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26 gennaio 2020

Emilia Romagna, perché il Pd ha già perso

di Giuliano Guzzo
In Emilia Romagna, sia che la spunti Stefano Bonaccini sia che – con una vittoria storica – si imponga Lucia Borgonzoni, il dato politico è uno ed già assai evidente: la sconfitta del Pd. Una forza che il segretario Nicola Zingaretti ha annunciato di voler riformare – «non un nuovo partito, ma un partito nuovo», ha dichiarato sulla scia di una vecchia pubblicità di pennelli – e che, soprattutto, è stata assente due volte in campagna elettorale. Infatti, Bonaccini ha impostato la sua corsa alla rielezione tutta su sé stesso, lasciando ben da parte il simbolo di partito.

Non solo. Pure i big democratici – verosimilmente su richiesta di Bonaccini stesso – si sono tenuti al largo dall’Emilia Romagna, che pure si contende con la Toscana lo scettro di roccaforte rossa. Ancora, che cos’è stato – e che cos’è – il fenomeno delle Sardine, se non un lifting mediatico per il Pd, tornato in piazza sotto falso nome? La sensazione è insomma che non solo il partito progressista italiano sia per molti aspetti quasi impresentabile – specie dopo il matrimonio contro natura coi 5 Stelle -, ma che i suoi stessi militanti ed esponenti di punta sian ormai giunti a detta conclusione.

Naturalmente, in caso oggi la spuntasse Bonaccini tutto ciò verrà minimizzato; anzi, conoscendo la faccia tosta di certo establishment giornalistico, si arriverà perfino a dipingere l’Emilia Romagna rimasta rossa come uno spettacolare trionfo. Tuttavia, non le congetture ma l’evidenza – poc’anzi riassunta per sommi capi – dice altro. E segnala che il partito gradito alle élite (chiedersi come mai Soros si sia fatto ricevere a Palazzo Chigi proprio quando il premier era il piddino Gentiloni) è sempre meno gradito ad un elettorato che, per quanto spaesato e privo di certezze, pare aver quanto meno capito una cosa: quello che non vuole.

 

28 novembre 2017

Il Pd contro le fake news. Non è Lercio


di Giuliano Guzzo

«Ogni 15 giorni il Pd presenterà un rapporto ufficiale sulle schifezze in rete». Lo ha detto Matteo Renzi dal palco della Leopolda, poche ore fa, dichiarando pubblicamente guerra alle cosiddette fake news. Un annuncio al quale in Paese normale, converrete, sarebbe dovuto seguire il classico lancio di pomodori. Invece pare che, al momento, al Bomba siano toccati solo applausi, nonostante in questi anni ce l’abbia messa tutta – dobbiamo riconoscerglielo – per farci capire di che pasta lui e il suo Pd siano fatti.

La prima perla fu, ricorderete, la promessa di non voler fare le scarpe a Letta: «Enrico stai sereno» (Invasioni Barbariche, La 7, 17.1.2014), fu la rassicurazione, e si è visto com’è andata a finire. Epica fu poi la solenne promessa di ritiro a vita privata, in caso di fallimento della riforma costituzionale: «Lo dico qui, prendendomene la responsabilità, che se non riesco a superare il bicameralismo perfetto non considero chiusa l’esperienza del governo, considero chiusa la mia esperienza politica» (Consiglio dei Ministri, 12.3.2014). Pure in quel caso parola mantenuta, si fa per dire. Da non dimenticare, inoltre, allorquando Renzi garantì che no, sulle unioni civili non avrebbe mai posto la fiducia (Conferenza di fine anno, 19.12.2015), scenario che poi invece il suo governo – per non smentirsi – puntualmente realizzò.
Il Nostro è insomma un vero e proprio professionista della bufala, al cui confronto Pinocchio è il santo protettore dei sinceri e il Gatto e la Volpe, emblemi di specchiate virtù. Ma se invece stavolta, contro la fake news, lui e il Pd dovessero fare sul serio, allora significa c’è speranza per tutti. Tranne che per noi, s’intende.




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07 novembre 2017

Via il bonus bebè. La sinistra abortista non si smentisce mai


di Giuliano Guzzo

La scelta governativa di non rifinanziare, con la legge di stabilità 2018, il bonus bebè né di considerare proposte di innalzamento della soglia di reddito di ogni figlio affinché continui ad essere considerato a carico e del contributo forfettario a favore delle famiglie numerose, non è affatto – se sarà confermata – decisione casuale. Per nulla. Risulta difatti totalmente coerente col programma di un centrosinistra che, dal divorzio breve alle unioni civili fino a quest’ultima perla di alta politica, ha fatto semplicemente di tutto per dimostrare quanto detesta la famiglia.

Il colmo è che si tratta della stessa parte politica che, pur di sponsorizzare l’immigrazione di massa nel nostro Paese, va da tempo dicendo che senza gli stranieri, in Italia, la natalità è spacciata: evidentemente sanno di che stanno parlando, anche troppo. Ora, se da un lato l’eliminazione del bonus bebè forse non peggiorerà un inverno demografico già avanzato e che abbisogna di ben altro della reintroduzione di simili misure – più simboliche, che di vero contrasto alle culle vuote -, dall’altro c’è da augurarsi che tutto ciò, quanto meno, apra gli occhi a quella parte non piccola di mondo cattolico che vota progressista.

Cosa deve infatti ancora fare, il centrosinistra, per far capire ai cattolici che odia l’Italia? Dichiarare fuorilegge il matrimonio tra uomo e donna? Tassare la natalità? Multare le coppie italiane che mettono al mondo figli facendo concorrenza agli immigrati, a più riprese indicati come i soli veri salvatori del nostro Paese? Dare la cittadinanza per nascita ai figli di stranieri e fissarne l’acquisizione alla maggiore età per i figli di italiani? Basta dirlo: i progressisti non aspettano altro, per confermare di che pasta sono fatti. Ma almeno – si dirà ancora – non sono divisivi, islamofobi né intolleranti; anzi, costruiscono ponti. Sì, verso il nulla.

https://giulianoguzzo.com/2017/11/03/via-il-bonus-bebe-la-sinistra-non-si-smentisce-mai/


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02 dicembre 2016

Sulla Costituzione solo «riforme condivise». Chi lo diceva?


di Giuliano Guzzo

«La Costituzione repubblicana, nata dalla Resistenza antifascista, è il documento fondamentale dal quale prendiamo le mosse. La Costituzione non è una semplice raccolta di norme: oggi non meno di ieri è la decisione fondamentale assunta dal popolo italiano sul come e sul perché vivere insieme. È il più importante fattore di unità nazionale e di integrazione sociale, proprio in quanto assicura il consenso della comunità sui princìpi della convivenza al suo interno e permette di dirimere i conflitti di opinioni e di interessi.
Il Partito Democratico riconosce i valori che ispirano la Carta costituzionale, unitamente a quelli della Carta dei diritti umani fondamentali dell’Unione Europea e della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite, e li assume come princìpi validi per tutti, al di là delle disuguaglianze legate alla nascita, all’educazione, al reddito e alle condizioni individuali.
La sicurezza dei diritti e delle libertà di ognuno risiede nella stabilità della Costituzione, nella certezza che essa non è alla mercè della maggioranza del momento, e resta la fonte di legittimazione e di limitazione di tutti i poteri.
Il Partito Democratico si impegna perciò a ristabilire la supremazia della Costituzione e a difenderne la stabilità, a metter fine alla stagione delle riforme costituzionali imposte a colpi di maggioranza, anche promuovendo le necessarie modifiche al procedimento di revisione costituzionale. La Costituzione può e deve essere aggiornata, nel solco dell’esperienza delle grandi democrazie europee, con riforme condivise, coerenti con i princìpi e i valori della Carta del 1948, confermati a larga maggioranza dal referendum del 2006».

Chi diceva, secondo voi queste parole? Massimo D’Alema? Bersani? Qualche ostinato dissidente del Partito Democratico? No, il manifesto del PD del 2008! Qualcuno lo ricordi al segretario attuale del Partito e a quelli che promuvono una riforma non solo fatta a colpi di maggioranza, ma pure imbarcando gli Alfano e i Verdini. Da brividi.

https://giulianoguzzo.com/2016/12/02/sulla-costituzione-solo-riforme-condivise-chi-lo-diceva/
 

08 ottobre 2016

I disvalori della sinistra


di Enrico Maria Romano

Un libro di alcuni anni fa, quindi già vecchio, descriveva gli uomini della sinistra dopo il crollo dell’URSS e del muro di Berlino come Uomini ex: ovvero ex socialisti, ex rivoluzionari, ex comunisti, ex proletari… e ora nulla più!
Ma c’è e ci deve essere per forza un collante storico che resti come zoccolo duro nell’evoluzione politica e ideologica dei vari partiti comunisti d’Occidente (come partiti-chiesa ma anche come partiti di massa). Altrimenti non si spiegherebbe l’evoluzione più o meno omogenea dei vari socialismi del mondo verso l’attuale corrente progressista planetaria che ha in Obama uno dei suoi fari e dei suoi leader indiscussi.
Cosa resta dunque dell’ideologia comunista, con tutte le sue sfaccettature storico-politiche (dai rivoluzionari sino ai socialdemocratici), nei partiti come il PD e negli analoghi partiti progressisti europei?
Secondo me due cose: la visione ideologica della realtà, per cui è la realtà a doversi adattare al pensiero (e non l’inverso) e il rifiuto speculare di religiosità e trascendenza.
L’articolo potrebbe finire qui tanto evidenti paiono, almeno ai nostri occhi, le asserzioni di cui sopra. Ma è bene dare, almeno in miniatura, degli esempi recenti, presi quasi a caso dal quotidiano pensiero dell’establishment sinistrorso.
Sul Corriere del 24.9.16 Massimo Nava attacca la destra francese e ciò non stupisce, ma anche la sinistra che farebbe poco contro l’avanzata populista di Marine Le Pen: “Il programma ideologico del Front National (…) è banalizzato, non più stigmatizzato…”. Tutti i minimi conoscitori dell’attualità politica transalpina sanno che non è affatto vero: forse è proprio l’eccessivo razzismo culturale iper-borghese della sinistra rispetto ai valori espressi dalla destra (Dio, cioè tradizione cristiana; patria, cioè preferenza per il cittadino sullo straniero; e famiglia, cioè famiglia tradizionale…) ad aver chiuso la sinistra in un angolo fatto di belle parole, di slogan vecchi come il ’68 e di Gay Pride inconcludenti e fastidiose. Ma, come direbbe Céline, passons!
La tensione utopica del pezzo di Nava sintetizza al meglio il peggio dell’ideologismo della sinistra odierna quando scrive così di Marine Le Pen (che, piccolo dettaglio, ha già preso più voti che i gollisti e i socialisti messi insieme): “In questo quadro, Marine Le Pen, banalizzata e di fatto non più corpo estraneo, non ha più bisogno di slogan politicamente scorretti e di arringhe sgradevoli. Dopo essersi liberata dal padre e dall’armamentario ideologico dell’estrema destra xenofoba, le basta ripetere a bassa voce ciò che la maggioranza dei francesi e degli europei pensa senza dirlo”.
Già! Ma non è un bene per i liberal del Corriere che una politica di primo piano, che prende milioni di voti, non usi più slogan sgradevoli e scorretti? E non è positivo essersi liberata dall’armamentario ideologico dell’estrema destra?
Come è possibile, dopo il crollo non del solo muro di Berlino, ma dell’utopia dell’euro e dell’Unione Europea come panacea di tutti i mali (economici, sociali, culturali), non capire che ciò che pensa la “maggioranza dei francesi e degli europei”, come scrive Nava, è dettato dalla realtà e quindi va non demonizzato (secondo la tradizione leninista) ma ascoltato e capito?
Ma cosa pensa poi questa cattiva e rozza maggioranza che la sinistra vorrebbe educare e rendere borghese, liberal e laica al modo del PD? Ebbene pensa che l’immigrazione attuale di massa sia un errore gravido di pessime conseguenze sociali; pensa che l’islam come tale, specie se diffuso per ogni dove in Europa, sia un problema, anche al di là del terrorismo; pensa che i soldi delle tasse vadano usati per ricostruire Amatrice più che per finanziare le lobby LGBT e l’indottrinamento dei bambini nelle scuole di Stato; pensa che l’euro non abbia dato i frutti sperati e che la Brexit non è stata ciò che i quotidiani della sinistra scrissero al tempo per mettere paure e allarmismi non innocenti; pensa che sia assurdo dichiarare un candidato alla presidenza americana più o meno un selvaggio o un nuovo Hitler (e presentare l’altra candidata come la Vergine Maria); e tante altre cose. Idee semplici forse ma che hanno una grande dignità: e vanno rispettate.
L’articolo di Nava è istruttivo per chi non si riconosce, come noi, nei disvalori della sinistra. Esso ci dice che malgrado tutti gli avvicinamenti verso il magmatico centro resta sempre una distanza incolmabile tra chi vuole servire la Verità e chi vuole fabbricarla a tavolino.

 

22 marzo 2014

Se un cattolico di sinistra vuole la mamma. Un Campari con... Mario Adinolfi

a cura di Alessandro Rico
Non siamo abituati ad ascoltare cattolici di centrodestra capaci di argomentare la difesa dei valori non negoziabili. Figuriamoci se siamo abituati ai cattolici progressisti. Eppure c’è a sinistra un cattolico – di cui non condividiamo comunque molte delle posizioni (una su tutte la difesa della legge 194) – che non si è prostrato all’omosessualismo e alla cultura della libertà come licenza. Si tratta di Mario Adinolfi, romano classe 1971, blogger, ex parlamentare PD, ex sinistra DC, persino giocatore di poker, che il 19 marzo ha pubblicato "Voglio la mamma", un libro che coraggiosamente sfata i miti della sinistra postcomunista, rimescolata in salsa Radicale.
 

24 febbraio 2014

Ammazziamo il Gattopardo

di Paolo Maria Filipazzi
Finalmente la rivoluzione che molti italiani, con trepidazione quasi isterica, stavano aspettando fin dai tempi della “rottamazione” ha avuto luogo: Matteo Renzi trionfa alle auto-elezioni e si insedia a Palazzo Chigi. Conscio che il fatto di essere il segretario del principale partito fra quelli che sostenevano il grottesco governo Letta lo esponesse al serio rischio di non vincere le prossime elezioni e di non coronare mai il suo sogno di guidare a sua volta un governo altrettanto grottesco, Renzi ha accelerato i tempi e si è fatto trionfalmente plebiscitare… dalla Direzione Nazionale del Pd. Ora potrà perdere le prossime elezioni in tutta serenità, avendo già vinto il festival di Sanr… ah, no, scusate… volevo dire: avendo già fatto il Presidente del Consiglio.
 

03 dicembre 2013

La lobby sodomitica, il Papa e la lezione croata

di Marco Mancini

Ci eravamo lasciati con il pietoso caso di Guido Barilla, costretto – dopo aver affermato la sua preferenza per la famiglia tradizionale nelle proprie pubblicità  a un’umiliante ritrattazione e alla creazione di un orwelliano Comitato aziendale per la diversità e l’inclusione, in cui ha trovato posto uno tra i lobbisti arcobaleno più conosciuti d’America.
 

30 aprile 2013

Il governo Letta e il cretinismo della sinistra

di Marco Mancini

In politica, si sa, essere cretini è peggio che essere disonesti. Questa massima spiega il dramma attraversato dalla sinistra italiana, e con essa da tutto il Paese, nelle ultime settimane, diciamo a partire dal lunedì sera post-elettorale.
 

15 aprile 2013

Contro Matteo Renzi. Ovvero: Iddio ci scampi dal Kennedy fiorentino

di Marco Mancini
Avevo in mente un articolo del genere già da qualche giorno, o settimana, o mese: da quando, insomma, Matteo Renzi è assurto a nuovo “uomo della Provvidenza” per un’ampia fascia di opinione pubblica italiana, anche di centro-destra. “Oh, quanto è bello Renzi!”, “Oh, quanto è bravo Renzi”, “Oh, se Renzi fosse nel centro-destra!” (variante: “Ah, se ci fosse un Renzi di destra!”), “Oh, se il centro-sinistra avesse candidato Renzi”. Un florilegio di elogi dal quale io, che sono bastian contrario per natura, ho inteso subito distinguermi.
 

03 novembre 2012

Una Crocetta sulla scheda, perché "tutto rimanga come è"

di Valentina Ragaglia

«So che appare mostruoso e, a dire il vero, anche incredibile, che uomini con qualche pretesa di definirsi istruiti sostenessero seriamente che il più stabile e ragionevole metodo di governo stesse nell'estensione del diritto di voto - cioè, nel sovvertire tutto l'ordine eterno e logico delle cose, e permettere all'inesperto di governare l'esperto, e all'ignorante e al mal informato di controllare coi loro voti - ovvero, col puro peso dei numeri - l'istruito e il ben informato. Ma fu così.»
(R. H. Benson - L'alba di tutto)

Ed è proprio così che il 28 ottobre, ad urne chiuse, i risultati della breve tornata elettorale siciliana (nelle precedenti elezioni si era votato anche di sabato) decretano la vittoria, definita addirittura storica, del Partito Democratico alleato con l’UDC. Festeggiamenti, canti di vittoria, pugni alzati, megafoni in bocca che urlano l’arrivo della rivoluzione e del vento di cambiamento.
 

17 luglio 2012

Se anche la Bindi diventa “omofoba”: la lobby gay esce allo scoperto


di Marco Mancini
Mentre il PdL pare in preda a una sorta di cupio dissolvi, tra frettolosi rientri in campo e tentazioni di nostalgici ritorni al passato, il principale partito del centro-sinistra, che dovrebbe approfittarne e fare man bassa alle prossime elezioni, non sembra passarsela tanto meglio.