di Alessandro Rico
Mai come in questi giorni torridi
d’estate, è facile rendersi conto che la vita, come diceva Pirandello, è una
commistione di comico e tragico. Berlusconi è finalmente colpevole. Mandante di
stragi mafiose? No. Corruttore di magistrati? Manco. Puttaniere? Neppure.
Evasore. Nel tripudio dello stato ladro, il primo contribuente italiano viene
condannato perché doveva pagare di più. Il che sarebbe un titolo di merito, se
solo Berlusconi ammettesse: «Sì, ho frodato questo fisco vessatorio, e lo
rifarei un milione di volte», scatenando una guerra tipo Boston Tea Party.
E allora vedi le buffe reazioni
della sinistra, che aspettava questa vittoria come la Germania aspetta di
batterci a calcio, e la ottiene proprio ora che sta al governo con Silvio. Vedi
Bersani approfittarne per rifarsi una verginità e mettere un po’ alle strette
Letta, perché dietro i baci e gli abbracci il fallito di Bettola ci rosica a
vederlo, al posto suo, a Palazzo Chigi. Senti Epifani, per anni il capo di un
sindacato bolscevico che ha fatto di tutto, per rendere il mercato del lavoro
quel coacervo di ingiustizie che è, fare il compassato uomo delle istituzioni,
a metà tra il gongolante e l’imbarazzato: «La sentenza va rispettata e resa
esecutiva». Già ti figuri le mosse di Renzi, quello che va a pranzo con Letta e
poi cerca di mettergliela in quel posto, quello che dà interviste su qualsiasi
cosa, ma quando si tratta di giocarsi l’asso, è prudente come un serpente.
E
soprattutto, ti gusti lo psicodramma dei vari sinistroidi, grillini, no-global,
no-TAV, liberal e radical-chic, che hanno atteso questo momento per due decadi.
Vent’anni di patimenti, al che credi che partiranno i caroselli tipo mondiali
2006. E invece niente. Qualche battutina su Facebook. Qualche tweet. Qualche
risatina per strada. Ma l’atmosfera è quella di chi si accorge che l’attesa del
piacere è meglio del piacere stesso. Ti ricordano il Joker di Heath Ledger,
follia fine a se stessa: «Sono come un cane che insegue le macchine, non saprei
che farmene se le prendessi». Oppure non si fidano, perché sanno che Berlusconi
ha quattordici vite, che troppe volte hanno brindato anzitempo, e allora lo
champagne lo lasciano in frigo, anzi nemmeno lo comprano. Hanno paura che
risorga il terzo giorno, che non lo interdicano abbastanza a lungo, che
Napolitano o Iddio in persona gli concedano la grazia. Lo preferirebbero
assunto in cielo in corpo e anima, piuttosto che candidato alle elezioni.
Eppure, dall’altro lato, i
segnali non sono incoraggianti. Perché si constata – e questo fa ridere di meno
– lo stato di putrefazione del cadavere del centrodestra, un gruppetto di
miracolati con l’horror vacui da dipartita dell’Unto. D’altronde, è chiaro che
Berlusconi puoi amarlo od odiarlo, ma nessuno voterebbe Alfano, la Santanché o
Brunetta.
È la parabola già edita degli
uomini che hanno fatto la storia d’Italia, prima incensati e poi condannati:
Mussolini, la Dc, Craxi. Con una differenza: che gli altri non avevano un
impero economico. E questa è al momento l’unica ragione per vedere uno spiraglio,
al di là della squallidina riesumazione di Forza Italia. Non che io ci tenga
particolarmente alla sorte politica del Cav. Anzi, una sua uscita di scena
aprirebbe forse la crisi necessaria a una rifondazione radicale della destra
italiana. È vero, Berlusconi l’ho difeso quando non era di moda; ma poi l’ho
attaccato quando ha esplicitamente abbandonato il liberismo per votarsi a
Keynes e Krugman, nei suoi deliri cesaropapisti (in cui lui era ovviamente sia
cesare che papa). Si tratta piuttosto di una questione psicologica: non puoi
fare a meno di pensare che Berlusconi sia pronto a un coup de théâtre. Perché
se anche lui ha finito le cartucce, l’idea è che l’Italia si stia spegnendo. Tra
disoccupazione stellare, un fisco criminale, imprese e lavoratori nella condizione
di servi della gleba alle dipendenze di sua maestà Befera, il declino sembra un
baratro oscuro. Per un Paese che ha vissuto vent’anni alla sua ombra, la
disintossicazione da Berlusconi sarà difficile soprattutto per i suoi nemici.

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