L’aborto volontario è un diritto fondamentale. Prima della nascita, il grembo materno ospita solo un grumo di cellule. La vita umana inizia con l’impianto dell’ovulo fecondato nell’utero materno. L’embrione non è vita. L’embrione è vita, ma in potenza. L’embrione è vita, ma non vita umana. L’embrione è vita, ma non persona. Vietare l’aborto significa minacciare la salute delle donne. Prima della Legge 194, in Italia, morivano milioni di donne per aborto clandestino. Il contrasto all’aborto legale è cosa medievale. Per battersi contro l’aborto occorre essere cattolici. Le donne sono tutte favorevoli all’aborto. L’aborto volontario non comporta conseguenze per la salute materna. L’obiezione di coscienza non è un diritto. L’obiezione di coscienza è una cosa da ultracattolici. Gli obiettori di coscienza minacciano il diritto di aborto. In Italia ci sono troppi obiettori di coscienza. A causa degli obiettori di coscienza, gli altri medici sono sovraccaricati di lavoro. La pillola del giorno dopo non è abortiva. La pillola dei cinque giorni dopo non è abortiva. Il divorzio è una conquista di civiltà. Il divorzio legale è una conquista recente. La morale cristiana è omofobica. L’Italia è un Paese culturalmente arretrato. La famiglia tradizionale è un’invenzione cattolica. La famiglia tradizionale è un prodotto della cultura occidentale. La famiglia naturale non esiste. La famiglia uccide più della mafia. L’idea di famiglia naturale è da bigotti. Non esiste un tipo di famiglia, ma tanti. Riconoscere solo un tipo di famiglia, significa negare l’amore. Il fondamento del matrimonio è l’amore. Prima delle unioni civili, i conviventi non avevano diritti. La fecondazione extracorporea è un diritto. Le possibilità di successo della fecondazione extracorporea solo elevate. La fecondazione extracorporea non è un business. I figlio sono un diritto. I figli sono di chi li cresce. La madre non esiste, è un concetto antropologico. L’adozione omogenitoriale è un’opportunità per il bambino. Non conta se un bambino ha due mamme o due papà, love is love. Senza l’adozione alle coppie gay i bambini restano in orfanotrofio. Criticare l’utero in affitto è da oscurantisti. Vietare l’utero in affitto non ha senso, poi le coppie vanno all’estero. L’utero in affitto può essere altruistico, non è sempre incivile. L’utero in affitto viene avversato solo quando vi ricorrono coppie gay. Il testamento biologico non è l’anticamera dell’eutanasia. L’eutanasia è un diritto umano. Se non legalizzi l’eutanasia, spopola quella clandestina. Il biotestamento è un rimedio contro l’accanimento terapeutico.
Nei giorni in cui molti sacerdoti vengono zittiti o minacciati in quanto si sono espressi a favore della Romana Chiesa, ci si può domandare retoricamente: che fine faranno i sacerdoti ligi al dovere ed alla loro vocazione? E con chi saranno “rimpiazzati”?
La domanda non è così retorica come può sembrare. La spaccatura interna alla Chiesa è evidente e, benché i tempi odierni abbiano più che mai bisogno di sant’uomini alla stregua del Curato d’Ars, ci rendiamo conto che il panorama dei pastori promossi dalla “Chiesa della misericordia” non è esattamente quello che potremmo dire entusiasmante. Anzi. Le cronache ci presentano dei figuri che, a suo tempo, sarebbero stati presi a pancate da don Camillo. E oggi ricevono gli applausi del mondo. Noi sappiamo che l’applauso del mondo non è proprio ciò che un cattolico dovrebbe desiderare. Sarebbe da dirlo anche a loro. Magari, a quel don Mario Marchiori, parroco che ha ospitato l’atea abortista Bonino per una simpatica serata all’insegna del buon gusto. Ne abbiamo già parlato, ma qualcuno si è preso la briga di andare a scavare nel passato del nostro, ripescando un aneddoto delizioso, di quelli da raccontare con gli occhioni lacrimoni. Ebbene, è con tanta commozione che apprendiamo come il nostro abbia dato l’Eucaristia anche ad un musulmano; questi, che non ci capiva un’acca, se l’è messa in tasca. «Non mi sfiorò minimamente il pensiero del sacrilegio, della profanazione, dell'indegnità, di un divieto o di un delicato rimprovero». E niente, viene da domandarsi come don Mario giustifichi questa disparità di trattamento rispetto, ad esempio, ai bambini che devono ancora fare la prima comunione. Ma come, ai musulmani sì, e a loro no? Boh.
Altro giro, altra corsa. Il nostro vecchio amico padre James Martin, gesuita (ma va?) e consulente del Segretariato per le Comunicazioni del Vaticano, si è più volte lasciato andare a surreali svarioni difendendo a spada tratta la causa omosessualista. Di più: per il nostro, «Gesù oggi siederebbe tra gli LGBT». Inutile ricordargli che forse ci andrebbe per chiedere la loro conversione e non per partecipare ad un festino; eppure, lui ne è convinto: in Paradiso ci sono anche dei santi gay. Vabbè, dai, siamo misericordiosi e sui suoi deliri stendiamo un velo pietoso. Vogliamo parlare del prete che, a Schio, ha avuto la brillante idea di benedire le fedi nuziali di una coppia di lesbiche? Pronti con i fazzoletti per arginare il fiume di lacrime e di commozione? Ecco: due ragazze volevano coronare il loro sogno d’amore (?) e il prete ha benedetto gli anelli, non potendo svolgere il rito in chiesa. Chissà, magari tra qualche anno, visto l’andazzo che stanno prendendo le cose, potrà anche farlo.
Tutti questi creativi, questi bislacchi – eufemismi – sacerdoti sono cattivi maestri: danneggiano il popolo di Dio più di quanto abbiano fatto due secoli di predicazione atea e massonica, perché non fanno altro che disorientarlo.
Sarà per questo che Bergoglio, nell’ultimo concistoro, voleva pescare le berrette rosse dal mondo dei laici: per cercare la qualità. E infatti stava pensando – squillo di trombe! – ad Enzo Bianchi e ad Andrea Riccardi.
In questo squallido panorama, possiamo soltanto domandarci: perché per esempio don Minutella è stato scomunicato e questi figuri no? Perché i francescani dell’Immacolata sono ancora commissariati mentre si promuovono questi ambigui personaggi? Perché i tanti parroci fedeli all’insegnamento della Chiesa sono ridotti al silenzio e vengono fatti parlare questi ciarlatani? Qualcuno ci risponda, perché sembra che in Vaticano non abbiano le idee ben chiare sul mestiere del sacerdozio e sulla missione della Chiesa.
Iscrivetevi alla nostra newsletter settimanale, che conterrà una rassegna dei nostri articoli.
L’eredità che ci lascia il cardinal Carlo Caffarra (1938-2017) è realmente immensa e non certo riassumibile, neppure per sommi capi, in poche battute. I tantissimi che lo hanno conosciuto, frequentato e amato potranno senza dubbio confermare. Ma lo può confermare anche chi, come il sottoscritto, pur avendolo incontrato di persona, lo ha soprattutto letto e studiato, rintracciando nella sua opera non solo il riflesso di una cultura sterminata, ma anche – soprattutto, direi – di un’intelligenza viva, capace di leggere e anticipare i tempi.
Dimostrazione di ciò lo si ha nella capacità che Caffarra ebbe di cogliere l’importanza, negli ultimi anni divenuta decisiva, della partita antropologica per quanto concerne sia la difesa della bellezza e della santità del matrimonio, sia quella differenza sessuale a prima vista elementare ma oggi minacciata dall’ideologia cosiddetta del gender. Non è un caso che già decenni fa, quello che fu il ghost writer sui temi della bioetica e della morale di un certo Giovanni Paolo II (1920-2005), insistesse con forza sul valore della mascolinità e della femminilità.
Una conferma la si ritrova nel suo testo Etica generale della sessualità (Ares, 1992), laddove egli sottolineava e spiegava ciò che oggi, 25 anni dopo, converrete, è drammaticamente urgente ribadire: «L’uomo è maschio o femmina. E anche già a questo livello di immediatezza nell’osservazione […] L’uomo, prima di essere italiano o francese o prima di essere avvocato o medico o (e le classificazioni potrebbero continuare ancora più a lungo), è maschio o femmina». Ora, perché Caffarra rimarcava l’ovvio, affermando che «l’uomo è maschio o femmina»?
Semplice: perché sapeva che l’ovvio, presto – in una sorta di rovesciamento della logica e, culturalmente, di finestra di Overton al contrario – sarebbe stato destinato a divenire discutibile, minoritario, quindi rivoluzionario. Esattamente com’è oggi dire che «l’uomo è maschio o femmina». Un’affermazione, anzi una constatazione dinnanzi alla quale non bisogna avere incertezze di alcun tipo. Perché – disse sempre il cardinale ieri scomparso, in una conferenza tenuta il 16 gennaio 1996, una vita fa – «L’uomo e la donna portano impressa in se stessi l’immagine di Dio e sono così interiormente “riferiti”, appunto “ricapitolati in Cristo”».
«Nessuna forza avversa – aggiunse poi – sarà in grado di distruggere questo orientamento. E’ necessario solo essere vigilanti nella propria coscienza interiore per fare quella giusta scelta di campo per la salvezza dell’uomo. E’ necessario non avere paura. La forza divina è di gran lunga più potente, smisuratamente più grande del male che opera oggi per distruggere matrimonio e famiglia». Aveva insomma capito, con straordinario anticipo, che la battaglia contro la famiglia sarebbe arrivata alle negazione dell’uomo e della donna. Anche di questo, oltre che di tutto il resto, occorre essergli grati. Riposi in pace.
Iscrivetevi alla nostra newsletter settimanale,
che conterrà una rassegna dei nostri articoli. Utilizzeremo agosto come
mese di prova, poi a settembre si parte a regime.
Per soppesare i fenomeni della storia, compresa la storia della Chiesa, vale sempre la Parola di Cristo il quale ci ha suggerito un metodo infallibile per valutare la bontà del decorso materiale e spirituale di una realtà: occorre osservare la qualità degli effetti per comprendere la qualità delle cause. Questo è il significato più trasparente della frase evangelica “dai loro frutti dunque li riconoscerete”.
Noi tentiamo qui di percorrere il medesimo itinerario proponendoci di osservare e valutare la qualità della causa a partire dagli effetti che ne sono scaturiti: ne risulta infine come l’iter di sterilizzazione indotta e spacciato da una parte della leadership cattolica come percorso di maturazione cristiana sia la causa scatenante dell’attuale impotenza e infecondità cattolica allo stesso modo in cui un albero infetto produce frutti atrofizzati.
L’analisi degli effetti prodotti dalla realtà cattolica attuale ci rivela dunque le seguenti evidenze tutte o quasi riconducibili a un cammino di depotenziamento in materia dottrinale, teologica, etica e devozionale:
- Sentimentalizzazione del Cristo, gradualmente disinnescato fino alla sua riduzione al rango di un buonista qualsiasi desideroso di andare d'accordo con tutti per non dispiacere a nessuno nell’oblio degli episodi evangelici che ne manifestano invece la virilità come le invettive contro i mercanti del tempio, contro gli scribi e farisei ossia i radical chic dell'epoca e perfino contro qualche apostolo. Riduzione del Cristo da Colui che non è venuto a portare la pace, ma la spada a colui che non è venuto a portare la spada, ma la pace anche a costo di compromessi secolarizzanti;
- Dissoluzione dell’aura solenne che circondava i sacramenti e loro progressiva banalizzazione e riduzione a prodotti di consumo che non necessitano più di alcuna evoluzione personale prima di essere accostati; desacralizzazione, dissacrazione e infine derisione del sacro e sua mercificazione a livello di un articolo commerciale low cost il cui conseguimento non è più frutto di un’impegnativa conquista, ma di un preteso diritto;
- Denigrazione e colpevolizzazione della civiltà europea e della storia occidentale contrabbandata come una sequela di soprusi priva di qualsiasi connotazione positiva da scontare tramite una resa incondizionata alla penetrazione di altre culture e visioni del mondo;
- Psichiatrizzazione della fede tradizionale cioè della fede tout court tramite sua squalifica al rango di residuo archeologico degno di una mente mineralizzata dai connotati nevrotici;
- Confortevole rinuncia all’evangelizzazione perché incompatibile con la narcosi laicista spacciata per pace che gode anche in seno alla chiesa di priorità assoluta. Divulgazione della errata credenza per cui il proselitismo ha connotati negativi laddove invece il proselita è colui che diventa cristiano in seguito all’evangelizzazione. Ne esce inficiata la dimensione missionaria tipica dell’appartenenza cristiana e rinforzata la fondazione di una fede privatizzata e intimistica dalle sfumature ereticali;
- Estinzione dello spirito di profezia, dell’escatologia e della soteriologia come capacità da parte della Chiesa di indicare scenari futuri terreni e ultraterreni e loro sostituzione con calcoli previsionali di corto respiro, ad esempio sullo stato di salute del pianeta, fondati talvolta su concezioni scientifiche tuttora dibattute e mai definitivamente chiarificate peraltro mutuate da agende laiciste affette da manipolazioni ideologiche.
- Sostituzione dell'autentica esperienza religiosa in quanto tale sempre personale e soggettiva con pratiche collettive di erogazione di servizi sociali grossolanamente confusi come autentici percorsi di fede e conseguente nefasta identificazione fra sviluppo umano e obblighi civili da adempiere per legge. La raccolta differenziata come nuova frontiera dello spirito;
- Omologazione del magistero cattolico all'agenda mondialista come dimostrano i notevoli cedimenti sulle questioni di bioetica e sugli ex “principi non negoziabili”;
- Scissione schizoide nella coscienza dei cattolici a causa del divergere fra le esigenze previste dal magistero tradizionale e le eterodossie personali di taluni vertici ecclesiastici tragicamente presentati come dogmi con conseguente caotizzazione e destabilizzazione delle certezze di fede che favoriscono il consolidarsi del relativismo etico di matrice protestante;
- Imborghesimento del credente medio la cui devozione è spesso ridotta alla ripetizione di gesti e formule di cui non conosce nemmeno il significato simbolico da cui deriva una narcosi esistenziale e una tranquillizzante anestesia morale che ottunde l’inquietudine necessaria a ogni ricerca;
- Retrocessione dell'estetica e solennità della liturgia cattolica a livelli di oggettivo squallore tanto da configurare tale sciatteria come un elemento distintivo della chiesa contemporanea da ostentare orgogliosamente;
- Avversione e atteggiamento di spocchiosa sufficienza verso la devozione popolare e in particolare verso il culto mariano percepito ormai come un ostacolo lungo il tragitto di protestantizzazione della chiesa. Disinnesco dei significati più urgenti e degli appelli più pressanti rivelati dalle apparizioni riconosciute e loro addomesticamento arcobalenizzante verso un generico appello alla pace e alla concordia universale
- Valorizzazione narcisistica dell'approssimazione teologica e filosofica in nome di un primato della prassi che segmenta e parcellizza l’impegno caritativo in una serie di operazioni caratterizzate da arido funzionalismo spesso non privo di elementi affaristici;
- Laida bruttezza e volgare anonimia degli edifici destinati al culto e sempre più frequente ricorso a rappresentazioni ai limiti dell'osceno nell'arte sacra;
- Induzione di papolatria idolatrica e forme devozionali verso i massimi rappresentanti del laicismo militante, del radicalismo libertario e del nichilismo materialista;
- Svenevole e infingarda arrendevolezza di fronte all'aggressività islamista di contro allo spietato cinismo adottato verso le realtà cattoliche più ortodosse;
Inoltre e infine la più tragica delle conseguenze: l'indebolimento o l'abolizione dall'orizzonte antropologico della speranza ultraterrena quale contributo decisivo alla formazione di un uomo più triste, disperato, solo.
Iscrivetevi alla nostra newsletter settimanale, che conterrà una rassegna dei nostri articoli. Utilizzeremo agosto come mese di prova, poi a settembre si parte a regime.
3 agosto 2017 (LifeSiteNews) - "In a Heartbeat", definito da milioni di persone "la cosa più bella che abbia mai visto", è un breve video animato sulla "cotta" di un giovane ragazzo di scuola media per un altro ragazzo, che sta attualmente sciogliendo alcuni milioni di cuori in tutto il mondo ogni giorno.
Pubblicato lunedì, il video di quattro minuti è diventato rapidamente virale. Martedì pomeriggio, aveva raccolto 3,7 milioni di visualizzazioni. Nel tardo pomeriggio di mercoledì il numero di visioni si era raddoppiato a 7,4 milioni. Giovedì mattina, si dirigeva verso gli 11 milioni.
Da una parte, la sua popolarità non è una sorpresa. È un cortometraggio avvincente e ben fatto, destinato a ricevere molti premi dei festival cinematografici. E poiché non esiste un dialogo, offre un appeal e una portata globali.
Il critico di Yahoo lo ha applaudito, dicendo: "Speriamo che, data la risposta che il cortometraggio ha ottenuto, i grandi studios avranno notato il fatto che le storie di LGBTQ dovrebbero essere raccontate e che, indipendentemente dalla tua identità sessuale, le persone possono relazionarsi con quelle prime vampate d'amore."
La campagna LGBT per i diritti umani (HRC) e altri lo coprono di lodi.
Non fatevi ingannare
Mentre molti all'interno e all'esterno del mondo gay possono sentire scaldarsi il cuore, in risonanza con il proprio ragazzino interiore preadolescente a disagio, c'è un problema. Un grosso problema.
"In a Heartbeat" sta ottenendo un sacco di attenzione, ma farà un cattivo servizio a coloro che ha l'obiettivo di aiutare. Potrà ulteriormente pregiudicare rapporti maschili, forti e sani, straordinariamente necessari. Una volta che i ragazzi e gli adolescenti sono incoraggiati verso l' omosessualità per far fronte all'esperienza comune dell'ansia sociale, indirizzata a mettere in discussione il loro orientamento sessuale, la loro sessualità rischia di diventare "ricondizionata". E una volta "ricondizionata" in questo modo, è difficile da annullare. Dovrei saperlo. Ero uno di loro.
Prima di procedere, guarda il video:
Il grosso problema
Una descrizione ufficiale del film ci dice: "Un ragazzo chiuso corre il rischio di essere abbandonato dal proprio cuore dopo che esce dal suo petto per inseguire il ragazzo dei suoi sogni".
Il problema è questo: il ragazzo dai capelli rossi che è descritto non è un "ragazzo chiuso". Gli animatori potrebbero pensare che stanno rappresentando un tale ragazzo, ma in realtà stanno raccontando una storia completamente diversa.
Ci mostrano un ragazzo che dimostra un livello estremamente elevato di ansia sociale. Quando lo vediamo prima, sembra spaventato a morte. È nervoso. E 'ansante. Ha palpitazioni cardiache. Salta dietro un albero per nascondersi dal secondo ragazzo dai capelli scuri, e così dimostra il suo disagio debilitante e l'incapacità di relazionarsi con il suo compagno di classe maschile.
E chi è il ragazzo da cui fugge, ma chiaramente attratto? È un ragazzo che dimostra totale fiducia in se stesso - il tipo che tutti i ragazzi socialmente imbarazzati invidiano e a cui vorrebbero assomigliare. Sembra imperturbabile, privo di problemi, in pieno autocontrollo. È così freddo che può anche far girare una mela su un dito mentre cammina leggendo sulla strada per la scuola. Il fatto che il ragazzo dai capelli rossi si nasconde dietro ad un albero per evitarlo, rivela quanto il suo sentimento di non essere accettato dai suoi colleghi maschi lo disturba.
Siamo chiari: i ragazzini di quell'età non stanno cercando una storia d'amore coi loro coetanei dello stesso sesso. Vogliono solo una cosa e la vogliono disperatamente: l'accettazione. A quell'età l'accettazione è più preziosa dell'oro.
"In a Heartbeat" è una distorsione pericolosa
Il ragazzo dai capelli rossi non è romanticamente attratto dal secondo ragazzo, anche se è questo che i creatori del film vogliono pensare. È attratto da un ragazzo che è il suo opposto, sicuro di sé e senza problemi.
I creatori del film hanno frainteso il proprio carattere: non è "chiuso" e non è "fuoriuscito" dal proprio cuore. Ha solo un forte grado di ansia sociale.
E la risposta per questo giovane non è 'romanticismo' con un altro ragazzo. La risposta è l'accettazione - sviluppare e perseverare nell'amicizia, e in questo per trovare l'accettazione. Il romanticismo tra i maschi è un miraggio, sempre dimostratosi sfuggente.
Guarigione reale e autentica
Il film promuove l'uscita dal disturbo d'ansia sociale facendo "outing" ed essendo "gay". Ma questa è una fuga dal disordine, non un mezzo per curarlo per diventare integri e sani come persona.
Il dottor Richard Fitzgibbons, esperto di guarigione coniugale e infantile, ha dichiarato a LifeSiteNews che il film è "psicologicamente dannoso per la gioventù, non è utile per i bambini che soffrono di disturbi d'ansia sociale".
Eppure sono proprio quei ragazzi che il film ha di mira e sono quelli messi a rischio dalla narrativa che promuove.
Secondo il sito web del Dr. Fitzgibbons 'ChildHealing.com, "il Disturbo d'Ansia Sociale (SAD) è il più rilevante di tutti i disturbi d'ansia. Uno studio del 2011 su 10.000 americani ha rivelato che i disturbi d'ansia sono stati i disturbi più comuni nella gioventù, che si verificano in circa un terzo degli adolescenti ".
"SAD è una paura marcata e persistente in situazioni sociali caratterizzate da pervasiva inibizione sociale, timidezza, mancanza di fiducia e paura. Ha un'età precoce di inizio, all'età di 11 anni in circa il 50 per cento e per l'età di 20 anni in circa l'80 per cento degli individui. La cosa più importante, la ricerca ha dimostrato che il rischio di suicidio giovanile diminuisce ritardando l'autoidentificazione come omosessuale. Uno studio ha dimostrato che il rischio di suicidio tra i giovani con attrattive per lo stesso sesso diminuisce il 20 per cento ogni anno che ritardano l'etichettatura come gay. "L'omosessualità: un vicolo cieco completamente insoddisfacente per i giovani maschi. Quentin Crisp, nel suo romanzo "The Naked Civil Servant, identificò l'enigma che affrontano gli uomini gay: "Se il Grande Uomo Oscuro mi incontrasse, non mi amerebbe. Se lui mi amasse, non potrebbe essere il mio Grande Uomo Oscuro". In altre parole, Crisp sta dicendo:" Se ho trovato l'uomo dei miei sogni "- come sembra il ragazzo del video di" Heartbeat "- non importa quanto attraente, maschile e virile. Se lui fosse interessato a me sia sessualmente che romanticamente o entrambe le cose, non potrebbe più essere l'uomo dei miei sogni perché non sarebbe più al 100 per cento "dritto". Ci sarebbe una grossa crepa nella sua armatura e lui mi deluderebbe." Si sente il ghigno di Satana da qualche parte nelle ali dietro i sogni irresistibili e scoraggiati di molti uomini gay. Non c'è da meravigliarsi che tanti diventano depressi. Questo è anche il motivo per cui il matrimonio omosessuale evaporerà nel tempo. Michael Glatze, ora pastore cristiano e soggetto del film "Io sono Michael", è stato un attivista omosessuale e gay fino a che non ha sperimentato la conversione a Gesù Cristo. Nel 2013 ha sposato sua moglie. In una lettera aperta a Ricky Martin dopo che Martin si dichiarò gay, Glatze scrisse: "L'omosessualità è una gabbia in cui sei intrappolato in un ciclo infinito di continuamente desiderare di più - sessualmente - che non puoi mai ricevere, costantemente pieno di vuoto, cercando di giustificare le tue azioni distorte con la politica e il linguaggio del "sentirsi bene". Ha anche detto al suo ex "amante":" Dio ti ama più di qualsiasi ragazzo che ti amerà mai ... Non mettere la tua fede in un uomo, una carne ... Questo è ciò che facciamo quando siamo bloccati nell'identità gay, quando siamo bloccati in quella grotta. Andiamo da ragazzo a ragazzo, alla ricerca di qualcuno che ci ami e ci faccia sentire bene, ma Dio è tanto meglio di tutti gli altri padroni là fuori".
L'attuale incessante trappola per gonzi di stretti rapporti maschili Il mondo oggi, influenzato pesantemente dalla comunità LGBT e da media acritici, sconvolge rapporti stretti tra maschi adolescenti, facendogli mettere in discussione il loro orientamento romantico e sessuale. Questo è precisamente ciò che questo video si propone di fare ed ecco perché è così pericoloso. Non può a un bambino piacere un altro bambino senza che ciò venga interpretato come romantico o sessuale? Tutti i ragazzi vogliono amicizie strette con altri ragazzi. È un bisogno umano fondamentale.
Iscrivetevi alla nostra newsletter settimanale, che conterrà una rassegna dei nostri articoli. Utilizzeremo agosto come mese di prova, poi a settembre si parte a regime.
E’ ancora possibile per un Vescovo ricordare ai propri fedeli quale sia il bimillenario magistero della Chiesa? E’ una domanda che è lecito farsi dopo il “commento” di Padre James Martin alle indicazioni pastorali del Vescovo statunitense di Springfield, Monsignor Thomas Paprocki. Il Vescovo nei giorni scorsi ha ricordato ai propri fedeli che “la Chiesa non solo ha l’autorità, ma ha anche l’obbligo grave di riaffermare il suo autentico insegnamento sul matrimonio, nonché di preservare e promuovere il valore sacro della condizione nuziale. Stante la natura oggettivamente immorale della relazione intrinseca ai cosiddetti ‘matrimoni’ omosessuali, chi si trovi in tale stato non si presenti per ricevere la Santa Comunione, né vi venga ammesso. Se il “coniuge” omosessuale fosse in pericolo di morte può comunicarsi previo pentimento di tutti i propri peccati, compresi quelli legati alla pratica omosessuale. Se ciò non avvenisse la Comunione deve essere vietata e costoro devono essere privati dei riti funebri ecclesiastici”. Le indicazioni pastorali di Monsignor Paprocki devono aver mandato se tutte le furie Padre James Martin, consulente del Segretariato per le Comunicazioni del Vaticano e paladino delle cause LGBT. Il 22 giugno scorso Martin, pur non citando mai Monsignor Paprocki, ha pubblicato diversi tweet (sette per la precisione) in cui precisa che: “se i vescovi vietano ai componenti di coppie dello stesso sesso il rito funebre, devono anche vietarlo ai divorziati e risposati cattolici che non hanno ottenuto l’annullamento, alle donne che hanno avuto figli fuori dal matrimonio, ai componenti delle coppie che vivono insieme prima del matrimonio e a chiunque utilizzi il controllo delle nascite. Sono tutti peccati contro l'insegnamento della Chiesa sulla sessualità. Inoltre, si dovrebbero proibire i funerali cattolici a chiunque sia andato contro l'insegnamento della Chiesa per la cura dei poveri e dell'ambiente. (…) Concentrarsi solo sulle persone LGBT, anche quelle unite in matrimonio, senza la stessa attenzione al comportamento sessuale o morale delle persone rette è, come dice il Catechismo, un "segno di ingiusta discriminazione". La dichiarazione di Padre James Martin non è un fatto isolato, bensì si colloca in una precisa strategia di promozione del mondo LGBT che il prelato gesuita conduce a ritmo incalzante con presentazioni del suo ultimo libro “Building a Bridge” che prevede eventi con donazioni a favore delle comunità LGBT del territorio. In un tweet del 25 giugno scorso Martin ha, inoltre, augurato agli amici LGBT un buon pride weekend, perché “anche loro sono figli amati da Dio e creati a Sua immagine a somiglianza”. Potremmo continuare ad elencare iniziative ed esternazioni, ma ci soffermiamo sulla delirante dichiarazione di Martin in merito all’accesso ai funerali. La Chiesa cattolica non ha mai sostenuto che i riti funebri debbono essere negati ai peccatori o addirittura ai peccatori gravi. La Chiesa ha tradizionalmente affermato che i riti funebri possano essere negati a quei peccatori che hanno rifiutato costantemente di pentirsi o di riconciliarsi alla Chiesa. I riti funebri della Chiesa Cattolica sono proprio per coloro che, seppur peccatori, riconoscono il proprio peccato, confessandolo e chiedendo perdono a Dio (Canone 915 del Codice di Diritto Canonico). Martin paragona la situazione di una coppia LGBT a quella di una coppia di divorziati risposati e il raffronto non è poi così errato. Infatti, in entrambi i casi, la Chiesa spera che vi sia, almeno in punto di morte, il pentimento per la situazione di peccato grave in cui queste coppie hanno vissuto. Quello che Martin tralascia, e per il consulente del Segretariato per le Comunicazioni del Vaticano non sembra essere una “dimenticanza” da poco, è la questione del pentimento. Da promotore del mondo LGBT Martin intenderebbe scardinare la dottrina e il magistero della Chiesa con il semplice scopo di ammettere all’Eucaristia e ai riti funebri persone che ostentano apertamente il loro orientamento sessuale e sono orgogliose di compiere atti intrinsecamente disordinati (CCC 2357). Martin sa benissimo che l’ingiusta discriminazione verso le persone con tendenze omosessuali è ben altra cosa e riguarda il rispetto della persona che deve essere accolta con “rispetto, compassione e delicatezza” (CCC 2358). Quello di Martin è un comportamento sconcertante che trova libero sfogo in questo momento di confusione in cui sembra contare di più differenziare bene i rifiuti rispetto ad impegnarsi per salvare la vita di un bambino innocente. A conferma (se ce n’era ancora bisogno) di quali siano le priorità della Chiesa della misericordia Martin cita i peccati contro l’ambiente e le omissioni nella cura dei poveri che, secondo lo stesso, dovrebbero avere lo stesso grado gravità dei peccati relativi alla morale sessuale e quindi comportare le stesse conseguenze. Seguendo il delirante ragionamento di Martin per potere ricevere l’Eucaristia e avere i riti funebri dovrei confessare di aver differenziato male i rifiuti, inserendo l’involucro di carta stagnola nel bidone della plastica invece che nel sacco dell’indifferenziato. Le conseguenze di quanto sostenuto da Martin sono ovvie e devastanti: se tutto è peccato più nulla è peccato. E se più nulla è peccato tutto è concesso. Ora anche coloro che consideravano una “svista” la nomina di Martin a consulente del Segretariato per le Comunicazioni del Vaticano cominciano a ricredersi. Martin anche dopo la nomina continua imperterrito nelle sue campagne a favore del mondo LGBT, non esitando a contraddire i vescovi che coraggiosamente rimangono fedeli al magistero della Chiesa. La conferma di Martin nel suo ruolo anche dopo le sue innumerevoli uscite è la prova che quanto promosso da Martin sia condiviso altrimenti, come già successo per altri casi, Papa Bergoglio lo avrebbe rimosso dall’incarico. Come diceva Agatha Christie: “un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova”.
Attenzione, cari eterosessuali, a dichiaravi tali. Potrebbero toccarvi i Carabinieri. Sul serio. E’ quanto successo a un imprenditore di Latina che, nel giorno in cui nella città laziale sfilava il Gay Pride, ha affisso fuori dalla finestra di casa sua uno striscione bianco con sopra una scritta molto chiara a proposito delle proprie preferenze sessuali: «W la f..a». Provocazione, come si diceva, costata a costui una visita dei militari dell’Arma. L’uomo, scrivendo alla redazione del sito Latina24ore.it, ha cercato di motivare così la goliardata: «Comprendo la frase di impatto forte, ma [… ] posso essere anche io libero di esprimere i miei gusti sessuali?».
In effetti, se da una parte l’orgoglio gay non solo esiste ma gode da anni di legittimazione e di immunità mediatica – al punto che le tendenze omosessuali, oggi, sembrano quasi oggetto di vanto – non si comprende per quale motivo, invece, l’orgoglio etero dovrebbe costituire un problema. Eppure a questo punto siamo, con una liberazione della sessualità del tutto unilaterale. Come se fosse la cara vecchia condizione eterosessuale ad essere una malattia. Che poi, a ben vedere, è esattamente ciò che ebbe a sostenere uno dei fondatori e guru del movimento omosessuale italiano, lo scrittore e filosofo Mario Mieli (1952–1983).
«L’eterosessualità – scrisse il Mieli – è patologica, poiché il suo primato si regge come un despota sulla repressione delle altre tendenze dell’Eros. La tirannide eterosessuale è uno dei fattori che determinano la nevrosi moderna e […] è anche uno dei più gravi sintomi di questa nevrosi» (Elementi di critica omosessuale, Feltrinelli 2002, p.39). Posto che, in generale, sarebbe opportuno la sessualità – in quanto tale – tornasse a fare rima con pudore, questo sconosciuto, oggi siamo quindi al punto che se dichiari di provare un’attrazione omosessuale, passi subito per eroe. Se invece, con una goliardata, rivendichi una preferenza sessuale opposta, rischi di passare dei guai. Tutto questo in nome della libertà. Ovvio.
In queste settimane di sbornia mediatica in cui è stato dato ampio risalto ai gay pride di tutta Italia abbiamo letto una serie innumerevole di prese di posizione favorevoli (molte) e contrarie (poche) sugli eventi che hanno interessato tutta Italia. Purtroppo, quello che ne emerge è un quadro abbastanza confuso anche tra le fila di coloro che, in un certo senso, hanno tentato di non accodarsi allo stuolo di benpensanti che hanno visto in queste manifestazioni un esempio di civiltà. Per quanto concerne le amministrazioni comunali il terreno di battaglia ha riguardato la concessione o meno del patrocinio all’evento, con alcuni sindaci che hanno deciso di non concederlo: scelta certamente coraggiosa che però è stata spesso accompagnata da dichiarazioni e comportamenti contrastanti. E’ il caso, ad esempio, del Sindaco di Cosenza che ha negato il patrocinio al gay pride, ma ha tenuto a precisare, in un comunicato datato 11 maggio 2017 (presente sul sito del Comune di Cosenza) di “....aver sempre sostenuto nei fatti le battaglie contro le discriminazioni sull’orientamento sessuale, promuovendo iniziative nelle scuole, attivando progetti mirati al rispetto dell’identità di genere e all’educazione sentimentale (…) e consegnando all’Arcigay di Cosenza dei locali all’interno della Casa delle Culture perché ne facessero la loro sede d’incontro, di discussione e di partecipazione”. In sostanza, come precisato dal Sindaco, il motivo per il diniego del patrocinio era la contrarietà “alla spettacolarizzazione della preferenza sessuale spesso ostentata attraverso modalità stereotipate e conformistiche”. Una contrarietà certamente condivisibile, che però denota una posizione debole in quanto si fa scudo della negazione del patrocinio, ma nel concreto non contrasta quella che il Cardinale Caffarra ha definito alcune settimane fa “la nobilitazione dell’omosessualità”. Il Cardinale, intervenendo il 19 maggio scorso al Life Forum, ha precisato che “….la nobilitazione dell’omosessualità nega interamente la verità del matrimonio, il pensiero di Dio Creatore sul matrimonio. La nobilitazione del rapporto omosessuale quale si ha nella sua equiparazione al matrimonio (…) è l’opera di Satana, che vuole costruire una vera e propria anti-creazione. E’ l’ultima terribile sfida che satana sta lanciando a Dio”. E’ proprio a questo livello che si gioca la battaglia, che è di natura escatologica e non consiste nella concessione o meno di un patrocinio e nemmeno nella preoccupazione, certamente condivisibile, di evitare che nelle strade del proprio comune avvengano atti osceni. Sul fronte delle associazioni non sono mancate realtà, anche cattoliche, che hanno espresso la loro contrarietà ai gay pride in quanto nel manifesto programmatico delle associazioni LGBT organizzatrici si rivendica il diritto all’adozione da parte di persone con tendenze omosessuali. Un motivo certamente validissimo, ma che non coglie quale sia la posta in gioco. Eppure, anche Benedetto XVI era stato molto chiaro quando, nel Messaggio per la Giornata della Pace 2013, aveva chiarito che “…la struttura naturale del matrimonio va riconosciuta e promossa, quale unione fra un uomo e una donna, rispetto ai tentativi di renderla giuridicamente equivalente a forme radicalmente diverse di unione che, in realtà, la danneggiano e contribuiscono alla sua destabilizzazione, oscurando il suo carattere particolare e il suo insostituibile ruolo sociale. Questi principi non sono verità di fede, né sono solo una derivazione del diritto alla libertà religiosa. (..) L’azione della Chiesa nel promuoverli non ha dunque carattere confessionale, ma è rivolta a tutte le persone, prescindendo dalla loro affiliazione religiosa. Tale azione è tanto più necessaria quanto più questi principi vengono negati o mal compresi, perché ciò costituisce un’offesa contro la verità della persona umana, una ferita grave inflitta alla giustizia e alla pace”. Un’opera di satana, una minaccia alla giustizia e alla pace: quelli di Benedetto XVI e del Cardinale Caffarra sono giudizi di una nettezza difficile, se non impossibile, da ritrovare nelle dichiarazioni di qualche politico o dirigente di un’associazione pro-life e pro-family. Come già sopra evidenziato, la natura della battaglia è escatologica e ogni tentativo di ricondurla ad una semplice dimensione terrena rischia di essere perdente in partenza. Lo hanno capito coloro che in queste settimane si sono prodigati per organizzare processioni, veglie e momenti di preghiera pubblici in riparazione ai gay pride organizzati sul territorio. Proprio per essere andati alla radice della battaglia in corso gli organizzatori sono stati osteggiati e attaccati, anche da esponenti del mondo “cattolico”. Nelle prossime settimane proseguiranno le iniziative di riparazione, tra cui ricordo il Corteo di Preghiera previsto a Milano il 29 giugno prossimo, Solennità dei Santi Pietro e Paolo, con partenza alle 19.15 dall’ingresso del Castello Sforzesco. Partecipiamo numerosi.
Di recente i cattolici c.d. tradizionalisti (più spesso, spregiativamente, “ultra cattolici” o di “estrema destra”) hanno guadagnato ampio spazio su testate giornalistiche locali e nazionali. Non capita spesso e, se accade, è perché l’hanno fatta grossa. Per meritare simile attenzione occorre ad es. che la “Messa in latino” sia rilegittimata; che dei Cardinali si oppongano alla Comunione dei pubblici concubini; o che ci siano di mezzo le associazioni LGBT.
E’ successo che – mentre si organizzavano manifestazioni di orgoglio per tendenze carnali di vario tipo, rivendicare il “matrimonio” egualitario e l’introduzione del reato di eteropinione – gruppi di fedeli decidessero di reagire con momenti di preghiera di riparazione. Ora, pregare in riparazione, per i cattolici, è diventato come applicare le terapie riparative, per gli psicologi. Ordini professionali e Ordinari locali, a seconda dei casi, non sempre gradiscono, perlopiù si dissociano, talora sanzionano. Per questo, i laici che si imbarcano in simili esperienze, probabilmente, devono avere molta fede o assumere il rischio come mestiere, secondo la parola di San Paolo: “pericoli di briganti, pericoli dai miei connazionali, pericoli dai pagani, pericoli nella città, pericoli da parte di falsi fratelli” (1Cor 11,26). I tre eventi di preghiera pubblica – Reggio Emilia (3 giugno), Pavia (10 giugno), Varese (17 giugno) – hanno presentato aspetti in parte diversi e in parte analoghi. L’evento reggiano, con il Comitato Beata Giovanna Scopelli, si è distinto per la sua ampia capacità di aggregazione (come era opportuno in reazione a un gay pride di rilievo nazionale) e per l’abilità nel volgere a proprio favore la risonanza ostile dei grandi media. Quello pavese, con il Comitato Beata Veronica da Binasco, per essersi realizzato essenzialmente in Cattedrale e in liturgie d’orario, con una difesa da parte del Vescovo, pur estraneo all’organizzazione. Quello di Varese, per il buon seguito numerico nonostante la dimensione meramente cittadina. A Reggio e a Varese l’opposizione del clero è stata più o meno evidente, ma i fedeli hanno potuto contare sull’appoggio dei sacerdoti della Fraternità San Pio X.
In tutti i casi, gli organizzatori hanno subìto valanghe di insulti, di violenza verbale inaudita. Ma, in tutti i casi, non hanno ceduto di un passo, portando a termine l’iniziativa, pur con le modifiche di programma costrette dalle reazioni interne o esterne alla Chiesa (si pensi, a Varese, alla proibizione di calcare il sagrato della Basilica di San Vittore, con conseguente trasferimento ai piedi del Sacro Monte). Indubbiamente la processione di Reggio Emilia ha avuto un ruolo chiave, anche di traino, incoraggiando il coming out di chi non si rassegna alla omosessualizzazione della società e delle sue istituzioni, convinto che le relazioni omosessuali costituiscono “gravi depravazioni” e che gli atti relativi sono “intrinsecamente disordinati”, “contrari alla legge naturale”, perché “precludono all’atto sessuale il dono della vita” e dunque “in nessun caso possono essere approvati” (Catechismo della Chiesa cattolica, par. 2357). Lo si è detto con lo strumento più umile: la preghiera. Ecco perché, per screditare i partecipanti, occorre inventarsi – giudicando i cuori – intenzioni provocatorie e sentimenti di odio. Eppure, pregare per la grazia della conversione propria e altrui è l’atto di amore più vero che si possa immaginare.
La sospensione semestrale inflitta a padre Livio Fanzaga, direttore di Radio Maria condannato dall’Ordine dei Giornalisti della Lombardia dopo che, durante la sua trasmissione quotidiana, tempo fa aveva attaccato duramente la relatrice della legge sulle unioni civili, Monica Cirinnà, verrà da molti letta – suppongo – come la punizione di uno che, in fondo, se l’è cercata. Altri ancora, invece, intenderanno questa sospensione, come il giusto contrappasso per un’emittente che, nel novembre dello scorso anno, aveva a sua volta sospeso dalla sua trasmissione Padre Giovanni Cavalcoli, domenicano reo d’aver associato causalmente – secondo talune interpretazioni – l’approvazione delle unioni civili a eventi sismici e catastrofici.
Pochi, temo, saranno invece coloro che sapranno inquadrate il fatto nella sua giusta dimensione, che è quella d’un progressivo restringimento della libertà di opinione dei cattolici. Se infatti da una parte è vero che neppure la libertà di espressione in quanto tale, ultimamente, se la passa bene (si pensi alla sospensione, irrogata sempre in questi giorni, a Filippo Facci, colpevole d’aver scritto la propria repulsione per l’Islam), dall’altra è innegabile come siano soprattutto i cristiani i destinatari di un bavaglio ogni giorno più grande. Un primo segnale venne, nel 2004, quando la candidatura a Commissario europeo di Rocco Buttiglione fu silurata perché costui, in quanto cattolico, dichiarò di ritenere l’atto omosessuale peccaminoso. Nel 2008 fu invece il turno nientemeno che di Papa Benedetto, direttamente invitato dal rettore dell’Università di Roma “La Sapienza”, all’inaugurazione dell’anno accademico che poi, però, si tenne senza l’intervento del pontefice, la cui presenza, fecero capire 67 docenti della stessa università, non era gradita. Clamoroso, nel 2013, fu poi il caso di monsignor Joseph Léonard, arcivescovo di Malines-Bruxelles e primate del Belgio, letteralmente assalito da un gruppo di Femen nel corso di un evento pubblico. Recentemente poi, Xavier Novell, il vescovo più giovane di Spagna e tra i più giovani del mondo, è dovuto uscire dalla chiesa scortato dalla Polizia tra insulti e le minacce. La sua grave colpa? Aver dichiarato come l’eclissi della figura paterna giochi un ruolo significativo nella biografia di tante persone con tendenze omosessuali. Ora, direi che è chiaro – alla luce di questa breve, ma comunque sintomatica panoramica – come la sospensione di padre Livio sia solo l’ultimo episodio di una lunga serie. Il che, a mio avviso, dovrebbe stimolare una qualche riflessione, soprattutto in casa cattolica. Ci si dovrebbe in particolare interrogare sul fatto che, nel mondo occidentale, di fatto la Chiesa sia un’ospite sempre più sgradita. Ma come – mi si obietterà subito – non vedi quant’è amato Papa Francesco, o quanto questo o quel prelato vengono intervistati e ascoltati sui media?
Certo, tutto vero. Il punto però è che i cattolici, oggi, van bene solo se parlano di pace nel mondo, di contrasto al global warming, di accoglienza, di Ius soli. In pratica il credente è cioè ben accetto solo quando sposa – più o meno convintamente – l’agenda progressista. Quando invece un cattolico fa coming out, per dirla con un’espressione à la page, dicendo coerentemente la propria su temi quali l’aborto procurato, la famiglia, l’omosessualità e l’eutanasia, ecco che il suo diritto di espressione inizia a diventare un problema, un’ingerenza, una minaccia alla libertà. Perché accade questo? Semplice: perché il mondo, quello stesso mondo che si riempie quotidianamente la bocca di tolleranza e «muri da abbattere», odia la Chiesa.
Trattasi di un odio sapientemente dosato, intendiamoci; un odio che, per il momento, trascolora nell’invito ai cattolici ad essere prudenti, quando aprono la bocca. Ma pur sempre odio è. Dopotutto, non si può dire i cristiani non siano stati avvertiti per tempo: «Beati voi quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando – disse infatti Gesù – e v’insulteranno e respingeranno il vostro nome» (Lc 6,22). Quindi di che ti lamenti, mi si potrebbe ancora contestare. Personalmente di nulla. Fa tuttavia un certo effetto, in questi tempi confusi, vedere tanti fratelli che non colgono la gravità della situazione, persuasi del fatto che con questo mondo si possa ancora dialogare, quando invece è impossibile.
Ed è impossibile, si badi, non per questioni di stile; non si tratta cioè di bon ton, di modi di dire le cose, di parole da calibrare meglio. Il punto, come già detto, è semplicemente che oggi la cultura dominante – e, ahimè, pure molti battezzati – la Chiesa non la vogliono vedere manco in cartolina, a meno che i credenti, intimoriti, non inizino a parlare sottovoce occupandosi di filantropia, buoni sentimenti ed ecologismo. In quel caso, problemi zero. Anzi, portoni spalancati da università, grande stampa e salotti buoni. Alla luce però delle grandiose verità cui il quieto vivere chiede di rinunciare – e tenendo presente che il Principale, che pure poteva cercare accordi con Caifa o con Pilato, scelse la fine che scelse -, conviene chiederselo: ne vale davvero la pena?
Il vizio e il crimine vanno spesso insieme e il suicidio è purtroppo il finale tragico di questo drammatico connubio. Questa mattina il corpo senza vita di Marco Prato è stato trovato nella sua cella nel carcere di Velletri, alla vigilia del processo per l'omicidio Varani. E' l'epilogo di una triste storia iniziata nella notte tra il 3 e il 4 marzo 2016. Nel quartiere romano di Collatina, nella periferia est della città, in una palazzina di via Igino Giordani, venne ritrovato il cadavere del ventiduenne Luca Varani. Un festino a base di alcool e di droga degenerò in un omicidio cruento: il giovane venne ucciso dagli amici Marco Prato e Manuel Foffo, dopo averlo seviziato e pugnalato con una coltellata in preda alle allucinazioni. “Eravamo gonfi di alcol e droga, in preda alle allucinazioni, quando io e Marco abbiamo seviziato e ucciso Luca nel pieno di un festino consumato a casa mia. Volevamo vedere l’effetto che fa.” Queste furono le dichiarazioni di Foffo agli inquirenti. Si è trattato di un omicidio “a freddo”, brutale e sadico. Il vizio non ha mai limite e cerca sempre di superare i limiti. Sconvolti dalle allucinazioni, i suoi aguzzini lo hanno torturato e hanno goduto nel vederlo soffrire prima di ucciderlo: l'atto finale di una tragedia. Prato e Foffo avevano premeditato ogni cosa: sotto gli effetti della cocaina volevano dare sfogo al proprio furore. “Dopo aver assunto quasi dieci grammi di coca – dichiarò Foffo agli inquirenti – io e Marco abbiamo siglato un patto, decidendo di uccidere qualcuno. Abbiamo chiesto a Luca di raggiungerci a casa mia. Non so perché lo abbiamo fatto, eravamo in preda al delirio.” Queste parole fanno emergere la banalità del male, che si nasconde nella quotidianità. “Uccidere per vedere l'effetto che fa” è la spinta malefica a trovare una via d'uscita ad una esistenza monotona, che ha perso un senso. Il rifugio nella droga, nel sesso e nell'alcool è la soluzione per chi ha smarrito l'orizzonte metafisico e si ritrova in tutti i limiti della vita fisica e terrena. Il caso Varani e il suicidio di Prato ci testimoniano la tragicità di queste storie folli e malate. Il 21 giugno si sarebbe dovuto svolgere la prima udienza per il processo per l'omicidio di Varani, ma ha preferito uscire di scena per sfuggire alle proprie responsabilità. Per uccidersi ha usato una bomboletta di gas, aprendola in un sacchetto e inserendo all'interno la testa. Ha scritto una lettera dove ha dichiarato di esser stato oggetto di menzogne e di soffrire la spettacolarizzazione dei media. A essere malata non è solo la vita quotidiana, ma la stessa società che trae godimento nella cronaca più nera: il sadismo individuale o di gruppo è il riflesso delle manie sociali.
C’è un prete a Staranzano. Verrebbe da commentare così, parafrasando Bertold Brecht, la vicenda che ha per protagonista don Francesco Fragiacomo, parroco di questo paese di poco più di 7.000 anime in provincia di Gorizia, il quale – pensate un po’ – è arrivato a dichiarare l’inadeguatezza di un capo scout a continuare a rivestire il proprio ruolo, dopo l’unione civile che questi ha contratto con un altro uomo. Apriti cielo. Ma come osa, questo don Francesco, esporsi in questo modo? Un fatto inaudito che ha trascinato non lo scout gay, come sarebbe accaduto solo una ventina di anni fa, bensì il povero parroco nell’occhio del ciclone.
Il comportamento di questo prete ha destato un tale sconcerto che le sue parole – come vedremo subito, per nulla dure – sono rimbalzate sui portali web dei principali quotidiani italiani e Radio Capital è addirittura corsa a intervistarlo, non è ben chiaro se per la sua presunta omofobia o perché raro esemplare di sacerdote ancora incredibilmente in linea col Magistero. Battute a parte, si tratta di una vicenda dai contorni grotteschi, sulla quale vale senz’altro la pena soffermarsi con almeno tre brevi considerazioni. La prima, appunto, concerne lo stupore generale che l’accaduto ha suscitato, decisamente degno di miglior causa.
Per dire, abbiamo giornali che puntualizzano che don Francesco non solo non ritiene che un gay dichiarato e “sposato” non possa essere capo scout, ma risulta «anche amareggiato e non approva la cerimonia di sabato scorso in municipio davanti a centinaia di persone» (Il Piccolo). Ora, scusate, che c’è di strano? Che certo mondo scout fosse culturalmente conformista e arcobaleno lo si sapeva; ma i parroci? Devono forse benedire le coppie gay? Di fronte a sottolineature simili, viene da chiederselo. E’ come se approvando le unioni civili, ne avessero introdotto l’obbligo di approvazione morale, con tanto di scandalo assicurato per quanti osino ancora ritenere la famiglia solo quella tra uomo e donna sposati.
In effetti, è così o quasi. Questo quindi ci offre la possibilità – considerazione numero due – di verificare la vergognosa bugia che stava dietro all’idea secondo cui, approvando le unioni civili, ad alcuni sarebbe andato “il diritto di amarsi” mentre per gli altri “non sarebbe cambiato nulla”. Balle. E’ cambiato tutto invece, anche se è solo passato poco più di un anno. Il riconoscimento giuridico delle coppie dello stesso sesso ha infatti totalmente dequalificato – come nel suo piccolo questo blog ricordava già all’indomani dell’approvazione parlamentare – l’idea stessa di famiglia tradizionale, oggi indifendibile, se non a prezzo dello scandalo, anche dai preti.
D’altra parte, a rendere grottesca l’attenzione mediatica alla vicenda di Staranzano, ci sono le parole di don Francesco, assolutamente pacate e affidate al bollettino parrocchiale: «Nella Chiesa tutti sono accolti, ma le responsabilità educative richiedono alcune prerogative fondamentali, come condividere e credere, con l’insegnamento e con l’esempio, le mete, le finalità della Chiesa nei vari aspetti della vita cristiana. Sulla famiglia la Chiesa annuncia la grandezza e bellezza del matrimonio tra un uomo e una donna. Siamo chiamati ad annunciare il modello di famiglia indicata da Gesù».
Ora, dove sono l’inflessibilità e la durezza questo prete, che ricorda solamente l’ovvio? Mistero. La terza e ultima considerazione sulla vicenda è anche la più amara e significativa, e riguarda un fatto ben evidenziato dai giornalisti: il silenzio della curia. Nessun sostegno a don Francesco dai piani alti. Ma c’è di più. Secondo quanto riportato da alcune fonti, all’unione civile del capo scout era presente pure il viceparroco e guida spirituale degli scout, tale don Genio, di nome e di fatto evidentemente, il quale si trovava lì «come amico della coppia e come prete». Olè.
Chiaro, no? Da una parte due uomini che si uniscono civilmente, applauditi da tutti, e con tanto di viceparroco al seguito, e dall’altra il parroco che osa dissentire – da quanto è dato capire – in pressoché totale solitudine. Come fosse lui a essere fuori posto e non tutta la vicenda a essere surreale. Con, meglio sottolinearlo, la curia rigorosamente muta. Strano, perché la disapprovazione dei rapporti omosessuali non è un pensiero fondamentalista, essendo stata condivisa dai non cattolici Platone (Leggi, 836 B), Aristotele (Etica Nicomachea, 1148b 24-30) e Kant (Metafisica dei costumi § Dottrina del diritto).
Lo stesso Papa Francesco, non certo un pontefice catapultato dal Medioevo, ha fatto presente che «non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia» (Amoris Laetitia, 215). Se dunque le cose stanno così, perché i pastori che ricordano l’ovvio – traendone le dovute conseguenze pastorali – vengono lasciati soli davanti all’inquisizione mediatica? Paura dello scandalo? Probabile. Anche se non si può non registrare come una Chiesa in silenzio sulle verità di ragione, rischi di avere poco da dire anche su quelle di fede.
Questo perché l’autostrada dell’eccessiva prudenza e della mondanità, per i cattolici, al casello presentano lo stesso, salatissimo prezzo: quello dell’irrilevanza. Come può, del resto, una Chiesa che neppure osa difendere il naturale – come il primato della famiglia formata tra uomo e donna sposati -, avventurarsi credibilmente a parlare e testimoniare del soprannaturale? E’ un passaggio sul quale, credo, valga la pena soffermarsi. Perché la prossima volta, alla prossima trovata del progressismo, non è affatto scontato vi sia – accanto a noi – un don Francesco di turno, pronto a farsi sbranare dai giornali pur di ricordarci la verità.
La sola cosa spassosa, in questo continuo teatro dell’assurdo chiamato politicamente corretto, è che ogni giorno ne viene fuori una nuova. Sul serio. Non fai neppure a tempo a riprenderti da una trovata allucinante che subito, a getto continuo, le cronache te ne servono di nuove, in uno stordimento incessante contro il quale – per riprendere un tema caldo – non c’è vaccino, eccettuata chiaramente l’opzione eremitica. Ieri per esempio è stato il turno di uno scatto destinato, a suo modo, a passare alla storia: quello delle «first lady» del vertice Nato, tenutosi a Bruxelles.
Vi si riconoscono la regina Mathilde del Belgio, Ingrid Schulerud, moglie del segretario generale della Nato Stoltenberg, Amelie Derbaudrenghien, sposa del primo ministro belga, Emina Gulbaran Erdogan, first lady turca, la compagna del presidente bulgaro Desislava Radeva, Brigitte Macron, first lady di Francia – ma soprattutto faro dei radical chic che, orfani di Michelle Obama, hanno trovato in lei una nuova «icona di stile» (non chiedetemi di che razza di stile, però) – e Melania Trump, di gran lunga la più bella e, proprio per questo, la più criticata. Tutto qui.
Ah, no, aspettate un attimo, nello scatto, in alto a destra, si vede un uomo: è Gauthier Destenay, “marito” del premier del Lussemburgo Xavier Bettel. Ma che diamine ci fa costui là in mezzo? Da “marito”, come per magia, è per caso divenuto “moglie”? Me lo sono chiesto cercando una soluzione al piccolo enigma, subito trovata – indovinate un po’ – su Repubblica, dove si fa presente come nella foto, in realtà, non trattasi di «first lady», bensì di «first partner». D’ora in poi andranno chiamate, anzi chimat* così. Altrimenti correte il rischio di passare per bigotti, fossili, mostri antidiluviani. Perché la tolleranza non è che sia molta, ultimamente, per gli affezionati alla realtà.
Le scrivo preoccupato per ciò che ho letto in alcune testate, riguardo l’iniziativa di svariate diocesi di tenere nelle parrocchie delle veglie ideologicamente schierate. Se ne parla in questi articoli (qui e qui).
Ora, se siamo giunti a questo punto è perché ci siamo messi a parlare il linguaggio del mondo, e usando i suoi slogan abbiamo perso di vista Cristo e la Sua Parola di Vita. Non Le sto a ripetere che la Chiesa distingue tra gli atti omosessuali e la persona omosessuale etc. Lei queste cose le conosce meglio di me, essendo uomo di fede. Il problema che Le segnalo non è questo, ma il fatto che ormai molti uomini di Chiesa sono schierati con la varie ideologie del mondo, e adottano certe “iniziative” con il solo scopo di evitare di dispiacere al mondo, il quale è ormai del tutto anticristiano. Non “post-cristiano” o “scristianizzato”: proprio anticristiano, odia Cristo e la Parola di Dio, e vuole che anche noi ci vergogniamo di Gesù e della Salvezza da Lui operata (la porta stretta del Vangelo).
Lei è persona intelligente, e comprende che non è il messaggio cristiano ad essere “omofobo” (qualunque significato abbia questo termine spauracchio che si usa per condannare gli avversari ideologici), e che la Chiesa non accetta la violenza su chiunque, e quindi figuriamoci la violenza sugli omosessuali. Ma il mondo ci odia, e vuole farci vergognare di Gesù e farci “aggiornare” il Vangelo – questo può sperimentarlo chiunque apra un giornale qualsiasi in un giorno qualsiasi. L’iniziativa di veglie anti omofobia dentro le parrocchie ha un doppio significato ideologico:
- molti uomini di Chiesa seguono le ideologie del mondo;
- qualunque rifiuto verso le ideologie del mondo è “inaccettabile”;
il primo punto è a Lei più chiaro di me, vedendo certe situazioni dall’interno. Il secondo invece è una trappola nella quale ci siamo cacciati. Già per come è stata posta la questione dai giornali: in pratica, se qualcuno si rifiutasse di sostenere queste carnevalate ideologiche (che sono solo la bandierina della vittoria del mondo anticristiano) presterebbe il fianco all’accusa di essere a favore dell’omofobia e quindi della violenza etc.; viceversa se accettasse tali iniziative il messaggio che passa (non solo sui giornali, ma in ogni persona che voglia trovare un senso in queste cose) è “la Chiesa apre all’omosessualità”, e quindi tradisce il Vangelo di Gesù Cristo.
Ora, Lei sa meglio di me che è già il modo di porre la questione che è radicalmente erroneo: la Chiesa si oppone ad ogni for ma di violenza, e al contempo condanna gli atti omosessuali ma non la persona che li compie. Impostata in questo modo la faccenda si evita di cadere nelle maglie dell’ideologia radicale di sinistra e si resta al contempo fedeli a Cristo, senza vergognarci del Suo Vangelo.
Io non intendo chiederLe nulla, Le segnalo solo il disagio mio e di molte altre persone per queste iniziative che lanciano un messaggio radicalmente anticristiano, e ci mettono nell’incapacità di esporre la dottrina di Cristo. Per favore, non cada in questa trappola: il giudizio è già nei termini del discorso, e alla fine il Giudizio più importante è quello che Gesù Cristo ha di noi: se ci vergogniamo di Lui, anch’Egli si vergognerà di noi.
“La Repubblica” ha dato la notizia con toni euforici: finalmente la Chiesa si è schierata apertamente contro l'omofobia. Così titola questa novità il giornale di Scalfari: “Porte aperte ai gay, la svolta della Chiesa. In parrocchia le veglie antiomofobia”. Il “non giudicare” di Papa Francesco, secondo gli articolisti, ha dato i suoi frutti. Basta discriminare, adesso tocca accogliere e, perché no, dare spazio al matrimonio omosessuale. Per i giornali più avveduti è un atto di sottomissione, di conformismo al mondo, un chiaro gesto di resa agli assalti del mondo. Forse, per piacere di più, il cattolicesimo vuole darsi una veste “giovanile” e “fresca”, spazzando fuori ciò che risulta sgradito ai più. Il 17 maggio ricorrerà la “Giornata mondiale contro l'omofobia” e diverse parrocchie italiane hanno annunciato di partecipare all'evento. I protestanti già da tempo hanno aperto le loro porte al mondo LGBT e adesso i cattolici si sono schierati al loro fianco.
A Milano, a Palermo, a Firenze e in tante altre città italiane nelle chiese si terranno eventi all'insegna dell'amore e contro ogni forma di discriminazione. Nel capoluogo lombardo la parrocchia di Santa Maria della Passione, in collaborazione con i valdesi, ospiterà una veglia contro l'omofobia. In Sicilia, a Palermo, i cattolici e i luterani faranno la stessa cosa: saranno i gesuiti a porsi in prima fila contro le discriminazioni sessuali! Anche la diocesi di Genova, guidata dal cardinale Angelo Bagnasco, che ha sempre negato ricorrenze del genere, ha finito per cedere alle lusinghe LGBT. Di fronte a queste notizie non possiamo non rimanere basiti. Così giustamente commenta Il Giornale: “I tempi della De pastorali personarum homosexualium curata dell'allora cardinale Joseph Ratzinger non sono mai stati così lontani: era il 1986 e l'allora Prefetto della Congregazione per la dottrina della Fede definiva l'inclinazione omosessuale come "oggettivamente disordinata" dal punto di vista morale. Un'altra epoca storica.” I commenti entusiasti provengono soprattutto dal mondo cattolico. "Mi sembra il segno più evidente di come la Chiesa stia cominciando a interrogarsi seriamente su quanto affermava il Sinodo dei vescovi, circa la necessità di costruire una pastorale di accoglienza per le persone Lgbt e i loro familiari", afferma Innocenzo Pontillo, portavoce del progetto “Gionata” su fede e omosessualità. Le parole di giubilio più intense sono proferite dagli ambienti più progressisti della Chiesa Cattolica. Don Franco Barbero ha dichiarato la positività di questa iniziativa e la necessità di una maggiore apertura per uscire dal “medievalismo” che alberga ancora nel cattolicesimo. Così ha affermato: “Queste veglie sono il segno di una Chiesa che vuole cambiare pelle anche se, a onor del vero, esiste ancora una parte che resiste e all'interno della quale è diffusa l'indifferenza. C'è ancora chi non solo non partecipa alle sofferenze degli omosessuali ma un po' le irride e ne prende le distanze. Il motivo per me è semplice: chi prende le distanze lo fa perché ha paura di sé. Se la Chiesa guarda al proprio interno, infatti, scopre di avere degli omosessuali nella scala gerarchica e di questa evidenza ha paura. In sostanza teme di riconoscere negli altri ciò che è anche in sé. Sono le nostre paure a renderci diffidenti verso gli altri. Mentre l'accoglienza deve essere sempre senza se e senza ma, in caso contrario non è accoglienza."
I segnali di un'apertura al mondo LGBT erano già evidenti da tempo in molti settori. Recentemente ha
fatto scalpore il caso di Padre James Martin, consulente della “Segreteria per la Comunicazione
della Santa Sede”. Il 5 maggio ha pubblicato su Facebook un post eclatante che ha suscitato
numerose voci di critica: “Una certa parte dell'umanità è gay. Anche una certa parte dei santi
poteva esserlo. Potresti essere sorpreso quando in Paradiso verrai salutato da uomini e donne
Lgbt.”
Il mondo cattolico sta dando pericolosi segni di decadenza e, come spesso è accaduto, tocca ai laici
subire ciò che il clero non è capace di affrontare.
Dovevano essere il grande passo, la svolta, il Big Bang italiano dei diritti civili, e invece a un anno dalla loro introduzione le unioni civili si sono rivelate un flop totale, socialmente parlando roba da contagocce. «Niente corsa alle nozze gay», sono stati costretti a scrivere persino a Repubblica, segno che il tonfo progressista è davvero clamoroso. Come mai? Per quale motivo, adesso che possono farlo le migliaia di coppie di persone dello stesso rinunciano o snobbano, poco cambia, al loro sospirato “diritto di amarsi”? I paladini del progressismo diranno che la colpa è ancora della società italiana, che col proprio ritardo culturale riversa pregiudizi tali contro le famiglie arcobaleno da scoraggiarle dall’uscire allo scoperto. Ovviamente, quest’ipotesi è una colossale cretinata.
La realtà è che le unioni civili, approvate dal Parlamento per la gioia dei grandi intellettuali che il nostro Paese può vantare – da Maria Elena Boschi a Laura Pausini, da Roberto Saviano a Barbara D’Urso -, interessano poco alle coppie omosessuali per due ragioni. La prima è che i diritti “negati”, in realtà, erano già quasi tutti disponibili alle coppie di fatto anche omo, come provano pubblicazioni al di sopra di ogni sospetto, come Certi diritti che le coppie conviventi non sanno di avere (Nuovi Equilibri, 2012), agile volumetto scritto da autori tutti sostanzialmente favorevoli alle nozze gay. Il secondo motivo del flop delle nozze gay è che le nozze, alle coppie arcobaleno, interessano poco. Una scomoda verità che non solo era ampiamente prevista, ma risultava profetizzata da quasi dieci anni.
Bastava leggersi quanto affermava Gianni Rossi Barilli, giornalista, scrittore e militante gay, allorquando scriveva che «il numero delle coppie disposte ad impegnarsi per avere il riconoscimento legale è trascurabile» e che «il punto vero è che le unioni civili sono un obbiettivo formidabile. Rappresentano infatti la legittimazione dell’identità gay e lesbica» (Il movimento gay in Italia, Feltrinelli, Milano 1999, p. 212). Chiaro? «Legittimazione dell’identità gay e lesbica»: la questione è tutta qui. E da questo punto di vista, i cattolici italiani – e in generale coloro che erano contrari alle nozze gay -, farebbero bene a non esultare per il tonfo statistico delle unioni civili, che comunque sia – anche se non sembra – sono state una vittoria indiscutibile del progressismo. Perché dico questo?
Provate oggi ad affermare che la vera famiglia è quella cosiddetta tradizionale, come fece il sottoscritto in un libro nel quale, peraltro, il flop delle unioni civili era ampiamente annunciato e motivato (cfr. Guzzo G. La famiglia è una sola, 2014, pp. 55-69); provate oggi a dire che a un bambino servono un padre e una madre; provate ad affermare tutto ciò: verrete – se vi va bene – accusati di essere squallidi omofobi, gentaglia che vorrebbe fare il lavaggio del cervello ai gay, se non spedirli direttamente nelle camere a gas. Verrete ridicolizzati ed esortati ad abbandonare il cattolicesimo retrivo, anche se la famiglia naturale era cosa apprezzata già dai non cristiani Aristotele («associazione istituita dalla natura», la definiva) e Cicerone («la prima forma di società»).
Dunque non è vero che le unioni civili hanno fallito. Per nulla. Anzi, a breve rischiamo di trovarci e adozioni omosessuali, se non l’utero in affitto, la cui realtà aberrante il progressismo già nega parlando soavamente di Gestazione Per Altri, per gli amici GPA, tre letterine che nessuno mai penserebbe possano celare la compravendita di bambini. Ne consegue come quanto sanno che non esiste alcuna contraddizione tra il doveroso rispetto alle persone con tendenze omosessuali e la difesa non della famiglia tradizionale, ma dell’unica vera famiglia, debbano restare in guardia. Perché i maggiordomi del Pensiero Unico che le unioni civili siano un flop se ne infischiano, e continueranno la loro avanzata finché qualcuno non oserà ricordare loro, chestertonianamente, che due più due fa quattro e che le foglie sono verdi d’estate.
Al via libera definitivo del Parlamento alle unioni civili, lo scorso febbraio, mancavano ancora due mesi eppure Mario Agnelli, primo cittadino quarantaseienne di Castiglion Fiorentino, comune di oltre 13.000 anime in provincia di Arezzo, aveva già avvertito tutti della sua contrarietà: «Non intendo celebrare unioni civili tra omosessuali». Una presa di posizione molto netta valsa al sindaco, sostenuto da una lista civica ed eletto con una schiacciante maggioranza di oltre il 63% dei voti in occasione delle elezioni amministrative del maggio 2014, una certa visibilità ma pure critiche. Terry e Marcello, sposati all’estero nonché gestori, proprio a Castiglion Fiorentino, del B&B considerato il numero uno al mondo, hanno per esempio definito la posizione di Agnelli un «insulto all’intelligenza». E come se non bastasse Vladimir Luxuria in persona, nel giro d’Italia che ha annunciato allo scopo di “convertire” gli amministratori obiettori, pare abbia fissato la sua prima tappa proprio lì, a Castiglion Fiorentino. Per questo, anche se del caso dei sempre più numerosi sindaci contrari alle nozze gay, quali sostanzialmente le unioni civili sono, mi sono già occupato, ho deciso di avvicinare il primo cittadino toscano per rivolgergli qualche domanda.
Sindaco Agnelli, perché ha scelto di dichiarare che non avrebbe celebrato unioni civili ancora prima che queste divenissero legge? Qualcuno potrebbe pensare ad una facile ricerca di visibilità. «Nel mese di febbraio trattammo questo argomento in una seduta del Consiglio comunale ed ognuno ebbe la possibilità di esprimere la propria opinione. Giudico questo argomento trasversale, soprattutto etico e dai contenuti valoriali, pertanto sulle mie posizioni ricordo si espressero anche membri della minoranza, come alcuni colleghi di maggioranza dimostrarono una sensibilità diversa dalla mia. Non pensavo che esprimere la propria opinione, benché in una seduta di un Consiglio comunale, potesse far scaturire tutta questa attenzione. Io ritengo di aver detto una cosa normale e sono quasi divenuto un “eroe” per qualcuno ed un “extraterrestre” per qualcun altro. Non deve essere così».
Nelle 27 pagine di programma con cui si è fatto eleggere, però, non c’è traccia di un simile impegno. «Perché non mi pare certo un impegno che si può inserire in un programma elettorale da presentare alle elezioni amministrative. Caso mai, questa domanda la dovrebbe rivolgere a Matteo Renzi. Mi pare che la legge sulle unioni civili così come approvata non fosse compresa in alcun programma elettorale scelto e legittimato dal consenso popolare. Per lo meno, io sono stato eletto Sindaco perché il 63% dei miei cittadini ha dato fiducia a me e al programma riportato nelle citate 27 pagine. Chi ha voluto invece Renzi, il quale se non sbaglio prima faceva il Sindaco come me?».
In paese come hanno preso questa sua decisione di rifiuto di celebrare unioni civili? «Molte persone hanno perfettamente compreso il mio pensiero, altre meno essendo un argomento che riguarda, a mio avviso, i valori e che tocca la sensibilità di ognuno. Avevo chiarito subito che non volevo discriminare nessuno, ma nessuno deve però discriminare me per il mio pensiero e credo che questo concetto, tranne rare eccezioni, almeno nel mio paese sia passato. E’ un fatto di democrazia. Infatti io non mi sono messo contro la legge e nel mio Comune le unioni civili si possono celebrare, ma non con il sottoscritto. Tutto qui».
E’ vero che Vladimir Luxuria verrà a trovarla per farle cambiare idea? Si sta preparando? «Vladimir Luxuria può venire a trovarmi quando vuole. A lui riconosco il merito di aver espresso la sua opinione senza tanta arroganza o prepotenza, come ha fatto qualcun altro. Tuttavia per lui sarebbe un viaggio a vuoto, come del resto per chiunque altro, Cirinnà compresa. Le mie idee e i miei valori non sono in vendita».
Cosa consiglia ai sindaci che vorrebbero seguire il suo esempio? Non è semplice, oggi, per chi ha certe posizioni. «Di non dare troppo peso a chi ti contesta perché non la pensa come te. A noi Sindaci spetta il compito di sopportare anche le critiche. Certo, quelle toccate a me sono facilmente evitabili da chi preferisce starsene rintanato nel proprio guscio. Il punto è che io non mi sono mai nascosto per le mie idee, né lo farò in futuro. Chieda ad esempio in giro cosa penso dei presepi e dei Crocifissi nelle scuole. Anche in quel caso, per rimarcare i nostri valori cristiani e culturali, nacque un polverone in occasione del quale arrivò a scomodarsi anche il Ministro Giannini. Il risultato? Io resto delle mie idee e mi tengo i miei valori».
Il voto americano non è soltanto un’epocale scelta tra una rappresentante delle potenze occulte mondialiste e un esponente della ricchezza imprenditoriale americana in salsa trivial-liberista. C’è qualcosa di più dietro questa sfida e riguarda la vergognosa e latente dittatura del politicamente corretto che si sta affermando in Occidente. Se pensiamo che Trump ha cominciato a perdere consensi a partire dalle pubbliche accuse di sessismo mosse dalla sua rivale, comprendiamo quale sia la vera portata delle presidenziali americane: spegnere gli ultimi gemiti della resistenza a questa patetica inondazione di moralismi, indignazioni ad orologeria e sciatti perbenismi. Trump rappresenta la virilità nell’accezione più naturale, radicale, radicata. Quella virilità ormai non più pervenuta nelle giovani generazioni occidentali, tutte intrise di ideologie della omologazione e dell’indifferenziazione dei sessi. Tra un tablet e uno smartphone, le nuove leve occidentali vanno fantasticando di diritti, d’uguaglianza, di libertà di genere, di rispetto delle diversità ed altre chiacchiere devirilizzanti. L’offesa perpetua del maschio moderno alla natura grida vendetta, e così il creato (o il Creatore?) punisce gli occidentali con il più alto tasso mai raggiunto di sterilità ed impotenza. In questo marasma gay friendly fanno capolino prepotenti come non mai animalisti e vegani, tutti intenti a sedersi nella poltrona della nuova dittatura antiumana occidentale, una sottocultura devastante e sterminatrice, in grado di rovesciare e mettere in discussione la realtà fin entro le sue forme strutturanti, come la sessualità e gli appetiti. Il risultato è un uomo privo della sua mascolinità, del suo istinto a procacciare, improduttivo e infecondo, incapace di essere padre. Ma pronto ad indignarsi, a partecipare a qualche marcia pacifista o ambientalista, scagionante e catartica nello stesso istante, per sbandierare il suo rigore morale. Alla legge naturale e al senso di colpa derivante dal peccato si sovrappone il nuovo codice etico: ambientalismo (rinuncia del dominio del creato), omosessualismo ( rinuncia del dominio di sé), multiculturalismo (rinuncia della propria identità culturale), politically correct (rinuncia della realtà e della onestà intellettuale). Il bisogno di redenzione dell’uomo viene sprigionato nelle ‘pubbliche virtù’ in questa gara imbecille a conformarsi agli standard che la nuova dittatura va imponendo. Intanto l’uomo è lì a svuotare se stesso, assaporando la mela dei nuovi serpenti e delle nuove Eve, vittima di un’ontologica macchia d’accusa che s’annida nel proprio animo: il suo potenziale omicida. La retorica del femminicidio inchioda, infatti, il maschio ad una condizione di assassino perpetuo, un criminale per natura. Ed eccolo obbligato a marciare, essere impotente, vittima della rieducazione a suon di campagne mediatiche dietro cui si nascondono i luciferini autori di questa devastazione umana. E così tutti indignati, tutti ipersensibili, tutti moralmente scossi dai comportamenti scurrili del magnate americano: bisogna essere d’animo integro ed integerrimo nella nuova religione del politicamente corretto. E guai poi a dire che le lobbies che finanziano la Clinton sono le stesse che promuovono la soppressione dei feti in tutto il mondo, la marcescenza della razza umana con i contraccettivi e il perdurare dei conflitti in medio-oriente. Sicuramente un programma fatto di confini e muri, orientato ad una politica isolazionista, come quello di Trump, spingerebbe a ritirare gli inutili contingenti americani in Siria, dove si fa finta di combattere l’Isis giocando a scherzetti diplomatici con la Russia. Ma guai a dire ad un pacifista che il Premio Nobel per la pace ha alimentato più che mai l’instabilità in medio-oriente, che la Clinton è sua degna erede e che con Trump il mondo potrà avere l’opportunità di respirare e di assaporare la quiete della pace: non sia mai che si indigni! La bandiera arcobaleno sventola dove tira il vento, nella corrente voluta dai massoni mondialisti: la più grande guerra che l’uomo abbia mai combattuto nei confronti di se stesso. Donald Trump si sottrae, con una retorica anche a tratti spiacevole, a questo sistema offrendo agli elettori un modello di maschio capace di arricchirsi, procacciatore di donne, volgare, virile. Non il massimo per noi cattolici, ma provvidenziale per i tempi in cui viviamo. Il mondo occidentale ha l’occasione per porre un argine alla deculturazione diabolica messa in atto dalla sinarchia planetaria. La colga!
Premesso che, qualora i vescovi si pronunciassero con forza, io mi piegherei immediatamente alle loro disposizioni, mi permetto di intervenire sul problema delle nozze omosessuali e della crisi di coscienza dei sindaci cattolici. Non si tratta qui del sindaco della nostra città bresciana, il quale, pur potendo delegare la prima cerimonia gay del Comune, ha ritenuto anzi di doverla presiedere egli stesso, sostenendo di fatto la precedenza dello Stato sulla Chiesa. Su tali casi, nemmeno serve pronunciarsi, si giudicano da sé. Penso piuttosto ai sindaci cattolici che non sono disposti a celebrare matrimoni contro-natura (definizione da assumersi secondo il senso della morale classica), ma che si interrogano sullo scandalo religioso e sul degrado politico che deriverebbe anche solo da una loro concessione per via di delega. Si noti che non mancano nelle nostre zone sindaci, cui le opposizioni laiciste stanno già tendendo lacci insidiosi, col pretendere di palesare ufficialmente - a monte di qualsiasi richiesta di matrimonio omosessuale - quale vorrà essere la posizione del primo cittadino cattolico in carica.
Il card. Caffarra, se ho ben inteso, propende per una linea testimoniale dura: piuttosto le dimissioni che la delega. Sul principio non si discute: la celebrazione di situazioni amorali è comunque deleteria. P
erò, allo stato attuale, qualcuno potrebbe proporre una soluzione che tenga conto dell’urgenza politica: converrebbero le dimissioni di massa dei sindaci cattolici? Non converrebbe piuttosto una dichiarazione unificata, in cui i sindaci cattolici - almeno parte di essi, la parte fedele, il piccolo resto - dichiarassero ferma opposizione morale e religiosa alle leggi inique, pur disponendo per ragioni di prudenza politica dei delegati alle celebrazioni, al fine di scongiurare che tutti i seggi del Paese siano detenuti da acattolici e/o anticlericali? In fondo i precedenti non mancherebbero e gli sviluppi storici ad oggi non rincuorano:
“I rivoluzionari, persuasi che la maggior parte delle Religiose ignorassero le nuove disposizioni, che riguardavano la loro sorte, ordinarono alla municipalità di mandare in ciascun monastero degli ufficiali per leggere il decreto dinanzi alle comunità riunite e ricevere insieme le dichiarazioni di ogni singola sorella....
Frattanto un nuovo decreto incaricava gli ufficiali dei municipi di rinnovare nei monasteri l'elezione delle Superiore e delle econome. Lo scopo era evidente: si voleva gettare lo scompiglio nelle comunità religiose. Per somma sventura i membri del Consiglio municipale di Lione, sia per paura, sia per delicatezza di coscienza, avevano dato in gran parte le loro dimissioni, e furono sostituiti da uomini venduti al partito dominante dell'Assemblea nazionale.
A capo di costoro, nel gennaio 1791, si presentò al monastero delle nostre Suore il famoso Rolland, il più ardente fautore delle idee rivoluzionarie in Lione” (qui).
A ciò si aggiunga che sindaci cattolici nudi e puri rischierebbero di trovarsi isolati ed osteggiati, ignorati e dimenticati, non solo dagli avversari, non solo dai cittadini (sia pur religiosi), non solo dai media cattolici (cfr. A titolo di esempio il caso Avvenire), non solo dal clero, ma anche dai Pastori fino ai più alti seggi.
Tuttavia, noi di Campari & De Maistre rispondiamo di no a questa posizione, svelandone il tranello e prediligendo posizioni più solide e più vicine a quelle del Card. Caffarra (e del Catechismo): il male non ha diritto di esistere e noi non vogliamo affatto favorirlo. Nessun calcolo politico può essere più importante del valore della famiglia: non possiamo appoggiare questa posizione, così come non difendiamo quei politici che firmarono la legge criminale sull'aborto per non consegnare l'Italia ai comunisti. Che i sindaci si dimettano: per testimonianza, per riportare la legge in discussione alla Corte Costituzionale, nonché per evitare di lordarsi le mani cooperando al male.
Attualità, atei devoti e non, berlusconiani rinnegati, politica, Controrivoluzioni 2.0, libberali, religione, cassanate, Destra Divina, costume, Chiesa e gossip. Il tutto senza prendersi (troppo) sul serio.