Avevo in mente un articolo del
genere già da qualche giorno, o settimana, o mese: da quando, insomma, Matteo Renzi è assurto a nuovo “uomo della
Provvidenza” per un’ampia fascia di opinione pubblica italiana, anche di
centro-destra. “Oh, quanto è bello Renzi!”, “Oh, quanto è bravo Renzi”,
“Oh, se Renzi fosse nel centro-destra!” (variante: “Ah, se ci fosse un Renzi di
destra!”), “Oh, se il centro-sinistra avesse candidato Renzi”. Un florilegio di
elogi dal quale io, che sono bastian contrario per natura, ho inteso subito
distinguermi.
La lettera di oggi, inviata al quotidiano “Repubblica”, è stata – per così dire – la ciliegina sulla torta. Scimmiottando proprio il celebre discorso kennediano sulla separazione tra Stato e Chiesa, il sindaco di Firenze si scaglia contro quei cattolici – esplicito il riferimento a Franco Marini – che utilizzano la propria appartenenza confessionale per accampare pretese su incarichi politici, Quirinale in primis. Renzi, dunque, si vergogna di questa bieca strumentalizzazione. E fin qui potremmo anche essere d’accordo. Lui è orgogliosamente cattolico: ci dice, infatti, che non si vergogna del suo battesimo (ci mancherebbe…). Però è un cattolico che ha orrore di tutti quei “politici che si richiamano alla tradizione cattolica” e si pongono spesso “come custodi di una visione etica molto rigida”, fino a diventare “moralisti”, magari “senza morale”. Il Nostro dubita “di chi riduce il cristianesimo a norme etiche alle quali cercare di obbedire e che il buon cristiano dovrebbe difendere dalle insidie della contemporaneità”. Meglio spalancare le finestre, come Papa Francesco, “che parla anche alle altre confessioni, ai non credenti, agli agnostici: si pone come portatore di entusiasmo e di gioia di vita”. Viene quasi da rimpiangere quell’“integralista” sui generis di La Pira, suo lontano predecessore come sindaco del capoluogo toscano.
Ora, è giustissimo evitare di
ridurre il cristianesimo a moralismo o a ideologia, ma bisogna capire una volta
per tutte che Cristo è di più e non di meno rispetto a tutto questo. Non
ridurre il cristianesimo a una morale perbenista non può e non deve significare
fare finta che Cristo non ci sia e metterlo da parte. Di cosa parla Papa Francesco,
se non di Cristo? Che senso ha essere
cattolici, se in tutti gli ambiti della propria attività – da quella
professionale a quella politica – non si dà testimonianza della propria fede
e non si lotta per i valori in cui si crede? E’ vero, come dice Renzi, che gli
amministratori giurano sulla Costituzione e non sul Vangelo, ma è anche vero –
per citare la prima lettura di ieri – che “bisogna obbedire a Dio piuttosto che
agli uomini”, qualora le due esigenze entrino in contrasto. Pare che Renzi fatichi a capirlo, o che in proposito faccia un po’
il furbetto (ma su questo avevamo già scritto a suo tempo).
Ma del resto, in cosa crede Renzi? Come Grillo, ha ormai archiviato la
vecchia distinzione tra destra e sinistra, ha chiuso con le ideologie del XX
secolo. Quando, durante il confronto TV per le primarie del
centro-sinistra, gli fu chiesto di indicare un paio di figure di riferimento
per il proprio “pantheon”, Renzi citò Nelson Mandela e una sconosciuta blogger
tunisina, eroina delle c.d. primavere arabe. L’apoteosi della melassa buonista e della political correctness, la summa
del sistema di valori bimbominkiesco, due nomi al di sopra di ogni
possibile contestazione, per piacere a tutti (specie ai ggiovani) e dispiacere
a nessuno, mandando al macero decenni di cultura politica della sinistra
italiana (non che Bersani e Vendola, indicando rispettivamente Papa Giovanni
XXIII e il cardinal Martini, avessero fatto di meglio). Renzi è il leader della post-modernità “liquida”, l’uomo che non dice
nulla, ma in compenso riesce a dirlo molto bene. Provate a chiedere in
giro: perché vi piace tanto Renzi? Nessuno riuscirà a fornirvi argomentazioni
più convincenti del fatto che sia “giovane”, “fresco”. Che tanti elettori di
destra, persino di quella con pretese “identitarie”, facciano il tifo per lui,
è un chiaro segno della confusione attuale, ma anche l’indizio che di un
personaggio simile non c’è da fidarsi, come insegna il caso di Fini, inviso ai
suoi e idolatrato dagli avversari.
Si dirà: ma almeno è carismatico e simpatico, come Berlusconi. La
differenza è che Berlusconi è, a suo modo, sincero. Certo, tutti sappiamo
che possiede una concezione piuttosto relativa della verità e che spesso
tende a raccontarne (anche a se stesso) una a proprio uso e consumo; nessuno,
però, dubiterebbe della generosità di Berlusconi, o della sua lealtà nei
confronti di un amico, anche se si trattasse di coprire qualche marachella. Tanto
il Cavaliere è genuino nella sua innata verve da cabarettista, tanto la
simpatia e lo stile di Renzi, così come le sue invettive contro la nomenclatura
da rottamare, sono artefatti, costruiti, un po' posticci. E’ l’inautenticità del secchioncello che, come ha
scritto Selvaggia Lucarelli, un bel giorno scopre di essere diventato figo
a sua insaputa; la doppiezza dell’ambizioso che sarebbe disposto a vendere anche
sua madre (o a scaricare i suoi collaboratori più stretti, vedi i casi Gori e
Reggi) pur di raggiungere il suo scopo. Se Berlusconi ha incarnato i sogni e le
preoccupazioni di una vecchia Italia, individualista ma a suo modo generosa, Renzi ne rappresenta una patetica
caricatura: il leader ideale di un Paese completamente americanizzato, che ha
smarrito la propria identità e ha trasformato la politica in un reality senza
costrutto.
Il giovane Matteo, insomma, è
destinato a distruggere la sinistra e svuotare il serbatoio elettorale della
destra, senza per questo avere la forza e la capacità di salvare il Paese. Un buon motivo, insieme alla lettera
scritta a “Repubblica”, per pregare che Iddio ci scampi e liberi dal Kennedy
fiorentino.
Pubblicato il 15 aprile 2013

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