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27 novembre 2017

A proposito della Leadership


di Niccolò Mochi-Poltri

E’ risaputo che tre indizi fanno una prova. In ordine cronologico, il primo indizio è stata l’amara sconfitta alle elezioni del comune di Roma. Il secondo indizio sono state le numerose e talvolta sorprendenti vittorie alle elezioni amministrative. Il terzo indizio infine è stata l’elezione di Nello Musumeci a governatore della regione Sicilia. Tre indizi dunque che provano in maniera inequivocabile come l’unica possibilità per le forze politiche di cdx di vincere le prossime elezioni politiche sia coalizzarsi.

Eppure all’approssimarsi dell’appuntamento elettorale pare che la discussione politica si stia vieppiù affossando nella questione della leadership, ovverosia su chi dei tre leaders delle tre maggiori forze politiche di cdx debba essere il candidato dell’intera coalizione. Già qui sarebbe opportuno fugare un’ambiguità imbarazzante a proposito di come quei tre leaders interpretano il ruolo a cui ambiscono. Le possibilità possono essere fondamentalmente due: 1) essi interpretano la candidatura come mero espediente di contabilità elettorale, nel senso che ritengono il proprio nome più adeguato strategicamente a condurre la coalizione alla vittoria e per giustificare il proprio peso specifico all’interno della coalizione stessa 2) essi interpretano la candidatura in un’accezione ad un tempo più nobile e più gravosa, cioè proponendosi come “guida” della coalizione: in tale senso il candidato sarà anche colui che condurrà il popolo del cdx fuori dal deserto degli ultimi cinqu’anni, verso la terra promessa del governo d’Italia. Nei discorsi politici pubblici tale ambiguità non viene affatto risolta, ma anzi viene aggravata dalla malcelata faziosità con cui i capi stessi o i loro epigoni interpretano i dati delle vittorie e le ambizioni della coalizione. Si tratta di un atteggiamento che invece di rafforzare la coalizione la rende vulnerabile, e che soprattutto mortifica  tutti quegli elettori, assicurati o putativi del cdx, che prima di tutto tengono alla sconfitta della sx e del M5S, anziché ai giochetti di gabinetto.
L’ambiguità che ho poc’anzi rilevata falsa a priori una possibile soluzione alla questione della leadership. Ma volendo indagarla più a fondo, è possibile scoprire ulteriori difficoltà. Anzitutto, i possibili candidati non sono adeguati ad assumere la leadership, e pertanto, qualunque sistema possano escogitare per stabilirla, sarà destinato a fallire. Silvio Berlusconi si è compromesso in maniera imbarazzante all’epoca del “patto del Nazareno”; Matteo Salvini è persona troppo intemperante e pressapochista; Giorgia Meloni, infine, è immacolata ma decisamente troppo debole e troppo poco carismatica. A tale problema di merito, si aggiunge un problema di metodo: è da mesi che si sente insistere sul “problema della leadership” come in ambito calcistico si potrebbe discutere del “problema del top-player”. L’attenzione viene fossilizzata sul singolo talento, distraendo dall’evidenza che è il gioco di squadra ad assicurare la vittoria; che le giocate del talento possono sì risultare incisive, ma la gestione della partita è affidata fondamentalmente a tutta la squadra, panchinari e società compresa, che devono credere nel progetto.
Quest’ultima constatazione ci conduce a rilevare qual è il vero problema della leadership in Italia. Negli ultimi venticinque anni di storia politica del nostro paese ci siamo assuefatti all’idea che una forza politica possa vincere solo se condotta da un leader carismatico, ma contemporaneamente abbiamo smarrito il senso autentico del “carisma”. In altri tempi il potere politico non avrebbe potuto sussistere senza la legittimazione carismatica. Ma in una democrazia liberale sarebbe opportuno diffidare del “leader carismatico”, perché una tale figura tende a dirigere la società verso lo scivoloso crinale di quella che uomini più saggi di noi avrebbero stigmatizzato come oclocrazia – governo delle masse dirette da un demagogo.
L’idea della necessità di un leader carismatico anche in una democrazia liberale fu introdotta e sviluppata in Italia da Silvio Berlusconi, e poi adottata da pressoché chiunque, Matteo Renzi, Matteo Salvini, Giorgia Meloni [sic!], Giuliano Pisapia (Pisapia!), etc. Oltre al problema inerente al concetto di “carisma”, quell’idea ne pone immediatamente un altro, a mo’ di corollario: alla crescente importanza del leader corrisponde l’indebolimento e la rarefazione della forza politica, incarnata nella forma del partito. Il partito smette progressivamente d’essere luogo di elaborazione e diffusione di idee e di proposte, smarrisce il suo ruolo di trait d’union coi cittadini, per diventare una mèra cassa di risonanza per la volubilità del leader. E mentre al leader vengono attribuiti troppi poteri e conseguentemente troppi oneri, i militanti del partito vengono corrispettivamente deresponsabilizzati, quando invece dovrebbero esser loro i primi responsabili di un’attività politica sana ed onesta.
Da tutte queste considerazioni, non posso che trarre una conclusione: nell’attuale circostanza storica, in cui il supremo obiettivo è coalizzarsi per vincere, le forze politiche del cdx devono comprendere come il “problema della leadership” sia in verità un falso problema, su cui è sterile, per non dire dannoso, indugiare. Che le forze politiche del cdx, e dunque i loro leaders, si comportino alle prossime elezioni politiche come si sono comportate alle scorse elezioni amministrative e regionali: cioè investendo del loro potere un candidato alternativo che sia essenzialmente una figura politicamente credibile ed onesta umanamente. A conferirgli il mandato di governo sarà infine l’elettorato italiano.



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31 gennaio 2015

Renzi cambia verso. E ci riporta trent'anni indietro

di Alessandro Rico

Le mosse che hanno portato all’elezione di Mattarella come Capo dello Stato consacrano Matteo Renzi burattinaio della politica italiana. Il Presidente del Consiglio, che con questa presidenza “debole” si è assicurato la piena governabilità, non ha rivali sul piano strategico. Dopo aver infinocchiato Letta, Bindi, Prodi, Bersani, Fassina, Cofferati, è riuscito a mettere in un cul-de-sac anche Berlusconi. Il patto del Nazareno si è rivelato, come temevano i fittiani, un abbraccio mortale per un Cavaliere ormai ridotto a cercare appigli per riqualificarsi politicamente e giudiziariamente. Per di più, Berlusconi sembra costretto a incassare il colpo e a ribadire un sostegno, sia pure condizionato, al governo, a meno di optare per rischiosissime elezioni anticipate, da cui uscirebbe come da uno schiacciasassi. Di questo vero e proprio oltraggio al popolo di centrodestra, prigioniero degli interessi personali di un ex leader carismatico e illuso che Forza Italia proponesse almeno inizialmente una dignitosa testimonianza, con il voto ad Antonio Martino, speriamo che Berlusconi debba finalmente rispondere.
 

30 novembre 2014

Perché Salvini non può essere la nuova destra


di Alessandro Rico

Il boom della Lega Nord, che secondo l’ultimo sondaggio SWG viaggia a ridosso del 12%, ha persuaso molti orfani della destra a cercare in Salvini un nuovo padre adottivo. Il “Matteo contro Matteo” stuzzica persino il Cavaliere, che con il suo endorsement forse prende tempo nello scontro con Fitto, ma restituisce gli umori di un elettorato alla disperata ricerca di un leader. È indubbio che Salvini funzioni alla grande: unico esponente di destra che sia stato capace di costruirsi una piattaforma social, non passa giorno che non faccia parlare di sé, abile provocatore e apologeta del senso comune. Mentre Forza Italia si sgretola e il Nuovo Centrodestra appare una miserrima stampella di Renzi, votare/votarsi a Salvini sembra l’ultima scialuppa sulla nave che affonda. Ma non basta. Ci sono tre elementi che impediscono alla Lega di diventare la futura colonna portante della destra italiana: la congiuntura storica, la volatilità dell’elettorato, il limite intrinseco del partito.

I primi due problemi sono strettamente correlati. Sembrerò ripetitivo, ma voglio ricordare che, nel bel mezzo della crisi economica, il voto di protesta diventa un fenomeno dilagante. E questo spiega anche perché la grande fetta di elettori insoddisfatti non si distingua per la propria fedeltà a un partito: il M5S aveva sfondato nel 2013 ma sta velocemente affondando, inizia l’emorragia di consensi anche dal PD, la Lega può raccogliere una parte di questo malcontento, ma non è sull’esasperazione della gente che si possono costruire programmi politici. E questo ci porta alla questione dei limiti costitutivi di un partito come la Lega, di per sé destinata a oscillare rapidamente, come un pendolo di Schopenhauer, dal successo alla sconfitta. Il movimento di Salvini si fa forte dei sentimenti “contro” di tanti italiani: contro l’Europa, contro il degrado delle periferie, contro la clandestinità, tutte battaglie sacrosante, che però ingrossano il partito quando è all’opposizione e lo sgonfiano quando diventa maggioranza. Perché governare, specie in un sistema politico che, a meno di clamorosi colpi di mano da parte di Renzi, rimane essenzialmente consensuale e corporativo, vuol dire scendere a compromessi, “moderarsi”. E a quel punto, Salvini non ha ragion d’essere. È vero che già si è costituita la corrente “centrista” di Tosi, ma è una legge ferrea del marketing politico che se l’offerta moderata è molteplice, gli elettori preferiscono l’originale – sia Forza Italia, NCD, o più probabilmente lo stesso PD renziano.
Ipotizziamo però che l’alchimia funzioni ancora a lungo e che magari la Lega, come il Front National, benefici di cospicui finanziamenti dalla Russia. Il problema è che un simile stato di cose contribuirebbe ad accrescere l’anomalia del centrodestra italiano, vincolandolo alle sorti di un’internazionale vacillante – viste le crescenti pressioni delle potenze mondiali su Putin – e sinceramente discutibile – capisco e condivido le simpatie per il leader russo, ma come scrisse su questo blog Riccardo Facchini, non sarà Putin a redimere il mondo. Per quanto possiamo essere deboli in Europa, Russia e Corea del Nord mi sembrano partner meno affidabili che, ad esempio, una Francia decisa a contrastare la governance tedesca. Da questo punto di vista, posso essere d’accordo sul fatto che i reiterati attacchi di Alfano a Salvini rappresentino l’ennesima testimonianza della miopia dell’ex delfino di Berlusconi. In questa fase, farebbe bene almeno a rispettare le esigenze di rottura di cui il leader leghista si fa portavoce, anziché cadere nella trappola dello snobismo. D’altra parte, rimango favorevolmente colpito dal tentativo coraggioso di smarcarsi da facili strategie elettorali, sforzandosi di costruire un soggetto politico più simile ai Tories britannici che ad Alba Dorata. Di sicuro Alfano, Lupi o la Lorenzin non saranno i Thatcher italiani. Ma se non si può fare a meno di condividere molte delle posizioni di Salvini, mentre i radical-chic rosicano e gridano al pericolo fascista, resta il fatto che la Lega è lontana dal rappresentare quel grande contenitore liberal-conservatore che, solo, potrebbe risorgere dalle ceneri del berlusconismo. Le nubi nere all’orizzonte della destra sono ancora lungi dall’essersi dissolte.

 

07 giugno 2014

Un “Contratto” per il centrodestra. Il futuro dei conservatori tra entusiasmo e incertezze

di Alessandro Rico

All’indomani della sonora batosta elettorale, la destra italiana è in fermento. Da una parte, la convergenza di Fratelli d’Italia e Lega. Dall’altra, gli scossoni che una fronda capitanata da Fitto imprime a Forza Italia. La novità quasi assoluta nel panorama del centrodestra italiano è però che, oltre alle manovre interne ai gruppi dirigenti dei partiti, c’è una base che sta alzando la voce. È il caso della petizione di Lorenzo Castellani, direttore de La Cosa Blu, per una “Leopolda del centrodestra”, progetto ormai rilanciato da molti blog dell’area e approdato anche a TGCOM e Libero.

 

19 novembre 2013

Fedeltà è più forte del fuoco

di Federico Catani
I dossier per far partire la macchina del fango contro Angelino AlFini, cioè Alfano, ce li abbiamo. La redazione di questo blog li ha ricevuti non da zio Tibia Alessandro Sallusti, che pure ne è in possesso, ma direttamente dai servizi segreti del nostro amico Putin (noi ovviamente schifiamo i servizi americani e ancor di più il Mossad, e non c'è bisogno di spiegare perché).
 

04 settembre 2013

Berlusconi e i radicali: storia di una brutta amicizia

La firma di Berlusconi a favore dei 12 quesiti referendari proposti dai Radicali non può essere assolutamente giustificata. Su questo noi camparini siamo tutti d'accordo. Tuttavia, sulla figura e il ruolo di Silvio e sull'atteggiamento di certi cattolici "di destra" al suo riguardo, il dibattito ferve e, forse, ferverà sempre. Ecco qui due riflessioni. Certamente una è più dura con Berlusconi e l'altra tenta di "assolverlo". Ad ogni modo, come potrete leggere, trattasi in realtà di due visioni complementari, utili per una riflessione seria e pacata. (F.C.)

 

05 agosto 2013

La tragicomica fine (?) del Cavaliere

di Alessandro Rico

Mai come in questi giorni torridi d’estate, è facile rendersi conto che la vita, come diceva Pirandello, è una commistione di comico e tragico. Berlusconi è finalmente colpevole. Mandante di stragi mafiose? No. Corruttore di magistrati? Manco. Puttaniere? Neppure. Evasore. Nel tripudio dello stato ladro, il primo contribuente italiano viene condannato perché doveva pagare di più. Il che sarebbe un titolo di merito, se solo Berlusconi ammettesse: «Sì, ho frodato questo fisco vessatorio, e lo rifarei un milione di volte», scatenando una guerra tipo Boston Tea Party.
 

03 giugno 2013

Contro la deriva radicale del centrodestra: firma anche tu la petizione!

di Campari&deMaistre

Come sapete, questo blog non è collaterale a nessun partito o schieramento politico. Certo, generalmente ci riconosciamo in posizioni di centro-destra, o di destra, ma abbiamo osservato sempre con un certo spirito critico tutti gli eventi dell'attualità politica.
 

21 aprile 2013

È Napolitano-bis, ma poteva andare peggio

di Marco Mancini

Una premessa: non c’è da festeggiare per la rielezione di Giorgio Napolitano alla presidenza della Repubblica. Chi scrive ha maturato un giudizio profondamente negativo sul suo settennato: è il Capo dello Stato che si è rifiutato di firmare il decreto-legge che avrebbe potuto sottrarre alla morte Eluana Englaro, che ha svenduto l’interesse nazionale spingendo il Paese nella sciagurata guerricciola libica, che ha propiziato la nascita del governo Monti e legato mani e piedi l’Italia alla camicia di forza eurocratica.
 

27 febbraio 2013

Per chi suona la campana (elettorale)?

di Lorenzo Roselli

Mentre scrivo queste poche righe sulle elezioni appena terminate, sto ascoltando “Chi ha vinto?” Lo speciale condotto dall’arma di cerchiobottismo di massa conosciuta anche come “Bruno Vespa”. 
Devo ammettere che sentir sbraitare Alfano di “vittorie relative” e inveire un Sechi accigliato dà un certo tono ad un anonimo e freddo lunedì sera, soprattutto quando pensi che a questo “disastro democratico” hai contribuito anche tu, per la prima volta.
In considerazione di tutto ciò, non potevo esimermi dallo scrivere un commento a quello che sarà ricordato come il voto più anti-politico della storia italiana dal 1919 (anno in cui i Socialisti ed i Popolari superarono, per la prima volta, il Partito Liberale).
 

11 gennaio 2013

Con Silvio, a cercar la bella morte

di Federico Catani

Quando l'ho visto tornare in scena col borsalino e il cappotto nero sono rimasto pensoso. Mi faceva venire in mente qualcuno, ma non sapevo bene chi. Poi, di colpo, l'illuminazione: "Caspita, Silvio assomiglia più che mai al Duce - ho detto - il Duce appena liberato dalla prigione sul Gran Sasso e portato in Germania da Skorzeny". E quando l'ho intravisto da Barbara D'Urso, con quel suo stile inconfondibile, mi è venuto alla mente il discorso tenuto dalla Buonanima a Radio Monaco il 18 settembre 1943:


In quel nero mese di settembre si preparava per Mussolini l'ultima battaglia. Oggi, senza voler essere blasfemi, accade lo stesso per Silvio Berlusconi. Dopo un lungo silenzio e un ancor più lungo (troppo lungo!) sostegno al governo dei tecnici, il Cavaliere ha deciso di ributtarsi nella mischia per salvare il salvabile ed evitare di gettare l'Italia tra le braccia mortali dei poteri forti. Prima non poteva fare diversamente, era sotto ricatto, vittima di un complotto internazionale, anche se questo non lo dirà mai. Adesso si è svegliato, anche se ormai è tardi.

Sappiamo bene gli errori dell'uomo di Arcore e conosciamo a menadito i suoi limiti e i suoi difetti. Tuttavia, il solo fatto di continuare a suscitare odio, sdegno e paura in ogni parte d'Italia e d'Europa, mi convince della sostanziale bontà delle sue idee e della sua coalizione. Berlusconi è tornato all'attacco e se la gioca bene, anzi, molto bene, essendo riuscito a tener testa pure a Santoro e Travaglio. Non possiamo certo essere entusiasti del berlusconismo, anche di quello attuale, incamminato speditamente verso il viale del tramonto. Ma su chi dovremmo mettere la croce il 24 e 25 febbraio? Sui massoni di Monti? Sui comunisti di Bersani? Su chi? Io un'idea ce l'avrei, ma la dico alla fine... Insomma, Berlusconi appare ancora una volta come l'unico in grado di arginare la deriva cui andrebbe incontro l'Italia nel caso in cui vincessero i nemici dichiarati della Patria. 

Il Cavaliere è come il Mussolini di Salò: cerca di evitare il peggio, tenta di frenare come può lo strapotere tedesco, si sforza di difendere l'onore del nostro Paese. E, come il Duce, sa benissimo di perdere, di andare incontro alla disfatta. Eppure lotta come un leone, non si sottrae, non va in vacanza e non si imbosca. Anzi, nonostante tutto, continua a far tremare gli avversari. Se per assurdo dovesse vincere le elezioni, non nascondo che godrei un mondo nel vedere le facce tirate dei vari catto-comunisti nostrani. L'odio viscerale contro Berlusconi prova, lo ripeto, che un contro-rivoluzionario, pur turandosi il naso, deve fare il tifo per lui, se non altro per spirito di anticonformismo e per la voglia di andare contro il sistema. Pertanto, senza se e senza ma, andiamo a cercar la bella morte con Silvio. Verremo sconfitti, ma terremo alto l'onore d'Italia!



P.S. A questo punto, dopo un po' di folklore e un sincero attestato di apprezzamento per Silvio, io preciso che comunque non lo voterò. La situazione è tragica e, tenuto conto del fatto che tutto è già stato scritto e che pertanto ci ritroveremo governati ancora da Monti e dai banchieri, ritengo più opportuno, per la tranquillità della mia coscienza, votare per quelle forze ben rappresentate dall'imprenditrice ospitata da Santoro e ascoltata troppo poco da Berlusconi. Un altro modo di difendere l'onore della nostra amata Patria.


 

04 dicembre 2012

La (s)conversione di Bondi

di Paolo Maria Filipazzi

Come è noto, è ormai giunta ad uno stadio acuto la straziante agonia del Popolo della Libertà, schiacciato sotto il peso del discredito e del ridicolo di cui si è ricoperto da solo in questi anni, con un masochismo tale da far sospettare che si tratti di una questione attinente più al campo della psichiatria che della politica. Ed ecco, su “La Stampa”, in data 29 novembre 2012, apparire una geniale intervista di Sandro Bondi, il quale, come nel finale di un giallo ben scritto, svela chi sono i colpevoli della morte prematura di quello che una volta era il partito di maggioranza relativa ed oggi marcia a tappe forzate verso il Nulla: elementare Watson, è tutta colpa degli ex AN e dei cattolici!

Il don Abbondio del berlusconismo sferza: «Purtroppo chi proviene da An ha mantenuto un’identità e un modo di fare politico che mal si conciliano con il profilo di una forza politica autenticamente liberale e riformista».  E poco più in là: “E sui temi delle libertà personali sono su posizioni di radicalismo religioso alla Tea party che sono in contrasto anche con il cattolicesimo”. Ohibò, e pensare che quando mi sono avvicinato al Tea Party Italia molti amici, oscurantisti come me, mi dissero scuotendo la testa: “Non sei più il bel reazionario retrogrado che tanto ci piaceva”. Ecco che Bondi fa giustizia e riscatta il mio buon nome di nemico della modernità! L’intervistatore però lo incalza, e gli ricorda che i parlamentari vicini a Comunione e Liberazione o in generale cattolici hanno sostenuto assieme agli “uomini neri” quelle posizioni. Ed ecco che il poeta della corte di Arcore sentenzia: “Sì, la parte più confessionale del Pdl che rappresenta solo uno spicchio del mondo cattolico”. E non è finita: ce n’è pure per i poveri (e laicissimi) Gaetano Quagliarello e Maurizio Sacconi, rei di essersi saldati coi “fascisti”, quindi coi cattolici accusati di essere loro amici, quindi di essere complici con la deriva fondamentalista impadronitasi del Pdl, tanto terribile da far invidia all’ayatollah Khomeyni (e pazienza se lo stesso Bondi firmava proprio insieme a Quagliariello documenti contro la "deriva zapaterista"). Più tardi preciserà che il “mondo cattolico” di cui si sente parte e che, a sua detta, rappresenterebbe il vero messaggio cristiano, è quello che si riferisce alla figura del fu cardinal Martini. E qui abbiamo davvero fatto il Grande Slam!

Mi restano da chiarire due cose: quali sarebbero le posizioni, tanto arretrate da essere in contrasto persino con l’arretratissimo cattolicesimo, sostenute dai “clerico-fascisti?” Due innanzitutto: la scelta di astenersi al referendum del 2005 sulla legge 40 in materia di procreazione medicalmente assistita e, nel 2009, il tentativo disperato di salvare la vita alla povera Eluana Englaro. E qui trasecolo.
Per quanto riguarda la legge 40 è vero piuttosto che si tratta di una legge in contrasto con il Magistero di Santa Romana Chiesa: infatti permette questa pratica aberrante, laddove una legge “cattolica” la avrebbe proibita in ogni caso e punito severamente chiunque la praticasse. Sostenere che una simile legge sia ispirata a fondamentalismo religioso dimostra soltanto il fondamentalismo dell’autore di una simile dichiarazione. Aggiungasi che fra i maggiori difensori della legge 40 ai tempi ci fu proprio il nostro pacioso amico. E che il decreto legge con cui si cercò di sottrarre al boia Eluana Englaro fu approvato all’unanimità del Consiglio dei Ministri, di cui Bondi, Ministro dei Beni Culturali, era membro. E non c’è da sospettare che il nostro Sandro avesse votato a denti stretti, magari per evitare divisioni in un momento delicatissimo: trionfalmente dichiarò che quella decisione rappresentava il vero atto di nascita del Pdl, allora non ancora formalmente costituito in partito! Ma Bondi non ha problemi di questa fatta: è vero, spiega in una dichiarazione successiva all’intervista, la legge 40 lui ha contribuito ad approvarla, ma poi “è stata recentemente bocciata da una sentenza della Corte Europea”. Ne deduciamo che Bondi si fa dire cosa pensare non dalla propria coscienza ma da questo o quel tribunale, e se viene emessa una sentenza in contrasto con sue precedenti convinzioni, non critica la sentenza ritenendola sbagliata, ma azzera le frequenze del proprio cervello. Quanto ad Eluana: “La mia coerenza e la mia onestà intellettuale giungono fino al punto di ammettere che sul decreto riguardante Eluana la mia posizione è stata un errore”. Coerenza ed onestà intellettuale dovrebbero spingerlo a fornire anche una spiegazione del suo voltafaccia, cosa che però non fa. 

Ora, il motivo di riprendere queste dichiarazioni (simili a quelle rese nelle stesse ore da Giancarlo Galan ed altri esponenti del Pdl) non sta nell’importanza (nessuna) del personaggio che le rende, ma nel fatto che Bondi notoriamente, parla e agisce in nome e per conto di Berlusconi. Le intenzioni di quest’ultimo non sono ancora state esplicitate, ma sembra chiaro che l’ormai mitico “minuto di trenino” dovrà attendere. E sembra ormai chiaro che stia pensando di ricostruire, anche se non si sa bene come, un partito che sia più che mai una setta di propri adoratori fanatici, “scomunicando” gli adepti più tiepidi del culto alla sua persona. E la lista degli “scomunicati” pare che coincida proprio con i “fondamentalisti” sferzati da Bondi, per il quale i “temi etici” non sarebbero dunque che un pretesto come un altro per ingenerare una rottura. 

Non posso non nascondere, da militante del Pdl, la mia desolazione nei confronti di un leader con annesso entourage, che dimostra di considerare quelle questioni che investono la natura umana nella sua essenza con un cinismo ed una noncuranza tanto glaciali. In un precedente articolo ho avuto modo di scrivere che fra i meriti (o, forse, fra i non demeriti) di Berlusconi ci fosse quello di avere frenato in Italia la degenerazione del diritto in senso nichilista. Avevo ben presente che tale posizione di non belligeranza fosse dovuta non tanto a condizioni intime di Berlusconi e dei suoi adepti, ma alla consapevolezza che, essendo cattolici una buona parte dei propri elettori, non fosse politicamente furbo scontentarli. Del resto la visione berlusconiana della vita è quella che si evince dalle trasmissioni delle sue reti, e dunque c’era già da dirsi fortunati. Et voilà, ecco che per piccine ragioni di tattica pre-elettorale, quanto di buono ha fatto il centro-destra in questi anni, diventa un errore, frutto del ricatto dell’Asse del Male fra fascisti e cattolici. 

A questo punto c’è da aspettarsi che la nuova “Forza Italia 2.0”, o come cavolo si chiamerà, rischi di essere piuttosto un “Partito Radicale 2.0”. A quel punto manderò il Cavaliere, Bondi  e tutta la banda a farsi friggere due volte: una volta come cattolico e l’altra come ex AN.

 

26 ottobre 2012

Silvio se ne va: bilancio di un'era

di Paolo Maria Filipazzi

La prima reazione, quando ho appreso “la notizia”, è stata di proporre, ironicamente, un minuto di trenino, al posto del canonico minuto di silenzio. Per correttezza, non volendo prendere meriti non miei, preciso che la paternità della battuta è del comico Maurizio Crozza, che per primo lo propose all’indomani delle dimissioni del Governo Berlusconi. Fatta questa precisazione, è bene fare una riflessione più profonda sull’epoca che si chiude.