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16 maggio 2015

Il cardinale Mindszenty a 40 anni dalla morte


di Federico Catani 

Tempo fa, girovagando tra le bancarelle di libri usati vicino alla Stazione Termini, mi sono imbattuto in una vecchia copia delle “Memorie” del cardinal Jόszef Mindszenty, arcivescovo di Esztergom-Budapest negli anni del comunismo. Entusiasta per la scoperta, non ci ho pensato due volte a tirar fuori i soldi (pochi in verità) necessari per l’acquisto. Il venditore, stupito che un giovane facesse quel genere di compere, mi ha chiesto se avessi origini ungheresi. Alla mia risposta negativa, mi ha domandato se avessi scritto una tesi di laurea su quel personaggio. Ma ho risposto nuovamente di no. Allora ha voluto sapere il motivo della mia scelta, tanto lo aveva colpito. Ho spiegato che per me il cardinale Mindszenty è un eroe, un martire, simbolo di una Chiesa senza compromessi e senza paura nei confronti dei nemici, come piace a me. Dunque sentivo il bisogno di conoscerlo meglio leggendo quanto egli stesso aveva scritto della sua esperienza.

Ebbene, ricorrono i quaranta anni dalla morte del grande cardinale (6 maggio 1975). Un uomo che ne ha subìte tante, senza mai piegarsi. Venne arrestato per la prima volta dai comunisti di Bela Kun, che presero il potere in Ungheria dopo il crollo dell’Impero asburgico. Durante il secondo conflitto mondiale, divenuto vescovo, Mindszenty fu sbattuto in carcere la seconda volta dagli occupanti nazisti, che ovviamente non gradivano la sua azione in difesa della popolazione, ebrei compresi.

Finita la guerra, arrivò l’Armata Rossa e si passò dalla padella alla brace. Mindszenty, nominato primate d’Ungheria, nel 1946 fu creato cardinale da Pio XII. Nell’imporgli la berretta, Papa Pacelli gli disse: «Tu sarai il primo a sopportare il martirio simboleggiato da questo colore rosso». Tradizionalmente, il principe-primate aveva il compito di incoronare i re e di fare le loro veci in caso di necessità: aveva quindi funzioni spirituali e civili, che esercitava a servizio della patria. Mindszenty, pur nel mutare dei tempi, era ben conscio di questo ruolo e si adoperò con ogni mezzo per assolvere i propri doveri. Soprattutto volle ricordare a tutti che l’Ungheria era stata consacrata alla Madonna dal santo re Stefano, diventando così Regnum Marianum, terra di Maria: gli ungheresi non dovevano dimenticare quel patto, ma anzi ravvivarlo. L’arcivescovo fronteggiò indomitamente la persecuzione dei comunisti, che fecero di tutto per estromettere la Chiesa dalla vita pubblica e per sottometterla al loro volere. Mindszenty era quindi un personaggio scomodo. Si arrivò così alla sera del 26 dicembre 1948, quando la polizia penetrò in episcopio e lo arrestò. Era la terza volta che finiva dietro le sbarre.

Quello che i comunisti hanno commesso contro questo pastore resterà una delle più grandi infamie della storia. Per giorni e giorni il cardinale venne picchiato, drogato, privato del sonno e costretto ad ascoltare oscenità. Il tutto per fargli confessare di essere nemico del popolo e di aver tramato contro lo Stato. L’unica volta che i carcerieri gli permisero di rivestire la talare fu quando venne a visitarlo il senatore del Partito Comunista Italiano Ottavio Pastore: era un modo per dire al mondo che l’arcivescovo stava bene. Dopo un processo farsa, Mindszenty fu condannato all’ergastolo. Distrutto nel corpo e nello spirito a causa delle torture, alla fine firmò una confessione di colpevolezza, ma ebbe la lucidità di aggiungere, sotto il suo nome, C. F. (“coactus feci”, ossia “firmai perché costretto”). Papa Pio XII protestò pubblicamente e a gran voce per denunciare quello scempio. Il 6 febbraio 1949, dopo la condanna, Giancarlo Pajetta insultò e derise il cardinale in modo sprezzante sull’Unità. Tra una prigione e l’altra, Mindszenty fece ben 8 anni di dura galera. Riuscì a portare con sé un’immagine del Cristo coronato di spine che, quando aveva il permesso di celebrare la messa, usava come quadro d’altare. Per moltissimo tempo non gli furono messi a disposizione testi sacri. Tra le vessazioni subìte, anche il divieto di inginocchiarsi in cella e le continue interruzioni delle sue preghiere. Spesso gli portavano carne il venerdì, in modo da non farlo mangiare.

Nell’ottobre del 1956, durante la rivolta d’Ungheria, il cardinale fu liberato dagli insorti. Ma i carri armati sovietici riportarono ben presto il buio in terra magiara. Pio XII, al proposito, scrisse due memorabili encicliche: la Luctuosissimi eventu, con cui chiedeva preghiere pubbliche per il popolo ungherese e la Datis nuperrime, per condannare i luttuosi avvenimenti in Ungheria. Mindszenty dovette rifugiarsi nell’ambasciata americana di Budapest, dove rimase recluso per quindici anni, senza poter uscire nemmeno per il funerale della mamma. Nel frattempo, però, il Vaticano aveva iniziato a mutare atteggiamento nei confronti dei regimi dell’Est Europa: era la Ostpolitik, la politica di apertura e dialogo verso i comunisti. In questo clima di distensione, Mindszenty era divenuto ormai un ospite scomodo anche per gli americani. Dopo varie trattative, la Santa Sede riuscì a far giungere il cardinale a Roma. Iniziò in quel momento l’ultima tappa della sua Via Crucis, forse la più dolorosa.
Mindszenty, infatti, pur in spirito di obbedienza ed umiltà, ricevette grandi amarezze proprio dalla politica vaticana. L’Osservatore Romano scrisse che il trasferimento dell’arcivescovo aveva reso più facili i rapporti tra Vaticano ed Ungheria. Il primate decise di risiedere a Vienna, iniziando a effettuare numerosi viaggi per incontrare le comunità ungheresi sparse nel mondo e per raccontare a più persone possibili la verità sul comunismo. Ma da Roma (all’insaputa del Papa) gli fecero sapere che non avrebbe dovuto più parlare in pubblico senza prima aver sottoposto i suoi interventi e le sue omelie al vaglio della Santa Sede. «Pregai il nunzio di comunicare ai competenti organi vaticani – spiegò il cardinale - che in Ungheria regnava ora un opprimente silenzio di tomba e che io inorridivo al pensiero di dover tacere anche nel mondo libero». Mindszenty capì che Paolo VI non era stato «più in grado di resistere alla pressione del regime di Budapest, che si appellava alle garanzie e alle promesse del Vaticano». Nonostante le promesse fatte in precedenza, nel 1973 il Papa chiese al cardinale di rinunciare alla sua carica arcivescovile, ricevendone un rispettoso ma fermo rifiuto. «Non lo potevo fare – scrisse Mindszenty – perché queste misure avrebbero aggravato la situazione della Chiesa ungherese, recando danno alla vita religiosa e confusione nelle anime dei cattolici e dei sacerdoti fedeli alla Chiesa». Il primate temeva che un’eventuale rinuncia avrebbe potuto in qualche modo far pensare ad una legittimazione del regime ungherese. Paolo VI però fu irremovibile. Di fronte ad alcune agenzie di stampa che diffusero la notizia di una rinuncia volontaria, il cardinale ribadì che tale decisione era stata presa unicamente dalla Santa Sede, non avendo egli mai rinunciato né alla carica di arcivescovo né alla sua dignità di primate d’Ungheria. Nonostante la differenza di vedute dal punto di vista strategico, mantenne intatto il suo amore al Papa. Non chiese mai nemmeno l’amnistia, che pure gli fu strumentalmente concessa, ma la piena riabilitazione. Riabilitazione ottenuta soltanto nel 2012. Attualmente, peraltro, è in corso la sua causa di beatificazione.

Giovannino Guareschi, che lo avrebbe voluto Papa per vederlo libero dalla prigionia, ha fatto la celebrazione più bella di Mindszenty. Al pretino progressista don Chichì che, riferendosi al cardinale, domanda: «Perché questa smania di martirio? Non avrebbe potuto trovare anche lui un modus vivendi con l’autorità del suo Paese?», don Camillo risponde: «Bisogna compatirlo. È stato portato fuori strada da quell’altro tizio che s’è fatto inchiodare sulla croce. I soliti estremismi». Non c’è complimento migliore. 


(La Croce quotidiano, 6 maggio 2015)
 

02 marzo 2015

Novecento, il secolo senza Croce

di Francesco Filipazzi
Il ‘900 è stato un secolo di massacri indicibili provocati da armi impensabili, dove hanno preso corpo le dottrine anti umane dell’800. Dottrine che avevano in comune la cancellazione della Croce e quindi l’oblio del messaggio di Gesù Cristo, messaggio per l’uomo a favore dell’uomo. Questa la tesi di fondo di “Novecento, il secolo senza croce”, di Francesco Agnoli.
Partendo dalla Prima Guerra Mondiale, l’analisi spiega come l’interventismo del 1914 sia stato provocato dal crollo di valori della modernità. “La fuga è dalla modernità intesa come moderna società industriale borghese con tutte le sue nefaste conseguenze. Età del secolarismo, età delle macchine e della tecnologia significano infatti: materialismo, homo oeconomicus, conflitto di classi, individualismo ed egoismo, crollo dei valori e degli ideali puramente morali e non utilitaristici, solitudine, benessere svalutante, negazione dell’esperienza diretta della vita attraverso la sostituzione del naturale con l’artificiale”, scrive Agnoli, descrivendo in poche righe la natura del problema. Il Novecento è stato il secolo nel quale l’uomo al posto di tendere “verso l’alto” non ha fatto altro che tendere “verso il basso”, coltivando il materiale al posto dello spirituale e giungendo quindi a disprezzare la vita umana.

Di pari passo va quindi la sostituzione della religione vera e propria con le ideologie, concezioni della vita e della realtà integraliste, al contrario del cattolicesimo. In nome delle ideologie, la maggior parte delle quali apertamente in guerra con Dio e la Fede, è stato possibile giustificare di tutto. Il secondo capitolo del libro è dedicato proprio alla disamina dello scientismo comunista “ateo, in lotta contro Dio, l’uomo e la famiglia”, definito “la forza anticristiana più incisiva della storia” e dunque anti umana. “Alla religione cristiana, fondata sulla Rivelazione e sull’esistenza di un Dio trascendente, che darà a tutti secondo i loro meriti, contrappongono una religione immanente, con il suo dio, lo Stato; la sua chiesa, il partito; il suo papa, il capo del partito; la sua ortodossia e le sue eresie; con il suo paradiso, la società comunista futura e il suo inferno, i gulag e la morte per i reprobi, i  nemici di classe”.
L’ideologia comunista (nelle sue varie declinazioni marxista, leninista, maoista e via dicendo) è stata il motore dei più grandi massacri di tutta la storia umana e la durata delle dittature ad essa ispirata hanno portato ad amplificarne l’effetto venefico e orribile. Dal comunismo deriva  lo scientismo, quella forma di pensiero che contrappone la scienza alla Fede e cerca di negarne i fondamenti, in base al fatto che la scienza è empirica mentre la fede non lo sarebbe.
Dallo scientismo alla persecuzione religiosa, nei paesi assoggettati al comunismo, il passo fu breve. E giù altri massacri. Da notare anche il capitolo dedicato ad Adolf Hitler, indicato come “nemico della Chiesa”, che fra i tanti, se la prese con i preti.  Un altro frutto velenoso del comunismo, anche e forse principalmente in Occidente, sono stati il divorzio, l’aborto e tutte le forme distruttive di controllo delle nascite, di cui lasciamo la disamina alla lettura del libro.

Il volume si chiude con un capitolo molto singolare, dal titolo “Ateismo e suicidio”, che potrebbe far saltare i nervi ai vari Odifreddi e uaariani.  “L’uomo è capace di adeguarsi a tutto, o quasi, solo che lo spirito sostenga il corpo, e se stesso; solo che lo spirito non sia ancora più debole del corpo”, frase che nell’epoca del vuoto esistenziale spiega come ogni anno i suicidi crescano e come milioni di persone si tolgano volontariamente la vita. Cifre analoghe a quelle dei morti in guerra.
Non è un caso che il maggior numero di suicidi, giustificati da ragioni più o meno importanti, avvenissero nei paesi in cui il rapporto con la divinità era ed è tutt’ora molto diverso da quello cristiano. Per il cristiano Dio e il rapporto personale con Dio sono ragioni sufficienti per sopportare qualsiasi cosa, mentre per altre culture, in cui questo rapporto manca, va da sé che il suicidio sia accettabile.
La situazione è ancora peggiore laddove la religione non esiste proprio o è cancellata, come in Europa dove sin dall’illuminismo la decadenza della morale cristiana, sostituita dalla divinità Ragione, ha lasciato spazio a una concezione se non positiva, per lo meno “non negativa”, del suicidio, che non è più peccato gravissimo ma una semplice scelta.
Nel nord Europa, descritto come il luogo dove la libertà dell’uomo è giunta ai massimi livelli, il suicidio fra i giovani è diventato diffusissimo.

Il suicidio è quindi l’ennesima conseguenza dell’abbandono della fede cristiana, in un secolo, il Novecento, nel quale troppo sangue è stato sparso in nome di ideologie distruttive, falsi dei di un secolo senza Croce.
 

17 novembre 2014

Nuovo Ordine Mondiale?



Il Timone ci segnala una figura significativa, il tonante card. Francis George, che dalla Sede di Chicago va concludendo il proprio ministero tra moniti a dir poco escatologici. Di esso la Rivista apologetica segnala due recenti interventi. Li commento intrecciandoli.
Mons. George anzitutto prevede il ragionevole sviluppo della nostra società, visto dall’angolo del suo seggio porporato:
Dissi – ed è stato riportato correttamente – che io mi aspettavo di morire in un letto, ma che il mio successore sarebbe morto in prigione e il suo successore sarebbe morto martire in una piazza pubblicaQUI
Ma in che consisterebbe questa pressione devastante, in linea con le chiarissime pagine dell’Apocalisse? Il Principe denuncia un doppio passaggio. Anzitutto, nella dialettica comunismo-secolarismo saremmo passati da un primato nel male da parte del comunismo a un primato nel male da parte del secolarismo.
Il comunismo impose un modello di vota totalizzante basato su un assunto: Dio non esiste. Il secolarismo è il suo compagno e sodale più presentabile. Per ironia della storia, alcune settimane fa alle Nazioni Unite la Russia si è unita alla maggioranza dei Paesi per opporsi agli Stati Uniti e all’Europa occidentale che volevano dichiarare l’uccisione di un bambino non nato un diritto universale. Chi si trova sul lato sbagliato della storia in questo momento? QUI
In secondo luogo la combo comunismo-secolarismo si prospetterebbe cedere all’alternativa tra Stati in cui il cristiano è apertamente persguitato dalla Saharia e Paesi in cui è subdolamente colpito dalla Gender Theory (secondo il registro di una accoglienza di facciata e di una persecuzione di fatto). E’ l’avvento del Nuovo Ordine Mondiale, almeno in senso analogico-metaforico, e l’affermazione della tanto temuta e attesa religione universale, in forme forse non previste.
Dal momento che tutte le istituzioni pubbliche, non importa chi ne sarà a capo, saranno agenti governativi e conformi alla richieste della religione ufficiale, lavorare come medici o in ambito legale diventerà più difficile per i cattolici fedeli. In alcuni Stati significa già che chi ha delle attività deve piegarsi a questa sorta di religione o venire sanzionato, così come i cristiani o gli ebrei sono sanzionati per la loro religione nei Paesi in cui vige la legge islamica, la sharia.
Ma il card. George è un cattolico con i contro-fiocchi, e l’Apocalisse se l’è meditata davvero, proprio per ciò non teme di lanciare dardi di minaccia, perché sa che – vada come vada – il finale è già scritto.
E’ stata omessa però la frase finale, sul vescovo successore di un possibile vescovo martirizzato: “Il suo successore raccoglierà i resti di una società in rovina e lentamente aiuterà a ricostruire la civiltà, come la Chiesa ha fatto tante volte lungo la storia”.
QUI potete seguire i suoi interventi sul Catholic New World.

 

24 maggio 2014

Il discorso di Paolo VI alle CEI (1964) in dieci punti

di Fabrizio Cannone
Durante il discorso fatto alla CEI il 19 maggio scorso, il Pontefice ha ricordato un analogo discorso tenuto da Papa Montini alla medesima Conferenza Episcopale 50 anni prima, definendolo “un gioiello”. E tale veramente fu. Bene ha fatto dunque l’Osservatore Romano a ripubblicarlo integralmente accanto a quello di Papa Bergoglio (cf. OR, 21.5.14, pp. 5-6).
Vediamone qui i tratti e i passaggi salienti, i quali secondo noi coincidono con quelle espressioni e quei concetti che purtroppo appaiono come quasi svaniti nell’odierna predicazione ecclesiale.
1. Montini a proposito dei Vescovi usa espressioni forti e oggi inusitate come “Ceto episcopale della santa Chiesa di Dio”; asserendo che in questo Ceto episcopale mondiale, “il gruppo eletto e cospicuo dei Vescovi italiani occupa per Noi [ plurale majestatis], com’è naturale e doveroso, un posto di speciale ed affettuosa considerazione”. Dunque per Paolo VI le Conferenze episcopali non hanno tutte la stessa importanza, e anche sotto questo profilo, nella Chiesa universale l’uguaglianza non esiste.
2. Il primo problema che Papa Montini cita dopo il “numero eccessivo delle diocesi”, è quello “della preservazione della fede nel popolo italiano, minacciata dalla evoluzione stessa della vita moderna, e direttamente dal laicismo e dal comunismo”. Toh! Avevamo capito, leggendo gli scritti e i discorsi di autorevolissimi prelati progressisti, che la “vita moderna” era da benedire e non da contrastare, e che il comunismo, privato della sua componente ateistica, avesse portato un contributo positivo alla società e alla cultura… Papa Bergoglio parla spesso dei problemi dell’evangelizzazione, e sta bene. Così come Ratzinger parlava spesso del relativismo e del nichilismo. Ma ogni tanto giova usare espressioni più dirette come quando si parla di “preservazione della fede”, indicandone nemici non generici (come lo sono le correnti filosofiche sopra menzionate), ma specifici, come il Comunismo (si noti che mentre il Papa teneva questo discorso il Partito Comunista italiano spopolava nelle piazze, nella cultura e nelle fabbriche).
3. Un altro problema che Paolo VI menziona assieme a quello delle vocazioni (già allora!), e dell’istruzione religiosa, è quello “dell’assetto sociale cristiano”. Questo rimanda, indirettamente quanto si vuole, al tradizionale concetto della regalità sociale di Cristo, solennemente ribadita da Pio XI nella celebre enciclica Quas primas (1925). Faccio notare di passaggio che Paolo VI era contrario all’aborto, al divorzio (anche meramente civile), al concubinato o amore libero, agli anti-concezionali di ogni tipo ( Humanae vitae), alla libertà assoluta di stampa e di opinione, all’immoralità nel cinema e nella TV, etc.
4. “Noi pensiamo che tutti quanti qui siamo abbiamo la persuasione che questi ed altri problemi, interessanti la stabilità e l’efficienza della Chiesa in Italia, non possono essere risolti da quel vecchio medico, che in altre circostanze è il tempo; nella presente condizione di cose il tempo non corre a nostro vantaggio; da sé i problemi non di risolvono; né è da credere che la nostra fiducia nella Provvidenza, fiducia sempre doverosa e sempre immensa, esoneri noi Pastori, noi responsabili, dal compiere ogni possibile sforzo per offrire alla Provvidenza l’occasione di suoi misericordiosi interventi” (corsivi miei). Semplicemente splendido e da meditare! Se il tempo corre oggi a svantaggio della fede è perché la modernità contiene in sé il virus dell’ateismo e non certo improbabili soli dell’avvenire.
5. L’evento Concilio è giudicato da Montini non come un abbassamento della Chiesa alle ragioni del mondo moderno, ma come “un atto solenne e clamoroso, quant’altri mai, per dar onore a Dio, per attestare amore a Cristo, per offrire obbedienza allo Spirito Santo; cioè per ravvivare il rapporto religioso fra Dio e la Chiesa, e per riaffermare la necessità, la natura, la fortuna della nostra religione di fronte al mondo moderno. Esso [il Concilio] è un incomparabile momento in cui la Chiesa celebra se stessa […]. Esso è vertice di carità gerarchica e fraterna”. Insomma la Chiesa che onora pubblicamente Dio Uno e Trino e perfino che “celebra se stessa” non compie un arcaismo auto-referenziale, come insegnano frotte di sapienti e paludati teologi.
6. Secondo Paolo VI, “le condizioni spirituali e sociali di questo diletto Paese, mentre conservano un preziosissimo patrimonio di tradizioni cattoliche [implicito elogio del Medioevo cristiano], e dimostrano segni consolantissimi di cristiana vitalità […], non sono tranquille, non sono sicure”. Il Papa, come visto, temeva il laicismo, il comunismo, la società moderna: oggi, ad alcuni sembrano problemi superati, e perfino certe eminenze non vorrebbero che si denunci più l’aborto, il laicismo o il matrimonio gay! A fronte di ciò, il Papa vorrebbe “rieducare religiosamente il nostro popolo”, e non solo umanizzarlo e dargli speranza (secondo le abituali retoriche prelatizie…).
8. Il Papa poi segnala una priorità: quella di “dare massima cura alla santificazione dei giorni festivi”; parla del “soddisfacimento dei doveri religiosi nei giorni festivi”. Per Montini la messa domenicale era uno stretto dovere del cristiano, mentre oggi secondo la casta docente cattolica non si dovrebbe più parlare, a proposito della messa, di “dovere religioso”, ma di desiderio eucaristico!
9. Un altro problema di fondo per Paolo VI era quello della “moralità pubblica e privata”. E siamo nel ’64. Cosa direbbe oggi? Leggo ogni giorno, da molti anni, l’Osservatore Romano e ogni due settimane La Civiltà Cattolica e credo di non avervi MAI letto nulla sul problema della “pubblica moralità”; ma assai spesso di ecologia, global warming, discriminazione, tutela delle specie in via di estinzione, battaglie contro la pena capitale, affollamento carcerario, etc. E poi dicono di stimare Montini! Il quale riteneva tale problema come “delicato e immenso”, il che doveva preludere ad “un’azione concorde per la moralizzazione”, a fronte del “preoccupante dilagare di ogni forma di licenza ed immoralità”. Chissà se certi Vescovi non giudicano anche il futuro beato, magari sottovoce, come un passatista, un tradizionalista e un moralista (le uniche accuse oggi infamanti…).
10. Riguardo alla dignità del sacerdozio, Montini ripete ai Vescovi le loro responsabilità. Essi devono non solo stare vicini al loro clero e assumerne l’odore, ma altresì ricordare che i sacerdoti “devono essere ornati di tutte le virtù ed offrire agli altri un esempio di vita santa”, sviluppando “la vita soprannaturale, lo spirito di preghiera, l’abitudine al raccoglimento, l’amore allo studio”. Il Papa sottolinea quindi ( tiens, tiens…) “l’obbligo del celibato ecclesiastico, del quale sarà, anzi, opportuno mettere frequentemente in evidenza la bellezza per il suo significato e per la necessità d’una esclusiva e completa dedizione del Clero all’amore di Cristo ed ai molteplici impegni dell’apostolato”.
www.libertaepersona.org
 

29 aprile 2014

San Giovanni XXIII: un Papa con la tiara (prima parte)

di Federico Catani
A poco più di cinquant’anni dalla morte, Papa Giovanni XXIII (1958-1963) è diventato santo. Di Angelo Giuseppe Roncalli si è arrivati a costruire un’immagine mitica, quasi abbia rappresentato l’inizio di una nuova Chiesa, più vera e più evangelica. La figura di Papa Giovanni è diventata, grazie a storici “cattolici” ultra-progressisti come Alberto Melloni, il simbolo di un papato rivoluzionario, opposto a secoli e secoli di Tradizione. Senza entrare nel merito della canonizzazione, che ormai è cosa fatta, in questa sede vogliamo svelare alcuni lati sottaciuti di Roncalli. In tal modo, si avrà un ritratto più completo del nuovo santo. 

Senza dubbio Giovanni XXIII ha inaugurato un nuovo modo di vivere e percepire il papato. Non si possono negare le sue aperture e il suo riformismo, sia nello stile, sia nel linguaggio, sia nell’atteggiamento da tenere nei confronti delle grandi questioni ecclesiali. E, fermo restando il rispetto e la venerazione per un Papa santo, ci permettiamo di far notare che molte ingenuità  e molti romanticismi (se così li vogliamo considerare) di Roncalli non hanno per nulla giovato alla Chiesa. L’ottimismo verso il futuro, il clima di dialogo inaugurato, l’apertura del Concilio Vaticano II, la predilezione per la “medicina della misericordia” non hanno prodotto gli effetti sperati. Eppure non sembra fossero queste le intenzioni di Giovanni XXIII. Papa Roncalli, infatti, eccettuate aperture opinabili, si potrebbe classificare come un Pontefice che ha scelto la via della sana riforma. La Chiesa infatti non è un fossile e non può fermarsi per ogni aspetto a un dato momento storico, altrimenti dovremmo stare ancora nelle catacombe.

Giovanni XXIII ha approvato documenti e compiuto gesti che Melloni e soci tentano in ogni modo di nascondere e che la gente comune ignora bellamente. Innanzitutto “il Papa Buono” nutrì sempre stima e venerazione per il suo immediato predecessore Pio XII, il Papa più citato nei documenti del Vaticano II. Una vera e propria devozione, poi, Giovanni XXIII l’aveva per Pio IX, l’ultimo Papa Re, il simbolo della lotta al liberalismo e della difesa del potere temporale della Chiesa, di cui sperava di celebrare la solenne beatificazione a conclusione del Concilio Vaticano II, che peraltro nei suoi piani sarebbe dovuto durare qualche mese. Nell’allocuzione Gaudet Mater Ecclesia, tenuta l’11 ottobre 1962 ad apertura dei lavori conciliari, oltre a punti discutibili come l’attacco ai cosiddetti “profeti di sventura” e l’esortazione a usare la “medicina della misericordia” (data la situazione odierna, si può tranquillamente affermare che il Pontefice prese una cantonata colossale), Giovanni XXIII disse che “il ventunesimo Concilio Ecumenico (…) vuole trasmettere integra, non sminuita, non distorta, la dottrina cattolica. (…) Però noi non dobbiamo soltanto custodire questo prezioso tesoro, come se ci preoccupassimo della sola antichità, ma, alacri, senza timore, dobbiamo continuare nell’opera che la nostra epoca esige, proseguendo il cammino che la Chiesa ha percorso per quasi venti secoli”. E poi, ancora: “Occorre che la stessa dottrina sia esaminata più largamente e più a fondo e gli animi ne siano più pienamente imbevuti e informati, come auspicano ardentemente tutti i sinceri fautori della verità cristiana, cattolica, apostolica; occorre che questa dottrina certa ed immutabile, alla quale si deve prestare un assenso fedele, sia approfondita ed esposta secondo quanto è richiesto dai nostri tempi. Altro è infatti il deposito della Fede, cioè le verità che sono contenute nella nostra veneranda dottrina, altro è il modo con il quale esse sono annunziate, sempre però nello stesso senso e nella stessa accezione”. Si può e si deve discutere sulla validità e sull’efficacia della nuova stretegia pastorale adottata dalla Chiesa (i risultati sono magrissimi e spesso orribili), ma di certo Papa Giovanni non intendeva cambiare la dottrina cattolica. Bisogna poi aggiungere che, vista la piega che stava prendendo l’assise conciliare, sul letto di morte Giovanni XXIII invitò a chiudere presto il Concilio, confidando nel card. Giuseppe Siri. Lo hanno attestato l’arcivescovo di Londra Heenan e varie altre sicure testimonianze private, non viziate dall’ideologia “vaticanosecondista”.

Al contempo, nonostante un nuovo discutibile approccio, Giovanni XXIII non mutò la posizione della Chiesa nei confronti del comunismo. Già da cardinale, Roncalli aveva annotato nel suo diario (28 ottobre 1947): “Fra Carlo Marx e Gesù Cristo l’accordo è impossibile”. Inoltre, il 4 aprile 1959, il Sant’Uffizio, con approvazione del Papa, ebbe a precisare che non era lecito “ai cittadini cattolici dare il proprio voto durante le elezioni a quei partiti o candidati che, pur non professando princìpi contrari alla dottrina cattolica o anzi assumendo il nome cristiano, tuttavia nei fatti si associano ai comunisti e con il proprio comportamento li aiutano”. A questa posizione, stemperata purtroppo da fattive e mediatiche aperture a sinistra, che destano serie perplessità, si deve aggiungere che Roncalli già da vescovo, lodò il Concordato del 1929 ed ebbe parole di elogio, seppur equilibrato, per il Duce, ribadendo che, nonostante tutto, “il gran bene da lui fatto all’Italia resta”. Nel 1954, in pieno clima antifascista, ribadì la gratitudine verso Mussolini per aver portato a conclusione i Patti Lateranensi ed esortò ad affidare la sua anima “al mistero della misericordia del Signore, che nella realizzazione dei suoi disegni suole scegliere i vasi più acconci all’uopo, e a opera compiuta li spezza, come se non fossero stati preparati che per questo. (…) Rispettiamo anche i pezzi del vaso infranto e rendiamo utili per noi gli insegnamenti che di là ci provengono”. Il 25 aprile 1955, poi, alla faccia di chi ancora oggi cavalca il mito della Resistenza, Roncalli, allora Patriarca di Venezia, invitò a pregare per tutte le vittime della guerra, “a propiziazione di tutte queste anime che si sono sacrificate da una parte e dall’altra della barricata”. Oltre a ciò, il nuovo santo era un estimatore di Giovannino Guareschi, giornalista non certo progressista e il cui anti-comunismo era radicale: ebbene, non soltanto leggeva le sue opere, ma le regalava pure e addirittura gli propose di redigere un Catechismo. Offerta che il padre di don Camillo respinse, non sentendosi all’altezza.

Infine, bisogna ricordare la posizione di Giovanni XXIII sullo Stato di Israele. Nel 1943, rivolgendosi alla Segreteria di Stato, così scriveva: “Confesso che questo convogliare, proprio la Santa Sede, gli ebrei verso la Palestina, quasi alla ricostruzione del regno ebraico, incominciando dal farli uscire d’Italia, mi suscita qualche incertezza nello spirito. Che ciò facciano i loro connazionali ed i loro amici politici lo si comprende. Ma non mi pare di buon gusto che proprio l’esercizio semplice ed elevato della carità della Santa Sede possa offrire l’occasione o la parvenza a che si riconosca in esso una tal quale cooperazione, almeno iniziale e indiretta, alla realizzazione del sogno messianico. Tutto questo però non è forse che uno scrupolo mio personale che basta aver confessato perché sia disperso. Tanto e tanto è ben certo che la ricostruzione del regno di Giuda e di Israele non è che un’utopia”. Queste le parole del santo Pontefice.
 

11 aprile 2014

L'americanismo di certi cattolici è duro a morire

di Andrea Virga
Nel presente decennio, l’atteggiamento del mondo cattolico conservatore verso gli Stati Uniti appariva in parte cambiato. Da una parte, risultava difficile anche agli americanisti più convinti sostenere un Presidente come Obama, progressista e nemico dichiarato dei principi non negoziabili. Dall’altra, l’affermarsi sulla scena internazionale del russo Vladimir Putin e la sua presa di posizione a favore dei valori tradizionali, che gli era valso il favore di molti conservatori occidentali, sembravano aver portato ad un superamento delle logiche da Guerra Fredda. Naturalmente, non ci si poteva aspettare chissà quale cambiamento repentino, però si sperava che questi schemi logori fossero stati abbandonati.
Tuttavia, in occasione del golpe di piazza che ha rovesciato il governo ucraino e il conseguente intervento russo in Crimea a tutela delle minoranze etniche, le posizioni di alcuni cattolici (quelli veri, non quelli “adulti”!) sono state segnate da una netta inadeguatezza a livello di strumenti per comprendere la questione. Esattamente come i neofascisti sono stati fuorviati dalla forte presenza nazionalista tra i manifestanti, allo stesso modo si è stati tratti in inganno dal fatto che i greco-cattolici si sono schierati contro Yanukovych. Ciò non deve stupire, dato che le regioni ucraine più intensamente nazionaliste, la Galizia e la Volinia, sono a maggioranza cattoliche, retaggio di secoli di dominazione polacca, la quale, dopo l’Unione di Brest (1596) aveva perseguitato gli ortodossi.
Nel resto del Paese, la percentuale di cattolici è minima, ma questo non ha impedito ad alcuni di parlare di persecuzioni da parte russa. Si cita, ad esempio, il caso di un sacerdote greco-cattolico in Crimea, trattenuto, interrogato ed espulso dalle nuove autorità. Ebbene, lo stesso articolo ammette che il religioso era in possesso di un ritratto di Stepan Bandera (capo dei collaborazionisti ucraini filonazisti) e di scritti di propaganda nazionalista. È evidente che se i sacerdoti, in spregio alla loro veste, si fanno attivisti politici, non possono poi farsi scudo della medesima e lamentarsi di essere trattati come tali.
In generale, comunque, i toni assunti da commentatori come Magni e Introvigne (vedi ad esempio qui e qui) riecheggiano la propaganda occidentalista della Guerra Fredda, dimostrando come la Presidenza di Obama non abbia posto fine all’ala neocon e alle infatuazioni americaniste. Stralciando le lodi mosse fino a poco tempo fa a Putin “difensore della famiglia”, ecco riesumato tutto l’armamentario maccartista e russofobo. Si ha avuto buon gioco, ad esempio, ad insistere sulla presenza dei comunisti ucraini tra le forze popolari che sono insorte a difesa del legittimo governo, tacendo il fatto che costoro sono stati in questi giorni vittima di violente aggressioni da parte degli squadristi ucraini. Oppure si è parlato di fantomatiche aggressioni russe, ignorando che il trattato di partizione della Flotta del Mar Nero autorizzava la presenza militare russa in Crimea e a Sebastopoli.
È chiaro però che qui non si tratta solo d’ignoranza, ma c’è una cospicua dose d’interesse e malafede. Si pensi alla presentazione del libro di Nicholas Gruner e Christopher Ferrara “Europa vs. Russia: la Madonna di Fatima e la pace” il quale sostiene che la Russia di Putin continui a diffondere i suoi errori, allo stesso modo dell’URSS, e costituisca quindi un pericolo per l’Occidente cristiano. La diffusione gratuita di 400.000 copie di questo libro in ambienti cattolici attesta che questo tipo di operazione ha dei finanziatori. Del resto, non sarebbe una novità la strumentalizzazione dei cattolici, specie in Europa, in chiave filostatunitense, con il pretesto dell’anticomunismo. Alcune organizzazioni cattoliche, lungi dall’essere state manovrate, hanno abbracciato di buon grado la causa dell’imperialismo a stelle e strisce.
Al di là del flusso di dollari e veline informative, è particolarmente interessante riconoscere e affrontare le aporie storico-filosofiche nel pensiero cattolico conservatore che hanno consentito questo corto circuito, a partire dalla subalternità culturale al conservatorismo laico e liberaldemocratico. Un altro grave errore è l’identificazione del cattolicesimo con l’Occidente e la confusione tra questo e l’Europa, in un’epoca poi in cui il cattolicesimo extraeuropeo acquisisce man mano influenza e potere. Il punto cruciale, tuttavia, è il mancato riconoscimento della rivoluzione liberale (tra il XVII e il XIX secolo) come una tappa fondamentale della sovversione, con il passaggio dalla riforma protestante e dall’umanesimo ad una teoria compiuta dell’individualismo, matrice di tutte le storture successive.

Non è, perciò, solo una questione di geopolitica, ma il problema è più profondo. Questi cattolici conservatori collaborano apertamente con l’imperialismo statunitense e occidentale, persino quando alla Casa Bianca siede Barack Obama, paladino della contraccezione, dell’aborto e dei matrimoni omosessuali, e l’Unione Europea si è palesata nel suo volto di Moloch burocratico-finanziario e progressista. C’è da chiedersi con quale faccia possano condannare le imposizioni sovversive e mondialiste di Bruxelles o di New York, quando nella pratica remano contro quelle realtà politiche, come la Federazione Russa, che tentano di difendersene!
 

02 aprile 2014

L'Europa dei soviet


di Paolo Maria Filipazzi

Uno spettro si aggira per l’Europa. E’ quello… dell’Europa. O meglio, quello dell’entità nota come Unione Europea, la quale, per citare le parole che Oriana Fallaci vi dedicava ne “La Rabbia e l’orgoglio”, “non è l’Europa, ma il suicidio dell’Europa”. In tutti i paesi schiacciati sotto il tallone di questa mostruosità politica, giuridica, economica e culturale, sembra profilarsi una considerevole affermazione, alle prossime elezioni europee, di forze cosiddette euroscettiche.

Contro questa avanzata le classi dirigenti, sbigottite, nel loro eurofanatismo obnubilante i cervelli e inibente un qualunque autentico contatto con la realtà, da un fenomeno che è semplicemente nella natura delle cose, non hanno trovato, al momento, niente di meglio che sventolare il frusto e patetico spauracchio dei nazionalismi, dei nazi-fascisti brutti e cattivi, della Seconda Guerra Mondiale e dell’Olocausto. Vale a dire, cose che non c’entrano una mazza, ma che vengono meccanicamente tirate fuori dalle oligarchie politico-finanziarie come spauracchio per auto-legittimarsi e, al contempo fare sentire in colpa i cittadini, criminalizzati nelle loro scelte, ogniqualvolta si sentono minacciate. In realtà si tratta di un fenomeno molto più articolato. Andiamolo ad analizzare.

L’Unione Europea non è quell’Europa “carolingia” che fu immaginata, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, dal renano Adenauer, dal trentino De Gasperi e dal lorenese Schuman, i tre grandi statisti figli della scuola cristiano-sociale germanica. Il vero atto di nascita del Leviatano a cui siamo sottoposti sta nel discorso che Gorbacev pronunciò in segreto il 6 giugno 1987 agli alleati del Patto di Varsavia, preconizzando una “casa comune europea” che avrebbe dovuto attuare nell’Europa occidentale il processo di sovietizzazione attuato in Europa orientale. Il progetto fu presto accolto dalle élite dell’Europa occidentale e questo portò a Maastricht, noncurante del crollo del comunismo orientale. Oggi, come spesso torna a denunciare Vladimir Bukovskiyj, autore del libro “URSS-EURSS ovvero il complotto dei rossi e Eurss. Unione Europea delle Repubbliche Socialiste Sovietiche”, il piano è alla sua prima fase di attuazione. Non per nulla, in Germania, il paese egemone dell’Unione Europea, l’unificazione dopo la caduta del Muro ha portato la vecchia classe dirigente tedesco-orientale all’egemonia del paese unificato: dalla DDR provengono sia Schroeder, successore di Kohl, sia la Merkel, che, guarda caso, per la maggior parte della sua stagione di governo ha retto la Germania in coalizione coi socialdemocratici.

Oggi l’Unione Europea si contraddistingue per una struttura che sta sempre più assumendo connotati affini a quelli sovietici: oligarchia senza alcuna legittimazione democratica al potere; burocrazia ottusa, elefantiaca, in continua crescita e sempre più inefficiente; corruzione; messianismo, che presenta se stesso come unica panacea di tutti i mali e paventa la fine del mondo in caso di crollo; programmi di governo basati sulla pura ideologia, senza alcun contatto con la realtà, e dalla delirante convinzione che tutto sia destinato ad andare gioiosamente, meccanicamente, per tappe prestabilita, verso il radioso destino fissato. E se il “Program Maximum” di Lenin stava nell’eliminazione di proprietà privata, famiglia e Nazione, non si può ignorare che proprio su questa strada l’Europa sembri incamminata a tappe forzate. L’UE ha dato inizio ad una vera e propria operazione di lavaggio del cervello massivo, imponendo in maniera ossessiva ed in tutti i gangli della cultura, della comunicazione, dell’istruzione, un’ideologia anti-umana che nega le basi fondamentali della civiltà, imponendo l’orrore dell’aborto, dell’eutanasia, della fecondazione assistita, elevando a bandiera la promozione della sodomia e, a partire alla recente approvazione del rapporto Lunacek, anche la sessualizzazione dei bambini in età precoce, vale a dire la pedofilia. Con la sua politica economica sta mandando in malora quel tessuto di piccole e medie imprese, di artigianato, di economia familiare che era la forza non solo italiana, impoverendo progressivamente milioni di europei e favorendo le gigantesche accumulazioni di capitale. Quanto, alle identità nazionali, si sta anche qui realizzando la previsione di Lenin, per il quale sarebbero progressivamente avvizzite. Milioni di abitanti del continente, si ritrovano impoveriti ed appesi ad una precarità economica e lavorativa che impedisce loro di costruirsi percorsi di vita coerenti; privi del supporto e della solidarietà dell’istituzione familiare, che un tempo faceva la solidità dei rapporti comunitari ed ora è sempre più in dissoluzione; senza quell’orizzonte valoriale che che viene dall’essere cresciuto in una tradizione culturale che dà all’uomo quei valori in base ai quali affrontare la vita; col cervello bruciato da una propaganda che, a partire dalla tenerissima età, porta a considerare come ragionevoli e scontate le farneticazioni su cui il potere basa la propria legittimità. Un continente intero di schiavi deficienti. Appunto, ciò in cui consisteva in ultima istanza il programma sovietico.

Come è noto, però, l’URSS ed esperienze affini (come quella Yugoslavia) sono crollate. Sono crollate perché l’uomo non si può cambiare e nessuna ideologia potrà mai sradicare dall’animo umano ciò che è proprio della sua natura, ciò che fa di noi degli uomini. Non è il caso che dalle ceneri dell’URSS e della Yugoslavia di Tito siano risorti, fortissimi, il sentimento nazionale e quello religioso di Nazioni e Chiese che, improvvisamente, sono riapparse trionfanti. Risorti, certo, a volte accompagnandosi a tragedie immani. Ma si trattava della violenza brutale con cui la vittima di uno stupro reagisce alla violenza che sta subendo.

Appunto questo accade in Europa: un intero continente sta subendo uno stupro. L’avanzata degli “euroscettici” non è che un segnale che la natura umana ancora una volta non è cambiata e lotta per la sopravvivenza.

 

09 dicembre 2013

Addio Peppone! Renzi e la fine della 'chiesa rossa'

di Francesco Mastromatteo

La netta affermazione di Matteo Renzi alle primarie per la segreteria del Pd, pur ampiamente prevista, farà discutere a lungo politologi e commentatori, soprattutto per i risvolti che avrà nella politica italiana dei prossimi mesi. Quello che forse a non tutti è apparsa subito evidente è la natura assolutamente rivoluzionaria e per certi versi epocale della svolta odierna: il glorioso apparato del fu Pci delle immense adunate degli anni ‘50, la gioiosa macchina da guerra di occhettiana memoria, la disciplinata e marziale chiesa rossa, il “paese nel Paese” di Pasolini, che portava milioni di persone in piazza e nei seggi, non esiste più. Con la vittoria del giovane e ambizioso sindaco di Firenze, per la prima volta il partito erede di quello fondato da Gramsci nel 1921 non è più guidato da un segretario proveniente dalla tradizione comunista. 
 

30 novembre 2013

Costanzo Preve: dal comunismo alla comunità

di Andrea Virga e Lorenzo Roselli
Il 23 novembre scorso è venuto a mancare Costanzo Preve, uno dei più eminenti e brillanti filosofi politici che il nostro paese (ma non solo) abbia conosciuto negli ultimi cinquant’anni. Sentiamo il bisogno di ricordare che uomo e pensatore egli fu, non soltanto per la scarsissima risonanza mediatica che la sua morte sembra aver riscontrato, ma anche e soprattutto perché debitori della sua ridefinizione del concetto di comunitarismo – e, per estensione, di socialismo – che affronteremo più avanti. Per tracciare un riassunto della sua opera, risultano imprescindibili alcuni cenni biografici che, oltre a contestualizzare maggiormente il suo pensiero nel quadro politico italiano ed europeo, mettono ancor più in luce le doti e l'incredibile valore dello studioso piemontese.
 

18 novembre 2013

Silvio all'Avana

di Andrea Virga
Stando all’autorevole sito di analisi politica Dagospia, il Cavaliere Silvio Berlusconi, unico leader plausibile del centrodestra italiano da vent’anni a questa parte, avrebbe recentemente affermato, sconsolato: «Avessi il passaporto me ne andrei ad Antigua». In effetti, tra le condanne giudiziarie e soprattutto l’improba fatica di continuare a mantenere insieme l’Armata Brancaleone – anzi, la voliera di colombe, falchi, falchetti, polli e uccelli paduli – che è ormai l’attuale centrodestra, non c’è da stupirsi che egli cominci a sentire tutto il peso dei suoi oltre settantasette anni.
 

13 aprile 2013

Beato Rolando Rivi, martire dell'antifascismo rosso

di Andrea Virga

Il 28 marzo 2013 è stato proclamato che l’uccisione del Servo di Dio Rolando Rivi, di cui oggi ricorre l'anniversario della morte, è avvenuta in odium fidei. Si è trattato quindi di un vero e proprio martirio e, come tale, egli potrà essere beatificato, senza bisogno di un miracolo compiuto per sua intercessione. Insieme a lui, decine di altri martiri del Novecento, vittime del nazionalsocialismo (come Giuseppe Girotti) o del comunismo in Spagna e nell’Europa Orientale[1].

In breve, i fatti: Rolando Rivi era un seminarista quattordicenne di S. Valentino di Castellarano, sempre riconoscibile poiché già indossava l’abito talare, avendo iniziato il seminario minore a Marola. Dopo la chiusura forzata di questo, a causa degli eventi bellici, era tornato a casa, continuando ad essere attivo nella parrocchia e a testimoniare la fede in Dio e nella Chiesa, nonostante il crescente anticlericalismo mostrato dai comunisti. Il 10 aprile 1945, mentre ormai iniziava l’offensiva finale alleata, il ragazzo fu sequestrato per tre giorni da una banda di partigiani comunisti, i quali tentarono di spingerlo all’abiura, ordinandogli di sputare su un Crocifisso. Poiché il giovane non cedeva, lo torturarono, seviziarono e, infine, trucidarono con due colpi di pistola, alle ore 15 di venerdì 13 aprile. Della sua talare fecero un pallone con cui giocare a calcio. Il corpo fu ritrovato dal padre e dal parroco in un bosco presso Piane di Monchio[2]. I colpevoli, Delciso Rioli e Giuseppe Corghi, furono condannati nel 1952 a 23 anni di carcere, ma beneficiarono di una parziale amnistia.

Questo fatto solleva tre importanti riflessioni: la prima sta nel fatto che la sua storia ci ricorda che la santità è per tutti, indipendentemente dall’età, come mostrano altri fulgidi esempi di santi adolescenti come San Domenico Savio e Santa Maria Goretti. Se dunque Dio si è degnato di accogliere a Sé dei giovani che, nel loro piccolo e pure nella tragicità di certi eventi, hanno saputo comunque testimoniare fino in fondo la Fede in Cristo, a maggior ragione noi ormai adulti e dotati di ben altri sussidi, sia materiali che spirituali, non abbiamo alcuna scusa per resistere alla chiamata alla santità che Cristo pone a tutti gli uomini.

La seconda sta nella nobile testimonianza che un ragazzino come Rivi ha saputo dare riguardo all’abito sacerdotale. Oggi che ormai la stragrande maggioranza dei sacerdoti portano al più il clergyman, e gli stessi seminaristi maggiori sono scoraggiati dall’indossare l’abito talare, non è irrilevante ribadire l’ennesimo esempio di chi quell’abito, come segno di vocazione sacerdotale e di distinzione sociale, lo seppe portare fino al martirio e alla morte. La luminosa figura del Servo di Dio Rolando Rivi si staglia contro ogni annacquamento della dignità del sacerdote, visibile anche nei suoi tratti esteriori, come appunto l’abito, sia questo imposto da una legislazione laicista o, più frequentemente, dal lassismo individuale e collettivo.

La terza riflessione è di carattere storico, invece, e si colloca nel quadro dei rapporti tra la Chiesa e il comunismo. Il caso di Rolando Rivi non è affatto isolato, ma è uno dei numerosi sacerdoti assassinati dalle forze partigiane comuniste durante la guerra civile del ’43-’45 (e i cui strascichi si prolungarono ben oltre la fine della guerra mondiale). Se si guarda alla geografia di questi tragici assassinii, essi si concentrano soprattutto nella Venezia Giulia, ossia dove i comunisti italiani erano asserviti al genocida espansionismo jugoslavo, e nell’Emilia-Romagna, ossia dove maggior peso politico avevano le formazioni partigiane comuniste. Il libro “Storia dei preti uccisi dai partigiani” di Roberto Beretta, riporta fedelmente 129 di questi casi, da quelli, magari più controversi, in cui il sacerdote assassinato aveva effettivamente avuto rapporti con il fascismo, come don Carlo Terenziano, a quelli in cui la vittima aveva prestato assistenza ai deportati, come la M.O.V.C. don Francesco Venturelli. Alcuni di questi, come il Beato Francesco Bonifacio, massacrato e infoibato dai titini, sono stati già canonizzati.

Risulta perciò evidente come la questione esuli dal pur violento scontro politico e ideologico tra fascisti e antifascisti, o della lotta di liberazione contro l’occupazione militare tedesca, che entrambe mieterono pure numerose vittime tra i sacerdoti, si pensi al caso, rispettivamente, di Don Minzoni, vittima dello squadrismo, e di Don Giuseppe Morosini, fucilato alle Fosse Ardeatine. Rivi, che pare avesse simpatie per i partigiani cattolici, e gli altri martiri furono massacrati a causa della loro Fede e della loro condizione sacerdotale, da parte di quelle frange comuniste dichiaratamente anti-cristiane. In Italia si trattò di casi minoritari, non paragonabili alla Spagna repubblicana, dove furono martirizzati oltre 6000 religiosi, o al Messico radicale, o alla Francia rivoluzionaria, o ancora all’Unione Sovietica, ma la matrice di questi crimini è la medesima.

Nel nostro Paese, però, prevalse una linea di conciliazione del comunismo verso la religione cattolica, sia per convenienza, vista la grande influenza che ancora esercitava la Chiesa Cattolica in Italia, sia per intima convinzione di numerosi militanti comunisti, che in buona fede ritenevano conciliabili la via italiana al socialismo – che, all’atto pratico, per come questo trovò sfogo nel PCI, fu essenzialmente una socialdemocrazia – e il messaggio evangelico di giustizia sociale. Tuttavia, sul caso di Rivi, come di altri, la posizione dell’ANPI e della sinistra radicale resta ai limiti del negazionismo[3]: «pur avendo avuto un ruolo nelle formazioni partigiane della zona, commisero un reato di delinquenza comune e non furono spinti da ragioni ideologiche come si vorrebbe far intendere.» Questo rifiuto di ammettere gli errori e i crimini compiuti dalla cosiddetta Resistenza e l’insistenza nel continuare a mantenere aperte le ferite perpetuando una logica da guerra civile sono da settant’anni il modus operandi dell’antifascismo militante. È perciò a questo antifascismo ideologico ed acritico, macchiato del sangue di migliaia di Italiani, tra cui decine di sacerdoti, che i cattolici – anche quelli fortemente critici verso il fascismo –, non possono che opporre un netto rifiuto.



[1] http://attualita.vatican.va/sala-stampa/bollettino/2013/03/28/news/30696.html
[2] http://digilander.libero.it/freetime1836/libri/libri69.htm
[3] http://emilia-romagna.anpi.it/modena/archivio_res/febbraio_09/art_14_02_09.htm