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23 gennaio 2020

Severino e il cristianesimo. Un confronto sul filo dell'eternità


di Francesco Mastromatteo
Con Emanuele Severino scompare uno dei più originali esponenti della cultura contemporanea, in particolare della filosofia. Allievo di Gustavo Bontadini, a sua volta cresciuto alla scuola neoidealistica di Giovanni Gentile, seppur riapprodato alla metafisica classica, negli anni ’50 Severino cominciò ad andare in rotta con le posizioni della Chiesa e quindi della Cattolica dove insegnava: la sua visione “neoparmenidea” dell’eternità di tutti gli essenti entrava inevitabilmente in contrasto con la dottrina tomista. Ma più che di uno scontro, si trattò di separazione consensuale: un addio non traumatico, di cui il filosofo bresciano attestò sempre con estrema onestà intellettuale le profonde ragioni filosofiche, senza far mai venire meno il rispetto per la fede e l’istituzione ecclesiastica.
Chi vorrebbe peraltro riscontrare nel pensiero o negli scritti di Severino, così come nei suoi discorsi, la virulenza faziosa e povera di contenuti di certo laicismo alla moda, resterebbe deluso: era anzi sempre fortemente sottolineata l’estrema considerazione per il cristianesimo, il “rimedio” al “terrore del divenire”, secondo Severino, fatto proprio dalle masse occidentali per millenni, mentre il rimedio filosofico (l’”episteme”, ovvero la verità certa e incontrovertibile) era ed è un rimedio d’élite. Un ritorno al Mito, a differenza di quello prefilosofico però dotato di una potenza concettuale senza pari, di cui Severino anzi lamentava la progressiva “de-ellenizzazione”, ovvero la riduzione a “pensiero debole” relativista e depotenziato della sua struttura metafisica. Una fede, per il pensatore scomparso a quasi 91 anni, destinata a tramontare assieme al marxismo e al capitalismo per essere soppiantata dal rimedio scientifico-tecnologico, il più radicalmente coerente con la logica greca del divenire, ovvero l’uscire dal nulla e il rientrarvi di tutte le cose.
Vivere per l’uomo al suo apparire nella storia, secondo Severino è flettere il proprio ambiente. Dunque c’è una prima forma di terrore per la barriera: si vive solo se si flettono le barriere. Questa opera di frazionamento non è una cosa pensabile solo in astratto; il pensiero mitico raccoglie un’ampia serie di racconti, nei quali il mondo esiste solo se un dio è smembrato: solo se c’è questo sacrificio del dio può cominciare ad esistere il mondo. Lo smembramento del dio corrisponde a ciò che egli chiamava “flessione dell’inflessibile”. Si trovano queste tracce nei miti del Medio ed Estremo Oriente, dell’Egitto (Osiride), della Grecia (Dioniso). Tutti dèi che con il loro smembramento rendono possibile la vita dell’uomo.
Ma nella nostra cultura c’è l’esempio più significativo: il sacrificio di Cristo. “Eritis sicut dii”, sarete come dei, se mangerete il frutto proibito, dice il Serpente nell’Eden. Cosa vuol dire essere come dio? Vuol dire occupare il suo posto, detronizzarlo, spartire con lui un regno in cui lui prima era il padrone. Allora il “mangiare il frutto” ha un significato profondo: se mangiando il frutto che è stato proibito si è come Dio, anche qui abbiamo l’esempio di un tentativo di smembramento che va a finir male, perché Dio lo punisce. La vicenda cristologica, che si riflette nel Mistero eucaristico, sana la ferita del momento originario veterotestamentario, quello in cui il Serpente tenta l’uomo. Sarà Cristo, stavolta per iniziativa divina, attraverso il suo sacrificio a salvare l’uomo e rinnovare il mondo. E’ vero che quando Cristo compare il mondo c’è già, ma il mondo con quel sacrificio rinasce e viene rifondato. Una lettura del significato profondo e originale del cristianesimo, che forse però avrebbe bisogno di confrontarsi più approfonditamente con l’aspetto che lo distingue dal Mito propriamente detto: la dimensione storica, non metaforica ma reale, dell’incarnazione e della resurrezione.
«Da quando la Chiesa ed io ci siamo trovati d'accordo nel riconoscere l'essenziale inconciliabilità delle nostre due posizioni, tale accordo non è venuto più meno. Rimane tuttavia la possibilità che, sottratto all'alienazione da cui è avvolta la storia dell'uomo, qualche tratto del cristianesimo si costituisca, nello sguardo del "destino", come un problema autentico», così concludeva Severino, amico e “rivale” di tante dispute di pensatori cattolici come Giovanni Reale, in una delle ultime interviste. Si può forse trovare una via “cristiana” al “severinianesimo”? O forse Severino, concedendo tanto al cristianesimo, rivalutava ulteriormente, più di quanto non ammettesse, le radici della sua esperienza filosofica? Qualsiasi sia la risposta, ora appartiene certamente all’Eternità.

 

02 novembre 2018

Dante e la speranza carnale della risurrezione

“Tanto mi parver sùbiti e accorti
e l’uno e l’altro coro a dicer «Amme!»,
che ben mostrar disio d’i corpi morti:
forse non pur per lor, ma per le mamme,
per li padri e per li altri che fuor cari
anzi che fosser sempiterne fiamme.”

di Francesco Mastromatteo
Siamo nel XIV canto del Paradiso, nel cielo del Sole Beatrice chiede agli spiriti sapienti di risolvere un dubbio di Dante riguardo alla luminosità dei beati dopo la risurrezione della carne; Dante sente una voce provenire dalla luce più intensa della prima corona: è Salomone, che spiega come quando essi si saranno riappropriati del loro corpo risorto, la loro anima vedrà accrescere la propria gioia, per cui aumenterà anche la luce che promana da loro e che è un dono della Grazia illuminante, perché aumentando la visione di Dio aumenterà anche il loro ardore di carità. Non solo essi conserveranno la luce che li circonda, ma i loro occhi corporei saranno resi capaci di sopportare un simile splendore. Tutti gli spiriti pronunciano sollecitamente un 'Amen', manifestando il desiderio di riavere i loro corpi mortali, “non pur per lor”, ma per le persone che amarono in vita.

Qualche anno fa persi un caro amico in un incidente di moto, non il primo. Un’esperienza che tutti prima o poi, quale che fosse l’età o la causa, abbiamo fatto: la scomparsa di una persona cara. Davanti a un evento del genere, laici, ma anche credenti tendono a rifugiarsi sempre più in poetiche quanto, va detto, vacue metafore, in cui il “cielo”, “lassù” e altri riferimenti eterei e impalpabili lasciano spesso incolmabile il vuoto della perdita. Mi colpì perciò, nella predica funebre del sacerdote, amico comune, che ricordò la frase già detta una volta a un padre che aveva perso suo figlio: “Ma tu pensi che lo rivedrai, un giorno?”. Una domanda abissale, disturbante, di quelle che ti attraversano come una spada, che ti costringono a mettere da parte tutte le melensaggini sul fatto che i defunti continuano a vivere “nel ricordo di chi resta”, nella migliore delle ipotesi in un non meglio precisato “posto migliore di questo”, dando per scontato che loro, i morti, anche in una visione di fede, non abbiano più l’umanissima voglia di tornare a rivedere, toccare i propri cari.

Tutti i trattati teologici e dottrinali non valgono, per capire l’essenza del cristianesimo, quanto questi pochi versi danteschi, che sembrano quasi rappresentare visivamente l’ansia, la voglia ardente delle anime di ricongiungersi con i famigliari lasciati sulla Terra. Sono nella felicità eterna, ma questo non cancella la loro umanità, i loro affetti, la loro persona con annessi ricordi e sentimenti, quasi che - commenta così il passo alla fine del discorso di Salomone, il critico Tommaso Di Salvo - “tutta l’immensa saggezza che era in lui e che era nei grandi dottori della Chiesa si condensasse nell’augurio, nell’attesa e nella costruzione di un paradiso familiare, ricostituzione dell’amabilità, della dolcezza e dei rapporti di famiglia”. “Gratiam non tollit, sed perficit naturam”, diceva l’Aquinate: ma spesso dimentichiamo noi per primi questo assunto cattolicissimo, per cui nulla della nostra natura umana, di ogni singola persona umana, viene cancellato da Dio, ma solo perfezionato. E il corpo, quel corpo disprezzato dai manichei, ma anche dai materialisti che credono di valorizzarlo esaltandolo a discapito dell’anima, ha il suo valore, perché un giorno risorgerà.

E’ vero, già dottrine filosofiche pagane, come il platonismo, avevano parlato dell’immortalità dell’anima. Ma il cristianesimo, e qui sta la sua vera originalità, va oltre: anche il corpo tornerà a essere glorioso e immortale, come lo era nel giardino dell’Eden. E’ questa la “follia” di una fede che scandalizzava anche i dotti filosofi di Atene, quando risero di San Paolo che parlava di resurrezione. Erano stati ad ascoltarlo finché si riferiva ad un Dio ignoto, ma un Dio morto che poi risorge, che esce dalla tomba, no, quello era inaccettabile anche al più incline di loro alla metafisica. Il paradiso cristiano però non è il vago e nichilista Nirvana, né un semplice deposito celeste di spiriti. E’ la felicità senza fine dello stare assieme a Dio e ai propri cari, quali li abbiamo conosciuti qui in terra, con i loro volti, i loro corpi, i loro abbracci.

Nemmeno tutti i cristiani accettano l’idea del Purgatorio, del suffragio, dell’intercessione dei santi: i protestanti sono scandalizzati dall’idea che i cristiani viventi, qui sulla Terra, possano avere un legame che va oltre la morte, alleviando le sofferenze temporanee delle anime purganti, chiedendo a loro volta l’intercessione di chi è in Cielo. La Chiesa cattolica da questo di punto non accetta limiti, e va oltre: ci dice che suffragi e grazie che si offrono e si chiedono personalmente, singolarmente, secondo un vincolo di amore che va oltre la barriera del sepolcro, tra credenti vivi e morti, ovvero “coloro che si sono addormentati nella speranza della resurrezione” e da cui non ci separiamo mai del tutto; e questo legame, un giorno, tornerà a essere fisico, carnale, concreto (e il mio docente di latino e greco del liceo diceva che quello cristiano non è una necropoli, una città di morti che non torneranno più, da tenere rigorosamente fuori le città come facevano i pagani; è appunto un cimitero, un dormitorio etimologicamente parlando, di persone destinate a risvegliarsi).

Come diceva Vittorio Messori, “sono cattolico, voglio tutto”. Vogliamo la gioia eterna, non solo dell’anima ma anche del corpo, dei corpi di ogni singola persona umana e della loro speranza di riabbracciare, fisicamente, realmente, le persone care. Come i beati del canto dantesco che, pur al cospetto di Dio, fremono dal “disio” di riavere un giorno “le mamme”, “li padri” e “li altri che fuor cari”.


 

27 febbraio 2018

Cattolici chi votare/5. Andare oltre il centrodestra

Prosegue la nostra carrellata elettorale. Dopo aver parlato principalmente del centro destra, ci viene proposto un contributo su Casa Pound, che pubblichiamo.

 
di Marco Mancini e Francesco Mastromatteo
Un fantasma si aggira nel vivace dibattito politico preelettorale all’interno del mondo cattolico, caratterizzato dallo scontro, a tratti aspro, fra coloro che sostengono il centrodestra e i sostenitori della corsa solitaria del Popolo della Famiglia: un movimento che viene quasi sempre ignorato, quando non criticato, in nome di un’analisi frettolosa e per lo più infondata.
Ci riferiamo a CasaPound Italia, che molti bravi cattolici considerano un movimento di destra radicale neopagano, “socialista”, a tratti laicista, insomma una sorta di partito radicale con l’etichetta fascista. Una visione che non corrisponde alla realtà ed è frutto per lo più di interessate letture propagandistiche.

Certo, CasaPound non è un movimento confessionale, né si ingegna a maneggiare Vangelo e rosario per attirare i voti dei cattolici, anzi rivendica la sua natura laica. Esistono senz’altro aspetti problematici nell’approccio del movimento alla questione cattolica, che tuttavia non meritano di essere enfatizzati unilateralmente e più del dovuto. Per citare la replica di Adriano Scianca, responsabile culturale del movimento, agli oziosi attacchi di una testata cattolica, “si poteva ricordare che, sia pur portandovi una prospettiva propria, CasaPound in piazza, al Family Day, c'è pur venuta. Si poteva ricordare che in una delle ultime feste nazionali di Cpi, Simone Di Stefano si è confrontato con il leader del Popolo della famiglia, cosa che non tanti altri movimenti mi pare abbiano fatto. Si poteva ricordare che nella non copiosissima bibliografia italiana antigender di una qualche minima dignità filologica, figura anche un libro del sottoscritto, che di Cpi fa parte, libro di cui forse lei ha sentito parlare. Si potevano ricordare le proposte di Cpi in favore della famiglia, della maternità, della natalità. Ricordando tutto questo, forse, l'immagine di un movimento di hippy fascistizzanti, di radicali in camicia nera… sarebbe svanita nel nulla e apparsa infine per ciò che essa è: un banale pregiudizio.”

Proprio contro questo pregiudizio, da cattolici, intendiamo spezzare una lancia in favore di un movimento calunniato e demonizzato da politici e media ma che trova sempre più consensi nei quartieri più poveri delle grandi città per le sue battaglie e iniziative sociali come la raccolta alimentare e il servizio anti usura bancaria, che vuole mettere al primo posto gli italiani bisognosi ed è contro l’immigrazione incontrollata ma si fa promotore al tempo stesso di iniziative solidali verso i popoli che soffrono per le forsennate politiche occidentali (vedi la Siria), che propone il mutuo sociale per una nuova edilizia popolare e il reddito nazionale di natalità (500 euro al mese per ogni bambino italiano dalla nascita al compimento dei 16 anni). Un programma, centrato sul pieno recupero della nostra sovranità politica e monetaria, dove non c’è traccia delle diaboliche politiche anticristiane di cui spesso si parla, pur nella rivendicata laicità del movimento.

Si dirà: ma Cpi non chiede l’abrogazione delle leggi laiciste finora approvate: non intende vietare l’aborto, né cancellare le unioni civili, né è contro l’eutanasia. Peccato che nessuna forza politica, né del centrodestra né tra quelle esterne ad esso (eccetto Forza Nuova, il cui caso discuteremo più avanti), abbia davvero queste posizioni. Nessun partito, soprattutto quelli che hanno governato per anni, ha mai fatto alcunché in concreto contro la legge 194, e neanche una seria politica in favore della natalità e della famiglia, pur avendone avuta la possibilità. Usciamo una volta per tutte dall’equivoco e guardiamo in faccia la realtà: non esiste, oggi, un partito o un movimento che possa essere definito “cattolico doc”, se intendiamo il termine secondo una visione corretta a 360 gradi, dai valori etici alla dottrina sociale. Soprattutto, i “princìpi non negoziabili” che hanno costituito (o avrebbero dovuto costituire) per anni la bussola dei cattolici in politica e che pure sono stati la stella polare di tanti di noi cresciuti alla scuola ratzingeriana, sono stati già tutti negoziati da una classe politica che pure si autodefinisce cattolica. Il cattolicesimo politico italiano semplicemente non esiste più: in una società ormai completamente secolarizzata, pensare di poter invertire la tendenza ricorrendo alla via politica e parlamentare è semplicemente un’utopia.

Non si può d’altronde umanamente pretendere che a farsi baluardo di certi valori siano i partiti politici, per giunta nella vana speranza di essere sostenuti dalle gerarchie, quando esse hanno ormai abbandonato da un pezzo quelle battaglie, per inseguire il pensiero unico politicamente corretto, immigrazionista e omosessualista. Non entreremo qui nel dibattito sulla crisi della Chiesa cattolica, che risale a prima dell’attuale pontificato anche se sotto di esso sembra aver raggiunto l’apice, ma è evidente che Roma deve prima ritrovare la bussola, a partire dai piani alti, e poi potrà pensare di rievangelizzare la società; non si può realisticamente pensare che sia la politica a rieducare le coscienze al posto dei pastori, sempre più ansiosi di compiacere il pensiero unico dominante e le ideologie propugnate dai poteri forti mondialisti. Finché non sarà invertita la rotta dall’alto, tutte le singole battaglie etiche, pur lodevoli, avranno l’amaro sapore di inutili battaglie di retroguardia e non si potranno che perdere, come avvenuto negli ultimi decenni.

Nel frattempo, l’autentica lotta a favore della vita e della famiglia non può che combattersi alla radice del male, e cioè sul terreno della vera sovranità nazionale contro la gabbia usurocratica e mortifera dell’Unione Europea, prima fonte di ogni diktat laicista e su aborto, eutanasia e unioni omosessuali, e dell’euro, autentico strumento di dominio e distruzione dell’economia nazionale, restituendo all’Italia il ruolo geopolitico che le spetta, al di fuori delle asfissianti direttive delle lobbies di Bruxelles. Tutte questioni assenti o trascurate da quasi tutti i programmi del centrodestra e degli altri movimenti “cattolici”, ormai del tutto asserviti alla tecnocrazia bancaria.

La Lega di Salvini, che sulla carta rivendica posizioni sovraniste e antieuro, ha scelto sciaguratamente di allearsi ancora con Berlusconi, ormai completamente succube del PPE a trazione tedesca, in cambio di un pugno di seggi uninominali in più. Molti elettori di destra troveranno sulla scheda elettorale un candidato uninominale di Forza Italia: anche barrando il simbolo della Lega, contribuiranno ad eleggere parlamentari pronti a dare la fiducia al governo tecnico o di grande coalizione che verrà. Questa è la grande truffa del centrodestra: inutile che la Meloni proponga e solleciti giuramenti anti-inciucio, tutti sanno già in partenza che gli impegni con gli elettori saranno traditi.

Quanto alle forze “cattoliche” esterne al centrodestra, il Popolo della Famiglia balbetta sulle questioni relative alla sovranità nazionale e all’immigrazione e per giunta non adotta posizioni radicali neanche sui temi eticamente sensibili: nulla di cui stupirsi, alla luce della storia personale e politica del suo fondatore e leader Mario Adinolfi. Forza Nuova, animatrice del cartello elettorale “Italia agli Italiani”, è ormai un movimento di pura testimonianza: talune sue strategie comunicative, di cui abbiamo avuto negli ultimi mesi diversi esempi, sembrano avere l’obiettivo di allontanare più che di avvicinare l’elettorato. Le sue posizioni cattoliche, peraltro, mal si conciliano con l’attribuzione di ruoli di responsabilità all’interno del movimento a figure discutibili, oltre che con prese di posizione francamente sconsiderate come – solo per limitarsi alle ultime settimane – la solidarietà inizialmente espressa, e poi maldestramente smentita, allo sparatore solitario Luca Traini.

Non sappiamo se e quanto CasaPound sia destinata a crescere nei prossimi anni, né come evolverà, né se essa risulterà col tempo più aperta al contributo anche culturale dei cattolici italiani, soprattutto se questi avranno l’intelligenza e la capacità di mettersi in gioco anziché fare le verginelle scandalizzate: ce lo auguriamo vivamente, perché dal nostro punto di vista un’Italia senza il proprio retaggio cattolico non sarebbe veramente Italia. Ma sappiamo per ora una cosa molto semplice: alla prova dei fatti, a “destra” del centrodestra esiste un solo movimento dotato della coerenza e della credibilità politica necessarie per portare avanti senza compromessi e senza tradimenti la battaglia prioritaria per la liberazione della Nazione italiana dalla gabbia del Moloch europeo, che in questo momento è l’unico obiettivo di medio termine realisticamente realizzabile a livello politico anche per un cattolico. Questo movimento, piaccia o no, si chiama CasaPound Italia. 

 

31 luglio 2017

I bestiari medievali. La simbologia animale secondo Pastoureau

di Francesco Mastromatteo

Gli unicorni non esistono, i serpenti non amoreggiano clandestinamente con le murene e i gatti non sono agenti di Satana.

Oggi queste sono asserzioni scontate, lapalissiane e un certo razionalismo miope ci porterebbe a ridere di tali credenze, ritrovabili in un bestiario medievale, sorta di enciclopedia dell’epoca ben studiata dallo storico francese Michel Pastoureau, nato a Parigi nel 1947 e docente di storia della simbologia all’'École des hautes études en sciences sociales, autore di numerosi e pregevoli saggi sulla storia dei simboli, con particolare riferimento agli animali, e più di recente, ai colori.

“Nel Medioevo – scrive Pastoureau – l’animale è onnipresente: in qualunque ambito documentario lo storico si avventuri, non può non incontrarlo. Sembra proprio che nel mondo occidentale nessun’altra epoca l’abbia tanto e così intensamente pensato, raccontato, rappresentato. Gli animali proliferano fin nelle chiese, occupando buona parte degli apparati decorativi e delle scene figurate che i sacerdoti, i fedeli e i monaci hanno quotidianamente sotto gli occhi. Con grande scandalo di certi prelati che, come San Bernardo nel XII secolo, se la prendono con «i leoni feroci, le scimmie immonde, le tigri dal pelo macchiettato, i mostri ibridi, gli spaventosi centauri, i pesci con i corpi di quadrupedi, gli animali che vanno a cavallo di uomini e altri animali».

L’animale è dunque termine privilegiato di tutte le metafore, l’oggetto per eccellenza “pensato simbolicamente”, secondo la formula di Claude Lévi-Strauss. La zoologia medievale tuttavia non segue i parametri di quella moderna e come quella greca e latina, distingue nella maggior parte dei casi cinque grandi famiglie, dai contorni ampi, elastici, aperti: i quadrupedi, gli uccelli, i pesci, i serpenti e i vermi. Ignora la nozione di mammifero, considera “pesci” anche i cetacei, include tra i “vermi” tutti gli animali di piccole dimensioni che non rientrano nelle categorie precedenti: larve, parassiti, ma anche roditori, insetti, batraci, gasteropodi, a volte addirittura conchiglie; molluschi e crostacei si dividono tra pesci e vermi.

L’autore di “Bestiari del Medioevo” però ci avverte: per la mentalità dell’Età di Mezzo, dominata da una visione teocentrica, in cui ogni aspetto del mondo, un cosmo unitario e racchiuso da un ordine mirabile voluto da Dio, non ha un significato in sé concluso, ma ne rimanda sempre, allegoricamente, a un altro, i concetti di esatto e vero non coincidono.

Il primo è superficiale, limitato, personale; il secondo, una qualità da conquistare, nascosta com’è sotto un velame di codici e, per dirla con Umberto Eco, “un leone non era solo un leone, un ippogrifo era reale come un leone perché come quello era un segno, esistenzialmente trascurabile di una verità superiore”, mentre Jacques Le Goff ci ricorda che “l’irruzione del meraviglioso nel quotidiano si compie senza frizioni, senza suture”, senza legami con esso pur essendo totalmente inserito al suo interno.

Parlandoci perciò di come i dotti del Medioevo descrivessero seriamente creature fantastiche come draghi, unicorni, manticore, grifoni, fenici, sirene, e attribuissero ad animali reali caratteristiche che oggi sappiamo essere fantastiche (la pantera sprigiona un odore soave che attira tutti gli animali, il pellicano che nutre i piccoli della sua carne, i leoni e gli orsi che resuscitano i cuccioli morti, tutti simboli divini), Pastoureau mette in guardia dal pericolo dell’anacronismo: “A differenza di quanto generalmente si creda, gli uomini del Medioevo sapevano osservare bene la fauna e la flora, ma non pensavano affatto che ciò avesse un rapporto con il sapere e la verità. Quest’ultima non rientra nel campo della fisica, ma della metafisica. Il reale è una cosa, il vero un’altra, diversa. […] Per la cultura medievale, preciso non significa vero”. Di qui le rappresentazioni grafiche degli animali nelle splendide miniature dei codici, che divennero realistiche solo verso gli ultimi secoli del Medioevo, quando gli illustratori smisero di considerare quelle convenzionali più importanti e veritiere, pur essendo in grado di produrle anche in precedenza.

Quando perciò apprendiamo dai bestiari che “il cervo vive mille anni, la donnola concepisce i piccoli attraverso la bocca e li partorisce dall’orecchio, il toro perde le forze se viene legato a un fico, il caprone ha sempre la febbre e il suo sangue è così caldo che perfora il diamante, lo struzzo è una specie di cammello in grado di ingoiare qualsiasi cosa, la lince è un gigantesco verme bianco il cui sguardo trapassa i muri, la iena cambia sesso a suo piacimento, la rodina mangia, beve e dorme volando”, non dobbiamo giudicare tali asserzioni come se stessimo leggendo un trattato di storia naturale, biologia o etologia, ma opere che parlano degli animali, della loro natura, delle loro caratteristiche e delle loro ‘senefiances’, per usare un termine antico-francese, per meglio parlare di Dio, di Cristo, della Vergine, a volte dei santi, e soprattutto del diavolo, dei demoni e dei peccatori […] per celebrare la Creazione ed il Creatore, per trasmettere le verità delle fede, per invitare i fedeli a emendarsi”.

Questa visione attraversa tutta la storia del genere, che prende spunto dal trattato allegorico antico del Physiologus e dalle opere di Plinio, Eliano, Solino, attinge copiosamente dalla Bibbia, in cui gli animali sono onnipresenti dal serpente della Genesi al drago dell’Apocalisse, cita i testi dei Padri della Chiesa, in particolare Ambrogio ed Agostino, le Etimologiae di Isidoro di Siviglia e già prima dell’anno Mille produce opere autonome chiamate “Bestiarii”, destinate ad avere un peso importante all’interno delle enciclopedie più generali come il Liber de natura rerum del domenicano Tommaso di Cantimpré. Successivamente il bestiario, che si arricchisce progressivamente di miniature, e spesso si riscontra nei cataloghi delle biblioteche come opera monotematica, a seconda dell’oggetto trattato (“aviari”, libri di pesci, libri di serpenti, libri di mostri) viene scritto in volgare, dapprima in versi e poi in prosa, come quello di Pierre de Beauvais. Il monaco erudito e bibliofilo Richart de Fornival, alla metà del XIII secolo, redige un Bestiarie d’Amour, dove più che insegnamenti morali o religiosi, l’autore ricava dalle caratteristiche degli animali considerazioni sull’amore e sulle strategie amorose: come conquistare la dama, come conservarne l’amore, come resistere al suo fascino. Segni dell’evoluzione e della “laicizzazione” del genere.

In molti casi, i bestiari aiutano a comprendere i caratteri più significativi dell’approccio medievale verso l’ambiente: è il caso del mare, fino al ‘500 considerato per lo più “un mondo terribile, di caos e morte, dove agiscono mostri e potenze demoniache” e “gli esseri che vivono sott’acqua sono misteriosi, inquietanti, spaventosi”. Non solo le balene, regolarmente scambiate per isole da marinari ignari che vi approdano, e vi accendono un fuoco, equivoco drammatico che si trasforma in catastrofe, ma anche creature “mostruose corrispondenti a quelle terrestri”, come il monaco di mare, “essere ibrido con la testa di uomo tonsurato e una sorta di cappuccio monastico sulle spalle, ma con due pinne al posto delle braccia”. Mostri a metà tra il mondo animale e quello umano popolano in abbondanza le opere dedicate alle “meraviglie dell’Oriente” e in generale delle terre lontane e misteriose, come l’Etiopia, dove si incontrano bestie mirabili e animali spaventosi, ma anche uomini dotati di un unico piede o con la faccia in mezzo al petto: una rappresentazione dell’alterità sulla base del bizzarro e dell’irriducibile in funzione di consolidamento del proprio sistema di valori e credenze ben studiata dall’antropologia contemporanea.

Scorrendo le gradevoli pagine del libro di Pastoureau, arricchito da preziose illustrazioni, scopriamo curiosi e insospettabili lati della mentalità medievale, che arrivava in taluni casi a considerare uomini e animali parte della stessa comunità, una visione “ecologica” beninteso che poco o nulla aveva in comune con quella odierna ed era, ancora una volta, frutto della profonda religiosità del tempo: “Alla fine del XV secolo, il vescovo di Losanna invitò a più riprese le anguille del lago Lemano a riprodursi meno abbondantemente. Erano infatti così numerose che davano fastidio agli altri pesci e ostacolavano la cattura dei pesci bianchi, mandando in miseria i pescatori. Ma le anguille non ascoltarono il vescovo: continuarono a proliferare, diventando sempre più numerose e brulicanti con il passare degli anni. Il presule, alla fine, le scomunicò”. Una concezione degli animali come “figli di Dio” che pur essendo secondaria rispetto al dominante antropocentrismo, esiste e si riscontra diffusamente in queste opere.

Cresciuto alla scuola storica francese, figlia delle Annales dei Bloch e dei Le Goff, Pastoureau mette in guardia da un approccio positivistico scientista, supponente e falsamente razionalista ai bestiari medievali: “Qualsiasi giudizio sul passato basato sul metro delle conoscenze attuali non può essere che anacronistico. Non è questo il modo di fare storia. Non si può comprendere – e tanto meno giudicare – il passato, specialmente il passato remoto, sulla base delle sensibilità, dei valori e delle certezze del tempo presente. Nel campo della storia intellettuale e culturale, lo “scientificamente corretto” non è solo detestabile, ma anche fonte di un gran numero di confusioni, sviste e assurdità”. Dietro le “favole” sugli animali, reali o fantastici, dei cosiddetti “secoli bui”, c’era l’opera intellettuale di uomini colti, profondi e innamorati conoscitori non solo dei testi sacri ma anche dei classici pagani, che attraverso l’allegoria e la simbologia animale istruivano e catechizzavano i fedeli, influenzavano i costumi e costruivano programmi politici. Nulla di ingenuo, ma, semmai, la sapiente costruzione di quella che oggi chiameremmo una “narrativa” culturale e ideologica.

Gli uomini del Medioevo, sembra dire Pastoureau, erano un po’ come i bambini di Chesterton: non avevano bisogno di sapere che i draghi esistono, perché di quello erano già certi; ma di sapere che i draghi possono essere sconfitti.
 

04 dicembre 2015

Papesse. Da Giovanna alla Chaoqui, la scandalosa storia delle “quote rosa” in Vaticano


di Francesco Mastromatteo

"La papessa". Questo è il titolo che la stampa, piuttosto pomposamente, ha attribuito a Francesca Immacolata Chaoqui, l’esperta di pubbliche relazioni e lobbista dapprima chiamata in Vaticano nella commissione voluta da Papa Francesco per lavorare al rinnovamento della curia e poi finita nello scandalo di “Vatileaks 2” sui “corvi” vaticani. 
Un attributo, quello di papessa, che richiama alla mente figure di un torbido passato della Chiesa di Roma, tra storia e leggenda. E’ forse più famosa, anche se si tratta di un personaggio di pura fantasia, la papessa Giovanna, protagonista anche di un film di qualche anno fa, che secondo la tradizione sarebbe stata una monaca di origine inglese, spacciatasi per un sapiente ecclesiastico di nome Giovanni Anglico e riuscita a salire sul soglio petrino con il nome di Giovanni VIII tra l’855 e l’858, finché non venne l’inganno non venne scoperto durante una processione tra il Colosseo e San Clemente, quando Giovanna partorì un bambino tra lo stupore e l’indignazione della folla. Una storia che ebbe molto successo nel Medioevo e che venne dimostrata storicamente falsa solo nel ‘500, ma che incarnò senz’altro nella mentalità dell’Età di Mezzo la consapevolezza del grado di corruzione raggiunto dalla Chiesa nei secoli prima dell’anno 1000. Se però Giovanna resta un personaggio di pura fantasia, seppur suggestivo, storicamente esistita e dalla vita davvero scandalosa fu Marozia, “papessa” di quella che è stata definita l’età della “pornocrazia romana”.

“Bella come una dea, focosa come una cagna”, così la definisce il linguacciuto Liutprando, vescovo di Cremona, nel (politicamente fazioso) ritratto a tinte fosche che fa di uno dei personaggi più scandalosi della storia medievale ed ecclesiastica. Certamente, senza correre il rischio di passare per diffamatori, potremmo dire che fu spregiudicata, opportunista, intrigante e megalomane. Figlia del senatore Teofilatto e di Teodora, già adolescente sale alla ribalta della Roma papalina, quella a cavallo tra IX e X secolo, che tra complotti, intrighi di potere tra fazioni nobiliari, torbide tresche e processi a cadaveri di papi  non sfigurerebbe in una saga alla “Games of Thrones”.

Amante di un pontefice che è anche suo cugino, Sergio III, con cui viveva apertamente more uxorio in Laterano, Marozia apparteneva a uno dei lignaggi più potenti dell’Urbe, e seguendo la tradizione di famiglia, da vera  manovratrice della fazione spoletina, fece e disfece la trama del potere romano, intrecciando, dopo la morte repentina e misteriosa di Sergio, da cui aveva avuto il figlio Giovanni, una relazione con Alberico di Spoleto, cavaliere di origine germanica e marchese di Camerino.

I due riescono a imporre sul soglio di Pietro diversi papi-fantocci, del tutto ligi ai loro voleri, finché non viene eletto l’ambizioso Giovanni X, già amante della madre di Marozia e secondo i maligni suo vero padre, che si dimostra di ben altra stoffa rispetto ai predecessori e inizia a tessere alleanze sgradite ai Teofilatti e ad Alberico. Giovanni concede la corona di Re d’Italia a Berengario, che si copre di gloria sconfiggendo i Saraceni nella battaglia del Garigliano, ma muore in una congiura. La corona d’Italia resta di nuovo senza titolare, i rapporti tra Giovanni da una parte, Marozia e Alberico si incrinano definitivamente. Dopo alterne vicende sarà il pontefice ad avere la meglio, Alberico è costretto a fuggire ad Orte, dove il popolino, fedele al papa, lo uccide nel 924.

A questo punto Giovanni sembra aver chiuso la partita, quando Ugo di Provenza viene eletto nuovo Re senza nemmeno la richiesta di avvallo papale. Marozia, abilissima a fiutare il vento e usare il suo fascino per salire sul carro del vincitore, ne approfitta e sposa Guido, duca di Toscana e fratello di Ugo. Con i nuovi alleati conquista Roma e Giovanni finisce rinchiuso a Castel Sant’Angelo, dove morirà l’anno dopo, anche stavolta probabilmente a causa di una opportuna dose di veleno.  Marozia si fa nominare senatrice dell’Urbe e riprende l’antica passione per le trame, mettendo sul soglio petrino diversi pontefici scialbi e manovrabili in attesa che il suo primogenito Giovanni, non avesse raggiunto una età appena decente per poter divenire papa. Pare infatti ne avesse appena  ventuno, quando nel 931 venne eletto, con il nome di Giovanni XI, divenendo né più né meno il mero strumento con cui l’energica Marozia governa la Citta Eterna secondo il suo volere.

Nemmeno la morte del marito Guido e l’età non più verde le impedisce di ricorrere ancora una volta alle sue capacità seduttive, usate stavolta con il cognato Ugo, il Re d’Italia, che sposa in barba alle leggi ecclesiastiche, grazie a una dispensa che lo fa dichiarare figlio illegittimo pur di aggirare l’impedimento dovuto ai rapporti di sangue con Guido.  A celebrare le scandalose nozze, che vedono Marozia diventare Regina d’Italia, è proprio Giovanni XI, del tutto succube della potentissima madre. E’ il trionfo assoluto della “papessa”, già (forse) figlia, amante e madre di pontefici, che sognava, dando in sposa una figlia a un principe bizantino, di ricostituire sotto di sé l’impero romano e che era diventata la padrona di Roma. 

Come però spesso accade nella storia, il destino assume un volto beffardo: un altro figlio, il secondogenito Alberico, duca di Spoleto, dal carattere molto meno remissivo, non accetta di spartire il potere con il rozzo patrigno e cala su Roma, scacciando Ugo dopo aver sobillato il popolo e rinchiudendo il fratello in Laterano, dove il povero Giovanni morirà appena venticinquenne.

E Marozia? Proprio lei, la “papessa”,  l’indomita signora di Roma, la donna abituata a farsi obbedire da re e papi, ormai vecchia e sconfitta, deve cedere lo scettro dell’Urbe al figlio che le somigliava per indole ed ambizione, l’unico uomo in grado tenerle testa. Finisce i suoi giorni rinchiusa in convento, morendo nel silenzio e nella solitudine, dopo una vita passata sul palcoscenico del potere. Ritratto di una Roma moralmente corrotta  e di una Chiesa più “meretrix” che “casta”, certo; ma, dato che nemmeno i papi più corrotti e indegni della Cattedra di Pietro compirono atti contro la fede, forse preferibile a quella attuale, dove le “papesse” chiamate ad attuare la volontà di pulizia e di “glasnost” vaticana tanto sbandierata dalle alte sfere, e a cui la sorte di Marozia sarà senz’altro risparmiata, si rivelano peggiori del male a cui dovrebbero porre rimedio. Facendoci quasi dire, “aridatece Marozia”…
 

06 maggio 2015

Basta Commedie: Dante era un cristiano medievale


di Francesco Mastromatteo 

Due giorni fa è stato celebrato il 750esimo anniversario della nascita di Dante Alighieri. Centinaia gli eventi in Italia ed all’estero per onorare il padre della Divina Commedia, uno dei pochi, anche se forse sbiaditi riferimenti culturali e identitari per una Nazione che fatica a individuare simboli e miti storico-culturali accettati da tutti.
 

07 ottobre 2014

Un augurio a Papa Francesco


di Francesco Mastromatteo 

“Il momento lo aveva sentito. Ma lo aveva sentito a modo suo, cioè solo di pelle, perché sotto la pelle aveva ben poco. L'insperata elezione al soglio e gli osanna della folla avevano fatto il resto. Più sensibile di tutti gli altri uomini di curia, egli lo era anche alla popolarità, suggestionabile al massimo, e – diciamo il vero – di poca testa. Aveva ragione quando affermava che tante cose erano stato dette come se fossero uscite dalla sua bocca. Ma lui, lasciandole dire, le aveva fatte sue senza prevederne le conseguenze, e n’era rimasto prigioniero. Senza dubbio, da parte dei liberali, c’era stato tutto un gioco – mezzo consapevole, mezzo no – per attribuirgli intendimenti che non erano suoi. Ma questo gioco egli lo aveva secondato, o per lo meno non lo aveva impedito: o perché d’impedirlo non aveva la forza, o perché non lo aveva compreso, o forse per entrambi i motivi. Sia intellettualmente che moralmente, il suo livello era modesto. Raccogliendo applausi, impartendo benedizioni, giocando a biliardo e distribuendo battute scherzose aveva messo in moto, da malaccorto apprendista stregone, delle cose molto più grandi di lui. E quando se ne accorse, era troppo tardi”.


Così descrive il Pontefice Indro Montanelli nella sua “Storia d’Italia”. Ovviamente non il regnante, che lo scomparso giornalista non ha fatto in tempo a conoscere, ma il beato Pio IX. Al netto di alcuni poco lusinghieri (e immeritati) epiteti, Montanelli descrive bene la parabola storica di Papa Mastai Ferretti: eletto come candidato “moderato”, divenuto ben presto l’idolo dei liberali italiani per le sue aperture in campo politico, divenne la loro bestia nera allorché si rifiutò di benedire la guerra contro l’Austria cattolica. E così il papa che sembrava dover passare alla storia come quello più progressista e legato ai “segni dei tempi”, è divenuto quello del Syllabo, del “non expedit”, del dogma dell’infallibilità pontificia.


I paragoni storici sono sempre indebiti, lo sappiamo. Ma quando vengono fatti alla luce della teologia della storia, “sub specie aeternitatis”, certi parallelismi non possono essere casuali. E’ impressionante vedere come – mutatis mutandis – l’entusiasmo delle folle e dei media per Papa Francesco ricordino molto le aspettative dei liberali ottocenteschi. Questa volta non sono l’unità nazionale o le riforme politiche ad essere invocate con la benedizione papale, ma la comunione ai divorziati risposati, e perché no, anche lo sdoganamento morale delle unioni omosessuali, ovvero la negazione alla radice della morale cristiana e del Catechismo. Dopo mezzo secolo di confusione sulla dottrina ecclesiologica, liturgica e sociale, con la prassi che si fa continuamente beffe dei pronunciamenti e dei documenti ufficiali (peraltro non privi di ambiguità), manca solo questo e lo sfascio sarebbe completo. Se dovesse passare l’assunto che i concubini possono accedere ai sacramenti anche senza pentirsi e cambiare vita, anche solo nei fatti se non ufficialmente, “dostojevskianamente”, diventerebbe tutto lecito.


E’ ormai inutile opporsi alla marea di zuccherosa quanto insopportabile retorica buonista e progressista che ogni giorno cerca a tutti i costi di fare di Papa Bergoglio un santino del peggior ciarpame laicista, omosessualista, e anche, stando a certi recenti sproloqui televisivi, che vorrebbero la Chiesa “trasparente” solo a partire dal pontificato di Bergoglio, giustizialista: l’unica parola di chiarezza, a questo punto, potrebbe e dovrebbe venire dal soglio petrino. L’unico a confermare o smentire potrebbe e dovrebbe essere l’interessato, mettendo a tacere una volta per tutte i laudatores interessati o – Dio non vogliadando loro ragione.


Il sinodo sulla famiglia è iniziato sotto i peggiori auspici, come sembrerebbe a voler considerare le quotidiane, deliranti esternazioni del cardinale Kasper. Ma le dichiarazioni dell’inqualificabile porporato, assicurano i soliti normalisti, non riflettono il pensiero di Papa Francesco. Vogliamo sperarlo, anzi diciamo che ne siamo convinti, certo è che non solo Kasper è stato messo al suo posto dallo stesso Francesco, ma nessuno, finora, si è incaricato di smentirlo quando afferma di essere sulla linea del Pontefice, contro quei cattivoni dei conservatori. Lo Spirito Santo vigila, ci assicurano i fautori dell’irenistica teologia dell’ovvio: ma la barca di Pietro, ci verrebbe da dire facendo il verso per una volta ai sostenitori del “Noi siamo Chiesa”, cammina, anzi naviga grazie alle braccia degli uomini: laici, ma soprattutto consacrati. I vescovi in particolare e massimamente il vescovo di Roma, vicario di Cristo e successore di Pietro. E se i capitani non indicano una rotta chiara, non mettono a tacere gli ammutinati, cosa potranno mai fare i marinai semplici?   


Il dado è tratto e per quanto ci riguarda, possiamo solo pregare. Santità, - e speriamo che lei non prenda male questo nostro auspicio – la nostra preghiera è solo una: le auguriamo di diventare il nuovo Pio IX.   

 

29 agosto 2014

Socci vs Introvigne? Nessuno dei due convince

di Francesco Mastromatteo

Anche se il clima ferragostano avrà un po’ fatto passare in sordina la cosa, nel mondo cattolico italiano si è consumata una rottura che rischia seriamente di spaccare in modo netto e definitivo la cultura cattolica cosiddetta “conservatrice”; una rottura che peraltro è solo l’epilogo e la conseguenza di ben più profonde divisioni all’interno del cattolicesimo in generale.
 

08 aprile 2014

Papa Francesco non scioglie lo IOR: fine del mito pauperista?

di Francesco Mastromatteo



Braccia listate a lutto, sguardi funebri, cuori infranti e fegati devastati dalla bile. Di che parliamo? Ovviamente, della notizia che ha gettato nello sconforto più nero milioni di papolatri neoconvertiti sulla via di Buenos Aires, gli atei devoti di sinistra, capitanati da Scalfari&co: Papa Francesco non scioglierà lo Ior. L'Istituto per le opere religiose, infatti, non sarà soppresso ed il Papa, riaffermandone "l'importanza della sua missione per il bene della Chiesa cattolica”, ha sostenuto che cui continuerà a fornire servizi finanziari specializzati in tutto il mondo, con l'impegno di realizzare un allineamento sostenibile alle norme internazionali.
 

09 dicembre 2013

Addio Peppone! Renzi e la fine della 'chiesa rossa'

di Francesco Mastromatteo

La netta affermazione di Matteo Renzi alle primarie per la segreteria del Pd, pur ampiamente prevista, farà discutere a lungo politologi e commentatori, soprattutto per i risvolti che avrà nella politica italiana dei prossimi mesi. Quello che forse a non tutti è apparsa subito evidente è la natura assolutamente rivoluzionaria e per certi versi epocale della svolta odierna: il glorioso apparato del fu Pci delle immense adunate degli anni ‘50, la gioiosa macchina da guerra di occhettiana memoria, la disciplinata e marziale chiesa rossa, il “paese nel Paese” di Pasolini, che portava milioni di persone in piazza e nei seggi, non esiste più. Con la vittoria del giovane e ambizioso sindaco di Firenze, per la prima volta il partito erede di quello fondato da Gramsci nel 1921 non è più guidato da un segretario proveniente dalla tradizione comunista. 
 

24 settembre 2013

Chi sono io per giudicare Belen?

di Francesco Mastromatteo

A volte anche la pagina più “fatua” di un social network può dare indirettamente inedite lezioni di morale evangelica, contro tutti i finti moralismi, laici o religiosi che siano. Ci riferiamo a quella di Belen Rodriguez, già mamma, fresca di matrimonio e di polemiche legate proprio alle sue nozze con il ballerino Stefano De Martino, per cui avrebbero addirittura faticato a trovare un sacerdote disponibile a celebrarle.
 

17 luglio 2013

Il pasticcio kazako (e il finto scandalo delle anime belle)

di Francesco Mastromatteo 
La vicenda di Alma Shalabayeva, la moglie dell’ex esponente del regime kazako Mukhtar Ablyazov, (poi riparato a Londra come dissidente, con tanto di strascichi giudiziari) prelevata e rispedita nel suo paese insieme alla figlioletta, è certamente un esempio di come uno stato sovrano non dovrebbe gestire una vicenda tanto delicata (o meglio, non dovrebbe lasciarla gestire a terzi), bypassando procedure tanto più necessarie quando di mezzo ci sono donne e bambini. D’altro canto, però – e questo aspetto sembra passare più in sordina – è anche un esempio di come la stampa nostrana, sempre a rimorchio di determinate frange politico-culturali, sappia egemonizzare il dibattito secondo le proprie faziose coordinate ideologiche.
 

02 luglio 2013

Yes we scan. Il mito di Obama al capolinea?

di Francesco Mastromatteo

Uno spettro s’aggira per l’Europa: quello dell’antiamericanismo. Non, una volta tanto, da parte dei soliti gruppi estremisti, ma nientemeno che dai leader politici più autorevoli, Martin Schultz in testa, che hanno inoltrato vibrate proteste e richieste di spiegazioni a Washington per l’increscioso caso del Datagate, lo scandalo delle intercettazioni statunitensi ai danni di diversi stati europei. La vicenda, assieme a quella di Edward Snowden, l’ex dipendente dei servizi di sicurezza che ha deciso di rivelare al mondo le trame spionistiche americane, diventando il protagonista di una controversa e appassionante disputa internazionale, sta mettendo in seria crisi i rapporti tra Usa ed Europa, e rischia di appannare il mito di Obama agli occhi dei suoi tanti fan. 
 

18 giugno 2013

Integralismo e nichilismo, stessa faccia stessa razza

di Francesco Mastromatteo

Le drammatiche notizie quotidiane sulla guerra civile siriana, che vede ormai contrapposti da due anni il regime autoritario e laico di Bashar al-Assad e il variegato e contraddittorio fronte di opposizione – in cui hanno parte non trascurabile le frange più radicali dell’integralismo islamico sunnita – si arricchiscono di un clamoroso fenomeno che ora riguarda anche l’Italia: quello degli occidentali convertiti all’Islam che scelgono di arruolarsi nell'internazionale del terrore nota genericamente come Al Qaida. Secondo alcune indiscrezioni non confermate ufficialmente, infatti, un ragazzo genovese,  Giuliano Ibrahim Delnevo, sarebbe morto in Siria dove combatteva al fianco di alcuni ceceni. Un episodio non isolato, visto che sono stati segnalati già centinaia di casi in altri paesi, compresa una donna, l’americana Nicole Lynn Mansfield.
 

05 giugno 2013

Se corteggiare è reato. Elogio della galanteria reazionaria

di Francesco Mastromatteo
In tempi in cui il dibattito sul c.d. “femminicidio” occupa tutti i giorni le pagine dei giornali, rischia di passare quasi inosservata una notizia che ci sembra evidenziare una violenza contro gli uomini, di certo meno cruenta di quella – innegabile, sia chiaro, anche se andrebbero indagate meglio le cause culturali che ne costituiscono la base – subita da tante donne, ma non meno ingiusta ed odiosa.
 

05 marzo 2013

Grillo a Palazzo Chigi, Silvio al Quirinale!


di Francesco Mastromatteo

Che ne sarà dell’Italia nei mesi a venire? Il clamoroso e per certi versi imprevisto risultato elettorale ci ha consegnato un quadro politico denso di incognite. Una situazione tragicomica, in cui il Pdl insegue il Pd  (magari sognando una riedizione del governo Monti, con Passera al posto del professore), che a sua volta insegue il Movimento 5 stelle (proponendo un patto sulla base di otto punti, tra i quali non possiamo non notare quelli decisamente contrari ai principi non negoziabili) in una sorta di teatrino di innamorati non ricambiati che corrono attorno a un tavolo alla vana ricerca di un contatto con l’amato.
 

04 marzo 2013

Ti piace Putin? Terrorista!


di Francesco Mastromatteo

Premessa importante: chi scrive non è certamente uno di quei complottisti affetti da dietrologia acuta, che vedono oscure trame dei servizi segreti (più o meno deviati) ovunque e dietro qualsiasi episodio oscuro e sanguinoso, anche se non si può certo negare che la storia d’Italia – un paese a sovranità limitata dalla fine della seconda guerra mondiale – sia piena di misteri, come le stragi degli anni Settanta e Ottanta, la cui mancata soluzione, a decenni di distanza, si spiega solo con i depistaggi a cui non possono certamente essere estranei gli apparati di intelligence, nazionali e soprattutto stranieri.