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27 luglio 2018

Don Bosco e il Papato

di Domenico Svampa
Il colloquio con un caro amico, liberale (potrebbe essere un progressista o un normalista, poco cambia) ma devoto di san Giovanni Bosco, e alcuni suoi pii riferimenti al rapporto tra il Santo piemontese e il Papato, presi come modello ideale per il nostro rapporto col Pontificato odierno, mi forniscono lo spunto per brevi considerazioni, che spero gioveranno ai lettori.
L’assunto che gli emuli liberali di san Giovanni Bosco trattengono, a quanto mi è dato di capire, è che il Santo ebbe una devozione e una sottomissione incondizionata al Sommo Pontefice. Dal che si dovrebbe concludere un uguale atteggiamento da parte nostra verso tutti i Pontefici, ma soprattutto verso l’attuale: Papa Francesco.

Subito si affaccia la domanda: che fondamento ha invocare la fedeltà pressoché cieca di certi santi preconciliari al Papato preconciliare per giustificare l’esigenza di una fedeltà altrettanto cieca al Pontificato attuale? E già solo l’uso differente dei termini – Papato e Pontificato – suggerisce la necessità di un approccio differente, di un discernimento che non cada nell’aneddotica; ma vediamo il dettaglio e cerchiamo di comprendere in cosa sia corretto e in cosa opinabile il parallelismo tra la posizione di san Giovanni Bosco e la nostra.

Di san Giovanni Bosco si citano con facilità aforismi filo-pontifici: essere attaccati al Papa “più che il polipo allo scoglio”, “sostenere l’autorità del Papa”, e si ricordano i sogni profetici, le imprese edili (Santuario del S. Cuore) e le attività diplomatiche a servizio di Roma; tutti elementi volti a sottolineare – dicevamo – un’assoluta sottomissione al Sommo Pontefice. In realtà vi sono più motivi per cui tale esempio può essere recuperato solo iuxta modum.
Anzitutto, nel Santo ritroviamo la stessa fedeltà e il medesimo attaccamento non solo al Papa, ma anche ad altri elementi della Tradizione, quali l’abito clericale e la Messa Tridentina. E’ quantomeno poco serio invocare l’imitazione pedissequa del Santo su un punto solo della sua vita, ignorando o addirittura denigrando gli altri – cosa che avviene diffusamente, soprattutto tra i liberali. Evidentemente la tesi in esame rischia di essere una strumentalizzazione del Santo.

San Giovanni Bosco aderisce al cattolicesimo intransigente e dunque la sua dedizione al Papato, all’epoca baluardo del cattolicesimo intransigente, implica una coerenza di vedute. Chiedere oggi un’adesione ‘intransigente’ ad un Pontificato più che liberale pare ancora una volta piuttosto un ricatto strumentale che una indicazione logica e coerente.

San Giovanni Bosco vive negli anni della proclamazione del dogma relativo all’infallibilità del Pontefice, ora conviene ricordare che il Santo sposava la tesi massimalista, secondo cui l’Infallibilità del Papa si estendeva ben oltre gli interventi ex cathedra. Già il Concilio Vaticano I, e ancor più il Concilio Vaticano II, smentiscono dogmaticamente e irreversibilmente l’interpretazione di san Giovanni Bosco, il che suggerisce che le parole del Santo in materia non possono essere impugnate alla lettera, ma chiedono una prudente rilettura. In tal sede dobbiamo dunque prendere atto dell’avvenuta correzione dell’Istituzione al Carisma – da essa non possiamo legittimamente prescindere. Ne esce ridimensionata l’esemplarità del Santo proprio in merito alla questione dibattuta.

San Giovanni Bosco è autore di una Storia Ecclesiastica (1845; 18714) che peraltro, letta oggi, farebbe arrossire i liberali e i progressisti. Si tratta di un semplice opuscolo apologetico ascrivibile all’area culturale della cosiddetta ‘Leggenda Bianca’: in essa la Chiesa è presentata, evidentemente secondo un’ottica teologica piuttosto che storica, come soggetto sempre positivo, di cui si illustrano le glorie e mai gli errori. Da tale scritto del resto emergono meglio gli ideali non confessati del Santo proprio intorno al suo concetto di Chiesa: vi si trova la presentazione sintetica e divulgativa dei Pontefici Santi; di pontefici corrotti non si fa menzione, o li si cita corsivamente in relazione ad eventi oggettivi incensurabili, ma sempre omettendone qualsivoglia giudizio. Inoltre è interessante la minuzia con cui nella Storia Ecclesiastica san Giovanni Bosco riporta il contenuto in sintesi di pressoché tutti i Concili Ecumenici della Chiesa.

Questo ci rivolge due moniti. Anzitutto, il Santo è consapevole della possibilità che ci siano Pontefici non positivi, per quanto incapaci di ostacolare il disegno della Provvidenza, ed evidentemente non chiede e non spende elogi per tali personaggi, preferendo in questo caso tacerne e spostare la propria attenzione allo stato della Chiesa nel suo complesso anziché guardare al solo Rappresentante terreno. Secondariamente, una comprensione profonda e autentica della Chiesa chiede l’assunzione di ogni singolo Concilio ecumenico della medesima.
Ne prendano nota i teorici contemporanei, i quali sovente pretendono l’ automatica esaltazione di Papa Francesco per il solo fatto che è Papa e paiono ignorare (quantomeno nel senso di snobbare) qualsiasi Concilio eccetto il Vaticano II.

Alla luce di simili considerazioni credo che da San Giovanni Bosco possiamo trarre la seguente linea, nulla di più e nulla di meno: i cattolici devono amare la Chiesa ed onorarla; ciò avviene: riconoscendo il disegno della Provvidenza che si svolge benevolo nei secoli, onorando i santi Pontefici, studiando e assimilando il contenuto di tutti i Concili ecumenici, ossequiando il Magistero ordinario (il Santo sarebbe andato oltre, ma i pronunciamenti degli ultimi due Concili ce lo impediscono), evitando qualsivoglia pubblica critica ai superiori (ci sono episodi biografici di san Giovanni Bosco che applicano in maniera eroica tale istanza, fino al punto di scusarsi davanti ad ingiuste accuse dei Pastori). Quest’ultimo punto ovviamente non esclude la possibilità che i superiori errino, né la possibilità di un confronto e di una critica nelle debite sedi, particolarmente in conformità alle norme del Diritto Canonico.

Spero così di aver chiarito in che modo il carisma di san Giovanni Bosco ci istruisce: non certo nel senso di una sottomissione cieca al Pontefice, piuttosto nella forma di un affetto filiale alla Chiesa che, nei momenti critici, si traduce nel criterio di Sem e Iafet: coprire al pubblico le malefatte dei genitori. Quindi non posso ragionevolmente accettare che in nome di san Giovanni Bosco mi si voglia convincere che il Papa va bene per il fatto stesso di essere Papa, potrei invece accettare che mi sia suggerita la linea di chi amorevolmente copre e tace la fatica dell’ora presente in obbedienza al disegno della Divina Provvidenza, pur essendo ben consapevole dell’anomalia che stiamo attraversando.

Beninteso, restano valide anche le linee tracciate da altri più combattivi santi, quali santa Caterina da Siena (per ministero profetico) o San Paolo di Tarso (per ministero apostolico).
Ciò posto e considerato, mi congedo con le parole che il Santo ha posto al termine della sua Storia Ecclesiastica:
Che debbasi imparare dalla Storia ecclesiastica. - Dalla Storia ecclesiastica noi dobbiamo ricavare alcune verità, le quali ci servano di lume e conforto in questo nostro esigilo. E queste sono:

1° Che la Chiesa è manifestamente la figlia di Dio Padre, la sposa di Gesù Cristo e il tempio vivo dello Spirito Santo; perciocché soltanto coll'aiuto divino essa ha potuto sostenersi, propagarsi e crescere in mezzo a tanti e si fieri contrasti, che per lo spazio di circa diciannove secoli le vennero mossi continuamente da ogni parte.

2° Che non dobbiamo per nulla maravigliarci delle guerre fatte o che si faranno alla santa Chiesa, mentre vediamo che contro di essa la guerra incominciò dal primo giorno della sua esistenza.
La causa di questa guerra è una sola, cioè l'odio che gli spiriti delle tenebre portano a Gesù Cristo, il quale odio essi hanno trovato e trovano sempre il modo di trasfondere in un grande numero di uomini, i quali facendosi ministri a questi spiriti infernali, mossi da loro perseguitano la Chiesa unicamente perché sposa di Gesù Cristo.

3° Che una delle prove chiare della divinità della Chiesa cattolica è il non esservi mai stato alcuno il quale, desiderando di amare Iddio e di applicarsi con tutto lo zelo all'esercizio della virtù, per ottenere questo fine abbia pensato di dovere abbandonare la fede cattolica per rendersi protestante o giudeo o turco, o incredulo. Per contro molti dei più dotti e virtuosi fra i turchi, eretici e protestanti abbracciarono la fede cattolica per divenire più virtuosi e salvarsi eternamente.

4° Che un'altra prova della divinità della Chiesa cattolica sta in ciò, che in punto di morte molti infedeli ed eretici e increduli domandarono di entrare in seno alla Chiesa per assicurare la loro eterna salute: mentre in quel punto fatale nessun cattolico mai domandò di farsi eretico o turco o incredulo per salvarsi eternamente.

5° Che la Chiesa cattolica è fondata sull'autorità del sommo Pontefice, e si conserva e si propaga solo in virtù della fede e riverenza che si porta a questa autorità: e che perciò è cosa della massima importanza il propagare ed accrescere la fede e riverenza verso l'autorità del papa.

6° Che tutti i scismatici, eretici e protestanti, esaminando la storia, trovano il giorno in cui incominciò il loro errore e incominciò la serie dei loro maestri, tra il quale giorno e il tempo, in cui fu Gesù Cristo, passa una certa distanza più o meno grande, per modo che i loro primi maestri non possono in nessun modo dirsi di avere ricevuto da Gesù Cristo medesimo la loro dottrina, né di essere immediatamente succeduti agli apostoli. Per lo contrario la storia dimostra chiaro, che il sommo pontefice Pio IX, capo della Chiesa cattolica, è per una catena non interrotta di papi il successore di s. Pietro costituito da Gesù Cristo medesimo: e che perciò la sola Chiesa cattolica è la Chiesa di Gesù Cristo, mentre le altre, benché si usurpino ingiustamente il nome di chiese cristiane, tuttavia non sono chiese di Gesù Cristo, ma chiese di quell'eresiarca o capo setta, da cui ciascuna di esse ebbe origine.

7° Finalmente comunque vediamo la Chiesa perseguitata, nulladimeno dobbiamo rimanere fermi nella fede, tenendo per certo, che la guerra finirà col trionfo della Chiesa e del suo supremo Pastore. È pertanto nostro dovere di conservare ed accrescere in noi la fede, la speranza e la carità per meritarci di aver parte alla gloria, che Dio tiene preparata ai veri cattolici in Paradiso, dove saremo felici per tutta l'eternità.


 

Evitare lo scandalo nei fedeli?

di Riccardo Zenobi
Fa sempre notizia uno scandalo che riguardi un sacerdote o la gestione finanziaria di una diocesi, e la stampa si butta a capofitto su tali fatti mettendoli in risalto a volte più di quanto meritino. Non intendo negare le responsabilità del clero a tutti i livelli in tali cose, ma da membro della Chiesa non posso esimermi dal dire che la parte maggiore dei problemi d’immagine dai quali è vessata la Sposa di Cristo si poteva evitare se si fosse agito diversamente nella gestione di simili fenomeni, che vengono affrontati con metodi antiquati ed obsoleti.

Il più pernicioso di tutti consiste nel tentativo di non far conoscere certe cose al pubblico per “evitare lo scandalo nei fedeli”, sistema che si risolve sempre nell’ingigantire un fenomeno che all’inizio si poteva gestire e fermare ma che col tempo diventa insormontabile. Non entro nel dettaglio dei fatti di cronaca, e non c’è bisogno di dire che tale metodo non è messo in atto ogni volta da tutti gli ecclesiastici, faccio solo notare i rischi di tale metodo, ben più grandi di quanto si creda e pericolosi per gli stessi ecclesiastici che lo mettono in pratica. Ammetto che quando un vescovo viene a conoscenza di un fattaccio è normale che ne abbia paura e cerchi di limitarne la portata, ma bisogna farsi coraggio ed evitare certe strategie, in quanto sortiscono l’effetto opposto. Purtroppo l’idea che nella mente di certo clero soggiace a tale metodo “antiscandalo” è che i laici non siano in grado di reggere alle brutte notizie e alla cattiva condotta personale di un sacerdote, quasi non fossero abituati a vedere certi vizi, in ogni categoria di persone (attori, politici...), alla televisione a qualsiasi ora. Vedere i laici in questa luce vuol dire solo ritenerli dei “bambini innocenti” (anche questa è una figura mitologica che non è mai esistita) incapaci di sopportare un clero meno che perfetto.

I tempi sono cambiati, il sacerdote non è più l’unico della comunità che sa leggere e scrivere, né vive più come negli anni ’50 quando era praticamente una figura separata dal resto dei fedeli, con una vita del tutto a parte. Nel mondo di oggi i sacerdoti sono uomini come gli altri, a stretto contatto con i laici, i quali a volte vengono a conoscenza di certi problemi e scandali prima ancora dei vescovi e dei responsabili, per cui è assurdo nascondersi dietro un dito per “evitare lo scandalo”: a livello materiale, le cose oggi si vengono a sapere ovunque, basta accendere uno smartphone o un computer, e a livello formale lo scandalo aumenta perché si scopre anche il tentativo maldestro e non riuscito di silenziamento.

A lungo andare, questo è solo un modo per rendersi ricattabili da parte di chiunque – anche con capi d’accusa inventati, come avvenne nella diocesi di Los Angeles qualche anno fa – perché si diventa in qualche modo complici del male compiuto, o quantomeno si è venuto meno al dovere di denunciare certe persone e certe loro condotte. Ne va della stessa persona che mette in pratica questo metodo: alla fine si ritorcerà contro di lui, e finirà coinvolto nello stesso scandalo. I laici ormai sono abbastanza cresciuti nella fede per affrontare la verità, e la Chiesa risulterebbe miglior madre e maestra se facesse fare ammenda ad alcuni suoi membri dei loro errori, compreso questo modo di gestione degli scandali.

 

04 aprile 2018

Calcinacci, fulmini, corvi e profezie: mala tempora currunt

di Giorgio Enrico Cavallo
Cadono calcinacci nella Basilica di San Pietro. Pochi frammenti di stucco, per fortuna senza feriti. I turisti si sono spaventati (il cedimento è avvenuto a due passi dalla Pietà di Michelangelo) c’è stato qualche momento di panico, poi l’area è stata transennata e la situazione è tornata normale.

Chi scrive, però, non può fare a meno di vedere in questo episodio del tutto marginale una valenza simbolica dal valore globale. Perché è sintomatico il giorno del cedimento – il 29 marzo, giovedì santo – e il luogo, nel cuore della cristianità cattolica. Quella che, in questi anni, sembra subire una dissoluzione mai vista prima nella storia. Un vero crollo spirituale.

Non si può fare a meno di pensare. Pensare per segni, unendo alcune immagini altamente simboliche di questi ultimi anni. L’esempio più evidente, la sera dell’11 febbraio 2013, quando il fotoreporter dell’Ansa Alessandro Di Meo scattò una foto memorabile: proprio nel giorno della rinuncia del papa, un fulmine colpiva il simbolo della cristianità! Evento tutt’altro che raro, ma divenuto simbolico per la coincidenza temporale. Poteva riuscirci un altro fotografo; poco importa: ciò che conta è il messaggio che ha scosso il mondo, giunto più veloce delle parole, perché trasmesso con una sola immagine.

La foto del 2013 è un monito, un severo messaggio non più rivolto ai nemici esterni della Chiesa, ma a quelli che in quella Chiesa ci vivono. Lo hanno capito anche i più accaniti nemici della Chiesa, al punto che tutti i giornali pubblicavano, il giorno dopo, questa foto ormai giustamente storica; gli unici che si ostinano a non capire si trovano in Vaticano. Tanto si ostinano, che i simboli si moltiplicano: come quando, il 27 gennaio 2014, le colombe liberate al termine dell’Angelus sono state attaccate da un corvo e un gabbiano. Immagine indicativa della guerra interna alla Chiesa; esattamente un anno prima, le colombe lanciate da papa Benedetto XVI erano tornate precipitosamente dal vicario di Cristo.

Verrà da obiettare: siamo nel 2018, vedere dei simboli in avvenimenti o fotografie è roba da Medioevo. Ben venga, allora, il Medioevo: perché la spiritualità medioevale ha forgiato l’Europa; e la spiritualità di allora era essenzialmente simbolica. La gente conosceva la vita di Cristo e dei santi grazie ai cicli di affreschi e comprendeva i segni dei tempi grazie ad avvenimenti altamente simbolici.
Si badi: il simbolo non è una questione di fede, ma una lettura in chiave divina delle cose umane. Il simbolo è un tramite, non il punto di arrivo. E se l’avvenimento simbolico deve fornirci una chiave di lettura del mondo in cui viviamo, l’avvenimento più simbolico di tutti non è forse l’elezione di un papa mentre è in vita il suo predecessore? Fatto, questo, di per sé unico nella storia recente della Chiesa, e carico di valenza simbolica per il contesto storico nel quale si è sviluppata la vicenda delle dimissioni di Benedetto XVI e dell’elezione di Francesco. In questo contesto, è bene ricordare che da secoli circolano decine di profezie (vere, false, artefatte o del tutto inventate) su questo periodo di travaglio per la Chiesa; un’anomalia così evidente, insieme alla scelta di un nome tranchant con la tradizione bimillenaria della Chiesa e di una pastorale decisamente anomala, possono far drizzare le antenne; specie se gli avvenimenti sono letti con quell’altra frase-simbolo del pontificato di Bergoglio: la “quasi fine del mondo”. Frase probabilmente frutto dell’enfasi del momento e che proprio per questo si carica di un valore altamente simbolico.

Con ciò, non bisogna “demonizzare” o condannare l’attuale pontificato, azione che rischia di tracciare un “prima” e un “dopo” senza senso: la politica e la teologia alla base dell’attuale momento storico della Chiesa hanno origini ormai lontane, e non possono essere ascritte ai soli uomini che oggi reggono le sorti del cattolicesimo. Piuttosto, si può osservare come l’attuale periodo storico sia gravido di segni, i quali devono farci pensare che la deriva progressista degli ultimi decenni non sta portando frutti. Semmai, sta facendo sgretolare la Chiesa.


 

15 ottobre 2017

Intervista al professor Rémi Brague


a cura di Daniele Barale

Un'intervista a tutto campo con uno dei più brillanti pensatori del XXI secolo, per approfondire diversi temi e questioni di attualità. Rémi Brague è docente alle università di Parigi I Pantheon-Sorbona e di Monaco Ludwig-Maximilian. Tra i temi da lui studiati e trattati in diversi saggi, vi sono l'identità europea, il pensiero medievale, la filosofia araba. Nel 2012 è stato insignito del premio Ratzinger, promosso dalla Fondazione Vaticana Joseph Ratzinger - Benedetto XVI, insieme al gesuita patrologo statunitense Brian Edward Daley. In Italia è conosciuto in particolare per i celebri libri: Dove va la storia? Dilemmi e speranze (Editrice La Scuola 2015), Il futuro dell’Occidente. Nel modello romano la salvezza dell’Europa (Bompiani 2005) Il Dio dei cristiani. L’unico Dio? (Cortina 2009); Ancore nel cielo. L’infrastruttura metafisica (Vita e Pensiero 2012).

Professore, spesso si sente dire che per la formazione dell'Europa è stato fondamentale l'incontro tra Roma Atene e Gerusalemme: le cose stanno proprio così?

Vi è una banalità nel parlare delle "tre città simbolo" e nell'affermare che è dalla loro combinazione che viene la civiltà occidentale. Altri oltre me, e ben prima di me, l'hanno dimostrato meglio di me; come Paul Valéry. Per quanto mi riguarda, la novità del mio lavoro sta nell'aver sottolineato l'importanza dell'esperienza romana: la Roma della storia, ma anche e soprattutto l'atteggiamento romano, che ho descritto con i concetti come "la secondarità", "il rinascimento" (distinta dalla semplice reviviscenza), "l'adozione inversa" e così via. I Romani hanno compreso che il loro compito storico consisteva anche nel diffondere una cultura che non era la loro. Non a caso, la secondarità ha questo significato: sapere che ciò che si trasmette non proviene da sé stessi, e che lo si possiede solo in modo fragile e provvisorio. Questo implica tra l’altro che nessuna costruzione storica ha niente di definitivo. Deve essere sempre rivista, corretta, riformata. Perciò, in Europa non vedo tanto la sintesi delle tre città, ma piuttosto, i frutti della "via romana", la quale ha permesso la feconda tensione tra le tre. Ciò ha reso possibile la coesistenza delle caratteristiche di ciascuna: l'impero il diritto da Roma, la filosofia la cultura da Atene, il rapporto con un Dio unico e personale da Gerusalemme, grazie in primis ai cristiani; senza che una assorbisse le altre.

Leggendo le sue opere, appare chiaro che oggi è necessario un ritorno al Medio Evo (epoca tutt'altro che buia) dei padri della Chiesa, dei grandi filosofi teologi scrittori, quali San Tommaso. Perché è così importante ciò, c'entra il bene dell'Europa?

Già, in effetti è così. Ne ho parlato in modo particolare in un libro che non è stato tradotto in italiano, e dal quale è stata lanciata, in qualche modo come una provocazione, l'idea che abbiamo bisogno di un ritorno al Medioevo (Le Propre de l’homme. Sur une légitimité menacée, Paris, Flammarion, 2013, p. 186-189). È chiaro che non ho intenzione di gettare via i contributi dei tempi moderni, alcuni dei quali sono molto positivi nei settori della scienza, della tecnologia, della politica, ecc. Voglio, d'altra parte, l'atteggiamento intellettuale fondamentale del Medioevo, e più precisamente del Medioevo cristiano. Bisogna riprenderlo; mi sembra l'unico possibile, dato che il fallimento del progetto moderno è stato riconosciuto (come ho scritto nel mio ultimo volumone Le Règne de l’homme. Genèse et échec du projet moderne, Paris, Gallimard, 2015). In questo momento, sto cercando di chiarire come tale ritorno potrebbe essere fatto per bene.

I cristiani non credono ad una semplice religione ma all'incontro con Gesù Cristo, Dio Incarnato nella storia. Da questo “Incontro” sono nate concezioni straordinarie come la creazione, la provvidenza, la redenzione, il perdono, le quali hanno permesso la costruzione della civiltà dell'Europa cristiana. Come si possono difendere e riproporre oggi (e qui si pone anche la questione della tradizione), senza correre il rischio di “trasbordo ideologico” e di “cristianismo”, e cioè di trattare il cristianesimo come fosse una 'bella teoria', al pari del liberalismo, dell'occidentalismo, e non un fatto storico?

È proprio per evitare di mettere il cristianesimo sullo stesso livello delle dottrine in "ismi" (marxismo, nazismo, ecc.) che ho inventato questo "spaventapasseri" che è il cristianismo. In francese, non si possono distinguere due parole come in italiano. Ma possiamo distinguere i cristiani che credono in Cristo e i "cristianisti" che credono nel valore culturale positivo della religione cristiana. Queste persone mi sono totalmente simpatiche, dato che è vero che il contributo del cristianesimo è stato e resta una cosa buona. L'invocazione della "civiltà cristiana" non deve tuttavia servire come un camuffamento per politiche che non hanno niente a che fare con il cristianesimo. Il primo passo nella giusta direzione è senza dubbio il ricordarci che questa civiltà cristiana non è stata costruita dai "cristianisti", ma dai cristiani che non pensavano alla civiltà, ma solo a cercare Dio e a seguire Cristo.

Cristo non è venuto per costruire una civiltà, ma per salvare gli uomini di tutte le civiltà. Quella che si chiama “civiltà cristiana” non è nient’altro che l’insieme degli effetti collaterali che la fede in Cristo ha prodotto sulle civiltà che si trovavano sul suo cammino. Quando si crede alla Sua resurrezione, e alla possibilità della resurrezione di ogni uomo in Lui, si vede tutto in maniera diversa e si agisce di conseguenza, in tutti i campi. Ma serve molto tempo per rendersene conto e per realizzare questo nei fatti. Per questo, forse, noi siamo solo all'inizio del cristianesimo.

Come possiamo – noi cattolici – dialogare con l'islam e le altre religioni, senza per questo far perdere le radici cristiane all'Europa?

Il dialogo con l'Islam non ha la stessa natura di quello con, ad esempio, l'ebraismo e il buddismo. Con l'ebraismo abbiamo in comune un libro, quello che chiamiamo l'Antico Testamento, e soprattutto l'esperienza di Dio registrata nel libro. Con il buddismo siamo così lontani che difficilmente si può trovare un terreno di conflitto e che la curiosità può essere reciproca. Con l'Islam, siamo in una relazione di falsa prossimità. Le parole identiche e persino i nomi propri identici (Abramo, ad esempio) riguardano non solo realtà molto diverse ma diametralmente opposte. In effetti, sono stati spesso elaborati dall'Islam con l'intenzione esplicita di differenziarsi dal cristianesimo che era davanti a esso. Certo, non bisogna avere paura del dialogo: quello vero non può minacciare le radici cristiane dell'Europa. Però, sarebbe fatale se si sciogliesse la Fede cattolica in un sincretismo umanitario.

Che cos'è che impedisce alla religione maomettana il dialogo sereno con chi non fa parte dell'umma? C'entrano le influenze nestoriane e gnostiche su Maometto, le quali hanno reso l'islam una méontologia, ossia la negazione del valore di tutte le realtà – quali una sana idea di laicità, la Verità come Logos comunicabile e intellegibile, la dignità della persona – considerate in opposizione al corano?

La gnosi è una parola molto vaga, in cui possiamo introdurre quantità di significati, talvolta contrari l'uno all'altro. Non è solo nell'islam che se ne possono trovare tracce. Sono molto più chiare in alcuni aspetti del progetto moderno. Erich Voegelin ne ha avuto l'intuizione, che senza dubbio ha spinto troppo lontano. Non è assente dall'Islam, dove riceve anche un nome completamente positivo lodatore, quello di 'irfān'. Ma conosce forme meno virulente di quelle che si sono sviluppate nel cristianesimo. È normale che la gnosi minacci di più la religione dell'incarnazione e non l'islam, che respinge, al contrario, l'idea che Dio sarebbe entrato nella storia umana, facendo un'alleanza con un popolo (giudaismo) e incarnandosi per portare a compimento quell'alleanza. Di conseguenza, l'islam può tranquillamente assumere temi di origine gnostica (sópra tutto la sua teologia islamica, la quale si è costituita in polemica contro il cristianesimo), forse passati dal manicheismo. O temi neoplatonici.

Lo “scontro” tra islamici e cattolici non rischia di avvantaggiare proprio quelle realtà del post-umanismo da rivoluzione biopolitica e gnostica, penso a certe potenti lobby come Google Facebook Amazon Planned Parenthood, insofferenti alle tradizioni, alle religioni, e soprattutto alla Chiesa cattolica, ultimo baluardo tra il loro tentativo di trasformare l'uomo, homo religiosus-viator, quindi con un'identità precisa e in relazione con Dio e le altre persone, in una “monade” liquida, chiusa in se stessa e modellabile secondo certi piani (da qui il gender il relativismo il nichilismo e altri mali)?

Un pericolo che non è da escludere. Lobby come quelle appena citate, dove lo spettro del "transumanismo" si manifesta, mi sembrano essere soprattutto il punto avanzato di un movimento di grande portata. Esse hanno tutto l'interesse a cercare di ridurre le società umane in una polvere di atomi isolati, e di conseguenza, a combattere tutto ciò che è in grado di frapporsi con valori e princìpi tra loro e l'uomo, come le religioni, come la Chiesa cattolica in primis. Il sogno di queste élite è di gestire le macchine, la tecnologia e imporre il consumismo alle persone.

La “via” che Benedetto XVI propose ai musulmani a Ratisbona può essere un grande aiuto per risolvere problemi come quelli sopra citati?

Il discorso di Regensburg è un grande testo, ho avuto la possibilità di commentarlo (Der Kosmos der Vernunft und sein Schöpfer. Marginalien zur Regensburger Rede H.-R. Tuck (ed.), Der Theologenpapst. Eine kritische Würdigung Benedikts XVI, Freiburg e altri, Herder, 2013, pp. 97-112). Non aveva come tema centrale l'Islam. La rabbia del mondo islamico è stata provocata dalle manipolazioni dei media, rilanciate dalle autorità locali. Il vero argomento del discorso era la ragione e i pericoli che la minacciavano. Tuttavia, indirettamente, la domanda proposta può rivolgersi ai musulmani che riflettono sulla propria religione.

L'apologetica musulmana sostiene, ribadisce che l'Islam sia una religione razionale, a differenza del cristianesimo che ammette "misteri". Questo è facile da sostenere quando ci si trova all'interno dell'islam. Ma è da soli, senza autorità, che riconosciamo l'autenticità della profezia del Mahomet e della "divina origine del Corano"? E se l'islam pretende di avere solo fatti tangibili, poi come può sostenere di avere un contenuto rivelato? Quanto è interessante ciò? In che modo non è inutile?

In questa epoca, da “after virtue” come ci ricorda MacIntyre, non dissimile quindi dalla caduta dell'impero romano, appare fondamentale La Città di Dio di Sant'Agostino. Che cosa dobbiamo prendere dalla sua opera e dal suo pensiero?

L'opera di Sant'Agostino è arrivata infatti in un momento in cui l'Impero Romano, diventato cristiano, era minacciato. La tentazione di tornare agli dèi del paganesimo era grande durante quel momento. Oggi, non abbiamo più l'esperienza pagana del mondo. Non possiamo più seriamente pretendere di vivere in un mondo pieno di sacralità. La conoscenza che la scienza ci ha dato della natura ci impedisce di vedere ninfe nelle sorgenti, Giove dietro i fulmini.

Oggi abbiamo sostituito gli dei pagani con quello che chiamiamo "valori". Così, per i francesi, vi sono i "valori della Repubblica". È da loro che attendiamo la salvezza. È importante sconfiggerli con tanto rigore, anche crudeltà, come ha fatto Sant'Agostino contro le divinità romane. Lo ha fatto per dimostrare che se si può chiedere ("agli altri, naturalmente") di morire per esse, esse non sono in grado di far vivere.

Per affrontare in modo appropriato il problema immigrazione, quanto risulta importante rileggere ma in primis ascoltare l'Ecclesia in Europa di Giovanni Paolo II?

Non poco. A causa della sua origine polacca, Giovanni Paolo II aveva avuto un'esperienza diretta dei due grandi mostri del XX secolo, il nazismo e poi il comunismo. Aveva capito la tentazione di disperazione e di ritiro in un felice passato, che è in gran parte immaginario. La sua enciclica è incentrata sulla speranza. È là che lui, per la prima volta, parla di "cultura della morte". L'espressione è in sé contraddittoria, in quanto la cultura è solo una cultura della vita. Ma questa contraddizione è utile per spiegare le nostre società così contraddittorie. È il vuoto prodotto dalla cultura della morte che spinge molti ad immigrare. È questo vuoto, soprattutto, che fa immaginare noi cattolici incapaci di offrire loro la Fede.

Per rimanere in tema letture. L'ironia, la profondità, l'epicità, contenute nelle opere di autori come Chesterton Tolkien Lewis, possono essere aiuti validi per rivitalizzare la presenza dei cattolici nello spazio pubblico e contribuire così al bene comune?

Hai nominato qui tre autori inglesi che sono tra i miei riferimenti preferiti. Ho letto con gioia le loro opere, e con poca o nessuna interruzione. Tolkien, un filologo, è meglio conosciuto come scrittore fantasy, grazie a quell'opera grandiosa che è Il Signore degli anelli. Chesterton scrisse romanzi, "storie poliziesche" con protagonista padre Brown e saggi. Lewis era uno storico della letteratura, ma anche un apologo capace di ragionare come filosofo e un romanziere: Le cronache di Narnia, la trilogia cosmica, e A viso scoperto-Till have faces sono opere straordinarie. Con questo intendo dire che gli argomenti storici e filosofici, che sono indirizzati alla ragione, devono essere completati da narrazioni capaci di toccare l'immaginazione. Si tratta anche di mostrare il mondo in una luce cristiana. E scrittori, poeti, romanzieri o drammaturghi vi riescono meglio dei filosofi. Penso, in quanto francese, a Péguy, Claudel o a Bernanos.

https://labaionetta.blogspot.it/2017/10/conversazione-al-fronte-Remi-Brague.html


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19 settembre 2017

Immigrazione e ius soli: il papa torni a fare il papa


di Giorgio Enrico Cavallo

Già speravamo in un cambio di rotta. Bergoglio, di ritorno dalla Colombia, era parso più moderato del solito in merito al suo cavallo di battaglia preferito: l’immigrazione incontrollata. «Un governo – aveva detto – deve gestire questo problema con la virtù propria del governante, cioè la prudenza. Cosa significa? Primo: quanti posti ho? Secondo: non solo riceverli, ma anche integrarli».
Noi però stavamo in campana, perché sperare è una bella cosa, ma conoscendo i nostri polli temevamo che le prudenti parole del papa, a conti fatti, non significassero granché. Ed effettivamente, su Repubblica, giornale preferito di Bergoglio, è comparsa la notizia di un patto segreto tra Gentiloni e il Vaticano per far annegare definitivamente questo sventurato paese: approvare lo ius soli in fretta e furia. “Missionario” inviato per questo delicato incarico, monsignor Rino Fisichella, che avrebbe l’arduo compito di forzare la mano al tetragono Angelino Alfano.
Come che stiano le cose davvero, non è dato sapere. Semmai, avremmo infiniti motivi per preoccuparci; e non soltanto perché l’invasione in atto diventerebbe ancora più endemica, dando il via libera ad una sostituzione etnica e culturale che non avrebbe eguali nella storia europea; ma, prima ancora, perché allo stadio attuale ne va di mezzo il buon nome della Chiesa Cattolica.
Perché, signori, la Chiesa Cattolica non è un’Onlus impegnata nel sociale. Occorre che qualcuno lo dica ai nostri pastori, e spiace che quel qualcuno debbano essere le modeste colonne di questo blog: Cristo, quando ha detto a Pietro che sarà “pescatore di uomini”, non gli ha dato la patente nautica per “salvare vite umane” davanti alle coste libiche. Il telos, il fine, era leggermente diverso. La Chiesa dovrebbe occuparsi delle cose di Chiesa: un mantra che abbiamo sentito più volte, quando i pontefici e i cardinali cercavano di dire la loro sulle cose politiche di casa nostra. Com’è che da quando in Vaticano c’è Bergoglio, nessuno parla più di “ingerenza ecclesiastica”? Mistero. Eppure, siamo di fronte ad un pontefice che ben più dei suoi predecessori sembra prediligere il protagonismo politico; poiché, tuttavia, la politica di Bergoglio va a braccetto con quella dei poteri forti che governano il mondo (coincidenze?), allora tutto va bene: l’ha detto il papa, s’ha da fare!
Il papa, d’altronde, non ha il problema della scadenza del mandato; il fatto che gli italiani sembrino avere le scatole piene dell’incapacità con la quale è gestita l’immigrazione, non lo riguarda. Lo riguarda – questo sì – la gestione delle anime. Perché la Chiesa – si diceva – non è un’Onlus e deve pensare a come mandare in Cielo le anime; non a come legalizzare in Italia i clandestini. Ciò, oltre a non essere lo scopo dell’istituzione ecclesiastica, costituisce in estrema sintesi un madornale errore storico. Sì, perché da sinistra e da destra hanno ripetutamente accusato la Chiesa di essersi, nell’ordine: macchiata della terribile colpa delle Crociate; aver mandato sul rogo milioni di streghe; aver creduto che la Terra è piatta; aver fatto abiurare Galileo; aver spento il lume della ragione nei popoli, con tanto di festini a base di oppio&religione; aver taciuto sulla deportazione degli ebrei; e via dicendo. Molte di queste storie sono bugie con il naso lungo, altre hanno le gambe corte; eppure, nonostante l’evidente assurdità di buona parte delle accuse rivolte alla Chiesa, salta sempre fuori qualcuno che domanda, testualmente: “E le crociate?”. Siamo tutti testimoni che, non appena un cattolico prova a difendere la Chiesa in una pubblica discussione, si trova a dover smentire o a dover giustificare l’operato degli uomini di chiesa del passato. «E le crociate?». «E Galileo?». «E i preti pedofili?». Facciamo attenzione, perché tra qualche anno potrebbe aggiungersi la domanda: «E la sostituzione etnica del continente europeo incentivata da papa Bergoglio nel corso del suo pontificato?». Quante anime sta allontanando dalla Chiesa – e dalla fede – l’insensata accoglienza senza freni? Quante anime sono turbate dalle parole del papa sull’immigrazione? Quante anime non riescono a darsi risposta – forse perché la politica dell’accoglienza senza freni è contraria all’insegnamento cattolico? – ed iniziano a prendere in antipatia la Chiesa e il papa che la rappresenta? Non si rendono conto, in quel di Santa Marta, che così stanno distruggendo il personaggio del “papa-buonasera”, il papa dei bagni di folla, il papa dei sorrisi e degli abbracci; personaggio che, all’inizio del pontificato, aveva portato masse oceaniche in piazza san Pietro.
È evidente che le follie umane si pagano. Le politiche folli hanno riempito i cimiteri e creato disastri economici incalcolabili. Gli errori della Chiesa si pagano nello stesso modo: semplicemente, perché allontanano i fedeli dalla loro Madre spirituale. Lo vediamo già adesso: piazza san Pietro, all’Angelus della domenica, è sempre più deserta. Forse, perché per sentire un comizio politico di sinistra, uno va alla festa dell’Unità: almeno ci sono anche le braciole e non si deve stare sotto il sole o sotto la pioggia per mezza giornata. Forse a Santa Marta non se ne sono accorti, e allora toccherà nuovamente a questo misero blog spiegare ciò che è evidente: Bergoglio viene percepito sempre più come il leader della sinistra mondiale e sempre meno per ciò che è, cioè il 266esimo successore di Pietro. Non sappiamo quale ruolo egli ami di più interpretare; di certo, il film che stiamo vedendo in questi anni dopo un po’ ha stancato: Bergoglio ha condensato nella sua figura tanto il ruolo di don Camillo che quello di Peppone. Noi, a dirla tutta, rivogliamo don Camillo.


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11 maggio 2017

Le veglie anti-omofobia in chiesa


di Alfredo Incollingo

“La Repubblica” ha dato la notizia con toni euforici: finalmente la Chiesa si è schierata apertamente contro l'omofobia. Così titola questa novità il giornale di Scalfari: “Porte aperte ai gay, la svolta della Chiesa. In parrocchia le veglie antiomofobia”. Il “non giudicare” di Papa Francesco, secondo gli articolisti, ha dato i suoi frutti. Basta discriminare, adesso tocca accogliere e, perché no, dare spazio al matrimonio omosessuale. Per i giornali più avveduti è un atto di sottomissione, di conformismo al mondo, un chiaro gesto di resa agli assalti del mondo. Forse, per piacere di più, il cattolicesimo vuole darsi una veste “giovanile” e “fresca”, spazzando fuori ciò che risulta sgradito ai più. Il 17 maggio ricorrerà la “Giornata mondiale contro l'omofobia” e diverse parrocchie italiane hanno annunciato di partecipare all'evento. I protestanti già da tempo hanno aperto le loro porte al mondo LGBT e adesso i cattolici si sono schierati al loro fianco.

A Milano, a Palermo, a Firenze e in tante altre città italiane nelle chiese si terranno eventi all'insegna dell'amore e contro ogni forma di discriminazione. Nel capoluogo lombardo la parrocchia di Santa Maria della Passione, in collaborazione con i valdesi, ospiterà una veglia contro l'omofobia. In Sicilia, a Palermo, i cattolici e i luterani faranno la stessa cosa: saranno i gesuiti a porsi in prima fila contro le discriminazioni sessuali! Anche la diocesi di Genova, guidata dal cardinale Angelo Bagnasco, che ha sempre negato ricorrenze del genere, ha finito per cedere alle lusinghe LGBT. Di fronte a queste notizie non possiamo non rimanere basiti. Così giustamente commenta Il Giornale: “I tempi della De pastorali personarum homosexualium curata dell'allora cardinale Joseph Ratzinger non sono mai stati così lontani: era il 1986 e l'allora Prefetto della Congregazione per la dottrina della Fede definiva l'inclinazione omosessuale come "oggettivamente disordinata" dal punto di vista morale. Un'altra epoca storica.” I commenti entusiasti provengono soprattutto dal mondo cattolico. "Mi sembra il segno più evidente di come la Chiesa stia cominciando a interrogarsi seriamente su quanto affermava il Sinodo dei vescovi, circa la necessità di costruire una pastorale di accoglienza per le persone Lgbt e i loro familiari", afferma Innocenzo Pontillo, portavoce del progetto “Gionata” su fede e omosessualità.

Le parole di giubilio più intense sono proferite dagli ambienti più progressisti della Chiesa Cattolica. Don Franco Barbero ha dichiarato la positività di questa iniziativa e la necessità di una maggiore apertura per uscire dal “medievalismo” che alberga ancora nel cattolicesimo. Così ha affermato: “Queste veglie sono il segno di una Chiesa che vuole cambiare pelle anche se, a onor del vero, esiste ancora una parte che resiste e all'interno della quale è diffusa l'indifferenza. C'è ancora chi non solo non partecipa alle sofferenze degli omosessuali ma un po' le irride e ne prende le distanze. Il motivo per me è semplice: chi prende le distanze lo fa perché ha paura di sé. Se la Chiesa guarda al proprio interno, infatti, scopre di avere degli omosessuali nella scala gerarchica e di questa evidenza ha paura. In sostanza teme di riconoscere negli altri ciò che è anche in sé. Sono le nostre paure a renderci diffidenti verso gli altri. Mentre l'accoglienza deve essere sempre senza se e senza ma, in caso contrario non è accoglienza."

I segnali di un'apertura al mondo LGBT erano già evidenti da tempo in molti settori. Recentemente ha fatto scalpore il caso di Padre James Martin, consulente della “Segreteria per la Comunicazione della Santa Sede”. Il 5 maggio ha pubblicato su Facebook un post eclatante che ha suscitato numerose voci di critica: “Una certa parte dell'umanità è gay. Anche una certa parte dei santi poteva esserlo. Potresti essere sorpreso quando in Paradiso verrai salutato da uomini e donne Lgbt.”
Il mondo cattolico sta dando pericolosi segni di decadenza e, come spesso è accaduto, tocca ai laici subire ciò che il clero non è capace di affrontare.

Dopo il Mondo Nuovo, la chiesa nuova.
 

26 ottobre 2016

Menzogna o Verità – conversione dall’umanesimo ateo e dal politicamente corretto


di Riccardo Zenobi

Giovedì 13 ottobre si è tenuta una conferenza ad Ancona, organizzata dall’Associazione Oriente Occidente, il cui relatore, Danilo Quinto, non ha bisogno di presentazioni, essendo molto noto per la sua conversione a Cristo dopo una vita da radicale. Durante l’incontro si è parlato di come il politicamente corretto sia del tutto corrosivo con ogni cosa con la quale entra in contatto.

Per presentare questa realtà, l’incontro è iniziato con una metafora: il politicamente corretto è stato paragonato ad un acido, che scioglie qualunque cosa con la quale entri in contatto, e che si attacca come una ventosa a ciò che capita nel suo raggio d’azione, come una calamita che attira il metallo. Questo acido dissimula la sua azione dietro una maschera di “tenerezza”, dietro un sentimento egualitario, che disgrega tutto allo stesso modo, facendo perdere identità ad ogni cosa. Da qui il nome di acido tenerico.

Questo acido si è impadronito delle istituzioni laiche, e il posto delle leggi giuste è stato preso dalla loro amministrazione arbitraria. Chi ne conosce i meccanismi, ne governa l’uso, e sa che deve mantenere una parvenza di legalità per non svelarne l’utilizzo e il fine verso cui è usato.

Quanto detto ha un correlativo nella Chiesa cattolica: non c’è una sostituzione chiara e palese della Persona di Gesù e della Dottrina Rivelata (la Parola di Dio), ma si usano dei termini ambigui, esterni alla Rivelazione, che dovrebbero mascherare la sovversione in atto con termini mielosi e soggetti a ciò che Amerio chiamava “anfibolia”. L’obiettivo di tali forze è di dissimulare la falsificazione del Cristo operata tramite nuove espressioni.

Tornando alle istituzioni laiche, il 2 giugno 2016 è stato dichiarato che i fondamenti dell’Italia sono la libertà e l’uguaglianza – ossia il motto della rivoluzione francese. In tal modo si negano tutte le identità e le caratteristiche proprie dei popoli, che così diventano intercambiabili e ugualmente indifferenti per chi governa in nome dell’ideologia giacobina. Jan Patocka dichiarò, appena dopo la seconda guerra mondiale, che l’Europa non è né un’espressione politica né un’espressione geografica, ma è fondata sulla risposta di Cristo a Pietro alla domanda “Quo vadis Domine?”: Vado a farmi crocefiggere una seconda volta. Solo per questo motivo l’Europa è stata per secoli difesa dai cristiani. Ora si è annientata da sola, affidandosi alla massoneria.

Riportando le parole dell’indimenticato Mario Palmaro, chiediamoci: che cosa deve accadere ancora perché ci si indigni? Come singoli cattolici, e non come movimenti, i quali sono diretti da personaggi carismatici e basta. Cos’altro deve accadere?
Sono 50 anni che non ci battiamo per la Regalità sociale di Gesù Cristo, e per questo i cattolici non hanno alcun peso nel mondo politico: non abbiamo idea di cosa vogliamo, di quali sono i fini per cui lottiamo, e prendiamo per buona e intoccabile la peste del liberalismo (così la definì Pio XI nell’Enciclica Quas Primas del 1925). In un paese dove la parola “natura” è solo nei documentari di Piero Angela, e dove parlare di “natura umana” è vietato, come meravigliarsi che si affermino i famosi “diritti” LGBTetc? Tale situazione politica è la conseguenza della situazione ecclesiale, da decenni a questa parte.

Dio giudicherà questa generazione, compresi i suoi politici e i suoi ecclesiastici, ogni persona che l’ha guidata verso questa anticipazione dell’inferno in terra. Al singolo credente rimane quanto scritto nella lettera di san Paolo ai Galati: non deve essere menzognero, deve vivere in verità, ricapitolando in Cristo tutte le cose.

Per salvare la propria anima, la propria fede e la propria ragione, occorre usare il principio di non contraddizione, il quale è come il sale da mettere nella propria vita, che combatte l’acido tenerico. Seguire l’insegnamento espresso nella prima lettera di Pietro: comportatevi come uomini liberi. La sola strada da percorrere è quella di Gesù a Gerusalemme, sul Golgota: se ci si vuole salvare dal putridume, guardare la Croce. Il resto non conta nulla. Occorre amare la Croce, non gli uomini. Prima viene l’amore di Dio, poi attraverso di esso l’amore del prossimo. La Croce può concedere consolazione e gioia, trasformare il lerciume in perle di carità e amore. La Verità è il corpo di Gesù Crocefisso, e dobbiamo imitarlo. Santificando così la nostra vita, che diventa piena e degna di essere vissuta.

Come disse don Divo Barsotti, un grande mistico del novecento, chi si sente peccatore non è lontano da Dio: chi si sente santo lo è. Perciò non disperiamo: noi siamo TUTTI peccatori. E solo gridando la verità, che è Lui, possiamo confidare nella Sua misericordia.
 

05 luglio 2016

L’impero romano distrutto dagli immigrati


di Enrico Maria Romano

La questione dell’immigrazione-invasione sta diventando una delle più urgenti e delle più necessarie da affrontare per tutti i liberi e consapevoli cittadini d’Europa. La cattiva informazione, così tipica dei mass media democratici come stampa e TV, su questo tema è giunta a picchi insormontabili di menzogne, omissioni, confusioni, raggiri e ricatti morali indecenti e inauditi.
“Chi è per l’immigrazione è buono; chi è contrario è cattivo”: questo il luogo comune, il pregiudizio e l’affabulazione implicita in innumerevoli discorsi, articoli strappalacrime e dibattiti in cui risulta sempre più difficile restare fuori dal coro, razionali e sordi al frastuono delle contro-verità.
L’eccellente rivista web Il Covile faceva stato, nel numero 846 (aprile 2015), della correlazione tra diffusione dei mass media e indottrinamento delle masse, masse che però da qualche tempo, lentamente ma sicuramente, cercano sempre più informazioni autentiche e non manipolate sui blog liberi più che sui quotidiani di regime. L’autore dello studio, l’ottimo giornalista-studioso Armando Ermini, titolava il suo documentato dossier di 8 fitte pagine “Come tenersi informati nonostante la stampa”… Già!
Tra le notizie positive prodotte da Ermini spicca il fatto che grosse fette di cittadini italiani, tedeschi e americani non credono più ai mass media tradizionali, e i quotidiani ad esempio calano regolarmente, al di qua e di là dell’Oceano, i lettori e gli abbonati (statistiche ufficiale della FABC). Nell’Italia dei primi anni ’40, ricorda Ermini, esistevano 66 quotidiani che vendevano “oltre il doppio di copie rispetto ad oggi” (p. 1). Certo senza radio e TV generaliste, ma anche con meno italiani e assai più analfabeti di oggi. Interessanti poi le citate statistiche di “eticità” attribuita alla stampa. Essa sia tra la gente comune che tra i giornalisti, gli addetti ai lavori, è percepita come bassa (rispettivamente 53,7% per la gente comune e 84,6% per i giornalisti che quindi diffidano dell’imparzialità degli stessi giornali su cui scrivono).
Ebbene per farci un’idea semplice e chiara dei rischi dell’immigrazione attuale, in tutto e per tutto diversa dalle immigrazioni otto-novecentesche (tirate in ballo come i cavoli a merenda), è utilissimo leggere tutto d’un fiato il breve e succoso pamphlet di Giuseppe Valditara, Ordinario di Diritto Romano all’Università di Torino e studioso di questioni politiche contemporanee.
Se il titolo è già chiaro e ad effetto ("L’impero romano distrutto dagli immigrati", edizioni Il Giornale, pp 52, € 2,50), il sottotitolo lo è ancor di più: “Così i flussi migratori hanno fatto collassare lo stato più imponente dell’antichità”. Niente di meno!
“Roma venne fondata, secondo Varrone, nel 753 a.C. L’ultimo imperatore romano d’Occidente [Romolo Augustolo] venne deposto nel 476 d.C. Una comunità  statuale durata oltre 1200 anni è già un record, ma l’impero di Roma fu anche il più grande di tutti i tempi. E, soprattutto, Roma è stata il pilastro della civiltà occidentale. Non solo ha influenzato la lingua della gran parte delle popolazioni d’Europa, ma anche il diritto dei popoli di mezzo mondo, ha tracciato le grandi vie di comunicazione, ha influenzato l’architettura e, soprattutto, ha dato all’Europa moderna alcuni valori essenziali” (p. 7). Si può e si deve aggiungere, da cattolici, il ruolo provvidenziale di Roma e del suo impero come fu riconosciuto chiaramente dai Padri della Chiesa e nel Medioevo. Gli stessi sommi Pontefici, come Pio XII e Paolo VI, solo per citarne due tra i più celebri, fecero vari discorsi in cui celebrarono la grandezza di Roma e del suo ruolo di Città-Civiltà destinata da Dio ad essere davvero Caput mundi in quanto sede del Vicario di Cristo e Capitale eterna della cristianità.
Ebbene il Valditara mostra bene come nella politica romana ci furono sempre due pilastri uniti e indivisibili: l’apertura all’esterno, fino alla concessione della cittadinanza romana agli stranieri (e agli stessi barbari) e “la prioritaria difesa degli interessi della res publica” (p. 8).
Tutta la storia di Roma, dalla monarchia alla repubblica all’impero, è un frullato e un mix di popoli, razze e culture diverse. Ma l’armonia si fondò sulla forte identità culturale di Roma. “La nascita della civitas avviene secondo la tradizione con la costruzione delle mura. Nella narrazione degli antichi la costruzione delle mura viene prima dei templi, delle strade, degli acquedotti e delle case. La storicità delle mura romulee è stata dimostrata dagli scavi degli archeologi” (p. 8). Le mura, a ben pensarci, sono un vero segno di amore. Chi di noi vorrebbe una casa senza mura? Costruire delle mura di cinta, come si faceva per ogni città e borgo del Medioevo e della stessa età moderna, e perfino nei conventi, era un segno di amore e di cura per ciò che era contenuto nelle mura stesse. Le mura della città ci dicono che quello che circondano è importante, i cittadini contano qualcosa per chi presiede al bene comune. Non a caso, ricorda l’Autore, le mura vengono definite già dai romani antichi come sanctae: “Le cose sanctae sono divinae. Dunque è evidente un collegamento con il mondo religioso” (pp. 8-9). Ancora: “Le mura rispondono ad una esigenza di protezione e di differenziazione. Le mura difendono da predoni e invasori (…). Le mura rendono riconoscibile l’extraneus, cioè colui che sta al di fuori, e l’indigeno, cioè colui che è generato all’interno. Le mura dunque identificano e separano” (p. 9). Che bello e commovente nel mondo post moderno tutto liquidità, sottilità, confusione (perfino sessuale e naturale, oltre che etnica e sociale) questo elogio delle mura!
Eppure, senza nessuna contraddizione reale, “i Romani, a differenza di altri popoli antichi, hanno nel loro archetipo l’idea dell’unità della diversità. Roma nasce dall’incontro di popoli e culture differenti” (p. 10). L’intero libretto di Giuseppe Valditara ci dà numerosi esempi in tal senso: Lavinia che sposa il troiano Enea (uno straniero dunque) da cui nasceranno attraverso Silvio, Romolo e Remo (p. 11); il ratto delle sabine, ovvero di donne non-romane (p. 12); i sette re di Roma, con vari stranieri tra i re (Numa Pompilio sabino, Tarquinio Prisco etrusco, etc.); la prima opera letteraria in latino compilata dal greco Livio Andronico; Ennio, “il poeta nazionale per eccellenza, era originario del Salento” (p. 15), Catullo veronese, Virgilio mantovano, Tito Livio padovano, etc. etc.
Gli immigrati faranno fare a Roma un decisivo salto di qualità. La Roma latino-sabina era poco più che un villaggio di pastori e contadini. Saranno i re etruschi, portatori di una civiltà più evoluta, a darle le grandi mura, i grandi palazzi e i grandi templi” (p. 17). D’altra parte, come scrive Polibio, “i Romani sono più pronti di ogni altro popolo a mutare i costumi e adottarne di migliori” (p. 20). Ma allora, immigrazione sì o immigrazione no, si chiederà il lettore? Ebbene per Roma, esemplare anche in questo, non c’erano dubbi: tutto dipende dall’apporto degli stranieri. Infatti, “non tutto ciò che arrivasse dall’estero andava bene: solo ciò che rappresentava un miglioramento, non ciò che peggiorava la vita, le istituzioni, i rapporti sociali” (p. 23). Il criterio non fu mai, salvo alla fine (e ciò provocò l’anarchia), il diritto presunto dello straniero ad essere equiparato al cittadino – vera mostruosità logica e giuridica – ma il bene comune della patria, a volte avvalorato dallo straniero, a volte minato dal barbaro di turno.
Fatte le debite proporzioni non è un criterio valido ancor oggi? Sì, salvo volere, come forse vogliono i poteri forti internazionali, abolire le frontiere e cancellare gli Stati nazionali, creando così l’uomo cittadino del mondo, senza doveri e con infiniti diritti, nella più pura tradizione utopica. Tutta la vita contemporanea instabile, ondivaga, senza lavoro fisso, patria fissa, famiglia fissa porta a questo: ma è la cultura attuale che deve essere corretta, non le leggi stabili della corretta vita civile.
Di più. “Una delle caratteristiche del genio romano fu tuttavia quella di non ricevere mai passivamente, di non subire i contributi dall’esterno, ma di rielaborarli e farli propri, in altre parole di romanizzarli” (p. 24). Così nei secoli passati, l’Europa quando accolse cittadini non europei, li cristianizzò, almeno tendenzialmente, facendoli divenire parte del tessuto sociale e culturale dominante. Ma oggi che l’Unione Europea vuole scristianizzare l’Europa, non esiste più collante comune né tra gli europei, né tra gli abitanti stessi degli stati che la compongono, se non la vita occidentale nichilista e priva di valori, tranne l’accoglienza (ammesso che sia un valore…).
Claudio imperatore disse: “I Galli si sono assimilati a noi nei costumi, nelle arti, nei vincoli di sangue” (cit. a p. 26). Chiaro? “Gli stranieri rimodellavano la loro esistenza sugli schemi e sui valori romani” (p. 30). E quando così non era esisteva “la revoca della cittadinanza a chi era già [divenuto] cittadino, ma aveva dimostrato di non meritarla” (p. 35).
Il merito è un criterio evidentemente etico e pre-politico, e come tale non superabile. Oggi che il tasso di criminalità presso chi sbarca sulle nostre coste è piuttosto alto, chi merita di divenire cittadino italiano? E chi non lo merita, dopo constatate malefatte, che fine fa? Lo sappiamo tutti: si fa finta, per buonismo, di non vedere. Ma sono proprio i nostri poveri a soffrire di più e si fa finta di non vederli… Tutto questo crea gioco forza insofferenza nell’italiano medio che viene trattato peggio (più tasse, più regole da seguire e meno diritti) del new entry… Al contrario la politica di Roma, ispirata alla filosofia romana realista, fu altra: “Nel 187 a.C. vengono espulsi ben 12.000 Latini immigrati”. (p. 36). Secondo il padovano Tito Livio, che difende il provvedimento, la ragione era che costoro erano diventati “un peso insopportabile per Roma”. D’altra parte, “La difesa dell’ordine sociale e della stabilità interni avevano la preminenza su qualsiasi altra valutazione, anche di carattere umanitario” (p. 38).
Oggi dovremmo, secondo il pensiero dominante (ma impopolare: Brexit docet) accogliere tutti i poveri, tutti i profughi, tutti gli sbandati, tutti i senza patria e tutti i criminali del pianeta. E’ sensato tutto ciò? E’ conforme al bene comune delle nostre nazioni, e specialmente dei suoi ceti economicamente e psicologicamente più fragili ed emarginati, come disoccupati e anziani?
Questa, esattamente questa, fu la causa o almeno una delle cause, secondo l’Autore, del definitivo crollo di Roma. Dopo il periglioso editto di Caracalla del 212 d.C. che concedeva la cittadinanza a tutti coloro che vivevano all’interno dell’Impero, fu un continuo di invasioni barbariche di Vandali, Alani, Svevi, che crearono “enclave autonome” (p. 43). In seguito, ai temibili “Goti, per la prima volta nella storia di Roma, fu consentito di vivere all’interno dell’impero senza sottomettersi, rimanendo un’entità autonoma, con proprie leggi, proprie tradizioni” (p. 44). Sembra quasi che si parli dell’immigrazione mussulmana del XXI secolo… “Si rinnegava il principio tradizionale che vedeva passare l’integrazione attraverso l’assorbimento. L’integrità dell’impero era stata di fatto spezzata e si era creata una spina nel fianco imperiale che ebbe un ruolo importante nel crollo finale” (pp. 44-45).
Così nel 408, nel cuore di una Roma già ampiamente cristianizzata, “stando alla testimonianza di Sant’Agostino, i Visigoti compirono violenze atroci in ogni quartiere e senza distinzione di ceto sociale, saccheggiarono beni, pubblici e privati, eseguirono torture indicibili e stupri numerosissimi, compiuti persino a danno delle monache. Roma non riuscì più a risollevarsi” (p. 45).
Ma al crollo politico della Roma imperiale fece seguito la resurrezione della Roma cristiana guidata dai Pontefici e il suo rinnovato impero con l’incoronazione di Carlo Magno nel Natale dell’Ottocento. Un crollo odierno sarebbe ben più drastico poiché lo spirito non è pronto e la carne è debole.
 

22 giugno 2016

San Tommaso Moro: morire per l'obiezione di coscienza


di Alfredo Incollingo

Thomas More era il Lord Cancelliere del re inglese Enrico VIII. Ricopriva un ruolo di degno rispetto nella corte reale ed era probabilmente il notabile più invidiato e “quotato” nel regno e in Europa. La sua fama lo precedeva dovunque e, prima di divenire un alto dignitario, svolse con successo le numerose missioni diplomatiche nel continente che gli valsero la stima e il rispetto del monarca. Thomas era anche un noto e apprezzato umanista, amico di Erasmo da Rotterdam e un autore raffinato. “Utopia”, l'opera più conosciuta del More, divenne un testo letto nei principali circoli umanisti dell'epoca e ancora oggi conserva la sua positività, nonostante si parli di un mondo utopico, inarrivabile.
More aveva le “carte in regola” per assicurarsi una vita di successo e di ricchezza per sé e per i suoi discendenti, ma preferì morire piuttosto che andare contro la sua coscienza e la sua fedeltà alla Chiesa Cattolica.
Thomas More, come i primi martiri della Chiesa, è un obiettore di coscienza. Anche oggi esistono e per fortuna aumentano di numero tra le tante invettive dei media e dell'intellighenzia libertina e progressista. Con tenacia si resiste alle polemiche e alle parole blasfeme, ma, lo possiamo dire, oggi siamo fortunati, non siamo ancora arrivati alla condanna a morte, sebbene vi siano già delle avvisaglie di persecuzione. Il “caso More” è un monito a non cedere, anche di fronte alle ripercussioni più dure: portare avanti la propria battaglia contro l'aborto e l'eutanasia, per esempio, costa in visibilità e nei rapporti personali, ma il premio sarà enorme e non c'è dubbio che il nostro “sacrificio” darà adito ad altri obiettori. La prassi è più forte delle parole e, chi non ha coraggio di mostrare in pubblico le proprie idee, avrà la sicurezza necessaria per farlo con determinazione.
Thomas More ne aveva molto di coraggio, un atteggiamento che nasce da una fede salda e mai cedevole. Questo è il cristiano: un uomo o una donna capaci di testimoniare il Vangelo senza paura.
More aveva tutto, ma decise di lasciare ogni cosa pur di non recare torto alla propria coscienza e vivere di rimorsi.
Nel 1532 Enrico VIII impose ai propri sudditi un giuramento di supremazia del re inglese quale nuovo “capo”  politico e teologico della chiesa anglicana in risposta al rifiuto di Papa Clemente VII di sancire il suo divorzio da Caterina d'Aragona. Il clero fu costretto a sottomettersi alle volontà reali, ma Thomas More, pur essendo laico, protestò e criticò la scelta del re, lasciando il 16 maggio 1532 il suo incarico di Cancelliere. La riforma di Enrico VIII era chiaramente anti-papale e il Lord, fedele cattolico, non poteva prestar giuramento ad un atto “contro coscienza”. La sua fede era più forte delle beghe politiche ma queste finirono per travolgerlo. Thomas fu invitato (non senza minacce) a giurare fedeltà al monarca nell'aprile del 1535. Rifiutò categoricamente e venne imprigionato nella Torre di Londra: nella prigionia More stoicamente continuò il suo lavoro intellettuale, scrivendo senza sosta con il costante conforto dalla figlia Margaret. Non palesò mai il rimpianto di aver perso tutto per restare fedele alla propria “causa” e men che meno dimostrò sofferenza per la sua condizione. Fu allestito un processo che si risolse con una condanna a morte che fu eseguita il 6 luglio 1535. Le testimonianze ricordano la compostezza di Moro nell'accettare da buon funzionario la decisione del re e da buon cristiano la difesa del Vangelo e della Chiesa di Cristo.
Venne canonizzato da Papa Pio XI nel 1935 e riconosciuto “patrono” degli avvocati e degli statisti da San Giovanni Paolo II nel 2000. Fu un atto importante per tutto il mondo cattolico perché si riconobbe la rilevanza della vita e del gesto ultimo del More.  I “principi del foro” cattolici e i politici (veramente cristiani) ogni giorno affrontano la missione di difendere Cristo dai veleni del mondo, come tanti More vessati dalla pubblica società.
 

10 ottobre 2014

Il suicidio dei buoni, ossia, la falsa obbedienza che demolisce la Fede


di Giorgio Mariano 

Nel II secolo a.C. un sacerdote, di nome Mattatia (in ebraico «dono di Dio»), alla vista dell’apostasia generale del popolo d’Israele, dal Sommo Sacerdote all’ultimo israelita, pianse su Gerusalemme, stracciandosi le vesti per la corruzione, l’idolatria e il tradimento perpetrato da tutto il popolo contro la fede dei padri.
Vennero, dunque, a chiamarlo i messaggeri del re Antioco Epìfane, per convincerlo ad accettare i “nuovi” riti, di sottomettersi, per obbedienza, alla pratica del nuovo culto. “Ma Mattatia rispose a gran voce: «Anche se tutti i popoli nei domini del re lo ascolteranno e ognuno si staccherà dal culto dei suoi padri e vorranno tutti aderire alle sue richieste, io, i miei figli e i miei fratelli cammineremo nell'alleanza dei nostri padri; ci guardi il Signore dall'abbandonare la legge e le tradizioni; non ascolteremo gli ordini del re per deviare dalla nostra religione a destra o a sinistra”. (1Mac 2, 19-22).
A ben vedere, questo brano del primo libro dei Maccabei, riporta delle forti analogie con gli avvenimenti dei nostri tempi.


Quello che è successo ai Frati Francescani dell’Immacolata, per esempio, è semplicemente sconcertante e doloroso, e tuttavia è ancora più sconvolgente la loro risposta a questa ingiusta oppressione: hanno deposto le armi, hanno scelto la non belligeranza. L’atteggiamento che hanno sposato è quello di obbedire all’ingiustizia e contemporaneamente affidarsi ciecamente all’Immacolata la quale, a dir loro, li libererà, prima o poi, da questa persecuzione. Premesso che la devozione e la fiducia sconfinata nella Santa Madre di Dio è santissima nonché doverosa per ogni battezzato, tuttavia la Madonna non ci priva del nostro intelletto, né la devozione a Lei ci esime dal resistere alle ingiustizie e di rimboccarci le maniche dinanzi all’errore e al sopruso: basti guardare l’esempio militante di San Massimiliano Kolbe (sic!). In parole povere, “bisogna dar battaglia perché Dio conceda vittoria!” (Santa Giovanna d’Arco).
L’immobilismo apparentemente pio ed eroico in cui i Francescani dell’Immacolata si sono rinchiusi sembra essere più un cieco fideismo che mal si concilia con la “Vera” e santa obbedienza cattolica. I frati vorrebbero cioè rimanere fedeli all’autorità, che li ha privati della Santa Messa di sempre, pur riconoscendo la palese ingiustizia di tale comando. Ma l’obbedienza, per definizione, non consiste nell’accettare controvoglia, con critiche, con mormorazioni e giudizi un decreto dell’autorità, bensì, per essere vera obbedienza, deve tendere alla conformazione della volontà del sottoposto con quella del suo superiore. Ossia, il religioso deve pensare come il superiore o almeno tendere alla totale identità di volontà (cfr. Summ. Theol.). Ora, posto che i frati perseguitati si considerano appunto “perseguitati”, si deduce che essi non accettano (moralmente) il provvedimento della Suprema autorità contro di essi, riconoscendone la palese ingiustizia, eppure l’accettano sul piano pratico. Bè cari frati, se credete così di assolvere al precetto dell’obbedienza, vi sbagliate di grosso. Questa non è l’obbedienza cattolica, è falsa obbedienza. Dunque, se volessimo essere veramente puristi e vestire i panni dell’avvocato del Diavolo, dovremmo richiamarvi ad una più piena obbedienza, ad una più piena “comunione”, ad un vero “sentire cum Ecclesia”. Ma se i frati chinano il capo dinanzi a tale provvedimento, ne riconoscono la giustezza, dunque perdono ogni diritto di lamentarsi, e di compatirsi, leccandosi le ferite che hanno voluto autoinfliggersi. Inoltre, sembra che i nostri frati si dimentichino che fu lo stesso Papa Benedetto XVI a smascherare la totale falsità di questa prospettiva, dichiarando che l’antica Messa non “è mai stata abrogata” e che il suo uso da parte di qualsiasi sacerdote all’interno della Chiesa “è stato sempre permesso”, non potendo, neppure il Papa, in alcun modo eliminarla o abrogarla, né, tantomeno, sostituirla (cfr. CCC n. 1125). Infatti è stato proprio a causa di un falso principio di obbedienza all’autorità ecclesiastica che la sovversione della Fede Cattolica è stata così rapida e diffusa. Fu proprio lo stesso Papa Benedetto, quando era ancora il Cardinal Ratzinger, a confutare questa erronea teoria: “Il Papa non è un monarca assoluto la cui volontà è legge, ma piuttosto il custode dell’autentica Tradizione, e perciò il primo garante dell’obbedienza… Per cui, per quanto concerne la Liturgia, ha il compito di un giardiniere, e non quello di un tecnico che costruisce nuove macchine e butta quelle vecchie[2]. Dobbiamo dare atto a S.S. Benedetto XVI del valido e coraggioso tentativo di ritorno sui binari della Tradizione e, contemporaneamente, dobbiamo tenere conto della violenta e tempestiva offensiva che i suoi oppositori hanno riversato su di lui, tanto da costringerlo alla rinuncia papale.
Ciò che è vero per il Papa – ovvero che il suo potere e la sua autorità sono limitate dall’obbedienza alla Fede – è ancor più vero per tutti i suoi sottoposti. Eppure tra le fila di questi ultimi, in quest’epoca post-conciliare, l’obbedienza alla Fede è stata largamente rimpiazzata dall’obbedienza all’autorità gerarchica, a loro uso e consumo. Il positivismo (la mia volontà è legge) ed il nominalismo (ciò che voglio è giusto perché lo voglio io) hanno invaso la Chiesa, facendo in modo che gli abusi della gerarchia venissero coperti in virtù dell’obbedienza, che ormai sembra essere diventata l’unica e sola virtù su cui insistono le autorità ecclesiastiche”[3]. “Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini”(5,29), e facilmente si obbietterà che Dio parla per mezzo del Papa, di un Concilio o della gerarchia, eppure bisogna ricordare anche che Dio non può comandare cose contraddittorie, Dio non “evolve”, Egli è Immutabile per essenza. “Lo giuro su me stesso, dalla mia bocca esce la verità, una parola irrevocabile”(Is  45,23), con buona pace del card. Kasper e del sua fanta-teologia schellinghiana. Dio non dice un giorno di credere in una cosa e il giorno dopo di non crederla più: Dio non cambia, rimane stabile per sempre, e con Lui coloro che rimangono fedeli alla dottrina immutabile: “Veritas Domini manet in aeternum”(Esdr 3,12). Non solo, per quanto riguarda la Fede, che è il presupposto della Speranza e della Carità, l’Apostolo dice: “se lo rinneghiamo, anch'egli ci rinnegherà; se noi manchiamo di fede, egli però rimane fedele perché non può rinnegare se stesso”(2Tm 2,12-13). Dio cioè non può contraddirsi, non può rinnegare ciò che ha già dichiarato.
Ma riprendiamo per un secondo il passaggio del libro dei Maccabei: “Si avvicinò un Giudeo alla vista di tutti per sacrificare sull'altare in Modin secondo il decreto del re. Ciò vedendo Mattatia arse di zelo; fremettero le sue viscere ed egli ribollì di giusto sdegno. Fattosi avanti di corsa, lo uccise sull'altare; uccise nel medesimo tempo il messaggero del re, che costringeva a sacrificare, e distrusse l'altare. Egli agiva per zelo verso la legge come aveva fatto Pincas con Zambri figlio di Salom. La voce di Mattatia tuonò nella città: «Chiunque ha zelo per la legge e vuol difendere l'alleanza mi segua!». Fuggì con i suoi figli tra i monti, abbandonando in città quanto avevano”(1Mac2,23-28).
Torniamo, per concludere, ai Maccabei. In seguito alla persecuzione, “molti che ricercavano la giustizia e il diritto scesero per dimorare nel deserto con i loro figli, le loro mogli e i greggi, perché si erano addensati i mali sopra di essi”(29-30). Ora, i mali addensatisi sopra i Francescani dell’Immacolata perché ricercavano sinceramente la giustizia sono innegabili, e molti di loro sono attualmente “nascosti” e braccati come lepri dal cacciatore. E tuttavia, qui non si lotta contro gli uomini ma contro le potenze infernali, le quali non si fermeranno finché non avranno annientato coloro che gli si oppongono. Ma quale fu la reazione dei “fedeli” d’Israele dinanzi alla battaglia? «Non usciremo, né seguiremo gli ordini del re, profanando il giorno del sabato[…]Moriamo tutti nella nostra innocenza. Testimoniano per noi il cielo e la terra che ci fate morire ingiustamente» (34,37). Apparentemente sembrerebbe una morte eroica e santa, giustificata dalla loro “obbedienza” legalistica al giorno di sabato nel quale era proibito combattere ed uccidere. Eppure, all’udire la fine di questi “pii” giudei, Mattatia dichiarò: «Se faremo tutti come hanno fatto i nostri fratelli e non combatteremo contro i pagani per la nostra vita e per le nostre leggi, ci faranno sparire in breve dalla terra». Presero in quel giorno questa decisione: “«Noi combatteremo contro chiunque venga a darci battaglia in giorno di sabato e non moriremo tutti come sono morti i nostri fratelli nei nascondigli» (40-41). Dunque, alla luce di tali riflessioni, voglio concludere con una santa esortazione, con una chiamata alle armi (spirituali).
Frati Francescani dell’Immacolata e voi tutti sacerdoti timidi, (comprensibilmente) impauriti: combattete la buona battaglia, difendete con fortezza la Santa Messa, quella tramandataci dalla Sacra Tradizione, quella dei Santi, quella immutabile, quella che è perseguitata, quella che è stata messa al bando, quella che il Maligno non sopporta. A tal proposito, è opportuno chiedersi seriamente: se la Messa moderna è “sostanzialmente” uguale all’antica, se la grazia è la stessa, perché il Maligno la tollera? Perché non la perseguita? Perché non gli dà fastidio? Pertanto, sacerdoti e religiosi tutti, amanti della Tradizione e perciò stesso amanti della Chiesa, e ancor più amanti di Cristo: unitevi insieme, alzatevi a difesa dell’unico Vero Innocente, dell’Unica Vera Vittima, dell’Unico Vero Perseguitato, Gesù Cristo Signore Nostro! Mi rivolgo qui anche a quei vescovi e cardinali che sotto Ratzinger si dimostrarono coraggiosi e che ora si sono un po’ “contratti”, ora che, invece, ce n’è più bisogno. Non siate quei cani muti, di cui parla Isaia, ma siate, al contrario, pastori che difendono il gregge. “Salire contro è contrastare i poteri di questo mondo con libera parola in difesa del gregge; e stare saldi in combattimento nel giorno del Signore, è resistere per amore della giustizia agli attacchi dei malvagi. Infatti, che cos’è di diverso, per un Pastore, l’avere temuto di dire la verità dall’avere offerto le spalle col proprio silenzio?” (San Gregorio Magno, La Regola pastorale).
A tal proposito c’è una nota storiella popolare molto istruttiva, che narra di un uomo molto fervente che stava affogando nel mezzo di un lago. Costui implorava la Divina Provvidenza che lo salvasse e lo liberasse dalla morte: confidava fermamente che Dio lo avrebbe salvato. Passò, dunque, una barca che gli tese un remo, ma lui rispose: “no grazie, aspetto che Dio mi salvi” e, intanto, annaspava e sperava…passò dunque una seconda barchetta che, allo stesso modo, si offrì di portarlo in salvo, ma egli replicò: “no grazie, sono sicuro che verrà Dio a salvarmi” e, intanto, beveva acqua e continuava a confidare…passò infine una terza scialuppa di salvataggio ma egli: “mi salverà Dio, ne sono certo”. Alla fine, l’uomo fidente, morì affogato. Quando si trovò al cospetto di Dio chiese indispettito: “perché non sei venuto a salvarmi?” e l’Onnipotente rispose: “ma come? Sono passato tre volte e mi hai rifiutato!”. Morale della favola, bisogna rimboccarsi le maniche, e combattere la battaglia del nostro tempo, e non ritirare i remi in barca nascondendoci dietro un’apparente “pia” obbedienza. Prima di tutto, dice San Tommaso: “la Carità è una virtù più grande dell’obbedienza”[1].



Quello appena visto è l’esempio di obbedienza che non pochi santi si sono trovati a dover opporre a decreti ingiusti provenienti, non di rado, anche dalla Suprema Autorità ecclesiastica (San Paolo, Sant’Ambrogio, Sant’Ilario, Sant’Atanasio, San Massimo, Santa Caterina, Santa Brigida ecc…). “Poiché tutta l’autorità proviene da Dio, noi obbediamo agli uomini solo e unicamente perché la loro autorità si basa in ultima analisi su quella del Signore. Questa obbedienza, laddove non vada contro la legge di Dio, è in realtà un atto di giustizia, un dare agli altri, e a Dio in primo luogo, ciò che è dovuto. Ma il Signore non dà a nessun uomo l’autorità di impartire un ordine che contravvenga ai comandi e ai precetti da Lui Stesso fornitici, come quelli contenuti nei Dieci Comandamenti o nel Vangelo, che costituisce la “legge positiva” di Cristo Re. Ne consegue che nessun uomo abbia il diritto di obbedire ad un ordine simile. Per di più, tutta l’autorità in terra è limitata dalla giustizia. Neanche il Papa dispone di un’autorità illimitata, perché i suoi limiti provengono dalla Rivelazione, dalle Scritture, dalla Tradizione e dagli insegnamenti autentici dal Magistero Ordinario ed Universale, nonché da quello Straordinario con le sue definizioni dogmatiche[4].





[1] Summa Theologiae, II-II, Q. 104, Art. 3
[3] GRUNER N., Il Terzo Segreto e il problema della falsa obbedienza.
[4] Ibidem.
 

23 settembre 2014

Un dittatore cattolico: il professor Antonio de Oliveira Salazar

di Enrico Maria Romano
Pochi sanno che lo storico e fenomenologo delle religioni Mircea Eliade (1907-1986), visse in Portogallo durante gli anni delicati 1941-1945 e dedicò un eccellente saggio alla storia portoghese e al suo figlio più celebre, nella prima metà del XX secolo (cf. Mircea Eliade, Salazar e la rivoluzione in Portogallo, Bietti, Milano 2013 [prima ed. 1942], pp. 320, € 24).
Si tratta di un saggio storico-critico, documentato e interessante, che ricostruisce l’intricata storia portoghese, specie a livelli socio-politico, praticamente dal ‘700 al ‘900, mostrando la peculiarità della cultura politica lusitana e restituendo, dopo anni di damnatio memoriae, la meritata fama ad uno dei più grandi politici cattolici del XX secolo.
Tutto il libro di Eliade denota la scientificità e la serietà dello storico rumeno, e l’interesse che egli nutrì per le vicende politiche europee. I suoi giudizi appaiono equilibrati e condivisibili, e vogliamo dirlo fin da subito, specie ai giovani ventenni di oggi: si tratta di un testo non solo per specialisti o appassionati di una nazione tutto sommato ‘periferica’, ma di un libro attualissimo in ordine alla formazione politica del militante cattolico italiano di oggi.
Cercherò in una breve presentazione del testo di citare alcuni dei suoi passaggi più significativi, desiderando ardentemente favorire l’acquisto e lo studio della dottrina sociale salazariana che contiene, la quale coincide, salvo particolari elementi legati al tempo e al luogo, con “la dottrina sociale del cattolicesimo moderno” (p. 241). Specie quella delle encicliche pontificie, dalla Rerum novarum (Leone XII) alla Quadragesimo anno (Pio XI).

Non abbiamo lo spazio per ripercorrere la storia portoghese descritta nel libro, e neppure la parabola ascensionale del Salazar: nato in una famiglia modesta nel 1889, seminarista per 8 anni, studente di giurisprudenza e poi docente universitario di Economia a Coimbra, giornalista, politico, ministro delle Finanze, capo del Governo, dittatore. Basti questo schizzo sul fanciullo per cogliere una personalità d’eccezione: “Tutte le informazioni biografiche a nostra disposizione parlano d’un bambino modello, dotato di quelle virtù tanto più antipatiche quanto più precoci, come mitezza e temperanza – è il figlio ideale e l’amico esemplare” (p. 128). E tale resterà sempre: un esempio di integrità morale senza falla e senza infingimenti. Da parte nostra, vorremmo, attraverso citazioni salienti, ricostruire un’atmosfera spirituale, quale quella in cui visse un grande uomo, un vero intellettuale, che scelse di vivere come un monaco nel mondo, facendosi servitore di Dio e del suo popolo, senza demagogia e senza esibizionismi, tutto dedito alla causa della sua rivoluzione: una rivoluzione spirituale, e quindi, logicamente, anche politica.
Mircea Eliade fin dall’introduzione chiarisce il senso della sua ricerca, attraverso alcune domande: “E’ storicamente realizzabile una rivoluzione che abbia come protagonisti uomini che credono, anzitutto, nel primato dello spirituale?” (p. 11). Inoltre, “Come è stato possibile arrivare a una forma cristiana di totalitarismo, in cui lo Stato non confisca la vita di coloro che lo costituiscono ma fa sì che la persona umana (la persona – non l’individuo) conservi tutti i suoi diritti naturali?” (pp. 11-12). La risposta, che Eliade anticipa fin dall’introduzione sembra meramente sentimentale ma non lo è: “Lo Stato salazariano, cristiano e totalitario, si fonda prima di tutto sull’amore”; è una “comunità organica fondata sull’amore”. “L’intera concezione sociale e statale di Salazar si fonda sulla famiglia e, in quanto tale, sull’amore. Le corporazioni, le municipalità e la nazione non sono altro che forme più elaborate di quella stessa famiglia portoghese” (pp. 12-13).
Fin da piccolo ha conosciuto “la gloriosa servitù del contadino” (p. 128), ma non ne ha tratto pretesti per una lotta tra classi, ma per una stima lucida sull’importanza dell’agricoltura e della vita di campagna, contro l’urbanizzazione e l’iper-industrialismo novecentesco.
Da giovane studente si pone un problema che per lui sarà di vitale importanza: l’educazione della gioventù, cosa ben diversa però dalla laurea per tutti o l’alfabetizzazione coatta delle campagne. “L’educazione, scrive, è la formazione dell’individuo, ovvero lo sviluppo integrale e armonico di tutte le sue facoltà. L’uomo ha un’intelligenza, che va guidata dalla verità; ha una volontà, che va indirizzata al bene; ha uno scopo, che deve essere vigoroso e sano… A poco serve la scienza, se non aiuta l’uomo a diventare migliore…” (pp. 137-138).
Come universitario, “amava soprattutto il silenzio delle biblioteche e la solennità della Città universitaria, le passeggiate solitarie, nei parchi e nelle valli, dove poteva continuare in stato di quiete le conversazioni con se stesso; amava il cielo calmo, i paesaggi luminosi (…): il raccoglimento per le cose che durano – la Chiesa, la stirpe, l’opera del pensiero” (p. 144). Come ministro delle finanze porterà nel 1913 al pareggio del bilancio, e poi ad un miglioramento completo dell’economia che rasentava il collasso. Ma “a nulla sarebbe valso un pareggiamento [del bilancio] se la gente avesse continuato a credere nei vecchi miti liberali di ricchezza, produzione, individuo” (p. 211).
Nel 1922 tenne al Congresso cattolico di Lisbona una relazione sui principi della sua azione politica in cui ribadisce di non voler a tutti i costi la monarchia o il ripristino delle dinastie tradizionali, ma di voler una società coesa, sana e cristianamente ispirata. La forma dello Stato, monarchica e repubblicana, è questione accidentale e storica, necessario è che ci si fondi sui veri principi, cioè Dio e il bene comune della patria. Rifiuterà sempre, con grande coerenza, il marxismo e il liberalismo, il socialismo e il capitalismo, il consumismo e il nichilismo, in nome della vita semplice, familiare, popolare e cristiana, conforme alla secolare tradizione lusitana.
Nel 1930 parlerà dei Principi fondamentali della rivoluzione politica. Tra essi, il cardine è la tutela della famiglia, la quale, contro l’individuo esaltato “dal liberalismo politico del XIX secolo”, è la vera “cellula sociale irriducibile, nucleo originario del villaggio, della città e quindi della nazione” (p. 223). “Vogliamo costruire lo Stato sociale e corporativo in stretta corrispondenza con la costituzione naturale della società. Le famiglie, i villaggi, le città e le corporazioni nella quali si trovano tutti i cittadini, con le loro libertà giuridiche fondamentali, sono organismi costitutivi della nazione e, in quanto tali, devono intervenire direttamente nella formazione dei corpi supremi dello Stato” (p. 223).
Secondo il dittatore, “solo un’autentica e fertile vita spirituale è in grado di garantire l’ordine politico, l’equilibrio sociale e il progresso economico” : parole tutte da meditare e da affiancare a queste non meno attuali: “E’ la crisi morale, prima ancora di quella materiale, a rendere infelice il mondo” (pp. 229-230).

Visse e morì povero e semplice, conducendo un’esistenza fuori dal comune, in cui però le sue ricchezze principali furono i suoi ideali: “Dio, il primato dello spirito, il Portogallo e la famiglia” (p. 232). Amico intimo del cardinale arcivescovo di Lisbona (con cui visse da studente) e di suor Lucia di Fatima (la quale lo stimava molto), non ostentò mai la sua profonda religiosità, ma si servì della dottrina cattolica e delle massime del Vangelo per essere un buon servitore dei cittadini, specie dei poveri, dei semplici e dei marginali.
Insegna a tutti noi che è sempre possibile, malgrado l’odio e la potenza dei nemici, “la passione calma di compiere il proprio dovere, vivere verticalmente, accettare con serenità il proprio destino, senza chiedere ricompense” (p. 237)
“Salazar ha tentato di salvare il Portogallo attraverso una rivoluzione cristiana, vale a dire attraverso una rivoluzione che partisse dalle cose piccole e ben fatte – e ci è riuscito” (p. 14).
Resta uno dei politici più puri, più coerenti e più dignitosi del XX secolo.