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17 luglio 2018

Non chiamatela "Futbolstrojka"

di Matteo Donadoni
In attesa della ripresa dei campionati di calcio – cioè del football vero – la gente si è sollazzata con una pantomima chiamata “Campionato Mondiale di Calcio” o qualcosa del genere. La manifestazione quest’anno si è tenuta nella Russia di Putin, come tutti sanno. È stata l’unica cosa positiva dell’evento.
In Russia. Il calcio in Russia arriva alla fine dell'800 portato, of course, da Inglesi e Scozzesi a Pietroburgo e a Mosca e subito viene accolto con entusiasmo. Però con la Rivoluzione bolscevica nasce l'Unione Sovietica e il gioco arrivato dall'Inghilterra è visto con sospetto: per il Partito Comunista lo sport dovrebbe essere praticato per il proprio benessere fisico, non in maniera competitiva e quindi individualistica, come usano i reazionari. Il calcio, inoltre, paga la considerazione che alcuni membri di spicco del governo hanno riguardo a dribbling e finte, gesti tecnici considerati ingannevoli e dunque poco comunisti.
Oggi però in tribuna non c’è Stalin a vedere partite surreali fra ferrovieri ed esercito, ma Putin, che abbiamo visto allargare le braccia davanti al re saudita Salman nella partita d’esordio come a dire: “e che ci debbo fare se non sapete giocare?”. Il presidente russo è stato il vero vincitore del mondiale, che è cominciato con il suo discorso censurato dalle tv occidentali ed è finito sempre con lui sotto l’ombrello mentre il “presidente per caso” Macron e la presidente della Croazia si infradiciavano sotto il temporale moscovita. Lo zar non si bagna neanche se piove. I giovani direbbero: “l’importanza di essere un Bomber”.
Per il resto, la solita solfa dei mondiali di calcio, manifestazione ormai totalmente priva di senso. Con la fine degli stati nazionali, queste formazioni appiccicaticce fra ragazzi che mal si sopportano fra loro lasciano il tempo che trovano, anzi, lasciano spazio a una domanda talmente ovvia e sacrosanta che è un peccato formularla: “Ma se tanto son tutti mescolati lo stesso, che cosa giochiamo a fare divisi per nazionali?”. La solita solfa: mentre noti che il Panama gioca inspiegabilmente senza cappello chiedendoti chi ha sparato a Mertens, come al solito la Germania ha perso in Russia. Il resto si è svolto nella sostanziale insignificanza calcistica di Neymar - come ben illustrato da Eric Cantona, un uomo da cui potrebbe imparare qualcosa il ragazzino con il piatto di spaghetti in testa – che fa il paio con quella decennale di Lionel Messi, che quando serve non c’è. Il fatto più importante, al netto della separazione della politica dal football, con la compagine “diversamente svizzera” che gongolava per l’eliminazione della Serbia (?), è che la Knattspyrnusambandið‏ (federazione Islandese) ha reso noto che il 99,6 % degli Islandesi ha seguito la propria nazionale in tv, gli altri erano in Russia. Così, mentre l’allenatore dell’Islanda, Heimir Hallgrímsson, che di professione è dentista, ha dovuto chiedere un permesso per andare in Russia, Messi si faceva parare un rigore da un regista (cinematografico) Hannes Þór Halldórsson, che fa il portiere della nazionale per hobby. La cosa mi convince sempre di più che i comunisti su una cosa avevano ragione: “lo sport non è una professione”. Abolire il football professionistico: vadano a lavorare e giochino per amore.

Sul fondo della bottiglia che ti sei scolato per cercare di “normalizzare” l’arrivo di Cristiano Ronaldo alla Juventus (che molti juventini non vogliono e ne vedremo delle belle) ti ritrovi che la Francia invece ha vinto, inspiegabilmente, senza avere uno straccio di gioco, così, un po’ di fondoschiena- ha battuto gli Wallabies solo grazie a un rimbalzo fortunato sul tiro di Pogba - un po’ di rimessa e con una squadra “diversamente francese”, bontà sua, contro una Croazia, ultima nazione in campo, che onestamente ha giocato meglio. Dispiace per l’allenatore Dalic e il suo rosario in mano. Dispiace dover sentir parlare di vittoria della società aperta multietnica della propaganda “macronita”, che nella cruda realtà significa invece festeggiamenti da bravi cristiani: 870 feriti, 2 morti, migliaia di veicoli bruciati, migliaia di negozi devastati. Ovviamente da parte di tutti quegli ex africani valore aggiunto, figli di africani veri che mezzo secolo fa bruciavano la bandiera francese in nome della libertà nominale dal colonialismo. Questi francesini oggi bruciano le macchine in nome forse di se stessi o più probabilmente dell’intelligenza che fu, senza nemmeno esserne consapevoli.
Fanno festa, so’ ragazzi.

Tranquilli, fra poco ricominciano i campionati.

 

12 giugno 2018

Dio, palla e famiglia. La favola del Celtic

di Matteo Donadoni
da Riscossa Cristiana
Non è vero che il calcio divide le famiglie. Il tifo divide. Il calcio unisce. Chi ama il football, inteso nel senso più britannico possibile del termine, magari sbraita e si ubriaca, esulta e insulta, ma avrà sempre un’occasione di condivisione finché il pallone (progresso permettendo) continuerà a rimanere rotondo: la partita. Perché: «Football is nothing without fans». Anche per questo motivo, se una sera organizzi un incontro per parlarne con Paolo Gulisano, profondo conoscitore del football, a casa di Alessandro Gnocchi (mettendolo a conoscenza del meeting pallonaro solo a organizzazione fatta), non può che uscirne una bella serata in cui si parla più che altro di Dio, di storia delle Isole Britanniche e ciclismo, tutto davanti a una partita di pallacanestro in Tv, la versione italiana del gioco che più si avvicina quello che dovrebbe essere sulla carta il basket.
L’occasione dell’incontro invece non riguarda il basket, e nemmeno l’importantissima notizia che il coscritto Frank Lampard da pochi minuti è diventato il nuovo allenatore del glorioso Derby County e la prossima stagione siederà sulla panchina che fu del mito Clough, ma il romanzo Il prodigio di Lisbona (Elledici, 2017), scritto appunto da Gulisano, che all’attività di medico affianca un impegno culturale di saggista e scrittore.

INNANZITUTTO IL LIBRO «Questo libro non parla solo di calcio, è un romanzo». In primo luogo è l’intreccio delle storie di vari personaggi, alcuni inventati come Peter Smyth (così il suo giornale e il suo direttore: Peter prima della guerra era un giornalista e tornerà a esserlo in seguito) e altri realmente esistiti, caratterizzati tutti da una profonda umanità e una sincera fede cattolica. La storia è un’istantanea di un periodo storico in cui risuona l’eco dei drammatici eventi della guerra, della guerra civile e del primo dopoguerra in quell’Italia provvisoria che diverrà definitiva.
Un altro personaggio frutto dell’immaginazione di Gulisano è «Antonio Azzoni, studente al penultimo anno di Medicina nel 1943, figlio di un farmacista, il quale aiuta e salva la vita a Peter Smyth, aviatore scozzese fatto prigioniero dagli italiani alla fine del 1941 e “ospite” del campo di concentramento di Fossoli di Carpi. Il campo è realmente esistito e dopo la fuga dei prigionieri britannici divenne un campo di concentramento per ebrei e antifascisti». Se è vero, però, che figura di Antonio e della famiglia Azzoni è inventata, è tristemente vero anche che esponenti delle brigate partigiane comuniste uccisero tanti innocenti durante la guerra (e anche dopo): «Il farmacista viene ucciso con tutta la famiglia, compreso il povero cane – il male è sempre paranoico -, eccetto Antonio, che in quel momento è a Milano».

PERCHÉ IL CELTIC. Il mondo celtico in ogni sua declinazione è una delle grandi passioni del dottor Gulisano, che, per la cronaca, del celta ha anche l’aspetto imponente per quanto bonario, e a me, piccolo legionario romanista, fa sempre un certo effetto. Ma i tempi cupi di Brenno son passati appena prima di quelli dei Cesari, quindi ascolto la lezione, perché c’è dell’altro oltre il cimitero. C’è il Paradiso, c’è quel prato dietro il cimitero di Glasgow, su cui venne costruito il Celtic Park, detto appunto “The Paradise”.
«Football is nothing without fans» è la scritta posta sul basamento di una delle quattro statue erette all’ingresso del Celtic Park, lo stadio dei biancoverdi di Glasgow, nella fattispecie quella del leggendario ‘Jock’ Stein (1922–1985) – all’anagrafe John – uno dei più importanti allenatori di tutti i tempi. «Il mitico Jock fu il primo allenatore – quindi il Celtic il primo Club – a vincere un triplete». Al dottore, interista da sempre, si illuminano gli occhi quando parla di quest’uomo straordinario. Carriera importante quella di Stein, il quale mantenne il ruolo di allenatore per tredici anni (fino al 1978), periodo in cui vinse dieci campionati, di cui ben nove consecutivi dal 1966 al 1974, sette Coppe di Scozia e sei Coppe di Lega, ma soprattutto la Coppa dei Campioni nel 1967, occasione nella quale il Celtic si guadagnò il soprannome di “Lisbon Lions”.
Il mio interlocutore sembra sapere tutto del football d’oltremanica, ed è certamente dotato di un’aneddotica vigorosa: «Il buon Jock in seguito portò la nazionale Scozzese ai Mondiali del 1982. E addirittura vi morì, in campo. Si può dire che morì di calcio». Infatti mantenne l’incarico fino alla morte, che lo colse a Cardiff il 10 settembre 1985, a causa di un attacco cardiaco che lo colpì mentre assisteva alla partita contro il Galles, valevole per la qualificazione ai Mondiali del 1986. «E chi era il secondo? Il suo secondo era quell’Alex Ferguson destinato a un futuro altrettanto brillante e a diventare Sir, il quale si rese conto del malore del commissario tecnico, consigliandolo di farsi visitare subito. Stein, insistette invece per rimanere a guidare i suoi, così, al termine dell’incontro era ormai tardi».

LEZIONE DI STORIA. Questo romanzo è anche un’affascinante favola sportiva, in cui una squadra di calcio, nata in Scozia con lo scopo di aiutare i poveri delle misere periferie di Glasgow, che nel 1967 conquista il titolo di Campione d’Europa. Ma per capire che cosa significhi tutto questo è necessario conoscere il background storico di quello che fu l’Impero Britannico, perlomeno per quanto concerne Gran Bretagna e Irlanda. Il dottor Gulisano è anche uno storico in grado di chiarire le molte lacune di storia britannica del sottoscritto, soprattutto la fumosa questione dei giacobiti. Ma, per quanto la storia non sia altro che una serie chirurgica di rapporti causa-effetto, in questa sede conviene abbreviare la lunga lezione, limitandoci al necessario. «Nel 1845-46 in Irlanda si verificò una grande carestia, la famosa “The Great Famine” a causa delle politiche economiche britanniche, che depredavano i beni agricoli irlandesi (tranne le patate) e la concomitanza di un improvviso incremento demografico e l’apparire di una patologia delle patate causata da un fungo, la peronospora della patata e del pomodoro, che raggiunse il paese nell’autunno del 1845, distruggendo un terzo circa del raccolto della stagione e l’intero raccolto del 1846. Agli Irlandesi non rimase altro che emigrare. Emigrarono in tutti i Paesi di lingua anglosassone. Ma i più poveri, quelli che non potevano permettersi il biglietto del piroscafo per la nuova Zelanda o l’America, ripiegarono sulla vicina Scozia. Glasgow, dalla metà dell’Ottocento, aveva infatti accolto decine di migliaia di irlandesi che cercavano lavoro, sfuggendo alla miseria che imperversava sulla loro terra, e lì ricoprivano i ruoli più poveri: minatori, muratori, operai nelle fabbriche di una delle più grandi città industriali del Regno. Inoltre vivevano in tuguri, in quartieri-ghetto, discriminati per la propria fede cattolica. Solo la Chiesa Cattolica fece qualcosa per loro, attraverso la presenza di sacerdoti e religiosi, che con grandi sacrifici diedero vita a strutture parrocchiali, a chiese e a scuole».
Così, il 6 novembre del 1887 venne fondato in uno dei più poveri quartieri di Glasgow, in Scozia, il “Celtic Foot Ball Club”. Il Club, destinato in seguito a diventare uno dei più prestigiosi al mondo, nacque come una sorta di «squadra dell’oratorio», per iniziativa non di un parroco, come credevo, ma di un religioso, il frate marista (Societas Mariae) fratello Walfrid, originario della Contea irlandese di Sligo.
«L’iniziativa di fra Walfrid era a scopo caritativo perché i proventi delle partite della nuova squadra sarebbero serviti per finanziare la “The Poor Children’s Dinner Table”, un’organizzazione a sostegno dei cattolici della città, e perciò destinati ai poveri, in particolare ai bambini che pativano la fame nei quartieri più diseredati della città». Il nome Celtic fu scelto per richiamare le comuni radici storico-culturali di origine celtica delle popolazioni scozzesi e irlandesi (gli Scoti sono originari dell’Isola di Smeraldo). «Erano stati presi in considerazione altri nomi, come per esempio “Hibernian”, nome peraltro di un altro club scozzese, l’“Hibernian FC” di Edimburgo, la prima importante società calcistica formata da immigranti irlandesi cattolici, da cui il nome come il corrispondente latino di Irlanda. Per questo motivo il Celtic venne etichettato come “la squadra dei cattolici”, ma in realtà fin dai primi tempi l’appartenenza al team non era preclusa a nessuno, indipendentemente dalla propria confessione religiosa, a differenza di quanto accadeva presso i rivali “Rangers”, la squadra dei protestanti unionisti, che praticò per oltre un secolo la discriminazione religiosa nei confronti di giocatori cattolici. Basta pensare che il governo britannico promulgò solo nel 1829 l’“Atto di emancipazione”, con il quale i cattolici ebbero per la prima volta diritto di votare e, dai tempi di Maria Stuarda, di sedere stabilmente in parlamento e di occupare quasi tutti gli uffici civili e militari dello stato».

LEZIONE DI CALCIO La partita. Paolo Gulisano non è solo uno dei massimi esperti di Celtic Football Club in Italia, amico del presidente Ian Bankier e dell’allenatore Brendan Rodgers (che in confidenza ha definito Mario Balotelli semplicemente “untrainable”, figurarsi se può essere il capitano dell’Italia), è anche, lo ripetiamo, un conoscitore del gioco del football.
Così parliamo della finale. Dell’Inter dei campioni. La Grande Inter del Mago Herrera sfida in una partita “secca” degli scozzesi sconosciuti: 11 giocatori del vivaio, 11 ragazzi nati entro un raggio di 30 miglia dal Celtic Park. Per loro stessa ammissione, gli scozzesi erano un po’ intimoriti da questi italiani in blu e nero, giocatori ben più noti di loro, all’entrata in campo avevano l’impressione che si stesse profilando un disastro. E il disastro in questo caso si chiama “rigore al settimo minuto”: «Ci venne assegnato un rigore peraltro molto generoso su Cappellini, realizzato da Mazzola che spiazzò Simpson. Ma da quel momento in poi l’Inter andò sempre più spegnendosi, mentre il Celtic prendeva coraggio, fino a dar vita nel secondo tempo ad un vero e proprio assedio». I ragazzi dei quartieri poveri di Glasgow ci mettono l’anima, hanno dalla loro la corsa sulle fasce, tipica del calcio britannico, unita ad un tipo di gioco rasoterra per l’epoca – per ogni epoca – rivoluzionario. Mentre l’Inter scende in campo con il libero classico, i bianco-verdi del protestante profeta dei cattolici (per questo sempre ritenuto una sorta di traditore dai calvinisti) Jock Stein schiera uno spregiudicato e innovativo 4-2-4 con terzini cosiddetti di spinta, fra cui Tommy Gemmell che farà impazzire la difesa nerazzurra segnando un gol e prendendo una traversa da fuori, e due attaccanti esterni, Lennox e Jimmy Johnstone, straordinario esterno dotato di un dribbling elegante, un George Best ante litteram. A centrocampo due giocatori dai polmoni poderosi: Auld e Murdoch, in grado, da soli, di tenere la mediana.

Dopo alcuni tentativi falliti fra cui una parata sulla linea di Sarti, il gol del pareggio arriva su azione manovrata del Celtic, Craig da destra passa al limite a Gemmell, che con bordata pazzesca infila il pallone all’incrocio dei pali. Il secondo tempo vede il Celtic Glasgow sempre in avanti e l’Inter che non passa la metà campo: un monologo scozzese. Così, fra una staffilata al volo da fuori e l’altra, i ragazzi di Stein “The Bould Bhoys”, i ragazzi audaci, trovano il vantaggio con una deviazione acida di Chalmers, la vittoria e la gloria. A noi il football piace così, attacco e fegato. Le meline a centrocampo le lasciamo agli smidollati che fanno calcoli sui minuti che mancano e su chi gioca peggio.

«Nel 1967 il Celtic divenne il primo club britannico a vincere la Coppa dei Campioni, fino a quel momento rimasta al caldo dei paesi del sud: Italia, Portogallo e Spagna. Non solo, nello stesso anno vinse praticamente ogni competizione alla quale partecipò (record in assoluto per una squadra scozzese): Scottish Premier League, Scottish Cup, Scottish League Cup e Glasgow Cup. È l’unico club scozzese ad aver raggiunto la finale di Coppa dei Campioni e il solo in Europa ad averlo fatto con soli giocatori provenienti dal vivaio». Inoltre, ad oggi, è l’unico club scozzese ad avere sempre militato nella massima serie dalla sua fondazione nel 1890-91. L’allenatore dei Leoni di Lisbona ha riassunto in modo esaustivo il modo di giocare e di vincere del Celtic di quegli anni: «We did it by playing football. Pure, beautiful, inventive football». E così noi crediamo che dovrebbe essere il vero football.

Alla fine di tutto lo spettacolo, dopo cinque stagioni ricche di successi (3 scudetti, 2 Coppe Campioni, 2 Intercontinentali) si chiude così l’epoca della Grande Inter. Finisce il calcio di Helenio Herrera.
Finisce con una pacifica invasione di campo. «La vittoria del Celtic fu la festa di un popolo. Il riscatto di un popolo. Il giusto riconoscimento per la passione di quei tanti tifosi giunti a Lisbona con ogni mezzo possibile, compreso l’autostop». D’altra parte Football, anzi “Feetball” come lo pronunciano loro, is nothing without fans.

 

03 giugno 2018

Dio preferisce la premier

IL FOOTBALL DEL VECCHIO CONTINENTE COME PIACE ALLA TRADIZIONE di 

di MatteoDonadoni
Nel giorno in cui il Fulham ha battuto 0-1 l’Aston Villa nella finale playoff di Championship, venendo ufficialmente promosso in Premier League, a Kiev è andata in scena quella che verrà ricordata come la finale delle lacrime. Piangevano tutti come vitelli. Salah è uscito in lacrime per essere caduto malamente a seguito di in un fallo scomposto (che in Italia definirebbero “di mestiere” se fatto da un difensore bianconero preso a caso) di Sergio Ramos non visto dall’arbitro. Lacrime copiose anche per il difensore madridista Carvajal, che, come nella finale 2016 contro l’Atletico Madrid, ha vinto una Champions in infermeria. Per terminare col più vitello di tutti, Loris Karius, portiere del Liverpool dal pianto inestinguibile, che, dopo aver regalato la tredicesima coppa ai Blancos con due papere - di cui la prima francamente imbarazzante anche per la squadra della parrocchia -, ha camminato da solo, consolato da nessuno. O perlomeno da nessun compagno di squadra.
Tre vitelli, dunque, ai quali tutto sommato è andata meglio rispetto a quelli che, almeno stando al quotidiano egiziano Al Masry al Youm, la famiglia di Mohamed Salah avrebbe sacrificato prima della finale per infondere al Messi d’Egitto la forza necessaria. Questo sacrificio, devo dire, non è stato assolutamente vano. Infatti ci ha dato la certezza olimpica che sacrificare vittime al falso Dio non funziona mai, e, soprattutto, se di fronte hai un Sergio Ramos capitano cattolico, ne esci con le ossa rotte, ma non ditelo a Bergoglio, non crede che Dio sia cattolico, anche per questo nel referendum irlandese la Chiesa ha brillato per assenza. Nessuna mobilitazione, nessun intervento da Roma, nessun aiuto dei vescovi europei. Così, l’ultimo Paese del nostro continente ad avere resistito contro la morte di Stato torna alla pratica barbara dei sacrifici umani, conquistandosi il diritto di uccidere i propri figli. Rimpiangiamo il sacrificio dei vitelli, perché, fra l’altro, il rito islamico ha fatto incazzare gli animalisti, cosa sempre divertente.
Prima dell’infortunio di Salah gli inglesi si erano dimostrati molto aggressivi, d’altra parte avrebbero potuto spuntarla solo con un’intensità di gioco altissima per tutti i novanta minuti. Così non è stato. Un po’ per il contraccolpo psicologico, un po’ perché il Real, nonostante la serata no di toni Kroos (tre passaggi sbagliati) è la squadra più forte nel complesso, il Liverpool ha finito per abbassare il proprio baricentro, rendendo impossibile il gegenpressing di Klopp. La prodezza del panchinaro d’oro Gareth Bale, col relativo passaggio al 3-5-2, ha solo messo la parola fine sul referto sportivo. L’unica emozione successiva è stata il palo colpito con tiro da fuori da Mané. Il resto è crollo emotivo endemico.
Meno male che almeno il tecnico del Liverpool, Jürgen Klopp ha festeggiato ubriacandosi e cantando tutta la notte con i tifosi dei Reds. Festeggiare una sconfitta è di gran lunga molto più cattolico del preoccuparsi nevrastenico per l’andamento dei titoli in borsa come fanno certi catto-comunisti nostrani (principale problema italiano).
Così, mentre ci prepariamo a gustarci un campionato mondiale di football nel Paese delle matrioške, ci troviamo con un golpe politico soft imbastito apparentemente in fretta e furia per salvare i nostri risparmi e soprattutto per consentirci di vedere tutte le partite in chiaro senza esser disturbati da noiose dichiarazioni politiche, ma in verità già orchestrato da più di venti giorni, buttati a mare a bella posta per impedire il voto a luglio. Un voto che sarebbe stato certamente l’inizio vero della Terza Repubblica.
Grazie a Dio l’Italia in questo frangente storico è fuori dai mondiali di calcio come una bambola di legno uscita male dalle mani di un falegname uralico ubriaco in pieno inverno. Così gli Italiani sotto l’ombrellone avranno la possibilità di dedicarsi una buona volta a discutere di ciò che più importante per il futuro della nazione e non della nazionale.
Magari di fronte ad un match di football esaltante e una birra gelata. O una vodka. Vashe zrodovye!

 

19 maggio 2018

Dio preferisce la premier


IL FOOTBALL DEL VECCHIO CONTINENTE COME PIACE ALLA TRADIZIONE



di Matteo Donadoni
LIONE. Finale di Europa League. Termina dunque qui l’epopea dei tifosi dell’Atalanta sul divano. Dopo anni di difficoltà l’OM fa sul serio [1], lo fa per 20 minuti circa, poi la pochezza tecnica della sua punta Germain, l’infortunio tecnico di Zambo Anguissa che causa il vantaggio spagnolo e soprattutto l’infortunio muscolare a Payet, spostano la bilancia della fortuna inesorabilmente in favore dell’Atleti, che si ritrova praticamente la partita vinta, dato che il Marsiglia si squaglia come un cornetto sul molo. Come al solito il Colchoneros ottengono il massimo con il minimo sforzo. Inizio a pensare che questo paradosso del calcio sia in realtà un assioma: chi rompe il gioco vince.
A volte sembra karma. Chi d’infortunio ferisce, di infortunio perisce. Tutti i commentatori sportivi più informati attendevano Dimitri Payet, che definiscono “libero offensivo”, ma che io ricordo più che altro come il macellaio di Ronaldo nella finale di Euro2016. Per la quarta volta consecutiva, anche quest’anno, infatti, il trequartista nato nell’isola di Reunion è di nuovo il giocatore ad aver creato più occasioni da gol nei cinque principali campionati europei: Chances created: 113,
Assists: 12 ( SQUAWKA ANALYSIS ). Addirittura più di giocatori come De Bruyne, Insigne, Özil e Eriksen. I dati dicevano anche che l’Olympique Marseille è la squadra che tira di più in Ligue 1 e quella che segna di più su calcio piazzato (10 gol). Forse perché l’Atletico gioca in Spagna.
D’altra parte Rudi Garcia ha tentato di fare con Payet come a Roma il primo anno della sua gestione con Francesco Totti. Solo che Payet, per quanto forte, non è Totti.
Nonostante la bellezza dei dribbling di Ocampos e la tenacia di Sarr, entrambi giocatori notevoli, di questa finale rimane l’inconcepibile solidità dell’Atletico, oltre che l’inconsistenza intellettuale nonché calcistica degli scout (tipo i geniacci dell’Olympique Lyonnais) che scartano un giovanissimo Antoine Griezmann perché gracilino.
Se avesse vinto l’Europa League, Garcia avrebbe potuto considerarsi il padre dell’introduzione della “touche” nel football, ma ha perso.

Ma la scorsa settimana era stata assegnata la Coppa Italia.

ROMA. Per parlare della finale di Coppa Italia dobbiamo discutere la finale di Coupe de France, palcoscenico della storia e delle aspirazioni del Les Herbiers, piccola squadra di terza divisione francese - il massimo livello che la squadra è riuscita a raggiungere in tutta la sua storia. Oggi è la squadra francese che più ci sta simpatica. Per due ragioni. Una storica: all’alba del 3 febbraio del 1794 la colonna infernale guidata dal generale François-Pierre Amey entrò nella regione del Bocage e diede fuoco alla città di Les Herbiers. Sconfitta l’armata cattolica vandeana, l’esercito rivoluzionario volle incenerire i propri avversari: doveva. Infatti, la città venne distrutta insieme al castello dell’Entenduère, oggi ridotto a poche rovine abbandonate e ricoperte dalla vegetazione. Insomma, la solita prassi dei progressisti. La seconda ragione è che la squadra di calcio è stata fondata nel 1920 da un parroco - come il glorioso Celtic Glasgow, che quest’anno vince il settimo scudetto consecutivo e ci congratuliamo.

Dunque, per quanto sia stata travagliata la stagione del Les Herbiers - e per dire quanto basta ricordare che l’attuale tecnico, Stephane Masala, non ha neanche il patentino per allenare e il club deve pagare una multa di 1170 euro ogni partita - la squadra è arrivata in finale contro il ricco e blasonato PSG dei parigini, che loro chiamano “Les Parigots”. Avrebbe potuto essere una storia degna del football britannico, ma, essendo che è francese, i ragazzi del Les Herbiers hanno concluso banalmente, perdendo o-2 contro quella che sulla carta è la squadra più forte d’Europa.
Tutto sommato un risultato migliore di quello dell’onesto Milan contro la Juventus, che si aggiudica il trofeo per la quarta volta consecutiva, stabilendo un nuovo record, grazie a ben due papere di Donnarumma e un autogol di Kalinic.

Già, la scorsa settimana era stata assegnata la Coppa Italia. Infatti la chicca di fine anno ce la regala l’allenatore più permaloso della penisola, Massimiliano Allegri, il teorico della partita brutta, “anzi, se possibile, ancora più brutta”. Cito testuale perché si farebbe fatica a credermi: “E’ ora di far capire ai corsi, a i nuovi allenatori, a questi ragazzotti che ‘crescano’, che il calcio non è solo fatto di teoria, ma anche di pratica. Io fortunatamente son cresciuto con Galeone <sic!> che mi ha spiegato la molta semplicità nel spiegare le cose. Invece, io qui sento, Dio Santo, come se in una partita di calcio bisognerebbe mandare missili sulla Luna. E questo credo che sia molto un po’ una roba… da chi non conosce il calcio”. Esposto il teorema filosofico profondo per la formazione degli allenatori del futuro, Allegri, per quanto sconsolato per questa sua battaglia persa, prosegue la lezione per chi non conosce il calcio con un esempio pratico, altrimenti “si riduce il calcio… nel calcio ci sono mille imponderabili e mille imprevisti come il Monopoli, nel Monopoli c’è un pacchettino di imprevisti e nel calcio c’è un pacco di imprevisti. Quindi bisogna saper gestir le cose… c’ho un’idea completamente diversa, purtroppo forse è sbagliata la mia perché sento ‘parlà’ tutti allo stesso modo… quindi…”
Come dicevano i filosofi antichi: IPSE DIXIT - 9 maggio 2018.
Per concludere ribadendo un grosso #NototheModernFootball, ricordiamo l’ennesimo ritiro di Gianluigi Buffon. Tabaccaio in lacrime.


[1] Margarita Louis Dreyfus ha ceduto le quote dell’Olympique Marsiglia all’americano Frank McCourt, imprenditore dal passato turbolento , già proprietario dei Los Angeles Dodgers (franchigia di baseball della MLB), dalla cessione dei quali ha ricavato circa 2,15 miliardi di dollari (sic!).
 

14 aprile 2018

Dio preferisce la Premier

IL FOOTBALL DEL VECCHIO CONTINENTE COME PIACE ALLA TRADIZIONE

di Matteo Donadoni
SYWELL. Il fatto più curioso di una delle settimane più pazze del calcio del Vecchio Continente è accaduto a Sywell, nel cuore (o nel pozzo?) dell’Inghilterra. Il Sywell FC, club dilettantistico inglese, si è scusato su Twitter con i propri tifosi per il match cancellato lo scorso weekend. Il motivo? Il pullman della squadra è finito ad Hundon, mentre i tifosi, che già si erano sobbarcati il viaggio, erano andati a Hendon, dove in realtà si sarebbe dovuta giocare la partita.

ROMA. La notte del “Fracaso total en Europa” come titola Marca, la notte in cui il Barcellona “se derrumba” presentandosi all’Olimpico con la maglia della Lazio. Quella di martedì sera è stata la notte in cui tutti gli amanti del football hanno potuto sperare finalmente nella fine del “guardiolismo”, nel senso più deleterio, e cioè del calcio tutto pedanterie e fiocchetti gialli, e, con essa, il ritorno degli spettacoli circensi nel luogo che a loro compete, sotto i tendoni. Dico gli amanti dl football non a caso, e certamente non solo per risentimento personale, lo dico perché il football è sostanzialmente un “passing game”, ma non SOLAMENTE un “passing game”. Per inciso: i dati dicono che mai come in questa partita la percentuale di passaggi riusciti ai Blaugrana è stata così bassa, ovvero il 76%, ben dieci punti sotto il minimo stagionale in Champions League che era dell’86% contro lo Sporting. Ad ogni modo l’icona triste di questo declino - che poi è una delle cose che ci hanno fatto godere - è un Andres Iniesta vecchio e sbiadito, sostituito e spaesato, appeso alla panchina come uno scimpanzé con l’Alzheimer. Lo spettacolo di una Roma, invece, che, contro ogni ragionevole pronostico, sconfigge i marziani è una sorpresa per tutti, ma un’impresa costruita sul cuore e sull’umiltà. Sul cuore dei capitolini, che sembravano ora eroi classici, ora gladiatori invasati (nota bene: hanno segnato gli stessi che avevano fatto autorete all’andata) e sull’umiltà di un Di Francesco che ha costruito un impianto tattico (3-4-3) fatto di gegenpressing altissimo sul portatore di palla e chiusura delle fasce laterali, in grado non solo di sconfiggere gli avversari, ma di dominarli pressoché per novanta minuti. A proposito di gegenpressing, questa la reazione di Jürgen Klopp: «Ero sulle scale quando qualcuno me l'ha detto. Lì per lì ho pensato che fosse uno scherzo. Non che io non rispettassi la Roma, loro sono una squadra fantastica, ma non me lo aspettavo». Come strascico dell’esultanza composta dell’Uomo di Naxos (che verrà ricordato come volto della partita), la nottata è proseguita nel segno del proverbiale equilibrio emotivo mediterraneo. Bagordi, schiamazzi e perfino il presidente Pallotta a mollo nella fontana di Piazza del Popolo con la tutta camicia e tutta la sobrietà. Pazzesco.
L’alba successiva è spuntata su una certezza. I marziani non esistono.
PS: a Pallotta il tuffo è costato 230 mila euro per il restauro fontana del Pantheon. Più la multa.

MANCHESTER. L’altra metà del sogno è scesa in campo in Inghilterra. A differenza di Di Francesco che non ha parlato dei tre rigori non dati (e uno concesso controvoglia) nei due match contro il Barcellona, Guardiola ha pensato bene di dare di matto, facendosi espellere dall’arbitro spagnolo, che, ad essere onesti, ha annullato un gol validissimo al City. Fatto sta che il guardiolismo ha perso in casa 1-2, abbandonando definitivamente la competizione.

MADRID. Ma le eccessive lamentele di Guardiola saranno sembrate retoriche dopo la follia di Madrid. Infatti, mentre si consumava il dramma (per gli spettatori) dello 0-0 a Monaco di Baviera, la Juventus, arrivata ad un passo dall’impresa di portare ai supplementari il Real, rovina tutto con un fallaccio di Benatia che travolge da dietro Lucas Vazquez al ’93 (non al ’97 come ha scritto la GazzettadelloSport, chissà perché), mentre si accinge ad accompagnare il pallone di testa in porta da due passi. Rigore. Apriti cielo. Buffon espulso per proteste e spintoni all’arbitro (di cui i giornali italiani non hanno mostrato i fermo immagine, chissà perché) e siluro di Ronaldo. Peccato, perché i Bianconeri avevano giocato veramente una partita di cuore coraggio e corsa meritando il vantaggio. La vittoria per 1-3 al Bernabeu sarebbe bastata a giustificare un’eliminazione decorosa. Invece, come la Roma aveva unito l’Italia, la Juventus l’ha divisa di nuovo. Andrea Agnelli insieme a Gianluigi Buffon ha pensato bene, anziché licenziare Benatia, di abbandonare il decoro per dare spazio al decorativo, rovinando così la serata sportiva a tutti. In Tv è andato in onda infatti uno spettacolino pietoso in cui, nell’ordine, Agnelli dava del “vanesio” incompetente a Collina, per invocare quella tecnologia VAR che aveva bollato come “pallanuoto” pochi mesi fa; e poi veniva definito, a freddo, dopo un’ora, “animale con un bidone dell’immondizia al posto del cuore” il povero arbitro inglese Michael Oliver, da parte del quarantenne Buffon, arrivato ormai all’ennesimo lacrimevole annuncio di ritiro in favore di camera, che fra un paio di settimane si rimangerà. Vedere la rabbia incontenibile del capitano bianconero dispiace umanamente, ma d’altra parte non lo possiamo perdonare, fosse solo per coerenza: pochi anni fa lo stesso portiere infatti beffeggiava (sempre in televisione) con aria da galantone superiore i tifosi milanisti per via della vicenda Muntari, sostenendo, grosso modo, il teorema per cui solo i perdenti si lamentano dell’arbitraggio.
Tutta questa pantomima, fra l’altro, per un rigore netto che un arbitro inglese, a conti fatti il meno peggio di questo turno di Champions, ha avuto il coraggio di dare solo e unicamente perché ERA RIGORE. Punto.

EUROPA LEAGUE. Il gol più bello della settimana l’ha realizzato certamente Ruben Neves del Wolverhampton, squadra di Championship, il campionato più bello del mondo, ma niente male anche il cucchiaio di Aaron Ramsey e i gol di Payet e Immobile all’incrocio dei pali nella seconda competizione continentale, evento in cui questa si è dimostrata definitivamente essere la settimana delle rimonte clamorose e delle quasi rimonte clamorosamente fallite. Suicidio in stile neoclassico per 4-1 della Lazio, che era passata in vantaggio a Salisburgo, e per il quale a me, romanista, sono servite 4 grappe, per riprendermi. Onestamente dispiace. Rimonta facile ed esagerata, ma per nulla scontata, dell’Olympique di Marsiglia sul Lipsia. Fallita rimonta del CSKA a Mosca contro i ragazzi di Wenguer, che, vista la malparata iniziale, ha fatto i cambi come un Allegri qualunque, mettendo 5 difensori - e il bello è che ha pure pagato. Il portiere dello Sporting Lisbona, invece, Rui Patricio, cui hanno costruito una statua a Leiria per la sua parata su Griezmann durante la finale dello scorso europeo, si è ripetuto sempre su Griezmann, ma stavolta non è bastato: vittoria 1-0 sull’Atletico di Simeone, che però passa il turno.
Ad ogni buon conto questo turno spettacolare ha fatto in modo che in finale di Champions League ci sarà una squadra a sorpresa, visto che le semifinali saranno Bayern Monaco vs Real Madrid e Liverpool vs Roma, una delle quali si ritroverà per forza di sorteggio a Kiev a fine maggio. Lo stesso vale per l’Europa League con Olympique de Marseille vs Salzburg e Arsenal vs Atletico Madrid.

 

08 aprile 2018

Dio preferisce la Premier

Il football del Vecchio continenente come piace alla Tradizione

di Matteo Donadoni
NORTHWICH. Il 1874Nortwich Football Club è il club inglese che quest'anno si è visto rinviare 23 partite per maltempo. La squadra, che milita nella North West Counties League Premier Division, in Inghilterra, si trova ora a dover giocare 23 partite in 40 giorni, una cosa fuori dal mondo per quel che riguarda il mondo del pallone. Lo ha annunciato con un Tweet la stessa società:
1874 Northwich @1874Northwich Monday, Wednesday, Thursday, Saturday, Monday, Wednesday, Thursday, Saturday, Monday, Thursday, Saturday, Monday, Wednesday, Thursday, Saturday, Monday, Tuesday, Thursday, Saturday, Monday, Wednesday, Thursday, Saturday.…
Le date sono: 26/3, 28/3, 29/3, 31/3, 2/4, 4/4, 5/4, 7/4. 9/4, 12/4, 14/4, 16/4, 18/4, 19/4, 21/4, 23/4, 24/4, 26/4, 28/4, 30/4, 2/5, 3/5, 5/5.

TORINO. I Bianchi di Madrid (in maglia da pic-nic) strapazzano i primi in Italia con una vittoria pulita a Torino. Un 3 a 0 frutto di una prodezza e del gioco. La superiorità del gioco frutta il primo gol del Real già al secondo minuto, dico superiorità perché ad essere superiore è la concezione del football di Zidane rispetto a quella di Allegri, che lo eguaglia solo in materia di antipatia. Perché? Risposta: Isco. Isco sarebbe titolare in qualsiasi club italiano, ma in Italia non farebbe la differenza come accaduto ieri sera a Torino, perché al giorno d’oggi una cosa normale come la libertà di inventiva del trequartista è vissuta dagli allenatori come fatto castrante del proprio presunto genio tattico. Tanto da far dire agli esperti che Isco libero di spaziare per il campo come un’allodola – come deve essere nel football – sia funzionale a “costruire il caos deterministico del calcio dell’allenatore francese” (boh!). Così, mentre stavamo tutti aspettando il primo passaggio sbagliato della stagione di Toni Kroos, ecco accadere il non plus ultra psicofisico in una partita di pallone: la rovesciata da album delle figurine. Cristiano Ronaldo esplode letteralmente la partita annichilendo le velleità bianconere. Di fronte ad una prodezza del genere anche il gioco passa in secondo piano. Dobbiamo dare atto di bella sportività a quei tifosi della Juventus (non troppi per la verità) che hanno offerto la standing ovation applaudendo al bel gesto atletico. Guardiamo il football per queste emozioni, non per vincere a qualche modo o, peggio, a tutti i costi. Certe cose pagano il biglietto della partita e della storia, anche da avversari.

BARCELLONA. Il 25 agosto, prima cioè dell’inizio dei gironi, nel Ranking Uefa la Roma era la 27esimo posto, dietro anche alla Fiorentina. Arrivare con merito ai quarti contro il Barcellona era già una soddisfazione, pensare di imballare i Catalani a centrocampo per finire con un risultato definito troppo pesante, direi, è forse il massimo che si potesse sperare. Questo per raccontare l’ennesima figuraccia in Europa della formazione della Lupa Capitolina, che per una volta non è stata così “figuraccia”: due autoreti un “autoassist” e due rigori negati hanno complicato la situazione. Col senno di poi e un minimo di fortuna in più avrebbe potuto anche essere un’impresa. Ma ciò che più fa riflettere sono un paio di considerazioni di carattere politico. La prima è come sia possibile che, nel calcio moderno dei perfettini antihooligans del “footbally correct” in cui è vietato quasi tutto e non si espongono striscioni, appaia a Barcellona lo striscione increscioso con la richiesta di libertà – “llibertat” come la chiamano loro – per la Catalogna. Perché 1. se possono fare liberamente una cosa del genere, evidentemente la libertà ce l'hanno già. 2. il Barcellona non è una nazionale! Non so perché venga concesso a questa società di spacciarsi politicamente. Allora facciano come i Baschi: schierino solo calciatori catalani, caccino Messi e gli altri campioni, dicendo addio a soldi e gloria. Non si fa la llibertat sportiva con i piedi degli altri.
La seconda considerazione è di politica sportiva: che sensazione di solitudine guardare le partite ancora prive della tecnologia VAR. Intendiamoci, a noi piace il football così come lo hanno inventato i maestri inglesi, per cui questa novità risulta un paradosso. Infatti, saremmo contrari a priori. Se non fosse però che, proprio in ragione del VAR, si riscontra una restaurazione (e non una rivoluzione) dell’antico spirito del football britannico con l’avvento di due fenomeni calcistici: l’inutilità della simulazione (che diventa anzi controproducente) e la superfluità della polemica sportiva, rende le polemiche infra e post partita semplicemente superflue. Per cui evviva la controrivoluzione del VAR! In attesa che il gioco ritorni appannaggio unico di gentiluomini.

LIVERPOOL. Il Manchester City ha chiuso la partita con zero tiri in porta, già questo fatto mi farebbe godere anche se il Liverpool non avesse vinto 3-0, demolendo la squadra che ha ammazzato la Premier League quest’anno. Ma dato che, ahimè, scemo, ho guardato la Roma, non posso parlare di football in merito, quindi parlo di cose più serie. A partire dalle parole di Guardiola: “Grazie alla polizia di Liverpool per averci protetto. Arrivare allo stadio con un clima del genere non è una contemplata nel mondo del calcio”. Solo in seguito ha fatto i complimenti al Liverpool per il gioco espresso e per il risultato. Ora, ringraziare la polizia, sempre. Però, se, come dicono i meglio informati che quella sera passeggiavano per le strade di Londra, OGNI pub traboccava di gente per vedere L’pool - City e TUTTI tifavano Liverpool, possiamo capire quanti danni al calcio britannico stiano facendo i vari signori allenatori d’importazione continentale. Guardiola dovrebbe pensare forse meno a far politica e di più a vincere qualcosa senza avere Messi, visto che con l’argentino ha vinto pure Luis Enrique, e senza troppo tirarsela.

Nella coppa di riserva da notare i 4 goal della Lazio al Salisburgo (pregevole il gol di Parolo di tacco) e i 4 dell’Arsenal ai Russi del CSKA Mosca. I Gunners, sono a sorpresa, indubbiamente la squadra più bella della competizione.

 

05 aprile 2018

Ritornare alla filosofia occidentale/4

Ovvero. La Meraviglia dell'animale metafisico

«Il tutto, l’intero è assolutamente pieno: non ci sono buchi nell’essere». 
(Giuseppe Barzaghi) 

di Matteo Donadoni
Il modo è in crisi perché è in crisi la filosofia. E la filosofia, a quanto pare, si è messa in crisi per mano dei filosofi. Ne cito solo alcuni dei più recenti: Heidegger e «l’oblio dell’essere», Wittgenstein e «il silenzio del logos», ma soprattutto Nietzsche con il suo «Dio è morto». Noi oggi, all’ombra di questa trimurti, come si chiedeva già il Mondin quarant’anni fa, possiamo ancora filosofare? Oppure dobbiamo rannicchiarci tutti quanti nel piagnisteo del pensiero debole? In vero fra i contemporanei qualcuno dice che sia impossibile filosofare, e cioè ricercare le cose ultime, perché sarebbe come cercare ciò che non c’è. Sembrerebbe che la filosofia sia ormai divenuta superflua, perché è la scienza a preoccuparsi di risolvere i problemi, o, come dicono certi altri, perché ad essere superflua è la metafisica, dal momento che è sufficiente la fenomenologia per comprendere l’essere. Insomma, come in certi videogiochi tipo “Fortnite”, pare sia improvvisamente apparsa nel cielo, lapidaria, la scritta: “Ti sei autoeliminato”.
In questo modo la resa dell’intero pensiero filosofico occidentale si può esplicitare platonicamente nel dramma cosmico «dell’umanità inginocchiata davanti agli idoli della caverna». La modernità adora stoltamente gli idoli del materialismo edonista. Ma l’uomo in principio non è così! La mente dell’uomo è connaturale al soprasensibile, oltre che naturalmente religiosa. L’essere umano deve compiere uno sforzo (dis)educativo per diventare materialista, sensista, edonista….e disperato. Eliminato Dio, che si dissolve nel mondo, restano gli idoli della Konsumgesellschaft e le ombre della caverna, fantasmi culturali. In nichilismo è il depotenziamento dei valori tradizionali (metafisici), uno svuotamento soggettivista, così da configurare un’esistenza terribile, senza scopo e senza fine in cui tutto si risolve inevitabilmente come uguale. Sposarsi o no, credere o no, vero o falso, persino vivere o morire. La vita dell’uomo contemporaneo è, in termini filosofici, una specie di lugubre «eterno ritorno dell’uguale» nell’accettazione della vita come tale. Una specie di assurdo esistenziale. Proporre un mondo come mera progettualità storica, relativista e cieca, è una stravaganza metafisica che consegna l’essere umano alla negazione di un proprio fondamento ontologico stabile. In pratica una follia.
Invece la filosofia dovrebbe rendere stabile l’uomo nella sua ricerca di pienezza della vita e sicuro nella verità, con tutte le cautele del caso. Passo passo, certo. Ad ogni modo, non dovrebbe adoperarsi certo per imballarlo in un’immanenza disperata e ansiogena. Ma serve uno sguardo metafisico sulla vita, perché nello sguardo metafisico non esistono vuoti. Questo vuol dire avere la mente aperta, avere lo sguardo aperto al non immediato, un occhio metafisico, lucido come quello del santo o bambino.
Il bambino va oltre la condizione dei sensi, si pone le domande, i famosi “perché?”, constata che le cose cambiano, mutano e si chiede il perché, non si limita a prender nota. Quando la nonna muore, non si accontenta di quattro chiacchiere en passant sui fosfati, perché l’uomo è ontologicamente di più. L’uomo vuole conoscere le cause e porre rimedio, problem solving, come dicono oggi – sarà per questo che sono rare le donne filosofo? Forse perché le femmine sono multi-tasking? Non datur. L’uomo, dunque, è naturaliter filosofo. Anzi, Schopenhauer lo ha definito animal metaphysicum.

«Ad eccezione dell’uomo, nessun essere si meraviglia della propria esistenza: anzi, per tutti gli altri esseri l’esistenza è una cosa talmente ovvia, che essi non la notano. Negli animali, attraverso la calma dello sguardo, continua a parlare la saggezza della natura, perché in essi la volontà e l’intelletto non si sono ancora separati abbastanza per potersi stupire l’uno dall’altro, qualora si incontrino di nuovo. […] La sua meraviglia è tanto più profonda, in quanto qui, per la prima volta essa si trova coscientemente di fronte alla morte e in quanto, accanto alla consapevolezza della finitudine di ogni esistenza, le si impone anche, con più o meno forza, quella della vanità di qualsiasi aspirazione. Da questa coscienza di sé e da questa meraviglia nasce allora quel bisogno di una metafisica, che è proprio dell’uomo soltanto: questi è quindi un animal metaphysicum» (A. Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, II, 17).

Ma va educato. Il filosofo è un pedagogo per gli altri e fa loro scoprire i meccanismi della realtà intera. Filosofare è scoprire il senso delle cose e della vita, separare l’immaginario dal reale, cercare e accogliere la verità per ciò che è (adaequatio rei et intellectus). È trasformare il complesso in semplice, partendo dal concetto base che la natura delle cose è intelligibile, il mondo intero è intelligibile perché creato da un’Intelligenza. L’uomo ricerca - Socrate diceva che «una vita senza ricerca non è degna per l'uomo di essere vissuta» (Apologia 38 a) -, ma se ricerca, lo fa perché è incuriosito, è incuriosito perché lo spettacolo offerto dalla realtà è meraviglioso e la sua intelligenza lo stupisce. Così in primo luogo l’uomo riconosce la propria ignoranza, che è il primo gradino, poi è costretto a congetturare la problematicità ontologica del reale. Per questo porre problemi è tanto bello quanto risolverli! (cit. Barzaghi).
Filosofare è meravigliarsi come un bambino.
Rinunciare a filosofare invece è una tragedia, è come decidere di non riprodursi, alla fine muoiono tutti. Non mi sembra un modo simpatico di ragionare. L’uomo sempre è più di un animale. L’uomo ama, l’uomo ragiona, ama le meraviglie dell’universo ma pone questioni sull’essere di queste meraviglie, e ragiona sui significati (non solo linguistici!) e sui perché di tutto e di se stesso. Soprattutto, l’uomo filosofa. Questo è il compito della filosofia: «Filosofare è interrogarsi sui perché delle cose e degli accadimenti degli essenti e dei fenomeni, dell’essere e del non essere, e questo è compito della ragione, non della fantasia o del sentimento. Perciò educare alla filosofia è anzitutto educare alla riflessione, al ragionamento» (B. Mondin).
Anche nell’epoca della cibernetica, solo perché possiamo delegare il lavoro a delle macchine, non abbiamo il diritto di delegare il pensiero. Non possiamo limitarci a dire primum vivere deinde philosophari, per quanto sia vero, corretto e finanche necessario, perché vivere est philosophari! Torniamo a filosofare forte!


-Educare alla filosofia, atti del XIII convegno dell'A.D.I.F., Roma, 13-15 settembre 1990, Georges Cottier [et al.] a cura di Battista Mondin.
- Il mondo come volontà e rappresentazione, A. Schopenhauer, Mondadori 1997.
-Le radici del Nichilismo, in Divus Thomas, 18 sett-dic 3/1997, EDS.

 

24 marzo 2018

Ritornare alla filosofia occidentale

Ovvero la greca cattolicità

«Chi, pur avendo una sola voce, si trasforma in quadrupede, bipede e tripede?»
(La Sfinge di Tebe)
di Matteo Donadoni
Abbiamo tutti sentito parlare di filosofie orientali, almeno quanto il fatto di non dare ossi al cane, ma di fatto non esistono filosofie orientali, o meglio, si tratta solamente di religioni e tradizioni. La filosofia nasce in Grecia, e gli ossi al cane si possono dare. Essa è, sia come parola sia come concetto, creazione del genio ellenico per la sua peculiare vocazione teoretica, dall’oriente vennero alcune conoscenze astronomiche e matematico-geometriche, ma i Greci seppero ripensarle, strutturandole in una dimensione teoretica, mentre per gli orientali queste scienze avevano solamente un fine pratico. Così, se gli Egizi svilupparono e trasmisero l’arte del calcolo, i Pitagorici idearono la teoria del numero. Se i Babilonesi fecero uso di precise rilevazioni di carattere astronomico, furono i Greci a trasformarle in un’organica scienza astronomica, tanto che Eratostene riuscì a calcolare la circonferenza (seguendo Parmenide) della terra con un’approssimazione risibile considerati i mezzi, nel XIX secolo poi, si diffuse la voce che fosse piatta. In nessun’altra antica civiltà possiamo riscontrare qualcosa di analogo in senso specifico: ciò costituisce una superiorità qualitativa, senza la comprensione della quale non è possibile capire lo sviluppo originale della civiltà occidentale, né le cause dell’arretratezza di tutte le altre (sic!). La scienza, a quanto pare, non è possibile in ogni cultura. Sono necessari dei presupposti teoretici, che sono quelli propri della civiltà occidentale, e allo stesso modo esistono idee che rendono strutturalmente impossibile il nascere di determinate concezioni che sono costitutive dell’intera scienza. È stata la filosofia a gettare le basi razionali che hanno generato la scienza.

Ovviamente, in passato, non sono mancate obiezioni, alle quali però non è difficile opporre prove schiaccianti:
a) In epoca classica nessuno dei filosofi menziona una possibile derivazione della filosofia, amore per il sapere, dall’Oriente.
b) È dimostrato storicamente che nessuno dei popoli con cui i Greci vennero a contatto possedeva una filosofia basata interamente sulla ragione – logos; ma un tipo di conoscenza sapienziale (i gymnosofisti) simile a quella che avevano i Greci stessi prima di inventare la filosofia.
c) Prima di Alessandro Magno (356 – 323 a.C) non risulta che i Greci, mercanti e mercenari presenti in tutta l’Ecumene, avessero avuto la possibilità di consultare direttamente scritti indiani, né egizi, né che vi fosse qualcuno in grado di tradurre i Testi Sacri, né in grado di discutere con sacerdoti o sapienti di quelle regioni. Ad non ogni modo non abbiamo evidenza scientifica che ciò sia avvenuto.
d) Anche se qualche idea è stata presa dalle culture orientali, la filosofia greca rappresenta una forma nuova di espressione spirituale perché: 1- puramente speculativa e 2- di forma rigorosamente logica.

Di che cosa si occupa la filosofia? Di uova e di galline? Anche. La filosofia ha come oggetto la totalità delle cose, o intero, come la religione, le sue due caratteristiche principali sono l'atteggiamento critico con cui essa si propone di esaminare la realtà, e cioè il metodo razionale, e il suo scopo, che è la pura contemplazione della verità. La filosofia nasce nel momento in cui il sapere, inteso per sé, viene visto come un valore; la nostra mentalità materialista, invece, tende a dare importanza solo a quei saperi che possono essere "utili", rifiutando invece quelli che si considerano inutili: per esempio, si va a scuola non di per sé, per ottenere il sapere, ma piuttosto per prepararsi ad un lavoro. Aristotele, esplicitò, codificando quanto era nel sentire greco, il concetto del "sapere per il sapere", dove il sapere diventa un valore di per sé, pur non trovando sempre applicazioni pratiche. La filosofia per Aristotele era la più nobile delle scienze proprio perché "non serve a nulla", ossia perché non ha quel vincolo di "servitù" ed è assolutamente libera: proprio perché priva del legame di servitù é il più nobile dei saperi. Per questo, tecnicamente parlando, una laurea in filosofia (ma anche in teologia) è quanto di più insensato si possa immaginare. La nostra società, invece, vede il sapere in modo alquanto simile a come lo vedevano le società pre-elleniche: gli Egizi, ad esempio, si servivano della matematica in senso "utile", ossia per calcolare le entrate e le uscite, mentre invece si servivano della geometria per tracciare correttamente i confini degli appezzamenti di terra abitualmente cancellati dalle piene del Nilo. Allo stesso modo i popoli Mesopotamici sfruttavano l'astronomia per calcolare le stagioni e per i culti religiosi.

Con i primi filosofi i Greci cominciarono a discostarsi sempre più dal mito e a prediligere il logos, la ragione. Ma il passaggio fu lento e graduale, persino Platone si serve ancora di miti per ciò che non riesce a spiegare. Un esempio della spinta razionale è tuttavia presente sin dal principio. Eraclito, vissuto ad Efeso nel 500 a.C. circa, racconta che Omero, il grande poeta iniziatore della civiltà occidentale, fosse interrogato da alcuni fanciulli con l'indovinello: «cosa è che se prendiamo ci lasciamo dietro e se non prendiamo ci portiamo appresso? ». Eraclito racconta che non essendo stato capace di rispondere (la risposta corretta, per la cronaca, era: "i pidocchi") si uccise. Analoga è la vicenda della Sfinge, creatura mitologica mandata da Era, con corpo leonino, viso di donna e ali d’uccello, che, accovacciata sul monte Ficio, divorava chiunque non fosse stato in grado di risolverne l’enigma - «τί ἐστιν ὃ μίαν ἔχον φωνὴν τετράπουν καὶ δίπουν καὶ τρίπουν γίνεται;» «Chi, pur avendo una sola voce, si trasforma in quadrupede, bipede e tripede?» - e che si uccise perché Edipo seppe risolverlo.

Possiamo osservare come la filosofia antica delinei una parabola di cui si può in qualche modo cogliere la logica, al cui fondamento si pone che il pensiero pensi l’essere:
1) i Presocratici sono affascinati dal mistero del cosmo naturale: ne colgono l'ordine e la bellezza, il logos, e ne cercano l'unitario principio (archè), ma restando sul piano puramente fisico si incagliano nella contraddizione tra essere e divenire.
2) L'esito è la sfiducia nella stessa possibilità di conoscere oggettivamente la realtà, sfiducia di cui si fanno interpreti i sofisti e soprattutto gli Scettici.
3) Ma la spinta verso la verità è inarrestabile. In particolare non si può rinunciare a sapere chi è l'uomo, in questa direzione si muove Socrate: egli cerca la verità assoluta sull'uomo, e paga con la sua vita la fedeltà a questa ricerca, ma non trova un fondamento adeguato alla sua sapienza sull'uomo (anthròpyne sophia).
3.1) Toccherà a Platone trovare questo fondamento, che gli consente di impostare una soluzione alle contraddizione in cui si era incagliato il pensiero presocratico: il suo fondamentale guadagno è che il principio della realtà sensibile è oltre il sensibile, è in un mondo intelligibile (le idee), che può essere raggiunto dal pensiero e anzi del pensiero stesso è fondamento (posto che il pensiero pensi l’essere). Ma la filosofia platonica, pur avendo colto come la verità del mondo materiale sia in un livello immateriale, spirituale, darà troppo poco spazio alla materia, e quindi → 3.2) toccherà ad Aristotele rivalutare l'importanza del mondo sensibile, dove in fin dei conti l’uomo vive, “sozein ta phenomena ”. Con lui la filosofia greca raggiunge un livello ineguagliato di sistematicità. Per Aristotele la realtà è ordinata, è una armonia di sostanze composte di materia e di forma, e l'intelligenza umana può cogliere questo ordine. Tuttavia nemmeno a lui riesce di poter "salvare" l’uomo: l'esistenza del singolo uomo e la realtà concreta della sua vita non sono salvate, non hanno senso, sono qualcosa di casuale. Il pensiero greco non trova soluzione alla materia, servirà la Rivelazione Giudaico-Cristiana. Per questo si sviluppano le filosofie successive, che sono in un certo senso esistenziali.
4) le filosofie ellenistiche cercheranno di rimediare a tali lacune delle grandi sintesi di Platone e Aristotele, occupandosi di più della vita concreta del singolo (la filosofia è anche arte del vivere!), di qui il loro disinteresse per il cosmo e l'essere, e persino per la politica. Ma questa riduzione etica della filosofia, all'insegna di una rinuncia al fondamento ontologico, si risolverà in proposte essenzialmente consolatorie. La vita fa paura, è come una grande malattia, occorre che la filosofia fornisca dei farmaci (per Epicuro un tetrafarmaco).
Per questo:
5) l'esito ultimo della filosofia classica sarà un rifugio in una trascendenza naturalisticamente intesa (Plotino e il neoplatonismo)
6) o l'accoglimento dell'annuncio cristiano, avvertito ad essa concorrenziale, che spiega fino in fondo il senso dell'essere, da cui si svilupperà la Patristica e la Scolastica. A queste dobbiamo tornare per salvare la nostre povere menti moderne dal naufragio nichilistico-relativista del pensiero occidentale.


 

23 marzo 2018

In morte di Stephen Hawking

O di come non stanno le cose

«There is no heaven; it's a fairy story» 
Stephen Hawking
di Matteo Donadoni
Spero che Stephen W. Hawking abbia qualche nemico in questo mondo. Perché, ora che è nell’aldilà, tutti qui lo lodano. Ora, abbiamo per forza di cose tutti sentito quanto fosse geniale il povero Stephen W. Hawking. Indubbiamente è stato un grande fisico e molto probabilmente il maggiore esperto di quelli che la scienza ipotizza essere i “buchi neri”. Affari che io non ho ben capito se esistano o no, visto che, in fine, prove empiriche non ce ne sono. Indubbiamente è stato un uomo micidialmente malato. Mirabilmente dotato di estrema resilienza. In ogni caso, per me rimane il povero Stephen Hawking, uomo estremamente confuso sui principi ultimi dell’Universo. Quando si tratta, infatti, di avere uno sguardo di insieme sul reale, non è possibile pretendere di proporre una teoria olistica, come la sua “Teoria del tutto”, a partire unicamente dalla fisica, che è essenzialmente scienza della parte. Perché il reale non è solo fisico e il mondo fisico è parte del mondo reale. Le scienze particolari, per di più, non indagano sé stesse, non ne hanno i mezzi. La botanica, ad esempio, studia i vegetali, ma non può studiare sé stessa, perché non è una rapa. La scienza che si occupa dell’intero (compreso se stessa), di cui fa parte tutto, è solamente la metafisica, negata la quale è preclusa la conoscenza stessa del tutto.

Per questo motivo alcuni hanno definito la pretesa di questo astrofisico, scomparso pochi giorni fa a 76 anni, una colossale truffa, perché – cito Marco Respinti (Nbq)– «per lui Dio è solo un trucco: attribuire quel nome a ciò che altro non è se non l’Universo stesso. E’ la grande “truffa” che ha accompagnato il pensiero di Stephen W. Hawking».

D’altra parte fu proprio questo oracolo del miracoloso “Multiverso” (sosteneva fra l’altro che non esisterebbe un solo Universo – qualche scienziato a questo punto però dovrebbe verificare anche come fa lo scienziato Hawking a verificare che esistono altri universi fisici oltre a quello in cui verifica lui) a dire al modo varie affermazioni generalmente su questo tono: «I regard the brain as a computer which will stop working when its components fail. There is no heaven or afterlife for broken down computers; that is a fairy story for people afraid of the dark». Per farla breve: la sua “Teoria del Tutto” espone un Universo che si spiega da sé attraverso le proprie stesse leggi. E con ciò possiamo già esser sicuri di una cosa: questa Teoria non è una teoria ma un’ipotesi, perché le teorie sono provate e non mi pare che nessuno abbia ancora provato che l’Universo in cui viviamo (figuriamoci gli altri) si spieghi da sé. Ma sostenere che l’Universo si spiega da sé, presuppone che 1. si crei da solo, o si ingeneri e 2. che Dio è superfluo. Infatti, secondo Hawking sarebbe la gravità stessa a generare l’Universo, anzi, la sua mera esistenza produrrebbe l’Universo. Con ciò io non ho capito su cosa diamine gravi la gravità prima dell’essere dell’Universo fisico da essa generato, ma pazienza, non sono un astrofisico.

Ora, si badi bene, non l’ho definito confuso per giudizio temerario, ma perché l’ateo Hawking si è sempre professato oltretutto panteista, come dimostrato nella sua opera “Il grande disegno”. Per cui, non so se sia altrettanto per gli scienziati, ma a me la cosa pare contraddittoria: o Dio esiste come ente assoluto dal mondo fisico che Egli stesso ha creato, oppure non esiste, e soprattutto, se non esiste, non può nemmeno coincidere con la creatura (autocreatasi?), in quanto dovrebbe primariamente essere. Mi sembra evidente l’insostenibilità intrinseca del discorso.

Ora, a parte che, come sappiamo, la fede non è opposta alla ragione, perché entrambe sono forze epistemiche che lavorano per lo stesso obiettivo, che è la ricerca della verità, anche se secondo aspetti e procedimenti conoscitivi differenti, rimane il problema di fondo, che è sempre e sempre sarà il problema dell’essere e della sua esplorazione.

L’uomo per natura conosce e per conoscere bisogna necessariamente che conosca l’essere. Spero che siamo d’accordo su questo. Dunque, l’esplorazione dell’essere, che è immenso, può avvenire, si può dire, in due direzioni, una verticale ed una orizzontale. Entrambe certamente importanti.
La prima cammina in superficie e studia tutte le cose, fra cui anche l’essere umano, nei loro caratteri esterni e verificabili. Cerca ciò che differenzia le cose fra loro. Si occupa delle quantità. Studia e controlla i fenomeni.
Questa è l’esplorazione dello scienziato, o fisico, che studia le leggi naturali che regolano le cose, le piante, i gravi e il movimento, perfino quello delle stelle. Ma questa ricerca non riguarda – non dovrebbe mai riguardare! – l’essere in quanto tale.

Il secondo approccio all’essere, invece, scende in profondità (e nell’intimo), cerca ciò che unifica, ha di mira la qualità dell’essere, non controlla empiricamente, perché ricerca la sostanza e il perché, i principi primi e le cause ultime. A questa ricerca delle radici delle cose attende, appassionato quanto il fisico, il metafisico o filosofo. Il filosofo non si interroga su questo o quell’ente in particolare, non calcola l’esattezza o meno di determinati fenomeni, il suo obiettivo è conoscere in profondità le cose. Il suo quesito è di rilevanza universale, perché si occupa dell’intero, che è il tutto, non solo come somma delle parti, ma anche comprensivo dei legami che lo fanno essere come è tenendolo insieme.
Questa è la perenne attualità della metafisica, che non potrà mai essere sostituita dalla fisica. Né un fisico come Hawking, né uno migliore o peggiore di lui, potrà mai risolvere i grandi enigmi che assediano l’uomo da ogni parte.

Ora l’astrofisico ha la prova provata, in quanto testimone oculare, di come stanno le cose. A me sembra solo di sapere come non stanno, e cioè come ha detto lui, per quanto abbia veduto milioni di copie. Spero solo che in questo mondo abbia almeno qualche nemico, perché se ha convinto i milioni di amici che Dio è una favola per chi ha paura del buio, chi diamine pregherà per lui?


 

17 marzo 2018

Dio preferisce la premier

IL FOOTBALL DEL VECCHIO CONTINENTE COME PIACE ALLA TRADIZIONE


di Matteo Donadoni
DERBY FIRST. Visto che non siamo qui a scrivere pezzi brutti per sfregio, partiamo così: finisce senza emozioni il Brian Clough derby, 0-0 fra Nottingham Forest e Derby County nel campionato più bello del mondo: la Championship.
Diversamente invece il cosiddetto derby d'Inghilterra, ovvero la sfida tra Mancunians e Scousers, con il Manchester United che ha battuto 2-1 il Liverpool (decide una doppietta di Marcus Rashford), consolidando la seconda posizione in classifica.
Ma a proposito di derby pesanti: mentre cercavamo di capire il caos assoluto al London Stadium, dove alcuni tifosi del West Ham hanno invaso il campo per, diciamo, confrontarsi con i giocatori, il campionato di calcio greco, la Superleague, è stato sospeso all'indomani della vicenda del patron della squadra Salonicco Club Atletico Pantessalonicese dei Costantinopolitani, impropriamente nota come PAOK, Ivan Savvidis. Il filantropo greco-russo (ex politico nel partito di Putin) era sceso in campo allo stadio Toumba con una pistola nella fondina per ordinare alla propria squadra di lasciare il campo dopo un gol (giustamente) annullato al novantesimo, nel derby fra esuli di Costantinopoli. Solite sceneggiate da melodramma greco: il Paok, secondo in classifica a -2 dall'Aek, ma con una partita in meno, avrebbe messo una piccola ipoteca sul campionato se fosse riuscito a vincere lo scontro diretto. Quando l'arbitro ha annullato (giustamente) al 90' un gol ai padroni di casa la situazione è degenerata con il delirio di Savvidis, che a pare mio, pistola o no, risulta dialetticamente meno violento di Facundo Ferreyra con i raccattapalle. Perciò non mi sento di fare la prefica con un uomo la cui filosofia è: «Il mondo è diviso in coloro che credono nella presenza di Dio e in coloro per cui è più facile credere nella sua assenza, ma sono convinto che un mondo senza spiritualità è impossibile».

CHAMPIONS LEAGUE. Più che abbacchiato Mourinho in conferenza stampa post partita, tutto sommato l’ha presa bene dicendo che, tutto sommato, lo United non è la prima volta che viene eliminato agli ottavi: «Mi sono seduto qui già due volte in passato: quando ho eliminato il Man United con il Porto e quando ho eliminato il Man United con il Real Madrid. Quindi, non è niente di nuovo per questo club la sconfitta di stasera». Giusto in sfregio a chi lo paga. Ma forse avrà rivisto il proprio giudizio sul portiere più forte del mondo, De Gea, che infatti oggi è ridiventato solamente il portiere più odiato da Steven Gerrard. Per gli amanti delle statistiche: «Alexis Sanchez lost the ball 42 times vs Sevilla».
Meanwhile…

ROMA. Dopo ben 11 anni anche la AsRoma accede ai quarti di finale grazie ad un goal di Edin Dzeko, capace di sconfiggere più che altro un tiqui-taca formato Metallici: 63% di possesso palla e 0 tiri in porta. Peggio del modulo 7-3-0 di Montella allo Stamford Bridge.

BARCELLONA. A proposito di tiqui-taca in sfregio al football: niente da fare per i Blues di Conte, che racimolano i soliti due pali e sprazzi di buon gioco, che contro la fortuna di Messi e del tiqui-contropiede 2.0 nulla possono. Al netto di tutto un arbitraggio squallidamente a favore di chi non ha nemmeno più lo sponsor Unicef a giustificare l’intimidazione scientifica nei confronti del referee.

EUROPA LEAGUE. Onestamente, il risultato del Milan, al netto di un rigore inventato e di una papera di Donnarumma, non è mai stato in discussione. Finisce 3-1 per i Gunners di un Wenguer che sembrava sottratto a Madame Tussauds. "Imbroglione" e "Tuffatore": titolano i tabloid inglesi contro Welbeck, e pensare che in Italia chi si lamenta ancora del VAR, avrebbe definito il tuffo “mestiere” o “malizia”. Però devo fare un plauso a Rino Gattuso, vero gentiluomo britannico nell’analisi del post partita, non proporrà magari un gran calcio, ma ha capito il calcio. Chapeau.
Passa il turno anche la Lazio contro la Dinamo Kiev. Anche per loro c’è da riflettere sul significato etico del VAR.

SORTEGGIO. Juve-Real, Barcelona-Roma, Sevilla-Bayern München e Liverpool-Manchester City. Questi i quarti di finale della coppa che più fa scoppiare le coppie.
I bianconeri potranno rifarsi della solita sconfitta in finale, mentre i capitolini potranno provare ad eliminare quella che pretenderebbe di accreditarsi come nazionale catalana. Se esistesse la Catalogna.
Per l’Europa League Lazio-Salisburgo, Arsenal-CSKA Mosca, Atletico Madrid-Sporting e il Lipsia, che ha eliminato il Napoli, affronterà il Marsiglia.

Ma soprattutto, nell’attesa di goderci tutti il calcio che conta, voglio dire una volta per tutte una cosa, in sfregio : «Put your phone down and celebrate the goal» #againstmodernfootball.

 

10 marzo 2018

Dio preferisce la premier

Il football del vecchio continente, come piace alla tradizione

di Matteo Donadoni
A proposito di Premier League: la grande novità del prossimo campionato italiano di SerieA sarà l'introduzione del Boxing Day: si giocherà infatti il 22, 26 e 29 dicembre nel bel mezzo delle feste natalizie, mutuando il modello inglese della Premier. Una volta tanto ne azzeccano una e cioè poter vedere le partite in relax perché non si gioca quando la gente normale lavora. Ed ecco subito spuntare partito il piagnisteo in radio: scioperati che si lamentano di essere al mare e non in curva il 19 agosto prossimo - se sapessero godersi la vita seguendo il match in tv con una birra gelata e i piedi in spiaggia, non direbbero certe cose in radio - e padri che si lamentano del fatto che i bambini non potranno stare in famiglia a Natale. I bambini? Il Natale?!? Pensate piuttosto a fare il padre, non il mammo.

PARIGI. Al Parco dei Principi molti fumogeni e poco arrosto. Gli sceicchi, che hanno speso 400milioni per due soli giocatori, di cui uno già rotto, risicano il magro risultato di uscire agli ottavi come un Porto qualsiasi – e neanche d’annata. Fra i vari demeriti l’errore dello sbruffone Dani Alves, ma forse stava pensando ai bambini poveri. Finisce con una seconda vittoria 1-2 per i Blancos di Madrid.

Male le inglesi in Champions.

MANCHESTER. Nel frattempo lo scorso weekend il City ha cacciato il Chelsea a – 25 dalla vetta, facendo il record di passaggi in un solo incontro della Premier League: 902. Intanto che i tifosi del Manchester City cantavano, con proverbiale finezza britannica (pare all’indirizzo di Fabregas) «You’re just a shit David Silva», gli uomini di Conte hanno imbastito una catenaccio tale che, intervenuto a commentare la prestazione dei Blues, Jamie Redknapp ha parlato di un vero e proprio «crimine contro il calcio». L’allenatore italiano si è poi giustificato mettendoci tutta l’intelligenza tattica del calcio nostrano: «Sicuramente bisogna accettare ogni critica, ma non sono così stupido da giocare sbilanciato in avanti contro il Manchester City e perdere 3-0 o 4-0». Come se zero punti non fossero sempre zero punti. I tifosi dei Pensioners dal canto loro la prendono con filosofia, chiedendosi: «is this what they refer to as Walking Football?». Fatto sta che i Citizens erano talmente stanchi di far passaggi che in coppa sono stati sconfitti in casa da un Basilea già eliminato.

LONDRA. Sconfitto in casa anche il Tottenham. Gli Spurs hanno dominato in lungo e in largo la Juventus che con un paio di episodi, invece, ha portato a casa l’uno a due che vale un’immeritata qualificazione. Io avrei voluto spiegarvi il gegenpressing di Pochettino e invece mi tocca non parlare del non-gioco di Allegri. I giornalisti sportivi avranno scritto altro, ma d’altra parte sono gli stessi che dicono “Buffon si supera!” quando in realtà ha respinto in centro area un pallone che in tempi migliori avrebbe bloccato.

Bene le inglesi in Europa League.

MILANO. Nonostante la grinta dei milanisti, abbiamo avuto subito l’impressione che gli uomini di Wenger avrebbero potuto tagliare gli equilibri della difesa rossonera come il burro. E infatti i rossoneri sono stati travolti in casa per 2-0 da un Arsenal in disarmo a causa della disastrosa sconfitta di domenica scorsa a Brighton, per la quale i Gunners erano stati definiti «Tactical Dinosaurs». Grande partita di Ramsey e notevole stoccata armena di Mkhitarian. Qualcuno Oltremanica inizia a sospettare che Arsenio Wenger abbia perso apposta per confondere il sempre grintoso Gattuso.

DORTMUND. I tifosi dell’Atalanta avranno potuto vedere il resto delle partite di Europa League comodamente sul divano, ad esempio il bel gol si Saul ai ferrovieri di Mosca e la sconfitta del Borussia in casa per 1-2 ad opera di uno scatenato Salzburg. Oppure il deludente pareggio casalingo della Lazio contro la Dinamo Kiev, 2-2, in cui tale Tsygankov ha beffeggiato l’intera difesa biancoceleste segnando di tacco, presumibilmente prima di andare a fare il bagno nella vodka. In dubbio la sua presenza per il ritorno. 

 

06 marzo 2018

RITORNARE ALLA FILOSOFIA OCCIDENTALE \ 2

(OVVERO CATTOLICA GRECITA’)
«Dio è il pedagogo dell’universo»
(Platone, Leggi, X 897)
di Matteo Donadoni
Prima di “passare al bosco” avevamo definito la validità universale del pensiero greco. In un certo senso possiamo dire che gli antichi stessi ebbero sentore del fatto che i messaggi da loro comunicati avessero questo carattere. Platone - in Epinomide 987e - tramanda un concetto che ci rivela tutta la consapevolezza che i Greci stessi avevano della propria originalità, anche quando accoglievano intuizioni di altri popoli per farle proprie, infatti: «Possiamo essere certi che quanto i greci hanno recepito dai barbari [1], poi l’hanno perfezionato in sommo grado».

Su tutti è emblematico l’aneddoto a noi tramandato riguardo Zeusi, il più grande pittore del suo tempo (e che sarebbe degnamente membro onorario del nostro “Club Waterhouse”), il quale ai discepoli che gli domandavano la ragione per cui continuasse a lavorare tanto su quadri che già sembravano perfetti, rispose: “Perché dipingo l'eternità”. Platone diceva che il filosofo è colui che guarda l'eterno e cerca di esprimerlo. E un messaggio che guarda l'eterno vale, al di là dei tempi, sempre. Questo è un modo di pensare desiderabile per chiunque intenda avere una visione spirituale e filosofica della vita. Ebbene, ogni atto creativo in qualsiasi arte e scienza, ogni scultura, ogni forma poetica e letteraria, fino all'ultimo zoccolo di sileno, tutto lo sforzo intellettuale che scaturì dal genio ellenico va in questa direzione. Tutto non ha riscontri in altre società. Tanto grande fu il miracolo ellenico. In questo senso noi siamo veramente come disse Bernardo di Chartres: “ nanos gigantium umeris insidentes”, nani seduti sulle spalle di giganti. Non perché cerchiamo l’ipse dixit, ma perché cerchiamo la Verità.

Proprio per questa validità universale, la grande applicabilità dei valori espressi è, ad esempio, ampiamente dimostrata all'interno della cultura cristiana dai Padri Cappadoci, che sono stati studiati dallo Jaeger nella sua opera conclusiva “Cristianesimo primitivo e paideia greca”. Anche il sommo pontefice Giovanni Paolo II nell'enciclica Fides et Ratio richiamò all'opera di Gregorio di Nazianzo indicandola addirittura come un esempio di quel rapporto di “circolarità” instaurato fra pensiero filosofico e parola di Dio, da cui la filosofia stessa esce arricchita: «La conferma della fecondità di un simile rapporto è offerta dalla vicenda personale di grandi teologi cristiani che si segnalarono anche come grandi filosofi, lasciando scritti di così alto valore speculativo, da giustificarne l'affiancamento ai maestri della filosofia antica» [2]. E lo sa il Cielo quanto ne avremmo bisogno oggi.

Da un punto di vista puramente laico, possiamo inoltre affermare che, fin dai primi filosofi della storia del pensiero umano, c'è stata in un certo senso un'attesa e certamente una ricerca appassionata per conoscere il divino Logos, il principio dell'universo in cui tutte le cose sono state create, la fonte e la luce di ogni vera sapienza. Quella luce che tutto fa comprendere, perché tutto avvolge e tutto compenetra. I Greci lo chiamarono genericamente “arché”. Essi, pur non avendo avuto la grazia della divina rivelazione, tuttavia, non cessarono mai di scandagliare con la forza dell'intelletto le verità che riguardano l’essere, Dio e l'uomo, il mondo del divenire, l’infinito e l'immortalità. Nel carcere, in attesa di bere la cicuta, Socrate conversa sul destino delle anime dopo la morte, sereno, fermo nella forza del Logos: «Ma è ormai venuta l'ora di andare: io a morire, e voi, invece, a vivere. Ma chi di noi vada verso ciò che è meglio, è oscuro a tutti, tranne che al Dio» (Apologia, 42a).

Se il Cristianesimo (considerato simpliciter come dottrina) è la più grande forza educativa della storia, resta comunque vero che esso è anche in accordo con la filosofia. Werner Jaeger, inoltre, precisa: «La grande differenza appunto fra il cristianesimo e ogni filosofia umana, è che quello considerava la venuta del Logos nell’uomo non come il risultato di uno sforzo umano ma come un processo che parte dall’iniziativa divina. Ma Platone, nell’ultima sua grande opera, le Leggi, non aveva insegnato che il Logos è l’aureo vincolo per il quale il Legislatore e Maestro e l’opera sua sono uniti al Nous divino? E non aveva forse collocato l’uomo in un universo che con il suo ordine perfetto e nella sua perfetta armonia era un modello eterno per la vita dell’uomo? Il cosmos del Timeo platonico rendeva possibile l’educazione dell’uomo, perché, per essere realizzata, essa richiedeva un mondo ordinato e non il caos. Nelle Leggi troviamo una enunciazione che riferisce a Dio, come alla prima fonte, tutto quello che in quest’opera è detto sulla paideia: Dio è il pedagogo dell’universo, ὀ θεὸς παιδαγωγεῖ τὸν κόσμον [«Dio è il pedagogo dell’universo», X 897]. Il sofista Protagora aveva affermato una volta che l’uomo è la misura di tutte le cose, stabilendo così la relatività di ogni educazione. Platone rovescia questa sentenza famosa di Protagora e la corregge in questo senso: Dio è la misura di tutte le cose [Leggi, IV 716]. Per Origene Cristo è l’educatore che traduce in realtà queste idee sublimi» (ibìd., pp. 87 sg.). Dopo Platone, lo Stagirita organizzerà la razionalità filosofica colmando le aporie del platonismo. E, oltre a Origene, dobbiamo considerare innanzitutto i Padri della Cappadocia Basilio, Gregorio di Nissa e Gregorio di Nazianzo, e poi via via Agostino fino alla Scolastica. Questi autori, oltre che grandi teologi, sono stati filosofi, e hanno fatta propria questa scienza come elemento essenziale della civiltà e della cultura.

Il più grande teologo cristiano di lingua greca, Gregorio di Nazianzo, forse l’esempio più splendido di equilibrio tra fede e cultura, aveva del logos la massima stima, vedendo in esso non solo ciò che distingue l'uomo da ogni altro animale, ma ben più importante, anche ciò che lo collega con il Logos divino. Lo considerava quindi come dono di Dio agli uomini: «Questo io offro a Dio, questo io dedico a lui, quell'unica cosa che ho conservato a me stesso, quella cosa che costituisce la mia unica ricchezza. Le altre cose infatti le ho abbandonate al comandamento e allo Spirito, e, dando in cambio tutte le ricchezze che una volta possedevo, mi sono procurato la perla preziosa... io tengo con me soltanto il logos, perché io adoro il Logos [...] faccio di lui il compagno della mia vita, il consigliere buono, il buon convivente, la guida sulla strada che conduce in alto e il pronto compagno di lotta» [3]. Non è necessario precisare in questa sede che il Logos non è la Gnosi, il Logos è Cristo. Ad ogni modo, già due secoli prima un filosofo platonico di Flavia Neapolis, convertitosi al cristianesimo e che la Chiesa celebra fra i suoi padri come San Giustino martire, diceva nella sua apologetica: «Abbiamo appreso che Cristo è il primogenito di Dio ed abbiamo ricordato che è il Logos, di cui partecipa tutto il genere umano. Coloro che hanno vissuto secondo il Logos sono cristiani, anche se sono stati considerati atei, come tra i Greci, Socrate ed Eraclito» [4]. Ed anche: «La filosofia è, in realtà, la ricchezza più grande e più preziosa per Dio, l’unica che ci porta verso di Lui e ci unisce a Lui, e sono davvero tali coloro che hanno dedicato la loro mente alla filosofia. Tuttavia, molti hanno dimenticato che cosa sia la filosofia e per quale ragione sia stata inviata agli uomini: viceversa non vi sarebbero stati né Platonici, né Stoici, né Peripatetici, né Teoretici, né Pitagorici, perché questa sapienza è una sola [5]».

Infatti come scrive Giovanni Paolo II, nell’incipit dell’Enciclica Fides et ratio: «La fede e la ragione sono come le due ali, con le quali lo spirito umano s'innalza verso la contemplazione della verità». Perché facciamo questo discorso? Perché non è mai un bene per nessuno dare per scontato che il lettore sappia dove giunge il ragionatore onesto. Ricordiamo le parole di Agostino: «Dove giunge, infatti, ogni buon ragionatore, se non alla verità? Poiché la verità non giunge a se stessa col ragionamento, ma è ciò a cui tendono coloro che ragionano. Vedi lì un’armonia che non ha pari, e congiungiti ad essa. Riconosci che tu non sei ciò che essa è; appunto perché non cerca se stessa; invece tu sei giunto ad essa cercandola, non di luogo in luogo, ma con l’appassionato movimento della mente, affinché l’uomo interiore si congiunga a ciò che abita in lui con un piacere non infimo e carnale, ma sommo e spirituale [6]». Sarebbe bastato partire da qui, ora che ci penso. Ma vale la pena valutare tutto, d’altra parte, non è forse scritto «Il Regno di Dio è simile a uno scriba che trae dal suo tesoro cose vecchie e cose nuove» (Mt. , 13,52), e «Esaminate tutto, ritenete ciò che è buono» (I Ts., 5,21)? Il pensare necessita a volte di fare lunghi giri per solo per mostrarci di essere al punto di partenza, non al fine di rimanervi, ma per consapevolezza, per sapere cosa fare. Come la chioccia gira le uova in continuazione, così l’uomo che pensa deve fare con i pensieri. Perché, tutto sommato, il filosofare non significa volare sul nido del cuculo, ma saper fare una frittata.



[1] Inizialmente il termine barbaro in greco indicava, anche se con un certo spirito ironico, lo straniero solamente come “balbettante”. Omero in Iliade II, 867 utilizza βαρβαροφώνων che indica la sola diversità linguistica, e il proposito storiografico di Erodoto è lungi dall’esprimere qualsiasi intento misobarbarico. Solamente in conseguenza dello scontro mortale con la Persia, ormai nel V secolo, si ebbe la svolta che portò ad identificare i barbari con gli stranieri rozzi, incivili e schiavi, in contrapposizione con i Greci liberi. Si consideri ad esempio l’episodio del sogno di Atossa ne “I Persiani” di Eschilo, nel quale due donne – una barbara e una greca – sono aggiogate al carro di Serse, e, mentre la barbara accetta la schiavitù, la fiera greca si ribella e trascinando via il carro lo schianta.
[2] Johannes Paulus II, Fides et ratio : i rapporti tra fede e ragione : testo integrale : lettera enciclica / di S.S. Papa Giovanni Paolo II ; Casale Monferrato [AL] : Piemme, 1998.
[3] Gregorio di Nazianzo, Tutte le orazioni, a cura di C. Moreschini, Bompiani 2000.
[4] Giustino, Prima apologia, in Apologie, a cura di G. Girgenti, Rusconi 1995.
[5] Giustino, Dialogo con Trifone, in Apologie, a cura di G. Girgenti, Rusconi 1995.
[6] Aurelio Agostino, La vera religione, a cura di O.Grassi, Rusconi, Milano 1997, XXXIX, 72.