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18 febbraio 2019

Il concetto. La chiesa è un bar, il capannone è una chiesa

Passeggiando per le vie di una città italiana, mi accorgo di un bella chiesa romanica. Faccio per entrare e leggo un cartellino sulla porta. "Il locale [nome] apre alle 19". Eh? Chiedo a chi sta passeggiando con me e mi dicono che in effetti si tratta di una chiesa sconsacrata, scopro poi, guarda caso nei minchioni anni '70, trasformata in un posto molto chic circa 20 anni fa.
Cammino cento metri e mi trovo di fronte ad un capannone. Fuori c'è un poster di Santa Teresina di Lisieux, cui sono devoto, accanto ad uno di San Giovanni Bosco. Il capannone è in realtà una chiesa. Non mi trattengo ed esclamo, "ma a che pro dismettere una chiesa romanica e fare su questo capannone demenziale???". Povera Santa Teresina e povero Don Bosco, finiti in un garage mentre nella chiesa vera si sorseggiano cocktail sintetici. Per noi cattolici questi tempi ultimi sono sempre più amari.


 

06 febbraio 2018

Il dio alieno. Risposta piccolo borghese al vuoto pneumatico dell'oggi

di Razzullo
L’ultimo di una lunga serie è stato Marco Columbro. Strani, magari, sì. Ma nemmeno troppo, dato che diventano sempre più numerosi quelli giunti al punto che, piuttosto che confidare nel Cristo e nella sua rivelazione, preferiscono credere agli extraterrestri. Cartesio, gigioneggiando, spifferò che se c’è una cosa davvero diffusa al mondo, questa è il buonsenso. Non si sbagliava, perché ognuno se ne ritiene dotatissimo. E così finisce per minimizzare o mistificare la realtà che lo circonda.

Negli ultimi anni s’è sviluppato un inconsueto accostamento, una specie di matrimonio incestuoso fra la divulgazione scientifica e quella fantascientifica. Alla prima s’affida la pars destruens, quella che nega recisamente il sacro; alla seconda tocca la pars costruens, il dipingere un nuovo mondo mitico e religioso che sia funzionale all’epoca in cui ci è toccato in sorte di vivere. Chi ha letto La Nascita della Tragedia, di Nietzsche, mi perdonerà una superficiale suggestione. L’apollineo è irraggiungibile e perciò imbrattato (quanti sono i classici “riletti” in chiave piccoloborghese, quanti i canti potenti dell’umanità ridotti a spumeggiante esalazione di ormoni?). Il dionisiaco è tabù: Sileno che maledice la vita (o, almeno, una certa visione di essa) è – come il diavolo del folklore russo - cosa di cui non si deve parlare, per non averne guai. Resta il socratico, cioé il mondo a misura di sé stessi e del proprio (supposto) buonsenso.

I capisaldi della religione Ufo, che a tutti i costi vuol farsi rivelata, sono custoditi in alcuni sillogismi parascientifici da brivido. Se è pur accettabile pensare che “Dio esiste, perciò è onnipotente, quindi ha potuto creare gli alieni” (ragionamento su cui da qualche decennio la Chiesa Cattolica sta pure lavorando), lo è molto meno ritenere che “Non intervenendo nelle vicende umane che mi stanno a cuore, Dio non esiste o quantomeno è cattivo. Se non esiste o è cattivo, non è Dio. Però esistono delle cose inspiegabili che, senza Dio, non hanno senso”. A questo alambicco di pensieri, fanno seguito due possibili soluzioni: non c’è altro che la legge del Caso (facendo di questo una divinità assoluta, spietata), oppure esistono degli esseri, finiti come noi epperò a noi superiori per tecnologia (mai per altro) che magari c’hanno inventato in un giardino incantato, giocando con le provette. Esiliare Dio per incoronare, al suo posto, delle patetiche imitazioni. I seguaci del Caso sono i più numerosi. Spesso e volentieri, si ritengono in dovere di umanizzare – almeno un po’ – il Moloch strafottente che la loro ragione induce ad adorare. Ecco che spunta l’inafferrabile concetto di “Universo”: un tutto confuso e confusionario, sporcato di induismo (il famigerato “karma”), una legge che tutto impermea di sé, un panteismo legalitario, insopportabilmente borghese, o, se preferite, stupidamente quacchero.
Dio ridotto alla più elementare delle leggi, l’occhio per occhio. Nulla a che vedere – sia detto chiaramente – con la Divina Provvidenza. Non c’è cittadinanza per Alessandro Manzoni, nella spiritualità globalizzata che fonde protestantesimo arrabbiato, iconoclastia e fraintendimenti buddistomorfi. Grazie al Cielo.

I fedeli degli Alieni creatori, invece, pretendono di spiegare tutto nella scienza. E così facendo altro non fanno che allontanare la “questione” principale. Pur ammettendo per vere le teorie partorite dall’immaginazione di Zacharia Stitchin, e cioé che gli extraterrestri hanno creato con l’ingegneria genetica i primi uomini, ebbene non si fa altro che spostare i termini del problema. Se l’uomo è nato in provetta aliena, chi ha creato gli extraterrestri? Chi li ha dotati della ragione per riuscire a fare tutto ciò? E chi, invece, ha creato gli animali che questi hanno trovato sulla Terra? Non è difficile notare che le due confessioni della nuova religioncina nerd si basano su interpretazioni letterali di testi, miti e racconti antichi (dalla Bibbia fino a Gilgamesh e a ritroso) e sulla nomolatria imperante, sul culto ultraconservatore, anzi bigotto, del positivismo giuridico. Tutto, ovviamente, raccontato da gente priva di mezzi, disarmata dal ritenere – dall’alto della propria invincibile ignoranza scolpita in pergamene pigliate a rate – che il latino sia un’affezione noiosa, da estirpare.

Insomma, roba che c’ha il fiato corto, cortissimo. Ma che nel vuoto pneumatico del presente, riempie – per le leggi della fisica – gli spazi che vengono lasciati vuoti da chi è troppo impegnato a pensare ad altro.

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03 novembre 2017

Lezione paurosa ai padrini dell'Europa – Un manifesto (I parte)

OVVERO IL FUTURO DELL’EUROPA SARA’ LA NUOVA DESTRA RELIGIOSA O L’ANNIENTAMENTO

di Matteo Donadoni


«I padrini dell’Europa falsa costruiscono la loro fasulla cristianità di diritti umani universali
e noi perdiamo la nostra casa».
(Dalla “Dichiarazione di Parigi” scritta da Roger Scruton,
Remi Brague, Robert Spaemann e Ryszard Legutko).

Nell’epoca del cretinismo linguistico in cui si tortura la lingua, deformandola con concetti legati a generi esistenti o arbitrari, come accade con l’introduzione di termini neutri in varie lingue europee, e brutture varie, i mezzi d’informazione diventano strumenti di controllo. E “quando tutte le lingue sono degradate a tecniche di controllo di massa” (Tate Allen), dovremmo quanto meno fare del nostro meglio per formarci un concetto più accurato della nostra responsabilità.
Dobbiamo chiederci quale può essere il nostro contributo filosofico (di conseguenza anche linguistico) in qualità di esseri umani e semplici cittadini, quindi filosofi, in una società che ha moltiplicato i mezzi perdendo di vista gli scopi, che ha nutrito una filosofia paranoica della disperazione, nella quale si è ingenerata l’illusione dell’immortalità, dell’onnipotenza della tecnica, della sostanzialmente quasi totale impunità morale mascherata da indifferentismo etico. Quasi non esistessero Inferno e Paradiso. Fatto certamente ben comprensibile in un mondo in cui perfino la millenaria Chiesa cattolica relativizza la fede, spingendosi incautamente e sconsideratamente a sostenere che non esista un Inferno per l’uomo nuovo e illuminato. Ma tutte queste deficienze sono possibili primariamente solo perché gli uomini moderni sono tanto distrattamente ignoranti da non conoscere più i termini per esprimere la propria difesa, perché hanno perso lungo la via del progresso perfino i concetti del pensiero forte. Sono talmente invaghiti dai fumi odorosi della frutta evoluzionista da non vedere il nocciolo della questione: l’involuzione.
Oppure forse il processo è voluto, programmato, desiderato dalle elite dei grandi burattinai del potere economico e politico, cui tacitamente accondiscende una parte del popolo, che giace dormiente in un sogno drogato dal cupio dissolvi nichilista. D’altra parte già il famoso Samuel Johnson (1709-1784) nel secolo dei Lumi disse: «colui che fa di se stesso una bestia si libera dal dolore di essere uomo». Forse le cose stanno veramente così. Forse tutti questi lumi han prodotto tanta caligine da abbruttire le lenti del modo.

Ma «l’uomo è una creatura che a lungo andare deve credere per poter conoscere, e conoscere per poter agire», con questo breve assioma Allen Tate ci ha regalato la cifra del fallimento dell’Europa contemporanea. Gli Europei hanno creduto di poter conoscere senza credere, così, oltre ad aver finito per conoscere poco e male, hanno agito male. Ora, lentamente, i popoli si stanno ribellando ad una serie impressionante di “disordini” esistenziali imposti loro da elite non rappresentative, che li governano con una ferocia intellettuale di tipo orwelliano.
E’ giunto così il momento di affrontare la difficile ed inquietante questione dell’identità. La nostra identità Italiana, ma sarebbe più corretto dire in senso esteso Europea.

Se ha ragione Gilbert Keith Chesterton quando dice che «gli italiani non li si può far diventare dei veri progressisti: sono troppo intelligenti», continui però a leggere solamente chi crede ci sia ancora qualcosa da conservare.

Nella cosiddetta “Dichiarazione di Parigi” Roger Scruton, Remi Brague, Robert Spaemann e Ryszard Legutko hanno dato voce al grido della vera Europa, per smascherare quella fasulla: «L’Europa ci appartiene e noi apparteniamo all’Europa. Queste terre sono la nostra casa; non ne abbiamo altra. Le ragioni per cui l’Europa ci è cara superano la nostra capacità di spiegare o di giustificare la nostra lealtà verso di essa. Sono storie, speranze e affetti condivisi. Usanze consolidate, e momenti di pathos e di dolore. Esperienze entusiasmanti di riconciliazione e la promessa di un futuro condiviso. Scenari ed eventi comuni si caricano di significato speciale: per noi, ma non per altri. La casa è un luogo dove le cose sono familiari e dove veniamo riconosciuti per quanto lontano abbiamo vagato. Questa è l’Europa vera, la nostra civiltà preziosa e insostituibile […] L’Europa, in tutta la sua ricchezza e la sua grandezza, è minacciata da un falsa concezione di sé stessa. Questa Europa falsa immagina di essere la realizzazione della nostra civiltà, ma in verità sta requisendo la nostra casa».

Noi Europei condividiamo una vita e una res publica comuni, quella che fu – e potrebbe tornare ad essere - la res publica christiana. L’Europa vera è stata segnata dal cristianesimo, di cui è filiazione genuina. Il governo spirituale universale della Chiesa ha portato l’unità culturale all’Europa (credere), senza vincoli politici troppo stretti, permettendo la diffusione di una cultura europea condivisa che lasciasse fiorire realtà civiche particolari sotto il segno della Croce.

 L’Europa vera trae ispirazione altresì dalla tradizione classica, la cui eredità culturale è la peculiarità della civiltà nostra, e va difesa. «Le virtù profonde dei Romani che sapevano come dominare sé stessi, nonché l’orgoglio nel partecipare alla vita civica e lo spirito dell’indagine filosofica dei Greci non sono mai stati dimenticati nell’Europa vera. Anche queste eredità sono nostre» (conoscere).
Invece, i grandi burattinai della burocrazia, o “Padrini”, per dirla con gli eminenti pensatori, ignorano, anzi, ripudiano le radici cristiane dell’Europa e stanno imponendo ai popoli europei, che nulla avevano loro chiesto, una visione del mondo e della vita destabilizzante e avulsa dalla realtà, fatto che fra l’altro va ben oltre le competenze tecnico-economiche per le quali questi signori si sono autonominati. L’Unione Europea, ovvero l’impero monetario e giusregolatorio ammantato dai sentimenti di universalismo pseudoreligioso che essa stessa si sta costruendo attorno come un carapace di madreperla, coltiva l’oscuro  proposito di distruggere l’identità profonda dei popoli che la abitano, in ciò incredibilmente spalleggiata dalla falsa chiesa bergogliana.

«I padrini dell’Europa falsa sono stregati dalle superstizioni del progresso inevitabile. Credono che la Storia stia dalla loro parte, e questa fede li rende altezzosi e sprezzanti, incapaci di riconoscere i difetti del mondo post-nazionale e post-culturale che stanno costruendo». Vivono in una bolla di realtà artefatta d’ignoranza accecata da prospettive auto gratulatorie.
In questo clima, nella visione fantastica del politically correct internazionale, vengono educate le nuove generazioni nel culto della religione atea e dell’orfanotrofio culturale. «I suoi fautori sono orfani per scelta e danno per scontato che essere orfani ‒ senza casa ‒ sia una conquista nobile. In questo modo, l’Europa falsa incensa se stessa descrivendosi come l’anticipatrice di una comunità universale che però non è né universale né una comunità». Per questa ragione, negli ultimi anni, l’Europa ha perseguito un grandioso e demenziale progetto multiculturalista, per favorire il quale si è incoraggiata un’immigrazione disordinata dai paesi sottosviluppati, nel mito illuminista del buon selvaggio - vero teorema alla radice della follia immigrazionista -, generando il caos istituzionale e politico nei confronti del quale qualsiasi risposta identitaria e di buon senso viene etichettata come di ultra destra. Per la stessa ragione la falsa Europa soffoca il dissenso ovviamente in nome della libertà e della tolleranza. Chi non è d’accordo è populista. Siamo in un vicolo cieco, perché la retorica del linguaggio inclusivo ad ogni costo è il cavallo di Troia per la sostituzione etnica e culturale. La risposta politica è un fattore con la stalla vuota.

(continua)


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02 ottobre 2017

Bux e Valli. Che cosa sta accadendo, oggi, nella Chiesa?


di Riccardo Zenobi

Venerdì 29 settembre sono riprese le conferenze promosse dall’Associazione Culturale Oriente Occidente, delle quali si è parlato qui, qui e qui. Gli incontri si tengono, come avvenuto precedentemente, nella sala conferenze della chiesa san Carlo Borromeo, in via Vincenzo Gentiloni 4 ad Ancona.

La prima conferenza di questo secondo ciclo di appuntamenti è stata una conversazione ‘a due voci’ con gli interventi di Aldo Maria Valli (giornalista, vaticanista del TG1, laureato in scienze politiche all’università cattolica di Milano) e di mons. Nicola Bux (sacerdote dell’arcidiocesi di Bari, esperto di liturgia orientale e di sacramentaria, consultore della congregazione della dottrina della Fede e della congregazione per le cause dei santi, collabora con la rivista Communio). Lo spunto di riflessione da cui ha preso avvio l’incontro è la parola “confusione”, termine che viene usato sempre più spesso dai fedeli, che vivono in un crescente disorientamento; la causa di tutto ciò in cosa è rintracciabile? Nella penetrazione di pensieri spuri nella Chiesa? Stiamo vivendo ciò che il beato Paolo VI dichiarò a Jean Guitton, ossia che siamo di fronte alla presenza dentro la Chiesa cattolica di un pensiero non cattolico il quale, seppur divenisse maggioritario, non sarà mai il pensiero ufficiale della Chiesa?

La conversazione si è aperta con l’intervento di Aldo Maria Valli, per il quale la confusione è l’elemento distintivo dell’epoca moderna, non solo nella Chiesa; ma lo stato interno di quest’ultima sconcerta molti, tanto che sempre più persone si chiedono: dove stiamo andando? Cosa ne sarà della Fede? Queste domande coinvolgono persone che prima non si ponevano problemi a riguardo, e nell’ultimo anno è aumentato enormemente il numero di tali persone. Nel giugno 2016, appena uscì, il libro “266” (nel quale si pongono tali interrogativi) era una sorta di avanguardia, ma nel giro di poco più di un anno lo sconcerto si è allargato moltissimo – e sono stati avanzati dei Dubia da parte di cardinali. I primi che si posero tale domanda erano essi stessi incerti del loro proprio sconcerto, cosa del resto comprensibile: chi si espone per primo è sempre titubante, poiché potrebbe essere una semplice impressione personale a muoverlo e non un reale problema. Ora però lo sconcerto c’è: Pietro parla in modo strano, anche i contenuti sono strani; c’è ambiguità, superficialità, e non si è in linea con la tradizione dottrinale. Si contano sempre più le dichiarazioni rilasciate in occasioni colloquiali, nelle quali non si approfondisce, e si cede al “gioco al massacro” di portare l’intervistato dove vuole il giornalista. Ci si può guardare da tali pericoli, serve prudenza e una adesione a quello che è il ruolo del Sommo Pontefice, confermare nella Fede. Oltre a tali questioni di modo, ci sono anche perplessità sui contenuti dei messaggi, che sono esplose con Amoris Laetitia, la quale ha interpellato Valli in quanto fedele, il quale in una digressione ha parlato di alcuni aspetti della sua vita di fede: nato e cresciuto a Milano, si è assunto l’avventura di costruire una famiglia numerosa grazie al ruolo fondamentale delle catechesi di Giovanni Paolo II sul matrimonio cristiano. Si era tra gli anni ’70 e gli ’80, quando molti (più o meno come oggi) consigliavano di andare a convivere; Valli prese invece il rischio di andare controcorrente, sfidando anche i medici i quali, di fronte alla patologia della moglie, dissero di non fare figli.
Tale digressione fa capire quale sia l’importanza di avere dei maestri e cui fare riferimento nella verità, e tante gioie nella vita di Valli non sarebbero arrivate se Giovanni Paolo II non avesse parlato chiaro: non si può giocare con le parole, quando si hanno dei problemi. Amoris Laetitia ad una prima lettura non crea molti problemi, ma approfondendo si trovano delle perplessità nel capitolo VIII, nel quale si rintraccia la modalità espressiva “sì, ma anche”: va bene così, ma in fondo è il soggetto che decide di fronte a Dio qualità morale dell’atto. Questo soggettivismo porta l’uomo ad essere come Dio, a decidere al Suo posto, di autogiustificarsi. Il buon Josef Seifert segnala che si arriverebbe addirittura, nel discorso sulla retta coscienza, ad affermare che Dio può chiedere di fare un comportamento non in linea con la legge divina, in determinate circostanze: sotto questa ambiguità passa l’eresia.
Se un semplice fedele si accorge di ciò, cosa fare? Uscire allo scoperto, con massima umiltà e senza pose, schierandosi dalla parte della Verità della Fede, la quale va testimoniata senza cadere in contrapposizioni, ma alzando il livello dello scontro, il quale troppo spesso liquida tale posizione con un’etichetta o uno slogan.

Mons. Bux ha rintracciato i contenuti della confusione, che affonda le sue radici su equivoci e deformazioni riguardo 3 aspetti della Fede:
1- Chi è Gesù Cristo? È il Figlio di Dio fatto uomo per salvarci dal peccato, sollevandoci da una situazione di male, incarnandosi ha portato la salvezza dentro l’umano. Cominciare a credere in Gesù converte la vita, è perciò fondamentale da parte dei vescovi e dei sacerdoti parlare di Gesù e della salvezza che ci viene offerta nella Verità, invece di trattare temi politici e di attualità, i quali non competono loro. Molti esponenti delle gerarchie non hanno negato apertamente ed esplicitamente tutto ciò (al limite hanno pubblicato libri per un pubblico ristretto di intellettuali), ma c’è una letteratura su Gesù Cristo che ridimensiona portata epocale dell’evento cristiano, equiparandolo ad altri “personaggi religiosi”. Negli ultimi decenni il catechismo è stato distrutto: non c’è più un prontuario di domande e risposte chiare su ciò che c’è da sapere su Dio e la redenzione, su chi è Gesù (per molti bimbi è solo “un amico”).
2- Cosa è e a cosa serve la Chiesa? Per qual motivo Gesù Cristo ha fondato la Chiesa? Per far conoscere sé stesso e il messaggio salvifico a tutta l’umanità, rendendo discepole tutte le nazioni, perché nessun altro salva. Il paganesimo dell’epoca negava l’esclusività salvifica di Cristo: a ben guardare, c’erano moltissime “vie” e “salvatori”, ma solo Gesù è la via e il salvatore. Vorremmo sentir dire che senza Gesù non c’è salvezza, e annunciare ai 4 venti che non c’è altro nome nel quale si possa essere salvati. Solo in Cristo c’è riscatto dal peccato e trovano significato la morte e la sofferenza, attraverso la quale l’uomo salva sé stesso e il mondo. La Chiesa non è un’agenzia ONG che fa da concorrente all’ONU, all’UNESCO o quant’altro. Possibile che Gesù volesse ciò per la sua Chiesa? Questo non fa altro che confermare i lontani nella loro lontananza, perché passa il messaggio che vivono bene, e quindi sono confermati nella loro vita.
3- Qual è la natura della liturgia e del culto divino? I sacramenti si sono ridotti a cerimonie più o meno attraenti, ma così si è snaturato il loro senso. I sacramenti sono essenziali, sono “farmaco salvavita”, mezzi di salvezza: non solo Gesù ha predicato la salvezza, ma ha dato anche i mezzi. Sono amministrati come un patrimonio, che non va sperperato e, come i farmaci, hanno delle controindicazioni (si può commettere sacrilegio fruendone male) e dei modi d’utilizzo. Non sono utilizzabili da chiunque, in qualunque momento e in ogni circostanza. Non si è padroni dei sacramenti: essi appartengono a Dio, e nella liturgia non si può improvvisare. Cambiare la formula del sacramento implica renderlo invalido.

Un ultimo intervento ha riguardato il punto di vista dei relatori sulla Correzione Filiale. Per Valli, essa mette il dito nella piaga, è una iniziativa importante che dà voce e struttura filosofica e teologica alla confusione che vediamo. Sulla stessa linea si muove Bux, affermando che se ci riteniamo cattolici dobbiamo sapere cosa vuol dire essere tali, e dunque è necessario, in questi tempi di confusione, mettersi al lavoro per conoscere i contenuti della propria Fede.

Il prossimo incontro si terrà sabato 7 ottobre alle 17:15, sempre nella chiesa san Carlo Borromeo, e avrà come ospite Massimo Viglione.


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11 luglio 2017

Verso un Nuovo Medioevo


di Alfredo Incollingo

Nel 1923 l'esule russo Nikolaj Berdjaev pubblicava a Berlino il suo capolavoro, “Nuovo Medioevo”. La rivoluzione russa del 1917 aveva sconvolto l'intero Occidente con le sue promesse di riscatto sociale (e esistenziale). Il socialismo prometteva un mondo nuovo, dove la giustizia e la libertà avrebbero finalmente trionfato. Questo comportava non solo un profondo cambiamento materiale, ma anche e soprattutto spirituale. Nell'Europa occidentale il liberalismo e l'opulenza assicuravano un progresso illimitato e benefico. Eppure la prima guerra mondiale aveva svelato il lato cruento e “satanico” della Belle Epoque di inizio novecento. Dietro le illusioni socialiste e l'opulenza capitalista si muovevano forze sotterranee che prefiguravano l'eclissi della modernità e l'avvento di un nuovo Medioevo.

Un saggio per comprendere la modernità

La casa editrice “Fazi Editori” ha riproposto nel 2017 “Nuovo Medioevo” di Nikolaj Berdjaev, un testo che conserva ancora la sua lucidità nell'analisi storica. Nonostante sia stato scritto nel 1923, la modernità emerge con tutte le sue contraddizioni, permettendoci al meglio di comprendere la storia moderna.

Il notturno della civiltà

La civiltà moderna, e diremmo oggi “post-moderna”, ha esaurito tutta la sua vitalità creativa. L'occidente è entrato nella fase della “Zivilisation”, che per Oswald Splenger è l'età calante nel ciclo vitale della civiltà,  quando i miti e la spiritualità decadono per la materialità e lo scetticismo imperanti. I romantici tedeschi la definivano l'epoca “notturna” e questi concetti sono ripresi puntualmente da Berdjaev per descrivere la crisi della modernità. Quando inizia la storia moderna? La modernità emerge nel Rinascimento cinquecentesco, quando le energie creative umane si sprigionarono. L'arte raggiunse risultati sorprendenti e la scienza compì i primi importanti progressi. Eppure il Rinascimento aveva in sé le cause del suo declino: l'antropocentrismo e il pensiero critico avevano allontanato l'uomo dal centro spirituale, da Dio e dalla Chiesa Cattolica, che aveva guidato e messo a frutto le energie umane. Il sovrumano ha reso sterile progressivamente l'umanità: il nichilismo, il razionalismo e il materialismo sono tutti i suoi frutti.

Verso un Nuovo Medioevo

Non tutto è perduto perché il caos moderno, la fase “notturna” della civiltà, è la stessa che produsse la straordinaria civiltà medievale. E' nelle fasi barbare, come quella che seguì la caduta dell'Impero Romano, che le energie umane si rinnovarono. La fiorente civiltà medievale aveva un orizzonte metafisico, il cristianesimo, e traeva da questo centro metafisico il fine e le forme per esprimersi vitalmente. Quando, a partire dal quattrocento, lo scetticismo e l'antropocentrismo allontanarono l'uomo dalla divinità, iniziò un paradossale processo di crescita. Le scoperte tecniche, lo sviluppo artistico e il fiorente Rinascimento erano sì fasi di potenza umana, di riscoperta delle proprie capacità, ma anche un lento e erodente processo di distruzione. La modernità è una nuova fase di barbarie, che si manifesta nelle rivoluzioni, come quella russa, o nel liberalcapitalismo. Questa fase calante della civiltà è per Berdjaev l'inizio di un processo di rinnovamento che porterà ad un Nuovo Medioevo, una nuova epoca di spiritualità.
 

05 maggio 2016

Padre, sia fatta la tua volontà

(OVVERO SOTTOMISSIONE A DIO COME VITTIMA PREZIOSA,
MA SAPENDO QUANTO COSTA IL LURPAK)


di Matteo Donadoni

Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie. Oracolo del Signore.
Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri.
(Isaia, 55, 8-9)

Chi ci capisce è bravo. No, non parlo di quella deplorevole e noiosa imitazione del glorioso gioco del football che è il calcio in Italia – anche se avrei forse un consiglio per uno slogan pubblicitario della Nike: «Don’t run. Think Totti», ma purtroppo odio la pubblicità. No, stavolta non parlo nemmeno di donne. Primo perché fa stranamente male. Fa sempre male. Soprattutto durante quelle lunghe notti, quando il tempo, profondo e cieco, si allunga come una lama. Secondo, ormai ho rinunciato a comprenderle. Come ha scritto Bernanos: «Non si tocca mai il fondo della propria solitudine».

Parlo dell’altro grande problema del cattolico contemporaneo. Cercare risolutamente, disperatamente, unguibus et rostris, il modo di restare cattolici. Chi capisce che caspita bisogna fare oggi per restare cattolici è pregato di riferirmelo, perché io vedo un gran circo alimentato da otri di zelo amaro, da un’indecenza di sorrisi e chiacchiera volgare, e poca, pochissima, sostanza, preghiera, teologia. No, ma dico, ci prendete per i fondelli? O dobbiamo trasferirci in massa ad Astana, ovvero perfino fuori dall’Ecumene alessandrina? Credete forse che i poveri non siano mai esistiti prima del fantasmagorico mondo globale, in cui vescovi bianchi prendono l’aereo portando da sé brutte borse nere e magari lasciando intendere che, forse, si radono pure da sé? Non fu Cristo stesso a dire che li avremo sempre con noi? Mi rivolgo ai consacrati: siete proprio sicuri sia questa l’icona della Chiesa di Cristo che volete lasciare ai posteri? Veramente? Avete studiato le Scritture ed i Padri tutta l’intera vostra giovinezza per diventare dei chiacchieroni esperti di ecologia, equilibrismo politico da proletario medio e profugologia applicata? Perché se così fosse, a parità d’impegno, non potevate diventare campioni di scacchi? Eh no… con gli scacchi non si chiacchiera. Si vince o si perde, palesemente, inequivocabilmente, inesorabilmente Patzer, sotto lo sguardo ed il giudizio inappellabile di ogni Kibitzer del mondo.

Sono amareggiato, arrabbiato, ma non da quella sorta di solita drammatica dipendenza caratterialmente indotta. Noi poche anime elleniche siamo così – spiriti tragicomici agli occhi del mondo moderno. Adamantine, originariamente perfette, sfere di razionalità, poco meno degli angeli, come tutti gli altri del resto, ma, ahinoi, rivestite da una gelatina opaca a base d’un eterno chiassoso melodramma. Se c’è da godere godiamo. Se c’è da soffrire, soffriamo. Antropologicamente, spiritualmente, perfino politicamente. Abbiamo tutti sotto gli occhi la Grecia: povertà infantile, mancanza di lavoro, povertà senile (di proposito ignoro ogni commento sull’Italia, altrimenti dovrei aggiungere “educazione scarsa e depravata”). E l’intero establishment pancristiano che fa? Va a fare lacrime di coccodrillo a Lesbo! E perché? Perché i teneri virgulti della futura grecità vanno a scuola senza cena? Per le decine di chiese e monasteri secolari distrutti in Mesopotamia? Per celebrare Messe a suffragio dei cristiani scacciati e trucidati? Per canonizzare i nuovi martiri? No, per farsi selfie di proporzioni mondiali, ma volevo scrivere “escatologiche”, con poveri islamici nipoti degli invasori d’un tempo, puta caso, rifiutati dai vicini ricchissimi paesi arabi correligionari (in questi giorni l’Arabia Saudita ha acquistato due isolotti dall’Egitto per la notevole somma di 23miliardi di dollari, se non erro), e che l’Europa dovrebbe, invece, accogliere come ultima risorsa, ineffabile ricchezza, occasione improcrastinabile.

Già l’Unione Europea, un organismo brachicefalo parasovietico, strattonato da una Kanzlerin non esattamente callipigia, ma senza scrupoli, e governato da un manipolo di autonominati reciproci, che, anche messi tutti insieme, non sono uomini nemmeno la metà di quanto lo fu Margaret Thatcher, la quale ancora oggi rivolgerebbe loro la medesima domanda: «Mi sapete dire quanto costa il Lurpak? – No, non lo sapete!». E avrebbe ragione. Nel frattempo la gioventù di ciò che fu l’Europa come concetto di Civiltà se ne va alla beneamata malora, fra un talent show in cui non si capisce chi è il più rimbambito, e una gara di cuochi in tv che a furia di sfornar torte stimolano più che altro la denatalità, trascinando in tal modo gustosamente a picco interi popoli, destinati ad affogare culturalmente in un mare di melassa che essi stessi si stanno centrifugando attorno.

Ma questa non è la misericordia di cui ogni giorno si parla, è autolesionismo. Non carità, ma dabbenaggine.

Quanto è difficile dire “Sia fatta la tua volontà” quando il domani appare una notte lunga, nebbiosa ed insonne per noi poveri, inesperti, navigatori a piccolo cabotaggio. Così, la notte, cerchiamo di separare i grani della verità dalla pula delle bugie, ed essendo cattolici - si licet hodie - i nostri grani si chiamano  rosario. Lottiamo, sperando di non addormentarci, sperando di non affondare come accadde a Pietro quella volta. Ma, per quanto mi riguarda, è quello che spesso accade. Cerco appigli mentali, cerco di rivangare gli insegnamenti del passato, e, pensando al passato, chissà per quale strana associazione di idee, mi sono ricordato di quando mio nonno da Capo Pezzo d’Artiglieria Pesante Campale si ritrovò (IMI) all’improvviso marinaio sulle navi rompighiaccio del Reich sul mar Baltico. Mi sono ricordato le sue raccomandazioni riguardo il rispetto dell’abito ecclesiastico.
E questo è il punto. Se qualcuno ci ha capito, fra una scacchiera e il Baltico è un attimo. Mi sono ricordato di aver letto da qualche parte di San Giovanni di Kronstadt (nato Ivan Ilijč Sergiev 1829 – 1908): «Se vuoi correggere qualcuno delle sue mancanze, non pensare di correggerlo con i tuoi mezzi: faresti soltanto del danno usando le tue stesse passioni, quali l’orgoglio e l’irritabilità che da esso proviene; ma “getta il tuo peso nel Signore” e prega Dio, che “scruta il cuore e i reni”, con tutto il tuo cuore, perché Egli può illuminare la mente e il cuore dell’uomo. Se Egli vede che la tua preghiera respira amore e viene veramente dal profondo, Egli infallibilmente esaudirà il desidero del tuo cuore e tu dirai subito a te stesso, vedendo il cambiamento avvenuto in colui per il quale hai pregato, che è opera della destra di Dio, dell’Altissimo».

A metà del XIX secolo la città Kronstadt, era un postaccio putrido su un'isola del Mar Baltico, posto di deportazioni: poveri, delinquenti e senzatetto. Vivevano in sporche stamberghe, che in Austria non sarebbero state buone per i maiali, e si occupavano di quelle tipiche attività delle regioni culturalmente desolate diffuse in tutto il globo: chiedere elemosine, rapine, assassinii. Eppure là questo santo della chiesa ortodossa, che di li a poco sarebbe stata martirizzata e quasi distrutta, come del resto tutta la Russia, trovò la via della vera carità. Sin dall'inizio della sua missione evangelizzatrice non lesinò alcun aiuto ai poveri della sua parrocchia, comprando personalmente per loro cibo e medicine, donando loro ogni moneta che aveva. Le agiografie raccontano che gli abitanti di Kronštadt lo avrebbero visto a volte tornare alla sua abitazione a piedi nudi e senza cappotto, tanto che i calzolai, impressionati dagli atti di carità del santo, erano soliti regalare scarpe alla moglie del pope.

Al freddo, senza tante chiacchiere, e nel lerciume umano e naturalistico ebbe la forza morale di dire:
«Mai è così difficile dire dal profondo del cuore: “Padre, sia fatta la tua volontà”, come nei momenti di profondo affanno, quando si è colpiti da grave malattia e specialmente allorché si è vittima dell’ingiustizia umana o degli attacchi e delle insidie del demonio. È difficile dire dal profondo del cuore: “Sia fatta la tua volontà”, anche quando noi stessi siamo responsabili di qualche disgrazia, poiché crediamo che non sia stata la volontà di Dio, ma la nostra a ridurci in una siffatta situazione, sebbene nulla accada se non per volontà di Dio. In genere è difficile credere nel nostro intimo che è volontà di Dio la nostra sofferenza, quando il cuore sa, per fede e per esperienza, che Dio è la nostra felicità, per cui è difficile anche dire nell’infelicità: “Sia fatta la tua volontà”. Noi ci chiediamo: “È possibile che questa sia la volontà di Dio? Perché Dio ci tormenta? Perché altri sono tranquilli e felici? Che cosa abbiamo fatto? Avrà un fine la nostra sofferenza?”. Ma se alla nostra natura corrotta è difficile riconoscere sopra di sé la volontà di Dio, e piegarsi ad essa umilmente, allora l’uomo si sottometta alla volontà di Dio ed offra al Signore la sua vittima più preziosa, si affidi cioè a lui di tutto cuore non solo nei momenti di quiete e di felicità, ma anche negli affanni e nelle disgrazie. Sottometta la sua vana e inconsistente sapienza a quella perfetta di Dio, poiché quanto dista il Cielo dalla terra, altrettanto distano i nostri pensieri da quelli di Dio (Isaia 55, 8-9). Ogni uomo offra a Dio il suo Isacco, il proprio unigenito, il proprio prediletto, il suo promesso (a cui erano stati promessi pace e felicità, non affanni) come vittima a Dio e gli provi la sua fede e la sua obbedienza, per essere degno dei doni di Dio già ricevuti o che riceverà».

 

20 aprile 2016

Socialisti in Vaticano. Perché la Chiesa non ricorda la lezione di San Giovanni Paolo II (e di Leone XIII)


di Alfredo Incollingo

In occasione del venticinquesimo anniversario dell'enciclica “Centesimus annus” (1991) di San Giovanni Paolo II la Pontificia Accademia delle Scienza Sociali non poteva non commettere una “gaffe” peggiore. Come disonorare la memoria di un Papa, che ha mostrato al mondo cosa fu veramente il comunismo, se non invitando i leader maggiori del socialismo internazionale?
Una parte del mondo cattolico purtroppo vede nel socialismo democratico non solo una somiglianza con la “Dottrina sociale della Chiesa”, ma anche un formidabile alleato nella giusta lotta alla povertà e ai soprusi sociali. Probabilmente si spera nella “buona fede” di una versione ideologica più moderata. In ciò la Chiesa Cattolica ha mostrato un pragmatismo e un realismo maggiore di qualsiasi ideologia di sinistra. San Tommaso d'Aquino riassumeva in “Ordo, Pax, Iustitia” (ordine, pace, giustizia) le peculiarità della migliore forma di governo in grado di assicurare il benessere e l'equità.
La lezione sociale cattolica tuttavia non è stata capita a fondo, soprattutto dagli stessi cattolici. Come non ricordate per esempio la stagione dei “cattocomunisti”? Aberrazioni ideologiche di questo tipo hanno purtroppo fiaccato la credibilità e l'azione della Chiesa Cattolica nel mondo.
La “Centesimus annus” ripercorre il cammino della dottrina sociale cattolica a partire dall'enciclica “Rerum Novarum” (1891) di Leone XIII. In questi cento anni la Chiesa Cattolica si è confrontata con il “mondo moderno” sul tema del lavoro e delle ingiustizie sociali. Lo ha sempre e comunque fatto criticamente nei confronti dei regimi socialisti e delle democrazie occidentali: “ordo, pax, iustitia" sono le direttrici per elaborare un sistema sociale ed economico equo. Il Vangelo prima di tutto!
Invitando il socialista statunitense Bernie Sanders e il leader ecuadoregno Correa la Pontificia Accademia ha ribaltato queste prassi.
“Tutte queste ragioni danno diritto a concludere che la comunanza dei beni proposta dal socialismo va del tutto rigettata, perché nuoce a quei medesimi a cui si deve recar soccorso, offende i diritti naturali di ciascuno, altera gli uffici dello Stato e turba la pace comune. Resti fermo adunque, che nell’opera di migliorare le sorti delle classi operaie, deve porsi come fondamento inconcusso il diritto di proprietà privata” (Rerum Novarum)
Leone XIII nella Rerum Novarum dichiarava la necessità di una giusta ripartizione delle ricchezze che avrebbe assicurato dignità all'operaio e ai ceti superiori. La giustizia sociale, mantenuta dal sistema corporativo, avrebbe garantito l'ordine e la pace sociale. Si sarebbe posto fine all'odio, animato dal movimento socialista, e all'ingiustizia, provocata dal capitalismo.
“I socialisti, attizzando nei poveri l'odio ai ricchi, pretendono si debba abolire la proprietà, e far di tutti i particolari patrimoni un patrimonio comune, da amministrarsi per mezzo del municipio e dello stato. […] Ma questa via, non che risolvere le contese, non fa che danneggiare gli stessi operai, ed è inoltre ingiusta per molti motivi, giacché manomette i diritti dei legittimi proprietari, altera le competenze degli uffici dello Stato, e scompiglia tutto l'ordine sociale” (Rerum Novarum)
Nella sua enciclica San Giovanni Paolo II attualizzava l'insegnamento di Leone XIII. Di fronte al collasso del sistema sovietico il Santo Padre si interrogava sul futuro, sugli effetti che il capitalismo nichilista occidentale avrebbe apportato in Europa e nei Paesi dell'ex Blocco Sovietico. E' soprattutto sul sistema capitalistico contemporaneo che si concentravano i principali interrogativi del Papa. Non discusse solo della giusta ripartizione delle ricchezze, ma individuò la comune origine antropologica del capitalismo e del comunismo: una radice anticristiana e di per sé disumana.
“L’errore fondamentale del socialismo è di carattere antropologico. Esso, infatti, considera il singolo uomo come un semplice elemento ed una molecola dell’organismo sociale, di modo che il bene dell’individuo viene del tutto subordinato al funzionamento del meccanismo economico-sociale, mentre ritiene, d’altro canto, che quel medesimo bene possa essere realizzato prescindendo dalla sua autonoma scelta, dalla sua unica ed esclusiva assunzione di responsabilità davanti al bene o al male”
Queste semplici parole dovrebbero bastare per ricordare ai cattolici gli errori del passato e quelle ideologie che hanno portano povertà e morte.
La Pontificia Accademia delle Scienze Sociali ha commesso un grande errore, che va a inficiare l'azione salvifica di Karol Wojtila.
 

25 ottobre 2014

Like a sister


di  don Mauro

“Like a virgin”, come una vergine. Siamo nel 1980 e una piccante Madonna, icona dello sfacelo culturale propagandato per mezzo musicale, si snoda sensuale tra croci e veli bianchi sulle acque della Laguna. 2014, tocca al fenomeno mediatico Suor Cristina interpretare il ruolo della vergine rinnovata dal suo amato, forte del velo sponsale (questa volta bruno e da monaca) e del medesimo scenario lagunare. “Leggendo il testo, senza farsi influenzare dai precedenti, si scopre che è una canzone sulla capacità dell’amore di fare nuove le persone. Di riscattarle dal loro passato. Ed è così che io ho voluto interpretarla. Per questo l’abbiamo trasformata dal brano pop-dance che era, in una ballata romantica un po’ alla Amos Lee” così dichiara la giovane consacrata. Che dirne? Non mi interessa buttarla sul moralistico (accusando la cantante) né sull’etico (maledicendo il malcostume dei tempi correnti), ma raccolgo due altri ordini di pensieri entrambi ispirati al McLuhan di “il mezzo è il messaggio”.

Dunque, tra tanti brani d’amore, si è voluto scegliere un brano conteso tra interpretazioni anche volgari, “Like a virgin”. L’importante, a detta degli autori, era “non farsi influenzare dai precedenti”: può bastare? A mio parere no. Sposto il problema dall’intenzione degli artisti al campo dell’arte, dai precedenti più o meno ingombranti del brano (cosa qualcuno ha detto di esso) alla sua storia degli effetti (di quali significati è attualmente portatore nel mondo), dalle pie intenzioni del nuovo lancio discografico al predominio culturale del genere e del singolo selezionati. La mia sentenza è spietata: l’arte ha i suoi linguaggi e le sue stagioni cui si sottraggono parzialmente solo i grandi geni, la storia degli effetti di “Like a virgin” è emblematica del cupo decorso artistico vigente, e quindi in tale contesto la possibilità di evangelizzare con un re-make di Madonna non è impossibile ma, se possibile, stocastica: cioé, se riesce, le riesce per caso. Peggio, riesce perché la gente è abbastanza ignorante da lasciarsi commuovere dalla suora giovane cantante senza preoccuparsi della natura del brano. E ciò in linea di principio consacra la deriva new-age dell’evangelizzazione, quando cioè la gente segue un predicatore solo in nome della simpatia e del carisma, praticamente a prescindere dal messaggio che viene proposto (cristiano, buddista, anarchico: è optional). Suor Cristina dunque evangelizza davvero? Come? Prende un brano controverso e ne fa un manifesto dell’amore. Quale amore? La Caritas che è Cristo? Vedo due possibili risposte. Una è confondere l’Amore cristiano col “love” all’americana, termine transitato dal Sessantotto al Burning man, senza veri appigli a Nostro Signore: ciò farebbe della sorella non una evangelizzatrice bensì una corruttrice. L’altra è tentare una sorta di setaccio dei semina verbi, le tracce di Cristo nascoste nella cultura acristiana, per estrarle e riportarle alla loro buona terra nella Chiesa. Credo che quest’ultimo sia il disegno di Suor Cristina, ma continuo a reputarlo fallimentare. Non sto semplicemente asserendo che è difficile dare un nuovo significato a elementi che ne hanno già ricevuto uno e ben solido dalla tradizione che li ha generati: “Like a virgin”, per esempio, nasce dall’ambiente della dissoluzione pop e di questo parla. Non mi limito a rigirare la frittata di McLuhan ripetendo un mantra aprioristico - il mezzo è il messaggio - quasi che il pop di per sé sia inadatto a evangelizzare, per il solo fatto d’essere musica bassa nata dal basso per compiacere le fasce basse che amano volare basso. No, mi preme un concetto più specifico, ed è solo per questo che sto scrivendo l’ennesimo articolo controcorrente (fregandomene per il resto di Suor Cristina, Giosy Cento, i Gen, Frisina, the Priests e tutto il resto: prediligo la Missa letta e nel tempo libero ascolto solo Jordi Savall). Ritengo dunque che il pop non sia solo un ambito della modernità, di quelli con i quali è duro ma in fondo possibile confrontarsi e cimentarsi. A mio avviso il pop è massimo emblema della modernità e della secolarizzazione, di quel processo di svuotamento dell’umano, di trionfo degli ideali rivoluzionari, di demolizione del cristianesimo, di radicamento della post-religiosità tanto ben illustrato da Del Noce. Due amici mi aiuteranno a svolgere il concetto, entrambi hanno scritto per il Dossier del Timone n.135: Dissoluzione Pop. Carlo Susa, esperto di storia del teatro e dello spettacolo, ha messo anzitutto in evidenza la natura idolatrica del mondo dello spettacolo, denunciata anzitempo dai Padri della Chiesa ed esplosa nuovamente nell’era del Cinema. Samuel Thomas, citato da Susa, ci insegna infatti che i divi “incarnano un bisogno moderno di fede, bisogno religioso più che artistico”, che trova il suo coronamento nella “mitica” Hollywood. Il divismo appare appagamento spurio della domanda religiosa, e se è vero che dagli anni sessanta “sembra di assistere a un ridimensionamento dell’aura delle star cinematografiche”, è pur vero che “il cinema ha perso progressivamente la sua posizione dominante in favore della televisione e, più recentemente, di altri mass media”. In questa logica suor Cristina è sicura di essere effettivamente agente evangelizzatrice e non, pur suo malgrado, replicato del divismo massmediatico? Andiamo oltre. Roberto Manfredini, penna e cervello free-lance della rete, di invidiabile acume e di vasti interessi, sostiene che il decadimento della cultura pop è indice di una saturazione del mercato della dissoluzione” in cui “le devianze sessuali e i comportamenti antisociali sdoganati dalle odierne pop-star passano quasi inosservati, soppiantandosi a vicenda in una sorta di manierismo porno-soft”. Ma da dove inizia questa corsa allo sfacelo? Chi sarebbe il primo protagonista del passaggio di consegne dal divismo anomico del Cinema a quello antinomico della Pop culture? “La gara alla ‘pornificazione’ inizia con Veronica Ciccone, nota a tutti come Madonna” la quale debutta quando “il consolidamento del disordine morale permette la liaison tra marketing e trasgressione”. Regina dell’osceno, bisessualità divina, pansessualismo, moda omosessualista: queste le coordinate culturali in cui si snoda la carriera musicale della Ciccone. Contro questo Moloch, paradigma e veicolo preferenziale del decadimento spirituale e della disumanizzazione, suor Cristina vorrebbe lanciare il suo sogno evangelizzante. Ha perso in partenza, a giudicare dal contest, e senza tacere del problema tecnico di base: nessun critico serio le riconosce una voce all’altezza dell’esposizione mediatica, e i più malevoli non tardano a suggerire che di carriera non si sarebbe mai parlato, qualora Cristina non avesse avuto un velo in testa. Sconfitta che costa cara, in termini di kulturkampf, perché implicitamente afferma che il modello vincente è davvero quello pop, cui persino la vita consacrata si inchina. Vergogna per molti, che vedono beffata la propria scelta di castità, sulle note di un brano risemantizzato con successo da uno degli spezzoni più volgari del lungometraggio, il celeberrimo incipit di “Le Iene”, ad opera del più nicciano tra gli autori viventi, Quentin Tarantino.

Tirando le fila, difficile dire come risolvere una tanto impari sfida, e certo non è con il conservatorismo di maniera che se ne verrà fuori. Se però, al di qua del mero caso, rimane un posto per la ragione e per la progettualità umana, non c’è dubbio che siano quantomeno da evitarsi: l’ignoranza (il video è bello e in fondo nessuno più sa la storia di Madonna), il divismo (suor Cristina è simpatica e questo ci basta), l’imprudenza (confrontarsi con modelli culturali dominanti è sempre vincente), l’innocentismo (bastano un velo e una buona intenzione per redimere la peggio cultura anticristica). Concludo dunque la digressione, già raggiunto dai primi sfottò, che non riesco a confutare, della cultura laica: “Chiaro, dopo l’inedito orrendo scritto da Neffa in molti avranno spinto perché Sister Cristina si rifacesse a un repertorio di classici, tanto per non andare di male in peggio, ma tra i classici esistono brani più dichiaratamente rivolti all’Amore, senza dover per forza tirare in ballo una che già dal nome diceva quali fossero le sue intenzioni rispetto allo scandalizzare i cattolici”. Prender lezioni di fede dal Fatto Quotidiano, che pena. Non voglio nemmeno argomentare alla Vassallo, ipotizzando una posa ‘idealistico-hegeliana’ in suor Cristina: la contraddizione come mezzo di redenzione, l’esaltazione dell’anticattolico come frontiera di riaffermazione di un cattolico restaurato. Ma va’, le suore nostrane mica arrivano a tanto, sono brava gente. Più banalmente vedo il successo del registro culturale progressista, verso il quale il cattolicesimo degli ultimi decenni si trova sempre meno munito di anticorpi, succube, quasi mendicante.

Ora veniamo al secondo pensiero (quello promesso nelle prime righe dell’articolo), lasciamo perdere la governance mondiale e la sua colonna sonora pop e guardiamo in casa, nella Chiesa. La domanda che vorrei porre è semplice: siamo sicuri di avere già sperimentato tutte le tecniche di formazione ed evangelizzazione debite e opportune? Mi regala le parole Cattaneo sulla Nuova Bussola Quotidiana: “Ora ci chiediamo: invece di prospettare soluzioni ambigue, che non fanno che disorientare i fedeli, perché non è stata detta nessuna parola sulla “bellezza della castità”, come valore autenticamente umano e cristiano? O forse che la castità non è più una virtù? O forse che la Chiesa non ha più il coraggio di indicare ai giovani, ai fidanzati e anche alle coppie sposate, il valore della castità e della verginità per il Regno di Dio? Non sarebbe questo il vero messaggio profetico per il nostro tempo?”. E qui avvertiamo tutta la drammaticità dei tempi. Lungi dall’accusare un complotto mondiale dei Padri Sinodali, è però evidente la crisi di strumenti culturali, il senso di inferiorità e la paura di fronte al trionfo dei registri della dissoluzione. Umanamente encomiabile addirittura, quando operata in buona fede, la disponibilità a perdere posizioni economiche e teologiche, pur di non perdere le pecorelle (e ormai si teme di perdere la totalità del gregge!). In fondo non è colpa di nessuno in particolare, è un’epoca che ci trascina tutti, e che dovrebbe incitare tutti a chiedere una riconsacrazione del mondo o qualcosa di simile. Serve una soluzione in tutto anti-pelagiana, un’offerta di sé e del creato alla pura Grazia, un ravvivamento della preghiera, come vorrebbero quei neo-pelagiani dei tradizionalisti (mi sia concesso dirlo col sorriso, da semi-tradizionalista, e senza alcuna polemica verso l’amato Papa). Invece degradiamo: i Padri non parlano di castità; i figli ne parlano ma scimmiottando una diva del pop-porn; e continuiamo a sperare che da ciò possa sgorgare sa Dio quale rinascimento cattolico o anche solo umano. Che volete, non ho soluzioni da offrirvi, mi nasce tiepido solo un consiglio: invochiamo la Madonna quella vera, Aiuto dei cristiani, perché ci protegga e custodisca, e impariamo a cantare unanimi Colei che non fu “like a virgin” ma Semper Virgo e Tota Pulchra.

 

21 ottobre 2014

Paolo VI: un Papa nella tempesta


di  don Mauro

Venerdì 3 ottobre nelle sale della Cattolica di Brescia la Fondazione San Benedetto ha promosso una contestata tavola rotonda sul beato Paolo VI, ospiti Giacomo Scanzi e Giuliano Ferrara, rispettivamente direttori del Giornale di Brescia e del Foglio. Contestata soprattutto la presenza del secondo che, ateo e - quel che è peggio - conservatore, non è stato ben accolto dalla frondosa claque di progressisti - clero e laicato - che tanto rumoreggia nella città della leonessa. La serata si è aperta tra i saluti dell'organizzazione nella persona del presidente, Graziano Tarantini, che ha dovuto ribadire una verità banale, scontata, ma evidentemente non ancora depositata nella coscienza di tanti cittadini: dobbiamo difendere la libertà di confronto ed opporci ad ogni promozione di ideologie a senso unico, paurose di confrontarsi con l'altro. Una semplice e penetrante lezione di civiltà e democrazia, di cui Brescia aveva evidentemente bisogno.

Nel loro primo intervento i due ospiti hanno tratteggiato una sorta di profilo biografico del beato Pontefice, sottolineando ognuno alcune caratteristiche specifiche. Per Scanzi Montini va letto nella prospettiva della modernità criticamente assunta. Se la modernità è da intendersi con Del Noce quale processo irreversibile di secolarizzazione, Montini è stato l'uomo capace di farsi prossimo all'uomo moderno, per ascoltarne la disperazione e la solitudine, pur senza condiscendervi; personalità forte sempre pronta ad obbedire, ma al contempo capace di difendere ed esprimere le proprie ferme ragioni specie davanti a comandi ingiusti; Papa nella tempesta, sì, come suggerisca il titolo della serata, ma di una tempesta che nei suoi anni iniziava e nei nostri sembra infuriare. L'Elefantino, prendendo parola, preferisce un aggancio soft, diplomatico, sufficiente a tener chiusa la bocca dei contestatori e dei loro scagnozzi da centro sociale accorsi all'incontro, ed esordisce con un album di ricordi, quelli del giovane comunista affascinato dalla santità culturale del curiale aristocratico, chiamato a transitare la Chiesa dallo stile dei Pii a quello pastorale di Giovanni XXIII. Di questo Paolo VI sembra apprezzata soprattutto la miscela di scienza e di fede, di ascolto e fermezza: la scienza di chi ha sempre promosso la cultura e l'aggiornamento in tutte le sue forme, la fede che ha resistito "sia alla telecrazia che alla demoscopia", per dirla con Ratzinger, l'ascolto di chi ha osservato l'evolversi dell'assemblea conciliare ormai ridotta ad una "Pallacorda", la fermezza di chi non solo arginò ma anche guidò su temi ardui quali famiglia e sessualità: aveva già capito tutto della scienza che volge al fabbricare e strumentalizzare, in barba all'amore e al dono, e vi si era opposto lui solo, fino a quella sua ultima e dolorosa enciclica che lo consacrò - aggiungo io - novello Geremia, profeta vero e inascoltato.

La seconda parte del dibattito è ripartita da una considerazione perentoria di Tarantini: un pensiero non cattolico sta divenendo dominante nella Chiesa, e forse sarà vincente nei tempi presenti, ma non sarà mai cattolico. Ad essa ha fatto eco la riflessione breve ma intensa di Scanzi, che ha illuminato con grande finezza e puntualità il rannodo teologico tra Carità divina ed esigenze dell'amore umano: l'ultimo non si dà prescindendo dalla prima. E qui si intravede una sfida cruciale "della nostra dimensione folle e drammatica" in quanto temi così delicati sembrano sequestrati dal dominio della "antiparola", per esprimerci con lo stesso Paolo VI, in una continua mistificazione dei termini e in una crescente confusione della realtà da cui però non possiamo attenderci in alcun modo la felicità vera tanto cercata. Ha chiuso quindi Giuliano Ferrara con un serrato domandare retorico, fatto di controluce e trasparenze, in un dire e non dire attorno al problema del giusto confine tra giustizia e misericordia, tra obiettivi pur santi e tecniche o compromessi attuati, tra linguaggio adatto al popolo e forzature della dottrina. Chiarissima la sottile polemica verso Papa Francesco ed il Sinodo sulla famiglia, mai però declinata in modo aperto o provocatorio, bensì modellata sulla figura di Papa Montini, quale modello da cui imparare anche per l'oggi che la più alta forma di carità è proprio la politica, da lui sempre vissuta con uno stile diffidente verso il facilismo e verso il minimismo dogmatico, ma attraversato da una fede inconcussa.

 

01 giugno 2012

Presentazione in aforismi di un reazionario colombiano


di Giulia Tanel
Gómez Dávila nella sua vita “lesse, scrisse e morì”.
Si dice di lui che l’unica cura che ritenesse utile contro il tedio dell’esistenza fosse la “biblioterapia”: Il pensatore colombiano, infatti, era solito rintanarsi nella sua biblioteca da dove usciva solo a notte fonda, dopo aver passato la giornata a scrivere su piccoli quaderni verdi i propri pensieri sotto forma di aforismi, perché “[…] tra poche parole è difficile nascondersi come tra pochi alberi”.