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02 giugno 2019

Martini e il progetto europeista

di Giovanni Donini
Recentemente mi è stato inviato questo scritto (vedi immagine) del cardinal Martini del 2005. Quello che all’epoca veniva letto come melassa progressista alla “volemose bbene”, coerente con “ecumenismo e dialogo ad ogni costo” promossi da chi per tutta la vita ha contrastato il magistero dei papi senza sentire ragioni, oggi viene letto in una luce del tutto nuova, che getta ombre sulla figura dello studioso gesuita.

È risaputo che al biblista Martini non interessasse il dogma cattolico, che in vita fu un autorevole interprete della teologia “guardiamo ciò che unisce e non ciò che divide”, e che per le sue critiche al magistero papale si sia guadagnato la nomea di “antipapa”. Queste cose sono del tutto pubbliche, e non destavano diffidenza da parte di nessuno. Non destò nemmeno molto scalpore scoprire che era a capo del “mafia club” cardinalizio di San Gallo, con tutte le voci annesse e connesse fatte circolare dal libro del cardinale Daneels. Tutto ciò è pubblico e risaputo, e molti lo liquidavano all’epoca come “roba da preti” o “politica ecclesiale”. E nel 2005 il testo che ho riportato non destava altra reazione.

Letta alla luce degli eventi politici recenti questa “preghiera” suscita sentimenti del tutto diversi: non è più semplice melassa cattocomunista, ma è un chiaro anticipo delle posizioni di una precisa parte politica e di  un ben definito progetto europeista sbandierato apertamente dall’Unione Europea, e che trova tra i suoi sostenitori Bergoglio e i suoi subalterni della CEI.
Tutto ciò è quanto meno inquietante, per molti motivi. In primis, il fatto che il gesuitismo e la mafia di San Gallo non sono solo “roba da preti” o interni alla politica ecclesiale: chi potrebbe negare l’attuale endorsement ecclesiale alla UE e ad un preciso progetto politico, sociale ed economico proprio di una precisa parte politica (che tra le altre cose detesta il cristianesimo)? Ma in pochi nel 2005 avrebbero pensato che molti uomini di Chiesa si fossero consegnati anima e corpo a tale progetto sociale anticristiano. In secondo luogo, chi all’epoca della sua pubblicazione avrebbe letto il testo dandogli quella precisa caratura politica? Sebbene i toni utilizzati non siano dissimili da quelli dell’attuale vescovo di Roma, è però mutato il contesto umano e sociale, e quindi il senso che per noi hanno certe frasi. Per ultimo va fatto notare quanto sia luciferina questa dissimulazione di intenti da parte delle élite politiche ed ecclesiastiche: ciò che oggi dicono apertamente non è altro che quanto fino a pochi anni fa nascondevano con la doppiezza delle parole e delle interpretazioni, un progetto che preparavano da chissà quanti decenni.

La politica “aiutiamoli a casa loro” che oggi viene vista come xenofoba, sovranista eccetera da parte della UE e dei vescovi, 20 anni fa era la politica ufficiale dell’Unione Europea e della Santa Sede, mentre oggi non si vuole nemmeno aprire un dibattito con chi la sostiene (in questo caso è lecito alzare muri e non ponti…). Ciò che risultava incredibile a quasi tutti fino a pochi anni fa è oggi dogma politico indiscutibile, anche a livello ecclesiale. Mutamenti del genere non si improvvisano, e il fatto che quanto sembrava semplice, innocua melassa retorica oggi mostri il veleno che conteneva dovrebbe far riflettere su quanto sia diventato satanico e dissimulatore il potere delle élite sulla pelle dei popoli europei.
Se questa “rilettura ermeneutica” vale per un testo estemporaneo del cardinale Martini, cosa verrebbe fuori se rileggessimo alla luce della situazione attuale altri documenti scritti da ecclesiastici modernisti, politici e intellettuali di grido? Che ombre getteremo sulle élite che hanno in mano la nostra esistenza? Ma soprattutto, avremmo il coraggio di guardarle in faccia?


 

03 novembre 2017

Paris Statement - il manifesto degli intellettuali conservatori europei


di Alessandro Rico
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Alcuni di voi avranno notato che pochi giorni fa, su Il Giornale, Luigi Iannone ha rilanciato il manifesto per la “vera Europa” sottoscritto da alcuni importanti intellettuali liberali e conservatori, tra i quali Roger Scruton, Pierre Manent e Robert Spaemann. Ecco il link ai 36 punti del Paris Statement.

Si tratta di una delle iniziative più importanti e stimolanti, anche per il suo respiro internazionale, che la destra europea abbia intrapreso finora (prendendo forse finalmente coscienza di sé). Le questioni sollevate nello scritto sono molte e molto complesse, ma vorrei trasmettervi un breve commento su alcuni punti salienti.

In primo luogo, è interessante che gli autori del manifesto contrappongano l’idea di una “vera Europa” a quella di una “falsa Europa”, fondata sul dominio di una tecnocrazia irresponsabile, votata a un’utopia multiculturale e appiattita sulla retorica della globalizzazione e sulle «superstizioni del progresso inevitabile». Per questo gruppo di intellettuali, l’Europa è minacciata «da una falsa comprensione di sé».

In secondo luogo, Scruton e gli altri sostengono che la vera essenza dell’Europa sia di essere una «comunità di nazioni»: il superamento dello Stato nazionale attraverso la creazione di organismi sovranazionali è solo un modo per allentare l’esercizio dei meccanismi di controllo democratici da parte degli elettorati. L’Europa è stata tanto più spiritualmente florida e culturalmente unita quanto più è stata suddivisa in una serie di Stati nazionali concorrenti. Queste entità politiche si sono spesso combattute anche duramente, ma non hanno mai perso la consapevolezza di appartenere a un’unica grande famiglia culturale. Peraltro, l’articolazione politica del continente, che ha consentito di oltrepassare la forma dell’impero (la quale pure aveva permesso di cementare quella unità spirituale che l’Europa non ha mai abbandonato), è all’origine dello ius publicum europaeum che, come ha sempre sostenuto Carl Schmitt, ha a lungo di incanalato e contenuto l’inimicizia tra gli Stati (non tra i popoli!), fino alla crisi di tale diritto internazionale moderno, esplosa drammaticamente con la comparsa delle “guerre totali”.

In terzo luogo, gli autori del manifesto condannano la falsa idea di libertà basata sul soddisfacimento immediato dei capricci edonistici (se non delle perversioni) che la postmodernità ci ha venduto. La liberazione dalle forme di «auto-controllo», nel campo del sesso o delle relazioni interpersonali e sociali, ha solo accresciuto l’insoddisfazione e il senso di solitudine di individui privati del loro orizzonte comunitario. È in questo vuoto che la globalizzazione ha lavorato ad alimentare l’atomizzazione, mentre un falso egualitarismo ci ha portato a respingere ogni manifestazione di gerarchia sociale. Al contrario, gli intellettuali della “vera Europa” propongono di ritornare dal sapere tecnico alla «saggezza», cioè a una naturale divisione dei ruoli fondata non tanto sulla certificazione asettica delle competenze, quanto sulla consapevole accettazione delle responsabilità che ciascuna funzione comporta. Per usare una formula ormai fuori moda: My stance and its duties.

Un quarto punto è l’assoluta primazia che questi intellettuali attribuiscono alla nostra comune eredità cristiana, condannando invece la chimera del multiculturalismo. Il punto è che quest’ultimo o coincide con una spersonalizzazione (o una colonizzazione) delle nostre comunità, oppure implica una volontà di coercizione e assimilazione nei confronti dei gruppi che ci fregiamo di accogliere. E probabilmente è con questa «cattiva coscienza» che le élite, secondo i sottoscrittori del Paris Statement, ci stanno imponendo l’agenda multiculturalista: sono falsamente e maliziosamente convinte che prima o poi gli immigrati accetteranno i nostri costumi e le nostre tradizioni politiche. Si sbagliano. Non si rendono conto che il multiculturalismo o sancirà la scomparsa della nostra, di cultura, o accrescerà esponenzialmente la conflittualità delle nostre società (e i due esiti non sono incompatibili tra loro).

Un quinto aspetto fondamentale è l’opposizione all’universalizzazione della logica di mercato. L’economia libera ha comportato enormi vantaggi e ha garantito al nostro mondo un sistematico vantaggio sui concorrenti, ma «non possiamo consentire che tutto sia in vendita». Secondo gli autori del manifesto, il buon funzionamento del mercato richiede un rafforzamento delle istituzioni giuridiche (rule of law, che potremmo tradurre con la formula non del tutto esaustiva di “supremazia del diritto") e sociali che non operano in base alle logiche di mercato.

In ultima istanza, vorrei sottolineare il giudizio che gli autori esprimono sul populismo. Pur biasimando il ricorso a «slogan semplicistici» e ad «appelli emotivi divisivi», costoro riconoscono che questo fenomeno politico rappresenta una «sana ribellione» contro il fallimento delle élite, del «fanatismo di centro» e della falsa idea di Europa. Naturalmente, le istanze del populismo vanno interpretate. Esso è destinato a fallire se si limiterà a invocare la scomparsa delle élite. Come insegnano teorici politici del calibro di Gaetano Mosca, il governo sarà sempre oligarchico (ci saranno sempre pochi che governano e molti che sono governati). Le élite non spariranno mai; quello che bisogna ottenere, piuttosto che la loro soppressione, è il miglioramento dei meccanismi di selezione e ricambio delle classi dirigenti. Ma di questo potremo parlare in una successiva occasione.


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Lezione paurosa ai padrini dell'Europa – Un manifesto (I parte)

OVVERO IL FUTURO DELL’EUROPA SARA’ LA NUOVA DESTRA RELIGIOSA O L’ANNIENTAMENTO

di Matteo Donadoni


«I padrini dell’Europa falsa costruiscono la loro fasulla cristianità di diritti umani universali
e noi perdiamo la nostra casa».
(Dalla “Dichiarazione di Parigi” scritta da Roger Scruton,
Remi Brague, Robert Spaemann e Ryszard Legutko).

Nell’epoca del cretinismo linguistico in cui si tortura la lingua, deformandola con concetti legati a generi esistenti o arbitrari, come accade con l’introduzione di termini neutri in varie lingue europee, e brutture varie, i mezzi d’informazione diventano strumenti di controllo. E “quando tutte le lingue sono degradate a tecniche di controllo di massa” (Tate Allen), dovremmo quanto meno fare del nostro meglio per formarci un concetto più accurato della nostra responsabilità.
Dobbiamo chiederci quale può essere il nostro contributo filosofico (di conseguenza anche linguistico) in qualità di esseri umani e semplici cittadini, quindi filosofi, in una società che ha moltiplicato i mezzi perdendo di vista gli scopi, che ha nutrito una filosofia paranoica della disperazione, nella quale si è ingenerata l’illusione dell’immortalità, dell’onnipotenza della tecnica, della sostanzialmente quasi totale impunità morale mascherata da indifferentismo etico. Quasi non esistessero Inferno e Paradiso. Fatto certamente ben comprensibile in un mondo in cui perfino la millenaria Chiesa cattolica relativizza la fede, spingendosi incautamente e sconsideratamente a sostenere che non esista un Inferno per l’uomo nuovo e illuminato. Ma tutte queste deficienze sono possibili primariamente solo perché gli uomini moderni sono tanto distrattamente ignoranti da non conoscere più i termini per esprimere la propria difesa, perché hanno perso lungo la via del progresso perfino i concetti del pensiero forte. Sono talmente invaghiti dai fumi odorosi della frutta evoluzionista da non vedere il nocciolo della questione: l’involuzione.
Oppure forse il processo è voluto, programmato, desiderato dalle elite dei grandi burattinai del potere economico e politico, cui tacitamente accondiscende una parte del popolo, che giace dormiente in un sogno drogato dal cupio dissolvi nichilista. D’altra parte già il famoso Samuel Johnson (1709-1784) nel secolo dei Lumi disse: «colui che fa di se stesso una bestia si libera dal dolore di essere uomo». Forse le cose stanno veramente così. Forse tutti questi lumi han prodotto tanta caligine da abbruttire le lenti del modo.

Ma «l’uomo è una creatura che a lungo andare deve credere per poter conoscere, e conoscere per poter agire», con questo breve assioma Allen Tate ci ha regalato la cifra del fallimento dell’Europa contemporanea. Gli Europei hanno creduto di poter conoscere senza credere, così, oltre ad aver finito per conoscere poco e male, hanno agito male. Ora, lentamente, i popoli si stanno ribellando ad una serie impressionante di “disordini” esistenziali imposti loro da elite non rappresentative, che li governano con una ferocia intellettuale di tipo orwelliano.
E’ giunto così il momento di affrontare la difficile ed inquietante questione dell’identità. La nostra identità Italiana, ma sarebbe più corretto dire in senso esteso Europea.

Se ha ragione Gilbert Keith Chesterton quando dice che «gli italiani non li si può far diventare dei veri progressisti: sono troppo intelligenti», continui però a leggere solamente chi crede ci sia ancora qualcosa da conservare.

Nella cosiddetta “Dichiarazione di Parigi” Roger Scruton, Remi Brague, Robert Spaemann e Ryszard Legutko hanno dato voce al grido della vera Europa, per smascherare quella fasulla: «L’Europa ci appartiene e noi apparteniamo all’Europa. Queste terre sono la nostra casa; non ne abbiamo altra. Le ragioni per cui l’Europa ci è cara superano la nostra capacità di spiegare o di giustificare la nostra lealtà verso di essa. Sono storie, speranze e affetti condivisi. Usanze consolidate, e momenti di pathos e di dolore. Esperienze entusiasmanti di riconciliazione e la promessa di un futuro condiviso. Scenari ed eventi comuni si caricano di significato speciale: per noi, ma non per altri. La casa è un luogo dove le cose sono familiari e dove veniamo riconosciuti per quanto lontano abbiamo vagato. Questa è l’Europa vera, la nostra civiltà preziosa e insostituibile […] L’Europa, in tutta la sua ricchezza e la sua grandezza, è minacciata da un falsa concezione di sé stessa. Questa Europa falsa immagina di essere la realizzazione della nostra civiltà, ma in verità sta requisendo la nostra casa».

Noi Europei condividiamo una vita e una res publica comuni, quella che fu – e potrebbe tornare ad essere - la res publica christiana. L’Europa vera è stata segnata dal cristianesimo, di cui è filiazione genuina. Il governo spirituale universale della Chiesa ha portato l’unità culturale all’Europa (credere), senza vincoli politici troppo stretti, permettendo la diffusione di una cultura europea condivisa che lasciasse fiorire realtà civiche particolari sotto il segno della Croce.

 L’Europa vera trae ispirazione altresì dalla tradizione classica, la cui eredità culturale è la peculiarità della civiltà nostra, e va difesa. «Le virtù profonde dei Romani che sapevano come dominare sé stessi, nonché l’orgoglio nel partecipare alla vita civica e lo spirito dell’indagine filosofica dei Greci non sono mai stati dimenticati nell’Europa vera. Anche queste eredità sono nostre» (conoscere).
Invece, i grandi burattinai della burocrazia, o “Padrini”, per dirla con gli eminenti pensatori, ignorano, anzi, ripudiano le radici cristiane dell’Europa e stanno imponendo ai popoli europei, che nulla avevano loro chiesto, una visione del mondo e della vita destabilizzante e avulsa dalla realtà, fatto che fra l’altro va ben oltre le competenze tecnico-economiche per le quali questi signori si sono autonominati. L’Unione Europea, ovvero l’impero monetario e giusregolatorio ammantato dai sentimenti di universalismo pseudoreligioso che essa stessa si sta costruendo attorno come un carapace di madreperla, coltiva l’oscuro  proposito di distruggere l’identità profonda dei popoli che la abitano, in ciò incredibilmente spalleggiata dalla falsa chiesa bergogliana.

«I padrini dell’Europa falsa sono stregati dalle superstizioni del progresso inevitabile. Credono che la Storia stia dalla loro parte, e questa fede li rende altezzosi e sprezzanti, incapaci di riconoscere i difetti del mondo post-nazionale e post-culturale che stanno costruendo». Vivono in una bolla di realtà artefatta d’ignoranza accecata da prospettive auto gratulatorie.
In questo clima, nella visione fantastica del politically correct internazionale, vengono educate le nuove generazioni nel culto della religione atea e dell’orfanotrofio culturale. «I suoi fautori sono orfani per scelta e danno per scontato che essere orfani ‒ senza casa ‒ sia una conquista nobile. In questo modo, l’Europa falsa incensa se stessa descrivendosi come l’anticipatrice di una comunità universale che però non è né universale né una comunità». Per questa ragione, negli ultimi anni, l’Europa ha perseguito un grandioso e demenziale progetto multiculturalista, per favorire il quale si è incoraggiata un’immigrazione disordinata dai paesi sottosviluppati, nel mito illuminista del buon selvaggio - vero teorema alla radice della follia immigrazionista -, generando il caos istituzionale e politico nei confronti del quale qualsiasi risposta identitaria e di buon senso viene etichettata come di ultra destra. Per la stessa ragione la falsa Europa soffoca il dissenso ovviamente in nome della libertà e della tolleranza. Chi non è d’accordo è populista. Siamo in un vicolo cieco, perché la retorica del linguaggio inclusivo ad ogni costo è il cavallo di Troia per la sostituzione etnica e culturale. La risposta politica è un fattore con la stalla vuota.

(continua)


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14 settembre 2017

Lo scudo di Cristo. Bisanzio difese l'Europa dal pericolo turco.


di Alfredo Incollingo

Per secoli Costantinopoli, o Bisanzio nella traduzione greca del nome, ha difeso l'Europa dal pericolo arabo, prima, e da quello turco ottomano, poi. E' stato un baluardo difensivo fondamentale per evitare che gli eserciti musulmani dilagassero in Occidente. Lo storico Gastone Breccia racconta la grande e secolare storia dell'Impero Bizantino nella sua ultima opera storiografica “Lo scudo di Cristo: le guerre dell'impero romano d'Oriente” (Laterza, 2017). Si parte dall'inizio, dalle origini della “Nuova Roma” e del suo dominio. L'imperatore Costantino fondò la nuova capitale dell'impero romano dopo averlo unificato (330 d.C.): volle una città monumentale che celebrasse il suo principato (non a caso venne chiamata Costantinopoli) e il nuovo corso politico e religioso (in seguito all'Editto di Milano del 313 d.C.). I suoi successori divisero di nuovo il dominio romano per esigenze politiche e strategiche. Nonostante si annoverino diversi tentativi di riunificarlo, con l'imperatore Teodosio e i suoi figli si sancì la definitiva divergenza tra Roma e Costantinopoli. Erano due mondi opposti: l'Occidente soffriva un crisi cronica, mentre il mondo mediorientale continuava a crescere. L'Impero Romano d'Oriente infatti sopravvisse al 476 d.C., alla caduta della Città Eterna. Breccia si sofferma nel descrivere le guerre e le azioni militari dei bizantini durante la Tarda Antichità e oltre, fino al 1453, quando Costantinopoli venne presa dai turchi, ma, al di là del notevole lavoro scientifico, emerge il ruolo fondamentale di Bisanzio a difesa della Cristianità. Nonostante le enormi divergenze con la Chiesa di Roma, il patriarcato ortodosso e la corte imperiale (rappresentati entrambe dall'imperatore) difesero l'Europa cristiana dai continui assalti musulmani. I bizantini furono sempre consci e orgogliosi di questo ruolo, certi di difendere la vera religione e la civiltà. Il titolo ben sintetizza l'importanza di Bisanzio nella storia europea e mediterranea: fu infatti lo scudo della civiltà di Cristo contro la scimitarra.

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19 agosto 2017

L’Islam e l’Europa dopo Barcellona: che fare?


di Fabio Petrucci

Con il barbaro attentato del 17 agosto il terrorismo di matrice islamista è tornato ad insanguinare l’Europa. Anche Barcellona è così entrata nel novero delle metropoli colpite dal cieco fanatismo jihadista. Dopo Parigi, Bruxelles, Berlino e Londra, un’altra grande città europea (sostanzialmente una “capitale”) è precipitata nell’incubo della morte che all’improvviso piomba sulla vita di ignari cittadini e turisti. Purtroppo sembra che gli europei si stiano inesorabilmente abituando a questa durevole spirale di terrore, come se l’insicurezza fosse ormai entrata a far parte dello stile di vita “occidentale”. Ma a quanto pare le società europee non si stanno abituando soltanto agli attentati, ma anche a reagire ad essi in maniera imbelle, superficiale e inutilmente melensa: dai gessetti colorati ai filtri su Facebook, dagli hashtag su Twitter alle foto dei gattini, è tutta una sequenza di gestualità collettive che segnalano la grave crisi della nostra civiltà, sempre più incline ad un emozionalismo politicamente corretto, cieco dinanzi alle cause delle sfide esistenti.

Alle inconcludenti reazioni appena descritte andrebbe contrapposta la volontà di venire a capo dei complessi processi che hanno condotto a questo stato di cose. È tempo di archiviare gli slogan sistematicamente ripetuti in occasione di attentati come quello di Barcellona, così come le minimizzazioni volte a nascondere gli errori delle classi dirigenti europee. Esorcizzare i problemi con slogan semplicistici come «l’islam è una religione di pace» non farà altro che rimandare all’infinito un’autentica presa d’atto da parte delle società europee.
Gli attentatori di Barcellona, al pari di quelli di Parigi o di Bruxelles, potranno anche essere dei soggetti isolati e sradicati, votati ad uno spontaneismo terroristico dai contorni folli e non appartenenti ad organizzazioni politiche strutturate, ma la matrice dei loro gesti affonda dichiaratamente le proprie radici nell’islam. A Barcellona, come altrove, gli attentatori potrebbero anche avere agito in assenza di occulte “regie” organizzative, ma il contesto ideologico delle loro azioni è quello ben noto del jihadismo. Le strumentali rivendicazioni dell’ISIS non giungono per caso. E da qui sorge una prima questione, tutt’altro che marginale, ossia quella del rapporto tra islam e violenza.
Sarebbe riduttivo e semplicistico affermare che quello tra islam e violenza è un binomio inscindibile, ma è indubbio che in seno all’islam sia radicata una tendenza all’uso della violenza e della prevaricazione non facilmente estirpabile. È un dato di fatto che per onestà intellettuale chiunque dovrebbe riconoscere. Qualcuno potrebbe obiettare, come accade spesso, che anche i cristiani hanno fatto ricorso alla violenza nel corso della storia. Ma se è vero che la vicenda storica del cristianesimo non è esente da macchie, è comunque necessario superare alcuni luoghi comuni purtroppo considerati alla stregua della verità, primo fra tutti quello legato alle Crociate.
L’islam, affacciatosi nelle vicende del nostro mondo a inizio del VII secolo d.C., si configurò sin dall’inizio come una religione votata alla conquista ed all’espansione armata. Il suo fondatore, Maometto, a differenza di Gesù Cristo, fu un vero e proprio conquistatore militare. Elemento, questo, che costituisce un problema di enorme gravità in quanto, come afferma il noto islamologo Samir Khalil Samir, «nella sua vita, Maometto ha fatto più di 60 guerre; ora se Maometto è il modello eccellente (come dice il Corano 33:21), non sorprende che certi musulmani usano anche loro la violenza ad imitazione del fondatore dell’islam»(1). Una cosa del genere è inimmaginabile nel cristianesimo, religione nella quale l’uso della forza non giustificato da esigenze di difesa costituisce un tradimento del messaggio evangelico. Nell’islam, viceversa, potremmo essere tentati di concludere che il “tradimento” del modello di Maometto e della radicale ortodossia sunnita, costituisca un elemento (forse l’unico) capace di limitare le tendenze violente e prevaricatrici. E forse non è un caso se il sufismo (tradizionalmente considerato come uno dei rami più “illuminati” dell’islam) abbia conosciuto le proprie vette in Asia centrale, tra l’area iranica, erede della ricca ed antica civiltà persiana, ed il cosiddetto “Turkestan”, nel quale – per citare lo storico Franco Cardini – «i musulmani turcomongoli rimasero, e sono ancora, profondamente legati alla loro antica cultura sciamanica: e il loro particolare islam ne reca tracce tanto profonde da far dire a qualche studioso che ancora oggi il musulmano uraloaltaico è “più sciamano che mullah”»(2)..
Esistono dunque fattori culturali, politici ed etnici in grado di costituire un freno alle forze più distruttive dell’islam, ma occorre partire dall’assunto che la violenza dei terroristi non è – come spesso si sente dire – frutto dei presunti torti arrecati ai musulmani con le Crociate e/o con il colonialismo otto-novecentesco. Il problema del rapporto tra violenza ed islam nasce con la religione di Maometto stessa. Spinti dall’afflato del Jihad e dalla volontà di conquista, appena pochi decenni dopo la morte del profeta, i musulmani espansero i confini del Califfato dalle coste atlantiche del Maghreb all’Asia centrale, penetrando poi nella penisola iberica ed arrivando, appena cento anni dopo la morte di Maometto, a minacciare i territori dei franchi. Interi paesi abitati da popolazioni a maggioranza cristiana furono così fagocitati, nel giro di pochi decenni, dall’impero islamico. Occorrerà attendere circa quattro secoli prima di assistere ad un vero tentativo di risposta cristiana: la Prima Crociata, anticipata solo di qualche decennio dalla “protocrociata” degli Altavilla in Sicilia, verrà bandita (e non con questo nome) solo nel 1095, con scopi di mera assistenza ai cristiani d’Oriente richiedenti aiuto.
Certamente durante le Crociate non mancarono episodi poco edificanti da parte cristiana, ma la leggenda nera inaugurata da alcuni pensatori illuministi non corrisponde alla verità storica. Sostenere, per esempio, che l’ostilità islamica nei confronti dell’Europa abbia alla base le Crociate, significa ignorare che esse «ebbero importanza talmente marginale da essere a malapena avvertite alla corte di Baghdad, mentre le invasioni mongole, marginali per noi europei, hanno lasciato nel mondo islamico tracce ancora percepibili nella storia economica e nell’immaginario collettivo»(3). Se oggi l’ISIS ed altri gruppi jihadisti utilizzano sovente la parola “crociati” per indicare i paesi occidentali (che di “crociato” non hanno sostanzialmente più nulla) non è tanto per un antico e rancoroso retaggio, quanto piuttosto a causa di un luogo comune diffuso da alcuni pensatori europei e divenuto un argomento efficace della propaganda islamista. Ciò che la storia insegna è però una realtà molto diversa, che vede l’Europa costretta a difendersi dai tentativi d’invasione musulmana sino al XVII secolo inoltrato, quando la vittoria delle armate cristiane a Vienna (1683) segnò l’ultimo vero tentativo di espansione ottomana nel cuore del Vecchio Continente. Islam e violenza, dunque, un binomio forse non inscindibile, ma senza dubbio profondo, la cui soluzione è resa ancora più ardua dall’assenza in seno all’islam di una guida spirituale universalmente riconosciuta.
Ci si potrebbe chiedere quali sono – se ci sono – le colpe degli europei. Forse in tal senso, piuttosto che risalire al medioevo o alla sostanzialmente breve parentesi del colonialismo, sarebbe più utile soffermarsi sugli errori compiuti dal mondo occidentale negli ultimi cento anni. Errori geopolitici innanzitutto: se c’è una colpa che ricade sull’Occidente, ed in particolare su due paesi (Regno Unito e Stati Uniti), è quella di avere sistematicamente favorito, per ragioni geopolitiche ed economiche, proprio quei settori del mondo musulmano più legati ad un’interpretazione integralista dell’islam. Senza il sostegno britannico oggi probabilmente non esisterebbe uno Stato come l’Arabia Saudita, universalmente noto come centro propulsore dell’ideologia wahhabita. Dopo la Prima Guerra Mondiale, infatti, fu la decisione britannica di favorire l’ascesa dei sauditi a danno della più prestigiosa e moderata dinastia hashemita a portare alla fondazione di questa potente e pericolosa petromonarchia. E ancora, sul finire della Seconda Guerra Mondiale, furono gli Stati Uniti a legittimare definitivamente la dinastia saudita con l’accordo tra Roosevelt e Ibn Saud siglato a bordo della nave da guerra Quincy nel febbraio 1945. Si inaugurò così un matrimonio di convenienza destinato a consolidarsi con il passare degli anni. Da allora USA ed Arabia Saudita, così diversi eppure così “amici”, non hanno mai smesso di sostenere congiuntamente le forze più retrive dell’islam contro i propri nemici geopolitici ed ideologici: così hanno fatto durante la Guerra Fredda con la Fratellanza Musulmana, contrapposta a Nasser in Egitto e ad Hafez al-Assad in Siria; così hanno proseguito con i mujahideen in Afghanistan in funzione antisovietica (fu proprio in questo contesto che vide la luce al-Qaeda); e poi, dopo il crollo dell’URSS, con i separatisti ceceni e daghestani in Russia, i guerriglieri bosniaci e kosovari nell’ex Jugoslavia, fino ad arrivare alle più recenti “primavere arabe” in Libia e Siria. Una prassi consolidata a cui gli stessi paesi europei alleati degli USA sono stati tutt’altro che estranei. Ed ora ciò che sta accadendo è che l’arma del fondamentalismo islamico si sta ritorcendo contro l’Occidente. Non è una novità assoluta: lo stesso Bin Laden, dipinto come un eroico guerriero antisovietico in un famigerato articolo del The Independent del 1993, si tramutò poi nello “sceicco del terrore” dell’11 settembre 2001.
Ma gli errori geopolitici non sono l’unica colpa dei paesi occidentali. In molti paesi europei, infatti, gli ultimi decenni sono stati contraddistinti da massicci flussi migratori che hanno condotto ad una crescita esponenziale della popolazione islamica residente in Europa. Dinanzi ad un movimento di popolazione di proporzioni epocali, i modelli d’integrazione messi in campo nel Vecchio Continente stanno palesemente dimostrando le proprie deficienze. Sono falliti sia il modello assimilazionista e “laicista” della Francia che quello “comunitarista” tipico del Regno Unito, i due grandi paradigmi teorici dell’integrazione in Europa. Più in generale, sembra essere fallita l’utopia di una pacifica società multiculturale. Di fatto, nelle grandi città di molti paesi dell’Europa occidentale sono sorte delle vere e proprie enclavi islamiche in cui i rapporti sociali finiscono per essere regolati più dalla sharia che dal diritto nazionale: solo per fare alcuni esempi, si pensi alla banlieu parigina di Sevran, alla particolare situazione del “Londonistan” nel Regno Unito, a Molenbeek in Belgio, a Malmö in Svezia. È specialmente in queste enclavi che si inserisce l’intervento di sauditi e qatarini, interessati ad espandere la propria influenza ideologica e politica tramite finanziamenti a centri culturali, moschee e progetti sociali. In pratica, contando sulla propria potenza economica e sul sempre appetibile commercio del petrolio, le diplomazie di paesi come l’Arabia Saudita ed il Qatar hanno ottenuto, con il beneplacito di molti governi europei, la possibilità di indottrinare gruppi di fanatici islamisti nel cuore delle città dell’Europa occidentale.
I cittadini europei, dunque, di cose per cui mobilitarsi ne avrebbero più d’una. Sul piano geopolitico, se è vero che nel mondo islamico è in corso la cosiddetta “fitna” (guerra civile), è altrettanto vero che i paesi occidentali sono schierati con la peggiore delle parti in causa. Per tale ragione la cessazione del sostegno occidentale ai ribelli in Siria, la fine delle ostilità diplomatiche e commerciali con la Russia (paese che ha conosciuto sulla propria pelle il dramma del terrorismo islamico) e la rottura del patto scellerato che lega l’Occidente all’Arabia Saudita costituirebbero tre correttivi di vitale importanza alle politiche euro-atlantiche. Sul piano interno, invece, dinanzi ad un senso di insicurezza sempre più opprimente, urgerebbero almeno due misure: una tesa a recidere il cordone ombelicale che lega le comunità islamiche d’Europa ai paesi sponsor del terrorismo; e l’altra tesa a rendere più stringente l’applicazione delle norme sul diritto d’asilo (per esempio, è più che ovvio avere dei dubbi sulla legittimità della richiesta d’asilo dei tre ceceni rei dell’assassinio di Niccolò Ciatti).
Tuttavia, realisticamente, c’è da chiedersi se non sia ormai troppo tardi. Forse la maggioranza dei cittadini dell’Europa occidentale si è già arresa. Dinanzi a tragedie come quella di Barcellona le reazioni a colpi di gessetti e di gattini ricordano il suono dei violini sul Titanic pronto ad affondare. Sanno di resa un po’ folle e demenziale, al contrario di quella tragica ed a suo modo eroica dei musicisti del celebre transatlantico, ad un destino considerato ineluttabile.

1 S.K. Samir, Papa Francesco e l’invito al dialogo con l’Islam, asianews.it, 19/12/2013
2 F. Cardini, Tamerlano: il principe delle steppe, De Agostini Periodici, Novara 2007.
3 P.G. Donini, Il mondo islamico. Storia Universale, Vol. 28, RCS Quotidiani, Milano 2004, p. 15.

 

01 luglio 2017

Caro Charlie, non c'è spazio per chi vuole rendere Santo il presente


di labaionetta

Dobbiamo purtroppo constatare che al momento in Europa le istituzioni che dovrebbero essere usate per difendere l'uomo, come la CEDU, vengono utilizzate per ferirne la dignità. Anziché assicurare a ciascuno la tutela della vita, soprattutto ai più bisognosi, preferiscono garantire l'esistenza solo a chi è in piena salute e viene considerato “produttivo”.

Cari lettori fate attenzione ai prossimi anni e ai prossimi incidenti, perché da un momento all'altro potreste diventare “improduttivi”. A quel punto verrà difeso il vostro diritto a non soffrire, piuttosto che il diritto a vivere e continuare a combattere. Potranno opporsi i vostri genitori, i vostri zii, pure i nonni (anche se temiamo che saranno già stati sequestrati da qualche militante radicale e sulla strada di qualche clinica eutanasica in Svizzera); e potrete anche raccogliere più di un milione di sterline, e avere la certezza delle migliori cure in cliniche private negli Stati Uniti, ma allo stato e alle istituzioni europee non fregherà una beata mazza.

Prima ancora che riusciremo a rendercene conto la carità sarà monopolio di stato. Solo esso potrà decidere chi è degno di cure, educazione e pensione. Non a caso le tante donazioni arrivate per sostenere le cure sperimentali del piccolo Charlie hanno sortito l'unico effetto di aver tolto un'ulteriore libertà ai genitori, in quanto gli è stato impedito di disporre pienamente di quelle risorse per tentare di salvare il figlio.

I membri della tecnocrazia, giudici e medici, ormai avranno deciso che la vostra vita è voce negativa nei loro bilanci. Una spesa che non potrà mai essere né investimento né carità; loro saranno “così buoni” da non permettere ai vostri amici supporter di fare l'errore di sostenervi.

Sembra di parlare della trama di un terribile romanzo distopico, dove chiunque sia considerato debole merita di scomparire. E, invece, parliamo di un fatto che sta accadendo proprio ora. Sì, stiamo parlando proprio della via crucis che stanno vivendo il piccolo Charlie Gard e i suoi genitori.

La morte di Charlie non segnerà soltanto la fine di una piccola vita, ma toglierà dalla sfera pubblica la fondamentale potestà dei genitori sui propri figli. Il secondo comma dell’articolo 27 della Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia stabilisce che "i genitori o le altre persone aventi cura del fanciullo hanno primariamente la responsabilità di assicurare, nei limiti delle loro possibilità e delle loro disponibilità finanziarie, le condizioni di vita necessarie allo sviluppo del fanciullo".

La CEDU, la corte britannica e l'ospedale dove è ricoverato, istituzioni che avrebbero dovuto garantirgli la vita e gli strumenti per combattere la malattia, gli hanno imposto, in modo totalitario, la morte e non hanno minimamente preso in considerazione l'opposizione e le proposte di sua madre e di suo padre.

E questo, lo ribadiamo, è quello che una dittatura fa.

L'Europa pare reintrodurre l'infanticidio ed è assurdo ciò, perché da una parte si piangono i bimbi uccisi nelle stragi dei jihadisti, come a Manchester, i bimbi che muoiono in mare, dall'altra si eliminano i piccoli ricoverati in ospedale. Schizofrenia.

La sentenza dei giudici britannici, confermata da quelli CEDU, svela che l'arbitrio di un giudice decide se un bambino merita di vivere oppure di morire. Anche contro la volontà del suo papà e della sua mamma.

Charlie deve morire, in nome del diritto e della scienza che non sa accettare i propri limiti: ovvero, che non si vive e non si muore solo in base all'esistenza di una cura o di un vaccino, si vive e si muore anche come testimonianza dell’umano e del mistero che esso porta con sé.

Solo due cose vorremmo aggiungere, la prima è l’evidente mancanza di virilità nell'uomo di oggi che messo di fronte ad un problema come la malattia non ne cerca una cura ma cerca un modo per non soffrire, adeguando anche il dizionario per non correre il rischio di accorgersi dell’errore.

La seconda è un appello a OMISSIS; carissimo, anche Pannella si sarebbe commosso nel vedere la mamma che si butta sul lettino e stringe a sé il suo bambino, il papà che protegge la sua famiglia, che non si schioda e non permette a nessuno di avvicinarsi, lo sguardo di quei medici, di quelli che dovranno allontanare un padre e una madre che non si rassegneranno, che combatteranno fino allo stremo delle forze.

Con il mondo non si scende a patti, soprattutto con la sua cultura mortifera. Con la Preghiera a Cristo e a Maria, ci stringiamo attorno al piccolo Charlie e ai suoi genitori, eroi del nostro tempo e preghiamo, affinché possa essere salvato. La sentenza di morte è stata espressa ma ugualmente speriamo che i medici che andranno ad applicarla si commuovano davanti al piccolo, alla sua dignità infinita, donata da Dio, al forte amore che i genitori gli corrispondono, e si ribellino, compiendo un atto di sana dissidenza di fronte ad una decisione tirannica. D'altronde, Bernanos diceva che la Speranza è il rischio dei rischi; che vale la pena correre.

https://labaionetta.blogspot.it/2017/06/obice-charlie-gard.html

 

23 giugno 2017

Pensieri controrivoluzionari - cronaca semiseria in quel di Brescia


di un astante

Sabato 10 giugno si è svolta una bella conferenza (qui il video) in quel di Brescia: sei redattori di Campari hanno tenuto banco per un’ora e mezza nell’aula Venerabile Luzzago, presentando i contenuti del libro “Pensieri Controrivoluzionari”. Con buona pace di Langone e dei suoi cammei esteticisti (termine e brutto e scorretto e quindi adatto all’affronto), il primo elemento che il pubblico ha apprezzato è stata la verve ironica e giovanile del team. Il presidente della Amicizia San Benedetto Brixia, la piccola associazione liturgico-culturale che ha promosso l’evento, ha fatto da moderatore favorendo l’intervento dei relatori in accordo al susseguirsi delle varie parti del libro - fondativa, tematica, risolutiva. Il primo a parlare è stato Righini, il lato “zero-campari” del gruppo, simbolo vivente dell’auto-ironia in Redazione, reincarnazione di De Maistre o almeno del suo guardaroba. Con lui Alessandro Elia, ventenne, romano e onnipresente ad ogni presentazione del libro, giunto in ritardo non a causa delle distanze chilometriche ma per aver presenziato alle Sentinelle in Piedi,  ha illustrato il capitolo relativo alla Metafisica. Una sola la domanda: com’è possibile per un giovane d’oggi ignorare la metafisica? E’ possibile pensare all'adolescenza senza Tommaso? Sembra di sì, e invece… Vedano e prendano appunti i padri sinodali! Poi, sempre per la serie “non prendiamoci troppo sul serio”, la parola è passata al sene del gruppo, l’avvocato Sgroi, referente nazionale del CNSP, che da amatore ha riportato la sua valutazione circa la quaestio liturgica, denunciando la resa rituale davanti al dilagare di mode espressive, con tanto di scarsità di frutti al seguito. Su questa analisi è intervenuto il presidente Susa: l’ASBB è nata in effetti dalla denuncia della spettacolarizzazione del liturgico, mossa sulla base di studi su teatro e spettacolo (cfr. il libro “Le forme del sacro” di L. Martinelli, ed. Cavinato). L’ultimo momento “fondativo” è toccato al prete, il quale a seguito dell’appassionato finale bombarolo dello Sgroi, ha ricordato e sottolineato che la propria collaborazione su Campari non tocca temi di religione e quindi ha parlato di sesso. Scelta bizzarra, ma coerente col blog. Ecco la tesi: il transessualismo dilaga come simbolo di ogni trasgressione, impugnato a mo’ di testa di ariete da tutti i fautori della Rivoluzione - la quasi totalità dei quali non è gay o LGBT - e intervenuto a colmare le sacche di vuoto lasciate dai cedimenti in ambito teo-filosofico e liturgico. Paolo Maria Filipazzi ha avuto invece l’onore di svolgere il suo proclama anti-europeista, mostrando in particolare l’evoluzione contraddittoria dei partiti filo-europeisti e dei loro rappresentanti di ieri e di oggi, l’assurda pretesa di scavalcare il potere patrio e l’autonomia nazionale, il rinnegamento delle radici di fede e di cultura senza le quali non ci può essere Europa. Morale della favola: onorate il padre e la madre evitate Melloni e votate Meloni. Dopo un’ora abbondante di ottimi interventi è stato il turno di Francesco Maria Filipazzi e lì, ahinoi, è finita la pace. L’editorialista princeps, reginetto delle cronache del lunedì, ha tirato le fila, non solo del senso del libro e della risposta di devozione e di regola che la Redazione ha ritenuto di proporre nelle conclusioni del testo, ma anche dei debiti proclama non proprio politically correct con cui ha ravvivato e divertito il pubblico. In breve e forzando un po’ l’intervento finale, il concetto è stato: sessantottini, mettetevi il cuore in pace; Sinodo dei giovani, fai pure a meno di perdere tempo in sondaggi vari; c’è una generazione nuova con proposte sane e capaci di durare nel tempo e noi ne siamo i portavoce. Il resto non si può scrivere. Chiaramente questa parte finale nel filmato è stata criptata. Nel frattempo è possibile che i discendenti di De Maistre ci querelino definitivamente, mentre molti giovani desidereranno invecchiare presto per non sentirsi da noi rappresentati. Saremo comprensivi con entrambi. Voialtri comprate il libro e seguiteci nelle prossime trasferte!

 

04 giugno 2017

Londra, ancora terrore (e buonismo)

di Giuliano Guzzo

Il bilancio questa volta è di sei morti e quarantotto feriti. Un altro attentato – effettuato alle 23 di ieri con due attacchi terroristici – il primo sul ponte di London Bridge, il secondo a Borough Market – insanguina Londra e scuote l’Europa. Inverando da un lato le note minacce secondo cui sarebbe stato un Ramadan di sangue e, dall’altro, la lettera coranica. Gli aggressori, infatti, hanno seminato morte brandendo coltelli dalle lunghe lame strillando «Questo è per Allah» e, a ben vedere, riservando agli infedeli quanto espressamente prescritto: «Tagliate loro le mani e la punta delle loro dita» (Sura 8:12). Tutto chiaro, no?

E invece, statene certi, rilanceranno il tormentone dell’«integrazione» (in una città col sindaco musulmano, che liquida i mostri come semplici «codardi»?); diranno che è meglio parlare di generico «terrorismo» più che di terrorismo di islamico (573 vittime della furia jihadista, in Europa, non sono ancora abbastanza?); verrà fuori che i terroristi erano soggetti nati nella stessa Inghilterra (e con questo?) e già noti ai servizi (segreti o dormienti?). La solita minestra, insomma, di un Continente dalle numerose priorità – l’intoccabile accoglienza dei migranti, la lotta al global warming, il contrasto agli stereotipi di genere – fuorché la propria salvezza.

Come mai l’Europa ha deciso, sia pure lentamente – e sdolcinatamente -, di farla finita? Perché un popolo dalle radici millenarie (l’Unione europea, con tutto il rispetto, sta all’Europa come Fabio Volo sta a Dante Alighieri) accetta di farsi ferire e devastare a puntate dalla furia islamista senza non solo reagire, ma neppure ammettere a se stesso ciò che con ogni evidenza sta accadendo? Mia personale convinzione, al di là di mille aspetti, è che buona parte della responsabilità derivi dal processo di scristianizzazione dell’Europa. Che ora, chiaramente non più cristiana ma non ancora mussulmana, è parecchio rimbambita.


da GiulianoGuzzo.com
 

25 maggio 2017

San Beda, il dottore anglosassone


di Alfredo Incollingo

“Così io, Beda, servo di Cristo e sacerdote del monastero dei Beati Apostoli Pietro e Paolo, che si trova a Wearmouth e a Jarrow, con l'aiuto del Signore ho composto fino a dove ho potuto raccogliere, o dai documenti degli antichi o dalle tradizioni degli antenati o dalla mia conoscenza, questa storia ecclesiastica della Britannia, e specialmente del popolo inglese. Sono nato nel territorio del detto monastero, e all'età di sette anni i miei genitori mi affidarono alla cura del reverendissimo abate Benedetto, e in seguito a Ceolfrid, perché mi istruissero. Da quel momento ho passato tutta la mia vita all'interno del suddetto monastero, dedicando tutte le mie fatiche allo studio delle Scritture, e fra l'osservanza della disciplina monastica e del compito quotidiano di cantare in Chiesa, è sempre stato per me piacevole imparare, insegnare o scrivere. A diciannove anni fui ammesso al diaconato, a trent'anni al sacerdozio, ed entrambi li ho intrapresi nelle mani del reverendissimo Vescovo Giovanni, e sotto la disciplina dell'abate Ceolfrid. Dal momento dell'ammissione al sacerdozio al mio attuale cinquantanovesimo anno, mi sono occupato di aggiungere brevi note sulle Scritture, tratte dai lavori dei Venerabili Padri o in conformità con il significato e le interpretazioni da essi indicati, e ciò per mio uso personale e per quello dei miei confratelli.” Così si raccontava San Beda il Venerabile nell'introduzione della sua opera pià nota, la “Historia ecclesiastica gentis anglorum”, il primo testo di storia inglese. Il monaco è venerato come santo e dottore della Chiesa Cattolica ed è annoverabile tra le grandi personalità che hanno portato al rinnovamento culturale europeo, dopo la decadenza della Tarda Antichità. Siamo nell'Inghilterra dei sassoni dell'VIII secolo: l'isola è caduta nella barbarie e ha perso ogni coscienza di sé e della sua storia. E' San Beda che raccolse le memorie degli antichi inglesi nella sua opera più famosa affinché il suo popolo riprendesse possesso di se stessa. Un popolo che non sa chi è, facilmente può cadere nelle mani altrui. L'opera storica di San Beda è simile a quella di tanti altri monaci e missionari cattolici che raccolsero i trascorsi di altri popolo europei, a est come a ovest. Solo così queste genti poterono garantirsi un futuro e solo grazie alla Chiesa Cattolica si potè salvare la loro memoria. Il cattolicesimo conservava la specifiche tradizioni, ma le inquadrava nel Vangelo e costruiva l'unità continentale che oggi chiamiamo Europa.

 

24 maggio 2017

Manchester, l'ennesimo avvertimento


di Giuliano Guzzo

L’esplosione di lunedì sera nel foyer della Manchester Arena si è portata via ventidue vite umane, diverse delle quali di giovanissimi, inclusa una bambina di appena otto anni, ma – per quanto grande e comprensibile sia ora la commozione – rischia di lasciarci, come popolo e come Europa, illusioni pericolose che da troppo tempo continuiamo a cullare. La prima è l’illusione che tutto, prima o poi, passi; così, da sé, a colpi di incoraggiamenti, retorici inviti al dialogo e, soprattutto, senza la piena presa di consapevolezza di una guerra in corso. Attenzione, però: non la guerra del mondo occidentale contro il terrorismo, ma contro se stesso.

Se le armate jihadiste 2.0 risultano oggi così penetranti e distruttive nelle nostre città – da Parigi a Londra, da Berlino a Manchester, appunto – è semplicemente perché glielo si concede. Come? Anzitutto, coltivando il sogno di un’Europa secolarizzata e multiculturale, il che nei fatti non solo non ostacola, ma è una strepitosa risorsa del terrorismo. E’ infatti qui, da noi e non nei Paesi dei bigotti e populisti immaginari, che l’Isis infatti arruola molti più miliziani che altrove. Non è una provocazione, si badi, bensì un’evidenza: l’indice di radicalizzazione jihadista – calcolato considerando il numero di foreign fighters per milioni di abitanti di fede mussulmana – vede oggi il Regno Unito fucina di terroristi superiore a Paesi come la Libia o il Marocco.

Questo perché, come hanno potuto appurare analisi specialistiche, «il fenomeno dei foreign fighters non è il prodotto di società islamiche povere o repressive come spesso si dice, anzi la propensione è molto più elevata in società libere, democratiche e benestanti» (AA.VV. I Foreign fighter europei. Contributi per una riflessione strategica, Centro Alti Studi Difesa/Centro Militare di Studi Strategici, Roma 2015, p. 47). L’illusione che l’incubo terrorismo, in Occidente, svanisca da sé o grazie «maggiore integrazione» – paroline magiche del frasario politicamente corretto – è dunque destinata a infrangersi il giorno che si capirà che siamo noi stessi, l’Europa stessa, a favorire il materializzarsi di simili, orrendi scenari.

Se siamo a questo punto è difatti grazie ad un'Europa che da una parte esporta – o aiuta a esportare – la democrazia con le bombe, e dall’altra, in nome di una filantropia cieca e scriteriata, ritiene che l’accogliere tutti gli immigrati possibili sia un dovere morale; che da un lato – benché le tre più mortifere sigle terroristiche mondiali siano di matrice islamista (cfr. Annex of Statistical Information, Country Reports on Terrorism, 2016) – rifiuta di riconoscere connessioni, anche remote, tra la religione mussulmana, specie di corrente sunnita, e il cancro terroristico, e dall’altro rigetta il più possibile le proprie radici cristiane, senza rendersi conto che a queste condizioni la sospirata integrazione, molto semplicemente, non è possibile. Punto.

La seconda illusione di cui faremmo bene a sbarazzarci, infatti, è proprio questa: che integrare i potenziali terroristi, disinnescando per tempo il loro odio, sia cosa sempre possibile. Come se non fosse proprio nell’Occidente prospero, laicizzato e tollerante – come si diceva poc’anzi – che l’Isis ha visto crescere vertiginosamente la propria forza. Prendete l’Inghilterra: ospita circa 3 milioni di mussulmani, è un Paese avanzatissimo sotto molti punti di vista, col sindaco della capitale di fede islamica, eppure, purtroppo, insanguinato dal terrore; nel caso di Manchester ad opera di un giovane di origini libiche, ma britannico. Possiamo quindi davvero rilanciare la filastrocca dei muri da battere, della urgente «maggiore integrazione» e dell’islamofobia, senza provare un po’ di vergogna?

Il terzo e ultimo pensiero illusorio da cui, come europei, faremmo bene a sbarazzarci al più presto è che l’Europa possa tornare sicura solo grazie ad un coordinamento tra politici, servizi segreti e forze dell’ordine. Intendiamoci: tutto ciò certo necessario – urgentissimo, direi -, ma non sufficiente. La prima medicina di cui abbiamo bisogno è un’altra, ed è spirituale. Perché non possiamo nasconderci il fatto che l’Europa stretta nella morsa del terrorismo non è quella di sempre, bensì un Vecchio Continente che non ama la propria gloriosa storia, che non fa figli, che non prega. Questo chi vuole distruggerci lo sa benissimo, per questo conta di annientarci anche se siamo militarmente molto superiori.

Concludo condividendo la notizia che proprio a pochi chilometri da Manchester, alla Saint Thomas in Werneth a Oldham, pare non vi sia neanche uno studente – non uno –, oggi, disposto a definirsi «cristiano». E che c’entra mai questo, ribatteranno i soliti cervelloni dalla lingua lunga e dalla vista corte, suvvia. C’entra eccome, invece. E’ un indizio simbolico, ma pur sempre un indizio, del declino da cui spiritualmente e demograficamente siamo, se uomini, chiamati a ribellarci. Poi però leggi i commenti di quelli secondo cui l’Occidente e l’Europa ce la faranno perché hanno la libertà, i diritti civili e il progresso, e vieni subito visitato dal dubbio che qui forse, più che una rinascita, serva proprio un miracolo.

https://giulianoguzzo.com/2017/05/24/apri-gli-occhi-europa-o-pure-manchester-sara-vana/

 

16 maggio 2017

L’idolatria dell’accoglienza e il piano per la sostituzione dei popoli europei


di Riccardo Zenobi

Sabato 13 Maggio si è svolto ad Ancona, presso la parrocchia san Carlo Borromeo, il primo incontro di un serie di conferenze organizzate dall’Associazione Culturale Oriente Occidente.
La serata è stata dedicata ad una riflessione critica sul tema dell’accoglienza verso gli immigrati da parte dei paesi europei, in particolar modo l’Italia. Il relatore della seduta (e anche della prossima, che si terrà il 20 Maggio, sempre nella stessa sede), Matteo Simonetti, classe 1971, è docente del master “E. Mattei”, professore all’università di Teramo, e vanta diverse pubblicazioni di argomento storico.

Pur non essendo credente, il professor Simonetti ha subito espresso la sua vicinanza verso coloro i quali si oppongono ai guasti della modernità, tra cui il globalismo, il mondialismo e il relativismo etico-morale, classificabili tra le cause dell’attuale situazione drammatica dei popoli europei. L’interesse del prof. Simonetti fu inizialmente rivolto a indagare la crisi economica che ha colpito Grecia, Spagna e Italia, poiché tali crisi causano danni sociali, i quali si riflettono sulla vita comune di tutti; ciò anche perché l’interesse principale dei governi è rivolto a questioni economiche, le quali hanno ovviamente delle ripercussioni in temi prettamente sociali (basti pensare a quanti vogliono creare uno smercio statale di droga: l’argomento “guadagno economico per lo Stato” è l’ariete usato per sfondare le difese degli avversari); è quindi del tutto realistico giudicare i governi nazionali dell’unione europea asserviti all’economia e a chi ne detiene le redini.

Ma tutto ciò è nato per mala gestione delle risorse o per progetto? Per vagliare tale tesi occorre indagare tra i vari autori del progetto europeista, proprio per comprendere quali sono i progetti e le mentalità dei fondatori della Unione Europea. Tra i suoi ispiratori, oltre ai vari Schuman, alla Comunità Economica Europea, al Manifesto di Ventotene eccetera, si incontra un personaggio singolare: il conte Richard Kalergi, sconosciuto al pubblico fino a pochi anni fa, del quale poi hanno parlato in diversi. Figlio di un diplomatico austriaco, opera principalmente tra gli anni ’20 - ’40, con un obiettivo: creare l’unione europea. L’idea di una moneta unica e la scelta dell’Inno europeo rimontano a tale personaggio, vincitore nel 1950 del premio Carlo Magno (effettivamente noto anche come premio Kalergi); i suoi passi politici furono inizialmente poco incoraggianti: provò a fondare un partito giovanile europeista, ottenendo però poco seguito. Nel 1925 ci fu la svolta: entra nella loggia massonica inglese “humanitas” e conosce il barone Rothschild. A seguire si sposta negli Stati Uniti, persuadendo un senatore a mettere all’ordine del giorno nel congresso americano l’istituzione degli Stati Uniti d’Europa. Si nota in effetti una svolta anche nei suoi scritti: dal giovanile “Paneuropa”, che risulta essere poco più che un’esortazione, si giunge alla stesura del “Praktischer Idealismus”, il quale ha al suo interno diversi filoni, tra i quali:

- La democrazia è uno strumento per esautorare la nobiltà legata alla terra e al territorio (e quindi alle identità nazionali e locali), dopodiché tale mezzo sarà accantonato;
- La politica sarà quindi in mano ad una cricca di plutocrati;
- La popolazione del futuro sarà meticcia, simile per aspetto agli antichi egiziani.

L’idea che soggiace a tale progetto è quella di eliminare le identità nazionali e locali per costituire un territorio dove le persone non abbiano alcun radicamento, evitando così di formare una stabile identità civile e culturale, la quale risulterebbe in contrasto con il globalismo e il cosmopolitismo. Riportando un esempio fatto dallo stesso relatore: se un giorno il sindaco di Ancona decidesse di vendere tutte le chiese per costruirci dei negozi, un anconetano si opporrebbe a questo scempio della propria città, ma una persona che non ha legame culturale né religioso con il territorio non avrebbe nulla da obiettare.

Nelle pagine del libro si possono trovare frasi quali “scomparirà la moltitudine delle identità nazionali, e ci sarà una moltitudine di individui”, oppure “il futuro del popolo è un regime di amore libero” – temi della cui attualità chiunque può giudicare, scritti in un libro pubblicato nel 1925. Questo progetto sfalderebbe qualunque identità e legame tra persone, riducendo ognuno ad un semplice individuo senza identità e quindi senza criteri per comprendere e giudicare la realtà, solo e senza alcun riferimento di fronte ad uno Stato che interverrebbe su tutto.

Vi sono anche altri filoni, tra cui una esaltazione scientista e tecnocratica dello sfruttamento delle risorse (tipico di una visione baconiana della natura) senza alcuna responsabilità o scrupolo morale, e la strumentalizzazione del femminismo per portare ad una mascolinizzazione della donna, la quale perderebbe così il ruolo di difesa familiare (compromettendo l’autarchia della famiglia) e al contempo avrebbe accesso alle fabbriche, costituendo così una sorta di “esercito di riserva”.

Questi sono solo i temi principali toccati nella conferenza, la quale ha attirato l’attenzione di molto pubblico, che ha rivolto al relatore domande inerenti l’attualità politica e culturale, oltre a vari temi che porterebbero lontano i nostri sguardi. Il prossimo appuntamento con il professor Simonetti è sabato 20 Maggio, presso la parrocchia san Carlo Borromeo ad Ancona, via Gentiloni 4.
Per informazioni, potete rivolgervi al numero 339-7575640.
 

29 aprile 2017

San Caterina da Siena, la mistica domenicana


di Alfredo Incollingo

E' proprio vero che l'Europa è stata edificata dai santi! Senza di loro le divisioni e i rancori avrebbero prevalso. Dio aveva per il continente grandi progetti di grandezza e di santità, ma gli uomini hanno preferito tradire la Sua Parola. Il medioevo cristiano si avviava verso la sua fine nel XIV secolo, quando i primi bagliori dell'umanesimo e del Rinascimento iniziavano a mettere in discussione il rapporto tra l'uomo e il Signore. Santa Caterina da Siena è probabilmente la protagonista di quest'epoca, o quanto meno è stata una personalità carismatica, capace di lasciare la sua orma nella storia. Era senese, come si può ben intuire, figlia di tintori che l'avevano fin da ragazza destinata ad un matrimonio vantaggioso per l'intera famiglia. La giovane Caterina inaspettatamente aveva continue visioni di Cristo e della Vergine Maria e volle consacrarsi totalmente a Dio. Come spesso accade nelle biografie dei grandi santi, la famiglia si oppose a tal punto da rinchiuderla in casa, ma la sua fermezza alla fine prevalse. Divenne una “Terziaria Domenicana”, una “Mantellata”, come erano chiamate le sue consorelle per il mantello nero che copriva le loro vesti bianche. La preghiera e la carità occuparono la loro vita e insieme alla “Bella Brigata” compiva opere di bene e seguiva lunghe ore di contemplazione. Le visioni non cessarono, ma anzi continuarono e furono raccolte dal suo confessore, il domenicano Raimondo da Capua. La Vergine e il Signore le parlavano della triste situazione in cui si trovava la Chiesa (era il periodo della Cattività Avignonese) e le nazioni, scosse da guerre e tensioni politiche. Caterina non fu solo una mistica, come tante, né una monaca dedita totalmente alla contemplazione: fu una donna attiva che si impegnò nel correggere gli errori degli uomini, come Dio voleva. Scrisse a cardinali e re e si rivolse anche al papa dell'epoca, Urbano VI, affinché ritornasse a Roma. La sue lettere infuocate erano tanti moniti che la donna rivolgeva al successore di San Pietro, descrivendogli cosa sarebbe successo se avesse disatteso alla sua missione (e vocazione). Il papa ritornò a Roma e con lui la santa, dove morì tra le braccia del Signore.

 

08 aprile 2017

Giovani europei. La generazione dei Guerin Meschini

di Alfredo Incollingo

Il giovane Novalis assisteva inerme alla decadenza dell'intero continente europeo. L'Europa ormai era in balia degli eserciti napoleonici e alle conquiste seguiva la propagazione delle idee rivoluzionarie. La sovversione sociale, morale e politica era inevitabile e Novalis trascrisse i suoi sentimenti crepuscolari in "Europa, ovvero Cristianità" nel 1799.

Perché il continente e le nazioni erano in rivolta? La ragione fondamentale era la perdita di qualsiasi contatto con la tradizione cristiana cattolica, la stessa che aveva forgiato l'Europa nei secoli medievali. Quando la Riforma protestante (per qualcuno già il Rinascimento) e poi la Rivoluzione Francese ruppero questo ordine di divina origine, il caos che ne seguì fu la diretta conseguenza. Per Novalis non vi è via di uscita da questa condizione se non nel recupero della Cristianità medievale, rinnovata e intesa quale costituzione sovranazionale, spirituale e morale che ha nel Papato il suo fulcro.

A scrivere ciò non era un "reazionario" cattolico, ma un protestante. Il suo romanticismo lo aveva condotto a scoprire la luce del Medioevo e a comprendere il ruolo fondamentale della Chiesa nel progresso di quei secoli. L'Europa che si e' apprestata a celebrare il suo sessantesimo anniversario come si considera? A conti fatti Novalis avrebbe da ridire su questo continente smarrito e disgregato.

Non c'è più una guida morale e spirituale, qual era il papa, ma un gruppo di burocrati insensibili alle genti. E poi i trattati firmati dai 26 membri attuali dell'Unione Europea cosa affermano? La giurisprudenza è si utile, ma non può incarnare il senso dell'esistere e il destino di un intero continente. Di "incarnato" c'è solo il "verbo" che ha dato forma all'informa Europa. Oggi il nostro "spazio vitale", usando una celebre espressione, è un figlio smemorato o infedele: entrambe sono le soluzioni. A conti fatti i padri europei hanno rinnegato Cristo e i figli, ignorando che cosa ha rappresentato per l'Europa, non ne comprendono la sua necessità.

Siamo un po' come Guerin Meschino, il noto cavaliere medievale del romanziere Andrea da Barberino, che parte per terre e per mari per capire chi egli sia. Ha dentro di sé alcune consapevolezze, ma non sa comprenderne il senso. Nel suo pellegrinare  giunge anche a Roma, dove alla fine riesce a ottenere il perdono dei peccati dal papa e si riconcilia con il cattolicesimo. Noi siamo la generazione dei Guerini perché abbiamo le tracce della nostra identità ma non siamo in grado di usarle a nostro vantaggio. Dobbiamo ripartire da Roma, come e' stato fatto il 25 marzo, ma con il fine di dare un senso all'Unione che ora è solo delle lobby, della moneta unica e delle banche. Solo in questo modo potremmo vivere gioiosamente l'essere europei.

 

30 marzo 2017

La loro Europa è grigia


di Roberto De Albentiis

Nella giornata di Domenica 26 marzo si sono celebrati a Roma i sessant’anni dei Trattati di Roma che, nel lontano 1957, in un’Europa che lentamente usciva dall’incubo delle distruzioni materiali e morali del secondo conflitto mondiale, e nonostante la divisione del continente e del mondo in blocchi contrapposti, parevano segnare l’inizio di un nuovo e possibile percorso di pace; ma che ne rimane oggi di quel sogno, per certi versi ancora bello e condivisibile, anche se su basi diverse e contrapposte a quelle odierne?

Guardiamo in faccia la realtà: l’Europa di oggi è divisa tra Nord e Sud ed Est, con un Nord ricco (ma di una ricchezza non esente da ombre e corruzioni) che disprezza e stritola un Sud e un Est poveri, che guarda dall’alto in basso soprattutto per le sue diverse radici storiche, culturali e religiose; l’Europa di oggi è divisa tra ricchi, sempre più pochi, e poveri, sempre di più; è divisa tra il proprio passato, volutamente ignorato e mistificato, e un futuro incerto; è divisa tra i vari cittadini europei e tra questi e gli stranieri fatti arrivare qui.

L’Europa di oggi, a dispetto della retorica, è in guerra: come non ricordare la guerra contro la Serbia negli anni ’90, quando per la prima volta dalla fine della Seconda Guerra Mondiale un Paese europeo veniva bombardato, o le guerre contro Iraq, Libia e Siria degli anni 2000, condotte da singoli Stati europei, o la recente guerra ucraina (e di riflesso contro la Russia), che ha visto un Paese europeo piombare nella guerra civile quasi come fosse la Spagna degli anni ’30?

O che dire della situazione greca, dove nel Paese che ha visto nascere l’Europa, prima ancora  dell’Italia con Roma, si ha una situazione sociale devastante da quasi dieci anni, con tassi spaventosi di morti per denutrizione, malattie e suicidi, prostituzione (anche minorile) e consumo di droga, e il tutto formalmente in pace e in assenza di guerre? Ma del resto, oggi, cosa sono i vari debiti statali e le fallimentari teorie monetariste, se non armi delle nuove guerre che si combattono senza aerei e missili?

La Roma del 1957 vedeva cittadini festanti per quella possibile unità e pacificazione e Capi di Stato che avevano passato le stesse tragedie e traversie dei propri popoli, la Roma del 2017 vede cittadini assenti (e contrari, basti vedere le opinioni maggioritarie su internet degli italiani e in generale degli europei nei commenti alle notizie e ai post riguardanti l’UE) e Capi di Stato sempre più isolati e alieni dai propri cittadini; che dire, poi, della celebrazione della “libertà” europea, con però la sospensione di Schengen e la proibizione di manifestazioni di protesta?

Manifestazioni che si sono comunque tenute, ma sui media hanno trovato spazio non quelle patriottiche (di FN, di CPI, ma anche del Partito Comunista di Rizzo), ma quelle pro-immigrazione e soprattutto quelle pro-UE, e proprio di queste andrò a parlare per chiudere l’articolo.

Intanto, la Marcia per l’Europa, che ha goduto di tanta pubblicità mediatica e politica, ha portato a Roma da tutta Italia 5.000 persone (secondo il giornale fortemente pro-UE “Repubblica”), e ciò è stato definito un “successo”; un “successo”? E’ un “successo” portare 5000 persone (un piccolo comune), con ampio battage pubblicitario, nella Capitale? E allora le Marce per la Vita e i Family Day, che di persone a Roma ne hanno portate centinaia di migliaia, se non un milione, che cosa dovrebbero essere? Ma stranamente queste manifestazioni, come le manifestazioni anti-UE patriottiche e comuniste non sono state né pubblicizzate né onestamente descritte, anzi…

Ma che dire poi dei partecipanti? I giovani pro-UE, che si fanno i selfie con Monti (uno che ha reso ancora più difficile per i giovani cercare lavoro), che chiedono “+ Europa – pensioni” (passeremo ad uccidere i “vecchiacci” per avere “più Europa”?), ma che tristezza sono? Come può un giovane esaltarsi per questa Europa burocratica e bancaria, che livella tutto e tutti, e non per il glorioso passato dell’Europa e dei singoli Paesi e popoli europei? E che giovani sono quelli che si esaltano non per militanti, soldati o guerriglieri (un Codreanu, un Degrelle, un Che Guevara), ma per grigi burocrati, per i Monti, gli Schultz, i Draghi? E’ una gioventù spenta, priva di qualsivoglia entusiasmo e anelito alla grandezza e alla luce, una gioventù sostanzialmente morta dentro, una gioventù che forse ha visto le capitali europee (ma solo quelle, e solo i quartieri ricchi e centrali, non le periferie o i paesini) ma non sa nulla di Europa, della sua storia gloriosa, delle sue grandi figure, dei suoi veri valori religiosi e comunitari.

I giovani che si fanno le foto con Monti e che si emozionano per questi “grigiocrati” sono fortemente ignoranti, nel senso che magari avranno pure due lauree e parleranno anche tre lingue, ma non sanno analizzare la realtà, non riescono a vedere come queste istituzioni europee abbiano scippato il futuro dei popoli europei e dei giovani soprattutto; o peggio, sono in estrema malafede, sono quei pochi avvantaggiati dalle politiche europee, che andranno a governarci, e che non si faranno scrupolo di impoverirci ancora di più. E tra un servo sciocco e un cosciente criminale non si sa chi sia più pericoloso.
Per concludere voglio citare una pertinente frase di una giovane politica francese, Marion (non Marine) Le Pen: “La loro Europa non è la nostra, anzi, la loro un’anti-Europa, quella dei tecnocrati, dei commissari non eletti, dei banchieri. La nostra Europa è quella degli eroi, dei santi e degli inventori. La loro Europa ha 60 anni, la nostra 5mila”; ognuno la sua gioventù, la sua idea e la sua Europa: si tratta di una questione di informazione e soprattutto di scelta e, prima ancora, di appartenenza e identità.


 

18 febbraio 2017

Quando la carità cristiana plasmò la carismatica Europa


di Alfredo Incollingo

Sarebbe ingiusto nei confronti della storia, se vogliamo mantenerci su un piano laico, negare le radici giudeo – cristiane dell'Europa. Cristo ha capovolto i parametri filosofici e etici dei popoli europei: il concetto di persona, la sua sacralità, la sua dignità, l'amore  che è carità e il patrimonio culturale cristiano sono realtà concrete che oggi vengono spiegate con dubbie origini. Sarebbe un tradimento per i cattolici condividere il parere di chi rifiuta queste evidenze ed è giusto continuare a impegnarsi a livello europeo affinché li si riconosca. Suor Marina Motta, sorella delle Suore del Bambino Gesù, dottoressa in lettere moderne e in scienze religiose, ci racconta in "Carismatica Europa: come i santi hanno rivoluzionato la storia dell'Occidente" (Città Nuova, 2015) la straordinaria vita dei santi che hanno plasmato la nostra Europa.
Dall'antichità all'età contemporanea si delinea una galleria di volti e di personalità carismatiche, sante e integre nella loro fede, che hanno lasciato la loro sacra orma nella società umana. Motta ci racconta le loro vite, le loro opere e come hanno contribuito alla cristianizzazione dell'occidente e poi a forgiare la nostra Europa. San Cirillo e San Metodio hanno avvicinato l'occidente all'oriente; San Benedetto da Norcia ha fatto conoscere Cristo alle genti europee; San Francesco e gli ordini mendicanti hanno insegnato che la carità e l'economia non sono incompatibili: è possibile un'economia umana. Le grandi mistiche medievali e moderne hanno parlato del Dio d'Amore e della Vergine Maria che ci assiste e ci consola, ricordandoci di convertirci per far trionfare il Sacro Cuore di Gesù; i missionari, gesuiti e no, hanno portato il Vangelo nei quattro angoli del pianeta, come Gesù stesso ha insegnato.
Il cristianesimo non è una filosofia, perché, se fosse così, si ridurrebbe a un insieme di concetti astratti. La fede in Cristo è invece un fatto concreto perché Gesù è un Dio vivente, una divinità che si è fatta uomo. Se fosse una semplice dottrina, non avrebbe lasciato il segno nelle nostre vite e nella nostra civiltà. Il racconto dei santi fondatori dell'Europa ci provano che il cristianesimo è verità e come tale ha rivoluzionato nel segno dell'Amore (cristiano)  e con la carità quello che una volta era un continente privo di umanità e un misto confusionario di genti. Quale ruolo ha la santità oggi? Motta conclude il suo interessante lavoro delineando l'importanza dei santi nella contemporaneità, in un mondo che sembra aver allontanato Dio dal suo orizzonte esistenziale.

(Da Il Settimanale di Padre Pio, n.5, del 5 febbraio 2017)

 

01 febbraio 2017

Dittatura finanziaria


di Gabriele Giansante

“L’euro è stato un errore”. Quando questa frase viene pronunciata da un populista qualunque è facilmente screditabile, ma quando a dirla è un premio Nobel per l’economia, rimbomba rumorosamente dalle sale di Montecitorio fino a Bruxelles, facendo sussultare gli eurofili. Oliver Hart, professore di Economia alla Harvard University, aggiungendosi ad altri sei premi Nobel anti-euro, ha concesso all’agenzia di stampa spagnola EFE un’intervista, nella quale afferma che “l’Unione Europea dovrebbe avviare un processo di decentramento che restituisca ai Paesi membri spazi di manovra. Forse l’Ue si è spinta troppo oltre nel centralizzare il potere. Se abbandona questa tendenza, l’Unione europea può sopravvivere e prosperare, ma in caso contrario potrebbe fallire”. Queste parole potrebbero far riflettere tutti gli eurofili, i quali, come dice il giovane filosofo Diego Fusaro, sono “vittime della sindrome di Stoccolma”: infatti, come gli ostaggi che, in mano ai sequestratori, tramite un processo inconscio finivano per simpatizzare con gli stessi, essi continuano a venerare l’euro, senza prendere in considerazione una possibile realtà al di fuori di esso. Inoltre, il premio Nobel Oliver Hart afferma che “i singoli Stati europei non sono sufficientemente omogenei per costituire una identità sola”, pertanto non è possibile pretendere che le economie di paesi totalmente diversi, vadano di pari passo.

Citando di nuovo l’intellettuale dissidente Diego Fusaro, “l’Europa è un progetto assassino”, una definizione che d’altronde non sembra del tutto fuori luogo se si analizzano le conseguenze che l’euro ha portato per il popolo greco, impoverito grazie all’austerity, sotto lo sguardo impassibile della troika. I provvedimenti imposti dall’Europa alla Grecia hanno avuto l’effetto di ridurre il numero dei posti di lavoro, danneggiare il sistema sanitario nazionale, creando profonde riduzioni salariali, contribuendo ad un aumento dei suicidi del 35% in 3 anni. Il tutto in spregio alla democrazia, poichè il risultato del referendum consultivo del 5 luglio 2015 è stato volontariamente ignorato, sottoponendo il popolo greco ad una vera e propria dittatura finanziaria nonostante esso l’avesse radicalmente rifiutata con il 61% dei voti.

Anche la situazione italiana risulta paradossale: siamo stati obbligati ad entrare nell’euro senza alcun referendum popolare, tramite un governo di centro-sinistra legato all’alta finanza (Bilderberg), che ha illuso la popolazione con false promesse: “lavorerete un giorno di meno e guadagnerete come se lavoraste un giorno in più”. E’ pertanto legittimo da parte del popolo italiano sentirsi defraudato da politici, che fra il 2001 e il 2002 hanno favorito l’entrata dell’Italia in un sistema finanziario in cui è il capitale a guidare le decisioni politiche degli Stati, annichilendo qualsiasi ideale di democrazia.

La strategia messa in atto dagli ideatori dell’euro è evidente: togliere sovranità nazionale agli Stati. Temere le conseguenze che si avrebbero uscendo dall’euro non è razionale: d’altronde, tutti i mali che si predicano in riferimento all’uscita da questa moneta unica, stanno avvenendo nel mentre in cui si resta all’interno di essa. Dunque alle prossime elezioni, se il popolo italiano avrà l’accortezza di ricordare quale schieramento politico ci ha fatto entrare in questo sistema monetario fallimentare, avrà il dovere di votare il partito il cui obiettivo primario sarà quello di riconquistare la sovranità monetaria persa, e fondare una politica monetaria, un ministero del Tesoro e una Banca Centrale appartenenti allo Stato italiano. Solo allora ci sarà la possibilità di uscire fuori dall’euro con i minori danni possibili.

http://www.motoretrogrado.it/2017/01/24/dittatura-finanziaria/

 

15 dicembre 2016

Paolo l’insonne: ritratto del «conte rosso» Gentiloni


di Giorgio Enrico Cavallo

Molti – e sono tra di loro – si sono domandati come abbia potuto un soggetto politicamente insignificante come il conte Paolo Gentiloni Silverj diventare presidente del Consiglio. Un uomo dallo sguardo diversamente sveglio, dal sorriso diversamente allegro e dalla loquela diversamente coinvolgente. Insomma, roba da far andare in brodo di giuggiole Maurizio Crozza.
E dai e dai, la domanda arriva inevitabile: ma perché proprio Gentiloni? Nel Pd avevano un fior fiore di sinistri politicanti ai quali affidare la poltrona del fu Renzi: perché proprio l’insonne Gentiloni? Avrà forse avuto un curriculum di alto livello; ma, dando una rapida lettura a Wikipedia, salta fuori che il “conte rosso” ha svolto due soli incarichi di governo: quello di ministro alle comunicazioni del governo Prodi II e quello di ministro degli Esteri con il suo guitto predecessore. Nessuna delle sue riforme della televisione entrò mai in vigore e, per quanto concerne la sua esperienza alla Farnesina, basti ricordare alcune perle da lui disseminate con generosità da quando è succeduto all’altrettanto incolore Federica Mogherini.
C’è innanzi tutto la questione di Greta e Vanessa, le due sessantottine in ritardo generazionale, volate in Siria ufficialmente come cooperanti e di fatto liberate con il pagamento di un ingente riscatto che nemmeno l’austero Gentiloni ha mai negato, pur affermando che i 12 milioni di dollari erano troppi. E va beh, saranno stati 11 milioni e mezzo, che mai sarà. C’è poi stato il gelo diplomatico con l’Egitto in seguito alla morte di Regeni. Mentre infuriava la polemica con Il Cairo, Gentiloni si è inventato la nuova figura dell’enigmatico “profugo climatico”, per il quale “serve riconoscimento giuridico”. Già. Sono aperti dibattiti per capire se le sdraio e la crema solare siano requisiti necessari per il loro riconoscimento. E che dire della sua brillante operazione diplomatica nel martoriato Medio Oriente e in Africa? L’Italia è rimasta a guardare, priva di iniziative di rilievo, in un contesto in cui il ministero degli Esteri doveva essere determinante per il futuro del paese. E invece niente, il ruolo dell’Italia è stato semmai quello di servire gli alleati atlantici in ogni desiderio: speranzoso che le elezioni americane fossero vinte da Hillary Clinton, Gentiloni si è apertamente dimostrato un suo sostenitore, tra l’altro asservendo l’Italia ai folli deliri bellicisti dell’amministrazione Obama acconsentendo l’invio di 140 militari in difesa della Lettonia. Sì, della Lettonia. Un paese seriamente minacciato. Da chi? Da Putin. Gentiloni e Pinotti hanno accolto la richiesta di Jens Stoltenberg, segretario dell’Alleanza Atlantica, da bravi e mansueti servitori che non riescono a capire che la politica di scontro con Mosca è semplicemente masochistica.
Insomma, a bocce ferme: un uomo che ovunque è stato messo si è distinto per aver lasciato di sé un ricordo grigio e annebbiato è perfetto per il ricoprire il ruolo del dopo-Renzi. Roba da far rimpiangere lo scalpitante Matteo Nazionale, che dietro le quinte prepara il terreno per il suo ritorno. Tanto, al governo c’è Gentiloni, la sua ombra silenziosa ed ubbidiente, che lascerà palazzo Chigi quando Renzi glielo ordinerà. O quando glielo ordinerà l’Europa. Perché il sospetto è che questo silente personaggio sia l’uomo ideale anche per applicare misure fortemente impopolari – le brutte acque nelle quali navigano le banche italiane non lasciano presagire nulla di buono – volute dai padroni del vapore di Berlino e Bruxelles. Insomma, il governo Gentiloni è perfetto sia per non oscurare il protagonismo incontrollato di Renzi sia per accontentare il protagonismo degli eurocrati. Non ci credete? Ci pensa lui, il torpido Gentiloni, a rispondere al vostro dubbio: circola un suo tweet nel quale afferma: «esatto, dobbiamo cedere sovranità a un’Europa unita e democratica». A buon intenditor, poche parole.

 

11 dicembre 2016

Da Trump a Hofer

di Enrico Maria Romano
Certe volte la propaganda del Sistema riesce e certe volte no. Questa è la prima differenza che salta all’occhio nel confronto tra l’elezione di Donald Trump in America e la sconfitta di Norbert Hofer in Austria.
La piccola repubblica austriaca, spesso vantata per i motivi più diversi da chi mal ne conosce la storia, non è certamente un paese invivibile, insicuro o particolarmente soggetto al terrorismo e la disoccupazione come per esempio lo è la Francia o in misura minore la stessa Italia.
Eppure, a partire dal 2000 almeno, le cose sono cambiate in modo piuttosto rapido e sempre per la solita infausta ragione: la politica migratoria assurda e assassina, specie verso l’islam, da parte delle sinistre e dei verdi, dei poteri forti e dei gruppi bancari.
L’economista mondialista Alexander van der Bellen (Vienna, 1944), che da domenica 4 dicembre 2016 è il nuovo presidente austriaco, aveva probabilmente perso nell’elezione precedente, tenutasi il 22 maggio scorso: l’elezione fu annullata dalla Corte costituzionale austriaca per irregolarità e per i voti inventati attribuiti proprio al nuovo presidente. E ciò in seguito alla denuncia di Hofer e dei suoi: anche per questo l’attuale elezione è emblematica. Ha vinto chi aveva fruito dei brogli alla precedente tornata elettorale, ha perso chi li aveva denunciati!
Nel piccolo microcosmo mitteleuropeo e germanico, questa piccola elezione è davvero rappresentativa. Con Hofer erano in genere i contadini, i montanari, gli abitanti dei piccoli centri e i ceti impiegatizi e operai. Con il neo-presidente invece tutti i giornali, la casta in tutte le sue declinazioni, i poteri forti, la cultura, i sindacati…
Van der Bellen non è un austriaco da sette generazioni, ma è figlio di un padre russo e di una madre estone, entrambi fuggiti dal comunismo, partito in cui poi militerà il giovane Alexander… La carriera di Van der Bellen si è fatta prima con i social-democratici poi soprattutto con i Verdi. Il nuovo presidente austriaco ha dichiarato, almeno una volta, di appartenere alla massoneria, essendo stato iniziato ad Innsbruck negli anni ’70.
In tutte le questioni importanti è all’opposto di Norbert Hofer e della tradizione austriaca. Europeista convinto, vuole riempire l’Austria di profughi e poveracci, mantenendo e aggravando la linea lassista fin qui adottata da democristiani e social-democratici. Poca severità e poco rigore verso lo spaccio di droghe e la violenza urbana, tolleranza verso qualunque deriva etica (gender, nozze gay, utero in affitto), ma intransigenza assoluta verso ciò che i media hanno chiamato “l’ultra-nazionalismo” di Hofer.
Domanda: ma cos’è l’ultra-nazionalismo rispetto al puro e semplice nazionalismo? Un nazionalismo sostenuto dagli ultrà del calcio austriaco? I servizi televisivi italiani che hanno parlato dei due candidati, sono stati egualmente falsi e bugiardi come lo furono con Trump. Addirittura si è detto che con la vittoria del candidato dei verdi, l’Austria fuga le paure e i fantasmi del passato. Quale passato, di grazia? Quello nazional-socialista di 70 anni fa, in cui Norbert Hofer neppure esisteva? Quel passato in camicie brune in cui l’Austria fu occupata manu militari dai tedeschi, a prescindere dal fatto che molti austriaci auspicavano tale occupazione? Fu proprio l’Austria “nazificata” dell’Anschluss (1938) che accolse i genitori di Van der Bellen in quanto esuli anti-comunisti…
Norbert Hofer, il grande sconfitto, era un candidato politico e assieme simbolico. Politico nel senso più alto della parola, per la sua volontà di dare tutto per la sua amata patria e difenderla contro l’invasione degli stranieri e ancor di più dalle pastoie dell’Unione europea e delle sue arcigne e indebite commissioni. Ma anche un candidato simbolico: rappresentava al meglio la storia e l’identità austriaca.
Noi italiani, a volte assai campanilisti, non dobbiamo limitarci ora a gioire per la sconfitta di Renzi nel suo referendum. Dobbiamo anche guardare con più attenzione a ciò che succede intorno a noi e così saper captare i segni dei tempi e delle svolte storiche che si impongono. La vittoria di Trump, benché oltre Oceano, ha certamente il senso di una cesura storica senza precedenti. Ma anche le vicine e confinanti Austria e Francia debbono interessarci. Chi ama visceralmente la propria patria (senza nasconderne i difetti storici però) ama anche coloro che, nelle altre nazioni, hanno gli stessi sentimenti. Così Norbert Hofer, Marine Le Pen, Vladimir Putin, Donald Trump, e molti altri sono certamente uniti da più di ciò che li divide e li separa. Parafrasando Marx non ci resta che dire: patrioti del mondo intero unitevi, e fatelo presto! Il rullo compressore della modernità e del mondialismo, della globalizzazione e del secolarismo, vuole rendere indistinguibili i popoli, le culture, le etnie, le religioni, le società e intercambiabili gli individui, resi meri numeri di un ingranaggio mortale al servizio degli interessi dei soliti padroni del vapore.
Qualunque sussulto patriottico, qualunque volontà di recupero dei valori della tradizione (Dio, patria, famiglia, moralità, sussidiarietà, buon senso, difesa degli anziani e dei poveri, eroismo disinteressato per il bene comune…) è la benvenuta. Uniamo le forze per creare una alternativa almeno europea, se non mondiale, al pensiero unico laico, al dio mercato, alla distruzione delle identità e delle storie di ognuno.
Così facendo, dall’Austria all’America, dall’Italia alla Francia, avremo lottato per la civiltà umana come tale e contro i suoi potentissimi affossatori.