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19 novembre 2017

I Demoni hanno infettato la nostra società


Foto di Alfonsa Cirrincione
di Adriano Segatori

«Noi faremo morire il desiderio: diffonderemo le sbornie, i pettegolezzi, le denunce; spargeremo una corruzione inaudita, spegneremo ogni genio nelle fasce. Tutto allo stesso denominatore, l’eguaglianza perfetta». Così si esprimeva Verchovenski tampinando Stavroghin, il quale pensava che il suo accompagnatore si fosse solo riempito di cognac, mentre nelle sue parole c’era un sincero e autentico alito di nichilismo. E i Demoni, non solo quelli di Dostoevskij, hanno perfettamente infettato la nostra società.

Il brutto avanza, pervade e metastatizza ogni espressione umana. Dall’imbrattamento dei muri al turpiloquio diffuso, dall’assenza di stile all’omologazione della devianza, ogni cosa riporta ad una prevaricazione dell’informe e dell’anomalo.

Quando si fa notare a qualcuno – a molti – l’indecenza delle nostre città, di certi comportamenti e di talune condizioni individuali e sociali ci si sente rispondere: è solo una questione estetica. Già: solo una questione estetica. Peccato che è proprio sull’estetica che si fonda il senso stesso della vita.

Il percorso esistenziale al quale il nichilismo ci ha abituati è l’antitesi etimologica e concettuale dell’estetica, cioè della percezione attraverso i sensi. È l’anestesia, l’an-aisthesis, l’insensibilità di fronte alla deformazione del suono, sia nella sua armonia che nel criterio quantitativo di esclusione del silenzio; alla contraffazione delle immagini e dei colori, in composizioni deformate e aberranti; alla scomunica dello stile, con la sciatteria e il disordine spacciati come spontaneità e anticonformismo.

Il Brutto dilaga nella perversione dei piani regolatori, nella riduzione dell’uomo a strumento intercambiabile, nei rapporti interpersonali narcisistici e cinici, nella finanza usuraia ed estorsiva. E con il brutto avanza il Male, lo scadimento di ogni principio sostituito da piccole e untuose indecenze, con l’indifferenziazione di genere e il consenso informato delle trasgressioni, con l’ipocrisia dell’igienismo morale e con l’accettazione di subdoli peccati omologati.

L’antico kalòs kai agathòs, il bello e il buono, nella sua accezione di valoroso, virtuoso, aristocratico, sapiente e saggio, quindi di una tensione all’eccellenza umana e ambientale, è stato sostituito dal giusto limite della mediocrità e dalla proletarizzazione delle voglie. Mentre i comportamenti individuali manifestano la negazione di ogni stile e di ogni specifica personalità, e tutti gli ambienti replicano uguali punti di degrado e di abbandono estetico, un’operazione anestetizzante e distorsiva confonde il pensiero critico in un fuorviante gioco di specchi.

Ci troviamo di fronte ad un’unica strategia che punta alla rassegnazione diffusa e ad una euforica accettazione della realtà.

Le tattiche che questa strategia mette in atto sono molteplici e diversificate: da un lato puntano ad offuscare e ad alterare i dati reali della bruttura, spacciandoli per banali condizioni di transitoria trascuratezza, dall’altro esaltano una realtà virtuale che esorcizza il Male, lo nega e lo banalizza.

Philippe Muray parla di Società di Paccottiglia, dove la vita è ridotta ad apparenza, dove ogni verità è dissimulata in illusione ottica, dove ogni piacere rientra in una specie di malattia dei sensi, dove il decoro viene stigmatizzato a reperto retrogrado, dove la decenza è solo un orpello retrivo. Si dice che un espediente del diavolo per agire indisturbato è quello di far passare la notizia che non esiste. È questo il nichilismo attuale, del quale il Forestaro è la metafora jungheriana attualizzata.

Il Grande Feticcio della bontà, del benessere, dell’accoglienza, della solidarietà, della bellezza, del migliore dei mondi possibili, si scontra con la realtà – quella sì vera e diabolica – della cattiveria, del disagio, della perversione, della viltà, dell’orrore e dell’incubo. Ogni profilassi è falsa e perdente come colui o coloro che la propongono.

Al Forestaro, metafora di rovina, di illusionismo, di oscenità, di viltà, di paura, di passività e di confusione, ci si può opporre solo – paradossalmente – facendo leva sul nichilismo, su quella condizione estrema che, una volta raggiunta, determina il momento della decisione, del perseguimento del desiderio, dell’individuazione del nemico e della tensione all’Essere.

Forse, è un auspicio, solo la consapevolezza di essere assediati potrà determinare quel percorso in tre tappe esplicitato da Nietzsche come cammello, leone e fanciullo: trasformare, cioè, l’Io devo in Io voglio, e l’Io voglio in Io sono.


http://www.lefondamenta.it/2017/11/11/demoni-non-solo-dostoevskij-infettato-la-nostra-societa/



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08 gennaio 2017

Discorsi da pub sulla bellezza femminile ed altre amenità

di Giorgio Enrico Cavallo
Mi perdonerete se mi dedico ad un discorso da “cristiani al pub”, ma suppongo che a molti farà piacere. Parliamo di donne. Di belle donne. Parliamo di bellezze da sogno, di quelle che noi altri cattolici “old style” ci limitiamo ad apprezzare – eh! – senza mai fare un passo oltre il consentito. Ecco, parliamone così, come quattro amici al bar. La discussione cade su “miss Helsinki” 2017. Alcuni dei miei quattro amici già immaginano una ragazza sorridente, bionda e candida come la neve. E invece googlando tra un boccale e l’altro, ecco la sorpresa: miss Helsinki si chiama Sephora Ikalaba, ed è nera. Un po’ lontana dagli stereotipi sulle bellezze finlandesi.
E niente, il discorso su di lei finisce qui, perché ai quattro amici cattolici non interessa che la ragazza sia nera o bianca: è sempre figlia del Dio Altissimo e, come tale, è nostra sorella. Punto. Fine della storia.

Ma i quattro amici al bar non sono il classico esempio di cattolici con i paraocchi, che oggi sembrano essere così numerosi e – ahimé – pure dannosi. No. I quattro amici ragionano. Valutano la realtà che li circonda si pongono delle domande. E uno chiede all’altro: «Ma senti un po’, è normale che miss Helsinki sia nera? Cioè: non sarebbe giusto che in Finlandia le miss fossero finlandesi e che in Congo fossero congolesi?». Sacrosanta verità: altrimenti, perché chiamare un concorso di bellezza: “miss Helsinki”? Chiamiamolo con un anonimo: “miss più bella delle altre”, e tanti saluti.

Un altro amico si domanda, a stretto giro: «Ma secondo voi è normale che in Occidente non ci sia più un canone di bellezza riconosciuto?». Domanda interessante. Perché è innegabile che non c’è solo lo scherzetto di una miss nera in una nazione dove il sole si vede, praticamente, soltanto d’estate. No. Se ci guardiamo in giro, scopriamo che i canoni estetici sono cambiati; e cambiati molto. In meglio? Mah, certamente in modo caotico: donne che si credono uomini, uomini che si credono donne. Pubblicità di intimo femminile per i maschietti e donne (?) transgender barbute che diventano icone di bellezza. Ci rendiamo conto che è un tantino oltre misura? Ma – direte voi – siamo solo cattolici al bar e per di più bigotti. Forse avete ragione. Ma amiamo apprezzare le cose al loro posto: più sono al loro posto, più sono belle. L’ordine delle cose è voluto da Colui che le ha ordinate, che ha detto che in Finlandia le donne sono di pelle chiara e che i sessi sono due, non un numero compreso tra 1 e infinito. 

Ed ecco che salta fuori il più sveglio del gruppo. «Ma come? Non avete capito? È un complotto, ci vogliono togliere l’identità!». No, caro amico: non “ci vogliono” togliere l’identità. Perché se finiamo per credere al complotto, crediamo anche che esista un gruppo composto da chissà chi che controlla ogni cosa, ordina le guerre, legifera, giudica e – già che giudica – invia dei suoi loschi emissari a giudicare delle ragazze in un concorso di bellezza del quale, altrimenti, noi tutti saremmo all’oscuro.

Se proprio vogliamo credere ad un complotto, crediamo a questo: siamo noi stessi che ci vogliamo togliere l’identità. Noi occidentali abbiamo paura della nostra identità: da cultura filosofica che ragiona e disquisisce sull’identità dell’uomo – grandiosa eredità della classicità – siamo diventati una non-cultura che volutamente nasconde la testa sotto la sabbia. Non solo non ragioniamo, ma abbiamo paura di ragionare perché… non sappiamo più farlo. E volete sapere quando abbiamo perso il «ben dell’intelletto?». Quando abbiamo dimenticato Dio. Perché è guardando a Dio che sappiamo distinguere il bene dal male, il giusto dallo sbagliato. È guardando a Dio che sappiamo chi siamo e qual è la nostra identità. Che sappiamo apprezzare l’ordine e non il disordine. Anzi: sappiamo che il disordine odora di zolfo, perché mina l’ordine voluto da Nostro Signore per il mondo.

Siamo dunque noi stessi occidentali che ci puniamo. Che puniamo la nostra miseria di esseri super-tecnologici che non sanno comunicare con la tecnologia nient’altro che immagini di gattini. Ci puniamo perché dall’alto di tutta la nostra potenza, siamo uomini senz’anima, prima ancora che senza testa. E i giudici di Helsinki beh… vai a sapere che avranno pensato. Ma di certo avevano un certo disordine nella testa anche loro.
«Sì, ma perché tutta ‘sta filippica per un concorso di bellezza?», salta fuori l’ultimo amico, quello che non aveva mai parlato prima. «Se non vi piace questo mondo disordinato e caotico, agite come i buoni cattolici: pregate e date il vostro buon esempio. E piantatela di prendervela con le miss finlandesi che tanto, alla lunga, fa anche male alla vostra autostima». È vero. Inutile dirlo: ha ragione lui.
 

14 novembre 2016

I mostri sacri: quando il brutto si fece arte e venne appeso nelle chiese


di Giorgio Enrico Cavallo

Un’indagine del Censis, recentemente, ha rivelato l’ignoranza abissale degli italiani in fatto di fede cattolica. Non c’è da stupirsi: lo sappiamo benissimo. Ma al posto che domandarsi come mai la gente non legga più il Vangelo, domandiamoci una cosa: quali immagini vengono associate alla figura di Cristo?
Per secoli, infatti, l’Europa ha tramandato la sua fede con le immagini. Passata la fase di evangelizzazione del tardo impero romano, quando il continente si impoverì e divenne frontiera da difendere contro i barbari e contro le eresie, il popolo è stato educato, più ancora che dai preti, dalle immagini sacre che venivano raffigurate sulle pareti delle chiese. C’era la vita e la predicazione del Cristo, c’erano le storie di san Francesco o sant’Antonio; c’era il succo di quella complessa eppure semplicissima teologia mariana spesso nota più ai semplici che ai sapienti.
Non è mistero che nel Medioevo la stragrande maggioranza della popolazione non sapesse né leggere né scrivere. La lettura e la scrittura erano arte dotta, propria di chierici e prelati, e tutto era confinato in una lingua – il latino – morta e stramorta. Era evidente che il popolo, incolto, apprendesse dalle mute immagini che decoravano le chiese. E probabilmente ciò giovava pure ai sacerdoti, ai monaci, ai chierici: a tutti coloro, insomma, che la Bibbia dovevano conoscerla – è il caso di dirlo – a memoria e che spesso dimenticavano qualche passaggio. L’importanza della memoria visiva era già stata affermata da Sant’Agostino (Confessioni, X, 18.27) e poi ripresa da una moltitudine di autori successivi, che d’altro canto avevano a loro volta appreso ed imparato sui mosaici e sugli affreschi, od osservando le vetrate delle cattedrali gotiche.
Possiamo dire lo stesso oggi? Le chiese, dal razionalismo in avanti, si sono spogliate di decorazioni artistiche e, quando qualche sparuto quadro è rimasto, esso ha perso la sua stessa funzione di elevare l’uomo a Dio. Le icone – se non sono state, grazie ad un intervento della Provvidenza, sostituite almeno da icone di tradizione ortodossa – sono diventate dei complessi nonsense, dove la figura di Cristo è stilizzata, scomposta, deformata. Naturale: gli artisti – pietà! – contemporanei seguono quella che è l’arte – pietà! – contemporanea, che tutto vuol essere, fuorché raffigurazione del vero e del bello. Si assiste, così, ad un’arte sacra che nulla ha di sacro, perché priva delle categorie di verità e di bellezza proprie della fede cristiana.
Senza verità, non c’è bellezza: posso fare un quadro astratto, il più complesso e il più raffinato del mondo; ma non sarà mai “bello” di una bellezza naturale. Esso sarà semmai “bello” di una bellezza fredda, artificiale, come possono essere belli una macchina, un ingranaggio, una fabbrica. Ma Cristo vuole parlare al nostro cuore di uomini, non alla nostra voluttà di piccoli ingegneri. L’arte contemporanea, in definitiva, non può essere applicata all’arte sacra perché essa ha delle categorie differenti: esalta il dubbio ed il relativismo – ed è innegabile che, in un quadro astratto, ognuno possa vedere ciò che vuole – mentre la fede si basa sulla verità del Vangelo.
Va da sé, poi, che quando si assume l’arte contemporanea come forma di decorazione delle chiese, vien meno anche il concetto stesso di decorazione. È innegabile che gli affreschi di Giotto o di Michelangelo istruiscano più di mille prediche; può dirsi lo stesso delle scadenti forme di arte delle quali sono piene le chiese moderne? Cristi sbilenchi e scheletrici, Madonne dal volto enigmatico e inespressivo, santi che sembrano vaghe sagome in luoghi indefiniti ed allucinati. E questo quando ancora va bene; ma spesso gli artisti più che sui singoli episodi evangelici – ridotti generalmente a tre: la nascita di Cristo, l’ultima cena e la crocifissione – preferiscono passare a piani del tutto metafisici: ecco che compaiono simboli remoti e di difficile decifrazione: forme geometriche, mani che “fanno cose” ma non ci capisce bene cosa, occhi che guardano, spiriti a mo’ di colombe che svolazzano qui e là senza saper che fare; il tutto usando colori che fanno a cazzotti con l’armonia e l’eleganza e ti fanno distogliere lo sguardo il più rapidamente possibile.
Queste raffigurazioni sono note ad ognuno di noi e vanno di pari passo con l’incapacità degli artisti di oggi, palesemente inadatti ad assurgere al ruolo di “educatori visivi” perché – viene da pensare – sono essi stessi da educare al Vangelo.
La cosa più evidente in tutto questo panorama sconcertante è che l’arte visiva “sacra” è morta, ancor più di quanto sia morta l’arte visiva “laica”. Nel secondo caso, infatti, l’ignoranza e la bestialità dei moderni artisti è anzi richiesta e applaudita: più le produzioni artistiche sono criptiche, oscure, scandalose e demoniache – sì, proprio demoniache – tanto più questi presunti autori sono pagati e acclamati. Nel campo del sacro, semmai, sono pagati ed acclamati in certi ambienti ecclesiastici che hanno perso – sembra – la tramontana, costringendo i fedeli a pregare in chiese dall’architettura oscena e proponendo loro presunte icone che di sacro hanno solo la benedizione del prete. Non sorprendiamoci, quindi, dell’ignoranza dei cattolici: spesso, va di pari passo al cattivo gusto dei loro pastori. Mala tempora currunt…

 

17 luglio 2016

Viaggio sentimentale e devozionale a Roma: le Sette Chiese (Parte I)


di Alfredo Incollingo

A Roma ci si deve accostare con devozione e con sacro rispetto. Non è una città qualunque, anonima come le grandi metropoli moderne. A Roma ci vai per pregare e salmodiare, per respirare cultura e per conoscere i valori più alti della civiltà. Se sei il classico turista irrispettoso e chiassoso, allora vai altrove! Roma richiede silenzio e contemplazione.
E' la città sacra per eccellenza: ogni luogo e ogni pietra traspira la spiritualità che per secoli ha permeato l'Urbe e l'Occidente. La fede cristiana vive nelle numerose chiese e nei ricordi di epoche passate che l'hanno resa il centro del mondo. Dio ha scelto l'Urbe per diffondere il suo Verbo e per tale motivo non possiamo non accostarci ad essa con devozione.
A Roma ci si viene con religiosità e ci si inginocchia ai sacri altari meditando sulle vite e sulle gesta dei grandi santi che qui vissero. La bellezza delle chiese romane, tanto osteggiata dai moderni bacchettoni del pauperismo, è la celebrazione di Dio tramite l'arte. Il bello non è un valore assoluto, perché è lo strumento per glorificare la perfezione divina. Bernini e Michelangelo, Borromini e Raffaello, per citare i più noti, contemplarono Dio con le loro arti, così come un corista con il canto e un monaco con le preghiere: ognuno loda con le sue qualità migliori. Il sentimento è quindi spontaneo e nasce dalla meraviglia e dalla gioia nel testare una fede tangibile.

Il cattolicesimo a Roma si racconta con le sue chiese, che nel tempo hanno preservato la sacralità dei luoghi dove sono sorte o gli alti concetti che le loro decorazioni racchiudono.

Sette chiese testimoniano con la loro mole le fondamenta cristologiche ed ecclesiologiche della Chiesa Cattolica. Il Giro delle Sette Chiese si organizza durante la settimana santa che precede la Pasqua e durante i Giubilei. Si chiede la remissione dei peccati, la misericordia divina e si rivive meditando la Passione di Cristo.
Sette è un numero chiave per i cattolici. Sette sono i peccati capitali, le virtù, i salmi penitenziali, le opere di misericordia, i Sacramenti, i doni dello Spirito Santo, le tappe fondamentali della Passione, le parole pronunciate da Gesù in croce e le Sue effusioni di sangue. Sette sono anche le chiese d'Asia citate nell'Apocalisse di San Giovanni per ricordare l'universalità del cattolicesimo e il ruolo centrale del Papa.

Si parte da San Pietro in Vaticano, che custodisce la tomba dell'Apostolo, prima guida della comunità dei fedeli per mandato divino. La sua imponenza e maestosità celebra il Primato della Cattedra Pietrina. San Paolo fuori le Mura, la seconda tappa, conserva al suo interno la tomba dell'Apostolo delle Genti, San Paolo di Tarso, e le catene della prigionia, simboli di martirio (avvenuto nei presi dell'Abbazia delle Tre Fontane). San Paolo non conobbe Cristo direttamente, ma ebbe fede, talmente immensa da evangelizzare i gentili viaggiando per l'impero romano. Fu uno dei grandi animatori delle prime comunità cristiane e le sue lettere, raffinati trattatelli di teologia, furono le prediche fondanti della nascente Chiesa Cattolica.
San Sebastiano e San Lorenzo fuori le Mura sono le basiliche costantiniane sorte in ricordo dei primi martiri della cristianità: l'imperatore Costantino le volle dopo la sua divina vittoria per commemorare le vittime delle persecuzioni imperiale e, forse, per un possibile presagio... (ancora oggi i cristiani sono perseguitati!)
Costantiniane sono anche le basiliche di Santa Croce in Gerusalemme e San Giovanni in Laterano. La prima ha in sé le prove materiali della Passione di Nostro Signore, il titulus crucis e i frammenti della croce, portati da Sant'Elena a Roma. La seconda è la “Madre di tutte le Chiese”, la prima chiesa della storia della cristianità. E' la cattedrale di Roma ed è dedicata a San Giovanni Evangelista e ad un'altra figura emblematica, San Giovanni Battista, colui che predicò l'imminente venuta di Cristo. Costantino e Papa Silvestro vollero dedicare la basilica a due grandi omonimi testimoni di Cristo: il Battista annunciandolo e l'Evangelista tramandando il Suo insegnamento.
L'ultima tappa del giro è la basilica di Santa Maria Maggiore. Venne edificata per celebrare il dogma della divinità materna di Maria, riconosciuto qualche tempo prima dal Concilio di Efeso. Maria è Madre di Dio, colei che ha concepito Gesù e intercede costantemente per noi. A lei la Chiesa si è rivolta nei momenti difficili e all'interno della basilica vi è la cappella della Madonna salus populi romani, invocata per salvezza del popolo cristiano.
Le Sette Chiese le potremmo definire le sette “chiavi” di accesso alla Chiesa Cattolica: San Pietro, San Paolo, i testimoni della fede, la Passione di Cristo, San Giovanni Battista (e l'Evangelista) e la Vergine Maria.
Non potremmo mai conoscere e capire il cattolicesimo senza conoscere queste personalità e queste verità. Avremmo modo di immergersi nella tradizione cristiana più autentica senza troppi discorsi teologici: basta un buon passo nel camminare e la fede.
Il viaggio non finisce qui.

 

03 maggio 2016

Nel segno della via pulchritudinis

Interroga la bellezza della terra, interroga la bellezza del mare, interroga la bellezza dell’aria diffusa e soffusa. Interroga la bellezza del cielo, interroga l’ordine delle stelle, interroga il sole, che col suo splendore rischiara il giorno; interroga la luna, che col suo chiarore modera le tenebre della notte. Interroga le fiere che si muovono nell’acqua, che camminano sulla terra, che volano nell’aria: anime che si nascondono, corpi che si mostrano; visibile che si fa guidare, invisibile che guida. Interrogali! Tutti ti risponderanno: Guardaci: siamo belli! La loro bellezza li fa conoscere. Questa bellezza mutevole chi l’ha creata, se non la Bellezza Immutabile? (Sant'Agostino)

di Marco Massignan

Dopo La bellezza salverà il mondo (Morrone editore, 2013) Francesca Bonadonna, siciliana, collaboratrice della rivista “Radici cristiane”, continua la sua ricerca spirituale e culturale nel segno della via pulchritudinis con il saggio I volti della bellezza e le false proiezioni ideologiche (2015), una raccolta di parole ed immagini (tra cui alcuni scatti fotografici di Venezia), aforismi che nutrono l'anima (da Sant'Agostino a Solzenicyn, da Barsotti a Chesterton, ed altri ancora) e citazioni controcorrente rispetto alla bruttezza e volgarità odierne - pagine di spiritualità cristiana ispirate agli assoluti della divina Bellezza.

“Ritornino i volti della bellezza – scrive l'autrice nell'introduzione: dal fascino casto della donna, all'innocenza perduta del fanciullo; dalla bellezza di un incontro all'incanto della famiglia; dalla ricerca del volto di Dio al ritrovamento di se stessi e del proprio volto. I volti della bellezza, trasfigurati nel volto della sofferenza, la sola capace di donare vita anche quando geme e muore a se stessa, varcando la soglia della speranza che, oltre l'effimero, conduce all'eternità”.

Nella presentazione, padre Serafino Tognetti, successore di don Divo Barsotti alla guida della “Comunità dei figli di Dio”, sottolinea: “Nulla è bello all'infuori del vero, perché soltanto il vero è degno di amore. Il primato dell'essere sull'intelligenza, la docilità dell'intelligenza nel seguire l'ordine che si irradia da tutto quanto esiste, ecco il segno che distingue l'uomo nella civiltà tradizionale. (…) Il Bello dunque è un valore oggettivo, che ci è dato, che esiste a prescindere da noi... Un mondo in cui non regni la concezione del Bene oggettivo che ordina la realtà è abbandonato a tutti i disastri”.

E' la Rivelazione a comunicarci che Verità e Bellezza hanno un Nome e un Volto: il volto di Cristo, il più “bello tra i figli dell'uomo” (Sal 45,3), immagine perfetta e splendore Padre. “Questo mondo nel quale viviamo – ha ricordato Paolo VI - ha bisogno di bellezza per non sprofondare nella disperazione. La bellezza, come la verità, è ciò che infonde gioia al cuore degli uomini, è quel frutto prezioso che resiste al logorio del tempo, che unisce le generazioni e le fa comunicare nell’ammirazione”.

In tal senso, sentire nel più profondo dell'anima lo splendore della verità che rifulge nelle opere dell'Artista divino, significa amare l'ordine, l'armonia, l'innocenza; è “contemplazione sacrale” per le cose visibili ed invisibili, sguardo pieno di stupore e potente mezzo di purificazione interiore. La via pulchritudinis si rivela così come un affascinante itinerario per accostarsi ai mistero trinitario ed orientare le coscienze al bello, al vero e al buono; è inoltre un prezioso strumento di evangelizzazione (pensiamo solo ai legami tra catechesi, arte e liturgia, ambiti privilegiati per l'apostolato).

Francesca Bonadonna, I volti della bellezza e le false proiezioni ideologiche, Morrone editore, 2015. 
 

18 novembre 2014

Il mostro nel Duomo



di Alessio Calò 

Il 4 novembre scorso il Cardinale Angelo Scola ha inaugurato un'opera ispirata alla Madonnina, intitolata "Paradosso", commissionata dalla Veneranda Fabbrica allo scultore Tony Cragg, uno degli artisti più celebri e apprezzati della scena internazionale (sic!). Non ne avrebbe parlato nessuno se si fosse trattato di un pezzo d'Arte Sacra. Ma procediamo con ordine.

La scultura, interamente realizzata in marmo, misura 300x122x140 cm e ha un peso di circa tremila quattrocento chilogrammi: si tratta di una colonna tortile dalle fattezze morbide e dalle linee stondate, posizionata all'interno della Cattedrale in corrispondenza della quarta campata sud, ad accogliere i fedeli al loro ingresso (direi un'ottima preparazione alla Santa Messa domenicale).


Fra i commenti più significativi, riportiamo le parole di Angelo Caloia, Presidente della Veneranda Fabbrica: "Contemplando la grande opera di Cragg viene lasciata ad ogni spettatore la possibilità di vivere la stessa emozione dello scultore, entrando in dialogo con la forma artistica, alla ricerca di una chiave di lettura personale. Le linee svaniscono, le forme si aprono: il paradosso sta anche nella possibilità di leggervi più interpretazioni". Fra le varie chiavi di lettura personali, ci piace elencare la burla berniniana, così come la pubblicità occulta alla Gillette, fino allo "stron*o di marmo" di (piero)manzoniana memoria.

Ora, tornando alla serietà che contraddistingue questo blog, una delle questioni più dibattute a proposito dell'arte contemporanea (e non solo) è il suo rapporto con la realtà, e quindi con la Bellezza, metafisicamente (e quindi oggettivamente) intesa. Riprendiamo per l'occasione un vecchio articolo di Pentagrammuli in cui si trattava il tema dei trascendentali (ovvero quelle caratteristiche universali, che riguardano tutti gli enti in quanto tali), riproponendo la definizione e gli attributi del trascendentale pulchrum (per chi volesse approfondire qui): "Esso è in qualche modo la sintesi di tutti i trascendentali, è il bene riconosciuto e il vero desiderato [...]; il Dottore Angelico riconosce quali caratteri di ciò che è bello i seguenti tre: la debita proporzione (delle parti fra di loro, e della materia alla forma), l’integrità e la chiarezza o splendore (secondo la disposizione e secondo il colore, oggi potremmo dire nitidezza)."

Ebbene, per poter dare un giudizio sulla bellezza di un'opera d'arte (in questo caso, Paradosso) dovremmo constatare quindi quanto essa sia armoniosa, integra e chiara (non sono invece criteri di giudizio l'essere "simpatica", "emozionante", "carina", "piacevole", "stupefacente", "lisergica"). Lo stesso Caloia ci dà la risposta (secondo i suoi canoni), che noi riprendiamo volentieri: "le linee svaniscono, le forme si aprono: il paradosso sta anche nella possibilità di leggervi più interpretazioni". Non possiamo che condividere in toto la definizione di Caloia: il disintegrarsi delle linee, la confusione delle forme e l'oscurità del significato rivelano una bruttezza che rende davvero molto difficile quella evangelizzazione attraverso la via pulchritudinis che aveva rappresentato e rappresenta ancora uno dei cavalli di battaglia degli ultimi pontefici, dal beato Paolo VI a Francesco, passando per San Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. E che ha costituito per due millenni il principale strumento catechetico della Chiesa.

 

04 agosto 2013

L'Amore ai tempi della Finanza


Amore si dice in molti modi, e in questo articolo lo dirò in maniera finanziaria. Si tratta sicuramente di una lettura riduzionista, da prendere con le molle, ma che comunque illumina una sfaccettatura di questo bellissimo e multiforme mistero.
 

01 giugno 2013

Un Campari con ... TUUM

a cura di Ilaria Pisa

Il progetto imprenditoriale TUUM, fabbrica manifatturiera di gioielli, nasce a luglio 2009 al confine tra Toscana e Umbria. I due fondatori, Michele Alberti (classe 1970) e  Simone Finocchi (classe 1973), sono entrambi cresciuti a Sansepolcro (Arezzo), città nota per custodire preziose opere di Piero della Francesca e per essere stata terra di pellegrinaggio di San Francesco d'Assisi, cui venne donato l’eremo di Montecasale. Abbiamo avuto l’opportunità di porre loro qualche domanda.
 

11 novembre 2012

Non è Bello ciò che piace, ovvero del Valore della Bellezza (II parte)

di Isacco Tacconi

Tornando ora però alla domanda posta al principio, nella prima parte di questa trattazione, la Bellezza è qualcosa di oggettivo o no? Per dare una risposta a questo quesito potrebbe forse bastare osservare il mondo che ci circonda e tentare di misurare il grado di sensibilità che la gente possiede, non tanto per una colpa propria, quanto per l’influenza che i media e la cultura dominante impone a noi tutti. Questo a partire dalla musica della quale ci vengono riempite le orecchie alla radio, nei supermercati, in tv. Oppure dalle immagini semi o totalmente pornografiche che ci scorrono davanti agli occhi continuamente, e fondamentalmente da un malcelato egoismo di massa, che non spinge più l’uomo a guardare fuori di sé, ma lo rinchiude in se stesso imponendogli di ricercare solo il proprio utile. 
 

10 novembre 2012

Non è Bello ciò che piace, ovvero del Valore della Bellezza (I parte)

di Isacco Tacconi

La domanda è lecita e sorge spontanea, in un mondo che sembra aver smarrito il “senso” della Bellezza: ma è proprio vero l’assioma “Non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace?”
La questione è più sottile e ingarbugliata di quello che sembra. Spesso infatti parliamo di “senso della bellezza” intendendo un sensus communis proprio dell’essere umano, esattamente come la vista, il tatto, il gusto, l’udito e l’odorato.
 

Una scuola d'arte sacra a Firenze

di Luca Taddei

Dony Mac Manus è uno scultore irlandese che esercita la sua attività a Firenze, culla del RinascimentoLo abbiamo intervistato nella sua bottega, dove è nata l'idea di una scuola d'arte particolare, la Sacred Art School - Firenze. Il proposito è quello di riportare Cristo al centro dell'arte - dopo una lontananza plurisecolare - in modo che essa ritorni a comunicare la bellezza.


 

31 ottobre 2012

Gli splendidi 500 anni della Cappella Sistina

di Viviana Ardemagni



“L'arte unisce i popoli, la religione li divide” è un detto che ricorre spesso nel pensiero comune riguardo all'atteggiamento della Chiesa, ma è proprio così? L'arte, che si parli di pittura, scultura, architettura, musica e poesia, ha sempre avuto la caratteristica di essere universale e di comunicare all'uomo trasmettendo valori, ideali e storia; ma da che cosa è supportata?
 

29 settembre 2012

Ma che musica, Magistero!


di Franciscus Pentagrammuli

Sabato 6 Ottobre avrà luogo a Verona il secondo Colloquio nazionale sulla musica sacra, che avrà fra i relatori anche il Cardinal Burke (che nel pomeriggio canterà la Messa pontificale nella locale chiesa dei Padri Filippini), e monsignor Nicola Bux, noto per la sua attività di divulgazione liturgica a sostegno della linea del Papa Benedetto XVI.