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25 febbraio 2019

Il concetto. I cani si e i bambini abortiti no. Aridatece il Celeste

Mentre Formigoni se ne va in carcere, per una condanna a dir poco controversa, la Regione Lombardia, che il Celeste amministrò egregiamente e che sotto il suo governo fu baluardo del diritto naturale, ha preso due provvedimenti. Uno che toglie l'obbligo di sepoltura dei bambini abortiti, retaggio appunto formigoniano. L'altro che permette la sepoltura degli animali d'affezione assieme al padrone.
I bambini insomma vengono declassati a rifiuto sanitario mentre i cani sono elevati al rango di persone. A che pro seppellire un gatto o un cane assieme agli uomini? Una boiata, ma tant'è.
Aridatece seriamente il Celeste, che oltre alla condanna si sta subendo pure la barbarie grillina che elimina le pene alternative per i reati come la corruzione. Quindi uno di 70 anni, per nulla pericoloso, non può stare ai domiciliari perché quattro manettari hanno inventato una legge demenziale.
Se qualcuno che conta qualcosa nella Lega ci legge, lo invitiamo a cercare di fermare la deriva etica della giunta Fontana e, magari, a fermare la deriva demenziale inflitta dai grillini a questo governo e al paese.


 

28 gennaio 2019

Il concetto. Che fine ha fatto il grumo di cellule?

Iniziamo una rubrica nuova. Concetti brevi, espressi male, ma in modo incisivo.

L'aborto è inaccettabile dal concepimento in poi, ma fino ad oggi gli abortisti trovavano una giustificazione nel famoso grumo di cellule, a loro detta incosciente e incapace di provare dolore.
Se però era difficile giustificare un'interruzione di gravidanza al terzo mese (vedi immagine), con un bambino praticamente formato in ogni sua parte, risulterà loro impossibile giustificare la soppressione al nono mese di gravidanza, legalizzata recentemente nello Stato di New York. Grumo di cellule anche poco prima di nascere?
Si scopre quindi che l'abortista medio ha sempre usato giustificazioni in cui neanche lui credeva, buone per una stagione politica, niente più.
Traspare che l'unica ragione che porta alla legislazione sull'aborto è la convinzione che il più forte, l'adulto, abbia potere sul più debole, il nascituro, potendo quindi farne ciò che vuole.
Inaccettabile, per l'appunto.

P.s. L'ultima spiaggia per lorsignori è negare che la suddetta legge favorisca l'aborto al nono mese. Ma la sbufalata non regge. 


 

14 giugno 2018

Humanae Vitae. La verità che risplende

di Francesco Filipazzi
Sabato scorso si è svolto a Brescia un grande evento per l'anniversario della pubblicazione dell'enciclica Humanae Vitae, dal titolo "La verità che risplende", nel quale è stata ribadita l'attualità del messaggio contenuto in quel documento di Paolo VI. Con buona pace del quotidiano locale, che ha titolato "La contestata enciclica sul sesso", quel testo è e rimane una pietra miliare del magistero della Chiesa nella definizione dell'integrità della persona umana, una risposta al movimento che ha cercato e cerca di sfilacciare e rovinare il progetto divino. Il Papa, in modo vincente ma a costo di suscitare odio eterno nei suoi confronti, volle porre l'umanità integrale come risposta alla disgregazione, ponendo le basi di quella che fu poi la teologia del corpo di Giovanni Paolo II.

I video dell'evento bresciano sono ancora disponibili sul canale YouTube degli Amici di Paolo VI, ai quali vanno i complimenti per l'ottima organizzazione.

In questa sede vorremmo porre l'accento su alcuni passaggi dell'intervento del Cardinale Eijk. Il porporato ha definito il documento come una vera e propria profezia, avversata nel suo tempo come lo furono i profeti dell'Antico Testamento.

L'intervento si è poi concentrato sulla questione della contraccezione, tematica presente nel dibattito esterno alla Chiesa sin dall'inizio dell'800, con la citazione del magistero di Pio XI, Pio XII e Giovanni XXIII, lungo un discorso che ha contestualizzato il tema dal punto di vista storico in modo impeccabile.

La contraccezione rimane inaccettabile per i veri cristiani ed è un atto intrinsecamente sbagliato. Fino alla fine degli anni '50 i cattolici hanno rispettato questi dettami, laddove i protestanti iniziavano ad usare metodi anticoncezionali. Successivamente però con l'arrivo della contraccezione ormonale cambiò il tema del dibattito, in quanto si affacciò l'idea che questa fosse moralmente lecita. Nel frattempo stava arrivando una delle più grosse crisi di fede della storia della Chiesa, per via dei cambiamenti culturali degli anni '60 del boom economico e successivamente con l'avvento del 1968. Fra tutte le generazioni si poteva osservare una mentalità ribelle. È significativo che proprio nell'anno clou sia stata pubblicata l'Enciclica che più si è contrapposta alla deriva.

Anche nella Chiesa però c'era disaccordo, sin dai tempi del Concilio. Ovviamente l'ala progressista, che millantava un imminente cambio della dottrina della Chiesa, trovò una sponda mondana molto forte. Paolo VI invece impresse un indirizzo ben diverso. La Chiesa è infatti guidata dallo Spirito Santo e non è una democrazia.
La contraccezione dunque non è lecita, perché nel concepimento gli attori non sono solo gli uomini, ma sono dei semplici cooperatori, in quanto partecipanti al piano creativo di Dio, che prevede il matrimonio e la procreazione. È però Dio il creatore dell'anima.

L'enciclica Humanae Vitae è stata quindi un argine al male e, qui sta il portato profetico, ha dato il via ad un'analisi approfondita a livello teologico e filosofico, con una partecipazione proficua e straordinaria di Giovanni Paolo II e il cardinal Caffarra. L'enciclica è stata un cardine su cui sviluppare la risposta della Chiesa alla crisi della modernità in campo etico e bioetico.

Vedendo cos'è diventata oggi la contraccezione, non possiamo negare che Paolo VI abbia avuto perfettamente ragione. "La canonizzazione di Paolo VI - conclude il Cardinale- sarà la canonizzazione di uno dei profeti più grandi del nostro tempo, che ha fatto risplendere la Verità come pochi altri".


 

30 gennaio 2018

Ho fatto un sogno che era un incubo

di Lorenzo Zuppini
Ho fatto un sogno che era un incubo. Ho sognato il ventre delle nostre donne vuoto perché divenuto inutile: al suo posto era stata applicata la clonazione in quantità massicce. Per chi crede in Dio, egli solo dà e toglie la vita. Per chi non crede, o vacilla nella sua fede come il sottoscritto, talune pratiche risultano irricevibili non tanto perché appartenenti al Signore e non all’uomo, piuttosto perché danneggianti i più deboli ed esteticamente rivoltanti. Sarò prolisso, ma poco importa: l’utero in affitto è osceno per la violenza che quegli adulti decidono deliberatamente di infliggere al nascituro ed esteticamente rivoltante per il gesto in sé: strappare un neonato dalle braccia della madre, quando ancora egli non ha finito di urlare la sua felicità.
Esser liberale poi, ben prima dell’ossigeno puro che ti concede, crea una serie di problematiche non facili da decifrare e poi da risolvere. La libertà, e la garanzia della stessa per tutti noi, senza scadere nelle facili censure, comporta il difficile compito di coniugare il suo culto col rispetto dovuto verso chi meno sa difendersi. Troppo facile sarebbe, appunto, falciare le libertà altrui, imponendo regole e regolette sempre più stringenti, risolvendo così alacremente le questione che la quotidianità ci pone di fronte. Dunque, detestando noi i regimi e soprattutto quelli di stampo marxista, ci troviamo definitivamente in un mare di guai.

Due scimmie, bruttine, sono state clonate in Cina. Zhong Zhong e Hua Hua. Una sorta di doppio nome per renderle all’apparenza più nobili. La scienza deve avere dei limiti? Se ne imponessimo, è evidente, potremmo dire addio a qualsiasi speranza di curare le malattie che ci colpiscono mietendo vittime. Dovremmo altresì dire addio alla conoscenza dell’infinito Universo, coi suoi pianeti e le sue galassie e i suoi soli. Dovremmo anche dire addio al benessere che da sempre accompagna la nostra crescita, in particolar modo quella dei paesi occidentali, contraddistinti da comuni ricordi cristiani, e non certo le teocrazie islamiche o i regimi comunisti. Furono progresso il fuoco e la ruota. Fu progresso anche capire che la Terra non è il centro dell'universo. Tutto è progresso, praticamente. L’utero in affitto, quindi la possibilità di far divenire genitori una coppia formata da persone dello stesso sesso, rientra tecnicamente nel perimetro del progresso. Quel progresso però ottenuto senza tener conto delle possibili e successive implicazioni. Un progresso che ha sganciato il concetto di “diritto” da quello di “dovere”.

E la clonazione di quelle due scimmie? Come va accolta questa novità? Tecnicamente bene, nel senso che tale operazione è la prova pratica che niente è impossibile, dunque, in un ipotetico futuro, anche la cura certa del cancro. Spiritualmente, direi male. Sono certamente ancora turbato dall’incubo terribile che ha ammorbato le mie notti, ma non credo che codesto mio sogno sia totalmente astratto, ovvero che mai potrebbe concretizzarsi. Il problema dell’uomo è che pretende troppo spesso di fare ciò che la Natura, o Dio, non ha previsto come fattibile. Mi sento di ricordare, sommessamente, che un paese lo si manda avanti figliando, ovvero coi ventri delle donne pieni. Laddove ciò non avvenga, ecco che si formerà un vuoto, un cratere pronto ad essere riempito da chiunque vi si precipiti. Far figli costa e rompe le scatole, e al sol pensiero di una donna che fa meno carriera di un uomo per via dei bimbi da accudire si scatena quel cascame di femminismo moscio, adolescenziale e cialtrone. Argomenteranno con “me too” o, spalleggiate dai loro compari di avventure, con “love is love”.
Dunque, la clonazione potrebbe evitare tutte queste beghe. Non a caso questa clonazione di primati è avvenuta in Cina, luogo cupo ove ogni coppia fino a poco tempo fa non poteva avere più di un figlio (con l’eventuale aborto previsto anche al nono mese di gravidanza, proprio come proponeva la simpatica Hillary) e dove imperversa un regime comunista. Notiamo da una parte la privazione più totale della libertà, perfino di figliare, seguita dall’imposizione di una regola rigidissima; dall’altra la possibilità della creazione dell’Uomo nuovo in serie, in quantità infinita, riuscendo laddove i regimi comunisti del passato hanno sempre fallito: le persone scappavano dalla Germania dell’est verso quella dell’ovest, mai al contrario, e col tempo chiunque si rendeva conto di quanto sbagliato fosse anche solo pensare di poter regolamentare la vita degli individui in quel modo. Dalla mia terrificante esperienza di queste notti traete spunto: quando vi assaliranno le angosce dovute alle scimmie, bruttine oltretutto, fate l’amore!

 

16 dicembre 2017

Grazie Galantino!

di Grozio
Grazie, Eccellenza. Grazie per aver dato alla CEI una linfa così marcata, e così aderente allo spirito che le è proprio, l’evangelizzazione! Del resto, fin dalle Sue prime parole il Suo mandato è stato scandito da richiami pastorali forti, energici, densi di volontà di apostolato! E i risultati, Eccellenza, si vedono: il bilancio della CEI è florido e in attivo e i suoi organi stampa mietono successi di vendite (Famiglia Cristiana soprattutto).

Grazie per aver condotto in questi anni battaglie ostinate, con le quali ha richiamato la società civile ad ispirarsi a quei diritti universali che si fondano sul diritto naturale, e che giacciono nel cuore di ogni uomo. Sulla falsariga di S.E. Card. Ruini, Lei ha saputo portare avanti quelle battaglie suoi principi non negoziabili, per continuare a renderci orgogliosi nel mondo di essere l’”eccezione italiana”. In questo modo, ci tengo a ringraziarLa per la decisione e il “santo tuonar” che non è mancato in occasione dell’approvazione, da parte del Parlamento italiano, del divorzio breve (2014), delle unioni civili (2016) e infine del biotestamento che apre all’eutanasia. Ha saputo riconoscere questi pericoli e ha svolto magistralmente il ruolo (la Chiesa è anche Magistra….): del resto il suo immancabile sostegno al Family Day ha fatto sentire il mondo cattolico più forte e unito.

Come non essere contenti degli sforzi compiuti per richiamare i danni della introduzione del divorzio breve: fortunatamente ci ha pensato Amoris Laetitia, che senza dubia ha cementificato le mura del sacramento del matrimonio, ricordando a tutto il mondo cattolico la sua essenza.
Infine, sul biotestamento, la presenza è stata davvero marcata. L’hanno accusata di invasività, di influenza sul mondo laico, ma non si preoccupi Eccellenza, i radicali e chi per loro hanno sempre fatto così (si ricorda gli attacchi a Ruini nel 2005 in occasione del referendum sulla fecondazione assistita? Non disperi! Non faccia caso se tra di loro c’è anche una Grande Italiana!).

Ci sentiamo tutti più forti, più consapevoli: le chiese straripano di fedeli e c’è, pur nella fatica, gioia e sicurezza, perché sentiamo forte il suo imprimatur pastorale e la vicinanza di una Chiesa presente ed evangelizzante. 

Mi permetta poi, di ringraziarla per il sostegno che dà a quella straordinaria macchina organizzativa che sono i Giuristi Cattolici. Associazione incisiva, democratica (vi sono all’interno diverse anime e c’è un dialogo costruttivo e aperto, in cui anche quel simpatico reazionario di Giancarlo Cerrelli ha voce e incide), e soprattutto paladina dei diritti primari e intangibili, in primis quello alla vita, che è sacra, inviolabile e indisponibile. Grazie all’azione dei Giuristi Cattolici e del suo illuminato Presidente, abbiamo avuto conferma di una posizione ferma su questo punto, con una base oggettiva e valoriale solida (peraltro suffragata dai principi fondamentali dell’ordinamento, consacrati nella Costituzione e nei Trattati Internazionali). In questo modo anche Sua Eccellenza ha avuto gli strumenti per opporsi a quella tendenza all’adeguamento alla “realtà” (per la quale anche la bioetica, come la dottrina, deve evolversi).

Particolarmente lodevole, e opportuno, mi consenta, la Sua stigmatizzazione di alcune dichiarazioni pericolose fatte dall’OMS nel recente passato, nonché quel famoso discorso di Obama ai leader africani nel 2015, in cui ha sostenuto movimenti LGBT, ha legittimato l’aborto e ha lodato Planned Parenthood Foundation. Del resto, di questi tempi, rendersi conto che la bioetica è finita ed è stata sostituita dal bio-diritto (organismi sovranazionali “impongono” linee guida modernizzatrici per tutelare la qualità della vita anziché la vita) non è poco!
I Suoi sforzi immani non sono stati vani. Ahinoi, dai tempi della legge sull’aborto il mondo stava cercando di modernizzarci imponendoci scelte di cd. civiltà: in quarant’anni abbiamo resistito, poi – nonostante la Sua presenza – in tre anni abbiamo approvato tre leggi in fila: divorzio breve, unioni civili, e ora biotestamento.

Ma grazie per gli sforzi. Ha fatto certamente tutto il possibile e di questo le siamo enormemente grati.
Le (cospicue) offerte domenica a messa le raccoglie la Sorella Emma Bonino? Speriamo che Padre Eugenio non si scomponga per l’abbondanza.





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22 novembre 2016

Un Campari con... Susanna Manzin


In preparazione alle abbuffate natalizie e consapevoli dei benefici che il mangiar bene apporta alle attività umane, spirituali e non (basti pensare alla teologia "wurstel e crauti" tedesca...), abbiamo intervistato Susanna Manzin, scrittrice e curatrice del blog "Pane e focolare", dedicato proprio al rapporto tra cibo e cultura cattolica (ma non solo), per una gustosissima chiacchierata. 

Il suo blog (dal quale è nato un libro che uscirà a gennaio) tratta della "cultura della tavola orientata alla bellezza e alla valorizzazione dei valori familiari e sociali connessi con il mondo del cibo e del vino". Può spiegarci meglio il contributo del cattolicesimo a questa cultura?


Una domanda così, posta da un blog che si chiama “Campari e De Maistre”, è davvero intrigante! Se i cattolici hanno un rapporto gioioso e piacevole con il cibo, non è un caso. Come ha detto Papa Francesco ad un’udienza del mercoledì, il cristianesimo ha a che fare con la convivialità. Non solo Gesù ha istituito a tavola il più grande sacramento, ma considerava i pasti un’occasione importante di incontro con il suo prossimo, un modo per entrare in confidenza e amicizia con le persone. Ci sono tanti episodi evangelici che vedono Gesù a tavola, al punto da essere giudicato con disprezzo “un mangione e un beone”. Sicuramente non era così, ma se attirava questo genere di commenti vuol dire che accoglieva volentieri gli inviti a pranzo. La sua vita, le sue parabole e l’Eucarestia hanno abituato culturalmente il popolo cattolico a vedere la tavola come momento non solo di nutrimento ma anche di cultura, di amore, di scambio di doni generosi. Mangiare insieme consolida la comunità, e lo ha ben intuito san Benedetto che ha descritto dettagliatamente nella sua Regola come si dovevano svolgere i pasti in refettorio. La cultura cattolica ha modellato l’Europa anche a tavola: ha bandito gli eccessi sregolati della tavola dell’antica Roma e dei barbari, insegnando un rapporto equilibrato con il cibo, misurato e orientato alla temperanza, sano per il corpo e per l’anima. Stare a tavola con la famiglia, gli amici o la propria comunità è considerato un rito, da vivere con attenzione e gioia, con senso della misura ma allo stesso tempo con cura dei dettagli, proprio come si fa con un rito sacro. Il risultato? Molti cibi di cui oggi godiamo hanno un’origine monastica oppure, se già esistevano, con il cristianesimo hanno raggiunto vertici di eccellenza: ad es. la birra, il vino, il formaggio grana, lo champagne. Sto parlando del cattolicesimo, perché laddove si è diffusa l’eresia protestante, questo sano ed equilibrato rapporto con la buona tavola, pieno di gioia e ricerca della bellezza e della qualità, ha trovato ostacolo nell’austerità puritana. Un motivo in più per vedere nella Chiesa Cattolica la fedeltà al messaggio evangelico.


Come sono nati i suoi due romanzi, "Il destino del fuco" e "Come salmoni in un torrente"? Si può dire che cercano di introdursi nel dibattito riguardante la famiglia?


“Il Destino del Fuco” (D’Ettoris Editori, 2014) è nato quasi per caso, riflettendo sulle sfide della fecondazione eterologa: immaginavo cosa dovessero provare i protagonisti di queste complesse vicende famigliari. Perché la vita non è fatta di teorie e dottrine, ma è fatta da persone concrete che quando prendono strade sbagliate rendono la vita più complicata, a volte più drammatica e devastante. Allora mi sono immaginata questa trama: c’è una donna, Marianna, felicemente sposata con Riccardo, ha due figli e gestisce con successo un agriturismo. Arrivano quattro ospiti, una madre single con una figlia e un padre divorziato con il figlio. All’improvviso si scopre che i ragazzi sono nati entrambi grazie alla fecondazione eterologa, da un donatore anonimo. Quando si scopre chi è questo padre biologico, tutti i personaggi rivelano la loro difficoltà e angoscia nel gestire una situazione così imprevedibile. Ho cominciato a scrivere, quasi per gioco, ed è nato il romanzo. Ho trovato un editore pieno di entusiasmo e (vi assicuro, io non pensavo che sarebbe andata così!) il libro ha avuto un’ottima accoglienza. L’invito da parte di molti lettori di scrivere ancora mi ha spronato a mettermi al lavoro e le vicende dei protagonisti del primo romanzo hanno trovato un seguito nel romanzo “Come salmoni in un torrente”, edito anch’esso da D’Ettoris Editori (ottobre 2016), che affronta altri temi delicati: in particolare il dramma dell’aborto e della sindrome post-abortiva, le sfide dell’adolescenza e le relazioni sentimentali complicate. Entrambi i romanzi parlano della famiglia e delle difficoltà che oggi deve affrontare, degli attacchi alla sua integrità, della debolezza della cultura incentrata sull’individualismo, sulla dittatura del desiderio e sul mancato rispetto della vita umana.

Mi sono resa conto che il romanzo ha un vantaggio, rispetto ad altre forme di comunicazione: un romanzo può riscuotere curiosità ed interesse in molte persone che non leggerebbero mai un saggio di bioetica o di dottrina sociale, che non hanno voglia di andare ad una conferenza o ad un convegno, né di leggere lunghi post su facebook, ma che sono disponibili ad una lettura leggera che si può fare sotto l’ombrellone o durante un viaggio in treno. Ho avuto lettori inaspettati, che sono rimasti toccati e hanno riflettuto, vedendo le problematiche della famiglia e della tutela della vita umana calate nel concreto dei drammi vissuti.

I due romanzi parlano di temi di estrema attualità, come l'aborto, il divorzio, la fecondazione artificiale, anche se si può notare come il personaggio principale sia il padre. Perché parlarne, dato che ormai la cultura attuale lo considera un soggetto di cui si può fare a meno?


Sì, c’è proprio una crisi della figura paterna e credo che molti problemi della nostra società siano causati anche dall’attacco al padre. Nel primo romanzo questo tema era centrale, sintetizzato dal titolo, un po’ emblematico. Il fuco è il maschio dell’ape domestica ed è assistito e alimentato abbondantemente dalle api operaie perché è indispensabile per la perpetuazione della specie. Ma muore subito dopo l’accoppiamento, proprio perché la sua funzione all’interno dell’alveare è soltanto quella di fecondare l’ape regina. Non serve ad altro. Per questo ho azzardato questo raffronto, assistendo al tentativo di eliminare il padre dalla società occidentale.  Un lungo processo rivoluzionario, dalla Rivoluzione protestante fino al Sessantotto, ha portato alla crisi del principio di autorità, fino al “vietato vietare” e al “non abbiamo bisogno di padri” della cultura sessantottina. La società dell’assenza del padre è la società dell’assenza della norma morale, con gravissime conseguenze sociali, familiari ed educative.

Nel secondo romanzo il ruolo paterno è affrontato anche presentando lo scandalo della legge 194 sull’aborto, che esclude il padre del bambino da ogni decisione a proposito dell’aborto. Anche in questo aspetto, si vede  la volontà di uccidere il padre, di eliminare questa figura dalla società.

Ci può parlare anche del ruolo della donna, incarnato nei due libri dalla figura di Marianna, la proprietaria dell'agriturismo? Ci può parlare anche del ruolo delle altre donne, come Alessandra, Anita o Caterina?


Ho cercato di creare personaggi concreti, realistici: nessun personaggio perfetto e nessuna figura completamente negativa. Certo, Marianna è una bella figura, incarna molti valori positivi, ma nel secondo romanzo subisce tentazioni e commette leggerezze, come purtroppo capita nella realtà anche ai migliori. Anita è in un certo senso l’opposto di Marianna: se questa ha costruito la sua casa sulla roccia di sani valori familiari, Anita ha rifiutato quelli che considera stereotipi superati e si è avventurata sulla strada della fecondazione eterologa per avere una figlia senza un partner. E’ una persona in crisi personale, ma è vittima di se stessa, delle sue scelte sbagliate. Alessandra è figlia della cultura della leggerezza esistenziale, ma sempre alla ricerca di un porto sicuro. Caterina è il medico che sostiene il principio di autodeterminazione della donna in modo ideologico. Ma una delle figure femminili che mi appassiona di più è sicuramente Greta, la giovane figlia di Anita, fragile e bisognosa di affetto. Il secondo romanzo è molto incentrato su di lei, sul suo oscillare tra desiderio di libertà e nostalgia di una famiglia.

Le donne hanno un ruolo fondamentale nelle relazioni umane, il loro istinto materno può influenzare positivamente sia il rapporto con gli adulti che con i ragazzi. Padri e madri sono complementari, ognuno deve fare la propria parte e se manca uno dei due elementi, quello femminile o quello maschile, la società ne risente. L’uomo ha bisogno di una donna accanto, che con la sua sensibilità lo indirizzi e consigli, e la donna ha bisogno dell’uomo forte, per sostenerla e difenderla.

Le storie raccontate dai due libri sono ambientate all'interno di un agriturismo, luogo in cui il contatto con la natura e i suoi tempi lunghi la fanno da padrone; persino i titoli presentano un richiamo a queste tematiche. Come si inserisce la natura all'interno della cultura della tavola?


Quando c’è cultura della tavola, c’è anche amore per la natura. Tutto quanto mangiamo ci viene donato dalla terra, dal regno vegetale e animale (e anche minerale: pensiamo al sale!). Chi lavora nell’agricoltura e nell’allevamento del bestiame conosce bene i ritmi della natura, la sua bellezza e anche i suoi problemi, le sue potenzialità e i suoi rischi. La cucina si colloca con armonia all’interno di questo processo, prendendo il prodotto e trasformandolo: nascono così i sistemi di cottura, di trasformazione e conservazione dei cibi. Si valorizza ciò che è buono e si scarta quanto è cattivo, si accoglie quello che la natura ci dona ma ci si difende dalla nocività che a volte in essa è racchiusa e anche dalle condizioni meteorologiche avverse che possono distruggere il faticoso lavoro. C’è un impegno intelligente e sapiente che si tramanda di padre in figlio e ad ogni passaggio generazionale si aggiunge qualcosa, verso un miglioramento delle condizioni di vita che tiene però sempre conto della tradizione. Oggi chi compra la merce al supermercato, magari cibi precotti che si mettono nel microonde, perde il rapporto con la natura e alla fine non gusta adeguatamente quello che mangia. Chi segue tutta la filiera apprezza maggiormente quello che mette nel piatto. Non dimentichiamo che “sapore” e “sapere” hanno la stessa origine etimologica.


Secondo lei c'è un nesso tra la decadenza della civiltà occidentale nella sua crisi morale (e religiosa) ed il modo in cui mangiamo?


Non ho dubbi in proposito! Come ho spesso scritto nel mio blog e pubblicato nel libro “Pane & Focolare” (D’Ettoris Editori, 2016), siamo sempre più individualisti e non dedichiamo attenzione alla tavola, che è un momento di socialità. Guardiamo ad esempio la famiglia: la sua crisi è manifestata anche dalle abitudini alimentari. I pasti sono sempre più irregolari, si pranza fuori casa, questo è abbastanza inevitabile con i ritmi moderni di studio e lavoro, ma almeno a cena si dovrebbe condividere la tavola. Eppure ci sono famiglie dove nemmeno questo accade: si mangia quando capita, a mano a mano che si arriva a casa; i figli hanno orari complicati per attività sportive o per gli appuntamenti serali con gli amici; i genitori rientrano tardi dall’ufficio; basterebbe metterci un po’ di buona volontà e trovare un orario comune, ma quanti comprendono il valore di questo sforzo? Più facile lasciare ad ognuno la scelta di quando mangiare e cosa mangiare: tanto, che importanza ha mangiare insieme? E anche quando ci si siede a tavola, la televisione è accesa o si consultano gli smartphone. Non si dedica più tempo alla cucina, viene considerata perdita di tempo. Non ci sono più orari comuni, rituali familiari. E anche tra amici, si preferisce fare notte in discoteca piuttosto che cenare insieme con una certa forma e qualità. La festa assume i toni della trasgressione, non della ritualità.

Sono cresciuta alla scuola del pensatore brasiliano Plinio Correa de Oliveira, che ha descritto così bene il lungo processo plurisecolare che ha attaccato la società occidentale. Il soggettivismo, il relativismo etico hanno dato giustificazione filosofica ed esistenziale all’uomo che crede di poter fare a meno di identità, di storia, di strutture, di tradizioni da rispettare, di una comunità alla quale appartenere. L’uomo corrotto dalla rivoluzione, individualista e sciolto da legami, mangia solo per nutrirsi e non vede la necessità di dedicare tempo ed energie alla bellezza della tavola.  
Se vogliamo ricostruire i legami sociali e familiari, la tavola, a mio parere, può avere un ruolo importante. Se è vero che la bellezza ci salverà, questo può avvenire tutti i giorni, quando una bella compagnia si siede intorno ad una tavola, apparecchiata con cura e ordine, con cibi gustosi; quando si chiacchiera con calma e serenità, e magari si attende l’arrivo del primo piatto sorseggiando … un Campari! 

 

26 giugno 2016

Benvenuti nel Mondo Nuovo di Huxley


di Alfredo Incollingo

Nel 1932 lo scrittore inglese Aldous Huxley pubblicò il celeberrimo “Il mondo nuovo”, una distopia letteraria su un'umanità tecnocratica e bionica, asservita ad una concezione asettica e “drogata” dell'esistenza. Fantasia o profezia? La domanda viene spontanea perché oggi stiamo assistendo a rivoluzioni antropologiche che hanno molto in comune con le descrizioni allucinanti di Huxley. Lo stesso autore, molti anni dopo la pubblicazione del romanzo, ammise in un saggio ("Ritorno al mondo nuovo") che alcune delle sue “fantasie” si stavano rivelando concrete. Il futuro inquietante che “Il nuovo mondo” ci prospetta a questo punto non sembra poi tanto lontano.
Aldous Huxley è probabilmente il volto notorio della “beat generation” inglese, quel gruppo di autori libertini e “new age” tanto di moda durante i decenni della (tragica) contestazione generazionale. “Huxley” è un cognome importante e rinomato, una famiglia di artisti e scienziati: il fratello di Aldous, Andrew, vinse addirittura nel 1963 il Premio Nobel per la Medicina. Gli Huxley furono i paladini del movimento umanista, laico e filantropico nato nei primi decenni dell'Ottocento, mai smettendo la loro veste progressista anche in tempi più recenti. Aldous, sulla scia degli avi, fece altrettanto, schierandosi con la contestazione e propagandando la sua filosofia millenaristica, fatta di droghe e spiritualità orientale. Aborto, eugenetica, eutanasia e le altre “diavolerie” moderne furono “diritti” difesi dalla polemica penna dello Huxley. Sorgono spontanee alcune domande: le intuizioni de “Il nuovo mondo” sono frutto della sua formazione culturale? Oppure sono delle previsioni intelligenti sull'andamento della modernità, avendo compreso in anticipo quali sarebbero state le future trasformazioni antropologiche? Oppure sono delle vere e proprie descrizioni di interventi politici pianificati in altre sedi? I dubbi rimangono, pensando al contesto in cui Huxley è cresciuto.

Ne “Il nuovo mondo” si racconta un futuro anomalo e disumano. La tecnica governa le vite umane, che sono uniformi e diversificate in caste. Si nasce in serie, senza troppe distinzioni sessuali e si vive in un mondo ovattato, grazie al benessere gratuito e a dosi massicce di droghe. Gli ultimi (veri) esseri umani sono rintanati in riserve, disprezzati dai “civili” e considerati alla stregua di animali: è un concentrato di scienza, di economia e di psicologia. In “Ritorno al nuovo mondo” Huxley ritorna sul romanzo molti anni dopo ravvisando nella sua epoca la concretizzazione delle sue “fantasie”.
Dall'uso smodato della pubblicità al dramma della droga lo scrittore passa in rassegna tutti i temi trattati nel suo romanzo e dichiara come questi si siano riproposti similmente nella realtà. Quello che ci aspetta, afferma, è un futuro totalitario, peggiore forse di quello ideato nella sua opera. La libertà è in pericolo per la minaccia di un potere occulto e subdolo che si mostra “buono” nascondendo il suo volto truce. Il benessere, i beni materiali e l'uso smodato della scienza hanno determinato, secondo Huxley, un governo occulto capace di dominare psicologicamente l'essere mano, lasciandogli poca libertà o condendone una illusoria.
Verità o falsi timori? Il gender, i “matrimoni” omosessuali, la piaga dell'aborto e le altre amenità che noi conosciamo sono il prodotto di una “cultura della morte” che in breve potrebbe sommergerci. Sembriamo forti, ma siamo deboli all'interno e qualsiasi minaccia interna o esterno non incontrerebbe ostacoli ad un facile dominio.
“Il nuovo mondo” e “Ritorno al nuovo mondo” andrebbero letti con queste convinzioni, che ciò che è scritto non è frutto dell'immaginazione, ma la possibilità di un futuro angosciante.
 

21 marzo 2016

L'utero in affitto non è mai un dono


di Giuliano Guzzo
«La ferita dell’assenza di legami biologici resterà per sempre. È inutile negarlo o far finta di nulla»: toh, alla fine è arrivata. Tra le pieghe di un discorso articolato, sottovoce, ben mimetizzata tra le parole, però un’ammissione della filosofa e politica Michela Marzano sulla barbara realtà dell’utero in affitto o, come preferirebbe chiamarla lei, maternità surrogata è arrivata: «La ferita dell’assenza di legami biologici resterà per sempre». Ma questo vale anche per i bambini adottati, potrebbe ribattere qualcuno: e invece no. «La ferita dell’assenza di legami biologici», nel caso della cosiddetta maternità surrogata, è diversa e molto più grave sia perché originale – non tutti i bambini adottati non hanno conosciuto il seno materno, esperienza che a quasi tutti i figli dell’utero in affitto, invece, viene negata – sia perché programmata: il bambino adottato viene accolto in una famiglia perché quella originale non era in grado di provvedere a lui, quello comprato viene acquistato da una famiglia per la quale è stato “progettato”, concepito e messo al mondo.

Direi quindi che occorre parecchia immaginazione, volendo escludere la malafede, per porre sullo stesso piano adozione ed utero in affitto, due realtà totalmente distanti dal momento che una avviene nell’interesse del bambino e l’altra con l’acquisto del bambino. E’ però il caso, detto ciò, di tornare all’intervento di Michela Marzano pubblicato sul Corriere di ieri perché, se da un lato come si è visto contiene una ammissione di peso sull’utero in affitto – «La ferita dell’assenza di legami biologici resterà per sempre» -, dall’altro tenta di rendere presentabile questa pratica a-bo-mi-ne-vo-le (Copyright © Livia Turco): «Come accade in alcuni Stati che hanno legiferato sulla Gpa, una donna che si presta a questo tipo di pratiche dovrebbe sempre essere già madre e non dovrebbe mai trovarsi in una situazione economica tale da vedere nella Gpa l’unica opportunità per il sostentamento. Una forma di dono, quindi. Proprio come il dono di un rene o di un pezzo di fegato, sapendo che i rischi che si corrono sono importanti, ma che è grazie al proprio dono che si potrà salvare una vita» (Corriere della Sera, 17.3.2016, p. 28).

Ora, pur nel rispetto che dovuto a una studiosa di livello internazionale come Michela Marzano, l’accostamento fra la pratica della “maternità surrogata” e la dimensione del dono appare francamente insostenibile. Per tre ordini di motivi. Anzitutto per ragioni giuridiche: il citato «dono di un rene o di un pezzo di fegato» rientra nella casistica della donazione di organi e tessuti; ma la donazione degli organi e tessuti – si legge anche sul sito di A.I.D.O., acronimo che sta per Associazione Italiana per la Donazione di Organi, Tessuti e Cellule – è un atto anonimo e gratuito di solidarietà per il quale non è consentita alcuna remunerazione economica e non è possibile conoscere l’identità del donatore e del ricevente. Ebbene, la cosiddetta maternità surrogata non solo non è anonima, non solo – anche laddove “altruistica” – non è mai gratuita, ma è essenzialmente un contratto; significa che, a gravidanza iniziata, la consegna del neonato per la madre “portatrice” è un “dono obbligato”, pena la risoluzione del contratto. Dunque l’accostamento fra la cosiddetta gestazione per altri e il dono, già giuridicamente, non regge.

E non regge neppure sul piano sociologico: se davvero la consegna del figlio da parte della madre “portatrice” nei confronti della parte committente fosse altruistica, per quale ragione questa versa sempre in condizioni economiche precarie? «Una donna che si presta a questo tipo di pratiche dovrebbe sempre essere già madre e non dovrebbe mai trovarsi in una situazione economica tale da vedere nella Gpa l’unica opportunità per il sostentamento», scrive Marzano. D’accordo, ma una europea o statunitense, magari già madre, che magari ha una casa di proprietà (magari con mutuo) e che sceglie di diventare “portatrice” per pagare la retta universitaria ai figli è una donna davvero libera? Certo, non sarà poverissima come certe donne indiane, ma da qui a parlare di scelta libera e soprattutto di gesto altruistico nella vendita di un figlio, converrete, ne corre. E poi, scusate, che razza altruismo è mai quello che vede sempre e solo donne più povere dare figli a coppie più facoltose? Perché non si vedono mai donne benestanti “donare” figli a coppie povere? Perché “doni” sempre a senso unico?

Il parallelo “maternità surrogata” e dono, infine, non regge neppure sotto il profilo bioetico. Per una ragione molto semplice: il caso del «dono di un rene o di un pezzo di fegato» è un conto, ma con la cosiddetta gestazione per altri l’oggetto del dono è il figlio. Ma il figlio è una persona e le persone non si possono donare. Perché se così fosse, se le persone si potessero donare, è verosimile che, ben prima di quello dei figli, ad esplodere sarebbe anzitutto – come avrebbe ironizzato il bioeticista Mario Palmaro (1968–2014) – il dono delle suocere da parte dei mariti; purtroppo però per i mariti – e per fortuna delle suocere – gli esseri umani non si possono donare. Dunque la “maternità surrogata” – che non è accostabile né all’adozione, né al parto in anonimato né, meno ancora, alla donazione di organi – non solamente non costituisce una forma di dono, ma è totalmente inaccettabile. E stupisce che, pur di sostenere un’opinione diversa, fior di docenti universitari e studiosi si arrampichino sugli specchi confermando quanto scrive nel suo stupendo romanzo, L’ombra del vento, Carlos Ruiz Zafón: «Gli esseri umani sono disposti a credere a qualunque cosa tranne che alla verità».
 

03 novembre 2015

L’aborto e l’ipnosi


di Giuliano Guzzo

Sotto i centomila. Meno male. La legge funziona. L’entusiasmo diffuso rispetto all’ultima Relazione ministeriale sull’applicazione della Legge 194/’78, dal quale si dissociano ormai solo quanti denunciano alte percentuali di obiettori di coscienza, è tragicamente indicativo di che cosa oggi resti della tragedia dell’aborto legale: un problema numerico, ragionieristico quasi, di meri conteggi. Di quella che da personalità come san Giovanni Paolo II e Madre Teresa è stata denunciata come la grande ferita sanguinante del nostro tempo, rimane insomma solo un raffreddore, un piccolo e trascurabile malanno di conti. E senza dubbio è questo – al di là delle tante obiezioni che pure si potrebbero muovere al festeggiato calo del numero degli aborti legali, dato in realtà da rileggere alla luce del mutato contesto demografico nonché degli aborti clandestini e di quelli invisibili delle pillole – l’aspetto più inquietante.
Per quanto ingiusto e violento e antigiuridico, l’aborto procurato non è cioè più, oggettivamente, il problema numero uno: prima viene l’ipnosi, la pigrizia delle coscienze o, come si sarebbe detto un tempo, il sonno della ragione. Come ogni realtà anche questa, naturalmente, ha una sua spiegazione ben precisa. Se infatti 97.535 figli eliminati prima della nascita diventano una buona notizia “perché anni fa erano di più”, una ragione anzi delle ragioni ci devono essere. Provo a condensarle in tre punti. Il primo: l’indifferentismo morale. L’aborto legale non scandalizza più perché non scandalizza l’aborto in quanto tale e l’aborto in quanto tale, a sua volta, non ferisce perché chiederebbe ad ognuno di fare i conti davvero con l’altro. Il figlio concepito infatti non è in grado di ricambiare alcunché: è un essere che chiede solo di essere accolto.
Per capirci, l’immigrato che sbarca in Italia e l’amico che ha perso il lavoro – aiutati a dovere – possono sorridere e stringere la mano, appagando e ricambiando l’impegno di chi ha provveduto ai loro interessi; il figlio concepito no: non può fare altro dono, nel breve termine, che se stesso: perciò richiede cioè vicinanza vera, umanità pura si potrebbe dire. Ed è la prima forma di umanità, questa, a saltare in un contesto dove l’indifferentismo morale dilaga. Altre cause dell’ipnosi sull’aborto sono le “grandi cause”: al di là di quanto si dice, infatti, battaglie come il rispetto dell’ambiente, la lotta all’inquinamento e lo stessa tutela degli animali, in sé pure rispettabili, non stanno facendo altro – a ben vedere – che deviare l’impegno ideale altrove, geograficamente (per tutelare remoti ghiacciai, per esempio) o temporalmente (per le generazioni future); l’aborto invece esige invece reazione qui ed ora, e quella reazione non può non essere disturbata, appunto, da altre “grandi cause”.
Terzo ma non meno importante elemento di diffusione dell’ipnosi sul crimine dell’aborto è che denunciarlo costa: si rischia di litigare con l’amico, di non essere compresi dal collega di lavoro, di passare come il fondamentalista di turno in un contesto dov’è sempre più facile incorrere in quest’accusa. Ne consegue – complice pure il fatto che non sempre, ultimamente, i paladini storici dei figli concepiti, Chiesa in primis, riescono a farsi sentire – che, oltre all’ipnosi, si sta di diffondendo anche una sorta di auto-ipnosi, di rassegnazione cioè a un problema che viene avvertito come troppo vasto e troppo impopolare per alimentare indignazione. E si viene così all’oggi, con 97.535 figli eliminati prima della nascita che anziché addolorare sollevano, “perché anni fa erano di più”. Come se il problema non fosse più l’innocenza delle vittime – che rimane tale e quale -, ma il numero di vittime innocenti. Come se si potesse davvero convivere con tutto ciò senza poi al mattino, allo specchio, vedersi più brutti.

http://giulianoguzzo.com/2015/11/03/laborto-e-lipnosi/
 

31 marzo 2015

Caro Adinolfi, finiremo in cella assieme


di Francesco Filipazzi

Qualche giorno fa su questo blog è comparsa una riflessione riguardante il quotidiano “La Croce”, che purtroppo è stata, a torto, accolta negativamente da alcuni redattori del suddetto quotidiano. Nell’articolo di Satiricus era presente sin dall’inizio l’invito a comprare la Croce e a diffonderlo, per sostenere l’operato di Mario Adinolfi, che sta combattendo con noi la buona battaglia per la vita e per la famiglia tradizionale. 

Adinolfi, a differenza di altri, rappresenta un evento nell’area vasta e composita che potremmo definire “pro life”, per i motivi che mi accingo a spiegare. 

In Italia purtroppo esistono delle zavorre mentali che limitano la libertà di espressione e riducono sempre e comunque la discussione a uno scontro fra fazioni. Chi parla di certi argomenti, in questo caso famiglia e bioetica, è obbligato sempre e comunque a schierarsi. O di qua o di là. Soprattutto a sinistra, esiste la cultura del “pacchetto completo” che, oltre ad essere un insulto per le intelligenze di chi è davvero di sinistra, crea dei fastidiosi riflessi condizionati. Per via di questo pacchetto completo, si deve per forza essere favorevoli a divorzio, aborto, matrimoni gay, utero in affitto, fecondazione eterologa e tanto ancora, per arrivare alle famiglie poli amorose. Per uno strano meccanismo, essere di sinistra vuole dire accettare acriticamente tutto ciò che “passa il convento”, in termini di nuove frontiere. Uno può essere favorevole, per dire, ai matrimoni gay ma non all’aborto? Ovviamente no.

Le persone di sinistra, quella vera, quindi non possono più parlare, ad esempio, di socialità, lavoro, lotta all’ingiustizia e difesa dei diseredati. Il comunista duro e puro non può più condurre la sua lotta contro la società borghese e il capitale, se prima non aderisce senza indugi alla grande battaglia per i “diritti”, anche se si tratta del diritto di un paio di ricconi di comprare il corpo di una donna per usarlo come macchina da cui sfornare figli. 
Chi non compra questo pacchettino preconfezionato difficilmente può esprimersi liberamente, senza essere zittito, insultato, bollato con una serie di etichette ridicole (fascista, omofobo, transofobo, maschilista, violento, intollerante ecc) e quindi il dibattito diventa sempre più asfittico. 
Mario Adinolfi ha avuto e ha il merito di aver totalmente sparigliato la costruzione ideologica e mentale qui sopra descritta. Fondatore del PD, era (sottolineo era) automaticamente incasellato fra chi “può parlare” e quindi non c’era dubbio che, qualche dissenso a parte, facesse parte della grande macchina da guerra dei "diritti". 
Invece no. Un giorno si è alzato e ha detto chiaramente che non era d’accordo. Un uomo di sinistra, addirittura fra i fondatori del partito di riferimento, che si dichiara in dissenso rispetto alla linea sempre più libertina di quell’area è risultato atipico e ha spiazzato molti, che prima di accorgersi davvero di cosa stava succedendo, hanno impiegato qualche mese. Nel frattempo Adinolfi è riuscito a coagulare un’area di opinione e a fondare attorno a sé un vero movimento di persone e famiglie che, per dirla come lui, “vogliono la mamma” e non si stancheranno mai di volerla. 
Il tutto non con argomenti “di destra”. Adinolfi rimane nel PD e non ha intenzione di uscirne. Finalmente è stato ribadito che essere di sinistra non vuol dire inventarsi diritti ridicoli e lottare contro la vita e che una persona che davvero vuole lottare a fianco dei più deboli e contro la supremazia del mercato sulle persone, deve per forza essere contro la mercatizzazione della vita e contro la riduzione del bambino a prodotto da supermercato. O a prodotto di bellezza, visto che sono state inventate creme a base di embrioni umani. 
In tutto questo, vedere persone che storicamente si battono per la vita e la famiglia, criticare in modo troppo diretto il progetto della Croce e dei Circoli Voglio la Mamma, sulla base che Adinolfi sta nel PD e via dicendo, lascia un po’ di stucco. Soprattutto perché i suddetti spesso sostengono l’NCD che con il PD ci va a braccetto.
Per una volta che possiamo davvero fare della “buona battaglia” una vera sfida trasversale al sistema dell’immoralità, in modo laico e non confessionale (visto che anche un ateo medio dovrebbe inorridire sapendo ciò che ha fatto Elton John), sarebbe giusto cogliere la palla al balzo. Il discorso destra e sinistra, partito giusto o partito sbagliato, sinceramente lascia il tempo che trova. 
Se poi quelli che mantengono l’appartenenza di destra o di sinistra, dopo questa lotta epocale, vorranno tornare a dividersi su tutto il resto, sarà legittimo e giusto. 
Altrimenti condivideremo tutti la stessa cella, condannati per la legge Scalfarotto, così avremo il tempo necessario per fare ogni tipo di distinguo.
 

13 gennaio 2015

La Croce - quotidiano contro i falsi miti del progresso



a cura della Redazione 

Dopo vari annunci di preparazione, oggi in edicola esce “La Croce”, il quotidiano diretto da Mario Adinolfi (intervistato su questi schermi un annetto fa), che si ripropone di dare voce al mondo cattolico e prolife molto numeroso in Italia, ma non sempre interpellato e coinvolto dai mezzi di informazione. 

Una voce fuori dal coro che approfondirà i “temi essenziali”, così vengono definiti i temi etici nell’editoriale, accanto a quelli politici e di attualità. Per esempio, la notizia di apertura del primo numero è dedicata all’elezione del presidente della Repubblica, che secondo “La Croce” dovrebbe essere un presidente cristiano. Il nome fatto è quello di Paola Bonzi, simbolo dei Centri di Aiuto alla Vita. Interessante inoltre l'articolo sulla questione del rapporto con l’Islam, che va trattato “a partire da Ratisbona”.

La Croce ha il tipico formato dei giornali di nuova uscita, due fogli densi di concetti e di notizie, senza fronzoli e senza spazio per le idiozie cui ci hanno abituato i giornali generalisti. Nell’editoriale Adinolfi lo presenta come un giornale confessionale (e quindi, ci si permetta di aggiungere, non clericale) e la sfida, a parer nostro, sarà proprio quella di rendere un giornale di questo tipo fruibile da persone che hanno perso il contatto con il cattolicesimo o lo danno per scontato, trattando argomenti di un certo tipo in modo da trovare d’accordo anche chi non pensa in ottica cristiana.

Riusciranno i Nostri nell’impresa? Non possiamo fare altro che sperarlo, sostenendo la nuova pubblicazione come facevano una volta i militanti dei movimenti minoritari o semiclandestini (senza dimenticarsi di pregare). Comprando due copie del giornale al giorno, una per sé e una da regalare, o da “dimenticare” sbadatamente in un bar, in modo che un successivo avventore possa dare un’occhiata.
 
 

04 dicembre 2014

"Male minore": le false certezze dei puristi ideologici e i nostri ragionevoli dubbi

di Marco Mancini


Un paio di giorni fa abbiamo rilanciato sul nostro blog un contributo pubblicato da Fabrizio Cannone sul sito “Libertà e Persona”, riguardante il tema del c.d. “male minore” nella teologia morale cattolica. La questione ha recentemente assunto una particolare rilevanza soprattutto nel campo dei “principi non negoziabili”: basti pensare ai contrastanti giudizi formulati nel mondo cattolico sulla proposta di legge spagnola (poi ritirata dal governo) che restringeva i casi in cui l’aborto viene considerato legale, o anche al dibattito italiano su se e come regolamentare la fecondazione eterologa, dopo che la Corte Costituzionale ha decretato incostituzionale il suo divieto.
 

05 luglio 2014

Vita e morte a duello

di Giuliano Guzzo

Chi pensava che la bioetica sarebbe rimasta disciplina meramente accademica e per pochi, magari confinata in qualche isolato comitato di esperti, ha continua dimostrazione di come la realtà, con le continue sfide che propone, vada in senso del tutto opposto: dalla battaglia contro l’obiezione di coscienza (si pensi a quanto accade nel Lazio) a quella per la promozione della contraccezione, dalla volontà di rendere più accessibile l’aborto alla previsione della fecondazione extracorporea in tutte le sue varianti (si pensi al divieto dell’eterologa, dichiarato incostituzionale), è continuo moltiplicarsi di fronti uno più urgente dell’altro per chiunque abbia a cuore le sorti di un’umanità sempre più individualista e sedotta da tentazioni prometeiche, incurante di «che cosa sia in effetti il valore della vita» [1].
 

11 marzo 2014

Mario Palmaro (1968-2014)

di Fabrizio Cannone
Il 9 marzo 2014, dopo una brutta malattia che durava da oltre un anno, ci ha lasciati Mario Palmaro, uno dei migliori bioeticisti italiani e un apologeta cattolico di grande incisività. Difficile ripercorrere rapidamente tutte le tappe di una vita, ottimamente spesa e di grande intensità spirituale, benché di soli 45 anni. Ma una sintesi della stessa ci aiuterà a cogliere meglio il valore di una figura che potrebbe e dovrebbe assurgere a modello per i cattolici del XXI secolo, specie per gli uomini e per i giovani padri di famiglia.

 

08 ottobre 2013

Uteri in affitto per tutte le età

di Marco Gabrielli

Tre anni fa una coppia, 55 anni lui, 67 anni lei, ha richiesto la registrazione all’anagrafe italiana di due gemelli nati in Ucraina. L’addetto, che si è visto presentare il certificato di nascita ucraino, ha segnalato il caso in Procura giudicando improbabile che una donna di 67 anni possa partorire. Ne è seguito un procedimento legale che è arrivato alla richiesta da parte del Pubblico Ministero di una condanna a 2 anni e 4 mesi. Nel giugno scorso l’assoluzione ed ora il deposito delle motivazioni.
 

21 febbraio 2013

Un Campari con... Eugenia Roccella

a cura di Marco Mancini

Eugenia Roccella (Bologna, 1953) è una giornalista e politica italiana. Dopo essere stata in gioventù militante radicale e femminista, ha condotto una profonda rivisitazione delle proprie posizioni, fino a diventare, nel 2007, portavoce del “Family Day”. Ha collaborato, tra gli altri, con “Avvenire”, “Il Foglio” e “Il Giornale”. Deputata del PdL e sottosegretario alla Salute nel IV Governo Berlusconi, si interessa in particolare di biopolitica. E’ candidata alla Camera dei Deputati per il PdL nella circoscrizione Lazio 1 e potrebbe ricoprire la carica di Vicepresidente della Regione Lazio, nel caso in cui Francesco Storace vincesse le elezioni regionali.

On. Roccella, qualche settimana fa lei ha proposto su “Tempi” di formulare otto domande ai candidati premier, per conoscere le posizioni di ciascuno schieramento rispetto alla biopolitica e ai c.d. “principi non negoziabili”. Non è sufficiente, come sostiene ad esempio Mario Monti, lasciare il tutto alla libertà di coscienza dei singoli?

Dal mio punto di vista, è impossibile fare politica senza avere una visione antropologica. Le novità alle quali assistiamo nel campo delle tecnoscienze portano con sé una modificazione dell’umano: dal momento in cui è nata Louise Brown, la prima bambina concepita in un laboratorio, si è determinata una possibilità di stravolgere le relazioni umane fondamentali, che mette in crisi le nostre certezze di base. Una volta davamo per scontata la condizione umana – condition humaine, come veniva chiamata dagli intellettuali francesi del Novecento –, credevamo che essa non potesse essere modificata. Oggi questo può accadere e si tratta di una modificazione che spesso non avvertiamo: si introduce nella nostra quotidianità in maniera strisciante, come accade per l’inquinamento dell’aria o dell’acqua. Non si può avere una visione politica – a meno di non averne una arida e minimalista, priva di basi culturali e intesa come mera gestione economica, come sembra essere nel caso di Monti – senza sapere a quale visione antropologica ci riferiamo: chi è per noi l’uomo? Si tratta di temi intrecciati profondamente a tutte le altre scelte che noi compiamo, comprese quelle socio-economiche.

Il primo dei suoi otto quesiti riguarda il tema del “fine vita”: è sicura che ci sia bisogno di una legge sulle dichiarazioni anticipate di trattamento, o è meglio la c.d. opzione-zero? Quali sono i punti qualificanti della proposta che era in via di approvazione e che lei suggerisce di riprendere in considerazione?

Non sono affatto sicura che una legge sia l’opzione migliore in assoluto, anzi: noi cattolici, soprattutto di orientamento liberale, non volevamo una legge sul fine-vita. Si tratta del momento più intimo dell’esistenza umana, dovrebbe essere lasciato nell’ombra delle relazioni affettive. Ma c’è stato un problema: un ingresso a gamba tesa nel campo politico e normativo della magistratura. Quando osservavamo il caso di Terry Schiavo in TV, non credevamo che una cosa del genere potesse accadere anche nel nostro Paese. Invece, poco tempo dopo, una giovane donna in stato vegetativo – che non vuol dire un “vegetale” –, Eluana Englaro, è stata portata alla morte da una sentenza, attraverso un protocollo medico stilato addirittura da un giudice. Quando questo è accaduto, noi abbiamo prima di tutto rivendicato la competenza al Parlamento, sottraendola dalle mani della magistratura; per evitare che episodi come questo si ripetessero, abbiamo deciso di legiferare in materia. La nostra proposta di legge garantisce la libertà di cura, cioè la possibilità di dare indicazioni su eventuali terapie per quando non si fosse in grado di intendere e di volere, ma traccia un confine netto rispetto alla minaccia dell’eutanasia. Questo confine è fondamentalmente costituito dall’alimentazione e dell’idratazione, che non possono essere rifiutate perché non possono configurarsi semplicemente come terapie.

Tra i quesiti che lei propone ai candidati non compare il tema dell’aborto, a parte il riferimento alla pillola RU486. Nessuno dei principali partiti intende rivedere in senso restrittivo la legge 194, se ne chiede semmai una “piena applicazione”. Il 12 maggio, però, si terrà a Roma la terza edizione della Marcia Nazionale per la Vita, la cui piattaforma è estremamente chiara nella condanna della legge 194. Come intende rapportarsi rispetto a questa parte del mondo pro-life?

Tutti sanno che, in questo momento, la legge sull’aborto non è concretamente modificabile: non fu possibile toccarla neanche ai tempi della maggioranza relativa democristiana. Il modo in cui, in realtà, altri intendono modificare surrettiziamente la legge 194 è proprio attraverso la RU486: la pillola abortiva è un metodo elettivamente domiciliare – dove essa è molto diffusa, come in Francia, le donne possono procurarsela dal medico di base ed abortire in casa, con gravi rischi anche per la loro salute, come dimostrano le diverse morti censurate dalla stampa – e facilita il “fai da te”. Non è un caso che essa fosse propagandata anche attraverso voti di Consigli regionali (es. Toscana e Emilia Romagna) o comunali, prima ancora che la ditta produttrice chiedesse l’autorizzazione a commerciarla in Italia. Visto che attualmente è impossibile modificare la legge sull'aborto in Parlamento, si voleva introdurre un cambiamento nella prassi, in modo da poter successivamente allargare le maglie della normativa stessa, come avvenuto in Francia. Questo progetto è stato bloccato dalle linee guida del Ministero guidato da Maurizio Sacconi, in cui io ero sottosegretario; non è detto, peraltro, che le cose non cambino anche su questo fronte. La Marcia è una dichiarazione di intenti e di principio a favore della vita, ma non può avere ricadute legislative immediate; in questa fase, oltre ad applicare meglio le misure che possono favorire la maternità e limitare il ricorso alle pratiche abortive, è necessario innanzitutto tentare di scongiurare ulteriori derive, di cui il caso della RU486 è un esempio.

Si riconosce nell’etichetta di “teo-con” che viene attribuita a lei, Quagliariello, Sacconi e ad altri esponenti del PdL? Quali sono i risultati principali della vostra azione politica degli ultimi anni?

No, non mi riconosco in quell’etichetta, non mi piace. Io potrei definirmi una conservatrice sul piano antropologico, ma non sono definibile come una conservatrice tout court. Tantomeno “teo”: sono cattolica, ma la mia battaglia si muove su un terreno laico. Non mi sembra una definizione azzeccata.
Per quanto riguarda la nostra azione, credo che il risultato più evidente che abbiamo raggiunto sia stato proprio il metodo: il fatto di dare a queste battaglie tutta la dignità che meritano. Basti pensare a quanto fatto dalla DC, o dai suoi epigoni attuali: i c.d. “cattolici in politica” hanno spesso affrontato questi temi obliquamente, hanno pensato che essi non facessero parte a pieno titolo della politica. Si parla, non a caso, di “temi etici”: io non ho mai amato questa definizione, preferisco parlare di “questione antropologica” o di “biopolitica”, perché parlare di “temi eticamente sensibili” lascia pensare che si tratti di questioni che interpellano esclusivamente le coscienze individuali. Invece no: sono questioni pienamente politiche. Persone come me e come quelle a cui si è fatto riferimento hanno compreso la centralità della questione antropologica e la necessità di fare fronte su questo tema in modo aperto, non clericale, che consenta anche un’alleanza del tutto inedita – ben diversa dall’idea di un inconcludente “dialogo”, che a me non piace affatto – tra laici e cattolici sui fondamenti dell’umano.

Come valuta le critiche mossevi tempo fa da Sandro Bondi, il quale ha parlato di “posizioni di radicalismo religioso alla Tea party che sono in contrasto anche con il cattolicesimo”? Alla luce di questo, si sente di assicurare che il PdL continuerà a essere garante nei confronti dei principi non negoziabili?

Io penso di sì, e l’intervista rilasciata oggi [ieri, ndr] dal presidente Berlusconi a “Tempi” lo dimostra. Ci sono molte buone ragioni, anche strategiche, per le quali il PdL e il centro-destra devono continuare a impegnarsi su questo fronte. Chi vuole il riconoscimento pubblico delle coppie di fatto, le adozioni per le coppie gay, l’ulteriore scardinamento della legge 40 o l’eutanasia ha l’imbarazzo della scelta, in termini di offerta politica: sinistra estrema, sinistra moderata, in una certa misura persino Monti. Sarebbe sciocco, quindi, se anche noi ci allineassimo su queste posizioni, lasciando la nostra battaglia a piccoli gruppi di destra: essa, infatti, può essere condivisa da una parte consistente, tendenzialmente maggioritaria, degli italiani. Basti pensare al documento del PdL firmato qualche mese fa da più di 170 parlamentari, tra cui esponenti laici e liberali come Stracquadanio e Stefania Craxi, contro il riconoscimento pubblico delle unioni di fatto.
Ma c’è soprattutto una matrice culturale da difendere: alcuni faticano a farlo, perché esiste un enorme complesso di inferiorità e una sostanziale subalternità nei confronti della sinistra. Chi vuole costruire una piattaforma che sia anche autenticamente liberale deve uscire dai condizionamenti del “politicamente corretto”, del luogocomunismo, dei complessi di inferiorità di cui ho appena parlato; se, invece, si preferiscono posizioni di tipo radicale o da “cattolico adulto”, allora se ne trovano a volontà altrove. Basta scegliere. 
 

16 novembre 2012

C'era una volta lo stato vegetativo

di Alfredo De Matteo

Capita sempre più di frequente che persone considerate in stato vegetativo diano dopo diversi anni improvvisi segnali di risveglio o addirittura escano completamente dal coma. Evidentemente, si dice, tali casi sono dovuti a diagnosi errate; in altre parole, si può uscire da una condizione di coma irreversibile solamente nel caso in cui, in realtà, essa non sia tale. Ora, non occorre essere esperti in materia per capire che c’è qualcosa che non quadra in una siffatta spiegazione: infatti, anche volendola dare per buona, essa dimostra inequivocabilmente che i nuovi criteri di accertamento della morte, non più fondati sulla definitiva cessazione di tutte le funzioni vitali dell’organismo bensì solamente di quelle cerebrali (il cosiddetto “coma irreversibile”) sono quantomeno difficili da determinare con esattezza, perciò non sicuri al 100 percento. E’ necessario considerare che in ballo non ci sono questioni di poca importanza, che giustificherebbero l’adozione di un approccio medico scientifico che non tenga conto del principio di precauzione, ma la vita di esseri umani inermi.
 

09 ottobre 2012

Cellule staminali adulte? Sì, ma con cautela...

di Marco Gabrielli

La vittoria del premio Nobel per la Medicina conseguita da John Gurdon e Shinya Yamanaka sembra essere la rivincita di chi ha sostiene l'eticità sulle cellule staminali “adulte” rispetto a quelle “embrionarie”. I due Nobel hanno scoperto che, anziché indirizzare le cellule embrionarie verso la produzione dei tessuti desiderati è possibile “riprogrammare” le cellule adulte fino ad ottenere delle cellule totipotenti. Questo va bene perché si evita l'uccisione di embrioni.
 

Quando "Corriere" e "Repubblica" sottovalutavano le staminali adulte

di Giuliano Guzzo

Era il 2005 ma sembra passato un secolo da quando i principali quotidiani del Paese – quelli letti da gente colta e perbene, mica da talebani cattolici – spiegavano che coloro che avrebbero disertato il referendum sulla Legge 40/2004 e, più in generale, gli studiosi (Angelo Vescovi, Bruno Dallapiccola e tanti altri) che ritenevano superflua e infruttuosa – oltre che eticamente discutibilissima – la ricerca sulle cellule staminali embrionali in favore di quella sulle staminali adulte, erano nel torto. Torto marcio.
 

05 ottobre 2012

I Radicali cercano malati. Per ammazzarli

di Marco Mancini 

“Cerchiamo malati terminali per ruolo da attore protagonista”. Ecco la frase-chiave dell’ultimo spot prodotto dall’associazione radicale Luca Coscioni per la sua campagna a favore della legalizzazione dell’eutanasia. Cari malati terminali, accorrete, partecipate alla nostra battaglia, anzi – come viene detto nella frase successiva con (involontaria?) macabra ironia, “fatevi vivi”. Che ad ammazzarvi ci pensiamo noi. E nel mucchio, sotto la categoria “malati terminali”, finiscono un po’ tutti, senza nessuna distinzione tra le variegate situazioni che rendono delicatissima e intricata questa materia. Qui si taglia tutto con l’accetta: uccideteli tutti, Dio (anzi, Pannella) riconoscerà i suoi.