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08 settembre 2020

Le "diverse sensibilità" di Avvenire sul diritto alla vita?



di Giuliano Guzzo

Ci sono valori intoccabili, che non è neppure concepibile mettere in discussione? In un’ottica laica, la risposta pare affermativa: basti pensare al tema della libertà, che non solo viene celebrato ma anzi è sempre più assolutizzato. E in un’ottica cattolica? Esiste uno scrigno valoriale inaccessibile? In teoria sì, in pratica no. A dar prova di tale paradosso è la scelta odierna da parte di Avvenire, il quotidiano dei vescovi italiani, di ospitare un lungo intervento a firma di un ginecologo «credente e non obiettore» il quale non solo non si sogna di criticare la legge 194/’78 – in fondo, cosa sono 6 milioni di figli eliminati prima della nascita? – ma arriva a difendere l’aborto chimico.

Attenzione, perché purtroppo non è finita. Infatti il direttore del giornale, Marco Tarquinio, a sua volta è intervenuto chiarendo che posizioni come quella di questo ginecologo confuso sono importanti perché consentono «ai lettori di ‘Avvenire’ di comprendere la complessità del dibattito sull’aborto […] possono aiutare a cogliere, se ci si sa ascoltare reciprocamente, le diverse sensibilità presenti in persone e realtà d’impegno civile ed ecclesiale di cultura cattolica». Ora, com’è possibile – lo diciamo a chi, letto Tarquinio, fosse sopravvissuto allo svenimento – che a proposito dell’aborto procurato vi siano «diverse sensibilità presenti in persone e realtà d’impegno civile ed ecclesiale di cultura cattolica»?

Non stiamo infatti parlando dell’evasione fiscale o della lotta all’immigrazione clandestina, temi sui quali, siamo certi, Avvenire non ammette «diverse sensibilità», no: stiamo parlando del diritto alla vita. Per di più, del diritto alla vita del concepito che – segnalava Madre Teresa, santa non liquidabile alla voce sovranismo – è il più povero dei poveri tra gli esseri umani. Più povero cioè del senzatetto, del disoccupato, perfino del migrante. Il concepito non ha infatti nulla di suo, neppure un brandello di pezza, niente di niente. Eppure, spiega il quotidiano dei vescovi, sull’atteggiamento da tenere davanti al figlio concepito ci sono oggi «diverse sensibilità» in casa cattolica.

Il che, beninteso, potrà purtroppo pure essere vero, ma una testata di matrice vescovile può permettersi di alimentare il caos, anziché contrastarlo rammentando un principio basilare come il non uccidere? No, perché se la logica è questa, sarebbe lecito aspettarsi, domani, pure lettere da parte di battezzati che ragionino sulla possibilità di sparare a vista ai migranti sui barconi o su quella di riaprire qualche campo di concentramento per zingari e rom. Invece siamo sicuri che Avvenire non darebbe il minimo spazio a follie del genere. Giustamente. E allora perché dar spazio al ginecologo «credente e non obiettore», anziché esortarlo alla conversione?

Certo, per agire così, per sbattere la porta in faccia all’errore e invitare l’errante alla retta via, occorre aver fede. Ed è forse proprio questo, anche se addolora dirlo, il punto dolente non del giornale dei vescovi, bensì di tutta una parte di mondo cattolico che a flirtare con la cultura dominante, come dire, ci ha preso gusto. Si dà però il caso – altra cosa che dovrebbe essere ormai nota – che come cristiani siamo chiamati a seguire Qualcuno che non ha messo tutti d’accordo, proprio per niente. Anzi, trattasi di Qualcuno che, pur di annunciare fino in fondo «la via, la verità e la vita», ha pagato con la morte di croce. E nel farlo, pensate un po’, non si è minimamente posto il problema delle «diverse sensibilità».


 

20 settembre 2017

Incerto Svenire


di Giuliano Guzzo

Tutta la stima, il rispetto e anche la familiarità che ho con diverse firme e collaboratori del quotidiano Avvenire non bastano, purtroppo, a frenare la mia incredulità per il recente spot – a tutta (prima) pagina – del quotidiano della Cei in favore dello Ius soli. Se da un lato, infatti, non è un mistero che il direttore del giornale e buona parte del clero italiano siano oggi a favore di una svolta del nostro ordinamento in materia di cittadinanza, dall’altro mi chiedo se una presa di posizione tanto plateale, che fa quasi apparire la Repubblica una testata equilibrata, non rischi di rispondere a una finalità più partitica che cristiana.

Il punto qui in discussione, infatti, non è tanto il diritto della Chiesa o dei cristiani di esprimersi – ci mancherebbe -, quanto il sistematico appiattimento di settori importanti del mondo cattolico italiano sull’agenda di un partito, il Pd, verosimilmente visto come il miglior antidoto all’ascesa politica della Lega o del M5S. Lo ha dimostrato, ieri, un’opposizione alle unioni civili, rispetto ai tempi dei Dico che fecero naufragare l’esecutivo di Romano Prodi, assai soft, e lo dimostra, oggi, un tifo da stadio per lo Ius soli, quasi che opporsi a detto provvedimento sia antievangelico quando, in 2000 anni di Cristianesimo, non c’è apostolo, santo o beato che si sia manco soffermato sulla questione.

E’ vero che i flussi migratori attuali sono un fenomeno epocale (anche se non ingovernabile, come per ragioni di comodo molti lasciano intendere), ed è altresì innegabile come la Cei, sotto la guida, pardon segreteria, di monsignor Galantino, abbia assunto da tempo una linea, sul tema dell’immigrazione, più attenta e sensibile. Viene tuttavia da chiedersi se sia opportuno che un atteggiamento di maggior apertura all’accoglienza dei richiedenti asilo – che mai richiama rischi e limiti di un’integrazione che non può essere illimitata, e che è del tutto arbitrario supporre i cosiddetti migranti non vedano l’ora di sperimentare –, sfoci in un supporto entusiasta a un’iniziativa politica come lo Ius soli.

Come sarebbe bello vedere, in queste settimane, una prima pagina – intera – del quotidiano della Cei a favore del diritto alla vita dei figli (anche stranieri) abortiti a migliaia ogni anno, di quello dei bambini di avere un padre e una madre, e dei malati di non essere liquidati con l’eutanasia! Tutti temi, sia chiaro, che Avvenire affronta e spesso con coraggio, ma ai quali non è viene riservata, almeno ultimamente, l’attenzione che oggi tocca allo Ius soli. Il che è drammaticamente indicativo di quanto sto cercando di sottolineare, ossia un appiattimento di un importante quotidiano cattolico sulla linea di un partito che si è adoperato come pochi, al governo, per sfasciare la famiglia e umiliare, ridicolizzandolo, il diritto naturale.

Per la cronaca, chi scrive leggeva Avvenire già ai tempi dell’università, portandolo sotto il braccio fin dentro l’aula, tra lo stupore e lo sconcerto dei compagni di corso (sociologia a Trento non è esattamente facoltà, per usare un eufemismo, che odori di cattolicesimo). Anche se scrivo per un altro quotidiano, ritengo quindi di avere tutto il titolo di esprimere amarezza per la sempre più marcata svolta editoriale di un quotidiano dal passato glorioso e dalle firme, a tutt’oggi, validissime, ma che da tempo riserva al tema dell’immigrazione una centralità quasi ossessiva, dando, non solo al sottoscritto, una triste impressione filogovernativa e quella, ancora più avvilente, che ciò possa celare una contropartita.

https://giulianoguzzo.com/2017/09/19/incerto-avvenire/


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24 agosto 2017

Affittasi inferno: è vuoto


di Mattia Spanò

Roberto Righetto su Avvenire verga un rispettabile pezzullo sul Paradiso dilungandosi su che aspetto avremo, se ci entreranno gli amati animali o meno, cosa ci troveremo di bello. Cita soprattutto Maritain e di volata San Tommaso: il Dottore Angelico è come l’aceto balsamico, si sposa con qualunque pietanza. Tutto molto erudito e piacevole se non che verso la fine, evocando Hans Urs Von Balthasar, con sussiego pretestuoso riciccia la favola (indicibile per antonomasia) dell’inferno vuoto.
Pazienza se Von Balthasar non ha mai detto una pinzillacchera simile, anzi ne abbia preso le distanze in tono vigoroso. Il fatto è che nell’84 partecipò sì a Roma come relatore ad un convegno che metteva a tema la figura della mistica Adrienne Von Speyr, ma tale pensiero appartiene appunto alla Von Speyr. Di ciò tuttavia non faccio una colpa all’ottimo Righetto: è vulgata ormai che l’inferno sia vuoto perché l’ha detto Von Balthasar. Mi interessa però esaminare alcune implicazioni di questa desolazione.
La prima: se l’inferno è vuoto non è un luogo spirituale perché lo spirito non ammette vuoti – non intendo “spirituale” nel senso di “immateriale”, semmai il contrario: la materia è una sorta di ombra dello spirito – quindi non esiste se non, come maliziosamente asserisce il generale dei gesuiti Sosa Abascal, come metafora simbolica. A suffragio dobbiamo convincerci che esiste una pienezza del male, non uguale ma certamente contraria al bene. Occorre dedurre che se il diavolo è metaforico, metaforico è giocoforza il luogo in cui alberga. Un babau, il lupo cattivo di Cappuccetto Rosso nella caverna dei quaranta ladroni. In conclusione dal momento che l’inferno non esiste, che sia vuoto o stipato come il passante ferroviario di Milano alle sette del mattino poco cale a chiunque, credo.
La seconda: Gesù Cristo ha provato l’ebbrezza atletica della crocifissione per niente. Sacrificio – da sacrum facere – del tutto sciocco, inutile, financo dissacrante. In un dialogo prandiale tra Gesù e Peter Griffin, l’obeso pater familias del cartone animato Family Guy, il primo descrive la sua Passione dal Venerdì Santo alla Domenica di Pasqua. Alla fine del racconto il secondo chiosa: “Cacchio, che schifo di week-end”. A questo si deve ridurre la Passione di Nostro Signore: un week-end mal riuscito. Se alla fine perfino il diavolo, l’Anticristo per eccellenza, si convertirà e ritornerà all’ovile e con lui tutti i dannati in virtù delle suppliche dei beati, il cristianesimo cattolico è una solenne presa in giro e il suo fondatore è stato ingannato dal Padre, di cui peraltro condivide la natura. A meno di non pensare, ergo presto o tardi sostenere pubblicamente, che anche il sacrificio supremo di Cristo è stato “metaforico”. E la transustanziazione, e la moltiplicazione dei pani e dei pesci – anche quella simbolica, solo che a dirlo non è Righetto ma qualcuno più su – pure. Questo è il cristianesimo, una favoletta morale degna di Esopo o La Fontaine, solo più truculenta e svampita.
La terza, in forma di riflessione intima: tutta questa misericordia, questa vanità inaudita che si spinge a presumere un Dio ridotto ad un vecchio nonno rimbecillito che brontola un po’ ma alla fine ti affibbia una pacca sulla spalla e i soldi per le caramelle, come adombra mestamente Dominique Barthélemy, suggerisce che la nostra epoca sia pervasa da un peccato mortale incommensurabile che ci porterà alla follia: la rimozione di Dio nella pretesa della salvezza. Il salvarci da soli, in sostanza, la peste peggiore che possa infettare l’animo umano. Solo dei pazzi quali siamo possono pensare di sfidare così la pazienza di Dio e la furia del Nemico. Sia che uno ci creda sia che non ci creda, perché le metafore che piacciono tanto ai nuovi credenti come agli increduli hanno questo di tipico: ti fanno a pezzi, ti ardono già in questa vita (si veda il mito della razza ariana, o quello della falce e martello: metafore lastricate di cadaveri).
Ma se questo peccato, il nostro peccato è tanto grande, non vale la pena convertirsi e confessarsi e comunicarsi e fare penitenza e pregare e tutte quelle care vecchie pratiche al macero, invece dell’ebbro farfugliare di un inferno simile ad un monolocale sfitto vista ferrovia?

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23 agosto 2017

Di Inferno nemmeno se ne parli


di Amicizia San Benedetto Brixia

L’Inferno c’è, ma è molto simile al nostro mondo, in particolare all’Italia. Difatti i dannati “costruiscono, organizzano e i loro edifici crollano.”
Però non sarà così per sempre. Infatti, dopo questo breve periodo d’infelice apprendistato, ci sarà il via libera. Tutti salvi, Lucifero incluso, come se fossero stati tutti su “Scherzi a parte”.
L’autore dell’articolo Roberto Righetto – per questa sorprendente rivelazione – si rifà ad alcuni passi di un libro del filosofo cattolico Jacques Maritain.
Certo, quella dell’intellettuale francese è solo un’ipotesi, ma esplosiva.
“Poiché l’eternità consuma tutti i tempi,” scrive Maritain, “bisognerà pure che a un certo momento i luoghi bassi dell’Inferno siano svuotati. Se è così, Lucifero senza dubbio sarà l’ultimo a cambiare. (…) E alla fine anche lui sarà restituito al bene.”

Queste righe sono tratte dall’articolo di Michelangelo Socci su La Verità del 18 agosto. Per l’autore il cuore della riflessione sta sullo scandalo dato da Avvenire ospitando simili considerazioni teologiche, e vi risponde con perle di spiritualità cattolica e Magistero ecclesiastico.

Io ne approfitto per una osservazione differente. Molto semplicemente, il nodo di tutta la faccenda può essere ricondotto a quello che riteniamo essere la teologia e a quello che invece teologia non è. Antonio Livi ha affrontato la questione con il suo testo “Vera e falsa teologia”, un libro scomodo in cui l’etichetta di vero teologo viene sottratta o ritoccata a numerosi super-teologi contemporanei: dall’eretico Mancuso al presidente Coda, passando per mostri sacri quali Kung e Hemmerle, senza risparmiare personalità quali Ravasi.

La tesi può essere resa in modo didascalico, salvo andare alle fonti per averne una ricostruzione appropriata: oggi si diffondono sempre più pensatori che non sono o non operano da veri teologi, bensì da filosofi religiosi. Se fossero autentici teologi costoro si limiterebbero ad assumere la Rivelazione e a chiarirla secondo le regole universali del pensiero logico e della prospettiva realista. Invece vanno a cercare complicati sistemi filosofici che pongono alla base delle proprie riflessioni soggettive, quindi applicano tali sistemi ai dati di fede: in tal modo il dato di fede diventa secondario rispetto al sistema filosofico e alla lunga il dato di fede viene divorato dal sistema filosofico. Non si tratta più dunque di un discorso oggettivo e razionale sulla Rivelazione di Dio (teologia), ma di una speculazione soggettiva e razionalista su un argomento di carattere religioso (filosofia religiosa).

Applichiamo tali ricerche al caso presentato da Michelangelo Socci: Roberto Righetto è un felice esempio di filosofia religiosa, un caso in cui il pensiero soggettivo di un filosofo (Maritain) viene accentuato fino a risultare corrosivo per il dato di fede (il dogma dell’Inferno).

Stando così le cose, il problema non nasce dal fatto che un pensatore con la sua filosofia arrivi a conclusioni distanti dalla teologia (sarebbe plausibile), il problema nasce dal fatto che un filosofo si metta a parlare di argomenti che competono al teologo: il filosofo parli di vita e morte, dell’Inferno il filosofo nemmeno parli! Verrebbe da chiudere qui, ma in realtà la filosofia religiosa fa suo proprio questo gioco: prende in prestito concetti scoperti dalla teologia e dalla religione e li rielabora a piacere.
A dirla tutta, sarebbe anche bello giocare con loro e non sarebbe così negativo, se solo ci dicessero più chiaramente che non sono e non vogliono essere e non possono essere teologi né araldi della Verità, ma solo liberi pensatori. Purtroppo non vogliono dircelo e questo produce scandali. Dunque basterebbe tornare a fare vera teologia e dichiarazioni alla Righetto diverrebbero innocue, o quasi. Ma lo desideriamo? vogliamo davvero tale onestà intellettuale?

Ecco qual è l’esempio di Avvenire a riguardo: la testata della CEI in un passato recente ha rigettato espressamente il contributo di Antonio Livi, nel caso eclatante che portò Avvenire a prendere pubbliche distanze dallo studioso, perché questi aveva indicato non solo il limite formale dell’approccio filosofico-religioso ma persino gli errori di contenuti ereticali negli scritti di Enzo Bianchi, penna ospitata abitualmente dal quotidiano dei vescovi e sicura ragione di vendite per il medesimo.
Un quotidiano che rifiuta il contributo di Livi attorno al caso palese di Bianchi, non potrà certo cambiare rotta con Righetto né con tutti gli altri. Quindi la risposta è no, non desideriamo tornare alla vera teologia. Buono a sapersi.

Resta da chiedersi che valore abbia una simile scelta redazionale da parte di un giornale cattolico. E perché un cattolico dovrebbe leggere il loro giornale.

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08 febbraio 2017

Trump e Pence contro l’aborto. Ma Avvenire preferiva Obamacare


di Alessandro Rico

Donald Trump si è insediato solo il 20 gennaio, ma il vento è già cambiato.
Come noto, tra i primi ordini esecutivi del nuovo Presidente c’è stato il blocco dei finanziamenti alle ONG che promuovono l’aborto, incluse Planned Parenthood International e le agenzie ONU, quell’altro carrozzone massonico da sempre in prima linea per caldeggiare il controllo delle nascite. Sebbene le leggi federali proibiscano l’uso del denaro dei contribuenti per finanziare pratiche abortive, l’amministrazione Obama aveva approfittato fin qui di un classico trucco di contabilità, la “fungibilità” dei fondi. In sostanza, bastava destinare generici stanziamenti alle attività mediche di Planned Parenthood, che poi però li impiegava per i suoi delitti. Anche in America, fatta la legge, trovato l’inganno. La Camera dei Rappresentanti, però, ha approvato a larga maggioranza una mozione che prescrive il divieto di finanziamenti per il controllo delle nascite sul territorio nazionale.
Se questo non fosse abbastanza, basti sapere che alla marcia per la vita che si è svolta a Washington il 27 gennaio (in ricordo del 22 gennaio 1973, il giorno in cui la Corte Suprema legalizzò l’aborto), ha partecipato il vice presidente Mike Pence. Cattolico, ma non cattolico come John Podesta, il faccendiere della Clinton demolito dalle rivelazioni di Wikileaks. Un cattolico serio.
Dinanzi a questi successi, forse insperati dopo gli anni di Obama, non si può che manifestare grande soddisfazione e fiducia. La battaglia è ancora lunga, ma le premesse sono ottime. Eppure, da questo cambio di rotta paradossalmente proprio la Chiesa Cattolica rischia di uscire spiazzata.
Tutti ricorderanno il viaggio di papa Francesco negli Stati Uniti. In quell’occasione, il pontefice si lasciò sfuggire dichiarazioni poco lusinghiere nei confronti di Trump, allora candidato alle primarie del Partito Repubblicano, definito senza mezzi termini «non cristiano» per le sue posizioni sull’immigrazione (Francesco non lo nominò esplicitamente, ma era chiaro che il suo monito si riferiva a lui). Si sorvoli pure sul discutibile martellamento sull’accoglienza, uno dei leitmotiv di questo pontificato, ma è indubbio che sul piano dell’etichetta quella sortita fu inopportuna. Forse pure il papa aveva letto i sondaggi, che con un anno di anticipo già avevano incoronato vincitrice la Clinton. Ma oggi, quello scivolone può essere un boomerang, specialmente se gli ambienti ecclesiali non si convincessero a dare credito al nuovo Presidente.
La prima pagina di Avvenire di domenica 22 gennaio (proprio quel giorno in cui ricorreva il nefasto anniversario della sentenza americana sull’aborto) non faceva ben sperare. Il titolo, scritto a caratteri cubitali, recitava: «Trump è di parola. Subito meno salute», in riferimento ai primi provvedimenti per abrogare e rimpiazzare Obamacare, come promesso in campagna elettorale. Insomma, agli ambienti vicini al Vaticano sembra non interessare la svolta pro-life della nuova amministrazione. I principi non negoziabili si sono ridotti al mantra dell’assistenza sanitaria gratuita, che per Obama significava costringere i datori di lavoro a pagare contraccettivi e farmaci abortivi ai dipendenti. Trump e Pence sono in guerra con l’industria della morte, ma ad Avvenire piaceva Obamacare. Così, venerdì 27 il quotidiano della CEI non ha dedicato una riga alla marcia per la vita di Washington, preferendole le «preoccupazioni» della Santa Sede per il muro con il Messico (che esiste dal 1994, quando il Presidente era Bill Clinton e il cui ampliamento fu approvato nel 2006 anche grazie ai voti dei senatori Hillary Clinton e Barack Obama).
Speriamo che anche i cattolici nostrani si facciano provocare dalla realtà. Trump non è il meglio che potessimo desiderare, ma forse è il meglio che possiamo avere. Senza diventarne apologeti, basta seguire il saggio consiglio di San Paolo: «Esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono».
 

21 dicembre 2016

Fedeli alla linea


di Giuliano Guzzo

Che cosa si prova esattamente a farsi raccontare bugie e a far finta di nulla, anzi persino a ringraziare chi in buona sostanza mente sapendo di mentire? Me lo chiedo ma soprattutto, come penso molti altri, lo vorrei chiedere a Marco Tarquinio, direttore di Avvenire il quale, rispondendo ad una lettera inviatagli da Valeria Fedeli, Ministro dell’Istruzione, ha appunto ringraziato per la «lineare chiarezza» dell’intervento anziché controreplicare con la domanda a cui chiunque, al suo posto, avrebbe pensato: scusi, Ministro, perché ci prende in giro? Sì, perché la lettera che il Ministro Fedeli ha inviato ad Avvenire contiene non una, ma almeno tre spudorate menzogne dinnanzi alle quali Tarquinio non batte ciglio.

La prima riguarda il presunto rafforzamento degli organi collegiali da parte della “Buona Scuola”, mentre pure i sassi sanno che la vera svolta di questa contestatissima riforma sta nelle responsabilità, ma soprattutto negli enormi poteri conferiti ai dirigenti scolastici. Una seconda, clamorosa balla che il direttore di Avvenire, chissà perché, non avverte il bisogno di correggere e che Fedeli serve con nonchalance è quella secondo cui «negli stereotipi di genere si annida il primo germe della violenza maschile contro le donne», quando è proprio nei Paesi del nord Europa che più si sono impegnati a decostruire questi benedetti stereotipi che la violenza maschile contro le donne risulta fuori controllo. Si pensi alla Svezia, paradiso della “parità di genere” tanto da divenire, nel 1994, il primo Paese in assoluto con metà Parlamento composta da donne; ebbene in Svezia le violenze sessuali, dal 1975 al 2014, con cresciute in modo agghiacciante: +1.472%. Ma andiamo avanti. Come se non bastasse – bugia numero tre – il Ministro Fedeli ha pure scritto ad Avvenire di non aver «mai fatto riferimento a una supposta “teoria gender”», dopo che pochi giorni fa aveva espressamente dichiarato al primo quotidiano d’Italia d’essere criticata perché «schierata contro, per aver difeso la teoria del gender ed evidentemente non possono accettare che mi occupi di scuola» (Corriere della Sera, 14.12.2016). Un giornalista normale, a questo punto, avrebbe perso la pazienza. Di brutto.

E invece Tarquinio che fa? Non solo ringrazia la Fedeli dopo essere stato platealmente preso per il naso, ma lascia intendere di credere alle rassicurazioni del Ministro sul fatto che lei, il gender, neppure sa che sia. Ora, chi legge Avvenire sa quanto il giornale abbia fatto, per decenni, prendendo posizioni coraggiose e sa pure quali penne di valore a tutt’oggi abbia, specie quando affronta i temi etici. Tuttavia, la posizione del suo direttore nei confronti del Ministro appare incomprensibilmente tenera. O forse no, una spiegazione  c’è, e la offre a ben vedere Tarquinio stesso quando scrive che quella del Ministro è «una risposta non solo e non tanto a me». Giusto, perché lui aveva già tutto galantinianamente chiaro su come ci si debba mostrare verso un esponente del governo in carica. Fedeli alla linea.

https://giulianoguzzo.com/2016/12/21/fedeli-alla-linea/

 

25 maggio 2016

Avvenire. Non compratelo



di Francesco Filipazzi
Da un po' di tempo a questa parte, soprattutto negli ultimi mesi, il quotidiano Avvenire sta facendo infuriare sempre di più i fedeli cattolici italiani. Non si tratta più di disorientamento ma di vero e proprio sentore di tradimento. Avvenire non rappresenta più i cattolici e la svolta galantiniana ha inferto il colpo di grazia alla credibilità di quello che fu un araldo della buona battaglia.

Per capire cosa intendiamo, basta vedere cosa scrivono questi signori riguardo, ad esempio, alla Marcia Per la Vita, quando non la ignorano. Nel 2015 un vergognoso articolo parlava di "estremisti tentati dallo scisma lefebvriano" (che poi scisma non è)  in corteo, un articolo talmente patetico che trovate tranquillamente sulla spazio online di Riscossa Cristiana, gelosamente conservato. C'è poi la questione Family Day, totalmente ignorato se non per osteggiarlo (o distorcerlo il giorno successivo) nonostante sia un movimento principalmente cattolico. Un atteggiamento, quello di Avvenire, dovuto alla linea totalmente schierata a favore dell'ateismo di stato assunta recentemente da vasti settori della CEI, che di Avvenire è editore. Quando i cattolici ci sono dunque, il giornale dei vescovi non c'è. Quando si devono fare battaglie di principio, Avvenire fugge, si defila. Basti pensare alla recente figuraccia riguardo l'obiezione di coscienza sulle unioni omosessuali.Il giornale diretto da Marco Tarquinio aveva già escluso ogni forma di disobbedienza civile. Non sia mai che si metta in discussione il dio Stato. Salvo poi riceversi un bello schiaffo da Francesco, che ha indicato come sacrosanta l'obiezione di coscienza. Certo, la redazione del quotidiano ex-cattolico non si è scomposta, ma non pochi hanno notato la situazione paradossale.

D'altronde il problema sta proprio nel rapporto della stampa cattolica con lo Stato Italiano. Il quotidiano più sovvenzionato, si parla di oltre 3 milioni all'anno, è proprio Avvenire, seguito da testate minori, edite da curie e associazioni editoriali locali, che evidentemente vivono di quello. In Lombardia un giornale ultralocale che tira 16 mila copie (omettiamo il nome per rispetto di alcuni giornalisti che ci lavorano seriamente), edito da una piccola diocesi, riceve 1 milione e 200 mila euro all'anno. E' chiaro che di fronte a queste cifre, essere liberi di fronte allo Stato che dà da mangiare è difficile. Stesso discorso da fare peraltro riguardo l'8 per 1000, che è il motivo alla base di tutti i cedimenti di molti cinici vescovi italiani. Tutti pronti ad applaudire al pauperismo bergogliano, ma pur di non farsi diminuire la paghetta sono disposti ad accettare ogni tipo di porcata.

Ci chiediamo quindi fino a che punto questa cialtronata della "stampa cattolica" che cattolica non è possa andare avanti. Noi Avvenire di sicuro non lo compriamo e invitiamo a non comprarlo. La buona stampa è ben altra (ne parliamo qui).
 

14 marzo 2015

Il caso Ruby e la doppia morale nella Chiesa


di Marco Mancini

“L’esito penale favorevole a Berlusconi non cancella il rilievo istituzionale e morale del caso”: così il direttore di Avvenire Marco Tarquinio, in un editoriale pubblicato sul quotidiano dei vescovi, ha commentato la sentenza definitiva di assoluzione del Cavaliere sulla vicenda Ruby. Subito dopo è arrivato il sostegno al giornale da parte del segretario generale della CEI, mons. Nunzio Galantino, il quale ha definito “coraggiosa” la posizione di Tarquinio, aggiungendo: “La legge arriva fino a un certo punto, ma il discorso morale è un altro”.
 

29 aprile 2012

Caritas in veritate. Riflessioni sul “caso Livi”


 Con questo articolo inizia la sua collaborazione con noi Giovanni Covino, nato a Benevento nel 1985. Dopo il liceo scientifico si laurea in filosofia presso l'Università Federico II di Napoli, dove sta attualmente conseguendo la laurea magistrale sempre in filosofia. Guardandosi bene dal non cadere in un pozzo mentre contempla il cielo, è diventato caporedattore del sito www.formazioneteologica.it e membro dell'Unione Apostolica "Fides et ratio" per la difesa scientifica della verità cattolica fondata dal prof. Antonio Livi e socio dell’ISCA (International Science and Commonsense Association).

 

28 aprile 2012

Ridateci la morte cattolica!

di Federico Catani
Non è bello fare critiche quando c'è di mezzo un morto. Eppure a volte diventa necessario. In questi pazzi tempi vanno di moda i funerali-show, forse perché in questo modo si crede di ricordare meglio il defunto e di mostrare maggior dolore e maggior amore verso il caro scomparso. Peccato che il tutto avvenga in contrasto con ogni norma della Chiesa e della sua liturgia. Se è vero, come è vero che la lex orandi esprime la lex credendi, allora è chiaro che di fronte alla spettacolarizzazione, alla banalizzazione e alla paganizzazione delle esequie cristiane, siamo di fronte a un'altra religione e alla distruzione della "morte cattolica".