Visualizzazione post con etichetta Unione europea. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Unione europea. Mostra tutti i post

14 maggio 2021

L'Unione Europea vuole mettere a tacere chi la prende in giro

di Francesco Filipazzi

La trasmissione di Rai 2 "Anni 20" è finita nell'occhio del ciclone, per un servizio firmato dal giornalista Antonio Rapisarda, sull'Unione Europea. La colpa imperdonabile è di aver utilizzato toni satirici per parlare delle nuove politiche alimentari continentali, basate su insetti e finti hamburger. Altro grave misfatto è aver criticato la campagna vaccinale, mettendola a confronto con quella di Boris Johnson. A Londra infatti oggi si festeggia mentre invece noi siamo ancora chiusi in casa come topi.

Ebbene, evidentemente il sentimento democratico dei vari europeisti e sodali della sinistra è venuto meno e sono diventati furibondi. Incontenibili perfino. Si invoca la censura, l'epurazione. La trasmissione ha osato l'inosabile, ha criticato il dogma! Ha bestemmiato! Oltretutto sulla rete pubblica! Altro che la pirlata, preparata, di Fedez. Questi hanno bestemmiato in Chiesa!

Deve intervenire l'AGCOM, dicono. Censurare! Segare! Silurare!

La reazione scomposta fa capire che perfettamente che ormai l'Unione Europea non nasconde più nemmeno la sua vocazione orwelliana e i suoi grigi funzionari non perdono occasione per digrignare i denti. Dunque massima solidarietà alla Redazione di Anni 20 e ad Antonio Rapisarda, che in due minuti sono riusciti a demolire il castello di carte di Bruxelles.



 

15 aprile 2020

A proposito del Mes

di Enrico Roccagiachini

Oggi vorrei invadere un campo che non è il mio, e provare a spiegare in parole povere come ho capito la faccenda del Mes. Avvalendomi di una metafora.

Eccola qua: l’Unione Europea deve confezionare una torta “Aiuti per l’emergenza Coronavirus”; di questa torta dovranno poi nutrirsi quanti non riescono a gestire da soli i disastri economici prodotti dalla pandemia - e qui non consideriamo che costoro non possono farcela da soli non perché non ne abbiano la forza o la capacità, ma perché l’UE li ha caricati di tali e tante catene che non possono muoversi liberamente.

In una prima fase, si riuniscono gli sous-chefs (l’Eurogruppo): devono decidere che tipo di torta preparare, e con quali ingredienti. Poi arriveranno i grandi chefs (il Consiglio Europeo, che riunisce i Capi di Stato e di Governo), che dovranno cucinare la torta vera, quella da mangiare concretamente: quindi doseranno e combineranno gli ingredienti, faranno impasto e farcia, metteranno le decorazioni, inforneranno e daranno in tavola.

Alla riunione degli sous-chefs, l’Italia si è presentata chiedendo di fare una torta al cioccolato, tipo sacher (cioè di impostare tutta l’operazione sugli eurobond, mettendo in comune il debito, facendolo sottoscrivere dalla BCE e, alla fine, stampando moneta), o, almeno, di mettere tra gli ingredienti una buona dose di cacao (un tot significativo di eurobond), e, in ogni caso, di non avere tra gli ingredienti nemmeno un po’ di banane (il MES e le sue inevitabili condizionalità). Che ne è sortito? È stato deciso di fare una crostata di frutta (altro che sacher...), senza nemmeno una scaglietta di cioccolato, e usando le banane (ma a fettine sottili, eh!). Se questo è un buon compromesso, io sono il mago Zurlì.

Adesso la faccenda passa in cucina, tra le mani degli chefs. Vorranno ribaltare le cose? Vorranno buttare la ricetta e gli ingredienti già preparati, e mettere in forno una sacher? Vorranno ricombinare gli ingredienti, e usare anche una buona dose di cioccolato? E se questo non accadesse, riuscirà lo chef italiano ad abbandonare la cucina, rinunciando alla torta, e cercando di aprire - o riaprire - una sua propria e libera pasticceria dove preparare i dolci che preferisce?

Come potete intuire, per quanto mi concerne io allo chef italiano che ribalta forno e pentole non ci credo. Secondo me, fa parte di una brigata di cucina - di una classe sedicente dirigente - che è al comando, già da tempo, non perché ci sappia fare tra i fornelli, ma solo perché è sostenuta dagli chefs stranieri. In Italia usa così sin da i tempi di Carlo VIII di Francia: per rinsaldarsi al potere e sconfiggere gli avversari interni, ci si affida (anzi, ci si consegna) a qualche potente straniero. Il quale, ovviamente, alla fine nella tua cucina vuol cuocere quello che piace a lui. E in tutto questo, ahimè, il bene dei clienti della pasticceria (che poi saremmo noi italiani) non interessa proprio a nessuno.

Sicché io penso che quando la torta sarà stata cucinata, lo chef italiano cercherà di cavarsela dicendo che comunque, lui, ai suoi clienti, la servirà senza banane (ma sarà possibile? Boh!). Come se la torta, essendo una crostata, non fosse indigesta di per se, specie per chi ha già sviluppato una notevole intolleranza alla frutta... Non importa: quella torta andrà mangiata, se non si vorrà morire di fame, dato che si vuol restare pervicacemente nella pasticceria UE (e ti verrebbe da dire: perché vogliamo restarci? Indovinala Grillo! – e la maiuscola sarebbe voluta; ma poi ripensi alla faccenda dell’appoggio indispensabile degli chefs stranieri, e te lo spieghi). Per cui con la torta dovremo sorbirci tutto il bicarbonato (greco) necessario per provare a digerirla almeno un po’, e sarà durissima; anche se è tragicamente assai più probabile che la mappazza si riveli totalmente tossica, e che, lungi dallo sfamarci, ci avveleni definitivamente e ci uccida.

 

02 giugno 2019

Libertà, nazione, Europa (lettera ad Andrea Monda)

di Giorgio Salzano
Lettera aperta a Andrea Monda (direttore dell’Osservatore Romano), a proposito del suo editoriale del 28 Maggio – da parte di uno che è stato, almeno per un corso, suo professore.
Una cosa è saper enunciare i principi giusti, un’altra riconoscerne correttamente la realizzazione. I risultati del recente voto per il parlamento europeo richiedono inevitabilmente un commento, che l’editoriale svolge come chiarificazione di “un malinteso senso della libertà”. A partire da questa chiarificazione siamo quindi introdotti al discorso più specifico di quel che il recente voto significa per l’Europa: in effetti l’UE. Le due non vengono però distinte, e qualcosa non funziona nel ragionamento.

Provo a seguirlo, e trovo una serie di affermazioni di principio ineccepibili. Siamo forse un po’ fissati nel mondo che si dice occidentale con la libertà, tanto che non manca chi la erge, anche tra i teologi (soprattutto di area tedesca), a principio filosofico supremo. Se proprio dobbiamo dunque parlare della benedetta libertà, bisogna che facciamo le necessarie distinzioni, quali troviamo suggerite nell’uso ordinario del linguaggio dalla diversità delle preposizioni. Monda la richiama a partire da Romano Guardini, ma anche altri avrebbero potuto essere menzionati, come il filosofo politico britannico Isaiah Berlin, autore di un famoso saggio intitolato Due concetti di libertà. Da una parte c’è dunque il concetto liberale di libertà, accompagnato dalla preposizione “da”; e dall’altra invece c’è quello in cui la libertà è accompagnata dalla preposizione “per”, caratteristico del pensiero cattolico.

L’altro principio ineccepibile evocato da Monda è quello del primato delle relazioni nelle cose umane. Da esso segue che la libertà non ci scioglierebbe “da” ma ci scioglierebbe “per”. Va in effetti notato che, se in questo caso il linguaggio le permette entrambe, vuol dire che per concettualizzare la libertà si richiedono entrambe, che insieme danno il senso della trama di relazioni che gli uomini rappresentano gli uni per gli altri. Con chiunque abbiamo a che fare, lo vediamo infatti sullo sfondo dei rapporti che egli intrattiene con altre persone, e dai quali si distacca per venirci incontro. E questo va da chi è più vicino a chi è più lontano, come ha scoperto l’antropologia a base etnografica, con l’osservazione delle relazioni vissute presso popoli lontanissimi da quelli occidentali, a cominciare dai così detti “primitivi”. Delle loro testimonianze non tiene purtroppo conto il pur lodevole sforzo di Papa Francesco, richiamato da Monda, di sottolineare l’importanza delle relazioni.

La mancanza di relazioni si chiama solitudine. È quanto emerge dalla citazione di un bel brano del discorso tenuto da Francesco al Parlamento Europeo. Quello che non emerge è un’adeguata analisi socio-culturale delle origini della solitudine che affligge le nostre società. Qualcosa, come ho detto, si inceppa nel ragionamento di Monda (per non dire, probabilmente, del suo capo). L’enfasi sul “per” finisce per risultare tanto astratta quanto quella sul “da”: in altre parole, di un moralismo individualista, nel quale difficilmente Cristo viene presentato come più di un semplice modello dell’essere “per” da seguire (per chi non lo sapesse, questo si chiama pelagianesimo, l’eresia contro la quale Sant’Agostino combatté nell’ultimo periodo della sua vita, perché negava la grazia che sola rende gli uomini capaci di seguire quel modello).

Riconosciamo a questo punto come e dove principi ineccepibili e la visione della realtà a cui essi dovrebbero dal luogo possano in effetti divergere. Nell’appello moralista all’essere “per” manca la distinzione di Europa e UE, il che vuol dire a monte quella di società e stato. Monda non pare nemmeno accorgersi della confusione concettuale in cui incorre, e critica il sovranismo, identificandolo con il malinteso senso della libertà, come essere svincolato da qualunque relazione, che dà il titolo all’editoriale. Ricorda che “il sovrano, come indica la parola stessa, è colui che sopra di sé non vuole nessuno”. Pare però dimenticarsi che la sovranità, originariamente attributo divino, fu in epoca moderna rivendicata per sé dagli stati, nel loro dichiararsi superiorem non recognoscens. Definire quindi l’Europa come “unione degli stati”, non vuol dire che essa rappresenti uno “stare-con”, come egli dice. Può semmai venire a costituire un super-stato, in cui gli stati membri tendenzialmente si dissolvono, che in ogni caso non riconosce nulla di superiore, come mostra il feroce secolarismo dell’UE.

Abbiamo visto dunque che l’UE comincia a essere invisa a larghi settori dei popoli europei, ed è difficile capire perché la gerarchia della Chiesa fatichi a prenderne atto. Se questa avversione all’UE prende la veste di richiamo alla sovranità nazionale, non è (a parte frange irrilevanti) per nostalgie di supremazia nazionalista di stampo ottocentesco e primo novecentesco, legata all’identificazione della nazione con lo stato, superiorem non recognoscens, che portava gli stati a essere l’un contro l’altro armati; si tratta piuttosto di una rivendicazione della nazione: il che vuol dire rivendicazione dell’identità dei popoli europei, ciascuno con suoi costumi e tradizioni, contro la loro nullificazione non solo da parte del superstato europeo, ma degli stessi stati che avevano preteso di risolvere totalitariamente in sé la società e i popoli. L’idea di nazione viene così ad assumere proprio il senso dell’essere “con”, la formazione di comunità in cui ciascuno si sa in relazione con altri, e non si avvilisce quindi nella solitudine. Né la propria identità è così rivendicata da ciascun popolo contro quella degli altri che diversamente si identificano. Poiché i costumi che la definiscono rappresentano il modo in cui entro certi confini ciascuno si sa correlare con altri, essi danno il senso del ripresentarsi della stessa trama di relazioni anche nel superamento di quei confini.

All’indifferenziazione statalista dei popoli promossa dalla UE – e da tutti i globalisti euro-americani – si contrappone così la comunicazione tra i popoli europei. Cosa resa possibile proprio da quelle radici cristiane che l’UE ha negato, e la cui riaffermazione non solo ricostruirebbe un senso dell’Europa, ma la aprirebbe anche al resto del mondo.


 

12 settembre 2018

Caro Matteo, stacca la spina

di Marco Sambruna
Caro Capitano,

ci ho pensato a lungo, ma alla fine sono arrivato a una conclusione: stacca la spina.
Te lo dico perché ti stimo così come stimo tutti coloro che amano l'Italia indipendentemente dal colore politico.  Ho l’impressione che tu sia troppo solo, di una solitudine drammatica, da film neorealista in bianco e nero, dunque una solitudine intensa e dolorosa quasi pasoliniana.
Ora hai anche un’ottima giustificazione per staccare la spina in modo indolore e perfettamente plausibile dal momento che, come hanno sottolineato anche alcuni tuoi sodali di governo, senza soldi non si può fare attività politica e dunque non resta che uscire di scena. 
Intendiamoci, hai fatto bene a partecipare a questo governo; se così non fosse stato ti avrebbero accusato di viltà o di aver consegnato il paese ai mondialisti e ai loro vassalli. Dunque questo tentativo andava fatto,  hai fatto quello che dovevi, la tua coscienza è tranquilla.

Hai contro tutti: il media system, i giornaloni, la UE, l'ONU, la CEI (Conferenza Ecumenica Interreligiosa), il GOI, la CGIL, l'ANA, la RAI, le ONG, l'UNHCR, l'ANPI, la BCE, i VIPS, star assortite, i catto progressisti, i papolatri, gli islamici, gli influencer e blogger progressisti, la sinistra di sinistra e quella di destra, qualche istituzione, elementi pentacolari e perfino dei ministri . E i tuoi amici invece? Quattro gatti: un solo giornale, qualche blogger e un pugno non di intellettuali - termine ormai troppo squalificato- ma di audaci pensatori. Più una quota significativa del popolo italiano il cui voto peraltro come abbiamo compreso non conta quasi nulla. Hai qualche estimatore all' estero, è vero, ma hanno già i loro problemi e più di tanto non possono sostenerti.

Dunque stacca la spina.
Ne ricaveresti numerosi vantaggi:

-ne guadagni in salute salvaguardando te stesso da ulteriori attacchi e interferenze varie;
-non ti logori politicamente con le mezze misure e le retromarce a cui sei costretto dall'ostilità generale e dai compromessi con gli alleati che alla lunga deludono l'elettorato;
-lasci che la responsabilità dello sfascio ricada su altri e non su di te;
-conservi intatto il tuo patrimonio di consensi senza pregiudicarlo nelle suddette mezze misure;
-ti liberi di qualche esponente pentacolare che ti ha sempre remato contro;
-puoi rientrate alla casa madre del cdx che se non altro ti è stata solidale nelle ultime vicende giudiziarie. Ci sarebbe la deriva eurocratica di FI a gestione Tajani questo è vero, ma per contro saresti candidato premier e riceveresti in dote i potenti mezzi mediatici di B.

Fatto questo rimanda tutti alle elezioni europee di maggio 2019 sperando in una probabile vittoria sovranista: a quel punto cambiata l'Europa potrà forse cambiare l'Italia.
Ma ora stacca la spina, sei troppo solo.


Un sovranista.

 

30 maggio 2018

Sovranità nazionale. Appuntamento con la storia

di Giorgio Enrico Cavallo e Francesco Filipazzi

Quelle in cui scriviamo sono ore febbrili per la politica italiana.
Dopo la decisione del Presidente della Repubblica (Pdr) Mattarella di negare l'incarico di governo alla coalizione Lega - 5 stelle, è esplosa una crisi istituzionale di portata storica, con tanto di ipotesi apparentemente surreali di un Parlamento che si mette a legiferare a prescindere dal governo, con le borse ballerine e il demone dello spread rievocato per l'occasione dagli apprendisti stregoni della finanza europea. Un bel pasticcio insomma, figlio di errori grossolani messi in fila apparentemente in modo casuale, da attori diversi in tempi diversi ma tutti orientati verso lo sfascio finale.

La crisi sembra partire dalla legge elettorale più cretina della storia d'Italia e probabilmente del mondo, fatta apposta da Renzi e i suoi per lasciare ai successori una bomba di sterco pronta a esplodere sommergendo tutti. L'intento era quello di rendere il Parlamento instabile e portare al governo di inciucio fra Forza Italia, PD, bersaniani, qualche democristiano che passava per strada e qualche grillino pentito.  Qui scatta l'errore nell'errore. Renzi e chi ce lo ha rifilato hanno infatti dimostrato di essere totalmente scollegati dalla realtà. Bastava entrare in un bar per sapere che Lega e 5 Stelle avrebbero stra vinto le elezioni.

Dopo le elezioni Salvini e Di Maio hanno quindi deciso di fare i responsabili formando un governo. Esercitando uno stile e un portamento che non si vedevano da anni, lontano anni luce dalla volgarità e dalla sguaiatezza sgangherata che affolla Pd e Forza Italia, i due hanno presentato un progetto vero, con un programma e delle persone autorevoli per realizzarlo. Anche in questo caso, bastava prendere un treno e ascoltare i discorsi dell'uomo della strada, per capire che questo progetto aveva un sostegno popolare. Il Pd sembrava averlo capito e, a parte dichiarazioni di rito, se ne è stato muto. Berlusconi ormai non capisce più nulla, ma è consapevole che il suo tempo è passato irrimediabilmente, non vuole ammetterlo e quindi cerca di avvelenare i pozzi.

Anche in questo caso, chi ci ha rifilato i vari Monti e Renzi, ovvero i gruppi di potere economico esterni all'Italia, hanno deciso che il governo gialloverde andava bloccato. Il contatto con la realtà di questi personaggi è notoriamente interrotto da anni e quindi si sono messi ad alzare lo spread pensando di fare paura a qualcuno.
A questo punto entra in gioco Mattarella che arriva al secondo intervento diretto nell'indirizzo politico del Paese da parte del  Pdr in dieci anni. Il primo, lo ricorderete, avvenne a furor di popolo, con bottiglie stappate e manifestazioni di giubilo in piazza quando Silvio Berlusconi fu costretto a rassegnare le sue dimissioni nel 2011. Da quel momento, la tecnocrazia Ue ha di fatto esautorato l’Italia della sua (già limitata) sovranità, imponendoci una serie di primi ministri imbarazzanti, chiamati non ad essere dei rappresentanti del popolo ma dei meri esecutori dei diktat di Bruxelles e di Berlino. La nomina di Monti svelò – a chi aveva orecchie per intendere – che l’Europa ci aveva dichiarato guerra. Ma sì, quell’Europa cui tutti noi dobbiamo voler bene, quell’Europa grazie alla quale “non ci sono più guerre”, quell’Europa che serve sempre di più, alla quale anzi dobbiamo cedere velocemente l’ultimo barlume di sovranità che ci è rimasto (ammesso che qualcosa sia rimasto davvero).

L’atto del presidente della Repubblica, che ha stroncato sul nascere un governo politico (bello o brutto che fosse) ponendo il veto su un ministro non per le sue qualità, ma per le sue idee, è senza precedenti, tanto che se ne sono accorti anche i giornali esteri. Tuttavia, era ampiamente prevedibile: davvero pensavamo che quell’Europa che ha falciato il governo Berlusconi, che ci ha imposto gli incolori Monti, Letta, Renzi, Gentiloni nel nome non dell’interesse popolare, bensì dell’interesse delle banche e della Germania, ci avrebbe permesso di provare ad invertire la rotta? Nella stanza dei bottoni Lega e Cinque Stelle non potevano entrare, nemmeno per poco. Magari Mattarella ha agito pure a fin di bene, temendo che altrimenti i mercati avrebbero "insegnato come votare" agli italiani, come ha detto un tristissimo commissario europeo in quota tedesca proprio ieri.

Lo scontro non è quindi tra i due partiti vincitori delle elezioni e il presidente della Repubblica, bensì tra i cittadini italiani e l’Unione Europea, le banche e l’oligarchia mondialista che hanno reso l’Italia a tutti gli effetti una loro colonia. Luigi Di Maio e Matteo Salvini, pertanto, sono chiamati ad un ruolo molto più alto e “politico” di quello da loro ricoperto come leader dei rispettivi partiti: sono chiamati a farsi garanti della sovranità dell’Italia e della libertà del popolo italiano. Qualcosa che travalica le gazzarre da cortile tipiche della politica nostrana; perché, purtroppo, nessun nostro rappresentante politico si è mai trovato nella situazione di doversi ergere a difesa del popolo italiano, dai tempi dell’ultima guerra in poi. Ciò dovrebbe farci capire che la colonia Italia, il cui popolo ribolle di un livore anti-europeo, rischia di entrare in guerra aperta contro la dominatrice: una guerra economica, sia chiaro, perché nel XXI Secolo i paesi cosiddetti civili combattono le loro guerre grazie alle speculazioni di generali del calibro di George Soros usando quali armi golem senza volto come lo spread. La prima battaglia di questa guerra è andata in scena nei giorni precedenti il 27 maggio: lo spread è ritornato (in realtà non se n’era mai andato, ma ai cosiddetti mercati è bastato evocarne il nome) e Mattarella, ha decretato che era suo compito tutelare i risparmi dei cittadini. Prima dei cittadini, dunque, vengono i loro risparmi. Prima della sovranità dell’Italia, vengono i diktat dell’Europa e delle banche tedesche.

La prima battaglia è stata persa, dunque, perché il nostro esercito non ha nemmeno avuto la possibilità di schierarsi in campo. E poco importa che fosse un esercito raccogliticcio, fatto di giovani leve che nemmeno immaginano quali possono essere le armi (gli “strumenti di tortura” evocati dall’inquietante Juncker) che possono essere scatenate contro di noi. Poco importa: quell’esercito è stato bloccato nelle retrovie.
Se c’è qualcosa di positivo, in tutto questo desolante scenario, è che ormai la maschera è caduta. I vari Juncker, Merkel, Macron e via dicendo hanno svelato a tutti che questa Unione altro non è che una dittatura feroce, che non lascia spazio alle critiche né ad ipotesi alternative. Per questo, di fronte a questo attacco senza precedenti alla nostra dignità ed alla nostra sovranità, Di Maio e Salvini sono chiamati ad un ruolo più alto, dal quale non possono tirarsi indietro: perché se riterranno di non essere all’altezza, se si faranno intimorire o se verranno corrotti, per questo paese non ci sarà più speranza alcuna di invertire la rotta. La poca (pochissima) sovranità che ci resta sarà completamente ceduta a Bruxelles, la gabbia dell’Ue si chiuderà e la chiave sarà gettata via.

L’Italia è vissuta in questa condizione di sudditanza per secoli. È stata unificata per compiacere i “poteri forti” di allora, ma nel corso degli anni ha combattuto per mantenere la propria indipendenza. Nel bene e nel male: perché l’Italia è un paese problematico, pieno di contrasti e di fardelli gravosi. Ma era un paese indipendente. Per rivendicare questa indipendenza, Di Maio e Salvini sono chiamati ad un cruciale appuntamento con la storia. Se rinunceranno o se vinceranno le logiche di partito, per noi l’orologio della storia tornerà indietro di qualche secolo.

Per ora registriamo che l'uomo della strada sembra essersi risvegliato, almeno moralmente dal torpore in cui era caduto da decenni. A dimostrarlo sono i sondaggi che danno una coalizione giallo verde al 60%, con cappotto degli uninominali e numeri clamorosi alle camere. La ruota della storia sta girando.

 

28 luglio 2017

L’Europa bacchetta la Polonia, ma non può dare lezioni di democrazia

di Alessandro Rico
Quella dell’Europa che rimbrotta la Polonia sulla riforma della giustizia è la classica storia del bue che dice cornuto all’asino. È indubbio che la legge da poco varata dal Senato polacco sia per molti versi discutibile. L’indipendenza del potere giudiziario ne risulterà minata – anche se sarebbe lecito domandarsi fino a che punto in altri Paesi, come l’Italia, dove la magistratura è formalmente indipendente, essa poi lo sia stata veramente.
Ciò che sembra proprio inaccettabile è la lezioncina di democrazia impartita dall’Unione Europea, che già minaccia sanzioni contro Varsavia per difendere lo «Stato di diritto» e, probabilmente, per puntellare la politica dell’accoglienza che Polonia e Ungheria invece osteggiano apertamente (e coraggiosamente, se paragonate agli italici aedi dello ius soli).

Ma chi minaccia veramente la democrazia? In Polonia un Parlamento eletto sta imprimendo una svolta autocratica al Paese: è un copione già letto in più parti del mondo, dove il modello occidentale di democrazia liberale è semplicemente estraneo alla cultura politica nazionale. D’altro canto, ci sono superpotenze ben più repressive della Polonia di Jaroslaw Kaczynski e Andrzej Duda, come la Cina, alla quale nessuna altisonante istituzione internazionale, inclusa l’Unione Europea, chiede mai conto delle ripetute violazioni dei diritti umani. Anzi, poiché il liberoscambismo fa comodo ad Angela Merkel, il più grande totalitarismo comunista attualmente esistente diventa un improbabile compagno di strada dell’Europa nella lotta al protezionismo di Donald Trump. Chissà se la colpa della Russia e delle altre nazioni dell’Est (peraltro non sempre in perfetta armonia reciproca) non sia quella di voler resistere alla colonizzazione delle varie succursali delle Ong di Soros, che con il beneplacito dell’Ue, in Polonia avrebbero dovuto finanziare generosamente i gruppi di pressione Lgbt.

Chiunque non abbia i paraocchi, d’altronde, si rende conto che l’Unione Europa è la prima a scontare un deficit di legittimazione democratica. E nelle poche occasioni in cui la democrazia ha funzionato, essa ha finito per esprimersi contro l’Europa, come nel caso del clamoroso naufragio della Costituzione europea, affossata dai referendum in Francia e nei Paesi Bassi, o della Brexit. Al di là delle elezioni per il Parlamento, organi come la Commissione europea non sono e non potrebbero essere espressione della rappresentanza democratica cara all’establishment globalista soltanto a fasi alterne: si tratterebbe di indire consultazioni in 27 Paesi diversi, organizzando una campagna elettorale in una miriade di lingue nazionali, su questioni tra loro talmente differenti che un singolo candidato non potrebbe mai padroneggiarle tutte.

Sono i limiti strutturali di un super-Stato, che anziché fare piazza pulita della sovranità politica in favore della libertà individuale, ha riprodotto la sovranità stessa a un livello macroscopico, continentale, con un sistema ben più ristretto di «checks and balances» e nell’interesse di lobby e programmi tutt’altro che democraticamente giustificabili: imporre il gender, il matrimonio e le adozioni gay, l’invasione da parte del continente africano, la nuova guerra fredda alla Russia, l’agenda clintoniana in Medio Oriente. Il tutto, condito dai nefasti del «metodo Juncker»: spararla grossa, vedere come va e, se non ci sono proteste significative, tirare dritto. Distruggendo pezzo dopo pezzo l’autonomia degli Stati membri. I polacchi prendano nota: questo sì che è un esempio di democrazia.

già pubblicato su La Verità.

 

24 giugno 2016

Brexit. Scricchiola la moderna Torre di Babele

Parlamento di Strasburgo e Torre di Babele
di Giorgio Usai

Ormai da lungo tempo è diventato un "mantra" che non si possa più fare teologia della storia e che gli accadimenti storici siano slegati e sfuggano al controllo e al potere di quel "Signore della Storia" rivelato nelle Scritture, poi però avvengono fatti come la Brexit e la memoria va subito all'episodio della Torre e della Città di Babele e quelle considerazioni lasciano spazio a nuovi modi di guardare a quella stessa storia che ci è stata tramandata e di cui siamo anche parte.

Partiamo dalla spiegazione dell'episodio tutt'altro che banale appoggiandoci all'esegesi fatta da fr. Emanuele Testa, di Genesi 11,1-9: il racconto è ambientato all'epoca dei grandi imperi della Mesopotamia e al versetto 1 recita: "la terra aveva un'unica lingua", ma il versetto non parla affatto di "lingua" (lashon) ma di un "solo labbro" (safah ehat) e di una "Città" e di una "Torre" che erroneamente evoca un edificio religioso, tipo le immense ziggurat, perchè il termine "migdal" che viene tradotto con "Torre" indica un edificio di tipo militare, un baluardo di difesa privo di connotati religiosi di cui erano dotate le città più significative di quel periodo storico.

Il contesto è politico, non religioso. L'espressione "un solo labbro e uniche parole"(dabar) ricorre spesso in documenti di corte Assira, che indicava con tale termine la pacificazione che seguiva alla conquista militare del grande impero, che sradicando e deportando i popoli conquistati li privava della loro lingua e della loro identità culturale al fine di sottometterli e utilizzarli come manovalanza. La stessa costruzioni di una nuova Città era il modo in cui si celebrava una nuova dinastia al potere o una grande impresa militare oltre che uno dei due modi in cui ci si faceva un "nome" duraturo nell'antichità (l'altro era la discendenza).

A fronte di questo progetto vi è il modo differente in cui il Popolo che tramanda questo racconto, Israele, vive e agisce. L'idea del versetto 3 di costruire con "mattoni" a differenza di Israele che usava la pietra data da Dio, mette in luce la sproporzione tra grandiosità dei progetti e mezzi per realizzarli. L'affermazione "che toccasse il cielo" contrapposto al fatto che al versetto 5 Dio per accorgersene "debba scendere dal cielo" indica la velleità di certe costruzioni umane.

Sin qui il racconto, ma è soprattutto la teologia sottesa che presenta in modo paradigmatico il pensiero di Dio rispetto al sogno totalitario degli imperi che si alternano in area mesopotamica: il peccato di voler ridurre tutta la terra a un'unica lingua ed uniche parole (oltre che un'unica moneta) provoca Dio a intervenire e a vanificare questo tipo di progetto, impedisce la costruzione della città e della torre e obbliga le nazioni a disperdersi su tutta la terra.

L'idea è quella di una salvaguardia dell'uomo da parte di Dio, non di una punizione, il motivo è la contrarietà agli imperialismi massificanti e totalitari che eliminano i popoli e le loro specificità (non dimentichiamo che il finale della storia in Apocalisse 21,4 parla di Popoli al plurale e in 21,24 di Nazioni, mai di un solo Popolo e di una sola Nazione in cui sono confluiti tutti gli altri ...). L'importanza di questo episodio e il fatto che ci sia stato tramandato è data dall'azione di Dio che si verifica ogni qual volta che si riproduce lo stesso tipo di dinamica.

Veniamo all'oggi: è innegabile che la costruzione Europea egemonizzata dalla Germania sempre desiderosa di un Reich tenda a cancellare autonomie, particolarismi e identità per farle convergere in un'unica moneta, in una sola prospettiva economica, in regole che valgono indistintamente ad ogni latitudine, applicate da una classe di euroburocrati insensibili alla voce democratica dei popoli.

Certo forse può sembrare esagerato considerare la "Torre" della BCE a Francoforte alla stregua della Torre che quale rocca militare signoreggiava sulla Città, e sicuramente non conviene identificare i Draghi e le svariate altre "bestie" antidemocratiche che vi siedono come quei Draghi e Bestie di cui si inebriarono le nazioni e i governanti della terra in Apocalisse 18, però resta un fatto che può e deve confortarci: ogni qualvolta sorgono questo tipo di progetti egemonici che sottraggono la speranza a intere generazioni riducendole alla disoccupazione, nascondendogli i loro veri interessi nazionali attraverso la tirannia del denaro usato come "malta e mattoni" per defraudarli della loro identità e delle loro legittime autonomie, sorge e sorgerà il Pantokrator a ristabilire, attraverso altri uomini, il corretto andamento del mondo.
 

24 maggio 2016

L'Unione Europea: ciarlatani che temono le elezioni

di Giuliano Guzzo
A far rimanere l’Europa «col fiato sospeso» non sono l’economia stagnante, il collasso demografico di un Continente senza futuro, l’arrivo continuo di migranti fra i quali si mescolano aspiranti terroristi, no: a togliere il sonno ai vertici della tecnocrazia europea e agli innumerevoli suoi maggiordomi – da tempo – sono le elezioni, che puntualmente diventano un pericolo da esorcizzare.

Fateci caso: ieri Le Pen, oggi Hofer domani chissà; non c’è più appuntamento alle urne senza un Uomo Nero, un partito estremista, una sigla xenofoba il cui successo è bene scongiurare. Scusate, ma da che pulpito viene la predica? Sulla base di quale celeste legittimazione alcuni leader europei ed altri più o meno oscuri commissari e funzionari hanno il diritto di “preoccuparsi” delle elezioni o dei referendum che si svolgono in un determinato Paese?

L’idea, per esempio, che l’elezione Norbert Hofer avrebbe causato – come leggevo ieri su Repubblica – un «terremoto politico di imprevedibili conseguenze», fa semplicemente sorridere: l’UE ha un suo stregone? Per caso il Mago Otelma è divenuto commissario europeo, quindi le previsioni sono certificate, oppure il «terremoto conseguenze» è il solito spauracchio che puntualmente si impiega (ve lo ricordate lo spread impazzito in nome del quale fu spazzato via, in Italia, l’ultimo governo eletto dal popolo?) per terrorizzare un Paese affinché viri in una determinata direzione? Non credo occorra molto a comprendere come vi sia un’Europa – da anni – allergica al popolo derubricato alla voce populismo e ai candidati che osano proporsi come alternativi all’attuale architettura europea, sistematicamente liquidati come xenofobi, estremisti, Hitler in miniatura.

Beninteso: non sono qui a dispiacermi per la mancata elezione di un Presidente in Austria, bensì ad indignarmi per tutto un Sistema di Potere che, forte delle proprie falangi editoriali e mediatiche, entra in allarme ogniqualvolta gli elettori si recano alle urne indicando con chiarezza, alla faccia dell’autodeterminazione dei popoli, quale sia l’Uomo Nero, il candidato impresentabile, colui il cui successo innescherebbe un «terremoto politico di imprevedibili conseguenze». La prossima volta – commentava ieri il Corriere, altra testata espressione del Potere, con riferimento alle vicende austriache – il voto postale potrebbe non bastare: testuale. Non bastare? A fare cosa? A “correggere” la volontà popolare? A scongiurare il pericolo che sia il popolo a scegliersi da solo, senza che gli si venga paternalisticamente ingiunto chi non votare, i propri rappresentanti? La democrazia ora fa così schifo? Così, tanto per sapere.

Giuliano Guzzo
 

28 aprile 2016

L'Europa sempre più a destra. I successi elettorali degli identitari

di Alfredo Incollingo

La vittoria del Partito delle Libertà in Austria il 24 aprile riconferma lo spessore elettorale delle destre identitarie europee: il candidato Norbert Hofer con il 35% di preferenze vince a scapito degli sfidanti popolari e socialisti. Il secondo turno vedrà il confronto tra i verdi e i nazionalisti, ma i sondaggi danno per certa la vittoria di quest'ultimi.
Il successo di Hofer è naturalmente la risposta degli elettori all'emergenza profughi: i recenti fatti del Brennero confermano la volontà del governo e della popolazione di difendere la propria integrità nazionale. Non possiamo poi non constatare come il voto concesso al Partito della Libertà sia una forma di protesta per la superficialità con cui Bruxelles affronta la questione mediorientale: la paura del terrorismo islamico, le ripercussioni del multiculturalismo e della crisi economica hanno dato visibilità a quei movimenti che si pongono in antitesi all'attuale sistema.
Ma l'Austria è solo un esempio, dato che in molti stati europei i partiti populisti nelle singole elezioni  nazionali riescono ad ottenere risultati stupefacenti: i consensi maggiori provengono da quell'elettorato che rigetta un'Europa avvertita come un'entità astratta e autoritaria, negatrice delle singole identità e delle fondamenta antropologiche della società.
La confusione socio – economica imperante ha quindi spinto anche l'elettorato tradizionalmente di sinistra a scegliere la destra. La sinistra europea ha da decenni abbandonato le classiche battaglie sociali e non ha saputo reagire all'arretramento dei diritti sociali, cosa che invece hanno fatto i partiti nazionalisti, portando avanti quelle battaglie che negli anni precedenti erano condotte da socialisti e comunisti.

La cattiva gestione dell'immigrazione e una degenerata assimilazione ha causato violenza urbana e degrado, fino a permettere al terrorismo islamico di fare ciò che ha fatto. La risposta dei movimenti nazionalisti è stata quindi decisiva e alternativa ad un sistema fallimentare. Il vento del cambiamento spira sull'Europa e minaccia la sua (presunta) unità.
I primi timidi successi elettorali hanno poi riscosso una “valanga” di preferenze negli ultimi anni. Il Front National ha surclassato in alcune regioni francesi i socialisti e i popolari; in Germania e nei Paesi germanofoni i nazionalisti ottengono ottimi esiti; in Polonia un partito conservatore è al governo.
L'Europa delle nazioni va a destra, a quanto pare. Reagisce così ad un'Europa dei tecnocrati che ha negato sé stessa e i suoi principi cooperativi. In Francia il Front National di Marine Le Pen stravince e, di fronte agli ultimi fatti di terrorismo islamico, ha ampi consensi. Non possiamo definirlo un partito anti-europeo, ma anti Unione Europea di cui chiede una ristrutturazione, e si pone per il blocco dell'immigrazione e per una marcata inclinazione sociale.
Anche in Germania Alternativa per la Germania ha registrato ottimi risultati, specialmente in Baviera. Le elezioni regionali hanno mostrato così il regresso dei democratici cristiani e dei socialisti. E' un partito che si dichiara nemico dell'Unione Europea specialmente per le sue politiche di salvataggio degli Stati europei meridionali che, secondo il leader Frauke Petry, avrebbe causato danni irreparabili all'economia tedesca.
Il caso più eclatante naturalmente è la Polonia della premier Beata Maria Szydlo e del presidente Andrzej Duda. Il partito conservatore Diritto e Giustizia ha così dato adito all'ondata nazionalista europea divenendo il principio di questa rivoluzione che potrebbe mettere in pericolo la stessa Unione Europea.
 

06 luglio 2015

Grecia. Finisce il regime dei prestatori di denaro.


di Francesco Filipazzi

Il referendum greco, a prescindere dai giudizi che si possono dare nel merito, porta con sé delle conseguenze collaterali che meritano attenzione, in quanto il rapporto fra stati membri e organismi dell'Unione Europa ne esce cambiato. 

Figli schiavizzati dai debiti dei padri
 
Fino ad oggi ciò che usciva dalle aule sorde e grigie di Bruxelles aveva la valenza di un editto imperiale, di fronte al quale nessuno poteva opporsi, che fosse un privato cittadino o un primo ministro regolarmente eletto. Tutti dovevano chinare la testa di fronte a istituzioni sconosciute e lontane che, nonostante più volte i popoli si siano espressi contrariamente alle loro linee (si pensi ai francesi che hanno cestinato la costituzione europea) hanno sempre proseguito imperterriti, grazie alle burocrazie e alle classi politiche asservite dei singoli stati, nel loro progetto anti democratico.
La stessa introduzione dell'Euro non fu democratica, ma frutto di manovre di palazzo, dove i popoli che si erano scelti rappresentati sbagliati si sono trovati in difetto. L'Italia di Prodi in primis. L'Unione Europea quindi nasce e cresce con logiche contrarie alla volontà popolare, schiacciandone ogni anelito di libertà e pianificando l'economia del continente in maniera sovietica, cancellando i diritti dei lavoratori e degli imprenditori, distruggendo la classe degli agricoltori e dei pescatori, pianificando l'ingresso di milioni di immigrati al solo scopo di procurare manodopera a basso costo alle multinazionali. Gli unici a prosperare sotto il governo di Bruxelles sono stati e sono i banchieri, i prestatori di denaro. Gli stati moderni sono infatti progettati e strutturati in modo tale da produrre anno dopo anno debiti enormi che difficilmente possono essere pagati.
L'Italia ha un debito di oltre 2 mila miliardi di euro, la Francia sfiora i 3 mila, mentre la Germania nei prossimi anni arriverà a 4 mila. Oltre oceano, per fare un esempio, troviamo gli Stati Uniti che hanno un debito di 18 mila miliardi di dollari. Ogni stato moderno quindi è indebitato fino al collo per generazioni e generazioni. Le banche sono le principali creditrici degli stati e le classi politiche che hanno creato i debiti in questione sono state fautrici della schiavitù monetaria odierna. Certo, questo ha permesso a molti di vivere al di sopra delle proprie possibilità, ma indebitando i propri figli, nipoti e bisnipoti i quali dovranno pagare i debiti dei loro antenati
In uno scenario del genere un qualsiasi stato non ha libertà di movimento e deve sottostare al circolo vizioso del debito, per non fallire e non creare il caos. La stessa Angela Merkel non è altro che un ostaggio delle banche tedesche e tutto ciò che la cancelliara fa, è in funzione del loro interesse.
Si è creata insomma una daneistocrazia, un regime di prestatori di denaro, prefigurato e descritto da Ezra Pound decenni fa. 

Fine del modello daneistocratico
 
Il modello sopra descritto è dunque messo in discussione da Alexis Tsipras e dal suo referendum. Il popolo greco ha semplicemente stabilito che un debito con tassi simili a quelli dell'usura, strutturato in modo tale da non essere pagabile, non è sostenibile. Le misure lacrime e sangue proposte dall'Unione Europea, costituite dalla creazione di altri debiti per pagare i debiti, a fronte di rendere la Grecia simile più a un vasto campo di prigionia che a un paese civile, non sono accettabili se il popolo non le vuole.
Si badi bene, Tsipras per come pone la sua dialettica, volta comunque alla richiesta di denaro, non è assolutamente un elemento risolutivo al problema, ma la sua richiesta di democrazia e il sostegno popolare ricevuto, costituisce la novità di tutto il processo.
L'UE e l'euro non sono compatibili con la democrazie e al solo sentire parlare di parere del popolo, i burocrati stanno male, svengono. Però non possono ignorare che da oggi è passata l'idea che il “ce lo chiede l'Europa” tanto sbandierato in questi anni dai servi dell'usura internazionale non ha più diritto di cittadinanza. Da oggi la cara “Europa” (termine peraltro abusato, perché l'Europa è la nostra Patria, non certo questo schifo) continuerà a chiedercelo, ma noi possiamo anche dire di no. 

Conseguenze indirette

Come detto, da oggi con le direttive europee possiamo benissimo fare un falò, il che torna utile nella nostra battaglia all'ultimo sangue contro tutte le imposizioni anti umane e anti etiche che arrivano dalle aule sorde e grigie.
Qualche tempo fa siamo stati bombardati dai media con i vari “ce lo chiede l'Europa” in merito ai matrimoni gay e diritti vari, perché un paese civile e al passo con i tempi, degno di far parte dell'Ue deve per forza piegarsi alle direttive centraliste anche in campo etico e morale. Dobbiamo per forza, visto che “ce lo chiedono” piegarci al genderismo più bieco, indottrinare i figli nelle scuole pubbliche permettendo loro di essere praticamente violentati, permettere l'abominevole pratica dell'utero in affitto e chissà quali altre porcherie si inventeranno.
Tutto perché la religione di stato della daneistocrazia è il culto del gender, in cui il corpo diventa oggetto di consumo comprato e controllato dal capitale. Bene, da oggi a questi “richiedenti”, possiamo rispondere con una bella pernacchia rifilando loro un bell'OXI in mezzo ai denti. E' stata abbattuta la prerogativa di vita e, soprattutto, di morte su centinaia di milioni di persone da parte di quattro grigiocrati. Finalmente.
 

03 luglio 2015

Referendum greco: il coraggio della sovranità o la capitolazione



di Fabio Petrucci

Tra i toni allarmati dei TG e l'ansia delle cancellerie europee si avvicina il giorno del referendum che, in un modo o nell'altro, segnerà il destino del popolo greco. Sia nel caso di vittoria del sì che nel caso di affermazione del no, la crisi greca appare ormai giunta ad un punto di svolta decisivo. Il successo del sì equivarrebbe ad una sostanziale sconfessione del governo Tsipras, la cui tenuta verrebbe messa immediatamente in discussione. Con molta probabilità il sì spianerebbe la strada alla restaurazione dell'equilibrio politico precedente alla vittoria di Syriza, con una Grecia piegata nuovamente ai dettami della Troika, finora rivelatisi un completo fallimento. Viceversa, il successo del no, espressione al tempo stesso di disperazione ed impavido spirito patriottico, offrirebbe al governo la spinta propulsiva necessaria per non cedere ai ricatti della Troika e di una sempre meno dialogante signora Merkel. Nel primo caso si tratterebbe di una disfatta per tutto il fronte che in Europa avversa l'austerità (e in molti casi anche l'euro); nel secondo caso di un evento capace di innescare reazioni a catena dagli esiti imprevedibili. Molto è stato detto e scritto sull'aspetto finanziario della crisi greca, ma a fare da cornice alla questione del debito ci sono implicazioni di politica internazionale tutt'altro che irrilevanti. Sulla Grecia non si agitano solo i dubbi relativi all'austerità, al default ed all'euro, ma anche quelli connessi al posizionamento geopolitico del paese ellenico: la Grecia è infatti uno Stato membro della NATO che però ha iniziato a guardare ad est con insistenza crescente. 

In politica estera il governo Tsipras ha manifestato subito una certa tendenza sovranista, muovendosi con particolare audacia nei rapporti con la Russia ed il blocco BRICS di cui essa fa parte. Artefice ed ispiratore di questa politica è certamente il ministro degli esteri Nikos Kotzias, studioso di relazioni internazionali e convinto assertore delle istanze multipolari. A spingere sull'acceleratore dell'avvicinamento alla Russia è poi Panos Kammenos, ministro della difesa e capo del partito di destra dei Greci Indipendenti. Nel suo caso le accentuate tendenze filorusse trovano fondamento nell'antico richiamo nazional-religioso alla fratellanza ortodossa: Russia e Grecia sono infatti due dei principali poli della cristianità orientale. Nel paese ellenico, in cui la fede ortodossa è ancora oggi religione di Stato, esiste una diffusa simpatia popolare verso la Federazione Russa. Va inoltre ricordato il grande afflato patriottico della Chiesa ortodossa greca, che in questi anni è arrivata a definire la Troika «una forza d'invasione straniera». Anche verso il governo guidato dal non credente Tsipras la Chiesa non si è tirata indietro, tanto che l'arcivescovo di Atene Ieronymos II ha proposto di usare i fondi ricavati dalle proprietà ecclesiastiche per contribuire al pagamento del debito. In sostanza, l'avvicinamento della Grecia alla Russia, oltre ad essere dovuto a chiare ragioni di ordine politico-economico, è facilitato dalla speciale comunanza culturale e spirituale tra i due paesi.

In quest'ottica di avvicinamento alla Russia si comprende la netta opposizione del governo greco alle sanzioni europee contro il Cremlino. Sulla crisi ucraina la Grecia è - insieme all'Ungheria - tra i paesi dell'UE maggiormente critici verso il sostegno assicurato a Kiev dall'Occidente. E se la crisi ucraina ha provocato l'abbandono europeo del progetto South Stream, è proprio sulla questione dei gasdotti che Tsipras ha concluso una prima importante intesa con Putin. È infatti di pochi giorni fa la firma dell'intesa che allargherà il progetto del cosiddetto Turkish Stream alla Grecia, consentendo ad Atene di avvalersi di 5 miliardi di euro di anticipo. Si stima che l'intesa potrebbe favorire la creazione di 20.000 posti di lavoro nella sola Grecia, nonché aprire la strada ad ulteriori collaborazioni con il colosso russo Gazprom, specie nello sfruttamento degli idrocarburi nelle aree della Grecia occidentale e di Creta.

Oltre alla Russia un altro potenziale sbocco orientale di Atene potrebbe essere la Cina. Pechino è da tempo in trattativa per l'ottenimento della completa gestione del porto del Pireo. Qualora l'intesa fra i due governi dovesse concretizzarsi, il porto greco potrebbe trasformarsi in uno snodo commerciale di primaria importanza nel Mediterraneo, rendendo la Grecia partecipe del progetto della “nuova via della seta”. Russia e Cina inoltre hanno dichiarato di essere pronte ad aiutare finanziariamente la Grecia attraverso la neonata Nuova Banca dello Sviluppo (NDB), un istituto che nei prossimi anni potrebbe porre fine al predominio occidentale sui mercati finanziari. Il tema della possibile adesione della Grecia alla NDB è stato fissato nell'agenda del summit BRICS 2015 che si terrà ad Ufa, in Russia, il 9 e 10 luglio, anche se è abbastanza evidente che la discussione dipenderà in gran parte dall'esito del referendum. Quel che è certo è che la vittoria del no potrebbe dare al governo la forza necessaria per proseguire lungo la via che conduce ai BRICS, aprendo uno scenario interessante anche per gli altri paesi dell'Europa mediterranea colpiti dalla crisi dell'euro, tra cui l'Italia.

In definitiva, la partita greca non investe solo i già delicati equilibri finanziari dell'eurozona, ma si inserisce in una più complessa trama geopolitica che vede Stati Uniti ed Unione Europea ancora una volta andare a braccetto, con sullo sfondo la Russia e la Cina. La vittoria del sì non rappresenterebbe un grosso sospiro di sollievo solo per la Troika e Angela Merkel, ma anche per Obama e gli strateghi della Casa Bianca. In fin troppe occasioni USA ed UE hanno dimostrato di non amare chi non si arrende alla loro prepotenza. Questo è già di per sé un argomento sufficiente per sperare nel no. Un no che vuol dire amor patrio e sovranità nazionale. Quindi Forza Grecia, grida con voce ferma: OXI!

 

01 dicembre 2014

Il Francesco che i media censurano


di Francesco Filipazzi
In questi giorni gli osservatori delle mosse papali hanno avuto modo di porsi molte domande. Sembra infatti che il papato di Francesco, ripresosi dal funesto sinodo, che certo lo deve aver stressato non poco, abbia subìto una svolta e che finalmente il pontefice abbia iniziato a interpretare il suo ruolo in modo più consono alle aspettative dei cattolici. Prova ne è che i media ne parlano poco e solo per citare le frasi scherzose pronunciate non nelle situazioni ufficiali, ma nelle chiacchierate da bar.

La visita alle istituzioni europee. Il pezzo forte di questi giorni sono i discorsi pronunciati da Francesco di fronte alle istituzioni europee, densi di concetti profondi e da molti osservatori definiti quasi ratzingeriani. Senza troppi giri di parole il Papa ha demolito l’attuale Unione Europea, sottolineandone le contraddizioni etiche e morali, richiamando proprio all’interno del Parlamento Europeo la cultura dello scarto e pronunciandosi contro aborto ed eutanasia, e invitando a recuperare in fretta le radici cristiane dell’Europa. Discorsi sorprendenti per chi si aspettava frasi di circostanza e ammiccamenti, all’interno del parlamento che più di tutti si batte contro la vita e per promuovere la cultura della morte.

Contro l’aborto e a favore dell’obiezione di coscienza. Un altro passo importante che i media hanno sostanzialmente passato sotto silenzio è l’invito all’obiezione di coscienza, pronunciato durante il discorso ai medici cattolici. In questo periodo in Italia, ad opera soprattutto dei Radicali della Bonino, vive una certa recrudescenza la battaglia contro gli obiettori, che dovrebbero essere obbligati, secondo i paladini del non-si-sa-cosa, ad abortire, pena il licenziamento. Il Papa ha invece ribadito che l’obiezione di coscienza va praticata a costo di avere conseguenze sociali, ribadendo che l’aborto è un problema scientifico.

Quando tante volte nella mia vita di sacerdote ho sentito obiezioni. “Ma, dimmi, perché la Chiesa si oppone all’aborto, per esempio? E’ un problema religioso?” – “No, no. Non è un problema religioso” – “E’ un problema filosofico?” – “No, non è un problema filosofico”. E’ un problema scientifico, perché lì c’è una vita umana e non è lecito fare fuori una vita umana per risolvere un problema. “Ma no, il pensiero moderno…” – “Ma, senti, nel pensiero antico e nel pensiero moderno, la parola uccidere significa lo stesso!”.

La bigenitorialità e la famiglia. Chiaramente non citato da nessuno è stato il discorso ai partecipanti al Colloquio Internazionale sulla complementarietà fra uomo e donna. Qualcuno forse si aspettava frasi ambigue e gesuitiche, ma così non è stato. Francesco, forse per fugare qualche dubbio sorto durante il sinodo, ha ribadito la centralità della famiglia cristiana, fondata su un uomo e una donna che si uniscono per crescere dei figli.

Occorre insistere sui pilastri fondamentali che reggono una nazione: i suoi beni immateriali. La famiglia rimane al fondamento della convivenza e la garanzia contro lo sfaldamento sociale. I bambini hanno il diritto di crescere in una famiglia, con un papà e una mamma, capaci di creare un ambiente idoneo al loro sviluppo e alla loro maturazione affettiva.


Che dire? L’onestà intellettuale impone di dare sempre a Cesare quel che è di Cesare. In questo periodo i media tradizionalisti, ormai partiti per la tangente dell’anti bergoglismo militante, allo stesso modo dei media progressisti, tacciono riguardo a questi discorsi e a queste visite che stanno restituendo finalmente al pontificato di Francesco un valore e che meritano di essere diffusi. La verità è infatti l’unico fine di ogni cattolico e annunciare che il Papa si è espresso come indicato qui sopra non può fare altro che piacere.  

 

28 maggio 2014

Europee 2014: una lettura cattolica

di Fabrizio Cannone
Anzitutto, due premesse. Non sono un politologo e non mi interessa più di tanto conoscere tutti i meandri della politica partitica odierna. Ancora meno mi interessa il funzionamento, oscuro per la maggioranza dei cittadini, delle Commissioni europee, dei Tribunali internazionali, della macchina burocratica, artificiale quant’altre mai, che presiede al funzionamento dell’Unione Europea. La seconda premessa è che la Chiesa cattolica, fondata da Gesù di Nazaret, non può non fare politica. La dottrina di Cristo infatti non è una dottrina gnostica, esoterica o platonica. Essa riguarda sia l’anima, che il corpo degli uomini. Sia la Chiesa che lo Stato. Se un’anima priva di corpo non esiste, salvo in paradiso, non c’è neppure un cristianesimo senza società, o una Chiesa senza Stato, o comunità politica, collettività. Gli insegnamenti evangelici, a ben vedere, riguardano in primis proprio l’uomo in quanto membro della società e non l’eremita: si pensi alla carità verso il prossimo, all’amore dei nemici, alla distinzione tra Dio e Cesare, o all’indissolubilità del matrimonio. Se la Chiesa, insegnando il Vangelo fa politica, il cristiano come membro della Chiesa, deve fare politica: i Papi del XIX e del XX secolo lo hanno ricordato mille volte (si pensi ai magnifici discorsi di Pio XII al laicato cattolico in cui il Pontefice chiese di riconquistare la società umana ai valori cristiani). 

Ciò detto, veniamo alle recenti votazioni per il rinnovo del Parlamento europeo. Queste elezioni sono state caratterizzate da due elementi principali, notati da tutti gli osservatori: il forte tasso di astensione e l’avanzata dei movimenti “euroscettici”. Ora, anche qui è bene essere chiari fin da subito. L’Europa non nasce con l’Unione Europea, il Trattato di Maastricht o l’invenzione dell’euro. L’Europa, come societas e come cultura, nasce con il cristianesimo e Carlo Magno è comunemente indicato come il fondatore dell’Europa cristiana. Si può sempre discutere sulla pertinenza di attribuzione di paternità storiche, resta il fatto che nei lunghi secoli medioevali (grosso modo dal 400 al 1400) l’Europa, e non il vago e impreciso concetto di Occidente, parlò una sola lingua (il latino), conobbe una sola filosofia giuridica (il diritto romano-canonico) e soprattutto professò una sola religione (il cattolicesimo romano). Se oggi ogni buon cristiano deve opporsi all’UE ciò deve essere fatto non perché si è “anti-europei”, ma proprio perché il potere è gestito da gruppi e lobby che si caratterizzano per il disprezzo per tutto ciò che l’Europa fu, è, e speriamo tornerà ad essere pienamente: il Continente di Cristo, evangelizzato dai suoi stessi Apostoli ed entro il quale sorge la Santa Sede, cioè la Sede del Vicario del Fondatore della Chiesa. Da queste premesse si deduce che il giudizio sulla recente tornata elettorale non può che essere critico per l’Italia e in linea di massima positivo per i restanti Paesi d’Europa. Ovunque avanzano i partiti che criticano questa UE e la sua politica tecnocratica, burocratica, anti-democratica, demagogica, liberale e liberista, favorevole alla distruzione della famiglia, della vita, della moralità e delbenessere sociale. Proprio perché amiamo l’Europa, a prescindere dal suo assetto politico-sociale-istituzionale, dobbiamo essere “euroscettici” e avversi a questo piano, di sentore massonico, che vuole cancellare ogni radice cristiana dal Vecchio Continente. Come l’Italia va amata, sebbene sia corretto criticare il processo di unificazione dello Stato, così l’Europa va difesa e sostenuta, contro i suoi sabotatori e i suoi attuali padroni. In quasi tutte le storiche nazioni europee, coloro che si sono mostrati giustamente preoccupati e critici hanno avuto un grande successo elettorale (come emblematicamente in Francia, in Ungheria, in Austria e in Gran Bretagna). 

Solo in Italia, il Partito Democratico di Matteo Renzi ha superato ogni più rosea aspettativa, oltrepassando il 40% dei suffragi. Come mai? Varie ragioni possono essere invocate. Anzitutto le innegabili capacità comunicative e decisionali di Renzi che è riuscito a trionfare sulle correnti avverse nel suo partito, mostrando scaltrezza, determinazione e volontà di tracciare una linea nuova tra gli eredi storici del PCI. Poi è facile notare che il PD si pone come la sintesi delle due culture politiche più diffuse in Italia nei decenni del dopoguerra: quella socialista-comunista e quella popolare-democristiana. Oggi il partito di Renzi è molto più vicino ai laburisti inglesi e ai democratici americani che non ai partiti comunista e socialista: ma questo, non è affatto un miglioramento, dal punto di vista cattolico. Se erano discutibili i punti fermi dei partiti della sinistra classica (nel periodo 1945-1990), ciò che oggi caratterizza la neo-sinistra liberal, è quanto di più incompatibile col messaggio cristiano. Si pensi al matrimonio gay, all’imposizione della teoria del gender nelle scuole e nella cultura, al femminismo dogmatico e acritico (leggi sul femminicidio e sulle quote rosa), all’immigrazionismo totale, selvaggio e ideologico. Renzi ha riunito i mondi ex-democristiano e della sinistra storica: e questo è un gran male soprattutto perché questi due mondi sono oggi proni come nessun altro ai diktat di Bruxelles e dei poteri forti, specie bancari e dell’alta finanza. E’ mancata in Italia una forza politica che unisse in modo chiaro i valori sociali e morali del cristianesimo, che sono quelli identitari della penisola, con una ferma critica al processo di “europeizzazione” in corso. La Lega e Fratelli d’Italia hanno tentato di scompaginare le carte in tal senso, ma non hanno affatto sfondato al pari dei partiti nazionalisti e populisti di altre nazioni. Il movimento di Grillo, seppur ridimensionato, tiene bene e questo proprio per l’idea che ha offerto alla gente di partito d’opposizione al sistema, idea però smentita dalla realtà. Se i grillini criticano con vigore UE ed euro, sono però totalmente succubi della politica europea in fatto di costumi e di famiglia, e dunque in fondo rivoluzionari solo a parole. 

Cosa auspicare, conclusivamente, dal punto di vista cattolico? Sicuramente, la formazione di una forza di liberazione nazionale che forte del retaggio storico e religioso del popolo italiano, fondi proprio su questo retaggio l’opposizione chiara e netta ai tecnocrati di Bruxelles. Questa forza, che a noi piace chiamare Blocco Nazionale, dovrà essere identitaria (nella difesa dei valori non negoziabili: vita e famiglia senza compromessi), sociale (difesa dei deboli contro le lobby internazionali sanguisuga) e popolare (ovvero fatta non di soli intellettuali senza radicamento, ma con la volontà di coinvolgere tutte le classi sociali e tutte le età, specie i giovani, incoraggiati alla militanza e all’impegno sacro della politica, vista come vocazione e come missione). 
 

27 maggio 2014

Una controrivoluzione per l'Europa

di Franciscus Pentagrammuli
I risultati delle elezioni europee sono strani. Disordine e paura fuori d'Italia (con i giornalisti che gridano al nazista e all'involuzione reazionaria in Europa, salvo poi inneggiare all'Ucraina europeista con la sua bassa manovalanza nazistoide), diccì in Italia. Destra trionfante in Europa, con la coda fra le gambe in Italia. Probabilmente cambierà poco: speriamo che qualcosa cambi, non fosse che per paura degli euroscettici. Ma cos'è diventata l'Unione Europea?


L'Unione Europea è diventata la centrale dell'imposizione forzata (attraverso soprattutto la finanza e la propaganda psicologica) di una ideologia utopistica totalmente disancorata dalla realtà umana e storica. Si è voluto imporre uno stato sovranazionale che eliminasse le differenze storiche fra i popoli e i Paesi, si è voluto imporre una uguaglianza sociale verso il basso, fatta eccezione per i centri del potere politico-finanziario; domina uno pseudoliberismo sovranazionale, mentre la microeconomia viene soffocata da lacciuoli burocratici e da un fisco degno del socialismo reale; si è voluta imporre la convivenza con gruppi di estranei totali, africani e asiatici, che ci disprezzano e non hanno alcuna intenzione di integrarsi (a cosa, poi? a quella cultura artefatta cui veniamo adeguati a forza? In tutti i paesi europei si è sempre fatta una gran fatica ad integrare i piccoli gruppi di ebrei che c'erano: come si può anche solo pensare, sensatamente, di integrarvi milioni di africani, di musulmani?); si è voluto imporre lo sradicamento dalle nostre culture e religioni e tradizioni etniche e nazionali e familiari, in favore di una dottrina sociale e antropologica liquida ma sempre antiumana. Ingegneria sociale, negazione della realtà, imposizione forzata di tutto quanto ripugna all'umana natura e alla storia d'Europa. Imposizione rapidissima di un'ideologia, e se i fatti non sono d'accordo con l'ideologia, tanto peggio per i fatti!

Ora i fatti iniziano a ribellarsi: Front National, neonazisti o pseudotali, antieuropeisti vari, omofobi, populisti, nazionalisti, "integralisti religiosi". Iniziano a ribellarsi tutti coloro le cui idee e i cui ideali, anche e soprattutto nel loro senso migliore, sono stati infranti ed insultati negli ultimi cinquant'anni. Tanto più in là è andata la realizzazione della follia utopistica postmoderna e postumana, tanto più dura e dolorosa e, verosimilmente, violenta sarà la reazione ad essa. Chi, spaventato dal montare della reazione in Europa, applicherà un'accelerazione al processo di imposizione totalitaria della postmodernità, questi sarà responsabile della radicalizzazione della reazione ad essa. Se la rivoluzione postmoderna fosse stata fermata cinquanta, quaranta, trenta, venti, dieci anni fa, non si sarebbe giunti alla situazione attuale, a vedere i "fassisti" dappertutto; se la rivoluzione non verrà fermata oggi, avremo Alba Dorata in tutti i paesi d'Europa. 

Questa visione del futuro prossimo potrà piacere a qualcuno dei nostri lettori, la prospettiva di una grande Vandea europea potrà allettare le nostre immaginazioni, ma sono illusioni: i nonni dei vandeani del '93 erano cresciuti alle missioni di san Luigi de Monfort. Noi no, e tantomeno lo sono i militanti delle destre europee, variamente pagane o terminali, che certo non hanno nulla della santità di uno Chatelineau. Fino ad oggi le forze di destra hanno avuto paura di apparire troppo conservatrici, e si sono fatte infinocchiare, o, peggio, sono state anch'esse preda del folle ottimismo futurista e progressivo. Non hanno fermato la rivoluzione, e hanno lasciato che la situazione si evolvesse fino alla situazione attuale. Ora, in difesa della vera libertà dei popoli europei, e per il bene delle nazioni e degli uomini, è il tempo di agire, finalmente, come si deve, in modo umano, razionale, cristiano. 

Memori degli avvertimenti, e delle promesse, della Beata Vergine a Fatima, preghiamo e agiamo, per restaurare l'Europa cristiana. 

Dio abbia pietà di noi, e ci benedica!
 

02 aprile 2014

L'Europa dei soviet


di Paolo Maria Filipazzi

Uno spettro si aggira per l’Europa. E’ quello… dell’Europa. O meglio, quello dell’entità nota come Unione Europea, la quale, per citare le parole che Oriana Fallaci vi dedicava ne “La Rabbia e l’orgoglio”, “non è l’Europa, ma il suicidio dell’Europa”. In tutti i paesi schiacciati sotto il tallone di questa mostruosità politica, giuridica, economica e culturale, sembra profilarsi una considerevole affermazione, alle prossime elezioni europee, di forze cosiddette euroscettiche.

Contro questa avanzata le classi dirigenti, sbigottite, nel loro eurofanatismo obnubilante i cervelli e inibente un qualunque autentico contatto con la realtà, da un fenomeno che è semplicemente nella natura delle cose, non hanno trovato, al momento, niente di meglio che sventolare il frusto e patetico spauracchio dei nazionalismi, dei nazi-fascisti brutti e cattivi, della Seconda Guerra Mondiale e dell’Olocausto. Vale a dire, cose che non c’entrano una mazza, ma che vengono meccanicamente tirate fuori dalle oligarchie politico-finanziarie come spauracchio per auto-legittimarsi e, al contempo fare sentire in colpa i cittadini, criminalizzati nelle loro scelte, ogniqualvolta si sentono minacciate. In realtà si tratta di un fenomeno molto più articolato. Andiamolo ad analizzare.

L’Unione Europea non è quell’Europa “carolingia” che fu immaginata, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, dal renano Adenauer, dal trentino De Gasperi e dal lorenese Schuman, i tre grandi statisti figli della scuola cristiano-sociale germanica. Il vero atto di nascita del Leviatano a cui siamo sottoposti sta nel discorso che Gorbacev pronunciò in segreto il 6 giugno 1987 agli alleati del Patto di Varsavia, preconizzando una “casa comune europea” che avrebbe dovuto attuare nell’Europa occidentale il processo di sovietizzazione attuato in Europa orientale. Il progetto fu presto accolto dalle élite dell’Europa occidentale e questo portò a Maastricht, noncurante del crollo del comunismo orientale. Oggi, come spesso torna a denunciare Vladimir Bukovskiyj, autore del libro “URSS-EURSS ovvero il complotto dei rossi e Eurss. Unione Europea delle Repubbliche Socialiste Sovietiche”, il piano è alla sua prima fase di attuazione. Non per nulla, in Germania, il paese egemone dell’Unione Europea, l’unificazione dopo la caduta del Muro ha portato la vecchia classe dirigente tedesco-orientale all’egemonia del paese unificato: dalla DDR provengono sia Schroeder, successore di Kohl, sia la Merkel, che, guarda caso, per la maggior parte della sua stagione di governo ha retto la Germania in coalizione coi socialdemocratici.

Oggi l’Unione Europea si contraddistingue per una struttura che sta sempre più assumendo connotati affini a quelli sovietici: oligarchia senza alcuna legittimazione democratica al potere; burocrazia ottusa, elefantiaca, in continua crescita e sempre più inefficiente; corruzione; messianismo, che presenta se stesso come unica panacea di tutti i mali e paventa la fine del mondo in caso di crollo; programmi di governo basati sulla pura ideologia, senza alcun contatto con la realtà, e dalla delirante convinzione che tutto sia destinato ad andare gioiosamente, meccanicamente, per tappe prestabilita, verso il radioso destino fissato. E se il “Program Maximum” di Lenin stava nell’eliminazione di proprietà privata, famiglia e Nazione, non si può ignorare che proprio su questa strada l’Europa sembri incamminata a tappe forzate. L’UE ha dato inizio ad una vera e propria operazione di lavaggio del cervello massivo, imponendo in maniera ossessiva ed in tutti i gangli della cultura, della comunicazione, dell’istruzione, un’ideologia anti-umana che nega le basi fondamentali della civiltà, imponendo l’orrore dell’aborto, dell’eutanasia, della fecondazione assistita, elevando a bandiera la promozione della sodomia e, a partire alla recente approvazione del rapporto Lunacek, anche la sessualizzazione dei bambini in età precoce, vale a dire la pedofilia. Con la sua politica economica sta mandando in malora quel tessuto di piccole e medie imprese, di artigianato, di economia familiare che era la forza non solo italiana, impoverendo progressivamente milioni di europei e favorendo le gigantesche accumulazioni di capitale. Quanto, alle identità nazionali, si sta anche qui realizzando la previsione di Lenin, per il quale sarebbero progressivamente avvizzite. Milioni di abitanti del continente, si ritrovano impoveriti ed appesi ad una precarità economica e lavorativa che impedisce loro di costruirsi percorsi di vita coerenti; privi del supporto e della solidarietà dell’istituzione familiare, che un tempo faceva la solidità dei rapporti comunitari ed ora è sempre più in dissoluzione; senza quell’orizzonte valoriale che che viene dall’essere cresciuto in una tradizione culturale che dà all’uomo quei valori in base ai quali affrontare la vita; col cervello bruciato da una propaganda che, a partire dalla tenerissima età, porta a considerare come ragionevoli e scontate le farneticazioni su cui il potere basa la propria legittimità. Un continente intero di schiavi deficienti. Appunto, ciò in cui consisteva in ultima istanza il programma sovietico.

Come è noto, però, l’URSS ed esperienze affini (come quella Yugoslavia) sono crollate. Sono crollate perché l’uomo non si può cambiare e nessuna ideologia potrà mai sradicare dall’animo umano ciò che è proprio della sua natura, ciò che fa di noi degli uomini. Non è il caso che dalle ceneri dell’URSS e della Yugoslavia di Tito siano risorti, fortissimi, il sentimento nazionale e quello religioso di Nazioni e Chiese che, improvvisamente, sono riapparse trionfanti. Risorti, certo, a volte accompagnandosi a tragedie immani. Ma si trattava della violenza brutale con cui la vittima di uno stupro reagisce alla violenza che sta subendo.

Appunto questo accade in Europa: un intero continente sta subendo uno stupro. L’avanzata degli “euroscettici” non è che un segnale che la natura umana ancora una volta non è cambiata e lotta per la sopravvivenza.

 

27 marzo 2014

Euro: a Ballarò va in onda la disinformazione di regime

di Marco Mancini

L’altra sera ho commesso il madornale errore di sintonizzare il televisore su Raitre, per seguire “Ballarò”. Il fatto che Floris avesse invitato ancora una volta i soliti amiconi (il repubblicone Giannini, il vicepresidente di Confindustria Regina, l’economista Quadrio Curzio, etc.) avrebbe dovuto mettermi sull’avviso, ma visto che si parlava di euro, peraltro all’indomani della buona affermazione del Front National alle amministrative francesi, ho pensato che ne valesse la pena. Ovviamente mi sbagliavo.
 

25 febbraio 2014

Le “tre Ucraine” nella crisi di Kiev

di Andrea Virga
Gli schieramenti in lotta in Ucraina, per quanto in apparenza eterogenei, rappresentano in maniera piuttosto chiara e diretta la divisione sociopolitica del Paese, che corrisponde ad una divisione tra la parte settentrionale e occidentale e la parte meridionale e orientale dell’Ucraina. Questa linea di faglia geografica e politica risponde a sua volta a precise motivazioni storiche ed etnoculturali.
 

04 novembre 2013

Terremoto dell'Aquila: dietro i rimbrotti UE la sinistra degli sciacalli

di Marco Mancini

“L’Aquila, il dossier segreto UE: sprechi e mafia nel dopo terremoto”. Così titolava ieri “Repubblica”, riportando – in un articolo firmato da Attilio Bolzoni – alcuni estratti di un documento redatto dall’europarlamentare danese Søren Bo Søndergaard (Sinistra unitaria europea/Sinistra verde nordica), che sarà discusso il prossimo 7 novembre dalla Commissione parlamentare per il controllo dei bilanci.