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21 luglio 2021

Appunti per una necessaria resistenza... tre anni dopo

APPUNTI PER UNA NECESSARIA RESISTENZA… MENTRE SI INCUPISCE LA PERSECUZIONE 



(Lo so, autocitarsi è imbarazzante, ma sembra utile ripubblicare questi “appunti” scritti in piena epoca dei “commissariamenti”)

…Un’altra tappa di una Via Crucis, un’altra bastonata data al gregge, per mostrare con l’esempio chi comanda, per mostrare che alla minestra insipida e bruciaticcia del dopoconcilio non c’è alternativa, e se il popolo se ne ritrae sempre più nauseato (e le nuove generazioni neanche vi si accostano), tanto meglio.

Chi scrive non ha le competenze né il desiderio di addentrarsi nei retroscena delle guerricciole della “junta” vaticana, regime che ricorda sempre più un vecchio film di Woody Allen, quello del fantomatico “Stato Libero di Bananas”. Preferiamo accostarci (la Comunione dei Santi lo permette, anzi, lo raccomanda) ai pensieri santi e disposti all’estremo sacrificio dei nobilissimi popolani “papisti” irlandesi inginocchiati davanti al Divin Sacrificio celebrato clandestinamente, sotto la neve, che compaiono in questa celebre immagine, e capire cosa possiamo trarre di ammaestramento per questi nostri “Penal Days”, perseguitati come siamo da quei protestanti che, per assurdo, sono oggi sedicenti “papisti”.

Mettiamoci dunque in ginocchio davanti al Sacratissimo Cuore di Gesù presente nel Santissimo Sacramento dell’Altare e alla Sua Immacolata Madre e proviamo a scrivere qualche “appunto” personale e perfettibilissimo per una resistenza. 
  • Pregare. Chi lo ritiene scontato è già sulla cattiva strada della contesa “politica”, sta già accettando lo scontro sul terreno e coi metodi dei modernisti. Cioè del demonio.

 I Santi, quelli la cui esistenza esprime già il trionfo di Cristo sul tempo e sulla storia, i Santi, dunque, avevano la docilità di seguire il cammino loro proposto anche nella preghiera. Il cammino insegnato dalle mamme e dalle nonne. Rarissimamente, dopo vite passate a macerarsi nell’Imitazione della Croce, potevano distillare dalla loro anima nuove preghiere, come Ermanno il Contratto, autore del Salve Regina. Gli agenti segreti del Regno nelle regioni del principe di questo mondo hanno un codice segreto, fatto di S. Messa Tradizionale, adorazioni personali e comunitarie al SS. Sacramento, Rosari, Ufficio Divino (preferibilmente in latino, il dialetto di Mamma Chiesa, la via breve per la meditazione…) tutto ciò insomma che il Padreterno e Maria Vergine ci hanno detto e fatto capire in un milione di modi di gradire sommamente. Senza dimenticare di affidare frequentemente noi stessi, le nostre attività e i nostri cari, nonché le persone pericolanti, a San Giuseppe e ai rispettivi Angeli Custodi. Non dimenticherei, vista la crescente presenza di fratelli cattolici dall’Est e dal Medio Oriente, di favorire e partecipare a celebrazioni proprie della loro tradizione liturgica. Dimostrare insomma, coi fatti e coi gesti, ai sacerdoti, ai vicini e ai lontani quanto teniamo alla Grazia di Dio e ai mezzi per ottenerla, alla carità fra di noi e verso tutti, carità che parte dalla preghiera e si estende ad ogni aspetto della vita.

  • Evitare nel momento presente ogni associazione od organizzazione riconosciuta da organismi ecclesiastici. Gli inevitabili sacrifici che questo comporterà saranno ripagati dalla serenità di non dover subire i rivolgimenti e le censure al cambiar di parroco e di vescovo. Abbiamo a che fare con una Madre Chiesa che, pur essendo irrevocabilmente assistita dal Fondatore, manifesta nei suoi rappresentanti umani preoccupanti segni di squilibrio. Non conviene dunque esporci troppo né affidare nelle sue mani tesori preziosi. Ogni cosa troverà il suo tempo.
  • Carità. Venirsi incontro fra tutti coloro che avvertono l’emergenza presente. Superare antichi dissapori e divergenze quando non legati al fare Verità, che sempre dev’essere il nostro faro. Essere vulcani di iniziative e fiumi di sapiente sollecitudine e sostegno a chi le promuove, senza inutili gelosie. Coordinarsi prudentemente e discretamente, coinvolgendo pastori e responsabili solo lo stretto necessario, così da non ottenere improvvidi dinieghi o esporre coloro che ci sono favorevoli a probabili ritorsioni. Passaparola più che attacchinaggi. Dio farà il resto. Essere però sempre presenti dove il momento lo richiede, specie nelle cause scomode e che i pastori evitano volentieri. Saper parlare con tutti senza vincolarsi a nessuno, specie in campo politico. Carità naturalmente indispensabile è fornire sostegno, ospitalità, risorse a quelle realtà perseguitate che bene farebbero a sciogliersi da riconoscimenti ufficiali mantenendo il minimo livello organizzativo necessario, ma tenendo ben salda la barra del timone della loro vocazione specifica.

Resistere non è facile né indolore. Ne usciremo come minimo con le ginocchia fradicie e semicongelate come i nostri eroi irlandesi. Ma lo dobbiamo a noi stessi, ai nostri figli, ai nostri paesi un tempo cristiani e che solo con la fatica e se necessario col sangue dei martiri potranno tornare ad esserlo. Con la perseveranza salveremo le nostre anime. 

Marco Crevani

(6 dicembre 2018 - San Nicola Vescovo

  20 luglio 2021 – S. Elia Profeta)

 

30 luglio 2020

In Tanzania, 20 anni fa


di Marco Crevani
Chiudo in fretta il messaggio con la foto della barboncina tunisina e i panzuti che la scaricano sorridenti a Lampedusa. Chiudo in fretta perché la rabbia cresce dentro; allora provo a rilassarmi: il pensiero va indietro di vent'anni, l'ultima estate in Africa, l'ultima estate in Tanzania. Al declinare di quelle poche, rapide, frenetiche giornate passate a fare un rilievo per un acquedotto, le risate dei signori dai sandali fatti con i copertoni riciclati... risate sul far della sera, alla fine del rilievo topografico. Io raccontavo le mie più recenti vicende con gli africani in Italia... o meglio, all'epoca, quasi esclusivamente con le nigeriane che fuggivano dalla tratta, sulla strada. Quando raccontavano la loro storia, molte esordivano con una frase lapidaria: "In Nigeria, you know, we have nothing. So I am here." Questa frase, anche se l'inglese compreso dai tanzaniani della campagna non era così vasto, era sufficiente a far salire fino al cielo risate sonore: perfino per gli analfabeti in Tanzania, Nigeria non è sinonimo di paese povero, è sinonimo di paese di furbi. 
Quell’acquedotto non c'è ancora dopo vent'anni. I bambini con le vacche al pascolo continuano a salire per 2 km all'interno della valle, magari a far loro compagnia va pure qualche animale selvatico, ma ci sono abituati… all'alba vanno ad abbeverare le bestie alla povera sorgente perenne. Passano davanti alla scuola: quante volte ci saranno stati dentro? Chissà… Io so che con un’ infinitesima parte dei soldi che ci costa inseguire, raccogliere, mantenere questi panzuti che sbarcano con la barboncina, ci avremmo fatto quell’acquedotto. E pure uno sbarramento di pochi metri, per creare un laghetto e irrigare gli orti di quel villaggio che veramente viveva di niente e di diverso dagli altri non aveva niente se non quel gran cassone di sabbia lasciato dalle piene nella stagione della pioggia, prima di disperdersi più giù, nella savana arida.


 

26 febbraio 2020

Una Messa Funebre "per parenti stretti"

di Marco Crevani
Niente Messe… Con sollecitudine le Diocesi del Nord, anche ben lontane dalle zone “rosse e gialle” sospendono la celebrazione dell’Eucarestia, talvolta seguendo di pochi minuti decreti governativi, regionali e prefettizi, talvolta lasciando finire almeno la Domenica. Stemmi episcopali a suggellare comunicazioni poco più che burocratiche o vere lettere pastorali, che ricordano almeno ai sacerdoti di celebrare comunque il Sacrificio dell’Altare e ai fedeli di pregare con più fervore.

Voglio però raccontare come è il Signore stesso a venire incontro alla sua Chiesa, quando il dolore per quanto imposto è sincero. Voglio raccontare di una mattina di febbraio un po’ surreale, il giorno che concluderebbe il Carnevale Romano, poche singole “principesse” con un pugno di coriandoli per le strade, per mano ai nonni, bar pieni fino al “coprifuoco” delle 18, supermercati aperti e Messe sospese.

Muore un sacerdote. Un uomo ancora vigoroso, non fosse per il male che in pochi anni gli ha tolto prima la voce e poi tutto il resto; finché ha potuto ha celebrato e poi concelebrato. Le chiese senza Messa espongono il manifesto funebre; alle 11 del mattino, i “parenti stretti” (come dicono le comunicazioni sulla sospensione delle Messe) si radunano in una chiesa appena fuori dal centro storico. In effetti il sacerdote non aveva più “parenti stretti”, se non i confratelli della Diocesi, presenti nella quasi totalità, e i membri del movimento di cui faceva parte. La chiesa, non piccola, si riempie. Una sola mascherina sull’altare, un flacone di amuchina all’ingresso, il comunicato appeso sul portone che parla dell’epidemia, per stamattina inutile… Il Signore scrive diritto sulle nostre righe storte. Anche accogliendo nella sua Casa chi ha sofferto e offerto.


 

12 luglio 2019

Maturità, scuola e una cultura mostruosa

di Marco Crevani
Il pavone nel prato ben curato della scuola paritaria, gli eroici giardinieri albanesi nei 35 °C del campo sportivo della scuola pubblica, mentre al di qua delle finestre va in scena la Maturità 2019, che forse passerà alla storia come “quella delle buste”. I “Millennials” veri e propri, quest’anno sono di scena loro, ragazzi e ragazze della classe 2000, si lanciano più o meno leggiadri in arditi collegamenti fra le materie, come vuole la nuova formula della prova orale, ma ciò che vedo fuori mi ricorda troppo la frase attribuita a San Tommaso d’Aquino: “Questa è una mela, chi non è d’accordo può andare via”. Eh no, caro Padre Tommaso! Questa ormai “è una mela” solo se è “biologica”, ecosostenibile, a km zero… altrimenti non è una mela ma un’arma ostile.
Anche i millennials ne sembrano convinti, ripetono i dubbi e gli arzigogoli appresi negli anni da maestri simpatici, competenti, ma altrettanto convinti nell’insegnare a ignorare le mele, per concentrarsi sui buchi dei vermi, l’unica realtà degna di essere considerata e studiata.

Un’altra ragazza bravina, candidata al “100”, ha appena terminato l’ennesima via crucis fra nichilismo e crisi delle certezze, dopo aver pescato dalla mitica “busta” non so se una foto del fungo atomico o qualche deprimente pensiero novecentesco, si alza, sfodera la sua “chiavetta” e ci proietta la presentazione delle esperienze di “Alternanza Scuola-Lavoro”: constato che non è ancora morta schiantata dalla crisi delle certezze e mi sfugge un: “Oh, finalmente!” Più tardi un bravo ragazzo dall’aspetto vagamente jovanottiano presenta la sua esperienza dello scorso anno in Burundi, col papà ed altri amici, a fare un rilievo topografico: ah, che risorsa la famiglia (per chi ce l’ha…)!
Una pausa, il tempo di invitare il jovanottino a non smarrire quella strada e di incoraggiare due ragazze penalizzate dagli scritti ad andare oltre il numerino che vedranno sul tabellone: non sarà certo valutata lì  la ricchezza interiore che hanno dimostrato nell’illustrare le esperienze svolte (lacrime al ricordo del reparto di Oncologia, fiducia nella giustizia - beata lei! – e conseguente scelta universitaria…)

Quindi è un diabolico slalom al contrario questo che “somministriamo” ai liceali: andare a incocciare tutti i “pali” che il Nulla ha posto sulla strada dell’Umanità prima ancora di averla assaporata, quella strada. O forse è come bromuro, gli diamo un sedativo velenoso per l’anima: “Non ne vale la pena, è tutta una finzione, concentrati sui particolari e trova soddisfazione in quelli” … Dativo, non ablativo… funzione continua, ma non derivabile… il latino del Vangelo non val la pena, tanto gli originali sono in greco… meglio studiare le porcate di Petronio che la redenzione di Agostino…
Poi la vita c’è, per fortuna, ma è tutta fuori. Resterà sempre, però, su ciò che “non abbiamo visto in classe” il marchio  di meno vero, con un grado inferiore di esistenza nel grande quadro della Cultura. Una cultura mostruosa.


 

11 dicembre 2018

Appunti per una "resilienza" cattolica

di Marco Crevani
Questi ultimi tempi hanno visto una preoccupante accelerazione dei “commissariamenti” da parte della Santa Sede, dopo l’ormai “storico” (e assolutamente inusuale per la durata) delle Suore e dei Frati Francescani dell’Immacolata, quello delle francesi Petites Sœurs de Marie Mère du Rédempteur (che ha avuto come conseguenza la richiesta della dispensa dai voti da parte della quasi totalità delle suore) e il recentissimo commissariamento della Fraternità Sacerdotale Familia Christi [senza dimenticare la Fraternità dei santi Apostoli in Belgio. Ndr]. A essere colpite sono realtà, piccole e grandi, fiorenti di vocazioni religiose e accomunate da un cammino di avvicinamento alla tradizione liturgica reso più esplicito dall’adesione al Motu Proprio “Summorum Pontificum”.

Non quindi storie di “rottura” postconciliare in nome della Tradizione e poi di riavvicinamento, ma realtà che segnavano inesorabilmente il desiderio del Popolo di Dio di riappropriarsi delle fonti della Grazia e della vita cristiana che per duemila anni hanno riempito il calendario di santi e il mondo di civiltà e poi, in pochi anni, sono state sigillate dalle “esigenze di rinnovamento”. Sembra proprio questo il punctum dolens che il modernismo, saldamente (per ora) al potere in Vaticano, vuole colpire: rimuovere, rendere inaccessibili le vie di Salvezza che il Signore ha seminato in quella “notte di tempesta” (parole di Paolo VI) quale presto è diventata la “primavera del Concilio”. Mostrare che alla minestra insipida e bruciaticcia del dopoconcilio non c’è alternativa, e se il popolo se ne ritrae sempre più nauseato (e le nuove generazioni neanche vi si accostano), tanto meglio.
Chi scrive non ha le competenze né il desiderio di addentrarsi nei retroscena delle guerricciole della “junta” vaticana, regime che ricorda sempre più un vecchio film di Woody Allen, quello del fantomatico “Stato Libero di Bananas”. Preferiamo accostarci (la Comunione dei Santi lo permette, anzi, lo raccomanda) ai pensieri santi e disposti all’estremo sacrificio dei nobilissimi popolani “papisti” irlandesi inginocchiati davanti al Divin Sacrificio celebrato clandestinamente, sotto la neve, che compaiono in questa celebre immagine, e capire cosa possiamo trarre di ammaestramento per questi nostri “Penal Days”, perseguitati come siamo da quei protestanti che, per assurdo, sono oggi sedicenti “papisti”.

Mettiamoci dunque in ginocchio davanti al Sacratissimo Cuore di Gesù presente nel Santissimo Sacramento dell’Altare e alla Sua Immacolata Madre e proviamo a scrivere qualche “appunto” personale e perfettibilissimo per una resistenza.

-Pregare. Chi lo ritiene scontato è già sulla cattiva strada della contesa “politica”, sta già accettando lo scontro sul terreno e coi metodi dei modernisti. Cioè del demonio. Già. Ma vediamo di capirci. I Santi, quelli la cui esistenza esprime già il successo storico ed escatologico del Vangelo, il trionfo di Cristo sul tempo e sulla storia, i Santi, dunque, avevano la docilità di seguire il cammino loro proposto anche nella preghiera. Il cammino insegnato dalle mamme e dalle nonne. Rarissimamente, dopo vite passate a macerarsi nell’Imitazione della Croce, potevano distillare dalla loro anima nuove preghiere, come Ermanno il Contratto, autore del Salve Regina. Gli agenti segreti del Regno nelle regioni del principe di questo mondo hanno un codice segreto, fatto di S. Messa Quotidiana (se possibile nella forma “tridentina”, se no infarcendola di “secreta” personali, giaculatorie etc. nelle parti “rovinate” dal “novus ordo”), adorazioni personali e comunitarie al SS. Sacramento, Rosari, Ufficio Divino (preferibilmente in latino, il dialetto di Mamma Chiesa, la via breve per la meditazione…) tutto ciò insomma che il Padreterno e Maria Vergine ci hanno detto e fatto capire in un milione di modi di gradire sommamente. Senza dimenticare di affidare frequentemente noi stessi, le nostre attività e i nostri cari, nonché le persone pericolanti a San Giuseppe e ai rispettivi Angeli Custodi. Non dimenticherei, vista la crescente presenza di fratelli cattolici dall’Est e dal Medio Oriente, di favorire e partecipare a celebrazioni proprie della loro tradizione liturgica. Dimostrare insomma coi fatti e coi gesti, ai sacerdoti, ai vicini e ai lontani quanto teniamo alla Grazia di Dio e ai mezzi per ottenerla, alla carità fra di noi e verso tutti, carità che parte dalla preghiera e si estende ad ogni aspetto della vita.

-Evitare nel momento presente ogni associazione od organizzazione riconosciuta da organismi ecclesiastici. Rispettare sacerdoti e pastori e le loro disposizioni quando non in palese contrasto con la Fede (astenersi ad esempio da iniziative o riti ecumenici, peggio, interreligiosi). Gli inevitabili sacrifici che questo comporterà saranno ripagati dalla serenità di non dover subire i rivolgimenti e le censure al cambiar di parroco e di vescovo. Abbiamo a che fare con una Madre Chiesa che, pur essendo irrevocabilmente assistita dal Fondatore, manifesta nei suoi rappresentanti umani preoccupanti segni di squilibrio. Non conviene dunque esporci troppo né affidare nelle sue mani tesori preziosi. Ogni cosa troverà il suo tempo.

-Carità. Venirsi incontro fra tutti coloro che avvertono l’emergenza presente. Superare antichi dissapori e divergenze quando non legati al fare Verità, che sempre dev’essere il nostro faro. Essere vulcani di iniziative e fiumi di sapiente sollecitudine e sostegno a chi le promuove, senza inutili gelosie. Coordinarsi prudentemente e discretamente, coinvolgendo pastori e responsabili solo lo stretto necessario, così da non ottenere improvvidi dinieghi o esporre coloro che ci sono favorevoli a probabili ritorsioni. Passaparola più che attacchinaggi. Dio farà il resto. Essere però sempre presenti dove il momento lo richiede, specie nelle cause scomode e che i pastori evitano volentieri. Saper parlare con tutti senza vincolarsi a nessuno, specie in campo politico. Carità naturalmente indispensabile è fornire sostegno, ospitalità, risorse a quelle realtà perseguitate che bene farebbero a sciogliersi da riconoscimenti ufficiali mantenendo il minimo livello organizzativo necessario, ma tenendo ben salda la barra del timone della loro vocazione specifica.

In conclusione, stiamo ben certi che resistere non sarà facile né indolore. Ne usciremo come minimo con le ginocchia fradicie e semicongelate come i nostri eroi irlandesi. Ma lo dobbiamo a noi stessi, a nostri figli, ai nostri paesi un tempo cristiani e che solo con la fatica e se necessario col sangue dei martiri potranno tornare ad esserlo. Con la perseveranza salveremo le nostre anime. 



 

12 novembre 2018

La sconvolgente assenza di un'epica cattolica

di Marco Crevani
Sono qui, sul bordo fra la seconda e la terza età della vita, in mano una chitarra restaurata da mio figlio a cui si è rotto il mi cantino, e con quello quasi ogni possibilità di caratterizzazione, di sfumature. Le mie figlie ripiegano le tende e si preparano a una nuova stagione scout. Accanto alla “tana”, pensando ai “lupetti” che vi entreranno, riaffiora sulla punta delle dita una canzoncina scritta 40 anni fa da un autore cattolico (quindi sconosciuto al mondo) per il suo bambino nel giorno del rapimento di Aldo Moro.

Gli accordi, ormai sepolti sotto trent’anni di oblio, sono incerti bagliori. Ma il vuoto non è solo quello della memoria, il vuoto spalancato davanti è quello di un “mondo cattolico” del quale don Oreste Benzi diceva, pochi giorni prima di lasciarci, alla “settimana sociale dei cattolici italiani” del 2007 (a proposito, qualcuno ha più sentito parlare o assaporato i frutti di quelle assisi?): “…Si è persa, si è sbriciolata e poi scomparsa la coscienza di essere popolo, popolo di Dio, con una missione di salvezza da portare”. Penso, come spesso mi accade, a impossibili contaminazioni, a “ponti” lanciati fra prassi e memorie non condivise, pur se provenienti da una comune radice, magari vissute addirittura dalle stesse persone!

Niente da fare, reciproche, ripetute censure, poi addirittura autocensure, fino ad ammutolire e scomparire, ben oltre quanto ci ha imposto il mondo. Nulla, assolutamente nulla (a parte, come mi dicono a casa, “il Vangelo”) che ci unisca, di cui tutti possano dire, “ecco le nostre radici”. Già. Il Vangelo. Ma in nome del Vangelo c’è chi benedice le cliniche abortive e c’è chi le fa chiudere con i riti di esorcismo.

 “Una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta” ripeteva Giovanni Paolo II. Contestatissimo da destra e da manca, nel suo tentativo di rendere ragione della speranza che è in noi, censurato ieri e oggi con la sua forza ingenua, polacca, innamorato di una fede integrale, tanto da non aver paura di abbracciare gli sciamani o di pregare in moschea, convinto che con Cristo (come ripeté ad Assisi ai suoi sconcertanti invitati) per annunciare che solo in Lui vi è salvezza, possiamo invitare tutti gli uomini e le credenze fin dentro le nostre chiese.

No, neanche Giovanni Paolo II, frettolosamente canonizzato per essere subito rimosso e rinnegato nei fatti e nella prassi, rappresentò e rappresenta un “punto comune”. Sbriciolata e scomparsa la coscienza di essere popolo di Dio. Se il solare don Benzi pronunciò due settimane prima di morire quelle parole, se un “infaticabile apostolo della carità”, costruttore di mondi nuovi e di un popolo cosciente della sua missione di salvezza, si lasciò andare a quella diagnosi impietosa, non sarà stato solo il mal di cuore.

La chitarra restaurata da mio figlio con una corda in meno, mi rendo conto che posso appenderla ai salici di Babilonia: mancano la voce, le note, l’autorevolezza per raccontare ai più giovani, per dire quanto c’è da fare ancora, per loro e per tutti.

Posso solo chinarmi, riprovare con le ginocchia il gradino della balaustra, dimostrare silenzioso che quella è l’unica posizione possibile per il cristiano davanti al Signore che passa sanguinante, mentre angeli sbalzati nel marmo da chi del Mistero fece anche cultura, distendono una finissima imperitura tovaglia a offrire il Panis Angelicus.

Immagine:Finale Ligure (SV) – Altare della Collegiata di San Biagio in Finalborgo
“Nel presbiterio, la balaustra in marmo con angeli è opera sempre di Domenico Bocciardo, quest'ultimo anche autore dell'altare maggiore del 1799. La famosa particolarità di questo altare è il drappo del tavolo, che sembra di stoffa ricamata, ma in realtà è puro marmo.”




 

16 febbraio 2018

Chi teme Ila, il salvato dalle ninfe

di Marco Crevani
Mi permetto di tornare sulla vicenda segnalata dall’ottimo Giorgio Enrico Cavallo, ossia la rimozione del quadro di Waterhouse “Ila e le ninfe” (1896) dalla Art Gallery di Manchester. Non sono un critico d’arte e non pratico la mitologia greca, ma la curiosità resa così appagabile dalla Rete mi ha fatto subito evidenziare e cliccare su quello strano nome maschile. La nota enciclopedia on-line e il vecchio “Dizionario di Mitologia” del Tocci, seppur ovviamente meno esplicito, concordano e forniscono quella che mi pare la probabilissima spiegazione della censura. Giudicate voi stessi.

Eh sì, amici, non sembra una pruderie impazzita nell’era della pan-pornografia quella che rimuove dalla parete del museo di Manchester i volti meravigliosi e i castissimi seni delle ninfe di Waterhouse. Sa molto di una precisa operazione di psicopolizia da parte della Gaystapo. Cosa c’è infatti di più intollerabile della castissima seduzione femminile dell’ “eromenos” di Ercole? Mi perdonano i cultori di lettere greche se, da povero avanzo di liceo scientifico traduco “eromenos” con “femminiello”?

La potenza dell’arte (lo sapevano bene gli autori delle vetrate delle cattedrali) arriva diritta all’anima, che si conosca o no la vicenda, attraverso le civiltà e i millenni. E mi immagino l’adolescente inglese, lentigginoso e dubbioso dei suoi poveri ormoni maschili bistrattati ed estenuati, confuso dai messaggi osceni della nostra in-civiltà, magari pronto ad essere irretito da qualche erastès al viagra, quell’adolescente dunque che intravvede tra la penombra delle ninfee e la luminosità dolce delle ninfe la meraviglia del piano della Creazione. E, rapito come Ila, possa sfuggire a un immondo destino trovando la freschezza della Grazia. Roba intollerabile per gli psicopoliziotti della Gaystapo. Ma di ninfe, meglio, di Beatrici è pieno il mondo: il Creatore non si stanca di mettercele a fianco, e da infinite generazioni un giovane ne viene convertito in uomo, prima che in maschio. Quel presagio di Infinito che la castità può rendere eterno salva l’anima, e fortifica il corpo. Nella vita e nell’arte.

VIVA ILA SALVATO DALLE NINFE!

 

08 febbraio 2018

Il partito di Olivelli

di Marco Crevani
Chi votiamo?...
Io voto il Partito di Olivelli.
Il partito di Olivelli non c'è. Il partito di Olivelli, di Aldo Gastaldi "Bisagno", di Eugenio Corti, di Giovanni Guareschi. Gente troppo impegnata a fare l'Italia, a insegnare senza cattedre, a lavorare sul serio, a indignarsi senza odiare nessuno, a combattere senza ferire. E' un partito che non c'è, ma non per opportunismo, non per trasformismo.
I partiti politici nascono, riempiono di simboli e parole d'ordine l'anima di tutti, spaccano il mondo a parole e dopo dieci anni spariscono, si trasformano, si fondono e si rifondano, e in queste tempeste in bicchieri d'acqua tanti galleggiano e sorridono sempre.
Olivelli e i suoi non erano musoni, ma sorridevano quando c'era da sorridere. Non parlavano quasi mai di diritti, troppo impegnati a fare il loro dovere. Per questo il loro partito non esiste.
I partiti politici parlano sempre di diritti, non si va a chiedere voti parlando di doveri. L'unico dovere che vi chiedono è quello di votare per loro, poi diritti per tutti, anche i più strampalati e capovolti.
Il partito di Olivelli, di Bisagno...tutta gente morta da decenni?
No, c'è ancora gente così. Oggi sono i cristiani siriani e iracheni che tornano a ricostruire le loro case e le loro chiese, che non hanno ceduto alla creazione dell'ennesima milizia armata, convinti che certe cose le debba fare uno stato, e piuttosto si arruolano.
Sono i cristiani cinesi, che dopo settant'anni ancora si ostinano a pregare con vescovi e preti veri, non violenti che si fanno decenni in campi di concentramento ma che, non essendo promossi dai media, non diventeranno mai dei Mandela.
Sono i ragazzi Pachistani che muoiono custodendo le chiese da quelli così convinti di un dio onnipotente e misericordioso da farsi saltare per aria loro e decine di innocenti.
Sono quelli che muoiono perdonando.
Ci sono anche tanti italiani che solo lo Spirito Santo tiene ancora in piedi, mentre la famiglia va a pezzi, lo stipendio di un lavoro precario è ormai come quello di Pechino, che mandano i figli a scuola e li educano ancora a qualcosa mentre anche tanti preti tacciono o peggio dicono che va bene tutto. A loro vorrei direi: non ho partiti da suggerirvi. Ma non sto zitto.
Io sto con Olivelli.

da la Grande Guerra
 

07 agosto 2017

"In a Heartbeat", il nuovo video omo-pedagogico


(a cura di Marco Crevani)

di Doug Mainwaring

3 agosto 2017 (LifeSiteNews) - "In a Heartbeat", definito da milioni di persone "la cosa più bella che abbia mai visto", è un breve video animato sulla "cotta" di un giovane ragazzo di scuola media per un altro ragazzo, che sta attualmente sciogliendo alcuni milioni di cuori in tutto il mondo ogni giorno.

Pubblicato lunedì, il video di quattro minuti è diventato rapidamente virale. Martedì pomeriggio, aveva raccolto 3,7 milioni di visualizzazioni. Nel tardo pomeriggio di mercoledì il numero di visioni si era raddoppiato a 7,4 milioni. Giovedì mattina, si dirigeva verso gli 11 milioni.

Da una parte, la sua popolarità non è una sorpresa. È un cortometraggio avvincente e ben fatto, destinato a ricevere molti premi dei festival cinematografici. E poiché non esiste un dialogo, offre un appeal e una portata globali.

Il critico di Yahoo lo ha applaudito, dicendo: "Speriamo che, data la risposta che il cortometraggio ha ottenuto, i grandi studios avranno notato il fatto che le storie di LGBTQ dovrebbero essere raccontate e che, indipendentemente dalla tua identità sessuale, le persone possono relazionarsi con quelle prime vampate d'amore."

La campagna LGBT per i diritti umani (HRC) e altri lo coprono di lodi.

Non fatevi ingannare

Mentre molti all'interno e all'esterno del mondo gay possono sentire scaldarsi il cuore, in risonanza con il proprio ragazzino interiore preadolescente a disagio, c'è un problema. Un grosso problema.

"In a Heartbeat" sta ottenendo un sacco di attenzione, ma farà un cattivo servizio a coloro che ha l'obiettivo di aiutare. Potrà ulteriormente pregiudicare rapporti maschili, forti e sani, straordinariamente necessari. Una volta che i ragazzi e gli adolescenti sono incoraggiati verso l' omosessualità per far fronte all'esperienza comune dell'ansia sociale, indirizzata a mettere in discussione il loro orientamento sessuale, la loro sessualità rischia di diventare "ricondizionata". E una volta "ricondizionata" in questo modo, è difficile da annullare. Dovrei saperlo. Ero uno di loro.

Prima di procedere, guarda il video:


Il grosso problema

Una descrizione ufficiale del film ci dice: "Un ragazzo chiuso corre il rischio di essere abbandonato dal proprio cuore dopo che esce dal suo petto per inseguire il ragazzo dei suoi sogni".

Il problema è questo: il ragazzo dai capelli rossi che è descritto non è un "ragazzo chiuso". Gli animatori potrebbero pensare che stanno rappresentando un tale ragazzo, ma in realtà stanno raccontando una storia completamente diversa.

Ci mostrano un ragazzo che dimostra un livello estremamente elevato di ansia sociale. Quando lo vediamo prima, sembra spaventato a morte. È nervoso. E 'ansante. Ha palpitazioni cardiache. Salta dietro un albero per nascondersi dal secondo ragazzo dai capelli scuri, e così dimostra il suo disagio debilitante e l'incapacità di relazionarsi con il suo compagno di classe maschile.

E chi è il ragazzo da cui fugge, ma chiaramente attratto? È un ragazzo che dimostra totale fiducia in se stesso - il tipo che tutti i ragazzi socialmente imbarazzati invidiano e a cui vorrebbero assomigliare. Sembra imperturbabile, privo di problemi, in pieno autocontrollo. È così freddo che può anche far girare una mela su un dito mentre cammina leggendo sulla strada per la scuola. Il fatto che il ragazzo dai capelli rossi si nasconde dietro ad un albero per evitarlo, rivela quanto il suo sentimento di non essere accettato dai suoi colleghi maschi lo disturba.

Siamo chiari: i ragazzini di quell'età non stanno cercando una storia d'amore coi loro coetanei dello stesso sesso. Vogliono solo una cosa e la vogliono disperatamente: l'accettazione. A quell'età l'accettazione è più preziosa dell'oro.

"In a Heartbeat" è una distorsione pericolosa

Il ragazzo dai capelli rossi non è romanticamente attratto dal secondo ragazzo, anche se è questo che i creatori del film vogliono pensare. È attratto da un ragazzo che è il suo opposto, sicuro di sé e senza problemi.

I creatori del film hanno frainteso il proprio carattere: non è "chiuso" e non è "fuoriuscito" dal proprio cuore. Ha solo un forte grado di ansia sociale.

E la risposta per questo giovane non è 'romanticismo' con un altro ragazzo. La risposta è l'accettazione - sviluppare e perseverare nell'amicizia, e in questo per trovare l'accettazione. Il romanticismo tra i maschi è un miraggio, sempre dimostratosi sfuggente.

Guarigione reale e autentica

Il film promuove l'uscita dal disturbo d'ansia sociale facendo "outing" ed essendo "gay". Ma questa è una fuga dal disordine, non un mezzo per curarlo per diventare integri e sani come persona.

Il dottor Richard Fitzgibbons, esperto di guarigione coniugale e infantile, ha dichiarato a LifeSiteNews che il film è "psicologicamente dannoso per la gioventù, non è utile per i bambini che soffrono di disturbi d'ansia sociale".

Eppure sono proprio quei ragazzi che il film ha di mira e sono quelli messi a rischio dalla narrativa che promuove.

Secondo il sito web del Dr. Fitzgibbons 'ChildHealing.com, "il Disturbo d'Ansia Sociale (SAD) è il più rilevante di tutti i disturbi d'ansia. Uno studio del 2011 su 10.000 americani ha rivelato che i disturbi d'ansia sono stati i disturbi più comuni nella gioventù, che si verificano in circa un terzo degli adolescenti ".

"SAD è una paura marcata e persistente in situazioni sociali caratterizzate da pervasiva inibizione sociale, timidezza, mancanza di fiducia e paura. Ha un'età precoce di inizio, all'età di 11 anni in circa il 50 per cento e per l'età di 20 anni in circa l'80 per cento degli individui. La cosa più importante, la ricerca ha dimostrato che il rischio di suicidio giovanile diminuisce ritardando l'autoidentificazione come omosessuale. Uno studio ha dimostrato che il rischio di suicidio tra i giovani con attrattive per lo stesso sesso diminuisce il 20 per cento ogni anno che ritardano l'etichettatura come gay. "L'omosessualità: un vicolo cieco completamente insoddisfacente per i giovani maschi. Quentin Crisp, nel suo romanzo "The Naked Civil Servant, identificò l'enigma che affrontano gli uomini gay: "Se il Grande Uomo Oscuro mi incontrasse, non mi amerebbe. Se lui mi amasse, non potrebbe essere il mio Grande Uomo Oscuro". In altre parole, Crisp sta dicendo:" Se ho trovato l'uomo dei miei sogni "- come sembra il ragazzo del video di" Heartbeat "- non importa quanto attraente, maschile e virile. Se lui fosse interessato a me sia sessualmente che romanticamente o entrambe le cose, non potrebbe più essere l'uomo dei miei sogni perché non sarebbe più al 100 per cento "dritto". Ci sarebbe una grossa crepa nella sua armatura e lui mi deluderebbe." Si sente il ghigno di Satana da qualche parte nelle ali dietro i sogni irresistibili e scoraggiati di molti uomini gay. Non c'è da meravigliarsi che tanti diventano depressi. Questo è anche il motivo per cui il matrimonio omosessuale evaporerà nel tempo. Michael Glatze, ora pastore cristiano e soggetto del film "Io sono Michael", è stato un attivista omosessuale e gay fino a che non ha sperimentato la conversione a Gesù Cristo. Nel 2013 ha sposato sua moglie. In una lettera aperta a Ricky Martin dopo che Martin si dichiarò gay, Glatze scrisse: "L'omosessualità è una gabbia in cui sei intrappolato in un ciclo infinito di continuamente desiderare di più - sessualmente - che non puoi mai ricevere, costantemente pieno di vuoto, cercando di giustificare le tue azioni distorte con la politica e il linguaggio del "sentirsi bene". Ha anche detto al suo ex "amante":" Dio ti ama più di qualsiasi ragazzo che ti amerà mai ... Non mettere la tua fede in un uomo, una carne ... Questo è ciò che facciamo quando siamo bloccati nell'identità gay, quando siamo bloccati in quella grotta. Andiamo da ragazzo a ragazzo, alla ricerca di qualcuno che ci ami e ci faccia sentire bene, ma Dio è tanto meglio di tutti gli altri padroni là fuori".

L'attuale incessante trappola per gonzi di stretti rapporti maschili

Il mondo oggi, influenzato pesantemente dalla comunità LGBT e da media acritici, sconvolge rapporti stretti tra maschi adolescenti, facendogli mettere in discussione il loro orientamento romantico e sessuale. Questo è precisamente ciò che questo video si propone di fare ed ecco perché è così pericoloso. Non può a un bambino piacere un altro bambino senza che ciò venga interpretato come romantico o sessuale? Tutti i ragazzi vogliono amicizie strette con altri ragazzi. È un bisogno umano fondamentale.


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03 agosto 2017

Il naufragio della carità cristiana


di Marco Crevani

L’invasione pilotata (c.d. “emergenza immigrazione”) ha fatto naufragare la Carità Cristiana, l’Amore con la maiuscola, quello il cui esito immediato è la Giustizia, il contrario esatto del buonismo, impasto di ingiustizia e ipocrisia in dosi massicce.
Il dramma del naufragio della Carità Cristiana supera e include quello dei barconi, messi in mare dalla criminalità e affondati dal buonismo.

Il troncone di destra del relitto della Carità Cristiana contiene il ponte di comando, quello che un tempo la indirizzava secondo giustizia, che organizzava, indicava mete raggiungibili e le raggiungeva. Oggi da lì giungono solo echi di invettive impotenti, sempre più cattive. Muoiono giovani immigrati: indifferenza, forse segreta soddisfazione; masse in aumento di sconosciuti, cronaca nera che se ne riempie, e si attende il crack, il fatto decisivo che obblighi la società, gli stati a fare “cantare i mitra” e i cannoni… Crescente, strisciante razzismo verso l’Africa e gli africani, giudicati impotenti imbecilli in balia dei trafficanti e destinatari passivi della nostra “carità” pelosa e interessata. Una caricatura di Africa, non è quella che ho conosciuto in Africa, sofferente ma anche inimmaginabile scrigno di fede, forza, speranza. Un’Africa prona, col berretto in mano, è invece quella che schiavisti schifosi e buonisti distratti distribuiscono agli angoli delle nostre strade.

Il troncone di sinistra del relitto contiene la sala macchine, è quello che un tempo era profetico, propulsivo, che la faceva trovare là dove nessuno se l’aspettava, e mai dove il Potere la voleva. La Carità nella Verità, che soccorrendo il povero denunciava l’ingiustizia e denunciando l’ingiustizia costruiva oasi nei deserti di sale. Oggi i “profeti” dell’ovvio sono disciplinatamente intruppati a collaborare all’invasione, che distrugge noi e l’Africa, ma che qualcuno ha deciso essere l’ottimo per il Mercato. Pronti a gridare a comando contro il razzismo, il populismo, a piangere e commuoversi con un occhio solo, che seleziona le tragedie senza volere afferrare il quadro delle cause, in cui vedrebbero riflessi anche loro stessi.
Il troncone di destra e quello di sinistra erano una Nave, che solcava gli oceani e approdava in continenti lontani. Sotto la Croce di Cristo nascevano civiltà, lingue sconosciute anche a chi le parlava diventavano grammatiche apprese nelle scuole, sensibilità diversissime, anime raminghe si affinavano per cantare lode a Dio nella fede, nella scienza, nel lavoro, nel diritto. L’ordine degli uni arricchiva la profezia degli altri e viceversa, come le membra di un corpo che cresce armonioso.
Oggi quella nave è un relitto, e bambini malcresciuti e ineducati su ciascun troncone cantano la loro canzone ignorante e stonata, sullo spartito del demonio. Signore salvaci.

http://lagrandeguerracontinua.blogspot.it/2017/07/il-naufragio-della-carita-linvasione.html

 

03 agosto 2014

O nigrizia o morte

di Marco Crevani

“O nigrizia, o morte”

(San Daniele Comboni, XIX secolo)

Cari fratelli, siamo fregati  e contenti di farci fregare.
Ci hanno indicato mete avvincenti, un po’ scontate ma comunque impegnative, così da poterci tuffare a testa bassa nell’“impegno”: accoglienza, solidarietà, dialogo…e noi giù, volenterosi, a guadagnarci il Regno dei Cieli. Quelli che ci hanno fregato intanto, poverini, pensano solo al regno di questo mondo, ma conquistandolo divorano i poveri e anche noi. E allora ? Allora avanti, buoni cristiani! Ci vuole ancora più accoglienza, solidarietà, dialogo, e fronti uniti di indignazione (ma quale dialogo!) contro i “razzisti” cattivi che non lo capiscono !
Accogliere e dialogare, dialogare e accogliere fino a fare proprie le ragioni degli altri, fino a dimenticare chi siamo, la saggezza dei santi, i fratelli nostri martiri, fino al fastidio per il nostro passato. E dopo... quanti schiavi, quante prostitute, quanta violenza! (ma ben il 70 % dei violentatori è italiano!)
E la fame, laggiù, non passa, i dittatori prosperano, i grandi fanno affari, stipendi e posti di lavoro, prezzo degli alimenti, delle materie prime, delle case come variabili dipendenti dalle speculazioni finanziarie…e armi, armi, armi e guerre come industria senza crisi.
Unico a sentirsi così sicuro da confessare la verità, Alan Greenspan, presidente fino al 2006 della Federal Reserve, ha più volte affermato che l'immigrazione clandestina consente un significativo "contributo" per la crescita economica degli Stati Uniti, fornendo una forza lavoro flessibile. 
Senza milioni di irregolari e clandestini cioè, il costo del lavoro sarebbe troppo “rigido” ed elevato per i padroni delle grandi compagnie, quelli che fra stipendi e dividendi gravano sui bilanci quanto migliaia di posti di lavoro! Ma per noi, buon popolo bue solidale e generoso, l’importante è “accogliere sempre”, questa è la parte che ci è stata assegnata (e ne siamo ben felici, gratificati!), è dare “segnali forti contro il razzismo”, cioè contro chi si sente solo, minacciato, nell’alternativa fra moschee sotto casa e sfilate di teste rasate…e con quali risorse per discernere? Genitori inadeguati sperduti fragili tentati separati, pensieri deboli, debolissimi ovunque, scuola chiesa piazza giornali internet, tolleranza, tolleranza, tolleranza e non rispetto, diversità e mai identità, lingue tagliate, parole straniate, focolari spenti e murati, paesi uguali e vuoti.
O si costruisce, e si esporta, gusto per la vita, carità e giustizia a tutto campo, o si importa degrado, debolezza in malafede e senza vere risposte.
“Contro la fame cambia la vita” ci dicevamo un tempo.
Dare il pane all’affamato, da bere all’assetato, vestire l’ignudo e rendere giustizia all’oppresso è più urgente che mai, ma su questo piccolo pianeta,  può prendere solo il segno e il senso di un'unica grandissima emergenza: MISSIONE, quindi SVILUPPO, là dove i poveri nascono crescono soffrono e comunque, nella stragrande maggioranza, RIMANGONO, in silenzio, senza lacrime, perché non sanno neanche di essere qualcuno, di avere una dignità, di essere chiamati alla Vita Eterna.
 

18 luglio 2014

“O si esporta decoro o si importa degrado”

di Marco Crevani
Questa regola, che forse appare un po’ drastica, è quella che mi riecheggia l’osservare l'invasione senza limiti. Ripeto, e sottolineo: OSSERVARE; non sto infatti  trascorrendo le ferie in qualche campo profughi, come i nostri tiranni vorrebbero che facessero (questo, non altro!) tutti i "bravi cattolici": le castagne dal fuoco io non gliele levo! Se devo essere "solidale" lo faccio lontano dai riflettori  e dal mainstream. Chi ha passato un po’ della sua vita con un pugno di giovani africani armati…di giratubi e filiere a vincere con la gente della savana la sfida dell’acqua potabile, non ha bisogno dei falsi moralisti guerci per capire la vastità del problema e delle soluzioni…CHE SONO TUTTE IN AFRICA. Nel 1993 rientravo da due anni di volontariato in Africa e come un pugno nello stomaco ritrovavo per strada file di donne africane: non coi secchi vuoti in attesa dell'acqua, ma con gli occhi vuoti, sotto chili di trucco, ad aspettare "clienti"…

Non mi veniva e non mi viene in mente altro se non lo stile del volontario: conoscere i problemi delle persone, cercare insieme soluzioni, ridare dignità e speranza. Il problema non è "la mancata integrazione nella nostra società": i problemi nascono tutti, logicamente, dove è partita la tratta. Penose formule stracotte: "Ormai sono qui !" "Vengono da situazioni allucinanti", "I viaggi della speranza". Rosari irresponsabili che si traducono in tragedie crescenti. Quasi  che il mondo sia "vivibile"… solo a casa nostra. E questo come lo chiamamo se non razzismo? Il mondo è l'intero pianeta, tutti devono poter vivere dignitosamente dove sono nati, e se gli va di viaggiare, farlo per scelta e non perché costretti o illusi di andare a "star meglio". Io in Africa, accanto a miserie indicibili ho respirato SPERANZA: con investimenti pari a un mese di operazione “Mare Nostrum” si tira avanti vent’anni  garantendo a centomila persone acqua pulita, agricoltura migliorata, vaccinazioni e sanità di base, con tutto il lavoro indotto e la formazione al contorno. Speranza… perfino quella della donna che, non avendo altro, per far crescere meglio il bimbo che ha in grembo inghiotte terra ricca di sali minerali: povertà estrema? Certo, ma infinitamente più ricca di chi potrebbe dare il meglio a suo figlio e lo elimina inghiottendo un sofisticato prodotto di sintesi dell’industria farmaceutica, o del mondo che rivendica l’opportunità di farlo a pezzettini, quel bimbo, per coltivarci pezzi di ricambio in favore di corpi destinati a perire.

La drastica regola enunciata all’inizio appare evidente se, guardandoci intorno, ci riconosciamo per quello che siamo, una civiltà al tramonto. Le civiltà in crescita, infatti, creano ed esportano architetture, stili di vita, lingue, culture. Le civiltà al tramonto non esportano che beni di lusso, sempre più “di nicchia”, importano stili di vita estranei e raccogliticci insieme a masse umane necessarie a mantenere popolazioni vecchie, fragili, amareggiate del presente e impaurite del futuro, un processo involutivo che nella paura e nei piccoli egoismi personali, più o meno giustificati, non scommette più su famiglia e figli e dalla crescente solitudine trova nuovi motivi di paura e di amarezza. Anche la lingua, la cultura non è più quella di un popolo, diventa una giustapposizione di convenzioni in ambiti sempre meno comunicabili (“i saperi”?). E’ sintomatico incontrare luoghi di raduno ben definiti e distinti. In alcuni ambiti di svago si sente parlare solo ispano-americano, in certe aree, nelle ore “morte” delle badanti, ti senti come a Lvov o a Bucarest e non parliamo delle stazioni nelle ore di imbarco/sbarco di ambulanti senegalesi o, peggio, prostitute nigeriane. Queste persone stanno integrando la loro cultura con la nostra? Sta nascendo qualcosa di fecondo ? O non stanno chiudendosi in un  ghetto senza mura,  magari i loro figli in una baby gang “etnica”? Non parliamo delle banlieues dove pochi anni fa grazie a predicatori rappers i cui nonni pascolavano greggi algerine,  piccoli proletari mezzo islamici e mezzo nichilisti si divertivano a bruciare le Renault dei superstiti sessantenni discendenti di Carlo Martello che ancora non si servono alla macelleria “halal”.

O si esporta decoro, o si importa degrado. Mi spiace, ma non vedo vie di mezzo. O si genera lavoro, serio, e si fanno crescere anche altri mercati, altre società, con le loro culture, i loro stili, la dignità comune a ogni essere umano, o si importano per ogni lavoratore (al posto dei nostri ragazzi viziati, sottraendo cervelli e braccia allo sviluppo delle loro terre) almeno dieci disperati che sognano di stare comunque meglio. Non avremo mai una buona legge sull’immigrazione né una buona legge sulla cooperazione allo sviluppo, finché queste leggi non saranno una sola.

Non voglio però unirmi al coro impotente degli sfiduciati e degli impauriti. Io credo ancora nell’ "esportare decoro", valori, dignità, benessere, ma solo chi ha riferimenti certi lo può fare. Chi vede già al di là della fine dell’Impero, e non ci piange su, ma immagina cosa verrà dopo, e comincia a costruirlo. Al di là della fine dell'Impero…come S. Agostino. Morì durante l’assedio dei Vandali alla sua Ippona, ma costruì un mondo nuovo, per la sua Ippona, per i Vandali, per la Chiesa. Sì: l'import-export di decoro e valori lo facciamo solo sulle orme dei santi, Vangelo alla mano.
 

04 giugno 2014

Don Benzi e la Comunità Papa Giovanni XXIII

di Marco Crevani
Sarà ancora Giovanni Ramonda, 54 anni, piemontese, a guidare la Comunità Papa Giovanni XXIII per altri 6 anni. Lo ha deciso  l’assemblea dell’Associazione con un’ampia convergenza: 88,2% delle preferenze espresse dai responsabili di zona e delegati provenienti alle 33 zone in cui è presente la Comunità nei cinque continenti. «Accetto con il sostegno di mia moglie e della mia famiglia, con l’aiuto della comunità e della grazia di Dio» ha  dichiarato Ramonda subito dopo la nomina.
 
«In questi sei anni il carisma suscitato da don Oreste non si è affievolito ma anzi ha trovato nuove espressioni – dichiara Ramonda –. Abbiamo aperto nuove presenze di condivisione con i poveri in vari Paesi del mondo e dato nuove forme di risposta ai poveri». Negli ultimi 6 anni le strutture di accoglienza della Comunità Papa Giovanni XXIII sono passate da 304 a 346, 446 se si considerano anche quelle attive all’estero. Cresciuta anche la presenza nel mondo: si è passati da 25 a 32 Stati, sparsi nei cinque continenti.

Una comunità che ha dunque già riscelto per la seconda volta il successore del fondatore, Don Oreste Benzi, del quale è in corso la causa di beatificazione presso la Diocesi di Rimini. Un prete dalla "tonaca lisa", solo una volta l'ho visto senza, quando nella calda estate australe cilena indossava  un modesto clergyman chiaro. Un prete che ha attraversato la Chiesa da prima a dopo il Concilio, ha vissuto in prima persona e coi suoi ragazzi e parrocchiani riminesi tutte le inquietudini dell'epoca, ma mai perdendo di vista che si è dei poveri se si è di Dio, e si è di Dio se si è dei poveri.

Lo Statuto dell'Associazione, riconosciuta in via definitiva nel 2004 come Associazione Privata di Fedeli di Diritto Pontificio, recita infatti: "La vocazione della Comunità consiste nel conformare la propria vita a Gesù povero, servo, sofferente, che espia il peccato del mondo (Specifico interiore della vocazione) e nel condividere (per Gesù con Gesù in Gesù) la vita degli ultimi (specifico visibile)".
Al centro di questa avventura c'è stato dunque un prete, un sacerdote della Diocesi di Rimini, nato nel 1925 e morto nel 2007, un prete che ha sempre avuto ben chiaro il suo compito, senza camuffamenti "alla moda", senza compromessi, in nome di Dio e dei poveri. E i poveri hanno sempre capito al volo che li prendeva sul serio perché, parafrasando San Pietro "non aveva argento né oro", ma quello che aveva lo dava volentieri: nel nome di Gesù Cristo li faceva alzare e camminare! Che fossero bambini senza più una famiglia, handicappati, carcerati, tossicodipendenti, prostitute o madri in difficoltà, vittime di conflitti o nomadi, a ciascuno si chinava a curare le piaghe senza sconti sulla dottrina, ma riempiendo di vita la risposta, affidandoli a vere famiglie che li "rigenerano nell'amore". Ma niente è improvvisato, ci sono percorsi precisi di recupero, anche in pronte accoglienze o comunità terapeutiche, quando necessario, ma sempre vissute come famiglie e spesso sotto la responsabilità di una vera coppia genitoriale. Non bastava l'assistenzialismo, a don Oreste, non era pietismo il suo andare fra i disperati occupanti abusivi di case che la burocrazia non assegnava o marciare con i "turisti in carrozzella" che alcuni alberghi discriminavano. La marcia portava a ripristinare un diritto, ma anche a vivere ogni volta che fosse possibile un dovere, come le cooperative di lavoro tutt'ora testimoniano. Confermando un progetto cileno  per diffondere la tecnologia solare grazie al centro di lavoro di una comunità terapeutica, raccomandava: "Coinvolgete anche i malati psichici, il lavoro con un senso vissuto nella condivisione è terapeutico anche per chi altrimenti 'dà di matto'!"

Con la stessa passione decise che non si poteva star zitti mentre si sterminano gli innocenti, e fu tra i primi, in Italia, a presidiare col Rosario in mano l'ingresso delle cliniche degli aborti. Ai carabinieri che gli chiedevano i documenti faceva notare: "Guardate che però gli assassini sono lì dentro!". C'era tutta la spinta educativa di don Bosco, la letizia di San Francesco, ma anche la spiritualità teresiana in don Benzi, che passava lunghe ore a tu per tu col Santissimo, e desiderava che ogni realtà, anche familiare, lo avesse in una cappellina: "Prima di ogni incontro, cerco il Santissimo e passo un po' di tempo in ginocchio, altrimenti vado a fare l'incontro, ma non porto il Signore, porto solo il mio orgoglio!" Il mio primo incontro con questo prete non è stato in un'occasione pubblica, ma in una cappellina africana, all'alba: lui, un missionario della Comunità, io e mia moglie. Una messa feriale, celebrata  con un'intensità e una serietà che non sapevi se eri lì o a San Pietro alla Messa di Pasqua.

Davanti a un prete "che ci crede" cadono i dubbi, e non ti stupisci se lo rivedi lungo una statale circondato da giovani prostitute scosciate che istintivamente cercano di coprirsi davanti a quell'uomo dalla lunga tonaca nera e il colbacco che offre loro un rosario e una via d'uscita: "My name is father Oreste, I love Jesus, and you ?"