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25 agosto 2017

La Chiesa è in guerra


di Paolo Spaziani

Molti di voi conoscono George Weigel, scrittore e studioso cattolico statunitense, autore di una delle migliori biografie di San Giovanni Paolo II. Nei giorni scorsi sul sito della rivista First Things è stato pubblicato un articolo di Weigel dal titolo “It’s a culture war, stupid” in cui lo studioso, partendo da un fatto accaduto recentemente, arriva ad una interessante e inesorabile conclusione: la Chiesa è coinvolta in una guerra culturale da cui non può ritirarsi. Il giudizio di Weigel trae spunto da un post pubblicato sul blog di Padre Tim Moyle, un sacerdote che Weigel ha conosciuto durante le sue vacanze estive in Quebec. In questo post Padre Moyle dice di accingersi a celebrare il funerale di un uomo di 63 anni, sposato, con due figlie, malato di cancro, che era stato ricoverato in ospedale per una infezione alla vescica. Poco dopo il ricovero i familiari del malato hanno appreso con orrore e disperazione che i medici avevano di deciso di non curare l’infezione, ritenendo fosse meglio che l’uomo morisse per l’infezione piuttosto che lasciare che il cancro lo uccidesse. Nonostante le richieste e le suppliche dei familiari, i medici non hanno cambiato la loro decisione e hanno iniettato all’uomo una grande quantità di morfina per “controllare il dolore”, lasciandolo morire in meno di ventiquattro ore. “Stiamo parlando di un uomo, scrive nel suo post Padre Moyle, che, grazie alla chemioterapia e alla radioterapia, sperava di potere vivere abbastanza a lungo per vedere le sue figlie laureate. L’espresso desiderio del paziente e dei suoi familiari era che i medici curassero l’infezione, ma questo desiderio è stato ignorato dai medici”. Weigel, analizzando lo stato del sistema sanitario canadese, evidenzia come risulti più economico per lo stato promuovere l’eutanasia piuttosto che curare eventuali malattie secondarie che potrebbero diventare letali o offrire cure palliative. Il calcolo economico come unico criterio: questo il laconico e perentorio giudizio di Weigel che conferma come i governi che si sono succeduti in Canada, conservatori e liberali, hanno sempre promesso di affrontare il tema dell’accesso alle cure palliative, ma hanno poi nascosto la testa sotto la sabbia, lasciando che l’eutanasia dilagasse. Nella parte finale del suo articolo Weigel tocca il cuore del problema: “….In Canada, il calcolo utilitaristico dei governanti non sarebbe sopravvissuto a lungo se non avesse trovato la condivisione di troppi cittadini. E questo è il motivo per cui la Chiesa deve impegnarsi nella guerra culturale, non solo in Canada, ma negli Stati Uniti e in tutto l’Occidente: per riscaldare le anime raffreddate e ricostruire una società civile impegnata nella difesa della dignità umana”. Weigel centra un punto fondamentale quando individua nel risveglio delle coscienze l’unica possibile via d’uscita a questa situazione e attribuisce alla Chiesa il compito di coinvolgersi nella guerra culturale in corso. La crisi dell’uomo d’oggi è innanzitutto il riflesso della crisi in cui versa la Chiesa che ha scelto il disarmo totale tra il disorientamento di molti fedeli. C’è chi gioisce di questo disimpegno della Chiesa, ritenendolo una conquista di civiltà, eppure Weigel nel suo articolo precisa che la difesa di una vita come quella dell’uomo malato di cancro è una questione prima di tutto di civiltà. “Ridurre un essere umano ad un oggetto da misurare secondo l’utilità è il miglior modo, secondo Weigel, per distruggere la verità morale che la dichiarazione d’indipendenza americana chiama “il diritto inalienabile alla vita”. Il diritto alla vita è inalienabile, non è un dono dello stato, e riflette qualcosa di ancora più fondamentale: il diritto alla dignità della persona umana. Quando noi perdiamo questo diritto, conclude Weigel, siamo perduti come comunità e la democrazia è persa. Quindi la guerra culturale deve essere combattuta e una Chiesa che prende sul serio la questione della giustizia sociale deve combattere questa guerra”. Purtroppo, la timidezza dimostrata dalla Chiesa (salvo alcuni rari casi) sul caso del piccolo Charlie Gard la dice lunga su quale sia l’idea di giustizia sociale che la Chiesa attualmente intende promuovere. La guerra imperversa, si aprono quotidianamente nuovi fronti a cui alcuni uomini di Chiesa, sostenuti dai fedeli, tentano eroicamente di opporre resistenza. I nemici attaccano con ogni mezzo per demolire qualsiasi difesa, ma quando i soldati del nostro esercito si voltano per cercare rinforzi si accorgono che molti generali hanno alzato bandiera bianca, troppo impegnati a costruire ponti destinati a crollare miseramente. Anche nel bel mezzo di questa crisi non mancano però condottieri capaci di richiamarci alla battaglia: è il caso del cardinale Sarah il quale, durante la recente visita in Vandea ha affermato: “…come i nostri fratelli vandeani di un tempo, siamo oggi chiamati alla testimonianza, vale a dire al martirio! Cari fratelli, noi cristiani abbiamo bisogno dello spirito dei Vandeani! Abbiamo bisogno di un tale esempio! Come loro, abbiamo bisogno di abbandonare le nostre semine, le nostre messi, i solchi tracciati dai nostri aratri, per combattere, e non a difesa di interessi umani, ma per Dio. Chi, dunque, si leverà in piedi, oggi, per Dio? Chi oserà affrontare i moderni persecutori della Chiesa?” Le domande del cardinale Sarah sono rivolte ad ognuno di noi e ci spronano a coinvolgerci in questa guerra che non è finita, anzi è nel pieno del suo svolgimento. L’esercito con cui la Chiesa è destinata a combattere questa guerra è formato da tutti noi, chiamati a risvegliare le coscienze sopite senza grossi proclami, ma con piccoli gesti di verità. Non sono ammesse diserzioni.

 

11 novembre 2016

Martino di Tours, il santo demolitore

(o dove volano gli stracci)

 

di Matteo Donadoni

«Toto orbi peculiari patrono»

L’11 novembre è il giorno dell’inumazione a Tours (l’antica Caesarodunum e Civitas Turonorum) di quel personaggio eccezionale che conosciamo come san Martino.
Devo ammettere che la vicenda umana di san Martino Vescovo, il patrono della mia parrocchia, mi ha sempre affascinato da bambino, e non solo per aver constatato la sua irridente primavera. Fu un uomo straordinario e perfino paradossale, Martino. Non realizzò mai ciò che desiderava: voleva essere eremita e fuggire il mondo per vivere in ascesi imitando Antonio e Pacomio, invece fu costantemente circondato dalla gente. Aveva rifiutato di essere prete, non reputandosi degno, e fu vescovo. Ricercato l’oscurità ed invece la sua biografia fu scritta mentre era ancora in vita.

La conosciamo grazie a Sulpicio Severo (360 ca – 420 ca), l’amico che gli sopravvisse abbastanza per raccontarci la sua vita e la sua morte. La sua «Vita Martini» fu quello che oggi chiameremmo un best-seller: a Roma andava a ruba ed era letta in modo diffuso in grandi città come Cartagine o Alessandria d’Egitto e perfino a Tebe. Era tanto conosciuto che san Gregorio di Tours (538 – 594) lo definisce «toto orbi peculiari patrono».
La storia di Martino è innanzitutto una storia di ricchi. Sulpicio era bello, giovane e ricco. Abitava nella prospera Burdigala (Bordeaux) del IV sec, ed era avvocato. Cedette quasi tutti i suoi beni ai poveri. Amico di Sulpicio era Ponzio Anicio Meropio Paolino, poi conosciuto come Paolino da Nola (355 – 431), discendente dall’antica gens Anicia, che era ancora più ricco. Proprio a lui Sulpicio deve la propria conversione al cristianesimo. Entrambi sono l’esempio di Martino, entrambi hanno lasciato i propri immensi beni ai poveri.

Era nato a Sabaria Sicca, Martino, un avamposto della provincia di Pannonia, l’attuale Ungheria, nel 316. Erano trascorsi solo tre anni da quell’Editto di Milano con il quale Costantino aveva inaugurato un lunghissimo periodo di luce per la Chiesa, traendola dalla clandestinità delle catacombe. “Piccolo Marte” era il nome scelto da suo padre, un tribuno militare (grado abbastanza alto) venuto dalla gavetta, che si augurava per il figlio una brillante carriera fra le aquile di Roma. Una volta congedato, al padre veterano venne assegnato, come tradizione, un podere. La famiglia si trasferì così nei pressi di Ticinum, antico nome di Pavia, nella tranquilla pianura padana. Là il piccolo trascorse l’infanzia.
A quel tempo si diffondeva la vita eremitica in Egitto ed in Siria e la notizia era corsa veloce in tutto l’impero. Ecco quale sarebbe stata la sua volontà. A 10 anni il Piccolo Marte scappa di casa per 3 giorni e si rifugia in una chiesa per farsi cristiano. Ma nel frattempo, i barbari si erano di nuovo fatti minacciosi e Roma più che mai aveva bisogno del suo esercito. Perciò, un riluttante Martino quindicenne venne arruolato ed inviato nelle guardie imperiali, e ciò lascia intuire che fosse un ragazzotto piuttosto solido. Si trattava di un corpo scelto di 500 cavalieri magnificamente equipaggiati, le “scholae” imperiali, la guardia personale dell’imperatore che a seguito della riforma costantiniana avevano sostituito i pretoriani. Da Costantinopoli fu inviato di stanza alla frontiera in Gallia vicino a quello che era stato il quartier generale di Cesare, Samarobriva (l’odierna Amiens), un ponte sulla Somme di importanza strategica. Al cavaliere scelto Martino fu dunque assegnato un cavallo e uno schiavo, che tuttavia era spesso servito a tavola dal padrone, fra le risatine dei commilitoni.

Il fatto. Inverno 335. Un povero è lì mezzo nudo e tutto tremante. Martino non ha spiccioli e non trova che dividere la preziosa clamide a metà. La clamide bianca, foderata d’agnello, segno della guardia imperiale, i cui membri erano perciò chiamati “candidati”, che significa appunto “vestiti di bianco”. Non avrebbe potuto immaginare la portata del suo gesto: finché esisterà la Chiesa cattolica Martino continuerà a tagliare il suo manto. La notte seguente vede in sogno Nostro Signore Gesù Cristo, vestito della clamide, che dice a gran voce: «Martino, il quale non è ancora che un catecumeno, mi ha coperto con questa veste» - Martino infatti non era ancora battezzato, ma conosceva il Vangelo. Terminata la ferma, lascia quarantenne l’esercito nel 356, fra l’altro dopo aver bisticciato con l’imperatore in persona, quel Flavio Claudio Giuliano passato alla storia come l’Apostata (306 – 363), al quale aveva ottenuto senza colpo ferire una vittoria contro i Germani. D’altra parte in base alle parole di Gesù, ribadite dal Concilio di Arles del 314, i cristiani non devono abbandonare il servizio militare dopo il battesimo. Infatti nel cattolicesimo non si parla mai di guerra santa, ma di guerra giusta. Il militare si accontenti della sua paga da militare, non da disertore.

Viaggia molto, Martino, per tutta la vita. In Germania conosce Massimino di Treviri (fine III sec. – 349) strenuo avversario dell’arianesimo, perciò amico di sant’Atanasio (296 – 373), e, tornato in Gallia Ilario di Poitiers (315 – 367), saranno poi entrambi santi. Sant’Ilario voleva consacrarlo sacerdote, ricevutone il rifiuto, lo nomina almeno esorcista. Ma la strada è segnata. Proprio per strada, allorché vuole tornare a salutare i genitori, nel frattempo tornati a Sabaria, viene rapito dai briganti sulle Alpi. A seguito di una discussione con il carceriere, commiserato da Martino, il quale sosteneva che quel triste mestiere rendesse indegni della misericordia di Dio, il brigante lo lascia libero con la richiesta di pregare per lui. Sulpicio riferisce che in seguito il brigante ebbe una condotta di vita esemplare. Tuttavia è nei pressi di Milano l’incontro più drammatico. Un uomo dall’aspetto minaccioso gli dice: «Dovunque andrai e qualunque cosa tenterai troverai il diavolo davanti a te». Era il diavolo. Giunto a casa riuscì a convertire la madre, ma, bastonato dagli ariani, dovette fuggire. Andò in esilio sull’isola Gallinaria, ma in materia di erbe selvatiche non era tanto ferrato e quasi morì avvelenato dall’elleboro. Tornò in Gallia non lontano da Poitiers, dove, lasciatosi convincere da Ilario a prendere l’Ordine sacro, resuscitò un suo catecumeno deceduto che stava già davanti al Giudice.
Nel 371 viene fatto vescovo contro la sua volontà dalla folla, che lo scova nel pollaio dove si era andato a nascondere, grazie al baccano fatto dalle oche. Del resto era usuale l’acclamazione popolare, come accadde anche ad Ambrogio a Milano, il quale non era neppure battezzato. Vedendo certe nomine recenti, forse andrebbe rispolverata.
Da vescovo è notabile la sua attività di demolitore di diversi idoli e incendiario di templi pagani, non di rado usando solamente la preghiera, spesso fomentando le folle. Un giorno, fece tagliare un enorme pino secolare, sacro ai fedeli dell’antica religione celtica (ancora ce n’erano), che era inclinato, mettendosi in piedi serenamente sotto la traiettoria di caduta, ed esso, contro ogni legge della fisica, cadde dalla parte opposta. Si tratta di mostrare la potenza di Dio anche attraverso le opere. Ogni tempo ha i suoi idoli, i quali confessano satana. Ma se oggi le vestigia dei templi pagani possono essere il corrispettivo inconscio culturale di ciò che è l’ipofisi per l’encefalo, allora non simboleggiavano altro che l’errore.
Non amava gli alti scranni vescovili, Martino, ma prediligeva quel derivato che i medievali chiamano sgabello e i grecizzati tripode. Uomo semplice, infaticabilmente impegnato a predicare alla gente semplice, scacciava i demoni, come quello che si era impossessato di un cuoco, il quale digrignava i denti minacciando di dilaniare chiunque si avvicinasse. Il santo, infilate subito le dita in bocca all’ossesso, disse: «se hai qualche potere divorale!», il demonio, non potendo uscire dalla bocca… «fu evacuato con un flusso del ventre».
Martino di Tours è anche taumaturgo. Una volta, con estremo orrore di tutti i presenti, bacia un lebbroso e questi ne è guarito. Ciò non prima di aver resuscitato addirittura uno schiavo suicida.
A Marmoutier, dal latino maius monasterium, imbastisce de facto un monastero ante regulam, ciò ne fa il precursore di san Benedetto (480 – 547), mentre una terza resurrezione ne fa il corrispettivo occidentale del suo contemporaneo orientale san Nicola di Mira (270 – 343). Oggi i preti non parlano più di miracoli, se mai di “miracoli della scienza” che però non hanno proprio nulla di miracoloso. Paradossale, come Martino. Paradossale come la Chiesa del IV secolo che, ottenuta la libertà di culto, ben presto si aggroviglia nelle eresie, alle quali i santi risponderanno con l’ortodossia del monachesimo regolare. Si potrebbe dire che il sonno della religione genera chiostri.
Amava i poveri i vescovo di Tours, ma non i pauperismi, infatti, pur avendolo ripreso duramente, era solito frequentare la corte dell’imperatore usurpatore Magno Massimo (335 – 388), al quale fra l’altro predisse la sconfitta per mano di Valentiniano II (371-392) e la cui sposa cristiana, sull’esempio della peccatrice del vangelo, asciugatigli i piedi con i capelli, insistette per servirlo a pranzo.

Quando sente essere arrivata la fine convoca i suoi fratelli e fa loro sapere che sta morendo con queste parole: «Dura è la lotta che noi combattiamo, Signore, servendoti in questo corpo; bastano le battaglie che ho affrontato fino a questo giorno. Ma se tu vuoi che resti di guardia davanti al tuo campo per continuare a compiervi la stessa missione, non mi sottraggo affatto e non prenderò a scusa le debolezze dell’età. Adempirò fedelmente il compito che ti mi affidi. Finché tu stesso me ne darai l’ordine, servirò sotto le tue insegne. Anche se il desiderio di un vecchio è ricevere il congedo una volta terminato il suo servizio, il mio coraggio vince tuttavia gli anni e non sa cedere alla vecchiaia. E se tu risparmi la mia età ormai avanzata, la tua volontà è per me un bene. Quanto a costoro per cui io temo, li custodirai tu stesso». Il testamento di un soldato. E ai discepoli che vogliono portargli almeno una coperta e aiutarlo a girarsi: «Lasciatemi guardare il cielo piuttosto che la terra». In quel mentre, ancora una volta, spunta il diavolo. Martino lo apostrofa: «Perché sei qui bestia sanguinaria? Non troverai nulla in me, maledetto: il seno di Abramo mi accoglie». Pronunciando queste parole rende il suo spirito.

Morì a mezzanotte della domenica 8 novembre 397 e, stando a Gregorio di Tours c’è chi dice di aver sentito un concerto nei cieli. I funerali furono l’11 ed il suo corteo funebre, accompagnato da una turba di fedeli provenienti dalle zone di Poitiers e Tours, sembrava proprio il trionfo di un generale romano. E’ questo l’esempio iconico migliore per sintetizzare il grande passaggio di civiltà dall’Antichità al Medioevo. Poco meno di un secolo dopo la sua morte, infatti, viene deposto l’ultimo imperatore di Roma.

Martino è un santo quotidiano, un santo dell’umile dovere e delle mediocri soddisfazioni. Ha fatto sempre ciò che gli veniva chiesto da Dio. Martino con san Girolamo, sant’Ambrogio e sant’Agostino ha gettato le basi di quella res publica christiana che caratterizzerà il Medioevo, e lo ha fatto in un tempo particolare, un tempo in cui, insieme ad altri lugubremente impotenti spettatori di quella tragica catastrofe che fu la fine del Mondo Antico (come Claudiano o Venanzio Fortunato), Sidonio Apollinare lamentava riferendosi ai Burgundi: «Come comporre un verso di sei piedi con un patrono che ne misura sette in altezza?».
Nonostante tutto, il mantello fu conservato e venerato come miracoloso ed entrò a far parte della collezione di reliquie dei re Merovingi. Il termine latino per "mantello corto", cappella, venne esteso alle persone incaricate di conservare la clamide di san Martino, i cappellani; da questi venne applicato all'oratorio reale, che non era una chiesa, e veniva chiamato cappella. Sulla tomba del santo vescovo venne costruita una splendida cattedrale gotica, ma, dato che in ogni tempo esistono Patroni e “patroni”, verrà bruciata dagli Ugonotti e rasa al suolo dai giacobini. Ne rimangono, oggi, solamente due torri.

 

16 luglio 2016

Sì, siamo in guerra. Con noi stessi


di Giuliano Guzzo

La strage di Nizza, con le sue ottantaquattro vittime, gli innumerevoli feriti e il responsabile di quell’inferno, il franco-tunisino Mohamed Lahouaiej Bouhlel, non è che l’ennesima prova – come molti hanno notato – del fatto che il mondo occidentale oggi è in guerra. Una guerra iniziata da oltre un decennio con caratteristiche uniche e devastanti insieme, animata da un odio planetario ma condotta con attentati apparentemente disgiunti l’uno dell’altro – «un nuovo conflitto globale, ma a pezzetti», ha osservato Papa Francesco – che, nel giro di pochi anni, è costata alla sola Francia quasi duecentocinquanta morti; ma si tratta soprattutto, aggiungerei, di una guerra che stiamo inconsapevolmente combattendo contro noi stessi.

Infatti, se da un lato è impossibile non intravedere quale matrice unica alle stragi degli ultimi anni, con la sola eccezione Breivik, il filone jihadista, dall’altro risulta altresì evidente il conflitto interiore del mondo occidentale con se stesso, i cui sintomi sono sotto gli occhi di tutti: condanniamo ogni atto di terrore, eppure siamo timidissimi nel parlare di jihadismo; neghiamo il legame tra terrorismo e immigrazione, anche se i tratti somatici degli attentatori tutto sono fuorché tradizionali europei; ridicolizziamo le nostra radici cristiane, ma poi corriamo a commemorare le vittime del terrore con ridicole preghiere social – #prayfor – non si sa bene rivolte a quale Dio; dichiariamo guerra al terrorismo, ma poi scodinzoliamo alla corte di quei Paesi, dall’Arabia Saudita al Qatar, che lo promuovono.

Un esempio clamoroso, a questo proposito, è quello della signora Hillary Clinton, corsa come molti altri a condannare l’orrore di Nizza, immemore d’essere la stessa la cui fondazione di famiglia, dal 2001 in poi, ha accettato finanziamenti stellari, si stima intorno ai 2 miliardi di dollari, dai governi di Arabia Saudita, Qatar, Kuwait e Oman, che certo non si possono annoverare, per usare un eufemismo, tra i Paesi democratici e rispettosi dei diritti civili e neppure fra quelli in prima linea contro il terrore. E come questo e quelli poc’anzi ricordati molti, troppi sono gli esempi di un Occidente che sta perdendo la guerra contro l’islamismo perché paralizzato dalle sue contraddizioni al punto d’essere pure incapace, ormai, di leggere la realtà nella sua lampante evidenza.

Lo prova, fra l’altro, l’insistenza giornalista sul fatto che Mohamed Lahouaiej Bouhlel stesse divorziando e fosse depresso; eppure l’Europa è piena di padri divorziati e depressi: come mai a nessuno, finora, è venuto in mente di procurarsi un camion e fare una strage? E’ altresì ridicolo come si seguiti ad insistere sul fatto che l’attentato di Nizza non sia stato rivendicato, dimenticando non solo che neppure gli attacchi agli Usa dell’11 settembre lo furono, ma che la dinamica della strage, di fatto un omicidio-suicidio, e la sua conclusione, coi documenti del killer nell’abitacolo, rappresentano un film già visto anche con gli jihadisti protagonisti degli attentati a Parigi, desiderosi di essere identificati per raggiungere gloria e fama, per così dire, subito dopo la morte.

Sia chiaro: a me l’islamismo radicale preoccupa, anzi preoccupa ancor più nel momento in cui, come accaduto appunto a Nizza, riesce ad attivare “lupi solitari” che, in quanto tali, risultano praticamente impossibili da intercettare sia perché privi o quasi di relazioni esterne sia per le armi che scelgono per i loro attacchi (che si fa? Mettiamo fuorilegge i camion?). Eppure quando leggo commenti surreali e finalizzati a depotenziare la gravità dell’accaduto – il «Tir suicida» twittato da Gad Lerner rimarrà, meritatamente, nelle antologie della stupidità – , e quando ripenso alle contraddizioni culturali di questo Occidente e in particolare di quest’Europa, che pensa di sfangarla a colpi di gessetti colorati, Imagine ed altre cianfrusaglie neohippie, proprio non posso non riconoscere nei nostri volti inebetiti riflessi allo specchio il primo nemico.


 

29 febbraio 2016

Perché la battaglia continua. Più di prima


di Giuliano Guzzo
E adesso? A pochi giorni dall'approvazione di un maxiemendamento che riscriverà completamente il disegno di legge Cirinnà determinando comunque l’introduzione delle unioni civili, è comprensibilmente forte l’amarezza che serpeggia fra il popolo del Family Day e quanti speravano di un esito diverso di questa vicenda parlamentare, comunque la si pensi, costellata di compromessi, sfumature poco chiare ed inaudite forzature istituzionali. Da questo punto di vista riesce francamente difficile considerare il patto fra Renzi ed Alfano – alla base di quelle che si possono considerare unioni civili all’italiana – come un trionfo politico del mondo LGBT che, con manifestazioni di piazza e appelli di firme illustri, chiedeva l’approvazione integrale del disegno di legge Cirinnà completo di stepchild adoption e comunque già ritenuto il minimo sindacale sui diritti civili.

Tuttavia sarebbe anche ipocrita negare come le unioni civili, così come con ogni probabilità saranno approvate, rappresentino una ferita per quanti, affollando a centinaia di migliaia il Circo Massimo, hanno opposto una contrarietà pubblica, totale e distante anni luce da qualsivoglia accordo: la sconfitta è stata amarissima come tutte quelle che arrivano dopo tempo, battaglie e sacrifici. Di qui l’opportunità, in particolar modo fra cattolici, di pensare a come riorganizzarsi. Per quanto importante – e lo è a livelli decisivi – sarebbe infatti terribilmente ingenuo collegare la battaglia per la difesa della famiglia naturale alle sole unioni civili o al solo matrimonio omosessuale che da queste, ben presto, ufficialmente emergerà: di qui l’esigenza, specie fra i cattolici appunto, di scegliere in che modo continuare a portare avanti le istanze così tenacemente difese fino ad oggi.
Se infatti l’approvazione delle unioni civili rammenta amaramente di che pasta siano fatti, oggi, i politici cattolici, da domani sarà il tempo di testare (ancora) quella dei cattolici non politici. Cattolici non politici ai quali, a ben vedere, è già ora chiesto di ribellarsi a tutti quei mali – divorzio, aborto volontario, fecondazione extracorporea – velenosamente penetrati prima nell’ordinamento giuridico e poi fattisi mentalità comune, in una continua e reciproca contaminazione. Nulla insomma muore, benché la giornata sia destinata ad essere contrassegnata dalla tristezza. E nulla muore, purtroppo, neppure per quanti operano per la “distruzione dolce” della famiglia che, già minata dal virus del precariato affettivo istituzionalizzato col divorzio – da poco anche in versione express verrà da domani sostanzialmente ed iniquamente equiparata ad altre forme di unioni.

Non sarà sfuggita la volontà, sempre che non ci pensi prima la magistratura, di confezionare subito un nuovo disegno di legge sulla stepchild adoption se non addirittura sulle adozioni vere e proprie, né vi è chi non veda alle porte l’ombra dell’utero in affitto che dall’adozione del figliastro verrebbe subito legittimata. Dunque la battaglia per la famiglia – che eroicamente combatteva già san Tommaso Moro (1478–1535) – continua: come prima e più di prima. E toccherà combatterla integralmente come integralmente va combattuta la menzogna e tutti assieme, perché se oggi i cattolici Renzi ed Alfano scendono a compromessi è perché sanno di poterlo fare, perché c’è un popolo cattolico – addolora dirlo – disorientato e troppo spesso guidato da pastori confusi o timorosi, che dimenticano che gli agnelli non si salvano stipulando accordi di convivenza – ma senza obbligo di fedeltà – coi lupi, bensì combattendo questi ultimi: altrimenti non solo mancheranno agnelli, ma rimarranno solo conigli.


 

14 febbraio 2015

Guerra di secessione: aveva ragione il Sud?


di Giacomo Catilina

Il cliché spesso e volentieri propostoci dal cinema come da certi libri di storia dipinge la Guerra di Secessione Americana come uno scontro epocale tra coloro che volevano mantenere l’istituzione della schiavitù e chi invece non ebbe altro motivo per entrare in guerra se non la sua abolizione senza se e senza ma. La storia reale, inutile dirlo, è più complessa e sfaccettata rispetto ad un modello che pone aprioristicamente i buoni da una parte e i cattivi dall’altra, e talvolta può anche smontare in gran parte certi luoghi comuni. E questa considerazione si può tranquillamente applicare anche a quella guerra civile che infiammò buona parte degli Stati Uniti dal 1861 al 1865.


Per poter iniziare a trattare l’argomento è necessario sfatare quel mito raffigurante il presidente dell’Unione Abraham Lincoln come un paladino dei diritti dei neri e un fiero oppositore del razzismo in quanto egli stesso ebbe a dire che “Non sono – né mai sono stato – in alcun modo a favore dell’uguaglianza sociale e politica tra la razza bianca e quella nera; e non sono – né mai sono stato – favorevole a dare ai neri la possibilità di votare o di fare i giurati, né a permettere loro di ricoprire cariche pubbliche, né d’imparentarsi con persone bianche; e dirò in aggiunta che c’è una differenza biologica tra la razza bianca e quella nera che, credo, impedirà sempre alle due razze di vivere insieme sulla base di un’uguaglianza politica e sociale. E, se non possono vivere così, fintanto che rimangono insieme, dovranno sussistere una posizione di superiorità ed una di inferiorità, ed io sono, come chiunque altro, favorevole ad assegnare la posizione di superiorità alla razza bianca”, mentre un’aperta opposizione alla schiavitù venne proprio da coloro che per antonomasia avrebbero dovuto invece approvarla: il generale confederato Thomas Jackson e il suo collega Robert E. Lee, il quale definì la schiavitù “un male morale e politico” ed auspicò di “vedere spezzati i ceppi di ogni singolo schiavo”.


Fatta questa breve premessa, sarà utile ricordare anche come i motivi dello scoppio di questa sanguinosa guerra fossero principalmente di natura economica, infatti se da un lato gli stati del sud avevano tutto da guadagnare da un regime liberoscambista quelli del nord dall’altro tendevano ad un sistema protezionista in quanto, stando al Daily Chicago Times, “Lasciate che il Sud adotti il sistema del libero scambio e i volumi degli scambi commerciali a Nord scenderanno a meno della metà di quelli attuali”. Se il Sud insomma si fosse diviso dall’Unione applicando una politica economica basata sul libero scambio le ditte mercantili avrebbero favorito i suoi porti a causa dei bassi dazi doganali che questi imponevano, il tutto a discapito dell’economia del Nord. 

Ad ogni modo, la causa principale della guerra è da cercare nella volontà dell’Unione di impedire la secessione di quegli stati che avrebbero successivamente formato gli Stati Confederati d’America (Carolina del Sud, Florida, Alabama, Georgia, Mississipi, Louisiana e Texas), e il casus belli che portò ad un conflitto durato quattro anni e considerato la prima guerra totale della storia fu lo scontro a fuoco di Fort Sumter (Carolina del Sud) dell’aprile 1861, dove i confederati combatterono e sconfissero delle truppe dell’Unione coerentemente con il fatto di non farne più parte: per far valere veramente la loro secessione non si poteva certo tollerare la presenza di soldati unionisti sul territorio di uno stato che membro di quella nazione non lo era più.

E’ lecito a questo punto domandarsi se gli stati del Sud avessero il diritto di staccarsi dall’Unione laddove lo avessero ritenuto opportuno. A tal riguardo Thomas Jefferson, uno dei Padri Fondatori degli Stati Uniti, ritenne di poter affermare che bisognerebbe essere “[…] determinati a staccarci […] dall’Unione che pure ha per noi così tanto valore, piuttosto che rinunciare ai diritti di autogoverno […]; solo in essi vediamo la libertà, la sicurezza e la felicità”. Oltre a ciò il Decimo Emendamento della Costituzione Americana, affermando che quei poteri non delegati dagli stati al governo federale e non risultanti vietati dalla Costituzione rimangono un diritto del singolo stato, garantiva teoricamente la possibilità di secessione qualora uno o più stati avessero voluto metterla in atto.



Riferendosi ad aspetti puramente bellici, tale guerra può essere definita un conflitto totale ed una tragica rottura con quel codice di guerra sviluppatosi in Europa nei secoli precedenti. Se da un lato qualche azione a danno dei civili da parte confederata ci fu va però ricordato come “Lee fu in grado di mantenere la strategia del Sud in armonia con il codice europeo”, mentre lo stesso non si può dire riferendosi agli unionisti, come dimostrano gli episodi di Vicksburg (Mississippi) e di New Orleans. Nel primo caso il generale nordista William Sherman fece requisire i raccolti da tutte le fattorie e le sue truppe distrussero tutte le case. Stando a Thomas J. Di Lorenzo “La città fu così pesantemente bombardata che i residenti si ridussero a vivere nelle grotte mangiando topi, cani e muli”. 

Nel secondo episodio invece il generale Benjamin Butler, di fronte al rifiuto delle donne di New Orleans alle avances sessuali dei suoi soldati, promulgò l’Ordine n. 28 nel quale sta scritto che “Poiché ufficiali e soldati degli Stati Uniti sono stati ripetutamente soggetti a insulti da parte delle donne che si autodefiniscono “signore” di New Orleans, nonostante la più scrupolosa cortesia e non interferenza da parte nostra, si ordina che d’ora innanzi quando qualsiasi femmina insulterà con parole, gesti o movimenti un qualunque ufficiale o soldato degli Stati Uniti o mostrerà disprezzo nei suoi confronti, sarà considerata una donna di strada che esercita il suo mestiere e ritenuta responsabile per essere trattata come tale”. Tale ordine suscitò la reazione disgustata e le proteste di Francia e Inghilterra.

A voler tirare le somme non si può non essere d’accordo con James Spence, il quale in un suo articolo del 1862 comparso sul giornale inglese Quarterly Review riguardante la Guerra di Secessione scrisse che “[…] è ora del tutto evidente che il Nord si batte per il potere supremo. La questione della schiavitù è stata abbandonata ai quattro venti. Quasi non c’è concessione sulla schiavitù che gli Stati separati potrebbero chiedere e gli stati del Nord accordare, in cambio di un loro rientro nell’Unione. Smettiamola con questa fandonia del Nord che fregia la sua causa con il nome di “libertà allo schiavo!” “.
 
 

05 gennaio 2015

American Sniper: "Dio, Patria e Famiglia" e le ragioni dell'America profonda

di Alessandro Rico

Mentre la cinematografia italiana si muove tra centri sociali (Diaz, ACAB) e disillusi j’accuse contro l’alta borghesia (La grande bellezza), gli USA sono ancora capaci di regalarci un’idealistica perla intrisa di “Dio, patria e famiglia”. 

American Sniper è l’ultima regia di Clint Eastwood, emblema della destra paleo-conservatrice e libertarian. Ispirato all’autobiografia di Chris Kyle, il più “prolifico” cecchino della storia militare americana – 250 vittime dichiarate, 160 accertate, capace di abbattere un nemico da 2 km di distanza – il film è una sagace apologia dei valori tradizionali dell’America più autentica, l’epopea di un eroe romantico, disposto a sfidare la disillusione della nazione, combattendo per quello in cui crede. Una patria, una fede, una famiglia, che sembrano indentificarsi in un unico grande ideale: la convinzione, forse un po’ da figlio della Guerra Fredda, che l’America sia la terra della libertà, il baluardo della civiltà occidentale. 

L’idea di essere la nazione eletta, chiamata a proteggere le sorti dell’umanità, rimane inalterata, anzi, si rafforza, nel mezzo dei profondi sconvolgimenti della guerra, che Eastwood rappresenta senza tema di contraddizione. Non c’è soluzione di continuità tra il manicheo patriottismo di Chris Kyle/Bradley Cooper e l’atrocità del conflitto iracheno, che ha diviso l’opinione pubblica come ai tempi del Vietnam e ha lasciato ferite indelebili sui soldati. La difesa dell’interventismo di Bush non si trasforma in un sottoprodotto propagandistico. Al contrario, l’abilità di Clint Eastwood sta nel contestare i luoghi comuni delle “anime belle” liberal, prodighe di moralismo, ma ignare che sul campo ci si trova persino a dover decidere, in poche frazioni di secondo, se sparare a un bambino che brandisce una granata e minaccia un plotone di Marines. 

Quintali di common sense tipicamente americano proclamano che bene e male sono nettamente distinti, che i mezzi termini dell’etica liberal sono insidiosi, che l’America deve recuperare le sue profonde convinzioni, il suo prestigio internazionale e quel coinvolgimento morale che la politica di disimpegno di Obama ha intaccato. Contro l’umanitarismo astratto, Clint Eastwood difende la genuinità dei legami di sangue, il senso di appartenenza e d’identità. Perché c’è un’America che guarda alle sue radici e non vuole rassegnarsi a un mondo multipolare, ma vuole restare la guida del mondo libero ed è ancora pronta a offrire in sacrificio i suoi figli. 

Probabilmente, si tratta solo di un nostalgico panegirico di un’epoca cavalleresca, in cui il cecchino Kyle non è più Tristano ma solo Don Chisciotte. La Leggenda non morì sul campo come un cavaliere medievale, ma fu assassinato nel 2013 da un militare affetto da disturbo post-traumatico, uno di quei reduci mutilati o psicologicamente segnati dalla guerra, che dopo il congedo aveva iniziato ad assistere. Ma quando le immagini originali del corteo funebre mostrano schiere di ammiratori che sventolano la bandiera a stelle e strisce, non si può non avvertire che l’America del texano, dello yankee o del pioniere, è ancora viva. 

E non si può fare a meno di chiedersi se l’Italia dei Marò prigionieri in India, che fu capace di oltraggiare i caduti di Nassiriya, che bistratta il suo popolo e conduce un’imbarazzante politica estera, stretta nei gangli di un’Europa inconcludente, meriterebbe certi eroi. Uomini come Fabrizio Quattrocchi, che sfidò il suo giustiziere con il celebre: “Adesso ti faccio vedere come muore un italiano”. E al cinismo che quest’Italia sembra aver spesso ispirato, fa da contraltare un’America che ha la forza di chi si sa dalla parte del bene, che ai tempi di Rambo condannava l’ingiustificata insofferenza della sinistra nei confronti dei reduci del Vietnam e oggi, con American Sniper, sferza la timidezza di Obama e l’ambiguità di quei politici alla Bill De Blasio, pronti a tacciare di razzismo la polizia di New York e a soffiare pericolosamente sul fuoco di conflitti sociali mai estinti, per raccogliere un pugno di voti. 

Questa America sa bilanciare giustizia e aggressività, non è pecora ma non si trasforma neppure in lupo, come il padre di Kyle catechizza i suoi figli, nelle scene iniziali del film: “Vi prendo a cinghiate se diventate pecore o lupi”. In fondo, la speranza che Clint Eastwood riesce a trasmettere, è che quest’America ritrovi le sue ragioni. Ed è una speranza che non può non contagiare pure chi quell’America ha imparato ad amarla. 
 

17 dicembre 2014

“Povero” Benigni, si è perso sul più bello


di Alessandro Rico 

C’era quasi riuscito a piacermi. La prima serata di Benigni era stata magistrale, al netto di qualche inciampo. E pure l’avvio della seconda puntata sui Dieci comandamenti pareva promettente. Fino al quinto comandamento. Poi, il Roberto nazionale è caduto sulle marchette.
 

24 agosto 2014

Aspettando la Bagarre

di Paolo Maria Filipazzi
“Viviamo la Terza Guerra Mondiale ma a pezzi”: così il Papa, parlando con i giornalisti sul volo di ritorno dal viaggio in Corea del Sud, ha sintetizzato l’attuale situazione internazionale, e mai - ahinoi- sintesi fu più efficace. Verrebbe da aggiungere che i pezzi sono montati assieme, costituendo tessere di un mosaico che, se guardato nella sua integrità, si rivela come l’incipiente resa dei conti fra diversi blocchi geopolitici, in un quadro, però, ben poco manicheo, in cui le tinte grigie e chiaroscurali sembrano essere le prevalenti.
 

07 settembre 2013

Ferrara, digiuna che è meglio!

di Paolo Maria Filipazzi

Capita alle volte, di aprire il giornale alla mattina e così facendo rovinarsi l’intera giornata. Per esempio: mercoledì 5 settembre lancio un’occhiata alla prima pagina de “Il Foglio” ed il caffè mi va di traverso. Il quotidiano dell’Elefantino titola a caratteri cubitali: “IL DIGIUNO DEI PAVIDI”. L’occhiello è tanto delirante quanto tale da non lasciare dubbi su di che cosa si tratta: “si digiuna per slancio mistico o contro l’aborto, la sharia, la schiavitù. Digiunare per paura della guerra giusta, quando le armi chimiche ne esaltano il sapore tossico, è il colmo dell’assurdo”.
 

03 settembre 2013

Cattolicesimo, guerra e pace. Perché non possiamo dirci pacifisti

di Marco Mancini

Come riportato con dovizia di particolari su tutti i principali media, durante l’Angelus di domenica Papa Francesco ha rivolto un pressante invito per la pace nel mondo e in particolar modo in Siria, indicendo anche un’apposita giornata di digiuno e di preghiera per il prossimo 7 settembre, ricorrenza della Natività della Vergine Maria, Regina della Pace. Si tratta di un’iniziativa lodevole e in qualche modo profetica per i tempi bui che stiamo vivendo, alla quale noi cattolici – ma non solo – siamo chiamati ad aderire, soprattutto nella speranza di evitare il demenziale intervento armato nel Paese arabo che taluni Paesi occidentali vanno prospettando. Le parole del Papa, tuttavia, non possono essere interpretate come una revisione della tradizionale dottrina cattolica sulla pace e sulla guerra.
 

27 aprile 2013

11 settembre 1683: l’ennesimo caso di film censurato

di Mandimartello

A prescindere dall’efficacia degli effetti speciali, a dir la verità non tanto speciali, da un montaggio non sempre riuscito e dalla realizzazione tecnica del film non perfetta, da un punto di vista di contenuti quello di Renzo Martinelli resta indubbiamente un film “scomodo”. D’altronde c’era d’aspettarselo: la dimostrazione storica della superiorità della religione e della morale cristiana e, in definitiva, del Vangelo di Cristo sul Libro sacro di Maometto è a dir poco “politicamente scorretto”. 
 

01 gennaio 2013

La Chiesa Cattolica e la vera pace (una riflessione di Robert. H. Benson)

In occasione della Giornata Mondiale della Pace, pubblichiamo un estratto dell'opera di Robert Hugh Benson (1871-1914) "Paradossi del Cattolicesimo", dedicato proprio al rapporto tra il Cattolicesimo e la vera pace.

di Robert Hugh Benson 

Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. (Matteo 5, 9).

Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada (Matteo 10, 34).

Abbiamo visto come la chiave per interpretare sia i Paradossi del Vangelo che quelli del Cattolicesimo sia la stessa e che la Vita che li produce sia al tempo stesso Divina e Umana. Andiamo ora a vedere come questa chiave risolverà i paradossi del Cattolicesimo, specialmente quelli che ci sono contestati dai nostri avversari. Ai nostri giorni il Cattolicesimo non è più ritenuto tanto assurdo, da parte degli uomini intelligenti, da non poterne discutere. Coloro che restano fuori dai confini della Chiesa giustificano la loro scelta con motivazioni ben argomentate, e fanno accuse precise che è nostro dovere confutare se non vogliamo riconoscerle fondate.
 

27 agosto 2011

Tripoli '11

di Federico Catani
“Ma Tripoli cos’è/ è il primo nome che/mi viene in mente te/ lo immagino lontano/ dove non so/ in cerca di battaglie/perché/ perché ogni uomo senza battaglie/ non può sentirsi un uomo/ un uomo un uomo un uomo un uomo”.

Ascolto la canzone di Patty Pravo, “Tripoli ‘69” e penso a lui, al povero Gheddafi che salito al potere 42 anni fa (proprio nel 1969) ora si ritrova spodestato e costretto a nascondersi non si sa dove. Come farà il raìs con tutti i suoi vestiti sgargianti a passare inosservato? Chissà se le sue amiche amazzoni l’hanno accompagnato (oppure gli stavano vicino solo in Italia in modo da far rosicare il suo ormai ex amico Berlusconi?). Chissà che fine gli  prepareranno i ribelli? Sono domande che tutti, angosciati, legittimamente ci poniamo, mentre lui rimane lì, nella sua terra, urlando ai quattro venti che bisogna resistere, perché la Libia deve appartenere ai libici e a nessun altro. Un colonnello tutto d’un pezzo!

Ciò detto, premetto che per ogni seria riflessione sull’andamento di questa pazza guerra libica cent’anni dopo l’impresa coloniale italiana (e pensare che dicevamo di aver conquistato solo uno scatolone di sabbia…: sempre svegli noialtri!), rimando a quel che han scritto Magdi Cristiano Allam e Massimo Introvigne.

Però due parole le voglio dire anch’io. Cosa abbiamo ottenuto con sei mesi di guerra? Forse è ancora presto per trarre conclusioni, tuttavia al momento la risposta è: non un granché. Anzi, di sicuro si è portato il Paese nel caos. Un tiranno è stato abbattuto. È vero. Bene. Nessuno sopportava le pagliacciate di cui ci ha resi spettatori quando è giunto in Italia. E nessuno condivideva la sua condotta politica. Personalmente, poi, non gradivo le sue frecciate anti-italiane, dal momento che, tutto sommato, qualcosa di buono in Libia gli italiani l’hanno fatto. Ma ora? Siamo sicuri che dopo Gheddafi arriverà la democrazia? Siamo sicuri che staremo più sicuri? Io ne dubito. Insomma, non credo che Tripoli diventerà un “bel suol d’amore”. In effetti, così come sta accadendo in Egitto e in Tunisia, il movimento dei rivoltosi è disomogeneo e per niente unito. E tra coloro che hanno sconfitto il raìs ci stanno pure i fondamentalisti islamici. Oggi il vero problema della presunta primavera araba (Israele sarà contento!) è proprio l’avanzata dei radicali islamici, specie dei Fratelli musulmani, che sembrano moderati, ma moderati non sono affatto. Non è un caso che sia in Egitto, sia in Libia, si sta pensando di rendere la sharia la principale sorgente legislativa dello Stato. Come avrebbe detto la Sora Lella:


Venendo agli affari di casa nostra, con il colonnello avevamo stretto accordi vantaggiosi, sia sotto il profilo economico che sotto quello dell’immigrazione. Adesso? Certo, Berlusconi e Frattini, seppur contro voglia, hanno partecipato alla guerra e ora trattano con i ribelli per mettere al sicuro i nostri interessi. Però il rischio che Francia e Gran Bretagna ci scippino il posto più vantaggioso è grande.

Insomma, alla fine della fiera, non vorrei che si dicesse: ma chi ce l’ha fatto fare? In fondo, Berlusconi alla guerra era contrario, ma vi ha preso parte perché spinto dall'improvvisa passione guerrafondaia del nostro Capo dello Stato. Una passione peraltro condivisa dalla sinistra, che in genere ci ha sempre rotto le balle con la solfa del pacifismo e dell’anticolonialismo. Questa volta invece tutto il mondo voleva la guerra. Della Siria, dove Assad si sta comportando assai peggio di Gheddafi, non ce ne frega nulla. Ma in Libia, cribbio, si doveva intervenire per difendere la popolazione! Siamo o non siamo i difensori dei diritti umani? Ecco, vedremo ora dove si andrà a parare. Io penso, con amarezza, che dopo tutto questo baccano si constaterà: era meglio Gheddafi.

P.S. Faccio una confidenza. Io e il colonnello abbiamo lo stesso debole. A tutti e due piace Condoleeza Rice. Solo che io non ho un album con tutte le sue foto e non ho mai confessato di amarla.