Visualizzazione post con etichetta Catani. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Catani. Mostra tutti i post

08 dicembre 2018

Libri. Il Miracolo della Santa Casa di Loreto

di Paolo Maria Filipazzi
Continua con Il Miracolo della Santa Casa di Loreto, edito da Luci sull’Est, la ricerca di Federico Catani intorno a Nostra Signora, fedelmente al motto Maria numquam satis.

Ed è davvero frutto di autentica, affettuosa venerazione, questo libro che sviscera nel dettaglio tutto ciò che riguarda la Santa Casa di Loreto.

Si inizia, nel capitolo 1, Com’è fatta la Santa Casa?, a descrivere con minuzia i particolari architettonici del luogo in cui il Verbo si fece carne, dai quali si desume con chiarezza quello che sarà il vero leitmotiv del libro: l’impossibilità che un edificio sia stato costruito ex novo proprio in quel punto, in mezzo alla pubblica via e sospeso in parte su di un fosso.

E’ così che, nel capitolo 2, La casa portata dagli angeli, viene ricostruita la successione delle diverse traslazioni che portarono la Santa Casa a stabilirsi nel luogo in cui oggi si trova, in un lungo viaggio da Nazareth, in fuga dalle milizie islamiche che minacciavano la Terra Santa. Viene anche smontata e rivelata nella sua inconsistenza la teoria del trasporto via mare da parte di una fantomatica famiglia Angeli la cui stessa esistenza è dubbia.

Nel capitolo 3,  Dove è nata la Madonna?, scopriamo che, con molta probabilità, quello non è solo il luogo dell’Incarnazione, ma anche quello della nascita della stessa Madonna e, quindi, verosimilmente, dell’Immacolata Concezione.

Nel capitolo 4, La Chiesa non ha dubbi, vengono passati in rassegna tutti i pronunciamenti dei papi, per arrivare a Benedetto XVI, che testimoniano la devozione per questo Santo Luogo da parte dei successori di Pietro.

Nel capitolo 5, Loreto, baluardo dell’Europa cristiana contro l’Islam, si ripercorre il legame fra il santuario di Loreto e le grandi battaglie in difesa della Cristianità, da Lepanto a Vienna.

Nel capitolo 6, Dove i grandi si fecero pellegrini, scopriamo quante e quali illustri personalità vissero e manifestarono la loro devozione alla Madonna fra le mura della Santa Casa.

Segue poi, un’appendice, Loreto, santuario dei principi “non negoziabili”, che ci ricorda come il messaggio del santuario di Loreto non è qualcosa di esaurito in fatti storici passati, ma ancora oggi è un richiamo a combattere la buona battaglia.


 

13 ottobre 2017

100 anni di Fatima

di Federico Catani
UNA MISSIONE PROFETICA ANCORA ATTUALE
 
Nell'omelia pronunciata a Fatima il 13 maggio 2010, Papa Benedetto XVI affermò: «Si illuderebbe chi pensasse che la missione profetica di Fatima sia conclusa» . Alcuni giorni prima, rispondendo alle domande dei giornalisti durante il volo per il Portogallo, aveva già detto che nei messaggi della Madonna alla Cova da Iria, « sono indicate realtà del futuro della Chiesa che man mano si sviluppano e si mostrano . Perciò è vero che oltre il momento indicato nella visione, si parla, si vede la necessità di una passione della Chiesa, che naturalmente si riflette nella persona del Papa, ma il Papa sta per la Chiesa e quindi sono sofferenze della Chiesa che si annunciano » .

Le apparizioni dell'Angelo della pace
In effetti, più il tempo passa e più la mariofania di Fatima sembra parlare ai giorni nostri. Particolarmente attuale è ad esempio il messaggio dato dall'Angelo della Pace e del Portogallo nel 1916, esattamente cento anni fa. Apparendo per tre volte ai tre pastorelli (Lucia dos Santos e i suoi cugini Francesco e Giacinta Marto), quasi a prepararli alla venuta della Madonna, il messo celeste li invita a pregare ed offrire penitenze e sacrifici a Dio per la conversione dei peccatori e l'espiazione delle loro colpe.
Mostratosi poi con il calice e l'Ostia santa, insegna ai tre fanciulli queste due preghiere: «Mio Dio, io credo, adoro, spero e vi amo, vi chiedo perdono per coloro che non credono, non adorano, non sperano, e non vi amano» e «Santissima Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo: vi adoro profondamente e vi offro il preziosissimo Corpo, Sangue, Anima e Divinità di Gesù Cristo, presente in tutti i tabernacoli della terra, in riparazione degli oltraggi, dei sacrilegi e delle indifferenze da cui Egli stesso è offeso. E per i meriti infiniti del suo Sacratissimo Cuore e del Cuore Immacolato di Maria, vi domando la conversione dei poveri peccatori» .

IL CUORE DELLA DEVOZIONE EUCARISTICA

In pratica, qui c'è il cuore della devozione eucaristica che ogni cattolico dovrebbe avere. Specie in un tempo, come il nostro, in cui la Santissima Eucaristia viene profanata in ogni modo: pensiamo ai sacrilegi eucaristici commessi dai satanisti, ma ancor di più, purtroppo, ai tentativi di far ricevere la Comunione ai pubblici peccatori, senza alcun pentimento, o al modo in cui viene trattata in certe liturgie, dove si è perso totalmente il senso del sacro, tanto che la gente ormai sembra ignorare che nell'Ostia santa c'è realmente e sostanzialmente Nostro Signore Gesù Cristo vivo e vero.
Ma venendo finalmente alle apparizioni di Fatima (dal 13 maggio al 13 ottobre 1917), i messaggi che la Madonna ha consegnato ai tre pastorelli sono ancora tutti da meditare in vista del centenario.

Sacrificio, penitenza e rinuncia
In tutti gli incontri, la Beata Vergine Maria esorta Lucia, Francesco e Giacinta a recitare il Santo Rosario ogni giorno e ad accettare con pazienza sofferenze e sacrifici per riparare le offese arrecate dagli uomini a Dio e per convertire i peccatori. In una società, come quella attuale, che non vuole sentir parlare di dolore e in un mondo cattolico in cui sembra non si conosca più il senso della sofferenza (si parla solo di gioia e di festa…), le parole della Madre di Dio indicano la strada per la santità: una strada che non può fare a meno del sacrificio, della penitenza, della rinuncia. «Pregate, pregate molto e fate dei sacrifici per i peccatori! – esorta la santissima Vergine - Vi sono molte anime che vanno all'inferno perché non c'è nessuno che si sacrifichi e preghi per loro» .
Il 13 luglio è la data dei celebri segreti di Fatima. È molto utile riportare per intero quanto detto dalla Madonna, riprendendo ciò che scrisse suor Lucia.


LE PAROLE DELLA VERGINE
La Beata Vergine Maria aprì le mani davanti ai tre pastorelli e «un riflesso [della luce] parve penetrare nella terra e vedemmo come un oceano di fuoco. Immersi in quel fuoco [vedevamo] i demoni e le anime [dannate]. [Queste] erano come bragia trasparente, nera o bronzea, e avevano forma umana. Erano come sospese in questo incendio, sollevate dalle fiamme che uscivano da loro stesse insieme a nubi di fumo. [E poi ] ricadevano da ogni parte, come le scintille nei grandi incendi, senza peso né equilibrio, in mezzo a grida e gemiti di dolore e di disperazione che facevano orrore e tremare di paura. (È alla vista di questo spettacolo che devo aver lanciato quel grido "Ahi" che si dice aver inteso da parte mia). I demoni si distinguevano [dalle anime dannate] per le forme orribili e ripugnanti di animali spaventosi e sconosciuti, ma trasparenti, come dei neri carboni trasformati in bragia.
Questa visione non durò che un momento, grazie alla nostra buona Madre Celeste che nella prima apparizione ci aveva promesso di portarci in Cielo, senza di che credo che saremmo morti di spavento e di paura. Spaventati e come per chiedere soccorso abbiamo alzati gli occhi verso la Madonna che ci disse con bontà e tristezza: " Avete visto l'Inferno , dove vanno le anime dei poveri peccatori. Per salvarli Dio vuole stabilire nel mondo la devozione al mio Cuore Immacolato. Se si fa quello che vi dico molte anime si salveranno, ci sarà la pace. La guerra finirà . Ma se non si cessa di offendere Dio allora sotto il regno di Pio XI ne comincerà un'altra peggiore .
Quando vedrete una notte illuminata da una luce sconosciuta allora sappiate che è il grande segno che Dio vi dà che sta per punire il mondo dei suoi delitti per mezzo della guerra, della carestia e delle persecuzioni contro la Chiesa e il Santo Padre.
Per impedirlo verrò a chiedere la conversione della Russia al mio Cuore Immacolato e la comunione riparatrice dei primi sabati del mese. Se si darà ascolto alle mie richieste allora la Russia si convertirà e ci sarà la pace, altrimenti la Russia diffonderà i suoi errori per tutto il mondo, provocando guerre e persecuzioni contro la Chiesa . I buoni saranno martirizzati, il Santo Padre dovrà soffrire molto, parecchie nazioni saranno annientate. Alla fine il mio Cuore Immacolato trionferà . Il Santo Padre mi consacrerà la Russia che si convertirà e sarà concesso al mondo un certo periodo di pace . Nel Portogallo si conserverà sempre il dogma della fede, ecc.».

Suor Lucia ha poi scritto, a distanza di anni, quella che sarebbe la terza parte del segreto, resa nota dal Vaticano nel 2000. «Dopo le due parti che già ho esposto, abbiamo visto al lato sinistro di Nostra Signora un poco più in alto un Angelo con una spada di fuoco nella mano sinistra; scintillando emetteva fiamme che sembrava dovessero incendiare il mondo ; ma si spegnevano al contatto dello splendore che Nostra Signora emanava dalla sua mano destra verso di lui: l'Angelo indicando la terra con la mano destra, con voce forte disse: Penitenza, Penitenza, Penitenza!
E vedemmo in una luce immensa, che è Dio, ("qualcosa di simile a come si vedono le persone in uno specchio quando vi passano davanti") un vescovo vestito di bianco, ("abbiamo avuto il presentimento che fosse il Santo Padre") insieme a vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose salire una montagna ripida, in cima alla quale c'era una grande Croce di tronchi grezzi come se fosse di sughero con la corteccia; il Santo Padre, prima di arrivarvi, attraversò una grande città mezza in rovina e mezzo tremulo, con passo vacillante, afflitto di dolore e di pena, pregava per le anime dei cadaveri che incontrava nel suo cammino; giunto alla cima del monte, prostrato in ginocchio ai piedi della grande Croce, venne ucciso da un gruppo di soldati che gli spararono vari colpi di arma da fuoco e frecce, e allo stesso modo morirono gli uni dopo gli altri i vescovi, sacerdoti, religiosi, religiose e varie persone secolari, uomini e donne di varie classi e posizioni. Sotto i due bracci della Croce c'erano due Angeli ognuno con un innaffiatoio di cristallo nella mano, nei quali raccoglievano il sangue dei Martiri e con esso irrigavano le anime che si avvicinavano a Dio ».

In queste parole, oltre ad un vero e proprio compendio del Cattolicesimo, c'è la confutazione di tutte le deviazioni dottrinali e morali oggi assai diffuse, anche tra alcuni uomini di Chiesa.
La Madonna, ad esempio, mostra l'inferno. Quindi la dannazione eterna esiste e molte anime subiscono questa sorte orribile. L'inferno pertanto è una realtà e purtroppo non è affatto vuoto. La misericordia di Dio non può essere scissa dalla sua divina giustizia: sono due facce della stessa medaglia . Dio ci ama sconfinatamente, ma proprio per questo non ha esitato a farsi uomo in Gesù Cristo e a sacrificarsi sulla croce per espiare il peccato dell'umanità. Il peccato esige sempre la giusta riparazione, perché offende Dio infinitamente. La Madonna a Fatima parla di castighi divini nel caso in cui gli uomini non si ravvedano: è un grande gesto d'amore. Dio infatti castiga e punisce per amore, per aiutare il peccatore a tornare sulla retta via . E la Madonna, che è Madre, avverte i suoi figli prima che si faccia sentire la giustizia divina. Chiunque può notare la differenza tra il linguaggio del Cielo, usato dalla Vergine stessa per volontà di Dio, ed il nuovo linguaggio oggi di moda in molti ambienti cattolici o sedicenti tali...

Il messaggio di Fatima è anche, si potrebbe dire, di tipo politico. Si parla di consacrazione della Russia e degli errori diffusi da questo Paese nel corso del XX secolo. Si fa riferimento, in pratica, all'orrore del comunismo e di tutto quello che da esso deriva, le cui conseguenze si vedono benissimo anche adesso . La Madonna vuole che uno Stato venga consacrato a Lei: non si può qui non ravvedere un chiaro riferimento alla regalità sociale di Cristo.

Chiede la devozione al suo Cuore Immacolato, oggi ancora poco praticata, nonostante tutto. E annuncia gravi castighi per la Chiesa e persecuzioni al Papa. La terza parte del segreto, ancora discussa, comunque la si pensi, lascia intendere che nella Chiesa, come denunciato pure da Benedetto XVI, c'è una grande crisi di fede. Il rimedio starebbe allora in una purificazione, le cui modalità e tempi non ci è dato conoscere, ma a quanto pare si potrebbe trattare di un bagno di sangue, con molti martiri. A risaltare nella visione è senza dubbio il ruolo e la centralità del Sommo Pontefice: è il Papa che deve consacrare la Russia e sempre lui deve soffrire più di altri.

Insomma, quello di Fatima è un messaggio di tragedia e di speranza allo stesso tempo . Perché la Madonna l'ha promesso: alla fine, dopo un salutare castigo, il suo Cuore Immacolato trionferà. E, secondo molti studiosi, sarà un trionfo non solo di Maria, ma anche della Chiesa e del Papato. Sarà la Civiltà Cristiana stessa ad essere restaurata.

Plinio Corrêa de Oliveira, già nel 1953 scriveva che l'elemento essenziale del messaggio di Fatima «consiste precisamente nell'aprire gli occhi degli uomini di fronte alla gravità della situazione, nel fornire loro una spiegazione alla luce dei piani della Provvidenza Divina, e nell'indicare i mezzi necessari per evitare la catastrofe» .

Il 13 ottobre 1917 le grandi apparizioni mariane si concludono con il miracolo del sole, visto da decine e decine di migliaia di persone, preannunciato mesi prima dalla Vergine stessa ai tre fanciulli. Evidentemente Dio ha voluto apporre in maniera solenne il suo sigillo su quanto avvenuto a Fatima: dalle profezie, alle promesse, fino agli avvertimenti terribili che la Madonna ha rivelato.
Benedetto XVI stesso ha lasciato intendere che le promesse di Fatima sono vicine ad avverarsi. Il 13 maggio 2010, nella Santa Messa celebrata alla Cova da Iria, concluse l'omelia con un augurio: «Possano questi sette anni che ci separano dal centenario delle Apparizioni affrettare il preannunciato trionfo del Cuore Immacolato di Maria a gloria della Santissima Trinità » . Noi, come apostoli di Fatima e figli devoti della Madonna, lavoriamo e preghiamo perché questo trionfo arrivi presto.


(Ass. Luci sull'Est - "Spunti", Maggio 2016)
 
 

13 giugno 2017

“La cultura della morte”: un ritratto della nostra società


di Federico Catani

È la passione per la vita che ha spinto il giovane giornalista Stelio Fergola a scrivere “La cultura della morte. Aborto, eutanasia e nuovo vangelo progressista“, da poco uscito per le edizioni La Vela. Lo confessa lo stesso autore nell’introduzione, notando con acume il tragico paradosso del tempo attuale: nella nostra società si assiste ad una smodata esaltazione della vitalità da parte degli stessi individui che quotidianamente lottano per ostacolare le nascite e porre fine in anticipo all’esistenza di chi è malato.

Sì, è proprio così. Siamo immersi in una vera e propria cultura della morte, nascosta anche e forse soprattutto in una distorta celebrazione della vita. Per il mondo di oggi vita è solo e soltanto godere appieno dei piaceri carnali e materiali; vita è avere, possedere, dominare, fare tutto ciò che si vuole. In pratica, a dominare sono l’individualismo sfrenato, l’utilitarismo più spinto, l’edonismo senza freni, tipici di una civiltà – se così si può ancora chiamare – che ha dimenticato le sue radici e i suoi valori fondanti. Non è un caso che di fronte al terrorismo islamico l’Occidente reagisca innalzando il vessillo di quelle “conquiste” progressiste che in realtà stanno contribuendo a distruggerlo. La cultura della morte, appunto.

Come spiega con molta chiarezza Fergola, eutanasia e aborto sembrano essere i due pilastri principali su cui si regge questa mentalità: il dibattito sul testamento biologico che si sta svolgendo nel nostro Paese, con la strumentalizzazione e lo sfruttamento di casi drammatici come quello di Dj Fabo e la battaglia contro il diritto all’obiezione di coscienza in tema di aborto (nonostante sia previsto dalla stessa legge 194/1978) ne sono un esempio eclatante. Il libro passa in rassegna i fatti di cronaca degli ultimi tempi e si sofferma ad analizzare la strategia impiegata dai radicali, che in Italia sono i veri paladini della cultura della morte. Una strategia, la loro, che purtroppo si è dimostrata di successo, data anche la debolezza (e a volte pure l’incompetenza) del fronte avversario.

La tattica radicale è sempre la stessa: utilizzare casi limite ed estremi per commuovere l’opinione pubblica e indurla a ritenere che vi sia un’emergenza. Oggi è la sofferenza dei malati terminali, ieri la discriminazione degli omosessuali, l’altro ieri gli aborti clandestini e il pericolo per la salute delle donne e così via.

Peccato che i dati reali e oggettivi siano sempre stati altri. Un caso tipico è proprio quello degli aborti clandestini: radicali e Unesco diffusero informazioni palesemente false pur di introdurre la legalizzazione dell’omicidio dei bambini non nati in Italia. Chiunque non sia accecato dall’ideologia può rendersene conto. E nonostante ciò di questo non si parla, anzi si continua ad andare avanti con la solita propaganda, con le solite menzogne. “Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità” diceva Goebbels… Lo stesso accade con l’eutanasia: si nascondono i dati di quanto accade in Belgio, Svizzera e Olanda, dove basta una depressione per farsi ammazzare. Oltretutto dopo aver pagato un lauto compenso al medico-killer.

L’indifferenza, l’apatia e spesso la viltà fanno trionfare la cultura della morte. Del resto – e questa è forse la parte più interessante del libro – la cultura della morte è veicolata potentemente e prepotentemente dalla tv e in particolare dai film e dalle serie tv, di cui si imbevono le nuove generazioni. La propaganda tipica degli Stati totalitari oggi ha solo cambiato di aspetto, adattandosi alle moderne democrazie mortifere.

Di esempi se ne possono citare molti. Basti segnalare Sex and the City, in cui si presenta il modello della donna in carriera, che cambia uomo con enorme facilità e non ha alcuna intenzione di metter su famiglia: una visione mercificata delle persone e dei sentimenti, che tanto piace al mondo odierno. Una civiltà che si regge su questi presupposti è condannata alla sterilità fisica e spirituale e dunque alla morte. Le polemiche sul Fertility Day cui abbiamo assistito nel settembre 2016 sono state molto eloquenti.

Purtroppo persino la Chiesa o – meglio – molti uomini di Chiesa, sin nelle più alte sfere, hanno smesso di combattere. Il diritto alla vita sembra non interessare più o quantomeno si stanno adottando soluzioni pastorali (come va di moda chiamarle oggi) che hanno come unico risultato l’avanzata del nemico. E sia chiaro, la battaglia contro aborto, eutanasia, fecondazione artificiale, “matrimoni” omosessuali e quant’altro non è appannaggio dei cattolici o comunque dei credenti. Fergola lo precisa e anzi dà a questi temi una lettura assolutamente laica. Però è indubbio che la Chiesa ha sempre avuto e ha il diritto di avere un ruolo importante e decisivo in quest’ambito. E in Italia la rivoluzione culturale e antropologica è sempre stata ritardata provvidenzialmente dalla presenza di Roma. Ma se il sale perde sapore, a cosa potrà mai servire?

Degna di nota è proprio l’attenzione che il libro riserva al nostro Paese. «L’identità italiana – scrive l’autore – si fonda in buona parte sulla cultura della famiglia e resiste ancora, nonostante i suoi appartenenti ne siano completamente inconsapevoli. Resiste nonostante il numero ormai infinito di famiglie separate e di figli lasciati soli a loro stessi. Resiste, più che esistere, man mano che le sollecitazioni esterne proseguono, che le leggi emanate dai poteri forti vengono attuate, che la propaganda si fa più incessante». Infatti, «nonostante nella sua versione attuale non mi piaccia e sia abitata in gran parte da cittadini che ne sono indifferenti per formazione – afferma –, perfino questa Italia è sotto attacco, perché la sua cultura millenaria è di ostacolo ai dogmi del progressismo ostile alla vita e alle leggi dell’economia liberale».

Ecco, sono proprio questi resti della nostra civiltà che dobbiamo difendere. Ed è da questi residui che occorre ripartire per ricostruire una civiltà della vita.

notizieprovita.it

 

09 giugno 2017

L'attualità del messaggio di Fatima

di Federico Catani
A cento anni di distanza dalla sua consegna ai tre pastorelli Francesco, Giacinta e Lucia, il messaggio della Madonna di Fatima è più attuale che mai. Anzi, col passare del tempo le profezie della Cova da Iria sembrano descrivere con sempre maggior chiarezza l’epoca in cui stiamo vivendo.
E se dopo un secolo gli ammonimenti di Nostra Signora restano ancora validi è per due motivi: primo, perché i consigli del Cielo non hanno confini di spazio e di tempo; secondo, perché evidentemente l’umanità – e i cattolici soprattutto – non hanno obbedito alla Madre di Dio.

LA VISIONE DELL’INFERNO

Chi conosce il contenuto e la spiritualità del messaggio di Fatima sa bene che al centro vi è l’invito alla conversione, l’esortazione alla penitenza e la chiamata a lottare, senza tregua e senza tentennamenti, contro il peccato.
Ai tre pastorelli la Madonna fece vedere l’inferno, mostrando loro tutta la sua repellenza e la disperazione delle anime ivi finite per essere vissute volutamente lontane da Dio, in stato di peccato mortale, senza alcun ravvedimento nel momento del trapasso. I tre bambini rimasero fortemente impressionati da quella terrificante visione: l’orrore provato fu decisivo per spingerli ad aumentare le penitenze e i sacrifici per la conversione dei peccatori e dunque anche per raggiungere la santità. Se infatti è vero che l’anima perfetta è quella che ama Dio per se stesso (e a questo arrivarono Francesco, Giacinta e Lucia), non si può negare che il timore del castigo aiuti molto ad intraprendere il cammino della conversione. Del resto questa è stata la “strategia pastorale” adottata dalla stessa Beata Vergine Maria. Oggi però chi parla più della reale esistenza dell’inferno? Chi mette in guardia dalla morte eterna? Non sentiamo piuttosto ripetere che l’inferno non esiste o che, qualora esistesse, sarebbe comunque vuoto perché Dio non punisce nessuno? E non sentiamo forse dire che concetti quali “castigo divino”, “riparazione”, “sacrificio”, “espiazione” e “penitenza” sono ormai superati e tipici di un atteggiamento fondamentalista?

LA CRISI DELLA FEDE

È evidente che il messaggio di Fatima in questi cento anni è stato progressivamente svuotato, minimizzato, manipolato, amputato e largamente disatteso. Le parole della Madonna infatti per i nostri tempi sono troppo forti, scomode e fastidiose. Se le ascoltassimo e ci credessimo davvero, ci imporrebbero un radicale cambiamento di vita. Che è proprio quello che molti, anche cattolici, non vogliono. Come non notare il tentativo di molti ecclesiastici di annacquare il Vangelo e di edulcorarlo rendendolo gradito agli occhi del mondo? Come ignorare che anche ai vertici della Chiesa oggi regna una grande confusione non solo sulle linee pastorali da adottare ma persino in campo morale e dottrinale?
Il messaggio di Fatima riguarda anche una grande crisi della fede all'interno della stessa Chiesa. In effetti, a partire dagli anni Sessanta – quando la terza parte del segreto avrebbe dovuto essere rivelata - il mondo cattolico è stato profondamente scosso fin nelle sue fondamenta e le verità più elementari della dottrina sono state contestate, messe in dubbio, spesso tradite. Oggi siamo arrivati probabilmente all’apice di questo processo di autodemolizione della Chiesa (come ebbe a dire Papa Paolo VI). Basti pensare alle incertezze e al vero e proprio caos relativamente al sacramento del matrimonio e alla natura della famiglia. Se su questi temi fino a poco tempo fa gli attacchi venivano dal mondo esterno, ora invece hanno origine tra gli stessi uomini di Chiesa.

LA DIFESA DELLA FAMIGLIA E DEL MATRIMONIO

Ed ecco che Fatima ancora una volta ha un ruolo importante. Qualche tempo fa, il cardinale Carlo Caffarra, arcivescovo emerito di Bologna, raccontò che quando il Papa Giovanni Paolo II lo mise a capo del neonato “Pontificio Istituto per Studi su Matrimonio e Famiglia”, scrisse a suor Lucia chiedendo preghiere per questo incarico. L’allora monsignor Caffarra non si aspettava una risposta, e invece suor Lucia gli fece recapitare una lettera autografa in cui, tra l’altro, diceva: « Lo scontro finale tra il Signore e il regno di Satana sarà sulla famiglia e il matrimonio ». Aggiungeva poi un incoraggiamento particolare e un invito a non aver paura, perché « chiunque lavora per la santità del matrimonio e della famiglia sarà sempre combattuto e avversato in tutti i modi, perché questo è il punto decisivo ». Tuttavia, ricordava, la Madonna ha già schiacciato la testa del demonio. Insomma, l’ultima veggente di Fatima aveva preconizzato i tempi attuali, dove questo scontro è arrivato persino nella Chiesa ed è ormai evidente a tutti.
La battaglia decisiva è dunque su questi temi. Del resto già nelle rivelazioni a Giacinta la Madonna aveva messo in guardia dai peccati che all’epoca dilagavano in Portogallo e nel mondo. In particolare Nostra Signora annunciò che sarebbero arrivate « certe mode che offenderanno molto Gesù» e che « i peccati che portano più anime all’inferno sono i peccati della carne ». Se questo valeva in quegli anni, cosa potrebbe dire la Madonna oggi? Se già all’epoca aveva fatto sapere alla pastorella che « molti matrimoni non sono buoni, non piacciono a Gesù, non sono di Dio » e che « le persone che servono Dio non devono seguire la moda. La Chiesa non ha mode. Gesù è sempre lo stesso », quali dovrebbero essere oggi i suoi avvertimenti? Come si vede, il messaggio di Fatima sembra rivolto proprio all’umanità dei nostri giorni.
La corruzione morale dei costumi, lo sfascio delle famiglie col divorzio, le convivenze, l’aborto, la produzione di bambini in provetta o con l’utero in affitto, l’edonismo, l’eutanasia, la pornografia dilagante, la rivoluzione antropologica ad opera dell’ideologia gender e della legalizzazione delle unioni omosessuali sono solo alcuni di quell’insieme di errori che – come affermato dalla Madonna - la Russia avrebbe diffuso nel mondo se non fosse stata consacrata al suo Cuore Immacolato. Tutto si è puntualmente realizzato e sono sotto i nostri occhi le conseguenze del mancato adempimento di quanto chiesto da Nostra Signora a Fatima, benché gli atti di consacrazione dell’umanità compiuti da Pio XII e da Giovanni Paolo II abbiano comunque avuto effetti benefici.

GLI ERRORI DELLA RUSSIA

Per Russia ovviamente è da intendersi non solo e non tanto il singolo Paese, che nell’anno delle apparizioni alla Cova da Iria venne travolto dalla rivoluzione bolscevica, ma il comunismo in generale. Un’ideologia, quella comunista, che ha scatenato contro la Chiesa la maggiore e più crudele persecuzione della storia, opprimendo interi popoli per lunghi decenni e provocando la spaventosa cifra di almeno cento milioni di morti. Ma il comunismo continua ad esistere, pur con un’infinita varietà di maschere. Quelli della Russia, pertanto, sono gli errori del marxismo e di tutto ciò che da esso è scaturito. L’ateismo e il materialismo, certo, ma anche la “liberazione” sessuale del 1968 e la decostruzione della natura umana elaborata dalla cosiddetta Scuola di Francoforte. Ma, ancora più ampiamente, è il movimento rivoluzionario in quanto tale che la Madonna ha condannato, quel movimento che, partito dall’umanesimo e da Martin Lutero ha fatto scoppiare la rivoluzione francese, quella bolscevica e oggi domina in tutti gli Stati liberaldemocratici.
La ricostruzione della Civiltà cristiana, pertanto, passerà obbligatoriamente dalla consacrazione della Russia al Cuore Immacolato di Maria e dunque dal rinnegamento di tutti gli pseudo valori che dominano nelle nostre società e verso i quali, purtroppo, indulgono molti uomini di Chiesa e fedeli cattolici. Se tutto ciò non avverrà, la Madonna ha preannunciato un tremendo castigo purificatore. Relativamente alla legalizzazione dell’aborto nel suo Paese, ad esempio, suor Lucia disse: « Se il Portogallo non approverà l’aborto, è salvo; ma se invece lo approverà, dovrà soffrire molto. Per il peccato di un singolo individuo paga la persona che ne è responsabile, ma per il peccato di una nazione paga tutto il popolo. Perché i governanti che promulgano leggi inique lo fanno in nome del popolo che li ha eletti ».
Ebbene, basta guardarsi attorno: siamo sommersi da una legislazione empia e satanica.
Il castigo però sarà lo strumento usato da Dio per convertire le anime e gettare le fondamenta di quel trionfo del Cuore Immacolato e di quella pace di Cristo nel regno di Cristo che Nostra Signora ha promesso a Fatima, cento anni fa.

(Ass. Luci sull'Est - "Spunti", Maggio 2017)
 

13 maggio 2017

Fatima. Apologia del Santo Rosario

di Federico Catani
In un colloquio con padre Fuentes, il 26 dicembre 1957, suor Lucia affermò: « Dio ha deciso di dare al mondo gli ultimi due rimedi contro il male, che sono il Rosario e la devozione al Cuore Immacolato di Maria ». Si tratta delle due pratiche che la Madonna di Fatima aveva fortemente raccomandato alla veggente nel 1917. In questo numero concentriamoci sul Santo Rosario.

“IO SONO LA MADONNA DEL ROSARIO”
Così come a Lourdes e in altre innumerevoli occasioni, in tutte le sei apparizioni alla Cova da Iria (dal maggio all’ottobre 1917) la Beata Vergine Maria sollecita i tre pastorelli a recitare il Rosario tutti i giorni per ottenere la pace nel mondo e la fine della guerra (in quel periodo anche il Portogallo era impegnato nella Prima Guerra Mondiale). Il 13 luglio, in particolare, la misteriosa Signora vestita di bianco dice a Lucia di recitare quotidianamente il Rosario in onore della Madonna del Rosario, «perché solo Lei vi potrà aiutare». Ed aggiunge che questa preghiera è necessaria per ottenere le grazie durante l’anno. Inoltre, sempre nello stesso giorno, Maria Santissima raccomanda di recitare, alla fine di ogni mistero, la nota preghiera per la salvezza eterna e in suffragio delle anime del Purgatorio, che ancora oggi è di uso comune: “O Gesù mio, perdona le nostre colpe, preservaci dal fuoco dell’inferno, porta in Cielo tutte le anime, specialmente le più bisognose della tua misericordia”. Nell’ultima apparizione, il 13 ottobre, quando ci fu il “miracolo del sole”, Nostra Signora – che si era sempre mostrata con la corona del Rosario in mano - finalmente si rivela: « Io sono la Madonna del Rosario». Oltretutto, il 19 agosto aveva chiesto ai pastorelli di raccogliere soldi per la festa della Madonna del Rosario. Che – detto per inciso - si celebra il 7 ottobre, in ricordo della strepitosa vittoria degli eserciti cattolici contro i musulmani a Lepanto, nel 1571. Una vittoria ottenuta proprio grazie alla recita del Rosario e che frenò l’espansionismo islamico, salvando così l’Europa cristiana. A conferma di quanto detto, a Lucia appaiono, in successione, la Sacra Famiglia (con San Giuseppe e Gesù Bambino benedicenti), la Vergine Addolorata (unita a Nostro Signore vestito con la tunica rossa della sua Passione) e la Madonna del Carmelo (con lo Scapolare in mano). Tre immagini che simboleggiano i misteri gaudiosi, dolorosi e gloriosi del Rosario.
Uno degli insegnamenti di Fatima, quindi, è l’importanza e la necessità della recita quotidiana del Santo Rosario. Nel 1917, quando la Madonna lo raccomandava, si trattava di una pratica diffusa, comune a tutto il popolo cristiano, senza distinzioni di ceto sociale. A cento anni di distanza, invece, è evidente che nella stragrande maggioranza delle famiglie (e spesso anche nelle chiese) non solo non si prega il Rosario, ma nemmeno lo si conosce. E le conseguenze sulla vita dei singoli e della società si vedono.

IL ROSARIO RISOLVE OGNI PROBLEMA
Eppure, come disse suor Lucia a padre Fuentes nel 1957, « la Santissima Vergine ha voluto dare, in questa fine dei tempi in cui viviamo, una nuova efficacia alla recita del Santo Rosario. Ella ha talmente rinforzato la sua efficacia, che non esiste problema, per quanto difficile, di natura materiale o, soprattutto, spirituale, nella vita privata di ognuno di noi, o in quella delle nostre famiglie, delle famiglie del mondo, delle comunità religiose o addirittura nella vita dei popoli e delle nazioni che non possa essere risolto dalla preghiera del Santo Rosario. Non c’è problema, vi dico, per quanto difficile, che non possa essere risolto dalla recita del Santo Rosario. Con il Santo Rosario ci salveremo, ci santificheremo, consoleremo il nostro Signore e otterremo la salvezza di molte anime ». Ciascuno può provare la veridicità delle parole di suor Lucia. Limitandoci all’ambito della “vita dei popoli” basti ricordare, tra i tanti fatti storici, la già menzionata battaglia di Lepanto e la liberazione dell’Austria dall’occupazione sovietica, avvenuta pacificamente il 26 ottobre 1955, dopo che per mesi e mesi migliaia di cittadini, compreso il primo ministro, avevano pregato il Rosario e fatto processioni con la statua della Madonna di Fatima sotto la guida del padre Pavlicek. Straordinario è poi quanto accaduto ad Hiroshima e Ngasaki, le città del Giappone con il numero più alto di cattolici. Quando nel 1945 vennero sganciate le bombe atomiche, gli unici edifici a restare intatti furono il convento dei gesuiti di Hiroshima e quello dei francescani di San Massimiliano Kolbe a Nagasaki. Luoghi in cui il Rosario veniva recitato ogni giorno. Alla Cova da Iria, la Mediatrice di tutte le grazie lo ha ribadito a chiare lettere: per ottenere la pace ed ogni grazia bisogna recitare il Rosario. Tutti i giorni.
Nel corso della sua vita suor Lucia non ha mai mancato di sottolineare questo insegnamento. In una lettera inviata ad una consorella nel 1970, la veggente scrisse: « Il Rosario è l’orazione dei poveri e dei ricchi, dei sapienti e degli ignoranti; portar via alle anime questa devozione sarebbe come portar loro via il pane spirituale di ogni giorno. Il Rosario alimenta la piccola fiamma della fede che ancora non si è spenta del tutto in molte coscienze. Anche per quelle anime che pregano senza meditare, il semplice atto di prendere la corona per pregare è già un ricordo di Dio, del soprannaturale. Il semplice ricordo dei misteri di ogni decade sostiene nelle anime il lucignolo ancora fumigante. Perciò il demonio gli ha fatto tanta guerra! Il peggio è che è riuscito ad illudere e ad ingannare anime piene di responsabilità per la carica che occupano... Sono ciechi che guidano altri ciechi... ». In effetti tra gli anni Sessanta e Settanta il Rosario sembrava ormai una preghiera antiquata, da mettere in soffitta. Addirittura, durante il Concilio Vaticano II, la commissione preparatoria incaricata di scrivere il capitolo sulla Madonna della costituzione Lumen gentium si rifiutò di accogliere l’integrazione proposta a nome di centotredici vescovi dal cardinale arcivescovo di Lisbona, Manuel Gonçalves Cerejeira, ovvero di aggiungere alle parole “le pratiche ed esercizi di pietà” (incoraggiati dalla Chiesa), la precisazione “tra i quali si distingue il Rosario”.
Sempre nel 1970, scrivendo ad un’amica, suor Lucia ribadì che « Nostra Signora ha chiesto e ordinato di recitare il Rosario ogni giorno, ripetendolo in tutte le sue apparizioni, come per premunirci contro questi tempi di disorientamento diabolico, affinché non ci lasciamo ingannare da false dottrine ». Non è un caso che tale pratica, nella forma in cui ancora oggi la conosciamo, sia stata ideata da San Domenico per combattere l’eresia catara, assai diffusa nella sua epoca.

PREGARE IL ROSARIO OGNI GIORNO
Per affrettare il trionfo del Cuore Immacolato di Maria, come promesso dalla stessa Santissima Vergine a Fatima, occorre dunque pregare il Rosario. Rivolgendosi a tutte le Comunità Mariane del mondo, nell’ottobre 2001 suor Lucia ricordò che la Madonna « ci esorta a recitare il suo Rosario con più fede, con più fervore, contemplando i misteri della gioia, della passione e della gloria del Figlio suo che volle associarla al mistero salvifico della nostra redenzione […]. È quando il Rosario scorre nelle vostre mani che gli Angeli e i Santi si uniscono a voi. Per questo vi esorto a recitarlo con profondo raccoglimento, con fede, meditando con religiosa pietà il significato dei suoi misteri […]. Recitatelo privatamente o in comunità, in casa o fuori, in chiesa o per le strade, con semplicità di cuore, seguendo passo passo il cammino della Madonna col Figlio suo. Recitatelo sempre con viva fede per chi nasce, per chi soffre, per chi lavora, per chi muore. Recitatelo unito a tutti i giusti della terra e a tutte le Comunità Mariane, ma, soprattutto, con la semplicità dei piccoli, la cui voce ci unisce a quella degli Angeli. Mai come oggi il mondo ha bisogno del vostro Rosario […]. È stata tante volte la recita di un solo Rosario a placare lo sdegno della Divina Giustizia ottenendo sul mondo la misericordia divina e a salvare tante anime ». Vogliamo far nostro il contenuto di questa lettera, specialmente nell’anno centenario di Fatima che sta per iniziare.

(Ass. Luci sull'Est - "Spunti", Dicembre 2016)
 

10 maggio 2017

Fatima e la devozione al Cuore Immacolato di Maria


di Federico Catani
 
L’elemento essenziale e in un certo senso più originale delle apparizioni di Nostra Signora a Fatima è senza alcun dubbio la devozione al suo Cuore Immacolato. Così come nel XVII secolo Nostro Signore era apparso a Santa Margherita Maria Alacoque per chiederle di diffondere e promuovere il culto al suo Sacratissimo Cuore, all’inizio del XX secolo, in piena Prima Guerra Mondiale, la Madonna ha parlato ai tre pastorelli portoghesi della devozione al suo Cuore Purissimo.
In effetti, sebbene tale culto fosse stato sempre praticato a livello privato o locale grazie soprattutto all’apostolato di santi come Giovani Eudes e Antonio Maria Claret e allo zelo di Pontefici quali Pio VII ed il beato Pio IX, è con le mariofanie portoghesi del 1917, esattamente cento anni fa, che ha assunto una valenza tutta particolare ed un riconoscimento universale, sino ad arrivare alla consacrazione dell’intero genere umano fatta nel 1942 da Pio XII, che due anni più tardi estese a tutta la Chiesa la festa del Cuore Immacolato di Maria, fissandola al 22 agosto (dopo la riforma liturgica Paolo VI l’ha trasferita al sabato dopo la solennità del Sacro Cuore di Gesù).

UNA DEVOZIONE PER I NOSTRI TEMPI 

Il 13 giugno 1917, durante la sua seconda apparizione, Nostra Signora disse a Lucia: « Gesù vuole servirsi di te per farmi conoscere e amare. Vuole stabilire nel mondo la devozione al mio Cuore Immacolato. A chi la abbraccia, prometto la salvezza; e queste anime saranno amate da Dio come fiori posti da me per adornare il suo trono ». Di fronte alle perplessità e ai timori della bambina, la Santissima Vergine aggiunse: « Non ti scoraggiare. Io non ti lascerò mai. Il mio Cuore Immacolato sarà il tuo rifugio e la via che ti condurrà a Dio ». Come è evidente da queste parole, ci troviamo di fronte non ad una pia invenzione di tre pastorelli, ma ad una richiesta esplicita della Madonna, su mandato espresso di Dio stesso. In un certo senso, sembra quasi che se la devozione al Sacro Cuore era stata richiesta per gli uomini del XVIII e XIX secolo, quella al Cuore Immacolato è rivolta particolarmente ai nostri tempi, così travagliati e confusi. Quanto annunciato a Fatima, infatti, non si è ancora pienamente realizzato e dunque l’invito rivolto ai pastorelli è oggi ancora più attuale e impellente. Quello al Cuore Immacolato è il culto più utile e più gradito in questo attuale momento storico. È quindi nel segno del Cuore Purissimo di Maria che sarà possibile ricostruire la Civiltà Cristiana. È sotto le sue insegne che i cattolici sono chiamati a combattere. D’altra parte, i risvolti temporali del messaggio di Fatima sono evidenti (come del resto quelli delle apparizioni di Gesù a Santa Margherita Maria, quasi tre secoli prima): nel grande Segreto affidato a Francesco, Giacinta e Lucia si parla esplicitamente di consacrazione della Russia e del finale trionfo del Cuore Immacolato. Ma di questo si parlerà in una prossima occasione. Ad ogni modo, Giacinta lo aveva capito molto bene. Poco prima di morire, ricordò alla cugina Lucia cosa avrebbe dovuto fare: « Tu rimani qua per dire che Dio vuole istituire nel mondo la devozione al Cuore Immacolato di Maria. Quando ce ne sarà l’occasione, non ti nascondere. Di’ a tutti che Dio ci concede le grazie per mezzo del Cuore Immacolato di Maria; che le domandino a Lei, che il Cuore di Gesù vuole che, vicino a Lui, sia venerato il Cuore Immacolato di Maria. Chiediamo la pace al Cuore Immacolato di Maria; Dio la mise nelle Sue mani ». Oltretutto, queste parole ci ricordano un aspetto tipicamente cattolico: la devozione a Maria Santissima nulla toglie all’adorazione che dobbiamo a Gesù Cristo. Anzi, è il Figlio stesso a volere che la sua Madre venga venerata dagli uomini, senza alcuna paura di esagerare, perché nessun mortale certamente La amerà quanto Lui. Inoltre, è Dio stesso ad aver stabilito che ogni grazia ci giunga attraverso la Madonna, Mediatrice di tutte le grazie.

SACRIFICIO E RIPARAZIONE

Pertanto, quello al Cuore Immacolato di Maria non è un culto melenso, minimalista e infantile. Non è una devozione sentimentalistica. La Madonna ai tre pastorelli (e pertanto a chiunque si dichiari cattolico) ha chiesto molto di più: ha raccomandato il sacrificio, la penitenza, l’espiazione e la riparazione. Concetti oggi ritenuti da molti superati, fondamentalisti e persino “pagani”: eppure il Cielo non ha mai parlato di misericordia a buon mercato, ma sempre condizionata al pentimento e al proposito di cambiare vita. Il 13 luglio, data della terza apparizione, la Beata Vergine Maria invitò i veggenti a sacrificarsi, accompagnando le loro penitenze con questa preghiera: « O Gesù, è per Vostro amore, per la conversione dei peccatori e in riparazione dei peccati commessi contro il Cuore Immacolato di Maria ». La Madonna chiede cioè atti di riparazione per le offese che riceve il suo Purissimo Cuore, tradizionalmente sempre raffigurato trafitto da una spada (come profetizzato da Simeone) e circondato di spine: la Madre di Dio infatti ha cooperato in maniera tutta speciale all’opera della Redenzione e, soffrendo indicibilmente sotto la Croce, è divenuta la Corredentrice, insieme e subordinatamente al Figlio suo.

I CINQUE PRIMI SABATI

Nostra Signora ha spiegato in che modo possiamo riparare, suggerendo la pratica dei cinque Primi sabati del mese.
Il 10 dicembre 1925, a Pontevedra, suor Lucia ebbe la visione della Santissima Vergine e del Bambino Gesù. Questi le disse: « Abbi compassione del Cuore della tua Santissima Madre ricoperto di spine conficcate in continuazione dagli uomini ingrati, senza che vi sia nessuno che compia un atto di riparazione per toglierle ». Subito dopo, prese la parola la Madonna: « Vedi, figlia mia, il mio Cuore circondato di spine che gli uomini ingrati mi conficcano in continuazione attraverso la bestemmia e l’ingratitudine. Almeno tu cerca di consolarmi e dì a tutti che per cinque mesi, ogni primo sabato, si confessino e si comunichino, recitando un Rosario e mi tengano compagnia per quindici minuti, meditando sui misteri del Rosario, allo scopo di alleviare il peso che porto. In cambio prometto di assisterli nell’ ora della loro morte con tutte le grazie necessarie per la salvezza delle loro anime ».
Quindi, per sintetizzare, nei primi sabati di cinque mesi consecutivi la Madonna raccomanda di:
- fare (bene, cioè in grazia di Dio, dopo una buona confessione) la Santa Comunione;
- farLe compagnia per (almeno) un quarto d’ora, recitando il Santo Rosario e meditandone i misteri;
- compiere il tutto con l’intenzione di riparare per i peccati che affliggono il Cuore Immacolato di Maria.
A chiunque, con devozione sincera, compirà questa pia pratica, Nostra Signora ha promesso di assisterlo particolarmente nell’ora della morte, garantendogli la salvezza eterna.
Gesù stesso poi ha chiarito che il numero di cinque sabati è dovuto alle cinque specie di offese e bestemmie rivolte contro il Cuore di Sua Madre: le bestemmie contro l’Immacolata Concezione; le bestemmie contro la sua Verginità; le bestemmie contro la sua Maternità divina, rifiutando al tempo stesso di riconoscerla come Madre degli uomini; le bestemmie di coloro che cercano pubblicamente di infondere nel cuore dei bambini l’indifferenza o il disprezzo o anche l’odio nei riguardi di questa Madre Immacolata; le offese di coloro che la oltraggiano direttamente nelle sue sante immagini.
Purtroppo, nonostante sia trascorso un secolo, quella dei cinque Primi sabati è una devozione ancora poco diffusa e conosciuta. In questo Centenario di Fatima appena iniziato, dunque, sarebbe quanto mai opportuno e consigliabile riprendere o iniziare, promuovere e spiegare tale pratica in cui peraltro sono strettamente congiunte devozione mariana e devozione eucaristica (le due colonne della Chiesa e della spiritualità cattolica, come affermava San Giovanni Bosco).

L’ULTIMO RIMEDIO

Parlando con il padre Fuentes, suor Lucia confessò che Dio ha deciso di dare al mondo gli ultimi due rimedi contro il male: il Santo Rosario e la devozione al Cuore Immacolato di Maria. Si tratta delle ultime due armi per emendare le nostre condotte ed evitare (o mitigare) il castigo annunciato a Fatima. Come detto da suor Lucia, tale devozione consiste nel considerare Maria come sede della clemenza, della bontà e del perdono, e come sicura porta attraverso cui entrare in Paradiso. Che cosa aspettiamo ad esaudire quanto richiestoci dalla nostra Madre celeste?

(Ass. Luci sull'Est - "Spunti", Febbraio 2017)
 
 

11 febbraio 2017

"L'azione", di Jean Ousset. Un manuale per i controrivoluzionari di oggi

di Federico Catani
 
Chiunque abbia a cuore la restaurazione della Civiltà cristiana e si adoperi per ristabilire l’ordine cattolico nell’attuale società deve anzitutto formarsi. La preparazione culturale è fondamentale per rispondere adeguatamente alle sfide che pone il mondo moderno: senza studio il rischio – divenuto tante, troppe volte realtà – è di venire inesorabilmente schiacciati dalle menzogne imposte e diffuse dalla Rivoluzione. Senza formazione o con una formazione superficiale, inoltre, si diventa insipidi, come lo sono oggi tanti presunti “cattolici di parrocchia”, che di Cattolicesimo non hanno più nulla, avendolo sostituito con un vago filantropismo posto al servizio delle mode del momento.

Tuttavia, se la formazione è importante, è anche vero che agli ambienti controrivoluzionari è mancata e manca spesso la capacità tecnico-pratica di attuare quanto appreso intellettualmente. In effetti, nonostante sia più grande di quanto uno possa immaginare guardando la tv o leggendo i giornali, la resistenza alla Rivoluzione si trova comunque di fronte a grandi limiti strategici, dovuti a vari motivi, come ad esempio eccessive e inutili rivalità personali o un eccessivo intellettualismo.

Per queste ragioni va salutata con gioia la pubblicazione, per la prima volta in Italia, de “L’azione - Manuale per una riconquista cattolica politica e sociale” (Editoriale Il Giglio, Napoli 2016). Il libro, dell’intellettuale tradizionalista francese Jean Ousset (1914-1994), e tradotto da Guido Vignelli, più che un trattato teorico è un manuale d’azione, che ogni gruppo controrivoluzionario dovrebbe non solo leggere, ma studiare. Ousset, lo ricordiamo, nel 1954 fondò la Cité Catholique, organizzazione di coordinamento delle varie realtà tradizionaliste francesi, nota per i suoi convegni nazionali e internazionali e che ebbe grande seguito anche in altri Paesi d’Europa e dell’America Latina.

Come ricorda Vignelli nell’introduzione, durante gli anni del pontificato di Giovanni XXIII, anni di cambiamenti nel mondo e nella Chiesa, tre libri in particolare si proposero di impostare un programma di riconquista cristiana della società: “Pour qu’ll règne” di Jean Ousset, “Revolução e Contra- Revolução” del prof. Pinio Corrêa de Oliveira (1959) e “Cristianesimo e ordine civile” di don Gianni Baget Bozzo (1961). L’opera di Ousset però non è mai stata tradotta in Italia.

“Pour qu’ll règne” è un lavoro monumentale, volto a sistematizzare la teoria e l’azione per un ritorno alla Regalità sociale di Cristo, unico antidoto contro la Rivoluzione dilagante. Quella pubblicata dall’Editoriale Il Giglio è solo la parte finale del libro di Ousset, che dal 1968 divenne un testo autonomo: “L’Action”, per l’appunto.

Per Ousset il dramma del cattolicesimo del XX secolo è stato l’aver separato il pensiero dall’azione e la dottrina dal metodo. Troppe volte anche oggi si fa un gran parlare ma poi molti preferiscono non sporcarsi le mani, pensando che prima o poi la Provvidenza sistemerà tutto. Ora, se è vero che senza l’intervento divino l’uomo non può sconfiggere la Rivoluzione, è altrettanto indispensabile darsi da fare: “I soldati combatteranno in nome di Dio e Dio donerà loro la vittoria”, diceva Santa Giovanna d’Arco, citata opportunamente da Ousset, il quale ricorda pure come l’ortodossia cattolica abbia sempre insegnato che «bisogna pregare come se la nostra azione fosse inutile, ma agire come se la nostra preghiera fosse altrettanto inutile». Ci vuole dunque un sano equilibro che eviti sia il fideismo che si rifugia unicamente nella preghiera, sia l’attivismo senza alcuno sguardo soprannaturale. Ousset parla ai laici di azione, ma non smette di ricordare l’importanza decisiva dei ritiri, della Santa Messa e degli esercizi spirituali.

Come sintetizza efficacemente Vignelli, l’intellettuale francese aveva ben presente la necessità di «formare nuove élites e classi dirigenti, influenzare le istituzioni, controllare il potere, gareggiare con i mass-media». Questa è la missione specifica dei laici cattolici, che devono essere sempre più consapevoli del loro ruolo e della necessità di una legittima autonomia dalle gerarchie ecclesiastiche, oggi sempre più schierate a favore della modernità (e se questo era vero negli anni Sessanta-Settanta, attualmente lo è all’ennesima potenza).

Per Ousset «si trattava innanzitutto di formare militanti cristiani convinti, coerenti e credibili, uniti da legami di amicizia, da un’identica dottrina e da un comune metodo di azione, allenati al senso critico e al rigore morale, abituati a osservare, analizzare, progettare, ma anche a decidere e ad agire. Essi dovevano diventare una élite seria, diffusa e influente, capace di trattare con le persone e con gli ambienti sociali più diversi, capace di agire nella vita civile usando i più efficaci strumenti d’informazione, propaganda e persuasione, caratterizzati da un contatto personale, azione in gruppi ristretti, massima libertà di iniziativa».
Per raggiungere l’obiettivo Ousset raccomandava di dar vita ad un’associazione di associazioni, di «formare una rete di cellule, circoli e gruppi, capace di penetrare negli ambienti più influenti della società civile per informarli, risanarli e coordinarli in una globale azione contro-rivoluzionaria».

In pratica, «bisognava influenzare dall’interno gli ambienti sociali e i “corpi intermedi” superstiti, per propagarvi le verità e confutarvi gli errori, per rafforzarvi le virtù e indebolirne i vizi, per favorirvi le tendenze sane e combattervi quelle malate, per rafforzarvi le dirigenze in crisi d’identità e di responsabilità».

Come scrisse Lenin, “se a San Pietroburgo, nel 1917, ci fossero state solo poche migliaia di uomini ben certi di quello che volevano, non avremmo mai potuto prendere il potere in Russia”. Sacrosanta verità, perché la storia la fanno le élites. E per vincere c’è bisogno di unità di intenti e di comunione fraterna. Per questo Ousset, tra le tante indicazioni, mette in guardia da invidie e gelosie, dalla tiepidezza e dal mero volontariato. A sinistra c’è sempre chi si dedica a tempo pieno alla lotta. Perché non dovrebbe essere così anche in campo cattolico controrivoluzionario?

Purtroppo questi consigli non sono stati molto seguiti e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Nonostante incoraggianti segnali di speranza, la Rivoluzione avanza. 

Da quanto è possibile notare, però, forse è arrivato il momento propizio per un vero cambio di direzione. Di fronte alla crisi dilagante nella società e a quella - eclatante - nella Chiesa, molti giovani stanno aprendo gli occhi e decidono di opporsi al sistema dominante. Ed è su loro che bisogna puntare, perché solo loro potranno essere le élites del prossimo futuro. Giovani ai quali pertanto sembra particolarmente rivolto questo libro, uscito oltre cinquanta anni fa, che infatti vivamente raccomandiamo di leggere e studiare, perché validissimo anche per i nostri tempi travagliati.
 

24 luglio 2016

Gender e femminismo: l’ideologia della nuova sinistra mondiale


di Federico Catani

Abbiamo intervistato uno dei due autori, il giovane Agustín Laje. Classe 1989, laureato in Scienze Politiche è autore di diverse pubblicazioni, collabora con numerose testate giornalistiche e dirige il Centro de Estudios Libertad y Responsabilidad.

Può spiegarci che relazione c’è tra l’ideologia gender e la sinistra dei nostri giorni?

Se questa “nuova sinistra” si caratterizza per qualcosa, è per aver messo da parte le vecchie concezioni economicistiche della “lotta di classe” e averle rimpiazzate con una strategia di “battaglia culturale”. Una delle conseguenze più importanti di questo cambiamento è che il soggetto rivoluzionario della sinistra non è più la classe sociale, e pertanto il proletariato ha perso la centralità che aveva in altri tempi. Oggi la nuova sinistra, usa l’iniezione di discorsi ideologici in gruppi culturali minoritari o contrastati per porli contro il sistema capitalista e i valori tradizionali dell’Occidente, attraendoli nel suo alveo. In tal senso, la nuova sinistra ha creato nuove ideologie: indigenismo, “dirittoumanismo”, ecologismo, femminismo, omosessualismo, etc. Quella gender abbraccia queste due ultime correnti e potrebbe essere definita come un’ideologia che annulla le caratteristiche naturali del sesso, per fare di questo niente più che mera cultura. Tutti gli aspetti relativi alla sessualità sono completamente ricondotti al campo della cultura e si insegna che per modificarli occorre distruggere la propria vigente struttura culturale attraverso quella che ho definito “battaglia culturale”. Ecco allora che agli omosessuali si suggerisce che la loro posizione minoritaria è conseguenza di una “cultura etero-normativa” da distruggere, mentre alle donne si dice che in questa “cultura patriarcale” gli uomini sono i loro nemici dichiarati. E cosa porterebbe sollievo a queste vite tanto sofferenti? Il trionfo della sinistra, naturalmente.

E pensare che nei Paesi comunisti omosessuali e donne non hanno ricevuto un bel trattamento…

Tutto ciò è paradossale. La nuova sinistra cerca di egemonizzare soggetti che prima disprezzava o addirittura perseguitava. Le donne, ad esempio, sono sempre state emarginate dalla direzione politica dei Partiti Comunisti che andarono al potere nel XX secolo (di fatto, se la passavano molto male in URSS, come spiego nel libro). Gli omosessuali nella Cina maoista subivano pene che andavano dalla castrazione fino alla morte. In Unione Sovietica erano portati in Siberia, nei campi di concentramento. A Cuba, Che Guevara li mandava ai lavori forzati nella Penisola di Guanahacabibes. La copertina del nostro libro è una caricatura di questo paradosso: un Che Guevara omosessuale e femminista. Oggi vediamo molte bandiera del “Che” nelle marce per l’orgoglio gay, il che è ridicolo tanto quanto vedere svastiche in manifestazioni a favore dello Stato di Israele.

Nel vostro libro parlate anche di femminismo e “violenza di genere”. Qual è la posizione della sinistra sul tema?

Il femminismo iniziò come conseguenza naturale delle rivoluzioni liberali del XVII secolo. Era un femminismo sano, giusto: chiedeva diritti civili e politici per la donna. Però si sarebbe presto deformato. Ludwing von Mises se ne era già accorto nel 1922, nel suo “Il socialismo”, quando sosteneva che se il femminismo, andando oltre le sue rivendicazioni di uguaglianza davanti alla legge, avesse cercato di contrastare la natura stessa, sarebbe diventato una branca del socialismo. In effetti, già con Friedrich Engels, amico di Marx, il socialismo tentò di portare la battaglia in favore delle donne dalla sua parte. Disse che tutti i loro problemi avevano una ragione precisa: l’esistenza della proprietà privata. La stessa causa del problema dello sfruttamento tra le classi. Perciò, la rivoluzione operaia non avrebbe liberato solo l’operaio, ma anche la donna. Cosa che ovviamente mai si verificò (né per gli uni, né per le altre). Il femminismo poi crebbe con forza in Occidente. Si spogliò di questo “classismo” e passò alla strategia “culturalista” della quale ho già parlato. È qui che nasce il problema della “violenza di genere”, ovvero la volontà di creare nella società la sensazione generalizzata di una guerra sotterranea degli uomini contro le donne. È il conflitto che tiene viva questa sinistra risuscitata. Certo, la violenza degli uomini contro le donne esiste, ed è riprovevole. Però “violenza di genere” è quella violenza motivata da un odio verso l’altro genere in quanto tale. Ebbene, in quanti casi di quella che i media definiscono come “violenza di genere” tutto ciò si verifica? Come provare che il movente della violenza è stato l’odio di genere? Ovvio che non si prova mai nulla, ma la società dà per scontato che la violenza di genere sia semplicemente quella unidirezionale, dell’uomo sulla donna. Così si manipola il linguaggio e si genera un conflitto che di sicuro non aiuta a combattere le vere cause della violenza in generale.

Può riportarci alcuni esempi di quello che sostengono le femministe oggi riguardo al rapporto sesso-cultura?

A partire dagli anni ’70 la sinistra ha iniziato a concentrarsi sul sesso come potente arma di cambiamento culturale. Grandi esponenti del femminismo hanno esplicitamente elaborato strategie per distruggere i nostri valori culturali e creare così le condizioni favorevoli per una rivoluzione di sinistra. Un esempio che mi ha colpito è quello di Shulamith Firestone, che nel suo libro “La dialettica del sesso” rivendicava incesto e pedofilia. In “Utopia” vagheggiava un mondo “post- femminista” in cui gli adulti avrebbero potuto avere rapporti sessuali con i minori, purché questi ultimi fossero consenzienti e avessero organi sessuali di dimensioni tali da consentire la penetrazione dell’adulto. E raccomandava persino che la prima fellatio al bambino fosse praticata dalla madre! Altro personaggio a noi più vicino è Beatriz Preciado, docente all’Università di Parigi VIII, secondo cui l’“etero-capitalismo” ha reso pene e vagina “organi sessuali egemonici” (come se la loro condizione di organi sessuali fosse un’imposizione culturale e non un dato di natura!). Per opporsi a questa “tirannia” e “ri-sessualizzare” il resto del corpo, ha scritto “Il Manifesto contro-sessuale”, dove raccomanda una serie di pratiche, delle più strampalate, per “sfidare l’egemonia”, come ad esempio imparare a masturbarsi un braccio. Il bello è che in tutte queste tecniche, presentate come una ricetta di cucina, bisogna fingere (sic!) un orgasmo. In tal modo, senza rendersi conto, la prof.ssa Preciado ammette ciò che nega: ovvero che la biologia determina la realtà del nostro corpo.

Il grande nemico della sinistra sembra il capitalismo. Ciò nonostante vediamo come i “poteri forti” e l’alta finanza appoggino e promuovano le sue battaglie culturali. Come lo spiega?

È vero, la nuova sinistra si regge in gran parte grazie ad un settore del potere finanziario mondiale. Però si tratta di un settore specifico, quello “progressista”. Credo sia un errore, un riduzionismo, pensare che la nuova sinistra sia un appendice di tale settore finanziario mondiale, come se si trattasse di qualcosa di omogeneo. Soros, Rockefeller, la Fondazione di Gates, etc. hanno sempre appoggiato la sinistra. Probabilmente sono quei ricchi con senso di colpa la cui psicologia fu ben analizzata da von Mises in “La mentalità anticapitalistica”.

Qual è la situazione in Argentina relativamente alla diffusione dell’ideologia gender?

Da tempo si stanno educando le giovani generazioni secondo i diktat dell’ideologia gender. Le istituzioni dello Stato sono ormai permeate da questa ideologia e credo di poter dire che è divenuta egemonica. Quanti cercano di sfidare le sue imposizioni vengono perseguitati. La situazione è complessa, perché paradossalmente questa ideologia si presenta come un inno al “pluralismo” e alla “diversità”, ma in realtà non conosce tolleranza. E senza tolleranza non c’è pluralismo né diversità.

E il governo Macri? È culturalmente succube della nuova sinistra?

Totalmente. E non perché sia di sinistra, ma in quanto tecnocratico: in altre parole, non sa nulla di cultura.

Perché la destra è così complessata su questi temi? E come pensa si possa superare questa condizione?

Perché nel 1992, con la caduta dell’URSS, pensò che la sinistra fosse condannata al museo delle antichità. In quello stesso anno uscì ad esempio il best-seller di Francis Fukuyama, “La fine della storia e l’ultimo uomo”, secondo cui capitalismo e democrazia liberale avevano definitivamente trionfato. D’altra parte, alcuni anni prima, Daniel Bell aveva pubblicato “La fine delle ideologie”, dove intravedeva un mondo senza ideologie, che però, come vediamo, era solo fantasia. Insomma, la destra si è addormentata sugli allori di un trionfo parziale, che poi la sinistra ha ribaltato con una controffensiva culturale che dura fino ad oggi. E dato che questo è avvenuto sul piano delle idee, se la destra vuole affrontare la sinistra dovrà dare battaglia culturale. Per far ciò però ha bisogno di nuovi intellettuali, disposti a sfidare l’egemonia, a sporcarsi nel fango del politicamente corretto, a venire squalificati e anche perseguitati.

Dopo l’uscita del vostro libro avete avuto problemi?

Tantissimi. Il mio profilo Facebook è stato bloccato molte volte. Quello di Nicolás Márquez, co-autore con me del libro, è stato bloccato per un mese dopo una discussione con una femminista. Sono stati hackerati i siti che ci hanno intervistato. Inoltre abbiamo ricevuto minacce e numerose offese di ogni genere.

Un’ultima domanda. In Argentina c’è chi vuole depenalizzare l’aborto. Cosa ne pensa?

Come liberale, il primo diritto che difendo è quello alla vita: senza vita non c’è libertà, né alcun altro diritto. La vita viene prima della libertà, per ragioni di mera logica: per essere libero, devi vivere. Pertanto, sono totalmente contrario all’aborto, in ogni caso. La scienza ha dimostrato che il nascituro non è una “parte” del corpo della madre, ma ha un DNA proprio e genera i suoi propri organi (come la placenta e il cordone ombelicale). Alcuni dicono che la sua mancanza di autonomia ed autosufficienza lo trasforma in qualcosa di “pseudo-umano” (Hitler non pensava lo stesso dei disabili?). Ma il nascituro ha bisogno della madre per vivere anche fuori dalla sua pancia. Oppure chi è appena nato non ne ha più bisogno? Altri sostengono che l’aborto va legalizzato in quanto, di fatto, già avviene ed è una realtà sociale; legalizzarlo aiuterà a salvare le donne che abortiscono clandestinamente. Con lo stesso criterio dovremmo allora legalizzare, ad esempio, le rapine alle banche, perché anche queste sono parte della realtà sociale, e anche queste implicano un pericolo per il ladro che, trovandosi in uno scontro a fuoco con le forze dell’ordine, può venire colpito a morte. È terribile che la donna muoia per un aborto clandestino; però fa parte dei rischi che ella stessa decide di correre quando sceglie di uccidere un’altra vita, proprio come un ladro che rischia quando commette i suoi crimini violando i diritti di terzi. In breve: il rischio che comporta il fatto di violare diritti inalienabili non dovrebbe giustificare la legalizzazione di tale violazione, ma piuttosto un maggior controllo statale per proteggere effettivamente quei diritti che si pretende di violare. Niente può permetterci di violare il diritto a nascere e a vivere. È curioso che quanti ricorrono permanentemente a menzogne per legalizzare l’aborto, hanno avuto il diritto a nascere. Sarebbe bene che la smettano di cercare di negare ad altri il diritto del quale essi stessi hanno potuto godere.

http://www.notizieprovita.it/filosofia-e-morale/gender-e-femminismo-lideologia-della-nuova-sinistra-mondiale/

 

13 luglio 2016

Quelle parole talismaniche nei sinodi sulla famiglia

di Federico Catani

Nella Chiesa si è imposta una neolingua di stampo orwelliano. Il processo va avanti da tempo, ma negli ultimi anni ha avuto un’accelerazione impressionante. I due Sinodi sulla famiglia (del 2014 e 2015) lo hanno in qualche modo solidificato. Nel romanzo 1984, George Orwell spiega che la neolingua era la lingua ufficiale imposta dal Grande Fratello per sostituire la vecchia visione del mondo, le vecchie abitudini mentali e, soprattutto, per rendere impossibile ogni altra forma di pensiero che non fosse quella imposta dal Grande Fratello stesso e dal suo Partito unico, il Socing.
Ebbene, mutatis mutandis, sembra essere proprio quello che sta accadendo nella Chiesa. L’Associazione “Tradizione, Famiglia e Proprietà” (TFP) ha dato alle stampe un agile volumetto, Una rivoluzione pastorale. Sei parole talismaniche nel dibattito sinodale sulla famiglia”, scritto dallo studioso Guido Vignelli e con la prefazione di mons. Athanasius Schneider, vescovo ausiliare di Astana (Kazakhstan). Il testo aiuta il lettore a orientarsi nel nuovo linguaggio utilizzato dai documenti ecclesiali usciti dai due Sinodi. Pur essendo stato ultimato prima della pubblicazione di Amoris laetitia, l’esortazione apostolica di Papa Francesco rientra a pieno titolo nella disamina fatta da Vignelli.
In sintesi, come nota l’autore, “questo linguaggio veicola una nuova pastorale che favorisce un cambiamento di mentalità e di sensibilità tale da insinuare una nuova teologia”. Non è una novità. Già san Pio X, nel 1907, affermava che “i modernisti involgono i loro errori in certe parole ambigue e in certe formule nebulose, allo scopo di prendere gli incauti nei loro lacci, ma tenendosi sempre aperta una via di scampo per non subire un’aperta condanna”. La tecnica – che Vignelli riassume in appendice – è quella del “trasbordo ideologico inavvertito”, concetto coniato dal pensatore brasiliano Plinio Corrêa de Oliveira, fondatore della TFP. In pratica, il ricorso a parole cosiddette ‘talismaniche’ serve per trasbordare i fedeli da una posizione vera ad una falsa. Ed il passaggio è, per l’appunto, inavvertito, indolore. La tattica è di evitare l’affermazione di errori espliciti, ricorrendo piuttosto a “parole ambigue e scivolose che, pur avendo una origine cristiana, sono state sequestrate e strumentalizzate da una cultura anticristiana per diffonderle negli ambienti cattolici al fine d’inquinarli e disporli al cedimento e alla resa al nemico”. Insomma, si definiscono tali parole ‘talismaniche’ perché, “pur sembrando banali e innocue, nel linguaggio in cui vengono usate esse possono esercitare una pericolosa influenza che tende a manipolare la mentalità di chi le usa mediante una tecnica implicita di persuasione psicologica”.
Tra quelle più citate nel dibattito sinodale  e maggiormente in voga ai giorni nostri, Guido Vignelli ne ha individuate sei.
Inizia con il termine ‘pastorale’. Quante volte abbiamo sentito ripetere che la dottrina non cambia ma va invece adeguata la pastorale? Ebbene, la pastorale dovrebbe essere la modalità con cui i pastori della Chiesa guidano le anime verso la salvezza eterna. Se ne deduce che la prassi pastorale non può mai essere disgiunta dalla verità dottrinale: sono due facce della stessa medaglia. Da anni, però – e i Sinodi ne sono stati la prova -, si ricorre al termine pastorale per far sì che cambi la dottrina. Con la scusa dei tempi che cambiano e delle nuove esigenze e situazioni dei fedeli, si finisce per mettere in soffitta la legge di Dio e la Sacra Scrittura. E infatti si parla di “conversione pastorale” della Chiesa, in modo che “dogmatica, morale, diritto e liturgia si adeguino alle esigenze dell’uomo moderno”, e non il contrario, come invece dovrebbe essere.
C’è poi la parola ‘misericordia’. La Chiesa ne ha sempre parlato e l’ha sempre vissuta. In due millenni i preti hanno sempre confessato e assolto miliardi di fedeli. Eppure sembra sia una scoperta di qualche anno fa… Il problema è che oggi per misericordia si intende perdono a buon mercato: tutti si salvano e tutti sono perdonati, senza bisogno di alcun pentimento. Ma questo è un vero e proprio stravolgimento della verità. Anzi, una bestemmia che porta le anime alla dannazione.
Veniamo poi al termine ‘ascolto’. Si dice che la Chiesa deve porsi in ascolto, più che insegnare, arrivando persino a mettere in dubbio “certezze ritenute indiscutibili e sicurezze ritenute irrinunciabili”. Ne deriva che, “per la pastorale dell’ascolto, l’importante non è più che l’uomo sia in sintonia con la volontà divina, bensì solo l’essere sinceri, in pace con sé stessi e con gli altri; l’esserlo con Dio ne sarebbe un’automatica conseguenza”. In tal modo – lo abbiamo visto con i questionari somministrati in maniera assai discutibile prima dei Sinodi – la Chiesa si appiattisce sulla sociologia, pensando che la sua missione sia solo “fornire un vago servizio all’umanità”.
E cosa dire del ‘discernimento’? Tale parola indica lo strumento per analizzare le situazioni problematiche. Perciò, diventa vietato esprimere giudizi e chi non si adegua a questa nuova strategia pastorale viene severamente redarguito ed emarginato. Discernimento significa quindi ascoltare il diverso e valorizzare la sua diversità, perché bisogna tener conto della complessità delle situazioni. Ecco allora che “la complessità diventa un pretesto per eludere il problema ed evitarne la cura risolutiva ma spiacevole”. Nella pastorale di oggi evidentemente non c’è più spazio per il sacrificio e la croce. Si giunge così al concetto di famiglie e persone ‘ferite’: in tal modo “la situazione viene scusata o addirittura giustificata come se fosse insuperabile, mentre chi si ostina a rimproverarla viene accusato di mancare di misericordia”. Ciò che conta sono le “relazioni affettive di qualità”, ovvero quelle in cui ci si impegna a vivere “una unione autentica e stabile che comporti il reciproco aiuto materiale e morale”. Non c’è da stupirsi pertanto se non si usano più i termini ‘immorale’ o ‘irregolare’ per i conviventi more uxorio o per le coppie omosessuali: di fatto si passa dalla tolleranza del male alla sua piena accettazione. Il tutto in nome della dolcezza, del dialogo, della misericordia e dell’accompagnamento.
Già, ‘accompagnamento’ è un’altra parola talismanica. Non si tratta più di accompagnare il peccatore alla conversione, perché “ogni via, per quanto pericolosa, purché sia scelta liberamente dall’uomo, conduce comunque alla meta della salvezza”. Questo discorso vale pure per la società. Abbandonato l’obiettivo di costruire la civiltà cristiana, la Chiesa “deve accompagnare i processi culturali, seguirne l’evoluzione storica, incoraggiarne l’ammodernamento in senso pluralistico, senza pretendere d’imporle un modello storicamente sorpassato”. In buona sostanza, deve favorire un mondo non tanto scristianizzato, quanto piuttosto – e lo vediamo ogni giorno – anti-cristiano. Deve sposare dunque una strategia suicidaria.
Infine, l’ultimo termine preso in esame da Vignelli è ‘integrazione’. Molti sostengono che la comunione con la Chiesa e con Dio può essere solo parziale. Pertanto, occorre accogliere le diversità, abbattere mura, gettare ponti, superare le discriminazioni attraverso l’inclusione. Pretendendo però di integrare nella Chiesa quanti per ragioni oggettive non possono essere assimilabili, si favorisce la disintegrazione. Ovvero la dissoluzione: altra scelta suicida.
Ebbene, chi ama non vuole la morte dell’amato e non lo porterà certo ad uccidersi. Lo stesso vale per la Chiesa. Se i pastori preposti a guidarla e custodirla adottano rivoluzioni pastorali e dottrinali - ben celate dietro parole ambigue - volte a danneggiare il Corpo Mistico di Cristo, le possibilità sono due: o sono degli ingenui, e allora per ovvie ragioni dovrebbero essere privati di ogni incarico, oppure sono in mala fede e al servizio di qualcun altro (“non si possono servire due padroni”, dice Gesù nel Vangelo). Grazie a Dio, sappiamo però con certezza che “portae inferi non prevalebunt”!

* Chi fosse interessato ad avere una copia del libro può scrivere a info@atfp.it o telefonare al numero 068-417603

 

29 maggio 2016

Eutanasia e suicidio assistito. Giù la maschera


di Federico Catani

Mentre in Commissione Giustizia e Affari sociali alla Camera si sta discutendo di eutanasia e testamento biologico, giunge quanto mai utile l’iniziativa dell’associazione Generazione Voglio Vivere, che ha pubblicato e iniziato a distribuire ai suoi abbonati l’opuscolo Eutanasia e Suicidio Assistito. Il volto dietro la maschera.
Il testo serve a fornire una corretta informazione sul tema dell’eutanasia. Normalmente infatti, classe politica ed opinione pubblica discutono senza avere la minima idea di quale sia la realtà e la verità scientifica. D’altra parte, la lobby pro-morte lavora incessantemente per manipolare le menti, creare confusione con un linguaggio inesatto e inculcare nella gente vere e proprie menzogne. La strategia è sempre la stessa, usata già per il divorzio e l’aborto: prendere un caso estremo e straziante, far commuovere, dire che è urgentissima una normativa che ponga fine a queste situazioni dolorose e convincere quindi le persone, sull’onda emotiva e sentimentale, ad approvare l’eutanasia.

Chi conosce anche solo qualche rudimento di teoria della comunicazione, non fatica a rendersi conto dell’inganno sotteso a certi concetti “talismanici”, quali l’amore verso chi soffre, il diritto ad una “morte degna” e alla autodeterminazione del paziente, e così via. Prima che sia troppo tardi, dunque, è necessario tentare il tutto per tutto per scongiurare l’approvazione di una legge che distruggerebbe inesorabilmente quel poco che resta di umanità nella nostra società. In Italia, soprattutto, siamo abituati a prenderci cura dei malati, a solidarizzare, a star loro vicino: fa parte della nostra identità e della nostra tradizione cattolica. Qualora divenisse legale l’eutanasia, secoli e secoli di civiltà verrebbero meno.

Prima di dare una visione d’insieme al libretto di Generazione Voglio Vivere, bisogna specificare che per affrontare la questione (ma lo stesso discorso vale per l’aborto, il divorzio, lo pseudo-matrimonio gay, e così via) occorre usare la razionalità e lasciar da parte il sentimentalismo. Certo, l’argomento non può prescindere dall’aspetto emotivo. Si parla di vita e di morte, di malattia e di dolore, di affetti e di persone care, in fondo di noi stessi. Tuttavia l’ordinamento giuridico e le leggi non si fondano sui sentimenti, per loro stessa natura mutevoli e variabili da persona a persona. Il diritto prescinde dalle emozioni. Se così non fosse sarebbe il caos. Detto ciò, vi sono tre grandi miti da sfatare.

Il primo: dicono che in Italia si registrano già migliaia di suicidi ed eutanasie clandestine. Ergo, è urgente una legge che regoli la situazione esistente ed elimini ogni abuso. Tutto ciò però è falso. Si tratta infatti di palese manipolazione dei dati statistici (si fece lo stesso con l’aborto e si continua a farlo sulle adozioni gay e l’utero in affitto). Non solo, si confondono anche i termini della questione, pasticciando tra le definizioni di eutanasia e di accanimento terapeutico. Infatti le presunte eutanasie clandestine altro non sono che legittima sospensione di cure inutili e sproporzionate. Peraltro, anche fosse tutto vero, è bene ricordare come il diritto serva a indicare ciò che deve essere e non ciò che accade nei fatti. Si verificano tanti furti e tanti omicidi, ma nessuno si sogna di proporre una norma che regoli il diritto a rubare e ad ammazzare.

Secondo mito da sfatare è il presunto valore assoluto dell’autodeterminazione del paziente. Dicono che legiferare sull’eutanasia non obbliga nessuno a sottoporvisi, ma a dare la libertà di poterlo fare a quanti lo desiderassero. Ma come misurare l’autodeterminazione? Chi può garantire che il paziente non sia oggetto di pressioni psicologiche e condizionamenti vari? Come si può asserire con assoluta certezza che è in grado di compiere una scelta così importante con piena libertà? Inoltre in tutto questo non si svilisce forse il ruolo del medico e la sua autonomia professionale? Il medico non può diventare mero esecutore della volontà del suo paziente. Se avesse il potere di togliere la vita (cosa  che peraltro è in totale contrasto col Giuramento di Ippocrate), diventerebbe un arbitro che può decidere, con tutti gli errori di valutazione del caso, chi è degno di vivere e chi no, aprendo scenari davvero inquietanti.

Infine, il terzo mito da sfatare è l’idea secondo cui una “buona” legge sull’eutanasia impedirà ogni abuso. Peccato che i dati reali di tutti i Paesi in cui l’eutanasia è legale dicano l’esatto contrario. Tanto per cominciare, in questi Stati dove ognuno può scegliere di “morire degnamente” quando e come vuole, il numero dei suicidi è aumentato. Inoltre, tutto sta a dimostrare che, come asserito dal medico olandese Theo Boer, docente all’Università di Utrecht (un convertito alla cultura della vita), basta una piccola falla nella diga per far crollare tutto, secondo il principio del “piano inclinato”. Se la vita perde il suo valore e la sua dignità intrinseci, tutto è ammesso, tutto è possibile. E così basta una depressione, un dispiacere, un piccolo malessere per ritenere la propria esistenza inutile e dunque chiedere ed ottenere la cosiddetta “dolce morte”. Anche perché in ballo c’è il denaro: sopprimere i malati costa meno che curarli ed investire nelle cure palliative. Lo Stato con l’eutanasia risparmia! Anni e anni di lotte per uno “Stato sociale” e questi sono i risultati?

Nei Paesi Bassi il numero di morti per eutanasia è in costante aumento e riguarda anche quanti non sono capaci di intendere e di volere (bambini compresi), con buona pace dell’autodeterminazione del paziente. C’è stato persino il caso di un uomo eliminato perché completamente solo e fallito nella vita… Inoltre, non si incorre in alcuna sanzione. I medici che abusano raramente finiscono davanti alla legge e, quando capita, sono prosciolti. Stesso discorso vale per il Belgio, dove i casi di eutanasia, rispetto al 2003, sono aumentati del 600%, sancendo in pratica il diritto del medico di uccidere quando lo ritenga opportuno. La Svizzera non è da meno e il suicidio assistito è praticato tranquillamente anche a chi è “stanco di vivere”. In Oregon (USA) e in Canada, poi, c’è una situazione particolare. I ricchi possono permettersi le cure palliative. Ai poveri, invece, si raccomanda il suicidio assistito, perché non hanno denaro sufficiente per pagare la terapia del dolore. Incredibile ma vero. E questa sarebbe giustizia?

A proposito di cure palliative, degna di nota è l’osservazione fatta dall’ex ministro della Salute, nonché medico, Girolamo Sirchia: «L’eutanasia è una grande mistificazione e un sofisma basato sull’assunto che il dolore sia peggio della morte. Questo ragionamento sbagliato si estende anche al darsi e a chiedere la morte, cioè all’eutanasia. In altre parole siccome morire è meno doloroso del dolore stesso, la morte viene considerata il male minore. Ma se alleviamo il dolore, il falso castello crolla. […] La società e i medici […] lavorano e assistono per curare, per lenire le sofferenze e non per uccidere. Perciò è incivile e dannoso negare la terapia del dolore solo perché in molti ospedali, specie di provincia, non si è in grado di applicarla. È così che si creano malati di serie A e B».

L’Italia si è attivata a riguardo solo nel 2010, con la legge n. 38 concernente “Disposizioni per garantire l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore”. Ma finora i risultati stentano a farsi sentire. Non sarebbe allora meglio applicare la norma anziché occuparsi di eutanasia? Non sarebbe il caso di sostenere le famiglie con persone gravemente disabili, oggi troppo spesso abbandonate a se stesse? Oltretutto, come dimostra l’approccio psicoterapeutico della Dignity Therapy, presentato per la prima volta dallo psichiatra Chochinov, generalmente il malato che dà un senso alla sua sofferenza e che viene assistito con amore, non chiede di morire. Una legge che consentisse l’eutanasia, invece, eserciterebbe, almeno implicitamente, sul paziente un’indebita pressione perché chieda di essere tolto di mezzo in quanto rappresenta un peso per i familiari e un costo per la Sanità pubblica.

A queste argomentazioni razionali, per un cattolico (e ancor di più per un politico cattolico) vanno aggiunti i pronunciamenti chiarissimi del Magistero della Chiesa. Il documento base per orientarsi è la Dichiarazione sull’eutanasia “Iura et bona”, emanata dalla Congregazione per la Dottrina della Fede nel 1980 e richiamata da Papa Giovanni Paolo II nell’enciclica “Evangelium vitae”. Senza dimenticare le “Risposte a quesiti della Conferenza Episcopale Statunitense circa l’alimentazione e l’idratazione artificiali”, sempre dello stesso dicastero vaticano e pubblicate nel 2007.

Se vogliamo evitare di vedere nel prossimo futuro una società ancora più egoista e fondata su quella che Papa Francesco chiama “cultura dello scarto”, occorre agire con tutti i mezzi a disposizione. «La battaglia contro l’eutanasia e il suicidio assistito – conclude l’opuscolo - non possono essere esclusivo appannaggio dei credenti, perché ogni persona dotata di retta ragione può facilmente comprende verso quale abisso cadremmo una volta stabilite per legge la liceità di azioni gravemente immorali».

Quanti fossero interessati ad avere il libretto di Generazione Voglio Vivere per la battaglia quotidiana in difesa della civiltà e del buon senso, possono richiederlo a questo link: http://www.gen-vogliovivere.it/opuscolo-eutanasia/ oppure scrivere a info@generazionevogliovivere.i.