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29 gennaio 2026

Cattolici per il SI



di Paolo Maria Filipazzi

Si avvicina la data del 22 marzo, giorno in cui si voterà per il referendum confermativo della riforma costituzionale che modifica la nostra carta fondamentale negli articoli 102-106, ridisegnando gli assetti della magistratura e in particolare introducendo la “separazione delle carriere”.

Si tratta di un tema che non va a toccare direttamente aspetti di etica e di morale: insomma, è lecito per un cattolico, in materia, votare come più gli aggrada.

Ovviamente, però, le voci “ufficiali” del mondo cattolico italiano, non potevano esimersi dall’inopportuno che da anni contraddistingue la loro azione pubblica. E così il cardinal Zuppi, accompagnato da Avvenire, Famiglia Cristiana e tutta la compagnia, ha ovviamente fatto il suo endorsement per il NO, vale a dire ha sposato la linea del PD, partito di cui la Conferenza Episcopale Italiana, ormai da diversi anni, con poche lodevoli eccezioni, è poco più che una sigla fiancheggiatrice.

Ovviamente Zuppi, in quanto cittadino italiano con diritto di voto, ha il diritto di pensare ciò che vuole e di dire ciò che pensa, così come l’hanno i redattori della stampa fu cattolica. Tuttavia, questa entrata a gamba tesa laddove sarebbe stata saggia la terzietà finisce, per l’ennesima volta, per creare un equivoco, facendo passare l’idea fasulla che la posizione di costoro sia “la posizione della Chiesa” e che quella per il no sia una “battaglia cattolica”, cosa che non è.

Altrettanto ovviamente, Campari&de Maistre invita tutti a votare a costo di farsi portare in barella e di votare SI.

A tal proposito, segnaliamo la costituzione del “Comitato cattolici per il SI”, le cui argomentazioni sono tali da fare emergere ancora di più come le uscite del cattolicesimo “istituzionale” siano da rispedire al mittente.

L’avvocato Domenico Menorello, membro del comitato, così spiega: “Nell’approfondire in questi anni il tratto del “cambio d’epoca” (Francesco) abbiamo varie volte individuato nella magistratura ideologizzata, non certo in tutta la magistratura, la ricorrente fonte creativa di atti che hanno sospinto una vera e propria trasformazione antropologica in tanti temi sensibili, dal gender alla maternità e alla genitorialità fino alle questioni del c.d. ‘fine-vita’. 
Si tratta di pretese di certa magistratura che, al di là dal merito, si collocano oltre la legge e sostituiscono la volontà popolare rappresentata dal parlamento, condizionando la mentalità di tutti. Va allora riparato il vulnus alla libertà del popolo italiano e alla libertà di ciascuna persona. Spesso parte della magistratura ha preteso e pretende che un potere dello Stato venga finalizzato non alla funzione che gli è propria, cioè ‘il dare a ciascuno il suo’, bensì a obiettivi ideologici che si sono diretti contro una tutela integrale della vita fragile.
È una concezione errata della giustizia, che ha avuto bisogno di un CSM a guida politica per supportare determinate linee interpretative della giurisdizione, che ha avuto necessità di ritenere ‘sovrani’ i magistrati, dando avvio a una larga autoreferenzialità e alla confusione fra carriere di giudici e PM. La riforma costituzionale votata dal Parlamento il 30 ottobre 2025 va sostenuta non tanto per i dettagli della proposta, ma perché viene affrontato di petto il grave problema strutturale di questa sbagliata idea di Giustizia, contestando la pretesa di finalizzazione ideologica della stessa e di prevaricazione sugli altri poteri democratici e dunque sul popolo.
In questo senso, vanno nella giusta direzione il superamento di un CSM appannaggio delle correnti, la separazione costituzionale delle carriere giudicanti e inquirenti, la liberazione del giudice da influenze improprie provenienti anche dall’interno della stessa magistratura, sottoponendo a responsabilità ogni magistrato attraverso il giudizio di una alta corte autonoma e indipendente, perché nessuno sia al di sopra della legge. Vorremmo dare un contributo costruttivo, perché l’occasione del referendum non coincida con nessun’altra logica di contrapposizione politica, ma sia una vera occasione di dialogo solo sui contenuti e sul significato della Riforma nel Paese, dunque sul senso stesso della Giustizia, ma anche per sottolineare la necessità di magistrati dediti esclusivamente alla loro vocazione istituzionale, senza la quale non si dà nemmeno alcuna società civile.”

In prossimi articoli approfondiremo ulteriormente il tema, ma crediamo che questo sia già sufficiente per iniziare a rendersi conto che la battaglia per il SI rappresenti un passaggio strategicamente decisivo anche per la buona battaglia.

 

09 dicembre 2016

Il “Renzi della Mancia”: l’avventura dei mille giorni del renzismo


di Giorgio Enrico Cavallo

Il 4 dicembre è naufragato il progetto di cambiare l’Italia a suon di mance, prebende e regalie varie. Matteo Renzi, il premier della fuffa fattasi istituzione, ha mollato lì baracca e burattini e ha pensato: «Sti bischeri non hanno approvato la riforma della Costituzione, ora son uccelli amari e se li pigliano tutti loro». Fortuna che Mattarella gli ha ricordato che non si può piantare in asso un esecutivo che sta per varare la legge di Bilancio. Ma la sbruffonata di mollare di punto in bianco i conti del renzismo al primo che passa – e, allo stato attuale, chissà chi sarà – è perfettamente in linea con le sbruffonate di questo governo, che si è retto per due anni e mezzo (mille giorni) su stampelle dal valore di 80 euro l’una.
Cominciamo dal “mitico” bonus Renzi, quello che garantì al premier ormai dimissionario la bulgara maggioranza del 40% alle europee del 2014. Una vera mancia, inizialmente introdotta in via temporanea tra maggio e dicembre 2014, e poi confermata a regime omnia sæcula sæculorum. Gli 80 euro di credito Irpef che il datore di lavoro riconosce in busta paga ai lavoratori dipendenti hanno mandato gli italiani in visibilio per il Matteo nazionale, tanto che il premier, galvanizzato, ha deciso di replicare la formula degli 80 euro declinandola a seconda delle necessità e dei ruoli. Ad esempio, regalandoli anche alle forze dell’ordine: poliziotti, carabinieri, capitaneria di porto e vigili del fuoco possono quindi godere della lauta mancia di stato. Quindi, a ridosso della fatidica data del 4 dicembre, ecco la tanto attesa mancetta anche alla coccolata casta degli statali: 85 euro – evidentemente, 80 euro iniziavano ad essere pochi – di aumento medio pro capite.
80 euro finiscono in saccoccia anche per i neo-genitori con Isee inferiore a 25mila euro. Sulla stessa scia, anche il bonus mamme da 800 euro e quello di 1000 euro per gli asili nido. Che – intendiamoci – è meglio che un pugno sui denti ed è forse quanto di meglio questo governo ha saputo fare in tema di aiuto alla famiglia, dopo averla presa a cazzotti in ogni modo immaginabile. Ma nulla toglie che – specie dopo i cazzotti di poc’anzi – questi bonus altro non siano altro che un contentino, dietro al quale c’è scritto: “vota Pd” o, se leggi meglio: “vota Renzi”.
Il variegato fronte della cultura è forse quello dove il premier si è divertito di più ad infilare prebende e regali ad ufo. Si va dal bonus di mille euro per comprare strumenti musicali nuovi, destinato agli studenti dei conservatori all’onnicomprensivo bonus diciottenni, che consente di schiudere le porte della cultura (ma non c’erano già le scuole statali?) ad una mandria di ragazzi che, altrimenti, resterebbero privi di libri, spettacoli teatrali, concerti, musei et similia. Ovviamente, non è specificato per quali libri e quali mostre spendere il proprio bonus: viene il sospetto, dunque, che i 500 euro serviranno per comprare l’ultimo libro della enne-logia di Harry Potter o per pagarsi il concerto del cantatorucolo di turno. Almeno il bonus docenti sarà più… decente? Mah: a leggere il sito dedicato alla “carta del docente”, sembra che la regalia di 500 euro per tutti i docenti di ruolo possa servire tanto per l’acquisto di libri quanto per l’ingresso al cinema; e nonostante la settima arte sia oggi elemento centrale della cultura pop, mi sfugge perché i diciottenni e gli insegnanti debbano andare al cinema pagati da noialtri: da che mi ricordi, a scuola non c’era l’ora di “storia del cinema”. Misteri del renzismo.
Questa pioggia di prebende, di regali, di bonus, di elargizioni completamente gratuite, date con la sola giustificazione di esistere su questa Terra e di essere parte di una determinata categoria, è la caratteristica più macroscopica della forma mentis di Renzi: un premier visibilmente incapace di risolvere i problemi del paese, tanto che ne ha creati di nuovi – sarebbe bello capire se e come il bilancio statale potrà assorbire, a lungo andare, tutto questo effluvio di regali – e che è rimasto in sella per due anni e mezzo grazie al più becero clientelarismo della storia italiana. Nemmeno i bistrattati governi della Democrazia Cristiana erano arrivati a tanto.
Eppure, le prebende fanno comodo a tutti: evidentemente, il buon Renzi avrà aiutato gli italiani ad uscire dalla crisi. Mah. Per uscire dalla crisi economica non bastano 80 euro qui e là: i regali del premier sono semplici rattoppi, che non rispecchiano nessuna strategia politica seria di rilancio nazionale. Ne è prova che ad essere esclusi dal “mitico” bonus Renzi sono tutti quelli che sono esclusi dal già di per sé “mitico” posto fisso: disoccupati, collaboratori occasionali, ex co.co.pro., job on call, voucheristi e chi più ne ha, più ne metta. Questo esercito silenzioso di “pseudo-lavoratori” sottopagati, privati di diritti, di tutele e pure della dignità, sono il grave peso che si trascina dietro non solo il nostro paese, ma tutto l’Occidente. Un esercito di uomini e di donne che sgobbano come muli per arrivare a prendere 500 euro mese: per loro, le regalie di 80 euro non ci sono; e non sono previste perché lo Stato non ha mai fatto niente per loro, per gli emarginati. Anzi, recentemente lo Stato italiano ha contribuito a crearli, gli emarginati dal mondo del lavoro – per chi ha memoria breve, citofonare a casa Fornero, ultimo piano, superattico con vista – aggravando una crisi che sembra destinata a non finir mai.
Eppure, basterebbe che il nostro presidente dimissionario smetta di essere cattolico a parole ed inizi ad esserlo nei fatti. Non dare la giusta mercede al lavoratore è peccato talmente grave che grida vendetta al cospetto di Dio: chi governa dovrebbe evitare che avvengano fenomeni di sfruttamento – per chi ha memoria corta, citofonare ad un qualunque pedalatore di Foodora – non solo con l’attività di vigilanza, ma anche promuovendo leggi che incentivino la giusta retribuzione e la dignità del lavoratore. No, le mance elargite a chicchessia non sono una cura: sono una risposta non solo inadatta ma anche dannosa, perché non solo non corrispondono alla giusta mercede ma instillano il pericoloso principio che il bonus spetti di diritto, solo perché si fa un certo lavoro. Insomma, il peggior retaggio dell’assistenzialismo di sinistra unito al peggiore frutto del capitalismo terminale, per cui il cittadino è solo consumatore e deve comprare ora, subito, immediatamente, appena presa la mancia che gli spetta di diritto per le sue spese.
È tutto così assurdo che anche il popolo ha capito che le paghette di Renzi non erano più accettabili: l’intima convinzione di ciascuno è che per vivere serva lavoro – lavoro vero – non un suo surrogato. Non una mancetta una tantum. Le prebende sono state delle toppe con la faccia di Renzi, da mettere su una stoffa troppo logora per poterle sostenere. E c’è da sperare che questa stoffa non si strappi del tutto, ora che il sarto è fuggito davanti alle sue responsabilità, lasciando ad altri l’ingrato compito di risolvere dei problemi ogni giorno più grandi.
 

07 dicembre 2016

Vittoria del no. Possibili conseguenze


di Niccolò Mochi-Poltri

Dall'esito del referendum costituzionale dello scorso 4 dicembre la maggioranza dei commentatori sembra essere stata capace di ricavare puntuali e precisi segnali per divinare i futuri prossimi scenari politici italiani. Al contrario, a noi quell'esito ha lasciato molti dubbi e perplessità che ci hanno suggerito di adottare un atteggiamento di maggiore prudenza, non tale naturalmente da frenare l'entusiasmo per la vittoria del "NO", ma che comunque ci riconduca alla necessità di non indugiare nei festeggiamenti per avvantaggiarci piuttosto nell'organizzazione di un più o meno prossimo avvenire.
I nostri dubbi e le nostre perplessità derivano dalla pur banale constatazione che dietro all'ampio margine di successo del "NO" a fronte di una partecipazione elettorale tra le più alte dell'età repubblicana, se non la più alta in assoluto, si celano ragioni di ordine e grado diverse e talvolta confliggenti, che davvero, ahimè, sono andate a comporre un'accozzaglia difficilmente districabile, cosicché la riduzione ai minimi termini della questione nella sua complessità all'alternativa tra "SI" e "NO" sia quantomai poco eloquente. Se proviamo infatti a farne un elenco, potremmo dire che l'ampia vittoria del "NO" può significare, allo stesso tempo: 1) un rifiuto della riforma nel suo merito, cioè nella varietà dei cambiamenti che avrebbe apportato alla Costituzione 2) un rifiuto della riforma nella sua ratio formale, cioè perché scritta male 3) un rifiuto della riforma in quanto illegittima, poiché elaborata e proposta da un governo creato a tavolino e non passato dalle elezioni 4) un rifiuto verso la possibilità stessa di modificare una Costituzione assurta ad idolo e come tale venerata 5) la volontà di screditare il governo che questa riforma ha elaborato e voluto, vuoi perché considerato illegittimo, vuoi perché considerato inetto 6) la volontà di screditare il capo del governo, nel caso in questione Matteo Renzi, che più d'ogni altro ha voluto questa riforma, alla quale ha più volte ribadito di legare il proprio destino politico 7) la volontà di screditare quel modello politico che Matteo Renzi incarna, e che per comodità chiameremo "renzismo" 8) la volontà di combattere contro quello che viene percepito come il "sistema" tout-court, che a questa tornata elettorale si presentava nei panni del "SI". Se questo può essere considerato in linea di massima l'elenco delle possibili ragioni che hanno indotto l'elettorato a propendere per il "NO", diventa abbastanza semplice intravedere dietro ad ognuna di esse, o a più d'una, la consistente presenza di specifiche istanze politiche e, di conseguenza, di specifici partiti di riferimento. Ma ciononostante resta impossibile stabilire con un'approssimazione accettabile ed utile quali siano quelle ragioni - e quindi quelle istanze politiche e quindi quei partiti - che più delle altre hanno permesso di conseguire quel risultato, e di conseguenza resta impossibile scoprire quali potrebbero essere le forze politiche così premiate indirettamente dall'elettorato.
Tuttavia, riteniamo importante soffermarci con più attenzione sulle ragioni 6 e 7, che consideriamo quantomeno le più pregnanti nell'economia della nostra analisi sull'esito del referendum, non foss'altro perché sono considerate quelle "ufficiali", proposte all'attenzione dell'elettorato dallo stesso Matteo Renzi, il cui peccato originale, nello specifico di questa riforma costituzionale, che poi si è sempre riproposto durante tutta la campagna elettorale, è consistito appunto nella personalizzazione della riforma. Dunque la domanda che dovrebbe a questo punto suscitare il maggior interesse ed urgenza sarebbe: la sconfitta subita da Matteo Renzi ha segnato anche la sconfitta del modello politico renziano oppure quest'ultimo è riuscito a sopravvivere e ad emanciparsi da colui che, se non suo immediato artefice, è comunque stato la sua migliore incarnazione? Ora, a questa domanda dal valore tanto fondamentale per il prossimo avvenire politico dell'Italia, non è possibile offrire una risposta sufficientemente valida, proprio per quei motivi di cui parlavo prima riguardo alle ragioni del "NO", cioè che sono molte, diverse, talvolta confliggenti e comunque distribuite secondo proporzioni incerte.
Ma, se giunti a questo punto dell'analisi non è possibile procedere oltre, ciò non significa che sia legittimo disubbidire alla sempre valida legge di civiltà per cui la Storia la fanno i vincitori: ora, tra i vincitori di questa elezione referendaria ci sono sicuramente anche quei partiti che da diverso tempo a questa parte, pur in maniera diversa, erano stati messi in ombra dallo scontro a due tra PD e M5S. Ebbene, spetta a loro nel prossimo futuro il compito di offrire una risposta a quella domanda, e l'unico modo per riuscire in ciò sarà decidere se porsi in relazione al modello politico renziano con intento emulatorio e mimetico oppure con intento emancipatorio ed antagonista, ovvero esercitarsi nell'elaborazione di un modello alternativo che possa esser proposto nell'agone politico, e scontrarsi vittoriosamente con gli avversari in una elezione che personalmente auspicheremmo svolgersi non presto né tardi, ma quando certe condizioni, ad incominciare dal sistema elettorale, saranno adeguate.

 

Ma il vero sconfitto è Napolitano


di Giuliano Guzzo

Fedele a se stesso fino all’ultimo, Matteo Renzi ha voluto caricarsi sulle spalle la batosta referendaria congedandosi con una frase dalla parvenza eroica – «sono io che ho perso» – ma in realtà menzognera. Proprio così: una balla, l’ennesima. Auspicabilmente l’ultima. Infatti, anche se si è speso (ed ha speso, come ben documentato da La Verità) senza riserve in favore della riforma Boschi-Verdini, il primo destinatario dell’ondata di No uscita dalle urne non è l’ex Sindaco di Firenze bensì un altro signore, il quale in queste ore se ne sta sapientemente defilato, vale a dire un certo Giorgio Napolitano. E’ un’osservazione già fatta da altri, tra cui Marco Travaglio, e pare sacrosanta anche perché comprovata da una serie notevole di elementi.

Tanto per cominciare, è lo stesso Renzi ad aver in più occasioni evidenziato come, convocato al Colle in occasione della sua ascesa a Palazzo Chigi, avesse ricevuto da Re Giorgio chiare direttive non solo sulle priorità del nuovo esecutivo ma proprio sulla necessità di promuovere una riforma della Carta. In secondo luogo, a conferma di ciò, durante la campagna referendaria si è in più passaggi potuta riscontrare una singolare convergenza tra le dichiarazioni dell’ex inquilino del Quirinale e quelle del Presidente del Consiglio. Accadeva cioè che Napolitano rilasciasse una dichiarazione a favore del Sì al referendum, ed ecco che poche ore dopo Renzi rilanciava con parole sue le stesse cose parendo, a tratti, quasi radiocomandato. Impressionante.

Proprio come impressionante è stata la mobilitazione di questo signore che, ad anni 91, ha dato fondo a tutte le energie – con interviste e interventi vari – per una riforma della Costituzione discutibile sotto tanti punti di vista. La prova provata, insomma, che la cosa gli stava enormemente a cuore. E qui, se volete, sorge un piccolo grande enigma: come mai? Perché? Quale la ragione per cui un politico di lunghissimo corso, con tutta la possibilità di godersi la vecchiaia, ha scelto di spendersi anima e corpo per una revisione della Costituzione, propiziando perfino la nascita un apposito governo che la varasse? Qui le ipotesi sono sostanzialmente due. La prima è quella secondo cui l’ex inquilino del Colle, nonostante l’età, arde ancora di passione politica.

Una passione tale che l’avrebbe spinto nella direzione che si è detto. Se le cose stanno così, tanto di cappello a Napolitano, al quale tutti dovrebbero riconoscere l’onore delle armi. C’è però anche una seconda ipotesi circa i motivi della sua mobilitazione, ed è assai meno rassicurante. L’ipotesi infatti è che, come Renzi, pure lui stesse se non eseguendo ordini, quanto meno soddisfacendo desiderata altrui. Di chi, vi chiederete. Eh, domandona da un milione di dollari. Forse dietro a tutto vi sono gli stessi ambienti che hanno preparato ed eseguito, nel 2011, la caduta di Berlusconi e che l’altro giorno hanno spinto nella battaglia referendaria Romano Prodi, un altro che aveva provato a restarne fuori e ne avrebbe avute, del resto, tutte le ragioni. Ma questa è naturalmente solo una ipotesi.

E per capire come stanno davvero le cose, a questo punto, non si può fare altro che osservare non tanto Renzi e Napolitano, i quali è verosimile ora se ne stiano in disparte per un po’, bensì quanto accadrà a Palazzo Chigi e dintorni. Se infatti vi sono poteri desiderosi di allungare le mani sull’Italia, poteri talmente articolati da controllare le istituzioni e da tenere al guinzaglio il mondo dell’informazione, che durante la campagna referendaria ha dimenticato, con poche virtuose eccezioni, il significato della parola imparzialità, potete star certi che ci riproveranno. Nel frattempo, credo sia doveroso e salutare godersi per qualche giorno gli esiti del voto di domenica, che comunque la si pensi è stata una grande festa della democrazia. L’ennesima, dopo la Brexit e la vittoria di Donald Trump, in questo 2016 che per alcuni, potete scommetterci, è ormai un incubo.

https://giulianoguzzo.com/2016/12/06/ma-il-vero-sconfitto-e-napolitano/

 

06 dicembre 2016

Molti combattenti e un fronte solo, il NO vince


di labaionetta

Ha vinto il NO, e con una percentuale che onestamente non mi aspettavo - avrei scommesso un NO al 52, 53% - ma va bene anche il 60, intendiamoci.

Ha vinto quella parte di popolazione che non vuole un sistema veloce ma uno Stato che sa in che direzione andare, che vuole tenere conto delle minoranze e che non vende i principi su cui è stata costruita la nostra Costituzione, come gli articoli 3, 19 e 21 sulla dignità della persona, la possibilità di esprimere le proprie idee, la propria Fede, gli articoli 29, 30 e 31 sulla famiglia, il 118 sulla sussidiarietà, per qualche punto di spread.

Ha vinto chi ritiene che nella nostra Costituzione sia insita una visione antropologica, religiosa e filosofica che è la più ragionevole.

Ha vinto l'informazione fatta dal popolo e per il popolo, perché non è vero che l'opinione te la formi da solo leggendoti la norma (perché la riforma era illeggibile) ma occorre un continuo confronto e paragone con chi è autorevole nei giudizi. Pensando a quali sono state le voci del SI: giornali, televisioni e politici internazionali; e chi ha dato voce al NO: piccole ma diffusissime manifestazioni, volantini, il mondo cattolico (quello che ci capisce qualcosa sia chiaro) e il mondo di internet tanto criticato e disprezzato ma che si preoccupa di fare informazione; viene da pensare che la voglia di capire e informarsi c'è e che la maggior parte degli italiani vogliono incidere nella società.

Due sono le categorie di persone su cui vorrei focalizzare l’attenzione:
- la prima sono i tanto criticati giovani, quelli che non si interessano e non si informano, è sufficiente guardare questi numeri per capire che non è così.
La parte giovane dell'Italia ha lavorato molto con i vari comitati, uno su tutti gli Studenti per il NO, si è informata e ha preso una decisione.
- la seconda sono i cattolici, che tanto si sono impegnati nel controllare cosa ha fatto Renzi in questi mille giorni di governo.
Alcuni cattolici “alla Renzi” hanno votato SI in preda al “bello di guardare oltre” e al “dialogo”, molti altri, quelli che possono essere rappresentati dalla piazza del FamilyDay hanno votato e fatto campagna per il NO, andando in giro a spiegare cosa veramente era scritto nella Riforma.
Chiaramente la piazza non è solo mondo cattolico ma chiunque sia dotato di ragione, credenti e non credenti, che han condiviso le istanze a cui hanno dato voce chi ha organizzato e riempito gli incontri di piazza, alcuni di questi stanno pensando ai palazzi e altri no… vedremo.
Vi sono stati anche piccoli-grandi protagonisti come DNF, Sentinelle in Piedi, MCL, famiglie per il NO e molti altri, piccole forze che si sono ritrovate a combattere sullo stesso fronte con molti altri.

Rimane il dato che ora tutti vogliono accaparrarsi la fetta più grossa di questo 60%, bisogna capire se questa vittoria così schiacciante darà il coraggio a queste forze politiche di non dare la fiducia ad un governo tecnico che sicuramente verrà proposto, concedendo il tempo di fare la legge di stabilità e la legge elettorale, oppure se faranno i cattivi fino alla fine. Se il NO si fosse fermato al 52% non avrei avuto dubbi… ma l’ipotesi “cattivi fino alla fine” mi sembra richieda troppo coraggio.

Ad adesso c'è una legge di bilancio fatta di una tantum sulle entrate e di aumenti strutturali di spesa che non è stata approvata dall'Europa (forse alla fine verrà approvata proprio per non aggiungere altra instabilità) che va portata a termine e una legge elettorale che, allo stato attuale, è un proporzionale puro per entrambe le camere (pare). I 5 stelle vogliono usare “l'italicum corretto”, qualcun’altro parla di consultellum. Vedremo.

Il fatto è che noi non abbiamo problemi se il governo cade ogni due anni, a patto che questo rappresenti in modo reale la popolazione dello Stato. Non ci interessano mille mila leggi che regolamentino ogni aspetto della vita ma ne vogliamo poche, ben scritte e che lascino la massima libertà di iniziativa al singolo. Queste e molte altre cose erano soffocate e rese con la minima incidenza possibile all'interno della riforma proposta (il Senato come era disegnato e il combinato disposto non avrebbero mai rispecchiato il sentire comune); la riforma è stata fermata, e questa è una cosa buona, ora però bisogna rendere reale tutto ciò.

Intanto abbiamo un bell'annetto di respiro per quanto riguarda la battaglia sulle questioni antropologiche in cui possiamo costruire qualcosa di concreto e poi si vedrà.
 

02 dicembre 2016

Sulla Costituzione solo «riforme condivise». Chi lo diceva?


di Giuliano Guzzo

«La Costituzione repubblicana, nata dalla Resistenza antifascista, è il documento fondamentale dal quale prendiamo le mosse. La Costituzione non è una semplice raccolta di norme: oggi non meno di ieri è la decisione fondamentale assunta dal popolo italiano sul come e sul perché vivere insieme. È il più importante fattore di unità nazionale e di integrazione sociale, proprio in quanto assicura il consenso della comunità sui princìpi della convivenza al suo interno e permette di dirimere i conflitti di opinioni e di interessi.
Il Partito Democratico riconosce i valori che ispirano la Carta costituzionale, unitamente a quelli della Carta dei diritti umani fondamentali dell’Unione Europea e della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite, e li assume come princìpi validi per tutti, al di là delle disuguaglianze legate alla nascita, all’educazione, al reddito e alle condizioni individuali.
La sicurezza dei diritti e delle libertà di ognuno risiede nella stabilità della Costituzione, nella certezza che essa non è alla mercè della maggioranza del momento, e resta la fonte di legittimazione e di limitazione di tutti i poteri.
Il Partito Democratico si impegna perciò a ristabilire la supremazia della Costituzione e a difenderne la stabilità, a metter fine alla stagione delle riforme costituzionali imposte a colpi di maggioranza, anche promuovendo le necessarie modifiche al procedimento di revisione costituzionale. La Costituzione può e deve essere aggiornata, nel solco dell’esperienza delle grandi democrazie europee, con riforme condivise, coerenti con i princìpi e i valori della Carta del 1948, confermati a larga maggioranza dal referendum del 2006».

Chi diceva, secondo voi queste parole? Massimo D’Alema? Bersani? Qualche ostinato dissidente del Partito Democratico? No, il manifesto del PD del 2008! Qualcuno lo ricordi al segretario attuale del Partito e a quelli che promuvono una riforma non solo fatta a colpi di maggioranza, ma pure imbarcando gli Alfano e i Verdini. Da brividi.

https://giulianoguzzo.com/2016/12/02/sulla-costituzione-solo-riforme-condivise-chi-lo-diceva/
 

01 dicembre 2016

Pioggia di ricatti. Ma non si doveva discutere del «merito» della riforma?


di Giuliano Guzzo
Se vince il No, governi tecnici in vista. Se vince il No, ben otto banche italiane rischiano di fallire. Se vince il No, l’Italia finisce dritta dritta nelle mani di uno, Grillo.  Il variegato fronte a favore della riforma costituzionale Boschi-Verdini, dopo averci tartassati sulla necessità di valutare nel «merito» il provvedimento su cui domenica saremo chiamati a pronunciarci, ormai da giorni – è palese – ha scelto di giocarsi la squallida carta del ricatto. Il che dovrebbe far riflettere tutti quanti, e parecchio, sul fatto che questa riforma, venduta come talismano del cambiamento e che piace da matti Matteo Renzi come al ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schaeuble, – tutta gente, fateci caso, mai eletta dal popolo italiano , prima che su ragioni poggi su interessi.
Quali interessi, vi chiederete. Per esempio quelli delle banche. Oh, dirà qualcuno, ecco il solito complottista. Ecco, prima di pensare una cosa simile leggetevi bene le sedici pagine del documento del maggio 2013 della J.P. Morgan (banca il cui consulente, Tony Blair, è stato casualmente ricevuto a Palazzo Chigi da Renzi e Ministri) sulla situazione economica dell’Europa – laddove, parlando anche dell’Italia, si lamenta l’esistenza di «poteri esecutivi deboli» e «stati centrali deboli rispetto alle regioni», presunti “problemi” affrontati dalla riforma Boschi-Verdini -, poi ne parliamo. Del resto, lo stesso martellante ricorso ai ricatti di queste ore per far passare questa riforma dimostra che gli interessi superano di gran lunga le ragioni. Direi, quand’anche la riforma contenesse qualche passaggio condivisibile (in oltre 40 articoli riformati, non lo si può escludere), che è quindi un ottima ragione per bocciarla, non vi pare?
 

28 novembre 2016

Votare No per difendere quel che resta della Patria


di Marco Muscillo

Lungi da me far l’elogio della Costituzione “più bella del mondo”, o gridare al pericolo autoritario che la riforma costituzionale scritta dal PD può costituire. A me personalmente (ma credo anche a voi) le Costituzioni non mi hanno mai fatto né caldo e né freddo, anche se nella mia vita sono stato di tutto, da neofascista, a berlusconiano, a rosso-bruno, a comunista, ad anarchico. Cercavo un’appartenenza, cercavo la Giustizia, cercavo la Verità. Ora che ho trovato Cristo “Via, Verità e Vita”, della Costituzione me ne importa ancor meno di prima: io sono per il Trono e per l’Altare, per la Regalità sociale di Cristo Re dell’Universo.
Tuttavia, vorrei in queste righe dire la mia sul perché è necessario andare a votare No il prossimo 4 dicembre. L’unico motivo per il quale trovo fondamentale che la riforma di Renzi venga stracciata è uno solo: affinché questo Stato italiano non svenda quel briciolo di sovranità che gli è rimasta.
Già nella relazione introduttiva del Disegno di Legge Costituzionale del 8 aprile 2014 si legge che uno dei motivi fondamentali per cui la riforma si rende necessaria è che:

“Lo spostamento del baricentro decisionale connesso alla forte accelerazione del processo di integrazione europea e, in particolare, l’esigenza di adeguare l’ordinamento interno alla recente evoluzione della governance economica europea (da cui sono discesi, tra l’altro, l’introduzione del Semestre europeo e la riforma del patto di stabilità e crescita) e alle relative stringenti regole di bilancio (quali le nuove regole del debito e della spesa); le sfide derivanti dall’internazionalizzazione delle economie e dal mutato contesto della competizione globale”

Bisogna tenere conto anche che questa riforma costituzionale è la continuazione del processo iniziato con l’approvazione della legge costituzionale 1/2012 durante il governo Monti, la quale legge introdusse in costituzione il principio del “pareggio di bilancio”. Quella modifica, seguiva in toto le indicazioni contenute nella lettera della BCE inviata al governo Berlusconi nel 2011 dove, tra le altre cose, si diceva che: “sarebbe appropriata anche una riforma costituzionale che renda più stringenti le regole di bilancio”. Le legge costituzionale 1/2012 andò già a modificare sensibilmente la Costituzione italiana agli articoli 81, 97, 117 e 119, articoli che nella nuova riforma, riguardo al principio ispiratore, sono rimasti sostanzialmente gli stessi.
Introdurre il principio del pareggio di bilancio significa praticamente andare a scardinare l’impostazione economica della Costituzione italiana del 1948. Come sappiamo, essa fu un compromesso tra la Dottrina Sociale della Chiesa, seguita dalla Democrazia Cristiana e le istanze socialiste del Partito Comunista. Il risultato fu una Costituzione garante dei diritti sociali e dell’intervento statale in economia. Per fare questo, era necessario che lo Stato potesse fare un forte disavanzo di bilancio, coadiuvato da una politica di monetizzazione del debito pubblico da parte della Banca Centrale, che fino al 1981 era sotto il controllo del Ministero del Tesoro.
Ora, le restrizioni alla politica di bilancio vanno ad intaccare anche i cosiddetti “principi fondamentali”, che in teoria non potrebbero essere modificati, ma che di fatto non contano più nulla perché, se già all’art.1 si sancisce che “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro” e quindi si dice in pratica che scopo della Repubblica è il perseguimento dell’obiettivo della piena occupazione, questo obiettivo non può essere perseguito senza il supporto di una politica espansiva dello Stato, che ora invece privilegia il rigore dei conti e la stabilità dei prezzi.
La riforma costituzionale di Renzi aggiunge a tutto ciò la cessione completa della sovranità politica del nostro Paese agli interessi dell’Unione Europea e della finanza internazionale.  Le modifiche più significative sono riscontrabili all’art.55, secondo il quale:
“Il Senato della Repubblica rappresenta le istituzioni territoriali ed esercita funzioni di raccordo tra lo Stato e gli altri enti costitutivi della Repubblica. Concorre all’esercizio della funzione legislativa nei casi e secondo le modalità stabiliti dalla Costituzione, nonché all’esercizio delle funzioni di raccordo tra lo Stato, gli altri enti costitutivi della Repubblica e l’Unione europea. Partecipa alle decisioni dirette alla formazione e all’attuazione degli atti normativi e delle politiche dell’Unione europea”
e all’art.70, secondo il quale:
“La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere […] per la legge che stabilisce le norme generali, le forme e i termini della partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione europea”

Cosa implica tutto questo? Viene in pratica sancito costituzionalmente il principio del “vincolo esterno”, con uno spostamento della governance dal piano nazionale a quello sovranazionale e europeo. Di fatto è una piena cessione di sovranità.
 Lo spiega meglio il giurista Luciano Barra Caracciolo nel suo blog:
“Come rendersi conto della €uropean connection, ve lo indico in una breve sintesi suddivisa in semplici steps:

a) prendete il testo della riforma costituzionale col raffronto del testo originario della Costituzione del 1948;

b) verificate il testo dei "nuovi" articoli artt. 55 - "Le Camere": cioè conformazione, struttura e "mission" istituzionale delle Camere - e 70 - "La formazione delle leggi": cioè procedure e contenuti generali, ma anche "tipizzati", della funzione legislativa, ripartiti per competenze tra le due "nuove" Camere; e quindi definizione delle procedure in base a cui, certe leggi, con certi contenuti, devono esserci immancabilmente, violandosi altrimenti il dettato costituzionale, sia quanto alla mission che all'oggetto deliberativo delle Camere stesse-;

c) vi accorgerete, dunque, che l'effetto aggiuntivo più eclatante, rispetto alle previsione della Costituzione del 1948 è che "la partecipazione dell'Italia alla formazione e all'attuazione della normativa e delle politiche dell'Unione europea" è divenuta un contenuto super-tipizzato e dunque, potere-dovere immancabile, della più importante funzione sovrana dello Stato (quella legislativa): ergo, la sovranità italiana è, per esplicito precetto costituzionale, vincolata, per sempre, ad autolimitarsi attraverso l'adesione alla stessa UE che, per logica implicazione, diviene un obbligo costituzionalizzato.

d) Non potrebbe dunque non essere, lo Stato italiano, parte dell'Unione, così com'è (dato che la previsione costituzionale non parla di alcuna iniziativa tesa alla revisione e al dinamico aggiornamento dei trattati stessi), altrimenti il parlamento, cioè il teorico massimo organo di indirizzo politico-democratico, non sarebbe in grado di adempiere al suo dovere costituzionalizzato”.

Anche sul piano giudiziario, i contenziosi tra Unione Europea e Costituzione italiana non potranno che risolversi in favore della prima.
Infine, non meno importante risulta essere la modifica del Titolo V, che riporta in seno allo Stato, molte competenze che prima erano attribuite alle Regioni e agli altri Enti locali. Riaccentrare alcune competenze potrebbe essere visto positivamente perché si risolverebbero alcuni contenziosi tra Stato e Regioni che spesso ne hanno complicato la gestione o hanno rallentato le opere pubbliche. Tuttavia, portare in seno allo Stato la competenza di settori quali ad esempio l’energia e le infrastrutture, potrebbe facilitare la privatizzazione delle cosiddette utilities, finora in mano alle Regioni. Queste privatizzazioni rientrano tra le riforme che la BCE chiese all’Italia del 2011 e a quelle richieste da JP Morgan, grande sponsor della riforma costituzionale, che nel 2013 aveva detto che le Costituzioni europee post-belliche, tra cui quella italiana, sono “troppo socialiste” e che quindi si faceva necessario scardinare il sistema di garanzia dei diritti sociali in esse sancite:
“The political systems in the periphery were established in the aftermath of dictatorship, and were defined by that experience. Constitutions tend to show a strong socialist influence, reflecting the political strength that left wing parties gained after the defeat of fascism. Political systems around the periphery typically display several of the following features: weak executives; weak central states relative to regions; constitutional protection of labor rights; consensus building systems which foster political clientalism; and the right to protest if unwelcome changes are made to the political status quo. The shortcomings of this political legacy have been revealed by the crisis. Countries around the periphery have only been partially successful in producing fiscal and economic reform agendas, with governments constrained by constitutions (Portugal), powerful regions (Spain), and the rise of populist parties (Italy and Greece)”.

Per il resto, ci affidiamo nelle mani di Nostro Signore Gesù Cristo, consapevoli che solo da Lui viene l’autorità e solo Lui permette e decide ogni cosa, anche l’esito di un referendum. In ragione di ciò, non vedo l’ora che arrivi il 5 dicembre per non ascoltare più le chiacchiere che si sentono ogni giorno nelle trasmissioni televisive e nei telegiornali.

 

26 novembre 2016

Le bugie del Sì


di Giuliano Guzzo

Al 4 dicembre non manca molto e i promotori della riforma Boschi sono incessantemente all’opera per cercare di convincerci tutti quanti della positività di una revisione costituzionale che – a detta loro – traghetterebbe provvidenzialmente l’Italia verso la sospirata modernizzazione, lasciando così intendere che invece i Padri Costituenti, i quali purtroppo non potevano vantare tra le proprie fila gente del calibro di Verdini, abbiano redatto un testo che, benché rivisto già più di 40 volte in neanche 70 anni (la Costituzione Usa, per dire, è stata ritoccata meno di 30 volte in 240 anni, alla faccia della Costituzione italiana intoccabile e sempre uguale!), sarebbe ormai irrimediabilmente datato. Per convincere il Paese della bontà di questa riforma, i loro promotori ricorrono essenzialmente a cinque argomentazioni la cui solidità, però, lascia davvero a desiderare. Il modo migliore per vederlo è sondare una ad una queste argomentazioni che – come vedremo tra poco – è davvero difficile, per quanta simpatia umana si possa provare verso i suoi proponenti, prendere sul serio.

Minori costi

Votate Sì e avrete risparmiato un sacco di soldi. Quanti? 100 milioni, anzi no 500. «1 miliardo l’anno» ha addirittura favoleggiato il Premier il 31 marzo 2014. Peccato che la Ragioneria di Stato, organo dipendente dalla Presidenza del Consiglio, ha invece stimato i fantastici risparmi in circa 50 milioni, meno di un 1 euro annuo per cittadino. Perché allora si favoleggia di un risparmio decine di volte superiore a quello che sarà? Strano poi che questo Governo abbia tanto a cuore i costi della politica. Strano perché con l’ascesa politica di Renzi, rispetto a quando c’era Letta – come documenta Open Polis – le spese di Palazzo Chigi sono aumentate vertiginosamente (più 100 milioni di euro), non si è messo mano ai vitalizi ai Parlamentari (costano 193 milioni di euro) e ci si è guardati bene dall’accorpare il referendum sulle trivelle ed elezioni amministrative, cosa che ci avrebbe risparmiato tanti soldini davvero (300 milioni di euro). Questo Governo avrebbe avuto insomma molti modi per farci risparmiare parecchi più soldi rispetto a quelli della riforma, i cui futuri risparmi hanno oltretutto un prezzo salatissimo (la perdita del diritto dei cittadini di eleggere i senatori), eppure non lo ha fatto. Come mai?

Leggi più veloci

Votate Sì e avremo – assicurano i promotori della riforma – leggi più veloci. Sì, d’accordo ma ne abbiamo davvero bisogno? La lentezza dei provvedimenti è davvero un problema? Pensando alla Fornero, la famigerata riforma previdenziale del governo Monti, che ottenne il sì definitivo in appena 16 giorni, verrebbe da escluderlo; per cominciare però a farsi un’idea, può essere interessante – pur alla luce delle note difformità tra gli ordinamenti – un confronto tra i principali Paesi europei. Confronto che, sorprendentemente, con le sue 120 leggi all’anno, vede l’Italia primeggiare su Francia (91), Spagna (45) e Regno Unito (42), ed essere superata solo dalla Germania (144) (fonte: Rapporti della Camera dei Deputati, dati dal 1997 al 2013). Nessun ritardo, insomma, nessuna figuraccia europea per quanto riguardo riguarda i tempi dell’iter legislativo. I sostenitori della riforma costituzionale potrebbero però sempre ribattere, correggendo il tiro, che il vero problema, più che i tempi di approvazione delle leggi, è l’estenuante ping-pong che comporta l’assetto bicamerale. Estenuante ping-pong? Preoccupazione quanto meno curiosa se si pensa che, solo in questa legislatura, dal suo inizio al 30 giugno 2016, su 224 leggi approvate a ben 180 di queste, quindi circa all’80%, è toccato un solo passaggio fra Camera e Senato (fonte: Servizio studi della Camera). Dunque, di che stiamo parlando?

Meno burocrazia

Votate Sì – dicono ancora i sostenitori della riforma – e avremo un’Italia con meno burocrazia. Oh, ma che bella promessa: come non aspettare con ansia il 4 dicembre per votare Sì? Peccato che la riforma Boschi affronti e riguardi un sacco di argomenti ma non quello della burocrazia, il cui termine tra l’altro non ricorre neppure una volta nel testo. Come fa dunque una riforma che non affronta una questione a risolverla? Boh. Anche perché la sensazione è che questa riforma costituzionale non semplifichi, ma complichi il funzionamento della macchina statale. Come? Semplice: per esempio moltiplicando le procedure di formazione delle leggi. Infatti, se oggi una legge può essere approvata solo in due modi (approvazione identica in Camera e Senato per quelle ordinarie e quattro passaggi identici, invece, per quelle costituzionale), con la Costituzione 2.0 – a parte le leggi costituzionali e quelle elencate nell’interminabile primo comma dal nuovo articolo 70 – le procedure legislative andranno a moltiplicarsi; c’è chi dice diventeranno 8 e chi 10, il tutto con la vituperata navetta del bicameralismo paritario, che non viene affatto abrogato ma solo ridimensionato, che rimane obbligatoria per oltre venti materie. Alla faccia della semplificazione.

Nessuna deriva autoritaria

Votate Sì tranquillamente – ci viene detto – tanto non esiste alcun pericolo autoritario. Sul serio? Strano perché risulta che questa riforma sia promossa da un Governo guidato da un signore mai neppure eletto parlamentare, asceso a Palazzo Chigi dopo un memorabile e sincerissimo «Enrico stai sereno» e che finora ha chiesto al Parlamento, strozzandone sistematicamente il dibattito, qualcosa come 54 volte la fiducia, record insuperato nella storia dell’Italia repubblicana. Il tutto mentre una serie impressionante di giornalisti di stampa e televisione, tutti guarda caso non entusiasti di questo esecutivo (Bianca Berlinguer, Nicola Porro, Massimo Giannini, Maurizio Belpietro, Alessandro Giuli), subiva avvicendamenti, spostamenti quando non addirittura licenziamenti. Basterebbe questo, a ben vedere, a preoccupare. Aggiungeteci che se questa riforma passa, grazie alla legge elettorale italicum, una maggioranza anche risicatissima avrà saldamente in pugno il Parlamento (basterà la fiducia della Camera, la cui maggioranza si “prenderà cura” dell’opposizione votandone pure lo statuto), e capite bene anche voi che qualche rischio autoritario in effetti esiste.

Senza questa riforma, tutto fermo per 30 anni

Meglio cambiare qualcosa che nulla, altrimenti per 20 o 30 anni non cambierà più nulla, dicono – come ultimo ed estremo argomento – i favorevoli alla riforma Boschi-Verdini. Ora, purtroppo non posso vantare le doti da Nostradamus dei frontisti del Sì – che già sanno tutto, evidentemente, delle prossime Legislature -, perciò mi limito a due rapidi pensieri. Primo: chi l’ha detto sia meglio cambiare qualcosa anziché nulla? Il purchessia, trattandosi di Costituzione e non di regolamento di condominio, non pare esattamente una genialata. Secondo pensiero: perché bocciare questa riforma dovrebbe significare fermare tutto per 30 anni? L’ultimo tentativo di riforma bocciato risale ad appena una decina di anni fa (ed era ancora più vasta di questa), inoltre in 69 anni sono stati modificati 43 articoli della Carta. Perché dunque se diciamo NO a quanto partorito da Boschi e Verdini, dovrebbe automaticamente finire tutto in freezer per generazioni? Mistero. Nel dubbio, dato che questa riforma non piace neppure a chi la sostiene – «Scritta male», ha sentenziato Roberto Benigni, mentre Massimo Cacciari ha parlato di «puttanata di riforma» (La7, 9.5.2016) – sapete che c’è? Voto NO. E invito tutti a votare NO. La Costituzione – e gli Italiani – meritano qualcosa di meglio di questo osceno pastrocchio.


 

18 ottobre 2016

Se CL non si schiera più


di Francesco Filipazzi

Che i vertici di Comunione e Liberazione siano ormai vittima di una deriva negativa e ben lontana dalle intenzioni del fondatore Don Giussani è assodato da alcuni anni. Nessuno ad esempio si aspettava un comportamento diverso da quello tenuto in occasione del Family Day, quando il nuovo "capo" Carron ha snobbato l'evento e preferito mantenere un profilo governativo, mentre invece i suoi militanti si organizzavano per andare a Roma autonomamente da lui. Di fatto ignorandolo.

Rimane però sconcertante che anche in occasione di avvenimenti meno sensibili, i vertici sentano il bisogno impellente di non schierarsi ufficialmente, per evitare di infastidire il potere. Prendiamo il referendum del 4 dicembre. CL in passato ha saputo elaborare proposte politiche di pregio, negli anni di governo e non. Oggi invece gioca al ribasso e non detta la linea, mentre i suoi esponenti di spicco sono in ordine sparso. Da un lato Maurizio Lupi che sostiene il governo e si schiera per il sì, dall'altro Mario Mauro si schiera per il no.

E i militanti? Ancora una volta sono più coerenti dei vertici e mentre al Meeting il parterre dei relatori al riguardo era in maggioranza per il si, soprattutto nell'area giovanile si registrava una propensione per il no.

D'altronde la linea Carron è questa. Non si deve fare egemonia e quindi, giustamente, se "devo nominare un primario, ne nomino uno bravo e non uno di CL", dice il successore di don Giussani, però non si capisce cosa c'entri con l'assenza totale di un'opinione su tutto.

È evidente che lo shock politico portato dal crollo formigoniano ha inciso moltissimo sulla natura di questo movimento ma sarebbe meglio recuperare un po' di coraggio. Pena la scomparsa.


 

13 ottobre 2016

Referendum. Democrazia si o no?

di Giuliano Guzzo

Più scorrono i giorni che ci separano dal referendum sulla riforma costituzionale del prossimo 4 dicembre, più emerge con chiarezza uno scenario che non esito a definire preoccupante, vale a dire il progressivo instaurarsi, nel nostro Paese, di un regime dolce, che anche se non perseguita silenzia, che comanda più che governare e che, se non arriva a sporcarsi le mani con gesti clamorosi e gravissimi, è per il semplice fatto che non ne ha bisogno. A che cosa mi riferisco? Al rafforzarsi, per dirla con le parole di ieri di Massimo D’Alema, politico assai lontano dalla mia sensibilità, di un «blocco di potere» filogovernativo e padrone, tra l’altro, di buona parte del «sistema dell’informazione». Un «blocco di potere» che, se non si hanno i paraocchi, è davvero difficile non notare alla luce dello sbalorditivo allineamento ideologico – che l’approssimarsi al referendum di dicembre sta rendendo chiaro, per non dire lampante – di mondi distinti e teoricamente distanti eppure oggi straordinariamente convergenti; da Confindustria a settori importanti della Chiesa italiana, dalle ambasciate estere, che si concedono ingerenze inaudite, ai canali televisivi sui quali Renzi, negli ultimi giorni, si muove con una frequenza di orwelliana memoria e ripetendo sempre gli stessi slogan, quasi considerasse i telespettatori in difficoltà con l’udito.

Attenzione: non sto affatto, in un eccesso di allarmismo, attribuendo al Presidente del Consiglio la volontaria realizzazione di un progetto dittatoriale, anche perché non sono sicuro che l’ex Sindaco di Firenze, anche ne volesse, sarebbe in grado di concretizzare un simile progetto. Il mio pensiero è differente, volendo essere una segnalazione di qualcosa che sta ancora accadendo e che non è troppo tardi per denunciare. Senza infatti preoccuparmi di individuare burattinai occulti che poi occulti non sono (che l’ascesa a Palazzo Chigi del segretario del PD sia dovuta a Giorgio Napolitano e goda del placet di Washington credo sia, ormai, il segreto di Pulcinella), quello che qui intendo sostenere è che – al di là di chi e quanti siano coloro che siedono nella cabina di regia – ciò a cui in queste settimane stiamo assistendo con colpevole passività non è normale. Per nulla. Non è cioè normale che la quasi totalità della stampa italiana sia, di fatto, favorevole ad un progetto di riforma costituzionale che, nella più rosea delle ipotesi, pare molto discutibile. Non è normale che, nell’indifferenza quasi generale, le poltrone di direttori di giornali ostili al governo – si pensi al caso di Maurizio Belpietro, cacciato da Libero dall’oggi al domani – saltino, e tanti saluti alla libertà di pensiero.

Non è normale, continuando, che in Rai, da Nicola Porro a Bianca Berlinguer, tutti coloro che hanno osato smarcarsi da una certa linea, abbiano professionalmente avuto vita breve o difficile. E non è normale che fra tanti giornalisti che hanno intervistato il Premier, nessuno sia finora stato in grado di chiedergli con quale legittimazione uno mai neppure eletto parlamentare possa arrogarsi il diritto da una parte di governare strozzando il Parlamento a colpi di fiducia, e dall’altro di promuovere un estesissimo cambiamento della Costituzione dopo che la Corte Costituzionale, cancellando il Porcellum, ha consentito alle Camere di continuare operare solo in base al «principio di continuità dello Stato», che si applica in due casi estremi – quando le Camere vengono prorogate dopo il loro scioglimento fino a nuove elezioni o quando vengono sciolte e poi riconvocate per convertire in legge i decreti, due ipotesi che prevedono un limite temporale di tre mesi – e che tutto consiglia fuorché di mettere mano alla Carta, peraltro con una maggioranza ondeggiante. Ecco, tutto questo non è assolutamente normale. E finisce con il dare ragione, paradossalmente, proprio a Matteo Renzi quando dice che il referendum sulla riforma costituzionale segnerà il futuro del Paese.

E’ proprio così. Solo che non lo segnerà, in caso passasse, velocizzando un iter legislativo già molto rapido né con tagli ai costi della politica di totale insignificanza, ma solo rafforzando un brutto clima, che non è tanto e solo – come si sente spesso ripetere – di divisione, ma più che altro di eliminazione del dissenso. Lo stesso caos dei primi giorni della Giunta guidata da Virginia Raggi, unitamente alla frammentazione di un centrodestra acefalo e confuso, ha finito col favorire questo pensiero unico renziano, che non ha bisogno di una nuova Costituzione per impensierirci dal momento che è già reale. E ci mostra con chiarezza quanto il pluralismo, in questo Paese, sia in pericolo, per le ragioni poc’anzi illustrate e, credo, difficilmente contestabili. Anche per questo, direi soprattutto per questo, il prossimo 4 dicembre conviene votare NO. Perché il pluralismo è certamente un costo per la democrazia, i cui processi decisionali vengono a causa di esso rallentati. Ma una democrazia fondate solo sull’efficienza, sull’economicità e sulla rapidità, alla lunga non può non stuzzicare l’inquietante idea di quanto efficiente, economico e rapido sarebbe un sistema dove, a decidere e governare, fosse uno solo.

giulianoguzzo.com
 

11 maggio 2016

Fiducia (pure) sulle unioni civili: serve altro per mandarli a casa?


di Giuliano Guzzo

Per il disegno di legge sulle unioni civili, alla Camera, è arrivata la richiesta di fiducia: ma che strano, da un Governo così rispettoso del dibattito parlamentare non te lo saresti mai aspettato. In fondo, dal 22 febbraio 2014, giorno del giuramento, ad oggi, l’esecutivo guidato da Matteo Renzi aveva già posto la questione di fiducia – in media – più di due volte al mese e, in proporzione, su oltre il 30% delle leggi complessivamente approvate e sul 100% di quelle decisive: Jobs Act, Italicum, Buona Scuola. Potevano dunque forse mancare le unioni civili alla magica collezione? Ma certo che no.
Così ieri è toccato al Ministro per i rapporti con il Parlamento, Maria Elena Boschi – sì è lei, è la stessa nobildonna che apostrofa i perplessi sulla riforma costituzionale come nazifascisti – dare il lieto annuncio nonostante il provvedimento non sia governativo e benché Renzi, nel corso della conferenza di fine anno tenuta il 19 dicembre 2015, a domanda avesse risposto escludendo la fiducia per la Cirinnà. Appurato quindi che le unioni civili saranno presto legge (o c’è ancora qualche sognatore che pensa dal Quirinale possano arrivare sorprese?), il dubbio che emerge è uno ed uno soltanto: in vista di ottobre, serve altro?
L’umiliazione sistematica del Parlamento con l’ossessiva richiesta di fiducia, il contraddirsi costante e la faccia tosta galattica di presentarsi come inquilino di Palazzo Chigi grazie a «una straordinaria esperienza di popolo» – talmente straordinaria da non aver mai conosciuto le elezioni -, non sono abbastanza per capire che il referendum sulla riforma costituzionale è un appuntamento fondamentale per silurare Renzi e la sua banda di cervelloni? Non importa, si badi, che simpatizziate per il centrodestra o per il Movimento5Stelle, per la Salvini o per Civati: conta che ne abbiate abbastanza di questo schifo. O ne volete ancora?

https://giulianoguzzo.com/2016/05/11/fiducia-pure-sulle-unioni-civili-serve-altro-per-mandarli-a-casa/
 
 

13 aprile 2016

I no-triv radical-chic


di Nicola Tomasso

Eccoci giunti. Il 17 aprile si vota il referendum contro le trivelle a mare. Gli eserciti degli ipocriti sono già tumultuosi, schierati col veleno in corpo verso l’assalto finale a chi la spara più grossa: c’è chi si dipinge color arcobaleno per fermare i “cattivoni trivelloni”, chi si fa ritrarre con paesaggi marittimi incontaminati, chi cerca la posa migliore, quella chic ma non troppo radical; le varie Legambiente, WWF e associazioni ecointegraliste alle prese con volantinaggi, figurine, incontri a scuola (poteva mancare la scuola?), banchetti e sinistrate discorrendo. Insomma, tutta l’intellighenzia disincantata delle ceneri della sinistra, la quale, come fenice, ritrova se stessa tra piazze arcobaleno e acque incontaminate: una platea che, accantonata in un angolo remoto della propria coscienza quell’essenza “di sinistra” che è sempre efficace per un tocco di superiorità e di saccenteria, riscopre l’emozione vibrante del movimento, della “lotta che può ripartire dal basso”, di una strana ideologia che di tanto in tanto si trasforma a seconda di come va la moda, ma che è sempre lì, latente, pronta a venire fuori per qualche indignazione telecomandata o qualche inutile battaglia.
Poi ci sono altri, come i leghisti e i grillini, per i quali tutto fa brodo purché ci si distingua. Per questi non è importante il contenuto del referendum: l’importante è andare contro, cercare di acquistare consenso, arrivare al risultato anche senza coerenza e senza un senso apparente.
Ma veniamo al dunque: cosa andremo (andranno) a votare il 17 Aprile?
I cittadini sono chiamati a rispondere alla seguente domanda: volete che, quando scadranno le concessioni per le piattaforme marine esistenti, vengano fermati i giacimenti in attività al di sotto delle 12 miglia dalla costa, anche se sotto c’è ancora gas o petrolio?
Innanzitutto è bene chiarire che il referendum non riguarda affatto nuove trivellazioni, ma soltanto quelle già esistenti. Attualmente è vietata la ricerca di idrocarburi entro le 12 miglia dalla costa.
Inoltre il petrolio e il gas oggi prodotti in Italia dovrebbero essere importati, in caso di vittoria del sì, con maggiori rischi per l’ambiente. Tutto questo andando a chiudere giacimenti lasciati a metà  e creando gravi inefficienze in termini energetici ed economici. Scrive il giornalista Piercamillo Falasca: «Sono le petroliere, se vogliamo dirla tutta, la causa del catrame che purtroppo a volte arriva sulle nostre coste danneggiandole, non i giacimenti nei mari italiani. Il petrolio e il gas “a kilometro zero”, come qualcuno li ha definiti, sono più sicuri e meno impattanti per l’ambiente. Nulla viene scaricato a mare e i detriti di perforazione vengono raccolti e inviati a terra in centri autorizzati per lo smaltimento».
Dobbiamo aggiungere che l’interruzione degli investimenti – a scadenza di concessione – avrebbe delle ripercussioni gravissime sia a livello occupazionale che a livello ambientale. Scrive Marco Bardazzi (Eni): un eventuale ‘sì’ comporterebbe «aumento della dipendenza energetica dall’estero fino ad oltre l’81% rispetto all’attuale 76% (ovvero un aumento dell’import di gas dal 90% al 95% e dell’import di olio e prodotti petroliferi dal 90% attuale al 91.3%). Riduzione del volume del fatturato dell’indotto per circa 0,9 mld € anno e ricadute occupazionali su 5.500 risorse impiegate. Infine, da un punto di vista di efficienza energetica ed ambientale è importante evidenziare come per rimpiazzare un metro cubo di gas prodotto in Italia occorre importarlo tramite gasdotti o LNG, con un consumo di energia mediamente pari al 10% del volume importato, e quindi un maggiore impatto ambientale: l’import addizionale porterebbe ad un aggravio delle emissioni di circa un milione di tonnellate di CO2 per anno. Per non parlare dell’aumento del traffico di petroliere nei nostri mari, con relativi rischi annessi».
Dunque si va a sostituire ad energie non impattanti per l’ambiente, importazioni molto rischiose per le nostre acque: alla faccia della tutela dell’ambiente! In più i dati dell’Emilia Romagna dimostrano quanto sia falsa anche l’idea secondo cui le trivelle incidano negativamente sul turismo.
I comitati per il sì giustificano la loro azione disinformatrice in nome di una riconversione della società alle energie alternative. Senza addentrarmi troppo in questo tema (sono sufficienti gli articoli della stragrande maggioranza del mondo scientifico), appare a dir poco assurdo immaginare un mondo da qui a dieci anni che non fa più uso di petrolio (ci si sposterà in deltaplano forse) e che magari si riscalda con decine di stufette elettriche alimentate ad energia fotovoltaica…
È chiaro che si tratta di un referendum-bufala, tutto impregnato di ideologismo fanatico figlio della nuova religione panteista che vede nel mondo la realizzazione del ‘Regno’: un’etica possibilista circa l’annientamento del peccato dalla storia dell’uomo e la redenzione tramite moniti eco-ambientalisti, una nuova coscienza fremente negli inviti alle iniziative collettive per la salvezza del mondo e persistente negli appelli alle varie indignazioni pubbliche. Ognuno può così serenamente raggiungere l’espiazione del senso di colpa ancestrale tramite il lauto e luciferino riscatto eco-idolatra.
A parte tutto, i veri vincitori di questo referendum saranno i soliti salottieri vanitosi: i soliti radical chic.

 

22 dicembre 2015

Un referendum boccia le nozze gay? Niente prima pagina


CorriereLa prima è lo spazio – questo sì in prima pagina – riservato, nello scorso mese di maggio, all’esito di un altro referendum sul medesimo argomento: quello in Irlanda che, com’è noto, ha visto un Paese tradizionalmente ritenuto cattolico (dove le unioni civili c’erano comunque già dal 2010), introdurre a furor di popolo i cosiddetti “matrimoni egualitari”. La seconda ragione che porta a stupirsi per la mancata sottolineatura, da parte della stampa, della svolta determinata dal referendum sloveno deriva, banalmente, dalla rilevanza del fatto stesso: la maggioranza dei cittadini ha infatti votato non solo andando controcorrente ma in modo opposto a quanto sperato dal proprio governo, quello di centro-sinistra, con primo ministro Miro Cerar.

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Soprattutto, con la notevole maggioranza emersa alle urne – pari ad oltre il 63%, più ancora del 62,1% del sì irlandese alle nozze gay –  la Slovenia è ora, in assoluto, uno dei primi Paesi al mondo che, dopo aver approvato una legge sui matrimoni sullo stesso sesso, fa marcia indietro. La notizia, insomma, c’era: eccome; eppure una manina invisibile, curiosamente attiva nelle redazioni di tutte e tre i principali quotidiani italiani, dalla prima pagina – dove sarebbe stato naturale aspettarsela – l’ha confinata, dove la censura non è stata totale, in quelle interne: casualità, propaganda da Pensiero Unico o azione di lobby? Difficile dirlo. Di certo c’è che alcune notizie, benché importanti, vengono messe da parte. E sarebbe francamente superficiale liquidare tutto ciò come normale.

http://giulianoguzzo.com/2015/12/22/un-paese-dice-no-alle-nozze-gay-niente-prima-pagina/
 

13 ottobre 2013

“Eutanasia legale”, le 5 bufale radicali

di Giuliano Guzzo

Condensare tante bugie ed imprecisioni in poche righe è impresa difficile. Occorrono abilità, determinazione e soprattutto esperienza di propaganda; tutte qualità di cui i radicali sono maestri indiscussi, a partire da quando, decenni fa, non si fecero problemi a divulgare cifre del tutto surreali a proposito degli aborti clandestini e del numero di donne morte per mano delle mammane. Per questo non stupiscono i molti errori presenti nel testo della Proposta di legge di iniziativa popolare su: Rifiuto di trattamenti sanitari e liceità dell’eutanasia, per la quale è avviata, a livello nazionale, una raccolta firme. Errori che, per comodità di chi legge, ci permettiamo di sintetizzare e presentare in cinque punti, iniziando dalla relazione introduttiva.
 

19 settembre 2013

"Fine pena mai" o "mai pena senza fine"?

di Alfredo De Matteo
Uno dei dodici quesiti referendari proposti dai radicali di Pannella riguarda l’abolizione del carcere a vita. L’idea che sia addirittura immorale condannare alla pena dell’ergastolo l’autore di crimini particolarmente brutali è circoscritta a poche persone e a sparuti gruppi di pressione oppure, in realtà, è una ipotesi che circola con una certa insistenza da diversi decenni nell’ambito culturale italiano e mondiale? Basti dire che una discreta parte della classe politica si è già schierata per l’abolizione e che lo stesso mondo cattolico non sembra scartare a priori tale irragionevole tesi. D’altra parte, Papa Francesco, seppur con diverso spirito, ha recentemente firmato un “motu proprio” in materia penale che tra le altre misure prevede l’abolizione del “fine pena mai” nello Stato della Città del Vaticano, sostituito con la detenzione dai trenta ai trentacinque anni.
Quali sono i presupposti filosofici su cui si basa la tesi dell’illiceità dell’ergastolo? E’ utile a questo punto fare una premessa: in una società che sembra avere come unico punto di riferimento il relativismo etico e morale, in cui non esistono valori assoluti ma tutt’al più soggettivi punti di vista, risulta contraddittorio e paradossale (ma estremamente significativo) che soprattutto sui temi etici si ricorra da più parti ad affermazioni assolute, non soggette a verifica o a dibattito, come quella in base a cui la pena ha come principale o unica finalità il reinserimento sociale del condannato. E’ infatti in quest’ottica che trova giustificazione la tesi secondo cui privare l’autore di un delitto della possibilità di potersi reinserire nella società civile una volta scontata la pena, costituisca una inutile quanto crudele punizione.

Ma è proprio così? Qual è lo scopo principale della pena? L’argomento è complesso e merita ben altro approfondimento. Tuttavia, già il ricorso al buon senso e al corretto uso della ragione ci consente di far emergere l’evidente illogicità di un siffatto modo di ragionare. Infatti, posto che sia indice di civiltà abolire l’ergastolo è giocoforza necessario sostituire tale misura con un’altra che renda possibile il reinserimento sociale del condannato (a meno che non si voglia abolire completamente il carcere …). Già emerge un primo problema: quanti anni vanno comminati al posto del carcere a vita? Trenta, venti, quindici o dieci? Dipende senz’altro dall’età del reo perché se trent’anni non sono troppi per un ventenne lo sono per un cinquantenne o un sessantenne. Infatti, se è possibile un reinserimento nella società a cinquant’anni (anche se tale ipotesi rimane solo teorica) è logicamente impossibile per un ottantenne o un novantenne, o almeno è estremamente improbabile, sia per l’età molto avanzata sia per il fatto che è alquanto probabile che egli muoia prima di riuscire a scontare tutta la pena. Dunque, dovremmo prevedere per i medesimi delitti pene sempre diverse a seconda dell’età del condannato (e aggiungerei del suo stato di salute e delle sue risorse caratteriali): può questo corrispondere alle autentiche esigenze di giustizia di uno Stato? Certamente no, dal momento che la pena deve essere proporzionale alla gravità del crimine commesso. A conferma di ciò, è facile constatare il frequente verificarsi della situazione seguente: quando viene condannato ad una pena relativamente blanda l’autore di un delitto efferato o di particolare rilevanza sociale (ad esempio i crimini connessi con la mafia o col cosiddetto femminicidio) sia i parenti delle vittime, sia l’opinione pubblica reclamano giustizia e chiedono a gran voce l’applicazione di una sanzione maggiore, indipendentemente dall’età del reo.
Pertanto, sembra proprio che la tesi abolizionista non poggi su alcuna base razionale ma che anzi sia il prodotto, tra l’altro, di una visione della vita orizzontale e materialista, priva di ogni riferimento al trascendente nonché di una reale attenzione alle esigenze spirituali del condannato. E’ infatti tramite la pena che il detenuto può emendarsi ed abolire la possibilità di scontare il carcere a vita (e aggiungerei anche quella di venire giustiziato) nel caso dei delitti più gravi, riduce le possibilità di una sua completa guarigione spirituale (più la colpa è grave maggiore è il tempo necessario per espiare).

Giova, a questo punto, riportare il Catechismo della Chiesa Cattolica:
2266 Corrisponde ad un'esigenza di tutela del bene comune lo sforzo dello Stato inteso a contenere il diffondersi di comportamenti lesivi dei diritti dell'uomo e delle regole fondamentali della convivenza civile. La legittima autorità pubblica ha il diritto ed il dovere di infliggere pene proporzionate alla gravità del delitto. La pena ha innanzi tutto lo scopo di riparare il disordine introdotto dalla colpa. Quando è volontariamente accettata dal colpevole, essa assume valore di espiazione. La pena poi, oltre che a difendere l'ordine pubblico e a tutelare la sicurezza delle persone, mira ad uno scopo medicinale: nella misura del possibile, essa deve contribuire alla correzione del colpevole.

Dunque, confidando sulla ragione e su quanto riportato nel Catechismo (che ad essa è sempre conforme) è possibile affermare, senza paura di smentita, che il reinserimento sociale del condannato non è lo scopo principale della pena, sia perché vengono prima le esigenze di giustizia sia perché, in realtà, ciò che conta veramente è che egli si emendi dalla colpa e non semplicemente che “si rifaccia una vita” una volta in libertà, come vorrebbero i pluriomicidi Marco Pannella ed Emma Bonino …
 

04 settembre 2013

Berlusconi e i radicali: storia di una brutta amicizia

La firma di Berlusconi a favore dei 12 quesiti referendari proposti dai Radicali non può essere assolutamente giustificata. Su questo noi camparini siamo tutti d'accordo. Tuttavia, sulla figura e il ruolo di Silvio e sull'atteggiamento di certi cattolici "di destra" al suo riguardo, il dibattito ferve e, forse, ferverà sempre. Ecco qui due riflessioni. Certamente una è più dura con Berlusconi e l'altra tenta di "assolverlo". Ad ogni modo, come potrete leggere, trattasi in realtà di due visioni complementari, utili per una riflessione seria e pacata. (F.C.)

 

17 ottobre 2012

God save the Queen? I cattolici e le rivendicazioni etno-nazionaliste

di Luca Gili

Lunedì scorso David Cameron ha firmato a Edimburgo un documento, in cui si stabilisce che il Parlamento scozzese potrà indire entro la fine del 2014 un referendum per stabilire se la Scozia debba diventare uno stato indipendente.