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29 marzo 2020

Siamo schiavi del nostro tempo

di Marco Sambruna
Nell’attuale crisi virale un dato emerge ormai con cruda evidenza: noi tutti o quasi siamo schiavi del tempo.
Di fronte alla non remota possibilità della catastrofe si reagisce generalmente in tre modi: con mesta rassegnazione apatica da parte di molti, con pulsioni epicuree goderecce da parte di qualcuno e infine col ricorso alla razionalizzazione intellettualistica da parte di un’élite.
Modi di reagire molti diversi fra loro, ma accomunati dall’incapacità di cavalcare il tempo e in qualche modo di trascenderlo: anche in una situazione come questa le risposte sono racchiuse nell’involucro soffocante della dimensione temporale generate da un discrimine iniziale.

Cioè non ci si domanda più cosa è giusto fare o non fare rispetto alla complessità delle circostanze, ma ci si chiede innanzitutto se quello che si sta per dire è progressista o reazionario, politicamente corretto o impopolare, conforme al narrazione corrente o alternativa a essa. In base a questi criteri si esprimono opinioni che a prescindere dal contesto sono improntate al prono adeguamento alla cultura dominante; in una parola il criterio guida è quello dell’omologazione.

Ogni affermazione non può derogare alla dittatura del conformismo: si sprecano così consigli su come passare il tempo tra internet, pay tv, libri e musica e le analisi intellettuali che quasi sempre indicano nel senso civico e nei comportamenti urbani l’antidoto allo scoramento come se io potessi trovare conforto dalla quarantena pensando che tutto sommato posso tranquillamente proseguire a fare la raccolta differenziata.

La crisi viene così sezionata, segmentata e analizzata al fine di ridurla alle sue sole ricadute emotive: del resto la nostra è l’epoca dove lo psicologo e lo psichiatra hanno preso il posto del prete e dove la relativizzazione del reale ha preso il posto dei dogmi religiosi. La parola d’ordine è igienizzare, sanificare e sterilizzare qualsiasi riferimento ultra temporale. Ci si deve muovere entro il perimetro asfittico del tempo, vietato trascenderlo.

L’altro giorno è stata organizzata una diretta streaming che è consistita in una maratona intellettuale intitolata “Prendila con filosofia”: in pratica per 12 ore un gruppo di personaggi alcuni dei quali noti, altri sconosciuti - ma tutti certo di ottima levatura culturale - hanno cercato di dare una risposta razionale al disagio generato dall’epidemia. Fermo restando che la filosofia non è un mero lenitivo incoraggiante bensì l’indagine sulle cause prime, è sufficiente dare uno sguardo alla lista degli intervenuti per rendersi conto che almeno i più celebri fra i partecipanti appartengono tutti o quasi all’area del progressismo liberale il che va benissimo se si tratta di ascoltare anche il loro contributo, ma non va per niente bene se il loro è l’unico punto di vista rappresentato. Non ho visto la maratona nemmeno in parte, ma ho assistito a iniziative simili: in genere tra i partecipanti a questi dibattiti c’è da scommettere che non si troverà mai un teologo tomista o un filosofo identitario e nemmeno un pensatore metafisico.

D’altra parte la nostra non è un tipo di civiltà che premia chi osa arrischiarsi oltre i rassicuranti confini del consiglio buonsensaio, del pedagogismo più svenevole, degli argomenti tesi al rinforzo “dei nostri valori” che nemmeno la crisi deve porre in discussione anche quando alcuni di quei presunti valori hanno facilitato il disastro.
E’ tutto un proliferare di slogan ripetuti innumerevoli volte come una litania: da quello che recita che “i virus non conoscono confini” il che è vero, ma solo se i confini non sono sorvegliati o che “è il momento dell’unità, non delle polemiche” come se fosse opportuno solidarizzare con chi da prova di negligenze a quelli che in varie formule tendono a criminalizzare il vecchietto che passeggia in solitario o il giovane che porta il cane a mingere in un parcheggio deserto o Trump che ha agito con colpevole ritardo come se invece in Italia non fossimo stati altrettanto superficiali.

Qualsiasi spiegazione, risposta o analisi è buona purché non alluda nemmeno velatamente alla questione fondamentale, l’unica che conta, cioè porsi l’interrogativo se forse il nostro benessere, la nostra salute e il nostro futuro dipendono da realtà che ci eccedono o da dinamiche ultraterrene verso le quali vale la pena riconnettersi.
C’è speranza finché non si hanno troppe convinzioni riguardo le proprie certezze perché così come il credente può avere dei dubbi verso ciò in cui crede anche l’ateo o il materialista o l’agnostico non possono escludere di avere torto.
Bisogna veramente cominciare a preoccuparsi quando il pensiero sembra essere entrato in una nuova fase: quella del nichilismo non solo esperito personalmente, ma anche organizzato collettivamente e mediaticamente per cui si finisce col veicolare la convinzione autolesionistica che nulla valga la pena tranne desertificare ciò che ancora è fecondo.


 

22 marzo 2020

Ateismo e brave persone

di Riccardo Zenobi
Recentemente sono incappato in diverse immagini-slogan dove con frasi sostanzialmente simili si afferma che per essere una buona persona non serve Dio. Sebbene questa frase non sia del tutto falsa, nell’ambito ateistico in cui è stata espressa sottintende che per fondare l’etica non c’è bisogno di Dio, e quindi che la fede e la stessa esistenza di Dio sono superflue. Ho incontrato due varianti dello slogan: “la migliore religione è essere una brava persona” e “per essere una brava persona non c’è bisogno di Dio”; le idee veicolate hanno in comune il ritenere che la fede serva solo ad essere una brava persona (poiché se servisse ad altro non potrebbero sottintendere il messaggio dell’inutilità della religione), divergendo sul lasciar intendere che il metro di misura delle religioni sia quanto rendano persone perbene – la prima frase può veicolare questo messaggio, la seconda no.

Oltre alla confusione tra esistenza di Dio e religione (questioni distinte che gli atei spesso appiattiscono l’una sull’altra) viene richiamato un tema proprio dell’ateismo moderno, cioè che l’esistenza di Dio riguardi solo l’etica; vi è in ciò il riflesso di quanto avvenne in concomitanza con la nascita della scienza moderna: l’affermarsi della convinzione materialista secondo cui l’esposizione scientifica di un fenomeno sia l’interezza della spiegazione di una realtà; per cui tutto si spiega esaustivamente riducendolo al comportamento delle componenti materiali, senza alcun bisogno di ricorrere a Dio. Poiché l’etica è meno suscettibile di una spiegazione del genere nacque negli atei la convinzione che l’unico appiglio del credente per sostenere la sua fede fosse l’idea che senza Dio non vi sarebbe alcuna etica, relegando l’importanza della Sua esistenza al solo ambito morale – come farà esplicitamente Kant – riducendolo ad un chiodino su cui appendere l’etica.

Per quanto riguarda l’essere una “brava persona” va notato che i contenuti e le norme che definiscono una persona perbene variano enormemente sia nel tempo che nello spazio. Un gentiluomo del ‘600 non è tenuto a comportarsi o a parlare come un dandy dell’800, né le norme di comportamento europee sono convertibili con quelle cinesi. C’è da dire che gli slogan non sono del tutto falsi perché le norme di comportamento che definiscono una brava persona non fanno esplicito riferimento a Dio o a fondamenti etici essendo più che altro derivazioni culturali e convenzioni sociali; per cui adottare certi costumi non implica mutare la propria visione su Dio e la propria religione. Una qualche verità è presente nello slogan, ma del resto ciò è necessario perché se fosse completamente falso non sortirebbe alcun effetto su chi lo riceve.

La mutabilità della definizione di persona perbene mostra che l’etica non si può ridurre alle norme che definiscono le persone ammodo, ma si tratta di un ambito per più ampio che coinvolge il bene e il male nella loro estensione, e pone la domanda “cosa è il bene? È soggetto a qualcosa di più fondamentale che lo determina o no?” Nel corso dei secoli sono state costitute diverse etiche ateistiche, e il consenso degli atei è mutato in punti fondamentali; mentre gli illuministi erano contrari all’aborto e alla poligamia questi temi sono il caposaldo delle etiche liberal (la seconda nella versione del “poliamore”), l’etica razionale di Kant sosteneva la bontà della pena di morte, Marx riteneva i diritti umani una invenzione borghese e liberale; una minoranza di atei ha poi sostenuto che non esiste differenza tra bene e male (in primis De Sade). Oltre a questa varietà di contenuti morali sono stati proposti svariati fondamenti sui quali basare l’etica: contrattualismo, situazionismo, utilitarismo, etc. Ma il discorso porterebbe troppo lontano.

Uno dei punti di vantaggio delle etiche teiste consiste nella loro sostanziale immutabilità, potendo così essere un punto di riferimento dal quale valutare l’agire umano e sociale. In tal modo bene e male non fanno riferimento a qualcosa di ulteriore ma fondano essi il comportamento, rendendo così di valore morale praticamente ogni azione dell’uomo, per quanto piccola o apparentemente insignificante. Al contrario le varie etiche atee tendono a modificare i propri contenuti normativi nel corso del tempo, mostrandosi più come prodotti culturali che come possibili guide.
Tornando alle frasi di partenza, va sottolineato che in esse è presente l’idea che Dio non serve all’uomo e quindi se ne può fare a meno. Tale prospettiva è però del tutto antropocentrica poiché mette Dio al servizio degli interessi dell’uomo, come se ci fosse qualcosa di ulteriore e più fondamentale a cui lo stesso Dio è sottoposto. Quest’ottica – presente purtroppo anche in diverse religiosità contemporanee – è quella contro la quale si erse l’ateismo ottocentesco che denunciava la ‘falsa coscienza’ del credente; quando il nuovo ateismo fa propria la visione per cui occorre liberarsi di Dio perché non serve, assume implicitamente la stessa prospettiva della falsa coscienza, finendo per costituire un pensiero contro il quale si può usare la stessa critica ottocentesca.

Del resto, la presenza di Dio non riguarda solo l’etica poiché in una corretta visione filosofica Egli è fondamento, principio e creatore di ogni realtà, e nulla di ciò che esiste può essere indipendente da Lui. In quanto fondamento tutto riporta a Lui; in quanto principio ogni cosa reca un riflesso della Sua immagine; in quanto creatore ogni cosa dipende da Lui in ogni aspetto che possiede. Ciò vale non soltanto per ogni realtà ma anche per ogni uomo, perché l’agire umano è ordinato da gerarchie di valori e di principi che permettono di valutare e giudicare la realtà: in questo ambito il posto che spetta a Dio è quello di essere usato come metro di giudizio per l’agire del fedele, il quale è tale non se applica un criterio a Dio, ma se applica Dio come criterio. Il discorso potrebbe continuare e ampliarsi senza fine; quanto detto non esaurisce per nulla l’argomento, e spiega a sufficienza che Dio non è un “tappabuchi” di ciò che ancora non comprendiamo o che non riusciamo a ricondurre a certi principi materialistici, ma è il centro della vita dell’uomo e dell’universo.


 

23 gennaio 2020

Severino e il cristianesimo. Un confronto sul filo dell'eternità


di Francesco Mastromatteo
Con Emanuele Severino scompare uno dei più originali esponenti della cultura contemporanea, in particolare della filosofia. Allievo di Gustavo Bontadini, a sua volta cresciuto alla scuola neoidealistica di Giovanni Gentile, seppur riapprodato alla metafisica classica, negli anni ’50 Severino cominciò ad andare in rotta con le posizioni della Chiesa e quindi della Cattolica dove insegnava: la sua visione “neoparmenidea” dell’eternità di tutti gli essenti entrava inevitabilmente in contrasto con la dottrina tomista. Ma più che di uno scontro, si trattò di separazione consensuale: un addio non traumatico, di cui il filosofo bresciano attestò sempre con estrema onestà intellettuale le profonde ragioni filosofiche, senza far mai venire meno il rispetto per la fede e l’istituzione ecclesiastica.
Chi vorrebbe peraltro riscontrare nel pensiero o negli scritti di Severino, così come nei suoi discorsi, la virulenza faziosa e povera di contenuti di certo laicismo alla moda, resterebbe deluso: era anzi sempre fortemente sottolineata l’estrema considerazione per il cristianesimo, il “rimedio” al “terrore del divenire”, secondo Severino, fatto proprio dalle masse occidentali per millenni, mentre il rimedio filosofico (l’”episteme”, ovvero la verità certa e incontrovertibile) era ed è un rimedio d’élite. Un ritorno al Mito, a differenza di quello prefilosofico però dotato di una potenza concettuale senza pari, di cui Severino anzi lamentava la progressiva “de-ellenizzazione”, ovvero la riduzione a “pensiero debole” relativista e depotenziato della sua struttura metafisica. Una fede, per il pensatore scomparso a quasi 91 anni, destinata a tramontare assieme al marxismo e al capitalismo per essere soppiantata dal rimedio scientifico-tecnologico, il più radicalmente coerente con la logica greca del divenire, ovvero l’uscire dal nulla e il rientrarvi di tutte le cose.
Vivere per l’uomo al suo apparire nella storia, secondo Severino è flettere il proprio ambiente. Dunque c’è una prima forma di terrore per la barriera: si vive solo se si flettono le barriere. Questa opera di frazionamento non è una cosa pensabile solo in astratto; il pensiero mitico raccoglie un’ampia serie di racconti, nei quali il mondo esiste solo se un dio è smembrato: solo se c’è questo sacrificio del dio può cominciare ad esistere il mondo. Lo smembramento del dio corrisponde a ciò che egli chiamava “flessione dell’inflessibile”. Si trovano queste tracce nei miti del Medio ed Estremo Oriente, dell’Egitto (Osiride), della Grecia (Dioniso). Tutti dèi che con il loro smembramento rendono possibile la vita dell’uomo.
Ma nella nostra cultura c’è l’esempio più significativo: il sacrificio di Cristo. “Eritis sicut dii”, sarete come dei, se mangerete il frutto proibito, dice il Serpente nell’Eden. Cosa vuol dire essere come dio? Vuol dire occupare il suo posto, detronizzarlo, spartire con lui un regno in cui lui prima era il padrone. Allora il “mangiare il frutto” ha un significato profondo: se mangiando il frutto che è stato proibito si è come Dio, anche qui abbiamo l’esempio di un tentativo di smembramento che va a finir male, perché Dio lo punisce. La vicenda cristologica, che si riflette nel Mistero eucaristico, sana la ferita del momento originario veterotestamentario, quello in cui il Serpente tenta l’uomo. Sarà Cristo, stavolta per iniziativa divina, attraverso il suo sacrificio a salvare l’uomo e rinnovare il mondo. E’ vero che quando Cristo compare il mondo c’è già, ma il mondo con quel sacrificio rinasce e viene rifondato. Una lettura del significato profondo e originale del cristianesimo, che forse però avrebbe bisogno di confrontarsi più approfonditamente con l’aspetto che lo distingue dal Mito propriamente detto: la dimensione storica, non metaforica ma reale, dell’incarnazione e della resurrezione.
«Da quando la Chiesa ed io ci siamo trovati d'accordo nel riconoscere l'essenziale inconciliabilità delle nostre due posizioni, tale accordo non è venuto più meno. Rimane tuttavia la possibilità che, sottratto all'alienazione da cui è avvolta la storia dell'uomo, qualche tratto del cristianesimo si costituisca, nello sguardo del "destino", come un problema autentico», così concludeva Severino, amico e “rivale” di tante dispute di pensatori cattolici come Giovanni Reale, in una delle ultime interviste. Si può forse trovare una via “cristiana” al “severinianesimo”? O forse Severino, concedendo tanto al cristianesimo, rivalutava ulteriormente, più di quanto non ammettesse, le radici della sua esperienza filosofica? Qualsiasi sia la risposta, ora appartiene certamente all’Eternità.

 

18 novembre 2019

L'intervista a Ruini e la "philosophia"

di Giorgio Salzano
Le polemiche relative all’intervista del cardinale Ruini sul Corriere della Sera, tutte concentrate sull’apertura di credito nei confronti di Salvini che egli vi auspica, mi hanno fatto venire a mente il titolo di un libro di Marie-Dominique Chenu, “La fine dell’era costantiniana”, pubblicato verso gli inizi del Concilio Vaticano II. Non ho avuto il (dis)piacere di leggerlo, ma da quello che ho orecchiato mi pare di aver capito che egli vi auspicava una chiesa finalmente libera dalle pastoie del mondo, nelle quali era rimasta invischiata a partire dall’editto di Costantino e la sua successiva politica di favoreggiamento verso di essa: è come dire, su venti secoli di Cristianesimo, diciassette sarebbero irrimediabilmente compromessi – da buttare? Salvo che la profetizzata fine dell’era costantiniana ci pone di fronte a un paradosso: più la chiesa si vuole svincolata dalla politica, più è dominata dalla politica.

Un esempio significativo: la così detta “scelta religiosa” dell’Azione Cattolica di Vittorio Bachelet. Dico “così detta”, perché stranamente si manifestò a seguito di essa nell’Azione Cattolica una decisa propensione politica, verso sinistra, che rovesciò quello che era stato l’orientamento dell’associazione con Luigi Gedda. Tanti che non erano d’accordo con questa svolta abbandonarono l’associazione. Ma ormai la divisione designata con i vecchi termini di “destra” e “sinistra”, trasmigrata nei termini più recenti di “conservatori” e “progressisti”, ha penetrato la Chiesa in maniera analoga al resto della società a tal punto, che viene da chiedersi che differenza faccia l’essere cristiani, se abbia per entrambi le parti lo stesso senso. Mentre la maggioranza di quelli che vanno in chiesa, fortunatamente non toccata dalla divisione fino a questo punto, rischia però di esserne confusa.
Forse perché la confusione regna nella maniera stessa di importare il problema, o meglio, di non impostarlo perché non viene riconosciuto.

Nelle reazioni polemiche all’intervista di Ruini, tutte incentrate sull’apertura di credito a Salvini, anatema per i vertici della Chiesa italiana (diciamo pure la CEI, anche se suppongo che qualche vescovo non schierato ci sarà pure, mentre per il vescovo di Roma in queste cose parla il direttore della Civiltà Cattolica), Riccardo Cascioli vede ciò che accade «se la Chiesa non sa più guardare in alto». Articolo ineccepibile, anche nel suo citare, di contro, il cardinale Sarah quando parla di una crisi di fede. Ineccepibile, ma non del tutto soddisfacente. Lamenta che venga trascurata la “dimensione verticale”, ma non ritiene necessario spendere due parole per spiegare al lettore di che si tratta: suppone che lo sappia, e per chi non lo sa non c’è nulla che possa fare.

Il problema, come dice giustamente un mio amico, vaticanista per una rivista di lingua inglese, è che la parte bollata dall’altra come “tradizionalista” ha ragione, ma non sa spiegare perché. Nel polemizzare accetta le premesse dell’avversario, e così si fa di ragione torto. La premessa è che non è possibile alcuna “teologia naturale”: ossia un discorso filosofico su Dio che non presupponga una specifica professione di fede, cristiana o altrimenti. Il che comporta, in una società che si proclama “pluralista”, che parlare di Dio è ritenuto divisivo, ed escluso perciò dal discorso pubblico. I vescovi, perciò, a cominciare dal loro capo, quando non si indirizzano particolarmente ai loro fedeli in funzioni liturgiche o catechetiche, evitano di farlo. E ciò è ritenuto “progressista”, segno di una mentalità aperta. E se dall’altra parte si fa notare che questo non è consono con la rivelazione e con la tradizione, un’accusa di passatismo e chiusura culturale non gliela toglie nessuno.

I vescovi (sempre a partire dal loro capo), parlano di politica come sanno. Che non sembra essere molto. Il problema di fondo è che essi non paiono capaci di rendere ragione nemmeno a se stessi, per dirla con san Pietro, della speranza che è in loro. Da tempo ormai, quando mi capita di chiedere a un esperto di qualche argomento un po’ esoterico, tipo la teoria della relatività, di che cosa si tratti, se mi sento rispondere che è troppo complicato da spiegare, io mi dico tra me: ho capito, non lo sa spiegare neanche a se stesso. Padroneggerà le tecnicalità della sua materia, ma non ne comprende il significato. Questa mi pare essere la condizione in cui si trova il teologo cristiano (qualunque chierico) senza la teologia naturale, o, se si preferisce, senza una comprensione delle cose umane che comunichi a qualunque possibile interlocutore la via verso Dio – in breve, senza quelli che san Tommaso chiamava preambula fidei.

La teologia naturale rientra in quella che chiamiamo filosofia. Ecco, il problema sta appunto qua, nella filosofia, ed è un problema di fondo che affligge tutta la nostra cultura occidentale. La stessa parole designa in effetti due cose diversissime: uso allora, per distinguerle, da una parte l’antica grafia philosophia, dall’altra la moderna grafia italiana con la “f”. Il problema della nostra cultura, che sta portando il così detto occidente (Europa, più America ecc.) al suicidio, è che pensiamo invece che siano la stessa cosa.

La filosofia, nel senso moderno della parola, si pretende riflessione immediata del soggetto pensante e agente su se stesso: in prima persona “io”, che diventa in terza persona “l’io”, o anche “l’uomo”. Oggetto di discorsi bio-psicologici che fanno astrazione da qualunque appartenenza sociale, esso viene quindi trasformato nel soggetto di storie, nelle quali acquista gli abiti di società, sviluppa il linguaggio, e dà origine alle diverse civiltà di cui abbiamo testimonianza nel tempo e nello spazio. Fino ad arrivare all’oggi, evidentemente di noi uomini occidentali, che finalmente sappiamo riconoscerci nella nostra nuda umanità – sulla quale, e in base alla quale, ognuno può poi dire quello che vuole. Nemmeno oggi mancano quindi discorsi filosofici di teologia naturale, ma rimangono esercizi accademici che difficilmente raggiungono un ampio pubblico, o fanno breccia nella teologia in senso stretto come preambula fidei.

Altra cosa era invece la philosophia. Con essa la riflessione si porta, e lo dico al presente, sulle testimonianze che gli uomini danno di sé in società, identificandosi reciprocamente dalle relazioni parentelari e l’appartenenza di gruppo, per cui nessuno si presenta mai semplicemente come uomo – così come nessuno puramente e semplicemente parla ma sempre parla una lingua, e anche quanto a questo nessuno la parla senza un accento. Dai più vicini ai più lontani sempre ci presentiamo con degli abiti, o come anche si dice con dei costumi. Se così ci identifichiamo reciprocamente, lo facciamo differenziandoci. Ma le differenze dalle quali ci identifichiamo rinviano anche a una identità di ordine superiore – per cui ad esempio identifico dall’accento la provenienza di qualcuno da una certa regione d’Italia, ma lo identifico anche come italiano. Analogamente identifico differenziandoli gli appartenenti alle diverse nazioni europee, ma sempre accomunandoli in una comune identità europea, e così via con africani asiatici o quant’altro, fino all’ultima inglobante identità dell’essere uomini. E il riconoscimento di identità e differenze non si arresta qui, ma si estende, diciamo, a quella degli uomini dagli altri animali, degli animali dai vegetali, di ciò che ha vita da ciò che non l’ha, fino all’ultima identità per cui diciamo di qualcosa semplicemente che è.
Questa è la via tradizionalmente seguita, dall’antichità al medioevo, dalla teologia naturale, e che io penso possa essere ancora validamente seguita. Ma a una condizione: che non si scambi il suo punto di partenza con quello della filosofia, facendo del gioco classificatorio di identità e differenza qualcosa di primariamente cognitivo. Dovrebbe essere evidente da quello che ho detto che si tratta di un’esperienza sociale, nella quale soltanto il soggetto – chiunque – acquista coscienza di sé, come parte di un tutto che sa di esserlo. Questo vuol dire che la “dimensione verticale” di cui parla Cascioli è costitutiva in generale della socialità, mentre le storie de “l’uomo” di marca filosofica che ci vengono ammannite come scienza, dov’è passata sotto silenzio, sono opere dell’immaginazione, destinate a sostituire la teologia naturale, spesso obliterata purtroppo anche in ambito ecclesiastico.
In conclusione, la philosophia, ossia la vera filosofia in opposizione alla sofistica, è eminentemente “filosofia politica”, guarda alle relazioni comunicative tra gli uomini per riconoscere quale sapere le renda giuste e chi lo rappresenti: nella teologia naturale qualcuno come il filosofo-re di Platone, in quella soprannaturale Cristo re.

Fuori di un simile orizzonte comparativo la politica diventa partitismo, con la divisione anche nella Chiesa di progressisti, con il loro vuoto moralismo universaleggiante, e conservatori, che non sanno render conto di quel che vogliono conservare.


 

14 luglio 2018

Filosofia, famiglia e confini negati/1

di Giorgio Salzano
(Informazioni sull'autore)
La filosofia, o almeno quello che così chiamiamo oggi (Antonio Rosmini la chiamava, con Platone, sofistica) è diventata cultura di massa. Raccontiamo tranquillamente la storia di una figura mitologica denominata “l’uomo”, che sarebbe emerso nudo dalla terra e si sarebbe quindi fatti degli abiti; e pretendiamo di identificare con questa figura “l’io” di ognuno di cui parla la psicologia, sull’esempio dei filosofi da Cartesio a Kant e oltre. Peccato che l’uomo di cui così raccontiamo l’ontogenesi – ossia lo sviluppo individuale – e la filogensi – ossia lo sviluppo come specie – non trovi riscontro nelle testimonianze degli uomini, che sempre attestano, nel loro stesso raccontare di come hanno acquistato gli abiti di società, di conformarsi con questi a dettami che li precedono, che non si sono perciò inventati ma hanno appreso. Ma testimoniano così anche di differenze di tradizioni, che determinano identità e confini. Superarli è il problema cruciale posto dall’allargarsi delle comunicazioni, che al giorno d’oggi è planetario; problema che la filosofia moderna diventata cultura di massa pretende di risolvere facendo semplicemente come se i confini non contassero niente. Negando i confini, si nega però la realtà di cui facciamo esperienza. Vediamo come questo si applichi esemplarmente alla famiglia.

Vorrei parlare di una cosa di cui nessuno parla: la proibizione dell’incesto, apparentemente l’ultimo tabù rimasto in materia sessuale nelle nostre società dette occidentali. L’unica volta che io ne ho sentito parlare pubblicamente fu anni fa, in una intervista televisiva di Marcello Pera quando era presidente del Senato, nella quale egli esprimeva il timore che anche esso finisse per essere superato; al che l’intervistatrice si fece scappare un “non esageriamo!”. No, non esagerava: se l’“amore” indifferenziato è elevato a criterio di matrimoniabilità (come in una famigerata sentenza della Corte Suprema americana), non vedo perché un fratello e una sorella non possano essere presi d’amore l’uno per l’altra e pretendere di sposarsi – o se per questo un padre e una figlia, o per quanto più difficile una madre e un figlio. La rivendicazione di diritti in materia sessuale porta così a quella che chiamerei entropia sociale.

Ci si vuole convincere, con un battage mediatico incredibile, che non c’è un solo tipo di famiglia, che pensare così è un segno di ristrettezza mentale poiché se ne possono concepire tanti tipi alternativi. A questo coloro che vogliono difendere la famiglia oppongono che no, che l’unica famiglia è quella naturale, composta da padre madre e figli. Ma rischiano così di darsi la zappa sui piedi. Non che io non sia d’accordo con quello che vogliono dire, ma dirlo in questo modo non colpisce nel segno. Mi spiego. Indubbiamente la generazione comporta sempre (anche quando è effettuata con tecniche mediche che evitano la copulazione) un padre e una madre, ma questo vale per qualunque specie animale, in particolare se parliamo di mammiferi: ancora non costituisce famiglia. Solo abbiamo famiglia, infatti, quando la generazione da fatto puramente biologico diventa anche sociale. Ora, è a questo diventare sociale che i propugnatori di una varietà di tipi di famiglia si appellano, con sullo sfondo una superficiale e mal digerita cognizione del suo essere stato disciplinato nelle diverse società in tanti modi diversi: dalla monogamia alla poligamia alla poliandria … Un serio studio comparativo di queste diversità, tuttavia, mostra che esse si riportano tutte a un unico principio: la proibizione dell’incesto appunto.

Vediamo di spiegare meglio: non c’è famiglia se non da famiglie, cioè non ci sono uomini e donne che in vacuo si piacciono e si accoppiano ed eventualmente fanno figli, ma ogni uomo e donna sono identificati dall’appartenenza a un determinato gruppo familiare (comunque determinato), dal quale essi dovranno eventualmente uscire per venirsi reciprocamene incontro e formare a loro volta un nuovo nucleo familiare. È una ovvietà, della cui osservazione non pretendo il copyright. Purtroppo l’ovvio sfugge per lo più all’attenzione, essendo dato per scontato. Per quel che mi riguarda la mia attenzione fu richiamato su di esso da un autore che godette di grande notorietà negli anni sessanta, Claude Lévi-Strauss, portato avanti dalla cultura di sinistra perché considerato il campione del naturalismo antropologico, ma in seguito da essa abbandonato quando si rese conto che il suo naturalismo aveva un sapore più classico che moderno. Fu lui il primo (o se non il primo, colui che lo ha fatto nella maniera più incisiva) a far notare che non si può ovviamente parlare di famiglia se non quando con la proibizione dell’incesto le relazioni biologiche della generazione e della consanguineità si iscrivono in una relazione di alleanza coniugale, che è sociologica.

Non so come mai la lezione di Lévi-Strauss sia passata pressoché inosservata nei discorsi pubblici sulla famiglia, soprattutto di chi ne vuole difendere il carattere diciamo naturale, in un senso non biologico ma umano (una volta si sarebbe detto di diritto naturale). Forse per un pregiudizio negativo nei confronti dell’antropologia socio-culturale in generale, fatta propria dalla antropologia (pseudo)filosofica corrente come dimostrazione dell’arbitrarietà degli ordinamenti normativi (culturali e legali) delle relazioni umane. O forse solo perché sembrava che il suo grande studio su Le strutture elementari della parentela riguardasse i popoli primitivi, senza incidenza nel nostro oggi. Eppure io sono convinto del contrario, che cioè il tabù dell’incesto possa essere utilizzato come base per difendere non soltanto la “famiglia naturale” di padre madre e figli, ma anche il matrimonio monogamico e indissolubile. Vediamo se riesco a spiegare in breve il perché.

La cosa tremenda, nella (pseudo)filosofia di cui esaminiamo la ricaduta sul concetto di famiglia, è che, al di là delle diversità di scuola, ha sempre come oggetto l’uomo adulto: a partire da Cartesio, che attribuiva le incertezze da cui gli sembrava piagato il sapere al suo essere stato appreso da bambino, e pretendeva da uomo adulto di ricominciare dall’inizio, con il fatidico “penso dunque sono” quale roccia sulla quale ricostituire il sapere nella sua interezza. Per quasi quattro secoli questa roccia si è venuta sbriciolando, ma ciò non scoraggia i maitres a penser del nostro tempo dal continuare in quella che potremmo chiamare una vera e propria negazione del bambino. Riconoscere di contro nell’osservazione dei bambini il bambino che ciascuno di noi è stato, può dare fondamento all’affermazione altrimenti vacua che il bambino ha diritto a un padre e una madre. Ciò che sempre e ovunque si mostra infatti nell’osservazione dei bambini è che noi acquistiamo coscienza di noi stessi in rapporto con altri nel mondo a partire dalle relazioni parentelari (parlo ovviamente di ciò che normalmente avviene, il che non è purtroppo sempre il caso; ma non sarebbe difficile mostrare che ciò resta vero anche quando la parentela biologica resta ignota). Non è dunque in questione nelle discussioni su sessualità e famiglia soltanto la formazione dell’identità sessuale di ciascuno, o più in generale della sua identità personale, ma la stessa capacità di pensare che insieme ad essa si sviluppa.

(continua)

 

05 aprile 2018

Ritornare alla filosofia occidentale/4

Ovvero. La Meraviglia dell'animale metafisico

«Il tutto, l’intero è assolutamente pieno: non ci sono buchi nell’essere». 
(Giuseppe Barzaghi) 

di Matteo Donadoni
Il modo è in crisi perché è in crisi la filosofia. E la filosofia, a quanto pare, si è messa in crisi per mano dei filosofi. Ne cito solo alcuni dei più recenti: Heidegger e «l’oblio dell’essere», Wittgenstein e «il silenzio del logos», ma soprattutto Nietzsche con il suo «Dio è morto». Noi oggi, all’ombra di questa trimurti, come si chiedeva già il Mondin quarant’anni fa, possiamo ancora filosofare? Oppure dobbiamo rannicchiarci tutti quanti nel piagnisteo del pensiero debole? In vero fra i contemporanei qualcuno dice che sia impossibile filosofare, e cioè ricercare le cose ultime, perché sarebbe come cercare ciò che non c’è. Sembrerebbe che la filosofia sia ormai divenuta superflua, perché è la scienza a preoccuparsi di risolvere i problemi, o, come dicono certi altri, perché ad essere superflua è la metafisica, dal momento che è sufficiente la fenomenologia per comprendere l’essere. Insomma, come in certi videogiochi tipo “Fortnite”, pare sia improvvisamente apparsa nel cielo, lapidaria, la scritta: “Ti sei autoeliminato”.
In questo modo la resa dell’intero pensiero filosofico occidentale si può esplicitare platonicamente nel dramma cosmico «dell’umanità inginocchiata davanti agli idoli della caverna». La modernità adora stoltamente gli idoli del materialismo edonista. Ma l’uomo in principio non è così! La mente dell’uomo è connaturale al soprasensibile, oltre che naturalmente religiosa. L’essere umano deve compiere uno sforzo (dis)educativo per diventare materialista, sensista, edonista….e disperato. Eliminato Dio, che si dissolve nel mondo, restano gli idoli della Konsumgesellschaft e le ombre della caverna, fantasmi culturali. In nichilismo è il depotenziamento dei valori tradizionali (metafisici), uno svuotamento soggettivista, così da configurare un’esistenza terribile, senza scopo e senza fine in cui tutto si risolve inevitabilmente come uguale. Sposarsi o no, credere o no, vero o falso, persino vivere o morire. La vita dell’uomo contemporaneo è, in termini filosofici, una specie di lugubre «eterno ritorno dell’uguale» nell’accettazione della vita come tale. Una specie di assurdo esistenziale. Proporre un mondo come mera progettualità storica, relativista e cieca, è una stravaganza metafisica che consegna l’essere umano alla negazione di un proprio fondamento ontologico stabile. In pratica una follia.
Invece la filosofia dovrebbe rendere stabile l’uomo nella sua ricerca di pienezza della vita e sicuro nella verità, con tutte le cautele del caso. Passo passo, certo. Ad ogni modo, non dovrebbe adoperarsi certo per imballarlo in un’immanenza disperata e ansiogena. Ma serve uno sguardo metafisico sulla vita, perché nello sguardo metafisico non esistono vuoti. Questo vuol dire avere la mente aperta, avere lo sguardo aperto al non immediato, un occhio metafisico, lucido come quello del santo o bambino.
Il bambino va oltre la condizione dei sensi, si pone le domande, i famosi “perché?”, constata che le cose cambiano, mutano e si chiede il perché, non si limita a prender nota. Quando la nonna muore, non si accontenta di quattro chiacchiere en passant sui fosfati, perché l’uomo è ontologicamente di più. L’uomo vuole conoscere le cause e porre rimedio, problem solving, come dicono oggi – sarà per questo che sono rare le donne filosofo? Forse perché le femmine sono multi-tasking? Non datur. L’uomo, dunque, è naturaliter filosofo. Anzi, Schopenhauer lo ha definito animal metaphysicum.

«Ad eccezione dell’uomo, nessun essere si meraviglia della propria esistenza: anzi, per tutti gli altri esseri l’esistenza è una cosa talmente ovvia, che essi non la notano. Negli animali, attraverso la calma dello sguardo, continua a parlare la saggezza della natura, perché in essi la volontà e l’intelletto non si sono ancora separati abbastanza per potersi stupire l’uno dall’altro, qualora si incontrino di nuovo. […] La sua meraviglia è tanto più profonda, in quanto qui, per la prima volta essa si trova coscientemente di fronte alla morte e in quanto, accanto alla consapevolezza della finitudine di ogni esistenza, le si impone anche, con più o meno forza, quella della vanità di qualsiasi aspirazione. Da questa coscienza di sé e da questa meraviglia nasce allora quel bisogno di una metafisica, che è proprio dell’uomo soltanto: questi è quindi un animal metaphysicum» (A. Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, II, 17).

Ma va educato. Il filosofo è un pedagogo per gli altri e fa loro scoprire i meccanismi della realtà intera. Filosofare è scoprire il senso delle cose e della vita, separare l’immaginario dal reale, cercare e accogliere la verità per ciò che è (adaequatio rei et intellectus). È trasformare il complesso in semplice, partendo dal concetto base che la natura delle cose è intelligibile, il mondo intero è intelligibile perché creato da un’Intelligenza. L’uomo ricerca - Socrate diceva che «una vita senza ricerca non è degna per l'uomo di essere vissuta» (Apologia 38 a) -, ma se ricerca, lo fa perché è incuriosito, è incuriosito perché lo spettacolo offerto dalla realtà è meraviglioso e la sua intelligenza lo stupisce. Così in primo luogo l’uomo riconosce la propria ignoranza, che è il primo gradino, poi è costretto a congetturare la problematicità ontologica del reale. Per questo porre problemi è tanto bello quanto risolverli! (cit. Barzaghi).
Filosofare è meravigliarsi come un bambino.
Rinunciare a filosofare invece è una tragedia, è come decidere di non riprodursi, alla fine muoiono tutti. Non mi sembra un modo simpatico di ragionare. L’uomo sempre è più di un animale. L’uomo ama, l’uomo ragiona, ama le meraviglie dell’universo ma pone questioni sull’essere di queste meraviglie, e ragiona sui significati (non solo linguistici!) e sui perché di tutto e di se stesso. Soprattutto, l’uomo filosofa. Questo è il compito della filosofia: «Filosofare è interrogarsi sui perché delle cose e degli accadimenti degli essenti e dei fenomeni, dell’essere e del non essere, e questo è compito della ragione, non della fantasia o del sentimento. Perciò educare alla filosofia è anzitutto educare alla riflessione, al ragionamento» (B. Mondin).
Anche nell’epoca della cibernetica, solo perché possiamo delegare il lavoro a delle macchine, non abbiamo il diritto di delegare il pensiero. Non possiamo limitarci a dire primum vivere deinde philosophari, per quanto sia vero, corretto e finanche necessario, perché vivere est philosophari! Torniamo a filosofare forte!


-Educare alla filosofia, atti del XIII convegno dell'A.D.I.F., Roma, 13-15 settembre 1990, Georges Cottier [et al.] a cura di Battista Mondin.
- Il mondo come volontà e rappresentazione, A. Schopenhauer, Mondadori 1997.
-Le radici del Nichilismo, in Divus Thomas, 18 sett-dic 3/1997, EDS.

 

24 marzo 2018

Ritornare alla filosofia occidentale

Ovvero la greca cattolicità

«Chi, pur avendo una sola voce, si trasforma in quadrupede, bipede e tripede?»
(La Sfinge di Tebe)
di Matteo Donadoni
Abbiamo tutti sentito parlare di filosofie orientali, almeno quanto il fatto di non dare ossi al cane, ma di fatto non esistono filosofie orientali, o meglio, si tratta solamente di religioni e tradizioni. La filosofia nasce in Grecia, e gli ossi al cane si possono dare. Essa è, sia come parola sia come concetto, creazione del genio ellenico per la sua peculiare vocazione teoretica, dall’oriente vennero alcune conoscenze astronomiche e matematico-geometriche, ma i Greci seppero ripensarle, strutturandole in una dimensione teoretica, mentre per gli orientali queste scienze avevano solamente un fine pratico. Così, se gli Egizi svilupparono e trasmisero l’arte del calcolo, i Pitagorici idearono la teoria del numero. Se i Babilonesi fecero uso di precise rilevazioni di carattere astronomico, furono i Greci a trasformarle in un’organica scienza astronomica, tanto che Eratostene riuscì a calcolare la circonferenza (seguendo Parmenide) della terra con un’approssimazione risibile considerati i mezzi, nel XIX secolo poi, si diffuse la voce che fosse piatta. In nessun’altra antica civiltà possiamo riscontrare qualcosa di analogo in senso specifico: ciò costituisce una superiorità qualitativa, senza la comprensione della quale non è possibile capire lo sviluppo originale della civiltà occidentale, né le cause dell’arretratezza di tutte le altre (sic!). La scienza, a quanto pare, non è possibile in ogni cultura. Sono necessari dei presupposti teoretici, che sono quelli propri della civiltà occidentale, e allo stesso modo esistono idee che rendono strutturalmente impossibile il nascere di determinate concezioni che sono costitutive dell’intera scienza. È stata la filosofia a gettare le basi razionali che hanno generato la scienza.

Ovviamente, in passato, non sono mancate obiezioni, alle quali però non è difficile opporre prove schiaccianti:
a) In epoca classica nessuno dei filosofi menziona una possibile derivazione della filosofia, amore per il sapere, dall’Oriente.
b) È dimostrato storicamente che nessuno dei popoli con cui i Greci vennero a contatto possedeva una filosofia basata interamente sulla ragione – logos; ma un tipo di conoscenza sapienziale (i gymnosofisti) simile a quella che avevano i Greci stessi prima di inventare la filosofia.
c) Prima di Alessandro Magno (356 – 323 a.C) non risulta che i Greci, mercanti e mercenari presenti in tutta l’Ecumene, avessero avuto la possibilità di consultare direttamente scritti indiani, né egizi, né che vi fosse qualcuno in grado di tradurre i Testi Sacri, né in grado di discutere con sacerdoti o sapienti di quelle regioni. Ad non ogni modo non abbiamo evidenza scientifica che ciò sia avvenuto.
d) Anche se qualche idea è stata presa dalle culture orientali, la filosofia greca rappresenta una forma nuova di espressione spirituale perché: 1- puramente speculativa e 2- di forma rigorosamente logica.

Di che cosa si occupa la filosofia? Di uova e di galline? Anche. La filosofia ha come oggetto la totalità delle cose, o intero, come la religione, le sue due caratteristiche principali sono l'atteggiamento critico con cui essa si propone di esaminare la realtà, e cioè il metodo razionale, e il suo scopo, che è la pura contemplazione della verità. La filosofia nasce nel momento in cui il sapere, inteso per sé, viene visto come un valore; la nostra mentalità materialista, invece, tende a dare importanza solo a quei saperi che possono essere "utili", rifiutando invece quelli che si considerano inutili: per esempio, si va a scuola non di per sé, per ottenere il sapere, ma piuttosto per prepararsi ad un lavoro. Aristotele, esplicitò, codificando quanto era nel sentire greco, il concetto del "sapere per il sapere", dove il sapere diventa un valore di per sé, pur non trovando sempre applicazioni pratiche. La filosofia per Aristotele era la più nobile delle scienze proprio perché "non serve a nulla", ossia perché non ha quel vincolo di "servitù" ed è assolutamente libera: proprio perché priva del legame di servitù é il più nobile dei saperi. Per questo, tecnicamente parlando, una laurea in filosofia (ma anche in teologia) è quanto di più insensato si possa immaginare. La nostra società, invece, vede il sapere in modo alquanto simile a come lo vedevano le società pre-elleniche: gli Egizi, ad esempio, si servivano della matematica in senso "utile", ossia per calcolare le entrate e le uscite, mentre invece si servivano della geometria per tracciare correttamente i confini degli appezzamenti di terra abitualmente cancellati dalle piene del Nilo. Allo stesso modo i popoli Mesopotamici sfruttavano l'astronomia per calcolare le stagioni e per i culti religiosi.

Con i primi filosofi i Greci cominciarono a discostarsi sempre più dal mito e a prediligere il logos, la ragione. Ma il passaggio fu lento e graduale, persino Platone si serve ancora di miti per ciò che non riesce a spiegare. Un esempio della spinta razionale è tuttavia presente sin dal principio. Eraclito, vissuto ad Efeso nel 500 a.C. circa, racconta che Omero, il grande poeta iniziatore della civiltà occidentale, fosse interrogato da alcuni fanciulli con l'indovinello: «cosa è che se prendiamo ci lasciamo dietro e se non prendiamo ci portiamo appresso? ». Eraclito racconta che non essendo stato capace di rispondere (la risposta corretta, per la cronaca, era: "i pidocchi") si uccise. Analoga è la vicenda della Sfinge, creatura mitologica mandata da Era, con corpo leonino, viso di donna e ali d’uccello, che, accovacciata sul monte Ficio, divorava chiunque non fosse stato in grado di risolverne l’enigma - «τί ἐστιν ὃ μίαν ἔχον φωνὴν τετράπουν καὶ δίπουν καὶ τρίπουν γίνεται;» «Chi, pur avendo una sola voce, si trasforma in quadrupede, bipede e tripede?» - e che si uccise perché Edipo seppe risolverlo.

Possiamo osservare come la filosofia antica delinei una parabola di cui si può in qualche modo cogliere la logica, al cui fondamento si pone che il pensiero pensi l’essere:
1) i Presocratici sono affascinati dal mistero del cosmo naturale: ne colgono l'ordine e la bellezza, il logos, e ne cercano l'unitario principio (archè), ma restando sul piano puramente fisico si incagliano nella contraddizione tra essere e divenire.
2) L'esito è la sfiducia nella stessa possibilità di conoscere oggettivamente la realtà, sfiducia di cui si fanno interpreti i sofisti e soprattutto gli Scettici.
3) Ma la spinta verso la verità è inarrestabile. In particolare non si può rinunciare a sapere chi è l'uomo, in questa direzione si muove Socrate: egli cerca la verità assoluta sull'uomo, e paga con la sua vita la fedeltà a questa ricerca, ma non trova un fondamento adeguato alla sua sapienza sull'uomo (anthròpyne sophia).
3.1) Toccherà a Platone trovare questo fondamento, che gli consente di impostare una soluzione alle contraddizione in cui si era incagliato il pensiero presocratico: il suo fondamentale guadagno è che il principio della realtà sensibile è oltre il sensibile, è in un mondo intelligibile (le idee), che può essere raggiunto dal pensiero e anzi del pensiero stesso è fondamento (posto che il pensiero pensi l’essere). Ma la filosofia platonica, pur avendo colto come la verità del mondo materiale sia in un livello immateriale, spirituale, darà troppo poco spazio alla materia, e quindi → 3.2) toccherà ad Aristotele rivalutare l'importanza del mondo sensibile, dove in fin dei conti l’uomo vive, “sozein ta phenomena ”. Con lui la filosofia greca raggiunge un livello ineguagliato di sistematicità. Per Aristotele la realtà è ordinata, è una armonia di sostanze composte di materia e di forma, e l'intelligenza umana può cogliere questo ordine. Tuttavia nemmeno a lui riesce di poter "salvare" l’uomo: l'esistenza del singolo uomo e la realtà concreta della sua vita non sono salvate, non hanno senso, sono qualcosa di casuale. Il pensiero greco non trova soluzione alla materia, servirà la Rivelazione Giudaico-Cristiana. Per questo si sviluppano le filosofie successive, che sono in un certo senso esistenziali.
4) le filosofie ellenistiche cercheranno di rimediare a tali lacune delle grandi sintesi di Platone e Aristotele, occupandosi di più della vita concreta del singolo (la filosofia è anche arte del vivere!), di qui il loro disinteresse per il cosmo e l'essere, e persino per la politica. Ma questa riduzione etica della filosofia, all'insegna di una rinuncia al fondamento ontologico, si risolverà in proposte essenzialmente consolatorie. La vita fa paura, è come una grande malattia, occorre che la filosofia fornisca dei farmaci (per Epicuro un tetrafarmaco).
Per questo:
5) l'esito ultimo della filosofia classica sarà un rifugio in una trascendenza naturalisticamente intesa (Plotino e il neoplatonismo)
6) o l'accoglimento dell'annuncio cristiano, avvertito ad essa concorrenziale, che spiega fino in fondo il senso dell'essere, da cui si svilupperà la Patristica e la Scolastica. A queste dobbiamo tornare per salvare la nostre povere menti moderne dal naufragio nichilistico-relativista del pensiero occidentale.


 

06 marzo 2018

RITORNARE ALLA FILOSOFIA OCCIDENTALE \ 2

(OVVERO CATTOLICA GRECITA’)
«Dio è il pedagogo dell’universo»
(Platone, Leggi, X 897)
di Matteo Donadoni
Prima di “passare al bosco” avevamo definito la validità universale del pensiero greco. In un certo senso possiamo dire che gli antichi stessi ebbero sentore del fatto che i messaggi da loro comunicati avessero questo carattere. Platone - in Epinomide 987e - tramanda un concetto che ci rivela tutta la consapevolezza che i Greci stessi avevano della propria originalità, anche quando accoglievano intuizioni di altri popoli per farle proprie, infatti: «Possiamo essere certi che quanto i greci hanno recepito dai barbari [1], poi l’hanno perfezionato in sommo grado».

Su tutti è emblematico l’aneddoto a noi tramandato riguardo Zeusi, il più grande pittore del suo tempo (e che sarebbe degnamente membro onorario del nostro “Club Waterhouse”), il quale ai discepoli che gli domandavano la ragione per cui continuasse a lavorare tanto su quadri che già sembravano perfetti, rispose: “Perché dipingo l'eternità”. Platone diceva che il filosofo è colui che guarda l'eterno e cerca di esprimerlo. E un messaggio che guarda l'eterno vale, al di là dei tempi, sempre. Questo è un modo di pensare desiderabile per chiunque intenda avere una visione spirituale e filosofica della vita. Ebbene, ogni atto creativo in qualsiasi arte e scienza, ogni scultura, ogni forma poetica e letteraria, fino all'ultimo zoccolo di sileno, tutto lo sforzo intellettuale che scaturì dal genio ellenico va in questa direzione. Tutto non ha riscontri in altre società. Tanto grande fu il miracolo ellenico. In questo senso noi siamo veramente come disse Bernardo di Chartres: “ nanos gigantium umeris insidentes”, nani seduti sulle spalle di giganti. Non perché cerchiamo l’ipse dixit, ma perché cerchiamo la Verità.

Proprio per questa validità universale, la grande applicabilità dei valori espressi è, ad esempio, ampiamente dimostrata all'interno della cultura cristiana dai Padri Cappadoci, che sono stati studiati dallo Jaeger nella sua opera conclusiva “Cristianesimo primitivo e paideia greca”. Anche il sommo pontefice Giovanni Paolo II nell'enciclica Fides et Ratio richiamò all'opera di Gregorio di Nazianzo indicandola addirittura come un esempio di quel rapporto di “circolarità” instaurato fra pensiero filosofico e parola di Dio, da cui la filosofia stessa esce arricchita: «La conferma della fecondità di un simile rapporto è offerta dalla vicenda personale di grandi teologi cristiani che si segnalarono anche come grandi filosofi, lasciando scritti di così alto valore speculativo, da giustificarne l'affiancamento ai maestri della filosofia antica» [2]. E lo sa il Cielo quanto ne avremmo bisogno oggi.

Da un punto di vista puramente laico, possiamo inoltre affermare che, fin dai primi filosofi della storia del pensiero umano, c'è stata in un certo senso un'attesa e certamente una ricerca appassionata per conoscere il divino Logos, il principio dell'universo in cui tutte le cose sono state create, la fonte e la luce di ogni vera sapienza. Quella luce che tutto fa comprendere, perché tutto avvolge e tutto compenetra. I Greci lo chiamarono genericamente “arché”. Essi, pur non avendo avuto la grazia della divina rivelazione, tuttavia, non cessarono mai di scandagliare con la forza dell'intelletto le verità che riguardano l’essere, Dio e l'uomo, il mondo del divenire, l’infinito e l'immortalità. Nel carcere, in attesa di bere la cicuta, Socrate conversa sul destino delle anime dopo la morte, sereno, fermo nella forza del Logos: «Ma è ormai venuta l'ora di andare: io a morire, e voi, invece, a vivere. Ma chi di noi vada verso ciò che è meglio, è oscuro a tutti, tranne che al Dio» (Apologia, 42a).

Se il Cristianesimo (considerato simpliciter come dottrina) è la più grande forza educativa della storia, resta comunque vero che esso è anche in accordo con la filosofia. Werner Jaeger, inoltre, precisa: «La grande differenza appunto fra il cristianesimo e ogni filosofia umana, è che quello considerava la venuta del Logos nell’uomo non come il risultato di uno sforzo umano ma come un processo che parte dall’iniziativa divina. Ma Platone, nell’ultima sua grande opera, le Leggi, non aveva insegnato che il Logos è l’aureo vincolo per il quale il Legislatore e Maestro e l’opera sua sono uniti al Nous divino? E non aveva forse collocato l’uomo in un universo che con il suo ordine perfetto e nella sua perfetta armonia era un modello eterno per la vita dell’uomo? Il cosmos del Timeo platonico rendeva possibile l’educazione dell’uomo, perché, per essere realizzata, essa richiedeva un mondo ordinato e non il caos. Nelle Leggi troviamo una enunciazione che riferisce a Dio, come alla prima fonte, tutto quello che in quest’opera è detto sulla paideia: Dio è il pedagogo dell’universo, ὀ θεὸς παιδαγωγεῖ τὸν κόσμον [«Dio è il pedagogo dell’universo», X 897]. Il sofista Protagora aveva affermato una volta che l’uomo è la misura di tutte le cose, stabilendo così la relatività di ogni educazione. Platone rovescia questa sentenza famosa di Protagora e la corregge in questo senso: Dio è la misura di tutte le cose [Leggi, IV 716]. Per Origene Cristo è l’educatore che traduce in realtà queste idee sublimi» (ibìd., pp. 87 sg.). Dopo Platone, lo Stagirita organizzerà la razionalità filosofica colmando le aporie del platonismo. E, oltre a Origene, dobbiamo considerare innanzitutto i Padri della Cappadocia Basilio, Gregorio di Nissa e Gregorio di Nazianzo, e poi via via Agostino fino alla Scolastica. Questi autori, oltre che grandi teologi, sono stati filosofi, e hanno fatta propria questa scienza come elemento essenziale della civiltà e della cultura.

Il più grande teologo cristiano di lingua greca, Gregorio di Nazianzo, forse l’esempio più splendido di equilibrio tra fede e cultura, aveva del logos la massima stima, vedendo in esso non solo ciò che distingue l'uomo da ogni altro animale, ma ben più importante, anche ciò che lo collega con il Logos divino. Lo considerava quindi come dono di Dio agli uomini: «Questo io offro a Dio, questo io dedico a lui, quell'unica cosa che ho conservato a me stesso, quella cosa che costituisce la mia unica ricchezza. Le altre cose infatti le ho abbandonate al comandamento e allo Spirito, e, dando in cambio tutte le ricchezze che una volta possedevo, mi sono procurato la perla preziosa... io tengo con me soltanto il logos, perché io adoro il Logos [...] faccio di lui il compagno della mia vita, il consigliere buono, il buon convivente, la guida sulla strada che conduce in alto e il pronto compagno di lotta» [3]. Non è necessario precisare in questa sede che il Logos non è la Gnosi, il Logos è Cristo. Ad ogni modo, già due secoli prima un filosofo platonico di Flavia Neapolis, convertitosi al cristianesimo e che la Chiesa celebra fra i suoi padri come San Giustino martire, diceva nella sua apologetica: «Abbiamo appreso che Cristo è il primogenito di Dio ed abbiamo ricordato che è il Logos, di cui partecipa tutto il genere umano. Coloro che hanno vissuto secondo il Logos sono cristiani, anche se sono stati considerati atei, come tra i Greci, Socrate ed Eraclito» [4]. Ed anche: «La filosofia è, in realtà, la ricchezza più grande e più preziosa per Dio, l’unica che ci porta verso di Lui e ci unisce a Lui, e sono davvero tali coloro che hanno dedicato la loro mente alla filosofia. Tuttavia, molti hanno dimenticato che cosa sia la filosofia e per quale ragione sia stata inviata agli uomini: viceversa non vi sarebbero stati né Platonici, né Stoici, né Peripatetici, né Teoretici, né Pitagorici, perché questa sapienza è una sola [5]».

Infatti come scrive Giovanni Paolo II, nell’incipit dell’Enciclica Fides et ratio: «La fede e la ragione sono come le due ali, con le quali lo spirito umano s'innalza verso la contemplazione della verità». Perché facciamo questo discorso? Perché non è mai un bene per nessuno dare per scontato che il lettore sappia dove giunge il ragionatore onesto. Ricordiamo le parole di Agostino: «Dove giunge, infatti, ogni buon ragionatore, se non alla verità? Poiché la verità non giunge a se stessa col ragionamento, ma è ciò a cui tendono coloro che ragionano. Vedi lì un’armonia che non ha pari, e congiungiti ad essa. Riconosci che tu non sei ciò che essa è; appunto perché non cerca se stessa; invece tu sei giunto ad essa cercandola, non di luogo in luogo, ma con l’appassionato movimento della mente, affinché l’uomo interiore si congiunga a ciò che abita in lui con un piacere non infimo e carnale, ma sommo e spirituale [6]». Sarebbe bastato partire da qui, ora che ci penso. Ma vale la pena valutare tutto, d’altra parte, non è forse scritto «Il Regno di Dio è simile a uno scriba che trae dal suo tesoro cose vecchie e cose nuove» (Mt. , 13,52), e «Esaminate tutto, ritenete ciò che è buono» (I Ts., 5,21)? Il pensare necessita a volte di fare lunghi giri per solo per mostrarci di essere al punto di partenza, non al fine di rimanervi, ma per consapevolezza, per sapere cosa fare. Come la chioccia gira le uova in continuazione, così l’uomo che pensa deve fare con i pensieri. Perché, tutto sommato, il filosofare non significa volare sul nido del cuculo, ma saper fare una frittata.



[1] Inizialmente il termine barbaro in greco indicava, anche se con un certo spirito ironico, lo straniero solamente come “balbettante”. Omero in Iliade II, 867 utilizza βαρβαροφώνων che indica la sola diversità linguistica, e il proposito storiografico di Erodoto è lungi dall’esprimere qualsiasi intento misobarbarico. Solamente in conseguenza dello scontro mortale con la Persia, ormai nel V secolo, si ebbe la svolta che portò ad identificare i barbari con gli stranieri rozzi, incivili e schiavi, in contrapposizione con i Greci liberi. Si consideri ad esempio l’episodio del sogno di Atossa ne “I Persiani” di Eschilo, nel quale due donne – una barbara e una greca – sono aggiogate al carro di Serse, e, mentre la barbara accetta la schiavitù, la fiera greca si ribella e trascinando via il carro lo schianta.
[2] Johannes Paulus II, Fides et ratio : i rapporti tra fede e ragione : testo integrale : lettera enciclica / di S.S. Papa Giovanni Paolo II ; Casale Monferrato [AL] : Piemme, 1998.
[3] Gregorio di Nazianzo, Tutte le orazioni, a cura di C. Moreschini, Bompiani 2000.
[4] Giustino, Prima apologia, in Apologie, a cura di G. Girgenti, Rusconi 1995.
[5] Giustino, Dialogo con Trifone, in Apologie, a cura di G. Girgenti, Rusconi 1995.
[6] Aurelio Agostino, La vera religione, a cura di O.Grassi, Rusconi, Milano 1997, XXXIX, 72.
 

21 febbraio 2018

Ritornare alla filosofia occidentale/1

OVVERO STRUMENTI PER IL RECUPERO DELL’ORTODOSSIA



«Certo i saggi in ogni epoca hanno detto in linea di massima sempre le stesse cose, e gli stolti – vale a dire la stragrande maggioranza - in ogni epoca hanno fatto sempre la stessa cosa, cioè il contrario:
e così sarà anche in futuro»
(A. Schopenhauer, L'arte di essere felici)

di Matteo Donadoni
autocrate del club Waterhouse

Nel frattempo che in redazione attendiamo l’esito della scommessa riguardo l’accoltellamento del sottoscritto (e gira voce su una bella sommetta), mi son reso conto che non è possibile ricostruire l’ortodossia occidentale o latina senza riprendere gli strumenti necessari alla sua ricostruzione. E cioè i potenti mezzi della filosofia – che non è ancella della teologia, ma della fede – soprattutto di quella che fu la metafisica occidentale. Altrimenti va a finire che qualcuno, attaccando bottone con il karma, finisce per orientaleggiare. E passare da una pratica innocua come fare origami, allo yoga o, peggio, a credere alla metempsicosi, è un attimo. Tuttavia considerare semplice epifenomeno dell’epistemologia orientale lo sterminio selettivo delle bambine, forse, non è un deterrente sufficiente a non finire al gelo filosofico.
Insomma, care donne: fate pigiami, non origami.

Certo, per imbastire un discorso di questa portata ci vuole una buona dose di incoscienza, come lavorare in una biblioteca e avere il text-alert di Irene Adler. Infatti, per quanto non sappiamo bene come fare, dobbiamo trovare la forza di tirar fuori gli antichi valori dalla montagna di spazzatura sotto cui sono stati seppelliti dalle sciagurate generazioni sessantottine. Dobbiamo chiederci quale possa essere il nostro contributo filosofico in una società che ha moltiplicato i mezzi perdendo di vista gli scopi, che ha nutrito una filosofia paranoica della disperazione, nella quale si è ingenerata l’illusione dell’immortalità, dell’onnipotenza della tecnica, da un lato e la riduzione materialistico scientista dall’altro, il tutto nella sostanzialmente quasi totale impunità morale mascherata da indifferentismo etico. Così, dati i recenti misfatti della sedicente cultura corretta, sarebbe ad esempio urgente quanto carino fondare un “Club Waterhouse” a difesa delle nostre opere d’arte, dei nostri sacrosanti diritti di uomini, filosofi, occidentali, cristiani, amanti della buona birra e delle belle donne. Pazienza se qualche fiocco di neve si sentirà molestato nel proprio ego. Può sempre chiamarci sbiaditi. Noi non ci offenderemo. Non abbiamo paura.
Dobbiamo poter tornare a dire che una mela è una mela e, per Dio, sbatter fuori chi non è d’accordo. Non è solo questione di filosofia. È questione di vita.
Quindi dobbiamo tornare alla Scolastica, ma per farlo dobbiamo recuperare la cifra della filosofia occidentale, se non della filosofia tout court, quella ellenica.

Perché il pensiero greco? Non è solo la mia fissa ellenocentrica (particolare fenomeno culturale secondo cui ogni feroce buon romano è ansioso di grecizzarsi) data dal mio complesso di inferiorità mascherato da complesso di superiorità, male comune a ogni greco genuino e patriota. Ma perché il messaggio presente nel pensiero classico rimane attuale non solo oggi, ma sempre e per sua intrinseca natura, come la luce chiara del cielo greco. Da qui «le ragioni per un meditato “ritorno” alle radici della nostra cultura, per un recupero del loro alimento, che potrebbe aiutare l'uomo contemporaneo, così deperito spiritualmente, a riprendersi, e forse a guarire».[1]

Infatti, il pensiero greco fu subito grande. A me piace la spiegazione fornita da Simone Weil: «La storia greca è cominciata con un delitto atroce, la distruzione di Troia. Lungi dal gloriarsi di questo delitto, come fanno di solito le nazioni, i Greci furono ossessionati da quel ricordo come da un rimorso. Vi attinsero il sentimento della miseria umana. Nessun popolo ha espresso come loro l’amarezza della miseria umana. [...]Non c’è quadro della miseria umana più duro, più amaro e più trafiggente dell’Iliade. La contemplazione della miseria umana nella sua verità implica una spiritualità altissima. Tutta la civiltà greca è una ricerca di ponti da lanciare tra la miseria umana e la perfezione divina».[2]

Siamo ancora capaci, noi, di avere una spiritualità altissima, o siamo tanto fragili da essere ormai incapaci di affrontare questa vertigine?
Greci o Troiani. Siamo lo stesso popolo. Siamo tutti in crisi. L'uomo moderno è in crisi, gettato nella confusione più totale, affronta la più grave crisi morale. Egli, infatti, avendo raggiunto un grado di benessere mai nemmeno immaginato in passato, tramite il cosiddetto progresso, si è posto in una condizione di tracotanza tale da ritenersi quasi onnipotente. Si autodefinisce specie sapiens sapiens rendendo sempre più evidente il suo limite, quel limite così ben esposto da Socrate: credere di sapere. E credendo di sapere non sa, ha perso il senso dell'educazione confondendola prima con un’erudizione nozionista, poi con l’appiattimento inclusivo, per giunta con la fregola della specializzazione. Se nell'oblio del significato della sapienza l'erudito dimostrava di essere, di fatto, l'estrapolazione della stupidità, il nipotino dell’erudito è vittima di un sistema scolastico ontologicamente deviato da una protettiva e ovattata pedagogia del benestare, che lo illude e indebolisce culturalmente.

Autore e fautore del nichilismo, l'uomo moderno crede sperimentalmente ora a questo ora a quel valore all’ordine del giorno nell’agenda internazionale, per poi lasciarlo cadere. È il moto inarrestabile del guazzabuglio moderno. Tutto ciò che Nietzsche aveva preannunciato è oggi una tragica realtà. Nei “Frammenti postumi” infatti si legge: «Nichilismo: Manca il fine; manca la risposta al “perché?”; Che cosa significa nichilismo? - che i valori supremi si svalorizzano».[3]
Con la perdita della trascendenza e l'azzeramento totale dei valori se n'è andato anche il senso della vita. Certo si può far finta di niente, guardare altrove ed avere comunque una vita tranquilla: ma un uomo di tal fatta ne risulterà in qualche modo menomato, poiché «una vita senza ricerca non è degna per l'uomo di essere vissuta» (Apologia, 38a). Sarebbe una vita beffarda, con un esito incerto, simile a quella dell’orologiaio che morì nel sonno, senza sapere che ora fosse. «I nuovi padroni di schiavi lo sanno e solo per questo danno tanta importanza alle teorie materialistiche» affinché non ci siano più «bastioni su cui l’uomo possa sentirsi inattaccabile, e dunque libero dalla paura». [4] 
Non la mia paura, che io non ho paura dei Turchi né di morire, al limite solo di vivere in un “Truman show”. Soprattutto di non esser vissuto mai.

Ora, dato che siamo decisi ad opporre resistenza - e non la resistenza progressista da ciabatte e tatuaggi -, per dare battaglia, per quanto disperata possa rivelarsi, dobbiamo sconfiggere la paura. Si teme ciò che non si conosce, per questo l’arma principale che una persona ha contro gli orchi, compresi i mostri della ragione, è la filosofia. Cerchiamo le risposte a tutti i “perché?”, fermiamoci. Silenzio. Come dice Jünger, per prima cosa dobbiamo passare al bosco, ciascuno secondo le proprie capacità, perché “luogo del Verbo è il bosco”. Trovare la nostra libertà. Si impara della vita di più dalla contemplazione della danza delle fiamme del fuoco in un caminetto o dalle rapide di un torrente di montagna, si impara come porsi le domande osservando una chioccia che addestra i pulcini, si imparano le risposte dalle onde di spighe nel vento. Chi non sa spendere ore in attività contemplative di questo tipo, non apprenderà granché nemmeno dai libri. Essere liberi significa avere un rapporto profondo ed umano con la libertà, affinché non sia un concetto astratto, ma vita, l’ergersi atavico del singolo contro l’automatismo pseudoculturale imposto dall’alto e il rifiuto di trarne la conseguenza etica, ogni conseguenza etica, se non prima ruminata nell’intimo del silenzio, magari all’aria aperta.

Come dice D. Thoreau: «Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali della vita, e per vedere se non fossi capace di imparare quanto essa aveva da insegnarmi, e per non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto. Non volevo vivere quella che non era una vita, a meno che non fosse assolutamente necessario. Volevo vivere profondamente, e succhiare tutto il midollo di essa, vivere da gagliardo spartano, tanto da distruggere tutto ciò che non fosse vita, falciare ampio e raso terra, e mettere poi la vita in un angolo, ridurla ai suoi termini più semplici...»[5]. Chiamatelo come vi pare: Bastione Walden, Bastione Jünger.
Questo è la filosofia: sapere per sapere, essere per essere. Divenire uomini, vivere e, infine, credere.

NOTE:
1.G. Reale, Saggezza Antica, Terapia per i mali dell'uomo d'oggi, Cortina 1995, pag. 7.
2.Simone Weil, La Grecia e le intuizione precristiane, ed. it. Borla, Roma 1999, pp.37-38.
3.F. Nietzsche, Frammenti postumi, tr. di S. Giametta, Adelphi, Milano 1971, vol. III tomo II.
4.Ernst Junger, Il trattato del ribelle,  trad. Bovoli, Adelphi Milano 1990, passim.
5. E. D. Thoreau, Walden, ovvero vita nei boschi, trad. it. di Piero Sanavio, Mondadori 1970, pag. 133.


 

10 novembre 2017

Dalla filosofia alla psicologia: un esempio di come profanare il sacro (I parte)

di Marco Sambruna

Non c’è dubbio che l’avvento dei mass media abbia provocato il collasso finale di tutto ciò che si può ricondurre al concetto di “sacro” a cominciare dalla religione.
Il successo dei mass media tuttavia non dipende affatto dalla novità della loro proposta.
Il messaggio mass mediatico infatti non fa che reiterare la concezione laicista già divulgata dal protestantesimo, dall’illuminismo, dal positivismo, dal socialismo, dal liberalismo.
Il messaggio è rimasto identico, sono cambiati i metodi della sua divulgazione.

La novità consiste nel fatto che oggi la profanazione del sacro raggiunge immediatamente ogni singolo uomo in maniera diretta senza essere filtrata prima dalle élite culturali o dagli uomini di chiesa che, grazie alla loro conoscenze, erano in grado di bonificare e disinnescare le dinamiche laiciste tese al depotenziamento del sacro prima che queste raggiungessero il popolo cristiano.

In sostanza quella che fino a non molti decenni fa era la custode della fede, cioè la gerarchia ecclesiastica, può per la prima volta nella storia essere bypassata e quindi cessare di essere un ostacolo nel processo di profanazione del sacro, grazie alla pervasività mass mediatica.
Abbiamo modo di osservare oggi come i mass media tendano a profanare il sacro sia a livello culturale, sia a livello antropologico.

A livello culturale la propaganda dei mass media ha operato il processo di profanazione in due fasi: una fase di separazione che qui per brevità chiameremo cut off e una fase successiva di destabilizzazione del sapere.
Il cut off consiste essenzialmente nel recidere il legame che ogni sapere giunto fino a noi dagli albori della storia ha con la sua matrice originale, cioè la concezione metafisica per cui esiste un sistema di valori universali la cui fonte non è umana, ma divina.
Consideriamo tre discipline che per secoli (o millenni) hanno formata in larga misura la coscienza dell’uomo (e qui per “coscienza” intendiamo il modo di percepire sé stessi): filosofia, storia e letteratura trasformate in una loro versione metafisicamente depotenziata costituita rispettivamente da psicologia, sociologia e cronaca descrittiva.

La filosofia ad esempio: essa praticamente, se non ancora del tutto teoreticamente, si è trasformata in psicologia. Non esamina più le regole della condotta umana secondo categorie sacre (e specialmente cristiane), ma, spesso, secondo categorie laiciste.
La filosofia come grande sintesi del discorso sull’uomo e il suo destino si è trasformata in psicologia cioè nella descrizione dei fenomeni intra-umani  che determinano le esperienze della vita intima e le sue proiezioni sulla quotidianità  senza alcun intento edificante.
Alla domanda sul senso della vita e sui destini ultimi dell’uomo tipica della filosofia, si è sostituita l’idea della autonomia individuale tipica della psicologia più direttamente freudiana le cui premesse – come hanno appurato le più acute biografie su Freud – sono materialiste e quindi atee.
Il filosofo storicamente riflette e propone itinerari di sviluppo che si rivolgono alla totalità degli uomini. Le grandi teoresi filosofiche, almeno fino agli esordi della modernità, sono state immani metafisiche simili a cattedrali gotiche che si sono poste come sistemi universali al fine di indicare mete valevoli per tutti.

Lo psicologo invece è fondamentalmente un ascoltatore; il fine del suo ascolto non è quello di indicare un percorso, ma quella di accogliere la personalissima via che ogni cliente ha elaborato da sé, ampliarne la visuale e infine assecondarla come affermazione di conquistata autonomia. Non è importante che questa personalissima via sia virtuosa secondo categorie tradizionali, è fondamentale che sia frutto di una elaborazione personale. La psicologia quindi non ha fini pedagogici e non indica modelli, come faceva la filosofia, ma ha il fine di rendere autonomi.
Rendere autonomi da cosa ? la psicologia sostiene la valorizzazione delle scelte personali e quindi invita a rendersi individualmente autonomi dal pensiero collettivo che domina la nostra epoca, giacché essere autonomi significa emanciparsi da qualcosa che viceversa tende a omologare le individualità nel conformismo di massa.

E poiché il conformismo di massa attuale di stampo laicista invita alla profanazione del sacro, la psicologia dovrebbe favorire l’autonomia personale anche qualora un soggetto voglia intraprendere il cammino opposto, cioè impegnarsi a sacralizzare il profano ad esempio in un percorso di fede.
L’ortodossia freudiana invece non invita affatto a sacralizzare il profano in vista dell’autonomia anche se un soggetto esprime questa tendenza, ma orienta alla profanazione del sacro in vista dell’omologazione conformista che è l’esatto contrario dell’autonomia individuale.
La conseguenza di questa dinamica contraddittoria è dunque quella di predicare la modalità adattiva come una volta si predicavano le virtù cristiane.
Significa che una parte della psicologia invece di emancipare dal pensiero dominante vigente al fine dell’autonomia individuale, invita a trovare delle modalità di sopravvivenza all’interno di quello stesso pensiero mentre la conquista dell’autonomia si identifica quasi sempre con il rifiuto di tutto ciò che sa di tradizione, a cominciare da quella religiosa, spesso considerata un ostacolo lungo il cammino di conquista della propria individualità.

(continua)


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23 giugno 2017

Pensieri controrivoluzionari - cronaca semiseria in quel di Brescia


di un astante

Sabato 10 giugno si è svolta una bella conferenza (qui il video) in quel di Brescia: sei redattori di Campari hanno tenuto banco per un’ora e mezza nell’aula Venerabile Luzzago, presentando i contenuti del libro “Pensieri Controrivoluzionari”. Con buona pace di Langone e dei suoi cammei esteticisti (termine e brutto e scorretto e quindi adatto all’affronto), il primo elemento che il pubblico ha apprezzato è stata la verve ironica e giovanile del team. Il presidente della Amicizia San Benedetto Brixia, la piccola associazione liturgico-culturale che ha promosso l’evento, ha fatto da moderatore favorendo l’intervento dei relatori in accordo al susseguirsi delle varie parti del libro - fondativa, tematica, risolutiva. Il primo a parlare è stato Righini, il lato “zero-campari” del gruppo, simbolo vivente dell’auto-ironia in Redazione, reincarnazione di De Maistre o almeno del suo guardaroba. Con lui Alessandro Elia, ventenne, romano e onnipresente ad ogni presentazione del libro, giunto in ritardo non a causa delle distanze chilometriche ma per aver presenziato alle Sentinelle in Piedi,  ha illustrato il capitolo relativo alla Metafisica. Una sola la domanda: com’è possibile per un giovane d’oggi ignorare la metafisica? E’ possibile pensare all'adolescenza senza Tommaso? Sembra di sì, e invece… Vedano e prendano appunti i padri sinodali! Poi, sempre per la serie “non prendiamoci troppo sul serio”, la parola è passata al sene del gruppo, l’avvocato Sgroi, referente nazionale del CNSP, che da amatore ha riportato la sua valutazione circa la quaestio liturgica, denunciando la resa rituale davanti al dilagare di mode espressive, con tanto di scarsità di frutti al seguito. Su questa analisi è intervenuto il presidente Susa: l’ASBB è nata in effetti dalla denuncia della spettacolarizzazione del liturgico, mossa sulla base di studi su teatro e spettacolo (cfr. il libro “Le forme del sacro” di L. Martinelli, ed. Cavinato). L’ultimo momento “fondativo” è toccato al prete, il quale a seguito dell’appassionato finale bombarolo dello Sgroi, ha ricordato e sottolineato che la propria collaborazione su Campari non tocca temi di religione e quindi ha parlato di sesso. Scelta bizzarra, ma coerente col blog. Ecco la tesi: il transessualismo dilaga come simbolo di ogni trasgressione, impugnato a mo’ di testa di ariete da tutti i fautori della Rivoluzione - la quasi totalità dei quali non è gay o LGBT - e intervenuto a colmare le sacche di vuoto lasciate dai cedimenti in ambito teo-filosofico e liturgico. Paolo Maria Filipazzi ha avuto invece l’onore di svolgere il suo proclama anti-europeista, mostrando in particolare l’evoluzione contraddittoria dei partiti filo-europeisti e dei loro rappresentanti di ieri e di oggi, l’assurda pretesa di scavalcare il potere patrio e l’autonomia nazionale, il rinnegamento delle radici di fede e di cultura senza le quali non ci può essere Europa. Morale della favola: onorate il padre e la madre evitate Melloni e votate Meloni. Dopo un’ora abbondante di ottimi interventi è stato il turno di Francesco Maria Filipazzi e lì, ahinoi, è finita la pace. L’editorialista princeps, reginetto delle cronache del lunedì, ha tirato le fila, non solo del senso del libro e della risposta di devozione e di regola che la Redazione ha ritenuto di proporre nelle conclusioni del testo, ma anche dei debiti proclama non proprio politically correct con cui ha ravvivato e divertito il pubblico. In breve e forzando un po’ l’intervento finale, il concetto è stato: sessantottini, mettetevi il cuore in pace; Sinodo dei giovani, fai pure a meno di perdere tempo in sondaggi vari; c’è una generazione nuova con proposte sane e capaci di durare nel tempo e noi ne siamo i portavoce. Il resto non si può scrivere. Chiaramente questa parte finale nel filmato è stata criptata. Nel frattempo è possibile che i discendenti di De Maistre ci querelino definitivamente, mentre molti giovani desidereranno invecchiare presto per non sentirsi da noi rappresentati. Saremo comprensivi con entrambi. Voialtri comprate il libro e seguiteci nelle prossime trasferte!

 

21 dicembre 2016

Un Campari con... Giovanni Gasparro


a cura di Alessandro Rico

Giovanni Gasparro è nato a Bari, ha studiato al liceo artistico ‘De Nittis’, si è diplomato nel 2007 all’Accademia di belle arti di Roma in pittura. Di lui Vittorio Sgarbi dice "giovane valentissimo con una carica di passione e di vitalità che lo ha portato a dipingere 18 pale, prove di un impegno formidabile. Per San Giuseppe Artigiano la scelta di un autore figurativo è la prova di una visione liturgica ed estetica in ordine agli scritti di Papa Benedetto XVI che indicano in modo molto chiaro quale debba essere la funzione delle opere d’arte in una chiesa: una funzione eminentemente liturgica". Incuriositi dal fatto che esista un artista sacro contemporaneo, lo abbiamo intervistato.

Esordiamo chiedendoti non, banalmente, cosa è per te l’arte, ma cosa è oggettivamente l’arte.

L'arte è una delle manifestazioni più nobili che distingue l'uomo dalla bestia. È l'insieme codificato di tutte le capacità creative che esprimono la natura del pensiero in forme visibili, sonore, performative e testimoniano l'essenza del tempo in cui sono state concepite. Non a caso l'immagine di un "fondo oro" rimanda inevitabilmente ad un contesto di Sancta Dei Civitas medioevale italiana, tanto quanto la musica di Offenbach è prepotentemente identitaria e diviene paradigma perfetto della società francese della fine XIX secolo. L'evoluzione del pensiero critico che ha declinato il senso di tèchne, ovvero il complesso di regole e codici atti a rappresentare un dato naturale e realistico, in una creazione che sia l'espressione originale dell'artista, è alla base della concezione attuale delle arti e dell'evoluzione del concetto del "bello", nelle sue differenti teorizzazioni ed espressioni estetiche, così difformi a seconda dei contesti spazio-temporali.   

Perché nell’era contemporanea l’arte è così decaduta?

Il decadimento estetico contemporaneo è connaturato con il decadimento morale ed il rinnegamento di Dio, perpetrato in forme embrionali sin dal XVI secolo, ed evolvendo nel pensiero di Lutero e Calvino, Diderot e Voltaire, Kant ed Hegel, sino alle forme più abominevoli e triviali della nostra età.    
Il "bello" per come lo concepiscono ancora gli spiriti nobili, è l'espressione dello splendore del vero e del bene. San Tommaso d’Aquino, nel solco del pensiero aristotelico, intuisce che ciò che è presente nell'intelletto è necessariamente percepito sensorialmente, in prima istanza. A differenza degli animali, l'uomo è in grado di saggiare le delizie della bellezza, riconducendole ad un senso più alto, ovvero a Dio.  Nella Summa Theologiae identifica il bello come la sintesi di vero e di bene. Verum, bonum, pulchrum, verità, bene e bellezza. Questi sono i caratteri costitutivi del Dio dei cattolici, inteso come Divina perfezione, e per l'appunto la somma di ogni bellezza, verità e bontà. Una società che rifiuta Dio, inevitabilmente, rifiuta la Bellezza più autentica, ed essendo l'arte l'espressione dell'epoca che la produce, oggi non si può che assistere a questo decadimento. Il sistema ideologico postmoderno, tanto quanto quello truffaldino di complicità fra critica e mercato dell'arte, hanno inaugurato la stagione del De Immundo, per dirla come Jean Clair. 
 
Nella maggior parte delle tue opere hai scelto di trattare il tema del sacro. È possibile, nell’era del secolarismo, produrre arte sacra, cioè dipinti e decorazioni che non abbiano solo un valore strumentale, ma assoluto?

L'arte dovrebbe avere sempre, in senso costitutivo, questo anelito all'assoluto. Dirò di più, oggi si evita persino la creazione di manufatti artistici che possano durare nel tempo perché concepiti con materiali effimeri. Si è scelto in modo programmatico di impedire ad essi di avere una durata temporale più estesa di qualche stagione. Non lasceremo molto ai posteri. In questo panorama desolato, partorito dopo lo spartiacque del ready-made di Marcel Duchamp, è ancora possibile produrre arte sacra. È un dovere morale. Posso certamente testimoniare le difficoltà di inserirsi in un sistema espositivo, mecenatizio, storico-critico, commerciale, ma in termini estetici ed intellettuali, con ricadute inevitabilmente spirituali, è doveroso sfidare il secolarismo imperante con una nuova stagione d'arte sacra. La avverto come una sorta di missione per scardinare il sistema. È la mia personale controrivoluzione. Va detto che per arte sacra si intende l'arte concepita per un contesto liturgico, quindi per le chiese, sicché va distinta dall'arte di ispirazione religiosa in senso lato. Ne consegue che le problematiche restano correlate alle richieste della committenza tanto quanto alla sensibilità delle maestranze artistiche.  

Nei tuoi quadri raffiguri i soggetti rappresentando diverse posture delle loro mani, quasi come in una fotografia scattata in movimento. Che cosa vuoi comunicare? Che ruolo hanno per te le mani nell’espressione artistica?

Le mani sono idealmente portatrici di un linguaggio non verbale, strumentale nella resa pittorica che si esprime per figure.
Nei miei dipinti sono ripetute in modo multiforme, rimandando idealmente ad antiche iconografie sacre del XV secolo, dalla Pietà di Lorenzo Monaco del 1404 e quella del Maestro della Madonna Strauss, entrambe nelle collezioni delle Gallerie dell’Accademia di Firenze, Il Cristo in Pietà nel pannello centrale del trittico di Domenico di Michelino al Musée des Beaux-Arts di Chambéry o il Cristo deriso fra san Domenico e la santa Vergine in meditazione della cella numero sette nel convento di San Marco a Firenze, opera ad affresco del Beato Angelico.
Molti storici dell'arte hanno evidenziato il legame estetico con il Futurismo. Se per Balla e Boccioni la moltiplicazione delle figure era puro esercizio ed analisi meccanica del movimento dei corpi, per la mia pittura, la frammentarietà e la moltiplicazione connotano una percezione spirituale diversificata più che una analisi fisica del movimento. I futuristi avevano il culto del progresso e della macchina. La mia latria è riservata a Dio. 

Della decadenza dell’arte contemporanea fa parte, purtroppo, anche l’arte sacra, spesso e volentieri con il consenso della Chiesa stessa, che autorizza la realizzazione di edifici orrendi, o impiega arredi e oggetti sgraziati e dozzinali. Quali sono le cause di questa involuzione? Il Concilio Vaticano II ha una responsabilità?

La Chiesa cattolica, negli ultimi cinquant'anni, si è mondanizzata in modo preoccupante. Come appena detto, se l'arte è l'espressione e la proposizione figurata della cultura della società che l'ha generata, l'arte sacra è la traslazione in figura della Chiesa che l'ha commissionata. Quello che sperimentiamo in modo tangibile, in questi ultimi decenni, è un progressivo processo di protestantizzazione in campo dottrinale, liturgico, pastorale. La deriva ecumenico-sincretista, l'incredulità malcelata riguardo la Presenza reale del Corpo e Sangue di Cristo nelle Sacre Specie, davanti alle quali non ci si inginocchia più, si traduce chiaramente nelle nuove forme artistiche e negli "adeguamenti liturgici" scellerati seguiti alla riforma liturgica di Paolo VI e Bugnini, rei di aver snaturato centinaia di presbitèri e altari antichi, sacrificato balaustre ed inginocchiatoi.
Le architetture tradiscono una chiara volontà di protestantizzare il culto e la liturgia cattolica. In numerose chiese dove si è proceduto con adeguamenti liturgici o in quelle costruite negli ultimi anni, soprattutto in area belga, tedesca ed austriaca, ma ormai anche in Francia, Italia (chiesa di San Fedele a Milano, chiesa del "monastero" di Bose) e Spagna, gli altari sono posti al centro, sottendendo un concetto luterano di "sacerdozio universale". L'altare assume la foggia di tavolo perché non è più concepito come ara sacrificale per il sacrificio incruento di Cristo che si rinnova nella Santa Messa. Diviene una mensa per la cena, nell'accezione analoga a quella del porcus saxoniae. Nelle arti figurative, la Chiesa ha sposato l'aniconismo più estremo, spogliando le cappelle delle immagini che in passato avevano anche una funzione chiaramente didattica e catechetica, traducendo in figura le Verità rivelate dei Testi sacri. La biblia pauperum ha lasciato il posto a Croci senza il Santo Corpo di Nostro Signore. Eppure la Chiesa cattolica, sin dal secondo Concilio di Nicea, nel 787 d.C., ha inteso ribadire che le immagini sacre sono elementi irrinunciabili della devozione, non certamente come oggetto del culto (latria), ma come strumento di ausilio ad essa. Lo hanno ribadito numerosi santi e romani Pontefici. La stessa incarnazione di Nostro Signore legittima la riproposizione visibile, in forme d'arte, della Sua immagine. Il Cattolicesimo è l'unica religione monoteista che ha un marcato senso iconico, a contrario dell'Ebraismo e dell'Islam e delle varie sette ereticali protestanti. Per questo siamo debitori verso il Cattolicesimo, altrimenti non avremmo avuto né Ghiberti, né Michelangelo né Francesco Solimena.    
Le arti sacre sono sempre state un valido strumento di proselitismo, per la salvezza delle anime, ispirando un autentico sensu fidei. Capirà che da quando lo stesso concetto di proselitismo è stato derubricato, tacciandolo addirittura di essere "il veleno più forte verso l'ecumenismo", dalle più alte gerarchie cattoliche, che senso mai potrà avere l'arte sacra se non quello di diventare arredo alla stregua del design? L'arte cattolica, come le Verità rivelate, dovranno essere sacrificate al nuovo culto sincretista, lodato dai poteri forti.
Il Concilio Vaticano II, pur essendo un concilio pastorale e non dogmatico, ha assunto, nella mentalità del clero attuale, i connotati di un superdogma che azzera tutto il Magistero e la Tradizione. Chiaramente, non ha suggerito esplicitamente di rinnegare le forme artistiche del passato per convertirle nelle attuali soluzioni controverse. Ad ogni modo ha numerose responsabilità intrinseche, sia come evento storico che nei contenuti dei documenti prodotti. Nei testi conciliari, i cenni alle questioni artistiche ed iconografiche sono esigui, ma come la gran parte delle costituzioni e degli altri documenti partoriti nell'assise, il linguaggio è ambiguo, demandando a terzi le responsabilità delle scelte da operare. I pronunciamenti immediatamente precedenti di San Pio X, Pio XI e Pio XII, riguardo le arti e la musica sacra, mostrano chiaramente che il problema del Vaticano II è riferibile al linguaggio non definitorio, più che ad un'annosa questione ermeneutica. Se un pronunciamento non intende definire, lascia inevitabilmente spazio all'arbitrio, generando l'anarchia. I risultati in termini estetici sono sotto gli occhi di tutti. Persino le frange moderniste, all'interno della Chiesa, si mostrano perplesse dinanzi allo scempio di certe architetture o cicli decorativi. Dai frutti valutiamo gli intenti primigeni conciliari.   
Nella contemporaneità, molte forme d'arte sacra hanno assunto valenze gnostiche, al pari di certe teologie osannate da stampa, università, editoria, omelietica e catechesi parrocchiali sedicenti cattoliche. Ovviamente l'arte sacra può evolvere in senso iconografico e stilistico. I secoli passati hanno sedimentato opere d'arte sacra notevolmente diverse. Il Cattolicesimo non ha imposto la fissità iconografica dell'oriente ortodosso che produce ancora oggi icone aderenti ai caratteri formali dei primi secoli. Nella storia dell'arte sacra cattolica c'è evoluzione stilistica ma senza rinunciare alle prerogative formali iconiche che facilitino l'azione cultuale, le esigenze catechetiche e l'adesione alle sacre scritture. Oggi gli artisti sono abbandonati ad un culto autoreferenziale della propria arte, a cui le esigenze del sacro debbano soggiacere. La committenza ecclesiastica, ridestatasi iconoclasta o al massimo filo-bizantina (le icone moderne appaiono ormai in ogni chiesa), appare lassista, talvolta per ignoranza o senso di inferiorità verso gli artisti (in seminario non si studiano più queste discipline), in altri casi per non apparire arroccata su posizioni rigide. Il più delle volte disattende al proprio compito di guida, ahimè, per malafede. Ringraziando il Signore, non mancano sacerdoti e vescovi ancora virtuosi per Fede e cultura.  

Qual è la funzione della bellezza nella liturgia? C’è la speranza che il rito torni a essere bello e non sciatto, disordinato, popolato di schitarrate e cori stonati?

San Giovanni Maria Vianney, patrono e modello dei sacerdoti, come San Carlo Borromeo e San Pio da Pietrelcina, sceglievano i vasi sacri ed i paramenti più belli e preziosi da usare nella liturgia, pur vivendo, in privato, volutamente, ai limiti dell'indigenza,  perché erano coscienti che questo fosse giusto come atto di lode a Dio, nel momento più sacro, del Sacrificio eucaristico.  Allo stesso modo, questa scelta appariva loro come uno strumento di elevazione spirituale per i fedeli, perché enfatizzava l'importanza e la sacralità dell'atto compiuto sull'altare, aiutandoli a comprendere questioni dogmatiche più complesse da intuire.
La sciatteria ed il pressapochismo che accompagnano le liturgie postconciliari, sono al limite della blasfemia perché sottendono un diniego sostanziale del Sacramento che si celebra.  
Questo fenomeno estraneo alla Tradizione bimillenaria della Chiesa è conosciuto come Pauperismo, l'antica eresia condannata sin dai tempi dalla Chiesa dei Santi Apostoli e persino da quel San Francesco d'Assisi che imponeva, nella Regola ad uso dei frati, di usare "calici e pissidi preziose" per custodire le Sacre Specie. Cosa direbbe oggi il santo umbro dei tabernacoli costruiti nelle forme più improbabili o delle pissidi in terracotta e legno? Cosa potrebbe pensare dei paramenti dozzinali e dei bicchieri di plastica usati come pissidi nelle Messe, alla presenza di Papa Francesco, celebrate per la Giornata Mondiale della Gioventù a Rio de Janeiro, lui che faceva ricamare i paramenti in filo d'oro dalle clarisse?
Ad ogni modo, sbaglierebbero quanti volessero individuare nel periodo dell'attuale pontificato, l'unica nota dolente in termini dottrinali piuttosto che liturgici.
La deriva attuale è il naturale punto d'approdo di un percorso di secolarizzazione della Chiesa, che ha avuto come imput epocale proprio il Concilio Vaticano II (serpeggiando clandestinamente anche prima del Concilio, nelle frange moderniste) e si è sviluppato a fasi alterne, con note più o meno dolenti, durante tutti i pontificati post-conciliari.
Lex orandi, lex credendi. Se è vero che il modo in cui preghiamo tradisce ed estrinseca quello in cui crediamo, la nostra Fede dev'essere diventata alquanto carnascialesca.
Personalmente, ho riscoperto una devozione più autentica proprio da quando ho cercato una liturgia che fosse un ausilio all'orazione. Nel panorama attuale, fortemente diversificato, in cui ogni sacerdote inventa azioni liturgiche arbitrarie, ho scoperto nel santo rigore del Messale di San Pio V, una fonte inesauribile per appagare questo mio afflato trascendente. Il Vetus Ordo Missae, in latino, mai abrogato dalla Chiesa Cattolica, purtroppo pesantemente osteggiato e vilipeso con l'avvento della Messa di Paolo VI, ha ridestato la Fede di moltissimi cattolici, perlopiù giovani, dal 2007, anno del Motu Proprio Summorum Pontificum, con cui Benedetto XVI ribadì la legittimità all'antico rito.
Evito digressioni in ambito musicale perché non mi competono, ma ovviamente, la questione è sostanzialmente analoga a quella del decadimento delle arti figurative. Se per Aristotele, ne La politica, "Talune forme di musica rendono ignobili", a maggior ragione durante la Santa Messa, da quando si è abbandonato il repertorio sublime del gregoriano e della polifonia, come l'uso dell'organo, così intrinsecamente aderenti al Messale di San Pio V, lo scadimento nella trivialità delle canzonette di derivazione pop non poteva che giungere al suo livello più infimo.