In politica, si sa, essere
cretini è peggio che essere disonesti. Questa massima spiega il dramma
attraversato dalla sinistra italiana, e con essa da tutto il Paese, nelle
ultime settimane, diciamo a partire dal lunedì sera post-elettorale.
Il risultato delle urne era stato
chiaro: nessuno schieramento era autosufficiente. Il centro-sinistra,
assicuratosi per un soffio il premio nazionale alla Camera, non disponeva della
maggioranza in Senato. Data l’indisponibilità di Grillo a siglare un patto di
governo, la strada era praticamente obbligata: o un governo di grande
coalizione con il PdL, o il ritorno al voto. Invece no: Bersani (ve lo
ricordate, Bersani?) si è incaponito nel ricercare un’improbabile terza
soluzione, corteggiando gli eletti del Movimento 5 stelle e mandando i suoi
uomini – e le sue donne, come Alessandra Moretti – in TV a dire che mai e poi
mai avrebbe accettato un governo con l’odiato Caimano.
Infatti, diceva Bersani, gli
italiani si sono espressi a favore di un governo di cambiamento. Non è ben
chiaro il motivo per cui, nella testa dell’ex segretario del PD, questo
“cambiamento” dovesse necessariamente passare per un governo guidato dal suo
partito, che semmai di una tale pulsione aveva fatto elettoralmente le spese, e
per l’eliminazione politico-giudiziaria del suo principale antagonista. O
perché, nell’onirica prospettiva dell’uomo di Bettola, il movimento di Beppe
Grillo, che durante la campagna elettorale aveva avuto come slogan “tutti a
casa”, dovesse usare nei confronti del PD un trattamento diverso da quello
riservato agli altri, consentendogli addirittura di formare un governo. Fatto
sta che con la cantilena del “governo di cambiamento” si è tirato a campare per
qualche settimana, fino all’elezione del Presidente della Repubblica, con tutto
il seguito che sappiamo.
La stupidità è peggiore della
disonestà, si diceva. Se la sinistra italiana non avesse smesso di fare
politica per dedicarsi, come ha commentato Giulio Sapelli, all’agitazione e
propaganda, se non fosse ancora preda di un antiberlusconismo insano e feroce,
se non fosse stata infetta dal virus del moralismo giustizialista e di certo
azionismo malato, si sarebbe accorta di una cosa molto semplice: che la
matematica imponeva, a meno di non tornare al voto, un accordo con il PdL. Che
le urne avevano effettivamente espresso un’esigenza di cambiamento, rispetto
all’agenda Monti e alla politica fiscale imposta dall’UE. Che Berlusconi aveva
ottenuto un buon risultato proprio spingendo sulla critica all’austerità e al
governo dei tecnici e che ciò avrebbe potuto costituire una buona base di
partenza per costruire un percorso comune.
Se la sinistra italiana non fosse
preda di questo odio cieco e demenziale, oggi Bersani sarebbe presidente del
Consiglio di un governo di coalizione che, con la legittimazione derivante da una forte maggioranza parlamentare e dal fresco esito elettorale, avrebbe come priorità la rinegoziazione dei vincoli
europei e la lotta all’austerità, con curiose e affascinanti convergenze tra
Fassina e Brunetta. Invece, dopo lo sfoggio di inutile e irritante intransigenza
al quale abbiamo assistito, Bersani è stato fatto fuori, Prodi bollito,
Napolitano rieletto. E l’Italia si ritrova un governo Letta che costituisce una
riedizione giovanilista della linea Monti e presenta nelle caselle-chiave
(Economia, Welfare) tecnici pronti a tenerci legati al carro dell’ortodossia eurocratica.
Volevano il cambiamento, hanno ottenuto il Monti-bis riveduto e corretto.
Bravi, compagni, ottima strategia! A voi non la si fa.
P.S.: sia chiaro che, nelle
condizioni date, poteva capitarci di peggio. Lo spettro del governo
Bersani-Vendola-Rodotà-Marzano è stato scongiurato. Le questioni dei “diritti
civili” sono state accantonate (vedremo se ricompariranno nel dibattito
parlamentare). Nel nuovo esecutivo figurano persone stimabili, da Gaetano
Quagliariello a Beatrice Lorenzin. E’ la linea politica generale che, per ora,
convince poco.
P.S.2: ha fatto molto discutere
lo scambio di frecciatine tra Ignazio La Russa e Maurizio Gasparri, pure
inseparabili fino a qualche tempo fa. Se il primo ha fatto maliziosamente
notare l’assenza di ex AN nel nuovo governo, il secondo ha risposto ironizzando
sulla marginalità e l’irrilevanza degli scissionisti di Fratelli d’Italia,
facendo imbufalire anche Guido Crosetto. Polemiche a parte, è comprensibile
che in una grande coalizione siano stati selezionati per far
parte dell’esecutivo elementi più “moderati” e meno indigesti: basti pensare
che sono rimasti fuori anche tutti i berlusconiani ortodossi. La vera
decimazione della destra ex-AN, piuttosto, si è avuta nella rappresentanza
parlamentare ed è il riflesso del naufragio di un’intera classe dirigente, non
solo della parte rimasta nel PdL.
Pubblicato il 30 aprile 2013


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