aggiungendo: "Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni, e la nostra piccola vita è circondata da un sonno. Signore, qualcosa mi opprime. Abbiate pazienza per la mia debolezza. Il mio vecchio cervello è turbato". Più avanti egli annuncia la sua rinuncia alla magia e quindi l'intenzione di rompere il bastone ("staff") con cui aveva scosso ("shake") gli elementi della natura. Ma è soprattutto l'epilogo che appare significativo: Prospero si rivolge al pubblico e, dopo aver proclamato la fine dei suoi incantesimi, lo prega di scioglierlo dai suoi vincoli "con mani generose" e "fiato gentile" (applausi e acclamazioni?), altrimenti fallirà il suo progetto che era quello di piacere ad esso. E poi conclude: "Ora mi mancano spiriti che eseguano, arte che incanti, e la mia fine sarà la disperazione se non sarò sollevato dalla preghiera, che va a fondo tanto da conquistare la pietà stessa e liberare da tutte le colpe. E, come voi vorreste essere perdonati per i vostri delitti, così la vostra indulgenza mi renda libero". Il grande drammaturgo si congeda dal suo pubblico chiedendogli non solo applausi, ma soprattutto preghiere, con un'espressione che richiama addirittura il Padre Nostro e il significativo uso del termine "indulgence", mai utilizzato dai principali autori dell'epoca, da Marlowe a Spencer. Se non è una professione di fede, poco ci manca: l'incertezza sulla propria salvezza e  la credenza nell'efficacia delle preghiere di intercessione sono espressione di una sensibilità profondamente cattolica la quale, dopo aver balenato qua e là in tante opere, ora prorompe evidente nelle parole di uomo che, forse intimamente oppresso da un potere tirannico per lunghi decenni di grandi successi e di più grandi travagli, anela finalmente alla libertà.


[1] A. Hadfield, Shakespeare and the Renaissance Politics, Arden 2004, p. 28.
[2] E.A. Armstrong, Shakespeare's Imagination, University of Nebraska Press (1946) 1963, p. 137.
[3] G.B. Harrison in H. Granville-Barker, G.B. Harrison (ed.), A Companion to Shakespeare Studies, Cambridge University Press (1934) 1964, p. 181.
[4] E.A. Armstrong, Shakespeare's Imagination cit., p. 73.

 

12 novembre 2018

La sconvolgente assenza di un'epica cattolica

di Marco Crevani
Sono qui, sul bordo fra la seconda e la terza età della vita, in mano una chitarra restaurata da mio figlio a cui si è rotto il mi cantino, e con quello quasi ogni possibilità di caratterizzazione, di sfumature. Le mie figlie ripiegano le tende e si preparano a una nuova stagione scout. Accanto alla “tana”, pensando ai “lupetti” che vi entreranno, riaffiora sulla punta delle dita una canzoncina scritta 40 anni fa da un autore cattolico (quindi sconosciuto al mondo) per il suo bambino nel giorno del rapimento di Aldo Moro.

Gli accordi, ormai sepolti sotto trent’anni di oblio, sono incerti bagliori. Ma il vuoto non è solo quello della memoria, il vuoto spalancato davanti è quello di un “mondo cattolico” del quale don Oreste Benzi diceva, pochi giorni prima di lasciarci, alla “settimana sociale dei cattolici italiani” del 2007 (a proposito, qualcuno ha più sentito parlare o assaporato i frutti di quelle assisi?): “…Si è persa, si è sbriciolata e poi scomparsa la coscienza di essere popolo, popolo di Dio, con una missione di salvezza da portare”. Penso, come spesso mi accade, a impossibili contaminazioni, a “ponti” lanciati fra prassi e memorie non condivise, pur se provenienti da una comune radice, magari vissute addirittura dalle stesse persone!

Niente da fare, reciproche, ripetute censure, poi addirittura autocensure, fino ad ammutolire e scomparire, ben oltre quanto ci ha imposto il mondo. Nulla, assolutamente nulla (a parte, come mi dicono a casa, “il Vangelo”) che ci unisca, di cui tutti possano dire, “ecco le nostre radici”. Già. Il Vangelo. Ma in nome del Vangelo c’è chi benedice le cliniche abortive e c’è chi le fa chiudere con i riti di esorcismo.

 “Una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta” ripeteva Giovanni Paolo II. Contestatissimo da destra e da manca, nel suo tentativo di rendere ragione della speranza che è in noi, censurato ieri e oggi con la sua forza ingenua, polacca, innamorato di una fede integrale, tanto da non aver paura di abbracciare gli sciamani o di pregare in moschea, convinto che con Cristo (come ripeté ad Assisi ai suoi sconcertanti invitati) per annunciare che solo in Lui vi è salvezza, possiamo invitare tutti gli uomini e le credenze fin dentro le nostre chiese.

No, neanche Giovanni Paolo II, frettolosamente canonizzato per essere subito rimosso e rinnegato nei fatti e nella prassi, rappresentò e rappresenta un “punto comune”. Sbriciolata e scomparsa la coscienza di essere popolo di Dio. Se il solare don Benzi pronunciò due settimane prima di morire quelle parole, se un “infaticabile apostolo della carità”, costruttore di mondi nuovi e di un popolo cosciente della sua missione di salvezza, si lasciò andare a quella diagnosi impietosa, non sarà stato solo il mal di cuore.

La chitarra restaurata da mio figlio con una corda in meno, mi rendo conto che posso appenderla ai salici di Babilonia: mancano la voce, le note, l’autorevolezza per raccontare ai più giovani, per dire quanto c’è da fare ancora, per loro e per tutti.

Posso solo chinarmi, riprovare con le ginocchia il gradino della balaustra, dimostrare silenzioso che quella è l’unica posizione possibile per il cristiano davanti al Signore che passa sanguinante, mentre angeli sbalzati nel marmo da chi del Mistero fece anche cultura, distendono una finissima imperitura tovaglia a offrire il Panis Angelicus.

Immagine:Finale Ligure (SV) – Altare della Collegiata di San Biagio in Finalborgo
“Nel presbiterio, la balaustra in marmo con angeli è opera sempre di Domenico Bocciardo, quest'ultimo anche autore dell'altare maggiore del 1799. La famosa particolarità di questo altare è il drappo del tavolo, che sembra di stoffa ricamata, ma in realtà è puro marmo.”




 

18 gennaio 2018

Il Puntatore. L'avventura del cattolicesimo a Hong Kong

di Aurelio Porfiri
Noi occidentali, diamo per scontata la nostra lunga storia con l’annuncio cristiano, una storia non sempre facile e che oggi vive delle difficoltà evidenti. Ci sono altri paesi in cui questa storia è più recente, il che naturalmente porta un insieme di opportunità ed una serie di problemi. Vedemmo che la Cina in realtà conobbe una forma dell’annuncio cristiano, quella nestoriana, già nel primo millennio. Il contatto con il cattolicesimo avvenne con il francescano Giovanni da Montecorvino di cui abbiamo anche parlato. Hong Kong non vanta la storia cattolica considerevole in termini di durata di Macao, che fu evangelizzata dai gesuiti già nel XVI secolo. Eppure questa storia ha aspetti di grande interesse.

Per chi volesse conoscere meglio la storia di Hong Kong, c’è il bel libro di Frank Welsh “A History of Hong Kong” (1997 HarperCollins publishing). Un testo scritto al tempo del ritorno della sovranità di Hong Kong alla Cina, ma che ci fornisce una storia ben documentata di questa città, oggi una vera metropoli ma che al segretario del ministero degli esteri britannico, Lord Palmerston, al tempo del passaggio di Hong Kong alla corona britannica nel XIX secolo, sembrava solo “un’isola sterile, che non sarà mai un mercato per il commercio”. Se oggi Lord Palmerston potesse vedere Hong Kong, certamente si pentirebbe amaramente per la sua dichiarazione.
I britannici occuparono Hong Kong nel 1841 ed ottennero l’isola nel 1842, come premio per avere vinto la prima guerra dell’oppio. Una sessantina di anni dopo il governo britannico estenderà la porzione di territorio su cui potrà esercitare la sua sovranità. Non si deve pensare che Hong Kong prima dei britannici non avesse una storia, anzi sappiamo di clan familiari che ci avevano vissuto per centinaia di anni. Ma certamente si può dire che il dominio britannico con tutto quello che significherà anche in termini di infrastrutture, porterà Hong Kong su un altro livello. E presto, smentendo Lord Palmerston, la città diventerà un punto di riferimento per il commercio internazionale, sostituendo Macao. Nel 1984 la Gran Bretagna e il governo cinese firmano un accordo per il ritorno di Hong Kong sotto la sovranità cinese nel 1997. La storia di questi ultimi 20 anni non è stata semplice sotto molti aspetti, soprattutto per lo scontro fra coloro che non vogliono rinunciare a certe libertà di tipo occidentale e l’ansia di controllo del governo centrale di Pechino.
Possiamo datare il primo documento che ci testimonia della storia cattolica di Hong Kong proprio al 1841, per la precisione 22 aprile. Con questo documento il Cardinale Giacomo Filippo Fransoni, prefetto di Propaganda Fide, annunciava la decisione di Gregorio XVI di stabilire la prefettura apostolica di Hong Kong (per alcune informazioni storiche mi servo del libro di padre Sergio Ticozzi “Historical documents of the Hong Kong Catholic Church”).

Questa non fu una decisione senza conseguenze, in quanto la santa sede in questo modo si metteva di traverso al Portogallo che attraverso la diocesi di Macao e con il suo patronato, controllava la zona di Hong Kong. Quindi la santa sede toglieva Hong Kong da sotto l’influenza portoghese per metterla direttamente sotto Propaganda Fide. Il primo prefetto sarà padre Theodore Joset, un prete svizzero che era stato in stretto contatto con il cardinale Fransoni stesso. C’è da capire che la prefettura apostolica, come spiega bene padre Ticozzi nel suo libro, è quando c’è una prima evangelizzazione di un dato territorio, dopo alcuni progressi il territorio diviene un vicariato e finalmente una diocesi.
Padre Joset, che sarà considerato il fondatore della Chiesa Cattolica in Hong Kong, comincerà il lavoro per stabilire la presenza cattolica nel territorio, dedicandosi all’inizio, come logico, soprattutto alla cura dei cattolici che venivano da fuori, come i soldati di origine irlandese. Angelo Paratico, in beyondthirtynine.com, descrive la breve esistenza del padre Joset negli anni di Hong Kong, dicendo che egli, malgrado i pochi mesi di vita che gli restavano, fu in grado di vedere la posa della prima pietra per la prima chiesa cattolica di Hong Kong, dedicata all’Immacolata Concezione e sita in Wellington St.. Padre Joset morirà di febbre nel 1842 e verrà poi sepolto sotto l’altare della Cattedrale di Hong Kong.

Il 17 novembre 1874 il Papa Pio IX eleva la prefettura a vicariato apostolico con una lettera firmata dal Cardinal Fabio Maria Asquini, segretario della curia romana. Primo vicario sarà nominato un personaggio singolare, Timoleone Raimondi, milanese, intriso di spirito risorgimentale avendo partecipato alle cinque giornate di Milano nel 1848. Nel 1850 entra in un nuovissimo istituto fondato da don Angelo Ramazzotti, l’Istituto per le Missioni Estere (poi Pontificio e conosciuto come PIME). Dopo varie peregrinazioni missionarie, Raimondi sbarcò a Hong Kong nel 1858, divenendo ad un certo punto anche prefetto. Dotato di grandi capacità organizzative, nel 1874 diverrà vicario (segnalo qui un bel libro di Padre Gianni Criveller, “From Milan to Hong Kong. 150 years of mission”, 2008 VoxAmica Press). Il neo vescovo Raimondi fu veramente l’anima dell’evangelizzazione di Hong Kong, missione che egli perseguirà con vari viaggi, come quello in cui incontrerà il sacerdote Giovanni Bosco per chiedergli l’invio di missionari per il territorio o quello in cui incoraggerà il missionario Arnold Janssen a fondare una congregazione, che sarà poi quella dei verbiti. Egli inviterà le suore canossiane dall’Italia, già molto attive nel nostro paese, per dedicarsi all’educazione. Morirà nel 1894 all’età di 67 anni.

Dopo Raimondi succederanno altri vicari apostolici: Luigi Piazzoli, Domenico Pozzoni, Enrico Valtorta. Proprio sotto il vescovo Valtorta, nel 1946, Pio XII con una costituzione apostolica istituisce la gerarchia episcopale in Cina stabilendo finalmente la diocesi di Hong Kong con il vescovo Valtorta come suo primo vescovo diocesano. Al vescovo Valtorta succederà nel 1951 il vescovo Lorenzo Bianchi, che rimarrà in carica fino al 1969. Così è ricordata la sua opera in una memoria presente sul sito del suo paese natale, Corteno Golgi: “Superiore regionale per le missioni della Cina dal 1947, il 10 marzo 1949 fu nominato vescovo coadiutore di Hong Kong con diritto di successione e il 9 ottobre dello stesso anno fu consacrato nella cattedrale di Hong Kong.
Appena consacrato ritornò all’interno della Cina per essere solidale con i missionari ed i cristiani di fronte alla persecuzione in atto dopo la presa del potere da parte dei comunisti nel Sud della Cina. Il giovedì santo del 1951 fu fatto prigioniero con altri missionari. Si trovava ancora in carcere quando il 3 settembre 1951, alla morte del suo predecessore Enrico Valtorta divenne vescovo. Il 17 ottobre 1952 fu espulso inaspettatamente dalla Cina e fece il suo ingresso nella diocesi di Hong Kong, dove si adoperò con grande coraggio all’opera di evangelizzazione e alle opere sociali a favore soprattutto dei profughi. Nel 1954, dopo 33 anni di vita missionaria, tornò per la prima volta in Italia. Compì viaggi pastorali presso le chiese degli Stati Uniti nel 1955 e della Germania nel 1959, 1962 e 1968 per far conoscere la grave situazione sociale di Hong Kong divenuta metropoli cosmopolita e chiedere aiuto soprattutto per i profughi. Partecipò a tutte le sessioni del Concilio Ecumenico Vaticano II dal 1962 al 1965. Nel maggio 1968 presentò anzitempo le sue dimissioni a papa Paolo Vi auspicando che un vescovo cinese assumesse il governo della diocesi. Il 14 agosto 1969 lasciò la diocesi dove tornò, su invito del suo successore Francis Xavier Hsu Chen-Ping, per un breve periodo in occasione della storica visita pastorale di Paolo VI del 4 dicembre 1970. Dal 1969 visse in Italia presso le comunità del PIME prima di Genova quindi di Lecco”. Morirà nel 1983.

Il vescovo Hsu sarà quindi il primo vescovo di origine cinese. Educato in Gran Bretagna, il vescovo Hsu proveniva da famiglia metodista. Era quindi un convertito alla fede cattolica. A lui succederà nel 1973 il vescovo Peter Lei che rimarrà in carica solo per un anno. Il vescovo Lei era stato molto attivo come sacerdote nella diocesi ma un attacco di cuore non gli permise di svolgere più a lungo il suo episcopato. Verrà ricordato nel giornale diocesano come uomo di profondo spirito pastorale. A lui succede il vescovo John Baptist Wu Cheng-Chung che rimarrà in carica fino al 2002. Fu creato cardinale da Giovanni Paolo II. Il vescovo Wu riorganizzò la diocesi.

Alla sua scomparsa fu nominato vescovo titolare Joseph Zen Ze-Kiun, che rimarrà in carica sino al 2009. Nel 2006 verrà creato cardinale da Benedetto XVI. Il cardinal Zen, tuttora attivo, è stato sempre fermo sulle sue posizioni in riguardo all’atteggiamento da tenere con il governo cinese, egli è una delle grandi figure del cattolicesimo cinese e non solo. Salesiano, carattere indomito, egli sarà in prima linea nel difendere il bene cattolico dai pericoli che verrebbero da accordi sfavorevoli fra la santa sede e il governo di Pechino (rimando al mio libro, scritto in dialogo con il cardinal Zen “L’agnello e il dragone” Chorabooks, 2016).

Al cardinal Zen succede il vescovo John Tong Hon, creato cardinale da Benedetto XVI nel 2012. Il cardinal Tong si è distinto per una maggiore prudenza nei suoi rapporti con la Cina. Educato a Macao nel seminario di San Giuseppe, il cardinal Tong ha lavorato nel campo dell’educazione, avendo particolare cura dell’Holy Spirit Seminary e Center. Nel 2017, al termine del suo mandato, gli succederà il vescovo Michael Yeung Ming-cheung. Il vescovo Yeung, educato negli Stati Uniti ed esperto di comunicazioni sociali, è chiamato a raccogliere le importanti sfide che la storia gli pone davanti.

 

18 febbraio 2017

Con la censura alle fake news vogliono censurare il Cattolicesimo


di Giorgio Enrico Cavallo

La menzogna? Nei nostri tempi «diventa verità e passa alla storia», per rubare un inquietante vaticinio di quel profeta laico che fu George Orwell. Perché bisogna essere chiari: la guerra alle fake news lanciata dai nostri burattinai al potere non ha l’obiettivo di ripristinare la verità. Solo le anime belle ci possono credere. Il dispiegamento di forze in atto sta a significare una sola cosa: che il Grande Fratello che governa il mondo sta cercando disperatamente di instaurare una sola verità: quella di regime. Si veda l’inquietante disegno di legge a firma Adele Gambaro (Ala-ex Cinque Stelle), Riccardo Mazzoni (Ala-ex Forza Italia), Sergio Divina (Lega Nord) e Francesco Giro (Forza Italia): lorsignori propongono sanzioni fino a cinquemila euro (!) e la reclusione non inferiore a dodici mesi (!!) per i responsabili della diffusione delle fake news. Osserviamo che tali pene sono rivolte «a chiunque diffonda o comunichi voci o notizie false, esagerate o tendenziose, che possano destare pubblico allarme o per chiunque svolga comunque un’attività tale da recare nocumento agli interessi pubblici». Già, gli interessi pubblici. Come no. Ma il pezzo forte è riservato a «chiunque si renda responsabile di campagne d’odio contro individui o di campagne volte a minare il processo democratico, anche a fini politici»: per lui, la sanzione sarà di 10mila euro e fino a due anni di reclusione (!!!). Insomma, checché ne dicano i responsabili, è una chiara ed evidente legge-bavaglio.
Per capirne l’urgenza, occorre fare un passo indietro. La sconfitta della «vincente» Hillary Clinton, «gioiosa macchina da guerra» (letteralmente) voluta senza se e senza ma dagli squilibrati guerrafondai di Washington, ha dato un colpo troppo forte al sistema  progressista che governa l’Occidente. Trump – bene o male che lo si voglia giudicare – sembra intenzionato allo scontro frontale con tutto ciò che rappresenta il marcio al governo: media compresi. E poiché i media sono il megafono del progressismo, ecco che inizia la guerra alle fake news.
E che saranno mai, le fake news? Guardiamoci bene dal pensare che siano «notizie false». Solo le anime belle, nuovamente, possono crederlo. Nel contenitore delle fake news convergono tutte quelle notizie che danno fastidio al regime culturale progressista. Gli esempi in merito sono molteplici. La denuncia del Parlamento Europeo per la pericolosissima «propaganda russa» e in ultimo il blocco della monetizzazione di un sito indipendente come blyoblu.com di Claudio Messora, sono uno spaccato considerevole della partita in atto.
Quello che temiamo è che la censura si abbatterà sempre più forte e sempre più implacabile man mano che si alzerà il livello dello scontro. Facebook si sta armando per arginare la diffusione delle notizie false; in Italia, la «presidenta» della Camera Boldrini ha armato un team capitanato dai soliti noti «debunkers», gli smascheratori professionisti di presunte bufale. Il tutto, per «combattere l’odio», secondo la sdolcinata giustificazione che serve per mascherare, in realtà, una censura di Stato.
Crediamo forse che questa censura riguarderà soltanto i blogger anti-sistema? Dimentichiamo che chi ci governa è un seguace – più o meno consapevole – dell’illuminismo militante del XVIII secolo. E l’illuminismo aveva un solo nemico giurato: la Chiesa Cattolica.
L’evoluzione storica del pensiero illuminista ha portato al progressivo smantellamento del cattolicesimo, sotto le pressioni degli Stati europei e degli stessi uomini di Chiesa, cresciuti in un contesto sempre più intollerante e ormai drogati, una dose dopo l’altra, di filosofie che tutto sono, fuorché cristiane. Men che mai, cattoliche.
Pensiamo forse che la guerra alle «fake news» coinvolgerà soltanto Messora e, magari, i contestatori di quella rete di potere che soffoca il mondo? Suvvia! È evidente che tutto ciò si ritorcerà contro lo stesso messaggio evangelico: d’altronde, è da anni che si sta cercando con ogni mezzo di edulcorare la parola di Cristo; parola che è Verità, ricordiamolo. La scomparsa dei Novissimi dal magistero della Chiesa è un esempio eloquente e chiarissimo di come la Verità venga smantellata a piccoli pezzi, annacquata e resa innocua. Il prossimo passo sarà quello di trasformare ufficialmente la Verità… in menzogna. Difficoltà uguale a zero: l’ignoranza che il cattolico medio ha della Bibbia, della predicazione di Cristo e degli insegnamenti morali della Chiesa è tale, che i «signori della menzogna» già non hanno nessuna difficoltà a far dire dalle pagine della Scrittura ciò che vogliono loro. No, non stiamo parlando solo degli allegri e fantasiosi predicozzi di Scalfari su Repubblica: pensiamo anche a monsignor Galantino che, nella ormai celebre predica a Cracovia, ha “salvato” Sodoma e Gomorra dalla distruzione. E che sarà mai!
È tutto un florilegio di invenzioni bibliche e di divertissement curiali che lasciano sbigottiti. Tutto serve per depistare, per confondere, per anestetizzare l’animo dei fedeli; e, in fondo, la moltiplicazione delle panzane rende sempre meno efficaci le già deboli difese di chi tenta per il bene della Chiesa di arginare la preoccupante deriva. E se poi qualcuno davvero tenterà di mettere i bastoni tra le ruote… per lui sarà imposto il silenzio. Si veda a tal proposito il degno esito della diatriba con il cardinal Burke, finito in esilio a Guam. In mezzo al Pacifico. Avevano solo da mandarlo sulla Luna, già che c’erano.
Di converso, ai predicatori allineati con il regime della menzogna vengono aperti portoni dorati. Basti pensare a fantasisti come l’ex priore di Bose, a visionari come il cardinale Kasper, agli evangelisti della Chiesa 2.0 come il fondatore di Repubblica. Possono esserci tutti costoro, che ci insegnano come la Madonna non sia importante, come la comunione possa essere concessa a cani e porci e come gli apostoli, in realtà, fossero 13.
Di fronte a questa situazione di evidente guerra alla Verità, dobbiamo comprendere che siamo noi, pecorelle del gregge, che dobbiamo reagire. Se non ci sveglieremo noi, noi cattolici, tutto finirà. La menzogna diventerà inarrestabile: perché alla fine ci crederemo pure noi. Ci diranno che la Sempre-Vergine Maria era una donna come le altre: e noi ci crederemo. Ci diranno che Cristo non ha istituito la Chiesa: e noi ci crederemo. Ci diranno che il Suo sacrificio è stato inutile e che non c’è la Salvezza: e noi ci crederemo.
Saranno così compiute le «magnifiche sorti e progressive», si sarà finalmente debellato quel fastidioso stimolo che costringe gli uomini a riconoscere una Verità più alta, che obbliga le loro ginocchia a piegarsi davanti ad un altare e che schiaccia i poteri umani sotto un potere ben più grande ed eterno. Gli illuministi del Terzo Millennio si saranno costruiti la loro religione, a tratti figlia degli insegnamenti massonici, a tratti figlia delle necessità del momento. E soprattutto, sarà una religione manovrabile a loro piacimento.
Ribellarci? Suvvia, come sarà possibile? Lo «psicoreato» di cui al disegno di legge della Gambaro & Co. ci impedirà di reagire, ribadendo quella che è la Verità di Cristo. D’altronde, andare contro quella che è la novella Chiesa dell’Amore non potrebbe forse essere tradotto, da qualche giudice più scrupoloso di adattarsi al regime, in una sorta di «diffusione dell’odio?». Sembra assurdo? Guardate che i casi giudiziari di buona parte dei paesi ex-cristiani già insegnano che i giudici hanno ampi poteri per condannare chi si oppone al pensiero progressista dominante. Figuriamoci, poi, con una legge-bavaglio come questa!
Ricordiamoci tuttavia che la dittatura culturale che sempre più rapidamente ci sta avvolgendo nelle sue spire non è imbattibile: anzi, essendo nemica della Verità, essa è destinata a non durare. Crollerà da sola, ma non senza una nostra ferma ed attiva difesa della verità. Ricordiamo che il cristiano non può essere «tiepido»: deve essere fervente! La determinazione e la costanza nella professione di fede sono armi che ci denotano come uomini liberi: solo con queste armi potremo vincere la dittatura che scambia il bene con il male. Altrimenti? Non ce ne sarà per nessuno: né in questa vita, né nella prossima. Perché? Rileggetevi la lettera alla Chiesa di Laodicea: «Io conosco le tue opere; che tu non sei né freddo, né fervente; oh fossi tu pur freddo, o fervente! Così, perciocché tu sei tiepido, e non sei né freddo, né fervente, io ti vomiterò fuor della mia bocca» [Ap 3, 14-15]. Chi ha orecchi per intendere, intenda.

 

20 dicembre 2016

Trattato sulla "tolleranza"


di Roberto De Albentiis

Molti pensano che il cristianesimo sia la religione “del dialogo” e “della tolleranza”; bene, mi dispiace, ma non è così, il cristianesimo è la religione dell’annuncio che Nostro Signore Gesù Cristo è Dio e Re (non molto relativista, invero, se diceva di essere, e nemmeno “una” ma “la”, “Via, Verità e Vita”), e, soprattutto, è la religione dell’Amore, dell’Amore sacrificale che porta alla Croce, non della melassa sentimentalista e buonista con cui viene oggi scambiato l’amore o della finta tolleranza di derivazione illuministica, nata anzi contro il cristianesimo. Prima lo si capisce, prima finiranno molti equivoci.

Oggi, quando si vuole tappare la bocca a qualcuno per le sue idee scomode (in grande maggioranza cristiane, certo, ma non solo), lo si accusa di essere “intollerante”: si badi bene, non si scende mai nel merito delle affermazioni, giuste o sbagliate che siano, ma si dice che sono “intolleranti”; non si dice che siano vere o false, ma si dice che “non possono essere dette”. Esempi di censure democratiche e politically correct ne abbiamo sotto gli occhi ogni giorno di più: censure “anti-razziste” (con l’effetto di far aumentare la vera xenofobia!), “anti-omofobia” (con l’effetto, anche qui, di far aumentare il fastidio delle persone nei confronti degli omosessuali!), anti-negazioniste (contro la negazione di un ben preciso genocidio, ma solo di quello, e non certo di altri), e chi ne ha più ne metta.

Il mondo moderno è così alieno dal concetto di verità, di qualsiasi verità, che, in nome della tolleranza, non può fare altro che censurare l’interlocutore, perché non in grado di controbattere efficacemente; e si ha così il caso di un pensiero debole, quello liberale moderno, che spinge verso la debolezza e l’appiattimento tutti gli altri pensieri.

Uno dei bersagli preferiti è il pensiero cristiano che, frutto dell’incontro tra l’antica sapienza ebraica, la filosofia greca e il diritto romano, è un osso fin troppo duro da addentare e digerire e, visti gli insuccessi delle persecuzioni aperte, si prova a svuotarlo di significato: ecco quindi che, per mettere in cattiva luce l’interlocutore cristiano, per tappargli la bocca, lo si accusa di essere incoerente, di essere non “tollerante”, come predicherebbe la sua religione. Ma è così?

Certamente quella cristiana è la religione dell’Amore, ma dell’Amore fondato sul Logos (“E il Verbo si fece carne”; il Verbo, prima di tutto, non l’Amore, per quanto Verbo e Amore coesistano), e che dimostra tale solido amore proprio con l’Incarnazione e con la morte in Croce di Cristo; altro che obamiano e arco balenato “love is love”! L’amore mondano nulla ha a che vedere con quello autenticamente cristiano, essendone una mera e vuota parodia; del resto, quanti degli arcobalenati e degli assertori di tale amore sarebbe disposto a sacrificare sé stesso per le sue idee? Piuttosto, si sacrifichino gli altri, in nome della “tolleranza” e dei “diritti umani”!

L’amore cristiano è tollerante? No. O meglio: è tollerante verso la persona, soprattutto se peccatrice (ma chi non lo è?), perché sa che la persona umana, per l’antica colpa di Adamo ed Eva, è peccatrice, debole, fragile, e senza la grazia divina e il proprio impegno personale, nulla può fare di buono; ma non è affatto tollerante verso gli errori e il peccato, no, mai. Del resto, la tolleranza è un fenomeno di invenzione illuminista, nato proprio contro il cristianesimo, e in specie il cattolicesimo: non si scordi che Locke e Voltaire erano fanatici anticattolici, e quando invocavano la tolleranza era solo per dare addosso all’”infame”, cioè alla Chiesa, loro mortale nemica.

Ma poi, che intollerante questo Gesù, che si definisce Dio e Figlio di Dio, che intollerante quando scaccia i mercanti dal Tempio, o che intollerante quando dice che senza di Lui non possiamo fare niente: non poco o male, NIENTE! O che intolleranti gli Apostoli, come San Paolo, che dicevano che i peccatori impenitenti non avrebbero ereditato il Regno dei Cieli, che chi si comunicava indegnamente avrebbe mangiato la propria condanna, o che non solo non bisogna partecipare alle opere delle tenebre, ma addirittura denunciarle! O che intolleranti i primi cristiani, che pur di non partecipare ai sacrifici pagani o anche solo ai giochi gladiatori, subirono cruente persecuzioni!

Il mondo moderno non riconosce la verità e i suoi diritti, che soli dovrebbero avere spazio, e per questo la combatte strenuamente: soprattutto ai giovani insegna ad essere “tolleranti”, di una tolleranza che non fa prendere posizione davanti al bene o al male (che anzi sono sempre più equiparati, con l’esito finale di far trionfare il male sul bene), che rende schiavi dei propri vizi (che vanno non combattuti, ma, appunto, tollerati), che non spinge a grandi gesti e decisioni, ma fa rimanere nelle proprie situazioni.

Vorrei finire con una frase di uno dei più grandi filosofi e teologi del secolo scorso, Reginald Garrigou-Lagrange, che affermava a ragione che “La Chiesa è intransigente sui principi, perché crede, ma è tollerante nella pratica, perché ama. I nemici della Chiesa sono invece tolleranti sui principi, perché non credono, ma intransigenti nella pratica, perché non amano. La Chiesa assolve i peccatori, i nemici della Chiesa assolvono i peccati.” Volete un facile esempio? Pensate al sesso (non me ne si faccia una colpa, il mondo di oggi gronda sesso da ogni poro, ascoltare un’opinione diversa non ucciderà nessuno!). Oggi il mondo propone sesso in tutte le salse, oggi si ha quasi dignità solamente se si è consumatori sessuali, se si incanalano tutte le proprie energie in tali attività, che peraltro con una normale e sana sessualità nulla hanno a che vedere; ma cosa succede se non ci si interessa a queste proposte, se anzi si propongono o si riscoprono vere alternative, come un fidanzamento serio, la dominanza di sé, il matrimonio? Dal mondo “aperto” e “tollerante”, che tutto permette perché dice di volerti bene, si viene ostracizzati e ridicolizzati. La Chiesa propone una ben precisa e, sì, esigente sessualità, ma se per qualsiasi motivo si cade e ci si pente, è pronta a perdonare e dimenticare. Chi è che mostra vero amore e versa comprensione? E questo esempio è applicabile a tutte le realtà possibili.

Termino con uno strano appello: siate san(t)amente intolleranti, intolleranti alle vere e proprie imposture ideologiche, filosofiche ed esistenziali che vi propinano, siate intolleranti con chi vi prende per deficienti, incapaci di gesti eroici o forti, siate intolleranti con le idee false ed errate. E siate amorevoli, e forti, come amorevole e forte era Gesù Cristo, che tutto era tranne che un mollaccione o un finto buonista, ma era insieme forza poderosa e amore infinito.


 

09 dicembre 2016

Non praevalebunt! Un prontuario per la resistenza cattolica


di Alfredo Incollingo

Il titolo di questa recensione potrebbe far storcere il naso ai cattolici più sensibili, aperturisti e dialoganti, ma non dobbiamo temere il giudizio altrui. Siamo dunque politicamente scorretti, il che non vuol dire insultare alcuno, ma affermare la verità. Il saggio che presentiamo va in questa direzione e va compreso senza “se” e senza “ma”. Le critiche, se ben fondate, sono valide, ma il piagnisteo non ci garba. Dunque se volete conoscere la Verità, con la V maiuscola, non vi rimane che acquistare il nuovo saggio di Fabrizio Cannone, “Per una resistenza cattolica. Politica, attualità e cultura alla luce del Vangelo” (Solfanelli, Chieti, 2016: da richiedersi su www.edizionisolfanelli.it). Troverete una critica pungente della modernità e un nuovo modo di intendere l'esistenza e la società alla luce del Vangelo, come ben evidenzia il sottotitolo.

Procediamo con ordine e presentiamo il nostro autore e collaboratore, sin dal 2012, di Campari & De Maistre. Fabrizio Cannone è romano, fedele all'Urbe, cristianamente parlando, quindi è un cattolico “osservante” (come li si definisce adesso i credenti in Cristo, perché purtroppo oggi esistono troppe e vuote categorie di fedeli). E' un tomista di ferro, che farebbe sbiancare qualsiasi teologo modernista, ed è dottore in Storia del Cristianesimo (Uniroma 2, 2001) e in Scienze religiose (Angelicum, 2008). Ha all'attivo già due libri e ha scritto più di cinquecento articoli su molte testate note e importanti del mondo cattolico (La Croce Quotidiano, La Verità, Fides catholica, Radici Cristiane...). E' un grande e appassionante apologeta, e in questo ultimo lavoro non smentisce la sua vena dissacratoria dei moderni tabù.

“Per una resistenza cattolica” si può leggere come un manuale per giovani credenti o per chi, ormai avanti con l'età, vuole mantenere accesa la fiamma della fede. E' una raccolta dei migliori scritti dell'autore, interamente riveduti migliorati e corretti, ma strutturata come un saggio. Ogni capitolo tratta di un argomento d'attualità, dalla famiglia al tomismo, dal femminismo al gender, appoggiandosi con rigore a dati statistici, citazioni, fonti documentarie... L'erudizione non manca, ma questo lavoro non vuole essere certamente un esercizio di stile. La conoscenza è al servizio della fede e non viceversa, altrimenti è gnosticismo.

Ogni capitolo racchiude un seme di verità che, depositato nella coscienza del lettore, farà germogliare un albero rigoglioso e forte. Cannone ha voluto offrire così tanti spunti di riflessione sui temi più urgenti di oggi, parlando anche dell'importanza del “servizio militare”, per esempio, o del valore della cultura e della ricerca, snocciolando il messaggio evangelico su ogni singola tematica. La famiglia, la vita, la politica o la scuola vengono letti secondo il Vangelo, quindi smantellando i pregiudizi moderni, costruiti sulla sabbia, e fondando queste bellezze della vita sulla roccia, come la Parola del Signore, al quale si rifà.

Ecco quindi lo scopo principale di Cannone: fornire al lettore spunti di riflessione, ma anche strumenti per affrontare il dibattito. Mai arrendersi o tirarsi indietro, ma è necessario affrontate il “nemico” in ogni circostanza. Le trecento pagine di “Per una resistenza cattolica” vanno lette con attenzione (lo stile aiuta notevolmente) e comprese fino in fondo. Mai lasciare nulla per scontato, ma tutto va analizzato e assimilato. Solo in questo modo sapremo far tesoro delle ottime riflessioni di Cannone.

 

26 ottobre 2016

"In Rome we trust": l'ascesa dei cattolici nella vita politica degli Stati Uniti


di Alfredo Incollingo

Gli Stati Uniti sono una nazione per cattolici: a dirlo è l'esperto italiano di geopolitica Manlio Graziano nel suo ultimo libro, “In Rome we trust: l'ascesa dei cattolici nella vita politica degli Stati Uniti”, edito dalla casa editrice bolognese Il Mulino.
Sembrerebbe un controsenso per una nazione a tutti gli effetti protestante, puritana e secolarista, eppure i cattolici nel Nord America sono in costante aumento. Mentre assistiamo ad un calo in Europa, negli altri continenti la fiamma della fede arriva ad illuminare le terre più lontane e desolate. E' paradossale inoltre parlare di ripresa del cattolicesimo in una società laicista e nichilista, come quella americana, che del sacro ha fatto un oggetto da esporre sul camino o su qualche comò: il Buddha sul comodino e la Croce, minimalista, appesa ad una parete come un comune suppellettile.
Invece il professore Graziano ci mostra una realtà del tutto differente: i cattolici sono in aumento in tutta la nazione e hanno un peso politico enorme nonostante siano comunque (ancora) una minoranza. Basti vedere l'entourage di Obama che annovera consiglieri e ministri di fede cattolica, così come numerosi ruoli della giustizia, della difesa e dei dipartimenti di pubblica sicurezza sono occupati da esponenti di rilievo del mondo cattolico. E' un dato sorprendente per Roma, che ha intrattenuto con la Casa Bianca relazioni diplomatiche dalla fine della prima guerra mondiale con il presidente Thomas Woodrow Wilson, poi proseguite tra alti e bassi dai suoi successori. Di momenti di tensioni ce ne furono molti e si rischiò più volte la rottura diplomatica: è il caso della Guerra del Golfo del 1991, quando Bush senior entrò in crisi con il Vaticano per quanto riguarda la legittimità dell'intervento americano nel Kuwait; si temeva che l'influenza vaticana potesse causare defezioni tra i ranghi dell'esercito per l'obiezione di coscienza. Già all'epoca si avvertiva la forte presenza di cattolici nei vari livelli civili e militari dello Stato.
La svolta dei cattolici negli Stati Uniti ci fu con l'elezione del primo presidente cattolico americano, John Kennedy: da allora divennero una presenza costante nel seguito dell'inquilino della Casa Bianca. Probabilmente solo con Reagan tra Washington e Roma ci furono relazioni idilliache per comuni intenti: l'opposizione totale al comunismo sovietico. Come ricorda giustamente il professore Graziano i comuni propositi non hanno mai implicato gli stessi modi d'agire e gli stessi scopi: San Giovanni Paolo II e Reagan, pur condividendo la loro avversione al comunismo, hanno tuttavia perseguito obiettivi differenti (le preoccupazioni del Santo Padre erano di carattere religioso e umanitario). Da Reagan in poi ci furono continui rapporti diplomatici senza svolte particolari, fino all'elezione del cardinale Jorge Bergoglio. L'elezione al soglio pontificio di un papa sudamericano sembra sancire la forte influenza americana all'interno della Chiesa: Papa Francesco è stato eletto anche grazie all'appoggio che ha goduto da parte dei prelati nordamericani e sudamericani che hanno così ribaltato l'eurocentrismo del papato. Bergoglio non ha mancato di manifestare il suo interesse per la realtà americana sia per le questioni prettamente sociali sia per proporre una maggiore evangelizzazione del continente.
Graziano è chiaro nell'esposizione e ci illumina anche riguardo le cause di questo forte aumento dei cattolici in Nord America. Una delle possibili spiegazioni è di carattere etico e spirituale: gli americani soffrono di carenza di guide, di riferimento culturali e morali per cui vedono nel papa un pastore, un capo, anche se dall'estero. Questo spiega le numerose conversioni che ha portato diversi cittadini statunitensi ad abbandonare la loro vecchia fede e ad abbracciare il cattolicesimo.
Gli americani percepiscono la solidità dell'ortodossia e i nuovi fedeli sono all'ordine del giorno: questo è dovuto, secondo Graziano, all'approccio da “Chiesa in uscita” di Papa Francesco che, smettendo la veste di potere, va incontro alla gente, come fanno gli evangelici. Sembrerebbe a tutti gli effetti tra multinazionali che si spiano e che propongono lo stesso prodotto a costi sempre più bassi. Il testo di Graziano pare illuminare questo aspetto fosco del cattolicesimo contemporaneo. Un fattore non trascurabile è anche la forte presenza di ispano-americani che ha non poco influito sull'ordine sociale e ha posto una serie di quesiti recepiti e amplificati dal candidato alla presidenza Donald Trump.

E' giusto sollevare una serie di dubbi intorno all'interessante saggio del professore Graziano. E' vero che i cattolici negli Stati Uniti aumentano quantitativamente, ma è indispensabile valutare la qualità delle singole fedi. Il cattolicesimo liberale, che ha arrecato i danni peggiori nella Chiesa, è la versione che più aggrada la mentalità “liberal” dell'americano medio, che chiede comunque una fede leggera e quindi uno sforzo morale poco impegnativo. Già G.K. Chesterton lo aveva compreso nel suo viaggio americano! La società americana è multireligiosa e difende la libertà di religione: di per sé tutte le fedi sono la verità; la fede cattolica perde di sostanza e si riduce ad una delle tante scelte etiche e spirituali che chiunque può fare e cambiare quando vuole.
Capiamo bene che il problema di celebrare la crescita cattolica negli Stati Uniti ne comporta un altro, ovvero capire fino a che punto i cattolici americani siano cattolici: il professore Graziano mette bene in luce la tendenza autonomista delle singole conferenze episcopali nazionali che spingono per essere il più autonome possibili; il cattolico americano tenderebbe, come il suo omologo tedesco, a essere più indipendente da Roma. Specie in materia sessuale.
Da ciò derivano compromessi con il mondo, errori e eresie che quotidianamente ci regalano chiese effimere e tante piccole alternative, o sedicenti tali, alla Chiesa di Roma. Eppure è anche vero constatare sacche di tradizionalismo (i movimenti pro-life, per esempio) che a noi europei insegnano che la salvezza può venire anche dai luoghi più impensabili: l'America secolarista.
Per quanto riguarda la questione della “Chiesa in uscita”, smettendo le sue vesti di potere, la Chiesa smetterebbe anche se stessa: la Chiesa Cattolica è regale perché è il corpo mistico di Cristo Re e come tale deve rappresentare in Terra la sua maestà. Sembrerebbero parole illogiche, ma anche la veste fa il monaco. Una Chiesa pauperistica, che va incontro solo alla gente (tralasciando Gesù), “all'americana”, è una Chiesa che non riuscirà più a fare carità e si mischierà fino a confondersi con la società, cosa che in realtà non le spetta e deve sfuggire da tentazioni del genere.
La Chiesa deve invece saper andare verso il popolo, fare il vero apostolato, ma nello stesso tempo ricordare che Dio Padre è il soggetto del credo e non l'oggetto o il suppellettile.
Il testo di Graziano è illuminante su un fenomeno che non ci può non interessare, ma a un cattolico praticante e devoto non possono sfuggire alcune osservazioni che andrebbero ad integrare e, si spera, a migliorare il proficuo lavoro.

Un'ultima e non meno importante osservazione va fatto sul caso Donald Trump. Il candidato repubblicano ha sollevato il problema dell'eccessiva migrazione che potrebbe non poco destabilizzare l'ordine sociale americano. Questo non solo a livello religioso, ma anche sociale. La povertà acuisce e il conflitto tra poveri aumenta. Aggiungiamo che gli Stati Uniti, pur restando una grande potenza, hanno comunque risentito della presenza di concorrenti planetari temibili, l'economia americana potrebbe non riuscire ad assorbire l'ingente l'esercito proletario. Si è affermato, durante il seminario di presentazione del libro presso la Sapienza di Roma il 24 ottobre, che Trump possa essere l'alfiere dell'America protestante e capitalista contro quella cattolica e proletaria. E' vero che la dottrina sociale cattolica critica gli eccessi del capitalismo, ma non può certamente essere una paladina del socialismo. Come si è evidenziato durante i lavori congressuali, la dottrina cattolica garantisce un giusto mezzo tra gli eccessi. Trump, a parere di chi scrive, non è il soggetto di una guerra di religiose: Trump è un conservatore, ma laico; è vicino alla tradizione protestante, ma pur sempre è un laico che tratta allo stesso modo cattolici e protestanti, si inserisce perfettamente nella tradizione multireligiosa e tollerante dell'America anglosassone. Non è esente da critiche a gruppi evangelici o di altra confessione cristiana. Trump rispecchia le ansie della (ormai) declassata classe media americana che era la linfa vitale della nazione: di fronte alle sfide di un mondo multipolarizzato, Trump sogna una nazione di nuovo giovane e forte. Gli si può casomai rimproverai una certa vena utopica. La questione dell'immigrazione ha un valore prettamente sociale, di sicurezza e anche economica: accogliere e lasciar morire l'ospite è infamante, peggio che lasciarlo in strada tra stenti.
 

24 ottobre 2016

“Rivolta alla Locanda” di Edoardo Dantonia


a cura della Redazione

Abbiamo intervistato Edoardo Dantonia,un giovane biellese che ha esordito con un breve romanzo per la collana UomoVivo (Berica Editrice).

Nel libro si cita continuamente e esplicitamente GKC. Qual è il motivo di questa riverenza, che sembra un'ossessione?
La mia potrebbe essere definita a tutti gli effetti una malattia, uno di quei morbi che quando ti prendono non puoi più curare. Chestertonite, ecco come la chiamerei. Da quando, intorno al 2011, conobbi il buon Gilbert, rimasi folgorato. Non era come gli altri autori, nonostante non avessi letto poi così tanto all'epoca, ma pareva bensì fatto di una pasta diversa, proprio di un materiale alieno. Il modo di esprimersi, le figure usate, le incredibili leggerezza e semplicità nel giungere a punti a cui tanti poeti e filosofi arrivano con giri di parole ed elucubrazioni ai limiti dell'assurdo: tutto in lui era (ed è) una ventata d'aria fresca. Così, per quel processo d'imitazione comune a tutti, io iniziai a fare miei il suo stile e la sua leggerezza. Certo, i risultati sono quel che sono, e io posso dire di aver eguagliato il nostro come un pollo spennacchiato potrebbe dire di aver eguagliato una maestosa aquila, ma la strada è quella e sono contento di essere così poco originale da percorrerla.

Come nasce questo libro? Il libro riguarda la nascita di un uomo libero, diciamo pure una conversione. Oltre al riferimento chestertoniano, vi è un intenzione autobiografica? E apologetica?
Il libro nasce da una vecchia idea che coltivo da anni, quella di un vecchio allegro e un po' folle che trascina in una serie di avventure un giovane cinico e serioso. C'è certamente l'idea di una conversione, di un cambiamento, di una rivolta per l'appunto. E altrettanto certamente c'è un qualche riferimento autobiografico. Ma, come ho scritto in parte già nei ringraziamenti (che sono anche una postfazione), non sono io che faccio la morale agli altri, mostrando il mio modello, quello buono di Pecherton, contrapposto a quello cattivo degli altro, quello di Malthus. In realtà tutto il racconto è un continuo redarguire me stesso, è un puntare il dito più contro di me che contro gli altri. Sono io il giovane sempre troppo serio e cinico per questo mondo pieno di meraviglie. La rivolta di cui parlo è quella che io dovrei condurre nei confronti di me stesso e di quella parte di mondo che ci vuole seri e posati, cinici e disincantati.

Nel libro si scorge una lotta tra i pochi folli e felici che vivono vedono la realtà e i molti ubriachi e tristi di politicamente corretto. Come proseguirà questa lotta?
Da come vanno le cose ultimamente, sono sempre più solito pensare che il destino dei cristiani sia di tornare a nascondersi nelle catacombe (passatemi questa inesattezza storica) e che il buon senso comune sarà sempre più schiacciato sotto il peso della logica. Solamente, avremo nascondigli manifesti, alla luce del sole. Le persecuzioni ai nostri danni saranno più subdole di quelle che avvenivano anticamente e che avvengono tutt'ora in certe parti del mondo orientale, e già ora è scandaloso mostrare un piccolo crocefisso al collo e farsi il segno di croce in pubblico fa quantomeno storcere il naso, come se ci si grattasse l'inguine. Ma sappiamo bene che la vittoria di Cristo e della Chiesa non passerà per cose mortali e terrene, per cui la cosa non mi spaventa poi così tanto.

Il Cielo è dei violenti? Questo romanzo cristiano è pieno di risse. Come si concilia questo con il cristianesimo?
Il Cristianesimo non è mai stato qualcosa di delicato e posato, Cristo stesso nel Vangelo usa frequentemente parole tutt'altro che dolci, fino al famoso episodio dei cambiavalute nel tempio. La violenza che usa Pecherton non è mai fine a sé stessa, gratuita, ma ha sempre un fine buono. Non mette al tappeto i poliziotti per il gusto di farlo o per qualche odio nei confronti delle divise, ma bensì per rispondere ad un'impellenza, per difendere un povero locandiere dalle vessazioni dello stato.

All'inizio nulla lo fa presagire, ma il racconto è anche e forse soprattutto una sconvolgente storia d'amore...
A un tratto nel racconto dico che per muovere un cuore ci vuole un grande calore, e nello specifico si parla di un atto di gentilezza gratuita del buon Pecherton. Ma la verità è che il vero calore, il vero motore di tutto è l'incontro con la sua bella, la donna che lo ha fatto uscire dal suo bozzolo di cinismo e disincanto. Pecherton è di sicuro un pazzo con una forza (morale e fisica) fuori dal comune, ma ha bisogno di materiale su cui lavorare, ha bisogno di qualcosa di concreto verso cui far tendere il giovane Malthus. È vero che non ci si salva da soli, che sono gli altri a tirarci fuori dal nostro buco, ma è altrettanto vero che è un evento concreto o una persona in particolare che ci trascina all'esterno. D'altronde, ogni rivolta che si rispetti inizia con un atto violento, e in questo caso è il colpo di fulmine che coglie il giovane esattore nell'autogrill.

 

05 agosto 2016

Come ti distruggo la Chiesa con nonchalance

 (OVVERO NIENTE FATWA DEGLI EUCLIDEI SULLA TESTA LOBACEVSKIJ)

«Il fondamentalismo è una malattia che c’è in tutte le religioni»
(J. M. Bergoglio, Vescovo di Roma)

di Matteo Donadoni

Porto una “chin curtain”. Se fosse rosso carota sembrerei Paddy, l’irlandese qualunque. De facto si può dire che è una barba islamica. Non per nulla il mio parroco mi ha sfottuto per anni con un ridacchiato «sei un talebano cattolico”. Come se potesse esistere. Certo, se fossi un buon cattolico sarei un fondamentalista cattolico, in fondo, fondamentalista è solo colui che si rifà ai fondamenti: un fondamentalista matematico si rifà ad Euclide, la cui rigorosa teoria geometrica, gli “Elementi”, si basa su presupposti dogmatici (il punto non ha dimensioni, la retta è infinita e composta da infiniti punti, e perfino il segmento, che è finito, è composto da punti infiniti, e via discorrendo). Non per questo un euclideo anche solo abborracciato se ne va in giro a sgozzare o tirar pistolettate ai seguaci di Nikolai Lobacevskij (1792 – 1856). Il fondamentalismo religioso è l’atteggiamento di purificazione della fede tramite il ritorno ai principi fondanti la religione data. Se, nella fattispecie, prendessimo in esame la religione ebraica nella sua compiutezza messianica, e cioè il cattolicesimo, bene, i fondamenti cattolici sono Gesù e il suo Vangelo, soprattutto. Mi sento di affermare con certezza pressoché totale che Gesù Cristo è assolutamente fondamentalista riguardo a se stesso. Perciò, non è un male in sé essere fondamentalista. Un fondamentalista cattolico segue il Vangelo, ad esempio Santa Teresa di Calcutta. Male è se i fondamenti sono malvagi. O quantomeno mal posti.
Ora, aveva torto il mio parroco, che chiameremo qui “Benvoglio”, a chiamarmi talebano, intendendo quel termine come dispregiativo, per poi sostenere in un’omelia che sono santi anche i mussulmani. Un ragionamento che difetta di logica. Piaccia o no, il nostro universo funziona ancora, per ora, secondo rapporti causa effetto. Avrebbe fatto meglio a chiamarmi scemo, o ritardato. Termini che, tuttavia, nella nuova dittatura culturale benpensante in cui la sodomia è un diritto, sono diventati il culmine della bassezza morale: dire ritardato di un ritardato, e cioè dire la verità, non licet. In effetti un po’ ritardato lo sono. Vedo ogni mattina allo specchio una barba islamica e non mi è venuto in mente di spacciarmi per imam (cosa ben fattibile dato che in Egitto mi hanno più volte trattato come tale), per predicare una geremiade in chiesa. Avrei potuto magari, una volta tanto, rischiare di dire qualcosa di cattolico ai fedeli. Così, al mio posto ci sono andati dei maomettani veri per predicare a pochi gonzi cattolici o sedicenti tali: «Allah, dacci la vittoria sui miscredenti». Tanto per loro è arabo. Ma chi l’avrebbe mai detto che oggi, come in un famoso film dell’indimenticabile Peter Sellers, «Oltre il giardino», sembrar scemi sarebbe potuto diventare un traguardo? Se è così confermatemelo, perché ho una certa predisposizione naturale e potrei diventare ministro degli esteri o magari, che ne so, cardinale. A me sembra che noi cattolici siamo diventati una manica di ritardati. Allora vorrei fare una proposta: chi pensa ancora di essere un cattolico ortodosso (è una pena doverlo precisare) faccia lo sforzo di andare in parrocchia, alla Messa novus ordo, e poi in sacrestia o in canonica o in oratorio, e rompa le scatole. Se i preti fanno i finti tonti, facciamogli capire che lo sappiamo. Se sono tonti, facciamogli capire che con gli islamici in chiesa e i cattolici a casa hanno perso. Hanno fallito. Con garbata serenità d’animo e pacatezza nel parlare, rompiamo le palle. Io non credo che siano tonti, più facile che siano stati riprogrammati cerebralmente da un’entità soprannaturale extraterrestre. In ogni caso facciamo in modo che sappiano che, anche se a volte esageriamo col rum, siamo irriducibili alla Religione Unica Mondiale.
Ma, forse, il problema maggiormente diffuso non è di natura teologica, forse, ho sbagliato a credere che fosse un problema di interpretazione delle Scritture, che fossero sic et simpliciter eretici modernisti. Intendiamoci, penso ancora che siano sostanzialmente eretici. Ma non sono dei semplici eretici, la causa prima in gran parte dei casi è un difetto di logica. La quota restante è giustificabile con la piena e deliberata adesione al male, al progetto del principe di questo mondo, in cambio delle solite cose: qualche soldo, un po’ di porpora, qualche sollazzo sodomitico.
Circola da molti anni una battuta irriverente (e un po’ blasfema), della quale mai come oggi percepiamo l’amara verità: «Ci sono tre cose che non sa nemmeno lo Spirito Santo: 1. quanti soldi hanno i Salesiani, 2. cosa dicono i Gesuiti, 3. e quanti cavolo di ordini di suore esistono». Ora, all’attenzione mondiale si pone la domanda: cosa dice El Jesuita? Una volta le sparate stucchevoli le facevano i filosofi come Nietzsche: «Dio è morto». Il mio parroco Benvoglio solo domenica ha avanzato dei dubbi sul fatto che Dio risponda alle nostre domande. Ovvio, come il filosofo, ma molto meno originale, perfino Bergoglio aveva appena detto: «Dov’è Dio davanti a tutta questa violenza?». La domanda è retorica, la conclusione è la stessa: Dio è morto. Possibile che il custode della cristianità non sappia quello che dice? Che sia finito sul Soglio di Pietro come un rimbalzo impazzito di una palla da flipper? Già, ci sono i bambini che soffrono. Brutta storia. Per la verità ci sono bambini che muoiono. Quindi è una giustificazione buona per ammettere anche solo un sacerdote voltairiano credente in un dio fallace, debole, volgare ed incompetente? Un dio sadico che non vieta la morte dei bambini? Chance Giardiniere, il personaggio interpretato da Peter Sellers, ad una domanda del genere avrebbe serenamente risposto: «me ne rendo conto». E forse sarebbe la risposta migliore da dare a queste perle di insipienza teologica. Ergo, rendiamoci bene conto che un qualsiasi imam non ha nessuno di questi dubbi, euclideo o meno, carissimi ecuminestronisti, egli sa che il fuoco scotta perché così vuole Allah, e se l’avesse voluto freddo, tale sarebbe.
D’altra parte di che preoccuparsi? L'islam non è terrorista, Dio non è cattolico. Che rimane, dunque,  di cattolico all’Occidente? Le industrie che recuperano materie prime terzomondiali, le case farmaceutiche non abortiste, i fabbricanti d’armi e quattro farisei duri di cuore, fondamentalisti col cervello rattoppato, da chiudere nelle riserve indiane della Messa in latino – in effetti, pensandoci, la mia barba è anche amish, altra riserva antropologica. Poi? Ah già, i violenti. Cattolicissimi. Sappiate che secondo la logica vaticana, se un ragazzino islamico decapita un sacerdote in chiesa al grido «Allahu Akbar!» è un povero disagiato bullizzato dai coetanei razzisti bianchi cattofarisei e la religione non c’entra un fico. Indagando bene potrebbero essere imputabili certi produttori di mannaie assetati di soldi. Lo dice Bergoglio, sofista di prim’ordine, non c’è che dire, il quale ad un’ulteriore domanda, circa le iniziative possibili per contrastare il fenomeno, ha risposto: «il terrorismo cresce anche quando non c'è un'altra opzione in un mondo che mette al centro dell'economia il dio denaro e non la persona, l'uomo e la donna. Questo è già il primo terrorismo, un terrorismo di base contro tutta l'umanità. Pensiamoci». Gli islamici ucciderebbero i cristiani a causa del loro cattivo rapporto col denaro. Quasi una liberazione dalla schiavitù dello sterco del diavolo.
Se invece un battezzato, con ogni eventualità non praticante, commette un comune omicidio è altamente probabile che la causa sia connessa all’odio religioso: «A me non piace parlare di violenza islamica. Tutti i giorni sfoglio i giornali e vedo violenze. In Italia, uno uccide la fidanzata, un altro la suocera. E questi sono cattolici battezzati, sono violenti cattolici. Se parlo di violenza islamica devo parlare anche di violenza cattolica». «Ma non tutti gli islamici sono violenti, non tutti i cattolici lo sono, non facciamo una macedonia. Una cosa è vera: in quasi tutte le religioni c'è sempre un piccolo gruppetto fondamentalista. Noi ne abbiamo. Il fondamentalismo arriva a uccidere e può farlo con la lingua, la chiacchiera (come dice l'apostolo Giacomo) o con il coltello. Ma non credo sia giusto identificare l'islam con la violenza. Non è giusto e non è vero». Ora, per quanto mi sia fatto la convinzione che non sia possibile esser buoni ed allo stesso tempo equilibrati, sono convinto che quei giovani rei di fondamentalismo secondo Mario Bergoglio, il grande accusatore dei cattolici, in quanto tali non daranno mai vita, grazie a Dio, un gruppo terroristico tipo IRA (Irriducibili Ragionevolmente Arrabbiati) per farlo fuori a causa della sistematica demolizione della Chiesa per la creazione di un futuro in cui non licet esse catholicos. Ciò anche se il vescovo di Roma predica a braccio male e razzola peggio, e la macedonia la fa e come, quando riduce il terrorismo islamico ad una sorta di faida camorristica locale. Sarebbe come definire la Grande Guerra un banale regolamento di conti mafioso per uno sgarro al picciotto del Kaiser. Invece, un fatto oggettivo è che, come tutti i sacerdoti sono Leviti, ma non tutti i Leviti sono sacerdoti, non tutti gli islamici sono terroristi, ma tutti i terroristi sono islamici. «E questo è un fatto. Fatti Ercùle, fatti!» diceva l’ispettore Clouseau, altro personaggio tragicomico di Sellers in «Uno sparo nel buio». Tuttavia, non posso nemmeno dimenticare la sentenza dell’ispettore capo Dreyfus, interpretato da Herbert Lom: «Dammi dieci uomini come Clouseau e io ti distruggo il mondo». Per distruggere la Chiesa ne basta uno.
Brutto segno non voler vedere l’evidenza dei fatti per rifugiarsi in motivazioni ideologiche preconfezionate. Così come «Brutta copia della bontà […] è la remissività o ripugnanza a crear contrasti» (G.K. Chesterton, La Saggezza di Padre Brown). Esser remissivi non significa esser buoni, significa essere tonti o conniventi – e la botanica non c’entra. Se solo fosse Papa padre Brown, forse liquiderebbe chi la pensa come Nietzsche con una battuta: «Dio è morto? Per ora è morto solo Nietzsche». Così i fedeli non dovrebbero liquidare il vescovo di Roma così: «Dov’è Dio davanti a tutta questa violenza? Dov’è il Papa, davanti a tutta questa violenza!».