di Francesco Mastromatteo
Gli unicorni non esistono, i serpenti non amoreggiano clandestinamente con
le murene e i gatti non sono agenti di Satana.
Oggi queste sono asserzioni scontate, lapalissiane e un certo razionalismo
miope ci porterebbe a ridere di tali credenze, ritrovabili in un bestiario
medievale, sorta di enciclopedia dell’epoca ben studiata dallo storico
francese
Michel Pastoureau, nato a Parigi nel 1947 e docente di storia
della simbologia all’'
École des
hautes études en
sciences sociales, autore di numerosi e pregevoli saggi sulla storia
dei simboli, con particolare riferimento agli animali, e più di
recente, ai colori
.
“Nel Medioevo – scrive Pastoureau – l’animale è onnipresente: in qualunque
ambito documentario lo storico si avventuri, non può non incontrarlo.
Sembra proprio che nel mondo occidentale nessun’altra epoca l’abbia tanto e
così intensamente pensato, raccontato, rappresentato. Gli animali
proliferano fin nelle chiese, occupando buona parte degli apparati
decorativi e delle scene figurate che i sacerdoti, i fedeli e i monaci
hanno quotidianamente sotto gli occhi. Con grande scandalo di certi prelati
che, come
San Bernardo nel XII secolo, se la prendono con «i leoni
feroci, le scimmie immonde, le tigri dal pelo macchiettato, i mostri
ibridi, gli spaventosi centauri, i pesci con i corpi di quadrupedi, gli
animali che vanno a cavallo di uomini e altri animali».
L’animale è dunque termine privilegiato di tutte le metafore, l’oggetto per
eccellenza “pensato simbolicamente”, secondo la formula di Claude
Lévi-Strauss. La zoologia medievale tuttavia non segue i parametri di
quella moderna e come quella greca e latina, distingue nella maggior parte
dei casi cinque grandi famiglie, dai contorni ampi, elastici, aperti: i
quadrupedi, gli uccelli, i pesci, i serpenti e i vermi. Ignora la nozione
di mammifero, considera “pesci” anche i cetacei, include tra i “vermi”
tutti gli animali di piccole dimensioni che non rientrano nelle categorie
precedenti: larve, parassiti, ma anche roditori, insetti, batraci,
gasteropodi, a volte addirittura conchiglie; molluschi e crostacei si
dividono tra pesci e vermi.
L’autore di “Bestiari del Medioevo” però ci avverte: per la mentalità
dell’Età di Mezzo, dominata da una visione teocentrica, in cui ogni aspetto
del mondo, un cosmo unitario e racchiuso da un ordine mirabile voluto da
Dio,
non ha un significato in sé concluso, ma ne rimanda sempre,
allegoricamente, a un altro, i concetti di esatto e vero non coincidono.
Il
primo è superficiale, limitato, personale; il secondo, una qualità da
conquistare, nascosta com’è sotto un velame di codici e, per dirla con
Umberto Eco, “un leone non era solo un leone, un ippogrifo era reale come
un leone perché come quello era un segno, esistenzialmente trascurabile di
una verità superiore”, mentre Jacques Le Goff ci ricorda che “l’irruzione
del meraviglioso nel quotidiano si compie senza frizioni, senza suture”,
senza legami con esso pur essendo totalmente inserito al suo interno.

Parlandoci perciò di come i dotti del Medioevo descrivessero seriamente
creature fantastiche come draghi, unicorni, manticore, grifoni, fenici,
sirene, e attribuissero ad animali reali caratteristiche che oggi sappiamo
essere fantastiche (la pantera sprigiona un odore soave che attira tutti
gli animali, il pellicano che nutre i piccoli della sua carne, i leoni e
gli orsi che resuscitano i cuccioli morti, tutti simboli divini),
Pastoureau mette in guardia dal pericolo dell’anacronismo: “A differenza di
quanto generalmente si creda, gli uomini del Medioevo sapevano osservare
bene la fauna e la flora, ma non pensavano affatto che ciò avesse un
rapporto con il sapere e la verità.
Quest’ultima non rientra nel campo
della fisica, ma della metafisica. Il reale è una cosa, il vero un’altra,
diversa. […] Per la cultura medievale, preciso non significa vero”. Di qui
le rappresentazioni grafiche degli animali nelle splendide miniature dei
codici, che divennero realistiche solo verso gli ultimi secoli del
Medioevo, quando gli illustratori smisero di considerare quelle
convenzionali più importanti e veritiere, pur essendo in grado di produrle
anche in precedenza.
Quando perciò apprendiamo dai bestiari che “il cervo vive mille anni, la
donnola concepisce i piccoli attraverso la bocca e li partorisce
dall’orecchio, il toro perde le forze se viene legato a un fico, il caprone
ha sempre la febbre e il suo sangue è così caldo che perfora il diamante,
lo struzzo è una specie di cammello in grado di ingoiare qualsiasi cosa, la
lince è un gigantesco verme bianco il cui sguardo trapassa i muri, la iena
cambia sesso a suo piacimento, la rodina mangia, beve e dorme volando”,
non
dobbiamo giudicare tali asserzioni come se stessimo leggendo un trattato di
storia naturale, biologia o etologia, ma opere che parlano degli animali,
della loro natura, delle loro caratteristiche e delle loro ‘senefiances’, per usare un termine antico-francese, per meglio
parlare di Dio, di Cristo, della Vergine, a volte dei santi, e soprattutto
del diavolo, dei demoni e dei peccatori […] per celebrare la Creazione ed
il Creatore, per trasmettere le verità delle fede, per invitare i fedeli a
emendarsi”.
Questa visione attraversa tutta la storia del genere, che prende spunto dal
trattato allegorico antico del
Physiologus e dalle opere di
Plinio, Eliano, Solino,
attinge copiosamente dalla Bibbia, in cui gli
animali sono onnipresenti dal serpente della Genesi al drago
dell’Apocalisse, cita i testi dei Padri della Chiesa, in particolare
Ambrogio ed Agostino, le Etimologiae di Isidoro di Siviglia e già prima
dell’anno Mille produce opere autonome chiamate “Bestiarii”, destinate ad
avere un peso importante all’interno delle enciclopedie più generali come
il
Liber de natura rerum del domenicano Tommaso di Cantimpré.
Successivamente il bestiario, che si arricchisce progressivamente di
miniature, e spesso si riscontra nei cataloghi delle biblioteche come opera
monotematica, a seconda dell’oggetto trattato (“aviari”, libri di pesci,
libri di serpenti, libri di mostri) viene scritto in volgare, dapprima in
versi e poi in prosa, come quello di Pierre de Beauvais. Il monaco erudito
e bibliofilo Richart de Fornival, alla metà del XIII secolo, redige un
Bestiarie d’Amour, dove più che insegnamenti morali o religiosi,
l’autore ricava dalle caratteristiche degli animali considerazioni
sull’amore e sulle strategie amorose: come conquistare la dama, come
conservarne l’amore, come resistere al suo fascino. Segni dell’evoluzione e
della “laicizzazione” del genere.
In molti casi, i bestiari aiutano a comprendere i caratteri più
significativi dell’approccio medievale verso l’ambiente: è il caso del
mare, fino al ‘500 considerato per lo più “un mondo terribile, di caos e
morte, dove agiscono mostri e potenze demoniache” e “gli esseri che vivono
sott’acqua sono misteriosi, inquietanti, spaventosi”. Non solo le balene,
regolarmente scambiate per isole da marinari ignari che vi approdano, e vi
accendono un fuoco, equivoco drammatico che si trasforma in catastrofe, ma
anche creature “mostruose corrispondenti a quelle terrestri”, come il
monaco di mare, “essere ibrido con la testa di uomo tonsurato e una sorta
di cappuccio monastico sulle spalle, ma con due pinne al posto delle
braccia”. Mostri a metà tra il mondo animale e quello umano popolano in
abbondanza le opere dedicate alle “meraviglie dell’Oriente” e in generale
delle terre lontane e misteriose, come l’Etiopia, dove si incontrano bestie
mirabili e animali spaventosi, ma anche uomini dotati di un unico piede o
con la faccia in mezzo al petto:
una rappresentazione dell’alterità sulla
base del bizzarro e dell’irriducibile in funzione di consolidamento del
proprio sistema di valori e credenze ben studiata dall’antropologia
contemporanea.
Scorrendo le gradevoli pagine del libro di Pastoureau, arricchito da
preziose illustrazioni, scopriamo curiosi e insospettabili lati della
mentalità medievale, che arrivava in taluni casi a considerare uomini e
animali parte della stessa comunità,
una visione “ecologica” beninteso che poco o nulla aveva in comune con quella odierna ed era, ancora una volta, frutto della
profonda religiosità del tempo: “Alla fine del XV secolo, il vescovo di
Losanna invitò a più riprese le anguille del lago Lemano a riprodursi meno
abbondantemente. Erano infatti così numerose che davano fastidio agli altri
pesci e ostacolavano la cattura dei pesci bianchi, mandando in miseria i
pescatori. Ma le anguille non ascoltarono il vescovo: continuarono a
proliferare, diventando sempre più numerose e brulicanti con il passare
degli anni. Il presule, alla fine, le scomunicò”. Una concezione degli
animali come “figli di Dio” che pur essendo secondaria rispetto al
dominante antropocentrismo, esiste e si riscontra diffusamente in queste
opere.
Cresciuto alla scuola storica francese, figlia delle Annales dei Bloch e
dei Le Goff, Pastoureau mette in guardia da un approccio positivistico
scientista, supponente e falsamente razionalista ai bestiari medievali:
“Qualsiasi giudizio sul passato basato sul metro delle conoscenze attuali
non può essere che anacronistico. Non è questo il modo di fare storia. Non
si può comprendere – e tanto meno giudicare – il passato, specialmente il
passato remoto, sulla base delle sensibilità, dei valori e delle certezze
del tempo presente. Nel campo della storia intellettuale e culturale, lo
“scientificamente corretto” non è solo detestabile, ma anche fonte di un
gran numero di confusioni, sviste e assurdità”. Dietro le “favole” sugli
animali, reali o fantastici, dei cosiddetti “secoli bui”, c’era l’opera
intellettuale di uomini colti, profondi e innamorati conoscitori non solo
dei testi sacri ma anche dei classici pagani,
che attraverso l’allegoria e
la simbologia animale istruivano e catechizzavano i fedeli, influenzavano i
costumi e costruivano programmi politici. Nulla di ingenuo, ma, semmai, la
sapiente costruzione di quella che oggi chiameremmo una “narrativa”
culturale e ideologica.
Gli uomini del Medioevo, sembra dire Pastoureau, erano un po’ come i
bambini di Chesterton: non avevano bisogno di sapere che i draghi esistono,
perché di quello erano già certi; ma di sapere che i draghi possono essere
sconfitti.