Povero Bersani. Non più di due mesi fa era
il vincitore annunciato delle elezioni politiche: restava solo da sapere se
avrebbe avuto bisogno o meno di Monti per dar vita al suo governo. Dopo
il primo scrutinio per l’elezione del Presidente della Repubblica, Bersani è un
uomo politicamente morto, vittima degli errori suoi e del gruppo dirigente del
Pd.
Per cinquanta giorni, dopo che l’esito del voto aveva consegnato all’Italia un Parlamento bloccato, l’uomo di Bettola ha traccheggiato, corteggiando il Movimento 5 stelle e ripetendo fino alla nausea la cantilena sul “governo di cambiamento”. Ha escluso qualsiasi intesa con Berlusconi e il centrodestra, considerati più o meno alla stregua di appestati. Ha lasciato che Crimi e soprattutto l’impietosa e spietata Lombardi lo umiliassero pubblicamente, in diretta streaming. Si è fatto attribuire da Napolitano una sorta di incarico, che si è presto rivelato “non risolutivo” e ha lasciato il Paese nello stallo totale. Tutto questo mentre la situazione economica e sociale continuava a peggiorare drammaticamente e mentre i suoi avversari interni (da Renzi in giù) cominciavano a spazientirsi.
Poi, di colpo, Bersani si è accorto che
la matematica esiste e, per giunta, non è un’opinione. Che, se voleva avere
qualche speranza di formare un governo ed evitare nuove elezioni, doveva
bussare proprio a Berlusconi. Che, se voleva evitare un clima da guerra civile,
aveva bisogno di ricercare un’intesa sull’elezione del Capo dello Stato. La
tragedia è che ha cominciato a fare la cosa giusta nel momento sbagliato, dopo
aver sperperato il proprio capitale di leadership per quasi due mesi, dopo che
Renzi ha rotto la tregua e dato il via alla controffensiva, addirittura dopo
che Grillo ha cominciato a mettere in difficoltà il Pd proponendo il nome di
Rodotà.
Come ha twittato
Marco Taradash, «Bersani che quasi cadde per non fare un
ragionevole accordo con Berlusconi cadde per aver fatto un irragionevole
accordo con Berlusconi». In questo psicodramma collettivo, colpisce il
tradimento dei fedelissimi: Alessandra Moretti, che è innegabilmente un bel
pezzo di figliola ma che sarebbe rimasta sconosciuta se Bersani non l’avesse
scelta come portavoce prima durante le primarie e poi durante la campagna
elettorale, ha contribuito all’affossamento di Marini e, di conseguenza, del
suo segretario. Una miracolata scopertasi ribelle, in questo strano 25 luglio
del Partito Democratico.
Ma non c’è da
commuoversi molto per Bersani e i suoi: raccolgono
semplicemente ciò che hanno seminato negli ultimi 20 anni. Per tutto questo
tempo la sinistra italiana ha strizzato l’occhio a un giustizialismo dai tratti
bestiali; ha lisciato il pelo a un antiberlusconismo folle e demenziale,
rinunciando a essere classe dirigente per assecondare gli istinti più beceri
della cosiddetta società civile, di un “popolo di sinistra” imbarbarito dalla
frustrazione. Gli eredi del Partito Comunista, cresciuti alla scuola delle
Frattocchie, hanno di colpo rimosso il principio del “primato della politica”,
anzi hanno dimenticato persino cosa sia, la politica: conflitto, certo, ma
anche accordo e negoziazione. Hanno abbandonato tutto questo, fomentando un
clima di guerra civile permanente e scodinzolando, con sconcertante
subalternità, di fronte alla linea dettata dal gruppo L’Espresso e dagli
arrabbiati con la bava alla bocca. Hanno sostituito l’avversario con il Nemico
assoluto, anzi metafisico.
Ora, magari, Bersani
si stupirà che elettori e militanti abbiano rigettato
l’accordo con Berlusconi e reclamino l’elezione di Rodotà. Che la maggior parte
del gruppo parlamentare non lo abbia seguito e voglia prestare fede a quello
che Bersani diceva fino alla settimana scorsa: mai accordi con il Caimano. Che
i sinistrorsi gli vomitino addosso fango e insulti, perché una foto lo ritrae
mentre mette una mano sulla spalla di Alfano. Forse aveva ragione Nanni Moretti, che in una riedizione del motto “con questi dirigenti non vinceremo mai”
aggiungerebbe: tutta colpa della sindrome della non-vittoria.
Pubblicato il 19 aprile 2013

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