Una premessa: non c’è da festeggiare per la rielezione di
Giorgio Napolitano alla presidenza della Repubblica. Chi scrive ha maturato
un giudizio profondamente negativo sul suo settennato: è il Capo dello Stato
che si è rifiutato di firmare il decreto-legge che avrebbe potuto sottrarre
alla morte Eluana Englaro, che ha svenduto l’interesse nazionale spingendo il
Paese nella sciagurata guerricciola libica, che ha propiziato la nascita del
governo Monti e legato mani e piedi l’Italia alla camicia di forza eurocratica.
Per quanto ci riguarda, avremmo preferito altri candidati, da
Francesco D’Agostino a Sergio Romano (o, se proprio si doveva scegliere
qualcuno più vicino alla sinistra, Sabino Cassese). La
politica, però, è l’arte del possibile. Quando si fa politica, bisogna fare
i conti con ciò che esiste e non con ciò che vorremmo che esistesse. Fare i
“puri” a tutti i costi può forse farci sentire la coscienza a posto, ma non
sempre risulta una strategia efficace. Nel Parlamento in seduta comune la maggioranza composta da sinistra e M5S
avrebbe potuto condurre a soluzioni ben peggiori, da Prodi a Rodotà, fino alla
Bonino. Le conseguenze dell’elezione di uno di questi personaggi sarebbero state una profonda spaccatura nel Paese e il completo isolamento politico e istituzionale dello schieramento di
centrodestra, per non parlare delle posizioni di arrabbiato laicismo fatte
proprie da diversi di loro.
Dal primo giorno dopo le elezioni
politiche, la strategia di Berlusconi è stata molto chiara e, direi, quasi scontata:
costringere il Partito Democratico a un governo di grande coalizione, oppure
tornare al voto. Da una posizione di minoranza, un obiettivo del genere era il
più ragionevole da perseguire e il significato politico della rielezione di
Napolitano va proprio in questa direzione: non
ci sarà un governo di sinistra radicale sostenuto dai grillini, il Pd (ormai in disfacimento) dovrà
scendere a patti con il PdL e riconoscerlo come interlocutore legittimo, anzi
come potenziale partner di governo. Basta osservare la rabbia dei Vendola,
dei Flores d’Arcais, dei “repubblicones”, dei don Farinella, per capire chi l’abbia spuntata nella
partita del Quirinale.
Non ci piacciono gli “inciuci” in
stile democristiano e la prospettiva, dunque, non ci entusiasma più di tanto;
anche per ragioni di banale aritmetica, però, la scelta appare sostanzialmente
obbligata, a meno che il nuovo-vecchio Presidente non decida di sciogliere le Camere. Aspettiamo di vedere quale sarà la piattaforma sulla quale nascerà –
se nascerà – questo governo: perché va
bene il compromesso, ma se ci fossero riproposti certi personaggi (da Monti in
giù) la cosa diventerebbe francamente indigeribile. Bisognerà valutare come
il nuovo esecutivo si porrà nei confronti dell’emergenza economica: se, come
promesso da Berlusconi in campagna elettorale, metterà in discussione il tabù
dell’austerità imposto da Bruxelles, o se invece – in continuità con il governo
dei tecnici – sarà ligio ai diktat dell’eurocrazia. Sarà fondamentale verificare anche come affronterà i temi dei principi
non negoziabili: il PdL sarà pronto a difenderli, anche a costo di una crisi di
governo?
Staremo a vedere e, in caso
contrario, non si faranno sconti a nessuno. Ma, almeno per ora, cerchiamo di
sospendere il giudizio. Oltretutto, il
secondo mandato di Napolitano potrebbe essere “a termine”, nel senso che il
Nostro potrebbe rassegnare le dimissioni dopo che la situazione
politico-istituzionale si sarà stabilizzata. Nel frattempo, si potrebbe essere già tornati al voto (magari con una nuova legge elettorale e persino, nell’ipotesi più
ottimistica, con una diversa forma di governo) e, in caso di vittoria, il suo successore potrebbe essere scelto – chissà – dallo schieramento conservatore, che in questo Paese è maggioritario da sempre, ma per singolari coincidenze negli ultimi vent’anni non
ne ha mai avuto la possibilità. Insomma, possiamo
consolarci: tutto sommato poteva andare pure peggio.

Forse non lo hai ben capito, ma l'unico "principio non negoziabile" del PdL è l'impunità di S.Belusconi.
RispondiEliminaper tale principio ti confermo che sì, il PdL sarà pronto a difenderlo anche a costo di una crisi di governo.
è chiaro che per il PDL l'impunità di berlusconi è non negoziabile, e allora? è un *****, uno che va a *******, un ***********, però è in grado di formare un governo e di dare stabilità politica ed economica. In un periodo di crisi la stabilità è fondamentale per la ripresa economica, anche se per farla si deve garantire la completa impunibilità, anzi improcessabilità :) di una persona. Meglio il bene dei tanti che la giustizia perfetta.
RispondiEliminanon spero certo di convincerti, stiamo parlando di un tizio che in piena crisi diceva che i ristoranti erano pieni e definiva come priorità per l'italia la legge sulle intercettazioni
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