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17 settembre 2019

Conte, stai sereno!

di Giuliano Guzzo
Era nell’aria. Che Matteo Renzi, ringalluzzito dalla nascita del governo giallorosso, di cui è (con Grillo) il principale artefice, stesse accarezzando l’idea di un colpo di scena era ipotesi che aleggiava nelle analisi di tanti. Però ci si attendeva l’appuntamento fiorentino della Leopolda come occasione di svolta, non certo metà settembre. Il che ci pone subito davanti al vero dilemma politico del momento: come mai questa accelerazione? Cosa ha cioè spinto l’ex sindaco di Firenze a rompere gli indugi, annunciando anzitempo l’esistenza della «cosa misteriosa»? I resoconti di queste ore parlano di un Renzi «gasatissimo» e «decisamente in palla», ma è difficile pensare a un’idea figlia dell’entusiasmo; anche perché, che all’uomo il Pd stesse stretto, lo si sapeva.

La nascita affrettata della «cosa» renziana, stimata in una 40 di parlamentari e tra il 5 e il 7% dei consensi, sembra avere altre cause. Tre almeno. La prima è una questione di leadership, che risponde al nome di Giuseppe Conte. L’ex sindaco di Firenze, tutto fuorché sprovveduto, ha capito che un premier sempre più accreditato in Europa  – in ottimi rapporti con la Merkel e già incoronato da Le Figaro come l’«uomo della barricata anti Salvini» – avrebbe potuto pregiudicare il suo ritorno nell’agone politico, soprattutto con una permanenza all’interno di un partito, il Pd, che con Conte oggi governa. Il colpo di teatro in corso serve dunque a Renzi per poter tornare sulla scena, prima che altri la occupino troppo a lungo. Un secondo motivo per cui il progetto renziano decolla con anticipo è la ripresa nei sondaggi della Lega. Proprio così.

Infatti, anche se una parte di commentatori non piccola – ma neppure acuta – ciancia da settimane di «suicidio leghista», dall’altra più rilevazioni accreditano il partito di Salvini non solo stabilizzato, ma di nuovo in crescita (dal 30,5% del 9 settembre al 32,3% di ieri, secondo Tecnè). L’agosto nero è insomma già alle spalle e Renzi che, insistiamo, fiuta il vento meglio d’altri, deve aver capito che la politica italiana rischiava di finire cosa a due, tra Salvini e Conte. Un terzo motivo che può aver spinto il fiorentino a bruciare le tappe – con quella che dovrebbe chiamarsi “L’Italia del sì”, prendendo così in prestito lo slogan che Matteo Salvini utilizzava contro i grillini – è sempre legato alle sorti di un governo giallorosso che già dai suoi primi vagiti appare tenuto insieme con lo scotch e incapace di crescere nei consensi. Urgeva quindi un scossa: eccola.

Poi certo, Renzi ha già chiarito che non uscirà dalla maggioranza – «lascio i dem ma resta il mio sostegno al governo» – ma ricordiamoci che parliamo di chi proferì «Enrico stai sereno» prima di silurare Letta. Ergo, non si sa come l’abbia davvero presa Giuseppe Conte eppure una cosa è certa: una pacca sulla spalla di Nosferatu sarebbe stata per lui più rassicurante. Sì, perché la verità è che adesso la tensione politica è alle stelle, con le prime stizzite reazioni alla «renzata», come pare l’abbia definita lui stesso, che arrivano proprio dal Pd. D’accordo, ma che diamine sarà davvero la «cosa» renziana? «Farò un partito totalmente innovativo, una cosa che non si è mai vista in Italia», sono le parole dell’interessato. Staremo a vedere, anche se la sensazione è che, al di là della carrozzeria che sarà di certo fiammeggiante, la creatura di Matteo Renzi conterrà fondamentalmente una cosa. Il suo ego.

 

21 dicembre 2016

Fedeli alla linea


di Giuliano Guzzo

Che cosa si prova esattamente a farsi raccontare bugie e a far finta di nulla, anzi persino a ringraziare chi in buona sostanza mente sapendo di mentire? Me lo chiedo ma soprattutto, come penso molti altri, lo vorrei chiedere a Marco Tarquinio, direttore di Avvenire il quale, rispondendo ad una lettera inviatagli da Valeria Fedeli, Ministro dell’Istruzione, ha appunto ringraziato per la «lineare chiarezza» dell’intervento anziché controreplicare con la domanda a cui chiunque, al suo posto, avrebbe pensato: scusi, Ministro, perché ci prende in giro? Sì, perché la lettera che il Ministro Fedeli ha inviato ad Avvenire contiene non una, ma almeno tre spudorate menzogne dinnanzi alle quali Tarquinio non batte ciglio.

La prima riguarda il presunto rafforzamento degli organi collegiali da parte della “Buona Scuola”, mentre pure i sassi sanno che la vera svolta di questa contestatissima riforma sta nelle responsabilità, ma soprattutto negli enormi poteri conferiti ai dirigenti scolastici. Una seconda, clamorosa balla che il direttore di Avvenire, chissà perché, non avverte il bisogno di correggere e che Fedeli serve con nonchalance è quella secondo cui «negli stereotipi di genere si annida il primo germe della violenza maschile contro le donne», quando è proprio nei Paesi del nord Europa che più si sono impegnati a decostruire questi benedetti stereotipi che la violenza maschile contro le donne risulta fuori controllo. Si pensi alla Svezia, paradiso della “parità di genere” tanto da divenire, nel 1994, il primo Paese in assoluto con metà Parlamento composta da donne; ebbene in Svezia le violenze sessuali, dal 1975 al 2014, con cresciute in modo agghiacciante: +1.472%. Ma andiamo avanti. Come se non bastasse – bugia numero tre – il Ministro Fedeli ha pure scritto ad Avvenire di non aver «mai fatto riferimento a una supposta “teoria gender”», dopo che pochi giorni fa aveva espressamente dichiarato al primo quotidiano d’Italia d’essere criticata perché «schierata contro, per aver difeso la teoria del gender ed evidentemente non possono accettare che mi occupi di scuola» (Corriere della Sera, 14.12.2016). Un giornalista normale, a questo punto, avrebbe perso la pazienza. Di brutto.

E invece Tarquinio che fa? Non solo ringrazia la Fedeli dopo essere stato platealmente preso per il naso, ma lascia intendere di credere alle rassicurazioni del Ministro sul fatto che lei, il gender, neppure sa che sia. Ora, chi legge Avvenire sa quanto il giornale abbia fatto, per decenni, prendendo posizioni coraggiose e sa pure quali penne di valore a tutt’oggi abbia, specie quando affronta i temi etici. Tuttavia, la posizione del suo direttore nei confronti del Ministro appare incomprensibilmente tenera. O forse no, una spiegazione  c’è, e la offre a ben vedere Tarquinio stesso quando scrive che quella del Ministro è «una risposta non solo e non tanto a me». Giusto, perché lui aveva già tutto galantinianamente chiaro su come ci si debba mostrare verso un esponente del governo in carica. Fedeli alla linea.

https://giulianoguzzo.com/2016/12/21/fedeli-alla-linea/

 

15 dicembre 2016

Paolo l’insonne: ritratto del «conte rosso» Gentiloni


di Giorgio Enrico Cavallo

Molti – e sono tra di loro – si sono domandati come abbia potuto un soggetto politicamente insignificante come il conte Paolo Gentiloni Silverj diventare presidente del Consiglio. Un uomo dallo sguardo diversamente sveglio, dal sorriso diversamente allegro e dalla loquela diversamente coinvolgente. Insomma, roba da far andare in brodo di giuggiole Maurizio Crozza.
E dai e dai, la domanda arriva inevitabile: ma perché proprio Gentiloni? Nel Pd avevano un fior fiore di sinistri politicanti ai quali affidare la poltrona del fu Renzi: perché proprio l’insonne Gentiloni? Avrà forse avuto un curriculum di alto livello; ma, dando una rapida lettura a Wikipedia, salta fuori che il “conte rosso” ha svolto due soli incarichi di governo: quello di ministro alle comunicazioni del governo Prodi II e quello di ministro degli Esteri con il suo guitto predecessore. Nessuna delle sue riforme della televisione entrò mai in vigore e, per quanto concerne la sua esperienza alla Farnesina, basti ricordare alcune perle da lui disseminate con generosità da quando è succeduto all’altrettanto incolore Federica Mogherini.
C’è innanzi tutto la questione di Greta e Vanessa, le due sessantottine in ritardo generazionale, volate in Siria ufficialmente come cooperanti e di fatto liberate con il pagamento di un ingente riscatto che nemmeno l’austero Gentiloni ha mai negato, pur affermando che i 12 milioni di dollari erano troppi. E va beh, saranno stati 11 milioni e mezzo, che mai sarà. C’è poi stato il gelo diplomatico con l’Egitto in seguito alla morte di Regeni. Mentre infuriava la polemica con Il Cairo, Gentiloni si è inventato la nuova figura dell’enigmatico “profugo climatico”, per il quale “serve riconoscimento giuridico”. Già. Sono aperti dibattiti per capire se le sdraio e la crema solare siano requisiti necessari per il loro riconoscimento. E che dire della sua brillante operazione diplomatica nel martoriato Medio Oriente e in Africa? L’Italia è rimasta a guardare, priva di iniziative di rilievo, in un contesto in cui il ministero degli Esteri doveva essere determinante per il futuro del paese. E invece niente, il ruolo dell’Italia è stato semmai quello di servire gli alleati atlantici in ogni desiderio: speranzoso che le elezioni americane fossero vinte da Hillary Clinton, Gentiloni si è apertamente dimostrato un suo sostenitore, tra l’altro asservendo l’Italia ai folli deliri bellicisti dell’amministrazione Obama acconsentendo l’invio di 140 militari in difesa della Lettonia. Sì, della Lettonia. Un paese seriamente minacciato. Da chi? Da Putin. Gentiloni e Pinotti hanno accolto la richiesta di Jens Stoltenberg, segretario dell’Alleanza Atlantica, da bravi e mansueti servitori che non riescono a capire che la politica di scontro con Mosca è semplicemente masochistica.
Insomma, a bocce ferme: un uomo che ovunque è stato messo si è distinto per aver lasciato di sé un ricordo grigio e annebbiato è perfetto per il ricoprire il ruolo del dopo-Renzi. Roba da far rimpiangere lo scalpitante Matteo Nazionale, che dietro le quinte prepara il terreno per il suo ritorno. Tanto, al governo c’è Gentiloni, la sua ombra silenziosa ed ubbidiente, che lascerà palazzo Chigi quando Renzi glielo ordinerà. O quando glielo ordinerà l’Europa. Perché il sospetto è che questo silente personaggio sia l’uomo ideale anche per applicare misure fortemente impopolari – le brutte acque nelle quali navigano le banche italiane non lasciano presagire nulla di buono – volute dai padroni del vapore di Berlino e Bruxelles. Insomma, il governo Gentiloni è perfetto sia per non oscurare il protagonismo incontrollato di Renzi sia per accontentare il protagonismo degli eurocrati. Non ci credete? Ci pensa lui, il torpido Gentiloni, a rispondere al vostro dubbio: circola un suo tweet nel quale afferma: «esatto, dobbiamo cedere sovranità a un’Europa unita e democratica». A buon intenditor, poche parole.

 

09 dicembre 2016

Il “Renzi della Mancia”: l’avventura dei mille giorni del renzismo


di Giorgio Enrico Cavallo

Il 4 dicembre è naufragato il progetto di cambiare l’Italia a suon di mance, prebende e regalie varie. Matteo Renzi, il premier della fuffa fattasi istituzione, ha mollato lì baracca e burattini e ha pensato: «Sti bischeri non hanno approvato la riforma della Costituzione, ora son uccelli amari e se li pigliano tutti loro». Fortuna che Mattarella gli ha ricordato che non si può piantare in asso un esecutivo che sta per varare la legge di Bilancio. Ma la sbruffonata di mollare di punto in bianco i conti del renzismo al primo che passa – e, allo stato attuale, chissà chi sarà – è perfettamente in linea con le sbruffonate di questo governo, che si è retto per due anni e mezzo (mille giorni) su stampelle dal valore di 80 euro l’una.
Cominciamo dal “mitico” bonus Renzi, quello che garantì al premier ormai dimissionario la bulgara maggioranza del 40% alle europee del 2014. Una vera mancia, inizialmente introdotta in via temporanea tra maggio e dicembre 2014, e poi confermata a regime omnia sæcula sæculorum. Gli 80 euro di credito Irpef che il datore di lavoro riconosce in busta paga ai lavoratori dipendenti hanno mandato gli italiani in visibilio per il Matteo nazionale, tanto che il premier, galvanizzato, ha deciso di replicare la formula degli 80 euro declinandola a seconda delle necessità e dei ruoli. Ad esempio, regalandoli anche alle forze dell’ordine: poliziotti, carabinieri, capitaneria di porto e vigili del fuoco possono quindi godere della lauta mancia di stato. Quindi, a ridosso della fatidica data del 4 dicembre, ecco la tanto attesa mancetta anche alla coccolata casta degli statali: 85 euro – evidentemente, 80 euro iniziavano ad essere pochi – di aumento medio pro capite.
80 euro finiscono in saccoccia anche per i neo-genitori con Isee inferiore a 25mila euro. Sulla stessa scia, anche il bonus mamme da 800 euro e quello di 1000 euro per gli asili nido. Che – intendiamoci – è meglio che un pugno sui denti ed è forse quanto di meglio questo governo ha saputo fare in tema di aiuto alla famiglia, dopo averla presa a cazzotti in ogni modo immaginabile. Ma nulla toglie che – specie dopo i cazzotti di poc’anzi – questi bonus altro non siano altro che un contentino, dietro al quale c’è scritto: “vota Pd” o, se leggi meglio: “vota Renzi”.
Il variegato fronte della cultura è forse quello dove il premier si è divertito di più ad infilare prebende e regali ad ufo. Si va dal bonus di mille euro per comprare strumenti musicali nuovi, destinato agli studenti dei conservatori all’onnicomprensivo bonus diciottenni, che consente di schiudere le porte della cultura (ma non c’erano già le scuole statali?) ad una mandria di ragazzi che, altrimenti, resterebbero privi di libri, spettacoli teatrali, concerti, musei et similia. Ovviamente, non è specificato per quali libri e quali mostre spendere il proprio bonus: viene il sospetto, dunque, che i 500 euro serviranno per comprare l’ultimo libro della enne-logia di Harry Potter o per pagarsi il concerto del cantatorucolo di turno. Almeno il bonus docenti sarà più… decente? Mah: a leggere il sito dedicato alla “carta del docente”, sembra che la regalia di 500 euro per tutti i docenti di ruolo possa servire tanto per l’acquisto di libri quanto per l’ingresso al cinema; e nonostante la settima arte sia oggi elemento centrale della cultura pop, mi sfugge perché i diciottenni e gli insegnanti debbano andare al cinema pagati da noialtri: da che mi ricordi, a scuola non c’era l’ora di “storia del cinema”. Misteri del renzismo.
Questa pioggia di prebende, di regali, di bonus, di elargizioni completamente gratuite, date con la sola giustificazione di esistere su questa Terra e di essere parte di una determinata categoria, è la caratteristica più macroscopica della forma mentis di Renzi: un premier visibilmente incapace di risolvere i problemi del paese, tanto che ne ha creati di nuovi – sarebbe bello capire se e come il bilancio statale potrà assorbire, a lungo andare, tutto questo effluvio di regali – e che è rimasto in sella per due anni e mezzo grazie al più becero clientelarismo della storia italiana. Nemmeno i bistrattati governi della Democrazia Cristiana erano arrivati a tanto.
Eppure, le prebende fanno comodo a tutti: evidentemente, il buon Renzi avrà aiutato gli italiani ad uscire dalla crisi. Mah. Per uscire dalla crisi economica non bastano 80 euro qui e là: i regali del premier sono semplici rattoppi, che non rispecchiano nessuna strategia politica seria di rilancio nazionale. Ne è prova che ad essere esclusi dal “mitico” bonus Renzi sono tutti quelli che sono esclusi dal già di per sé “mitico” posto fisso: disoccupati, collaboratori occasionali, ex co.co.pro., job on call, voucheristi e chi più ne ha, più ne metta. Questo esercito silenzioso di “pseudo-lavoratori” sottopagati, privati di diritti, di tutele e pure della dignità, sono il grave peso che si trascina dietro non solo il nostro paese, ma tutto l’Occidente. Un esercito di uomini e di donne che sgobbano come muli per arrivare a prendere 500 euro mese: per loro, le regalie di 80 euro non ci sono; e non sono previste perché lo Stato non ha mai fatto niente per loro, per gli emarginati. Anzi, recentemente lo Stato italiano ha contribuito a crearli, gli emarginati dal mondo del lavoro – per chi ha memoria breve, citofonare a casa Fornero, ultimo piano, superattico con vista – aggravando una crisi che sembra destinata a non finir mai.
Eppure, basterebbe che il nostro presidente dimissionario smetta di essere cattolico a parole ed inizi ad esserlo nei fatti. Non dare la giusta mercede al lavoratore è peccato talmente grave che grida vendetta al cospetto di Dio: chi governa dovrebbe evitare che avvengano fenomeni di sfruttamento – per chi ha memoria corta, citofonare ad un qualunque pedalatore di Foodora – non solo con l’attività di vigilanza, ma anche promuovendo leggi che incentivino la giusta retribuzione e la dignità del lavoratore. No, le mance elargite a chicchessia non sono una cura: sono una risposta non solo inadatta ma anche dannosa, perché non solo non corrispondono alla giusta mercede ma instillano il pericoloso principio che il bonus spetti di diritto, solo perché si fa un certo lavoro. Insomma, il peggior retaggio dell’assistenzialismo di sinistra unito al peggiore frutto del capitalismo terminale, per cui il cittadino è solo consumatore e deve comprare ora, subito, immediatamente, appena presa la mancia che gli spetta di diritto per le sue spese.
È tutto così assurdo che anche il popolo ha capito che le paghette di Renzi non erano più accettabili: l’intima convinzione di ciascuno è che per vivere serva lavoro – lavoro vero – non un suo surrogato. Non una mancetta una tantum. Le prebende sono state delle toppe con la faccia di Renzi, da mettere su una stoffa troppo logora per poterle sostenere. E c’è da sperare che questa stoffa non si strappi del tutto, ora che il sarto è fuggito davanti alle sue responsabilità, lasciando ad altri l’ingrato compito di risolvere dei problemi ogni giorno più grandi.
 

07 dicembre 2016

Vittoria del no. Possibili conseguenze


di Niccolò Mochi-Poltri

Dall'esito del referendum costituzionale dello scorso 4 dicembre la maggioranza dei commentatori sembra essere stata capace di ricavare puntuali e precisi segnali per divinare i futuri prossimi scenari politici italiani. Al contrario, a noi quell'esito ha lasciato molti dubbi e perplessità che ci hanno suggerito di adottare un atteggiamento di maggiore prudenza, non tale naturalmente da frenare l'entusiasmo per la vittoria del "NO", ma che comunque ci riconduca alla necessità di non indugiare nei festeggiamenti per avvantaggiarci piuttosto nell'organizzazione di un più o meno prossimo avvenire.
I nostri dubbi e le nostre perplessità derivano dalla pur banale constatazione che dietro all'ampio margine di successo del "NO" a fronte di una partecipazione elettorale tra le più alte dell'età repubblicana, se non la più alta in assoluto, si celano ragioni di ordine e grado diverse e talvolta confliggenti, che davvero, ahimè, sono andate a comporre un'accozzaglia difficilmente districabile, cosicché la riduzione ai minimi termini della questione nella sua complessità all'alternativa tra "SI" e "NO" sia quantomai poco eloquente. Se proviamo infatti a farne un elenco, potremmo dire che l'ampia vittoria del "NO" può significare, allo stesso tempo: 1) un rifiuto della riforma nel suo merito, cioè nella varietà dei cambiamenti che avrebbe apportato alla Costituzione 2) un rifiuto della riforma nella sua ratio formale, cioè perché scritta male 3) un rifiuto della riforma in quanto illegittima, poiché elaborata e proposta da un governo creato a tavolino e non passato dalle elezioni 4) un rifiuto verso la possibilità stessa di modificare una Costituzione assurta ad idolo e come tale venerata 5) la volontà di screditare il governo che questa riforma ha elaborato e voluto, vuoi perché considerato illegittimo, vuoi perché considerato inetto 6) la volontà di screditare il capo del governo, nel caso in questione Matteo Renzi, che più d'ogni altro ha voluto questa riforma, alla quale ha più volte ribadito di legare il proprio destino politico 7) la volontà di screditare quel modello politico che Matteo Renzi incarna, e che per comodità chiameremo "renzismo" 8) la volontà di combattere contro quello che viene percepito come il "sistema" tout-court, che a questa tornata elettorale si presentava nei panni del "SI". Se questo può essere considerato in linea di massima l'elenco delle possibili ragioni che hanno indotto l'elettorato a propendere per il "NO", diventa abbastanza semplice intravedere dietro ad ognuna di esse, o a più d'una, la consistente presenza di specifiche istanze politiche e, di conseguenza, di specifici partiti di riferimento. Ma ciononostante resta impossibile stabilire con un'approssimazione accettabile ed utile quali siano quelle ragioni - e quindi quelle istanze politiche e quindi quei partiti - che più delle altre hanno permesso di conseguire quel risultato, e di conseguenza resta impossibile scoprire quali potrebbero essere le forze politiche così premiate indirettamente dall'elettorato.
Tuttavia, riteniamo importante soffermarci con più attenzione sulle ragioni 6 e 7, che consideriamo quantomeno le più pregnanti nell'economia della nostra analisi sull'esito del referendum, non foss'altro perché sono considerate quelle "ufficiali", proposte all'attenzione dell'elettorato dallo stesso Matteo Renzi, il cui peccato originale, nello specifico di questa riforma costituzionale, che poi si è sempre riproposto durante tutta la campagna elettorale, è consistito appunto nella personalizzazione della riforma. Dunque la domanda che dovrebbe a questo punto suscitare il maggior interesse ed urgenza sarebbe: la sconfitta subita da Matteo Renzi ha segnato anche la sconfitta del modello politico renziano oppure quest'ultimo è riuscito a sopravvivere e ad emanciparsi da colui che, se non suo immediato artefice, è comunque stato la sua migliore incarnazione? Ora, a questa domanda dal valore tanto fondamentale per il prossimo avvenire politico dell'Italia, non è possibile offrire una risposta sufficientemente valida, proprio per quei motivi di cui parlavo prima riguardo alle ragioni del "NO", cioè che sono molte, diverse, talvolta confliggenti e comunque distribuite secondo proporzioni incerte.
Ma, se giunti a questo punto dell'analisi non è possibile procedere oltre, ciò non significa che sia legittimo disubbidire alla sempre valida legge di civiltà per cui la Storia la fanno i vincitori: ora, tra i vincitori di questa elezione referendaria ci sono sicuramente anche quei partiti che da diverso tempo a questa parte, pur in maniera diversa, erano stati messi in ombra dallo scontro a due tra PD e M5S. Ebbene, spetta a loro nel prossimo futuro il compito di offrire una risposta a quella domanda, e l'unico modo per riuscire in ciò sarà decidere se porsi in relazione al modello politico renziano con intento emulatorio e mimetico oppure con intento emancipatorio ed antagonista, ovvero esercitarsi nell'elaborazione di un modello alternativo che possa esser proposto nell'agone politico, e scontrarsi vittoriosamente con gli avversari in una elezione che personalmente auspicheremmo svolgersi non presto né tardi, ma quando certe condizioni, ad incominciare dal sistema elettorale, saranno adeguate.

 

01 dicembre 2016

Pioggia di ricatti. Ma non si doveva discutere del «merito» della riforma?


di Giuliano Guzzo
Se vince il No, governi tecnici in vista. Se vince il No, ben otto banche italiane rischiano di fallire. Se vince il No, l’Italia finisce dritta dritta nelle mani di uno, Grillo.  Il variegato fronte a favore della riforma costituzionale Boschi-Verdini, dopo averci tartassati sulla necessità di valutare nel «merito» il provvedimento su cui domenica saremo chiamati a pronunciarci, ormai da giorni – è palese – ha scelto di giocarsi la squallida carta del ricatto. Il che dovrebbe far riflettere tutti quanti, e parecchio, sul fatto che questa riforma, venduta come talismano del cambiamento e che piace da matti Matteo Renzi come al ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schaeuble, – tutta gente, fateci caso, mai eletta dal popolo italiano , prima che su ragioni poggi su interessi.
Quali interessi, vi chiederete. Per esempio quelli delle banche. Oh, dirà qualcuno, ecco il solito complottista. Ecco, prima di pensare una cosa simile leggetevi bene le sedici pagine del documento del maggio 2013 della J.P. Morgan (banca il cui consulente, Tony Blair, è stato casualmente ricevuto a Palazzo Chigi da Renzi e Ministri) sulla situazione economica dell’Europa – laddove, parlando anche dell’Italia, si lamenta l’esistenza di «poteri esecutivi deboli» e «stati centrali deboli rispetto alle regioni», presunti “problemi” affrontati dalla riforma Boschi-Verdini -, poi ne parliamo. Del resto, lo stesso martellante ricorso ai ricatti di queste ore per far passare questa riforma dimostra che gli interessi superano di gran lunga le ragioni. Direi, quand’anche la riforma contenesse qualche passaggio condivisibile (in oltre 40 articoli riformati, non lo si può escludere), che è quindi un ottima ragione per bocciarla, non vi pare?
 

26 novembre 2016

Le bugie del Sì


di Giuliano Guzzo

Al 4 dicembre non manca molto e i promotori della riforma Boschi sono incessantemente all’opera per cercare di convincerci tutti quanti della positività di una revisione costituzionale che – a detta loro – traghetterebbe provvidenzialmente l’Italia verso la sospirata modernizzazione, lasciando così intendere che invece i Padri Costituenti, i quali purtroppo non potevano vantare tra le proprie fila gente del calibro di Verdini, abbiano redatto un testo che, benché rivisto già più di 40 volte in neanche 70 anni (la Costituzione Usa, per dire, è stata ritoccata meno di 30 volte in 240 anni, alla faccia della Costituzione italiana intoccabile e sempre uguale!), sarebbe ormai irrimediabilmente datato. Per convincere il Paese della bontà di questa riforma, i loro promotori ricorrono essenzialmente a cinque argomentazioni la cui solidità, però, lascia davvero a desiderare. Il modo migliore per vederlo è sondare una ad una queste argomentazioni che – come vedremo tra poco – è davvero difficile, per quanta simpatia umana si possa provare verso i suoi proponenti, prendere sul serio.

Minori costi

Votate Sì e avrete risparmiato un sacco di soldi. Quanti? 100 milioni, anzi no 500. «1 miliardo l’anno» ha addirittura favoleggiato il Premier il 31 marzo 2014. Peccato che la Ragioneria di Stato, organo dipendente dalla Presidenza del Consiglio, ha invece stimato i fantastici risparmi in circa 50 milioni, meno di un 1 euro annuo per cittadino. Perché allora si favoleggia di un risparmio decine di volte superiore a quello che sarà? Strano poi che questo Governo abbia tanto a cuore i costi della politica. Strano perché con l’ascesa politica di Renzi, rispetto a quando c’era Letta – come documenta Open Polis – le spese di Palazzo Chigi sono aumentate vertiginosamente (più 100 milioni di euro), non si è messo mano ai vitalizi ai Parlamentari (costano 193 milioni di euro) e ci si è guardati bene dall’accorpare il referendum sulle trivelle ed elezioni amministrative, cosa che ci avrebbe risparmiato tanti soldini davvero (300 milioni di euro). Questo Governo avrebbe avuto insomma molti modi per farci risparmiare parecchi più soldi rispetto a quelli della riforma, i cui futuri risparmi hanno oltretutto un prezzo salatissimo (la perdita del diritto dei cittadini di eleggere i senatori), eppure non lo ha fatto. Come mai?

Leggi più veloci

Votate Sì e avremo – assicurano i promotori della riforma – leggi più veloci. Sì, d’accordo ma ne abbiamo davvero bisogno? La lentezza dei provvedimenti è davvero un problema? Pensando alla Fornero, la famigerata riforma previdenziale del governo Monti, che ottenne il sì definitivo in appena 16 giorni, verrebbe da escluderlo; per cominciare però a farsi un’idea, può essere interessante – pur alla luce delle note difformità tra gli ordinamenti – un confronto tra i principali Paesi europei. Confronto che, sorprendentemente, con le sue 120 leggi all’anno, vede l’Italia primeggiare su Francia (91), Spagna (45) e Regno Unito (42), ed essere superata solo dalla Germania (144) (fonte: Rapporti della Camera dei Deputati, dati dal 1997 al 2013). Nessun ritardo, insomma, nessuna figuraccia europea per quanto riguardo riguarda i tempi dell’iter legislativo. I sostenitori della riforma costituzionale potrebbero però sempre ribattere, correggendo il tiro, che il vero problema, più che i tempi di approvazione delle leggi, è l’estenuante ping-pong che comporta l’assetto bicamerale. Estenuante ping-pong? Preoccupazione quanto meno curiosa se si pensa che, solo in questa legislatura, dal suo inizio al 30 giugno 2016, su 224 leggi approvate a ben 180 di queste, quindi circa all’80%, è toccato un solo passaggio fra Camera e Senato (fonte: Servizio studi della Camera). Dunque, di che stiamo parlando?

Meno burocrazia

Votate Sì – dicono ancora i sostenitori della riforma – e avremo un’Italia con meno burocrazia. Oh, ma che bella promessa: come non aspettare con ansia il 4 dicembre per votare Sì? Peccato che la riforma Boschi affronti e riguardi un sacco di argomenti ma non quello della burocrazia, il cui termine tra l’altro non ricorre neppure una volta nel testo. Come fa dunque una riforma che non affronta una questione a risolverla? Boh. Anche perché la sensazione è che questa riforma costituzionale non semplifichi, ma complichi il funzionamento della macchina statale. Come? Semplice: per esempio moltiplicando le procedure di formazione delle leggi. Infatti, se oggi una legge può essere approvata solo in due modi (approvazione identica in Camera e Senato per quelle ordinarie e quattro passaggi identici, invece, per quelle costituzionale), con la Costituzione 2.0 – a parte le leggi costituzionali e quelle elencate nell’interminabile primo comma dal nuovo articolo 70 – le procedure legislative andranno a moltiplicarsi; c’è chi dice diventeranno 8 e chi 10, il tutto con la vituperata navetta del bicameralismo paritario, che non viene affatto abrogato ma solo ridimensionato, che rimane obbligatoria per oltre venti materie. Alla faccia della semplificazione.

Nessuna deriva autoritaria

Votate Sì tranquillamente – ci viene detto – tanto non esiste alcun pericolo autoritario. Sul serio? Strano perché risulta che questa riforma sia promossa da un Governo guidato da un signore mai neppure eletto parlamentare, asceso a Palazzo Chigi dopo un memorabile e sincerissimo «Enrico stai sereno» e che finora ha chiesto al Parlamento, strozzandone sistematicamente il dibattito, qualcosa come 54 volte la fiducia, record insuperato nella storia dell’Italia repubblicana. Il tutto mentre una serie impressionante di giornalisti di stampa e televisione, tutti guarda caso non entusiasti di questo esecutivo (Bianca Berlinguer, Nicola Porro, Massimo Giannini, Maurizio Belpietro, Alessandro Giuli), subiva avvicendamenti, spostamenti quando non addirittura licenziamenti. Basterebbe questo, a ben vedere, a preoccupare. Aggiungeteci che se questa riforma passa, grazie alla legge elettorale italicum, una maggioranza anche risicatissima avrà saldamente in pugno il Parlamento (basterà la fiducia della Camera, la cui maggioranza si “prenderà cura” dell’opposizione votandone pure lo statuto), e capite bene anche voi che qualche rischio autoritario in effetti esiste.

Senza questa riforma, tutto fermo per 30 anni

Meglio cambiare qualcosa che nulla, altrimenti per 20 o 30 anni non cambierà più nulla, dicono – come ultimo ed estremo argomento – i favorevoli alla riforma Boschi-Verdini. Ora, purtroppo non posso vantare le doti da Nostradamus dei frontisti del Sì – che già sanno tutto, evidentemente, delle prossime Legislature -, perciò mi limito a due rapidi pensieri. Primo: chi l’ha detto sia meglio cambiare qualcosa anziché nulla? Il purchessia, trattandosi di Costituzione e non di regolamento di condominio, non pare esattamente una genialata. Secondo pensiero: perché bocciare questa riforma dovrebbe significare fermare tutto per 30 anni? L’ultimo tentativo di riforma bocciato risale ad appena una decina di anni fa (ed era ancora più vasta di questa), inoltre in 69 anni sono stati modificati 43 articoli della Carta. Perché dunque se diciamo NO a quanto partorito da Boschi e Verdini, dovrebbe automaticamente finire tutto in freezer per generazioni? Mistero. Nel dubbio, dato che questa riforma non piace neppure a chi la sostiene – «Scritta male», ha sentenziato Roberto Benigni, mentre Massimo Cacciari ha parlato di «puttanata di riforma» (La7, 9.5.2016) – sapete che c’è? Voto NO. E invito tutti a votare NO. La Costituzione – e gli Italiani – meritano qualcosa di meglio di questo osceno pastrocchio.


 

16 novembre 2016

Un Campari con... Simone Pillon


di Daniele Barale

A pochi giorni dal referendum sulla riforma costituzionale abbiamo intervistato l’avvocato Simone Pillon, ex presidente del Forum delle Associazioni Familiari dell’Umbria e ora Consigliere del Forum Nazionale, vicepresidente del comitato Difendiamo i Nostri Figli.

Per quale motivo è nato il Comitato Famiglie per il no al Referendum Costituzionale? Cosa unisce la battaglia portata avanti dal Family Day al no alla riforma renziana?

La riforma costituzionale è solo un altro tassello di una stagione di riforme che mira a trasformare le basi culturali e antropologiche del nostro paese, completando una transizione democrat dal personalismo all’individualismo. I passaggi sono noti: destabilizzazione del nucleo familiare mediante il divorzio breve, precarizzazione del lavoro e dell’educazione mediante il Job Act e la buona scuola, decostruzione della famiglia mediante la legge sulle unioni civili (tutto diventa famiglia, quindi niente più è famiglia) e ora decostruzione delle istituzioni e dei corpi intermedi (senato non più elettivo) e distruzione delle comunità intermedie (provincie, regioni).

Quali problemi seri pone la Riforma?

La filosofia istituzionale della riforma è riassumibile in cinque parole: NON DISTURBATE IL MANOVRATORE. Con la riforma a regime assisteremo allo spostamento di ogni potere nelle mani di un organo privato, il segretario del partito politico di maggioranza relativa. Nelle mani dell’oligarca di turno sarà concentrato il potere esecutivo, il potere legislativo, buona parte del potere giudiziario, il controllo di esercito e forze dell’ordine e servizi segreti, l’imperio sui mezzi di comunicazione di stato e sulle autonomie locali rimaste, che saranno comunque in tutto dipendenti dall’esecutivo.
Ovviamente questa persona non sarà eletta dai cittadini. Ciò è semplicemente intollerabile.

La riforma porterà il risparmio tanto promesso?

Pochi spiccioli per le provincie, ancor meno per il senato. Si parla di neppure due euro all’anno per ogni italiano. In compenso sarà nettamente avvertibile il tracollo della partecipazione democratica. Di 5 appuntamenti elettorali ne resteranno solo 3, e il premier continuerà a non essere eletto dal popolo…
Le regioni, virtuose o no, saranno sotto il tallone dello Stato centrale e ogni autonomia cesserà nei fatti.

Come giudica il combinato disposto tra L'Italicum, nella sua attuale versione, e la riforma costituzionale?

Italicum e riforma sono legati a doppio filo. Questa legge elettorale è studiata per trasformare la maggioranza in minoranza e viceversa. Se un partito raggiunge il 40% dei suffragi, le persone che NON hanno votato per quel partito sono la maggioranza, e cioè il 60%. Pur tuttavia diventano minoranza in parlamento e questo è un attentato alla democrazia. Peggio ancora se si facessero i calcoli sul ballottaggio. Gli italiani sarebbero costretti a scegliere tra due minoranze, non votate che da pochi, e una di esse, col 20% dei voti, diventerebbe il partito egemone col 55% dei seggi. Mi pare semplicemente da quarto modo.

I supporter del sì scelgono di usare spesso questa tesi: "nel caso vincesse il no, si aprirebbe un periodo di crisi politica difficilmente gestibile dal Parlamento italiano e dal Presidente della Repubblica". Rischio possibile, oppure, ennesimo falso allarme della propaganda a favore del sì?

L’unica vera crisi che si aprirebbe con la vittoria del NO sarebbe nel Pd. Non è difficile immaginare che volente o nolente Renzi avrebbe a quel punto a che fare con una auspicabile implosione della sua impalcatura di potere, oggi sostenuta da verdiniani e alfaniani. Sono convinto che dal crollo di tale sistema di potere il Paese avrebbe solo da guadagnare.

Se vincerà il no, il mondo del Family Day sarà pronto per impegnarsi direttamente in politica? Anche perché, gli avversari sono molti, perfino nel fronte del no. Dunque, non c'è solo il PD a proporre una cultura della morte: M5S e la parte del centro-destra troppo liberale sono l'altro volto del "partito radicale di massa", che ormai pervade trasversalmente movimenti e partiti politici.

La vittoria di Trump in USA ha aperto uno squarcio: sembra che la pseudocultura unica individualista e globalista stia cominciando a mostrare la corda e che il consenso politico tenda a premiare chi si opponga a tale mostruosità. I 5 stelle non hanno la carica valoriale sufficiente ad opporsi a tale sistema. La loro opposizione è solo sul piano economico ma non è sufficiente. Credo ci siano spazi per costruire anche nel nostro Paese un grande soggetto politico capace di interpretare una tendenza nuovamente popolare e personalista, che rispetti le tradizioni locali e che sappia custodire le peculiarità valoriali, economiche, produttive e sociali del nostro Paese. In tal senso non mancherà l’apporto fattivo del mondo che rappresentiamo.

È d'accordo se le dico che oggi più che mai occorre il superamento delle vecchie categorie, tra cui quella di centrodestra, in vista di un movimento/partito, più ampio e popolare, che custodisca, indipendentemente da credi e colori politici, il principio di realtà e la giusta visione antropologica, ben rappresentati dall'espressione "l'uomo e la donna sono fatti per completarsi, e un bambino nasce dal, e ha bisogno solo, del loro amore"?

Le peggiori politiche della peggior destra sono state portate avanti dal governo Renzi, che si autodefinisce democratico. Credo che oggi si debba dividere l’offerta politica non tanto su base ideologica ma valutandone le prospettive antropologiche. In questo senso Conosco bene questo modo di pensare di una certa classe democrat... Quando ero al liceo erano tutti figli di papà che giravano in bicicletta e eskimo ma a casa avevano la mercedes con l'autista e le filippine. Oggi han fatto ancora più soldi e vanno in vacanza a Capalbio dove ovviamente non vogliono vedere uno straniero in giro, salvo fare gli scandalizzati se a Gorino le famiglie si difendono dall'invasione. In Europa costruiscono lobbies scandalose per rieducare le genti ai loro falsi valori marci e corrotti.
No... non rappresentano il popolo. E il popolo se ne sta accorgendo.
Mandano le donne a abortire e le illudono che sia un loro diritto quando il loro diritto sarebbe di poter crescere il loro bambino in pace. Mandano le coppie al divorzio convincendole di averne diritto quando il diritto delle famiglie in crisi sarebbe di trovare chi le aiuti a superare i contrasti e a ritrovare armonia. Illudono le persone più fragili inventandosi la oscena teoria gender e imponendola ai bambini quando così facendo sanno benissimo di distruggere l'identità delle persone. Fingono di accogliere gli stranieri ma stanno solo ingrassando le coop e ipotecando i diritti dei lavoratori. Fanno finta di diminuire i costi della politica ma stanno tentando di costruire meccanismi di potere che prescindano dal libero voto. A parole dicono di voler favorire il lavoro ma nei fatti hanno reso i cinquantenni precari e i ventenni disoccupati. Blaterano di scuola pubblica ma mandano i figli alle private americane. Impongono la sanità pubblica ma vanno a farsi curare nelle cliniche private più costose.
Il tutto in nome del popolo.
Se la prendono con chi ha fatto i soldi lavorando e pretendono di fare soldi senza lavorare... Sapete che c'è? Ho idea che in America il giochino si sia rotto. E ho idea che si stia rompendo anche da noi... Brexit... e tra poco Austria... e Italia.
I democrat... sono i nuovi padroni. I peggiori di sempre.


 

13 ottobre 2016

Referendum. Democrazia si o no?

di Giuliano Guzzo

Più scorrono i giorni che ci separano dal referendum sulla riforma costituzionale del prossimo 4 dicembre, più emerge con chiarezza uno scenario che non esito a definire preoccupante, vale a dire il progressivo instaurarsi, nel nostro Paese, di un regime dolce, che anche se non perseguita silenzia, che comanda più che governare e che, se non arriva a sporcarsi le mani con gesti clamorosi e gravissimi, è per il semplice fatto che non ne ha bisogno. A che cosa mi riferisco? Al rafforzarsi, per dirla con le parole di ieri di Massimo D’Alema, politico assai lontano dalla mia sensibilità, di un «blocco di potere» filogovernativo e padrone, tra l’altro, di buona parte del «sistema dell’informazione». Un «blocco di potere» che, se non si hanno i paraocchi, è davvero difficile non notare alla luce dello sbalorditivo allineamento ideologico – che l’approssimarsi al referendum di dicembre sta rendendo chiaro, per non dire lampante – di mondi distinti e teoricamente distanti eppure oggi straordinariamente convergenti; da Confindustria a settori importanti della Chiesa italiana, dalle ambasciate estere, che si concedono ingerenze inaudite, ai canali televisivi sui quali Renzi, negli ultimi giorni, si muove con una frequenza di orwelliana memoria e ripetendo sempre gli stessi slogan, quasi considerasse i telespettatori in difficoltà con l’udito.

Attenzione: non sto affatto, in un eccesso di allarmismo, attribuendo al Presidente del Consiglio la volontaria realizzazione di un progetto dittatoriale, anche perché non sono sicuro che l’ex Sindaco di Firenze, anche ne volesse, sarebbe in grado di concretizzare un simile progetto. Il mio pensiero è differente, volendo essere una segnalazione di qualcosa che sta ancora accadendo e che non è troppo tardi per denunciare. Senza infatti preoccuparmi di individuare burattinai occulti che poi occulti non sono (che l’ascesa a Palazzo Chigi del segretario del PD sia dovuta a Giorgio Napolitano e goda del placet di Washington credo sia, ormai, il segreto di Pulcinella), quello che qui intendo sostenere è che – al di là di chi e quanti siano coloro che siedono nella cabina di regia – ciò a cui in queste settimane stiamo assistendo con colpevole passività non è normale. Per nulla. Non è cioè normale che la quasi totalità della stampa italiana sia, di fatto, favorevole ad un progetto di riforma costituzionale che, nella più rosea delle ipotesi, pare molto discutibile. Non è normale che, nell’indifferenza quasi generale, le poltrone di direttori di giornali ostili al governo – si pensi al caso di Maurizio Belpietro, cacciato da Libero dall’oggi al domani – saltino, e tanti saluti alla libertà di pensiero.

Non è normale, continuando, che in Rai, da Nicola Porro a Bianca Berlinguer, tutti coloro che hanno osato smarcarsi da una certa linea, abbiano professionalmente avuto vita breve o difficile. E non è normale che fra tanti giornalisti che hanno intervistato il Premier, nessuno sia finora stato in grado di chiedergli con quale legittimazione uno mai neppure eletto parlamentare possa arrogarsi il diritto da una parte di governare strozzando il Parlamento a colpi di fiducia, e dall’altro di promuovere un estesissimo cambiamento della Costituzione dopo che la Corte Costituzionale, cancellando il Porcellum, ha consentito alle Camere di continuare operare solo in base al «principio di continuità dello Stato», che si applica in due casi estremi – quando le Camere vengono prorogate dopo il loro scioglimento fino a nuove elezioni o quando vengono sciolte e poi riconvocate per convertire in legge i decreti, due ipotesi che prevedono un limite temporale di tre mesi – e che tutto consiglia fuorché di mettere mano alla Carta, peraltro con una maggioranza ondeggiante. Ecco, tutto questo non è assolutamente normale. E finisce con il dare ragione, paradossalmente, proprio a Matteo Renzi quando dice che il referendum sulla riforma costituzionale segnerà il futuro del Paese.

E’ proprio così. Solo che non lo segnerà, in caso passasse, velocizzando un iter legislativo già molto rapido né con tagli ai costi della politica di totale insignificanza, ma solo rafforzando un brutto clima, che non è tanto e solo – come si sente spesso ripetere – di divisione, ma più che altro di eliminazione del dissenso. Lo stesso caos dei primi giorni della Giunta guidata da Virginia Raggi, unitamente alla frammentazione di un centrodestra acefalo e confuso, ha finito col favorire questo pensiero unico renziano, che non ha bisogno di una nuova Costituzione per impensierirci dal momento che è già reale. E ci mostra con chiarezza quanto il pluralismo, in questo Paese, sia in pericolo, per le ragioni poc’anzi illustrate e, credo, difficilmente contestabili. Anche per questo, direi soprattutto per questo, il prossimo 4 dicembre conviene votare NO. Perché il pluralismo è certamente un costo per la democrazia, i cui processi decisionali vengono a causa di esso rallentati. Ma una democrazia fondate solo sull’efficienza, sull’economicità e sulla rapidità, alla lunga non può non stuzzicare l’inquietante idea di quanto efficiente, economico e rapido sarebbe un sistema dove, a decidere e governare, fosse uno solo.

giulianoguzzo.com
 

01 luglio 2016

Il pasticcio costituzionale Renzi-Boschi

di Giuliano Guzzo

Ad ottobre mancano ancora tre mesi ma il dibattito sulla riforma costituzionale – che, appunto, dovrà essere oggetto di referendum – ha già preso pieghe, a mio avviso, non solo sconfortanti ma in alcuni casi penose: penso, per limitarmi a due esempi, ad un noto quotidiano nazionale che ha accusato il centrodestra, contrario a questa riforma, di pensarla come l’Associazione nazionale dei magistrati oppure ad un altrettanto noto ministro della Repubblica, a detta del quale votare in un certo modo è deplorevole perché equivale a pensarla come CasaPound. Ora, sposassi una simile avvilente prospettiva, dovrei dire che i favorevoli a questa riforma sbagliano perché schierati coi poteri forti, da Confindustria fino a Fitch Ratings, ma siccome non ho una passione particolare per i finti argomenti, cercherò di esporre diversamente – e spero meno superficialmente – il mio pensiero che è, lo dico subito, di netta e totale contrarietà alla riforma costituzionale promossa dal governo Renzi.

La contrarietà, in particolare, poggia su due elementi. Il primo è sostanziale: mi pare una riforma quanto meno pasticciata e potenzialmente pericolosa. Perché? Pasticciata perché, pur partendo da fini condivisibili e da molti condivisi – su tutti, il superamento del bicameralismo perfetto – in realtà non solo non li realizza, ma rischia pure di aggravare la situazione. Penso, in particolare, ad un Senato che se da un lato subisce certo un forte ridimensionamento del numero dei suoi componenti (da 315 a 100), dall’altro vivrà la paradossale – ben evidenziata dal presidente emerito della Corte Costituzionale, Ugo De Siervo – di poter dare solo pareri in materia di Autonomie regionali e locali pur essendo composto da eletti dai Consiglio regionali senza, però, il vincolo di mandato che tocca per esempio ai membri del Bundesrat tedesco, a tutto vantaggio di mere appartenenze politico-partitiche; tanto che persino fra i costituzionalisti favorevoli alla riforma serpeggia l’idea che la composizione del nuovo Senato risponda alla «peggiore delle soluzioni possibili».

Non solo: lo snaturamento del Senato – che farà risparmiare 50 milioni di euro: nulla, se si pensa al bilancio dell’Ente pubblico, e a quanto farebbe risparmiare una dittatura (la democrazia costa, c’è poco da fare) – neppure assicurerà una approvazione più rapida di leggi dato che, in aggiunta alle sedici materie su cui manterrà funzione legislativa paritaria (altro che superamento del bicameralismo!), potrà comunque interferire nel processo legislativo. Come? Proponendo modifiche per una seconda lettura alla Camera oppure esprimendo doverosamente pareri nei casi – non pochi – in cui la Camera non dovesse riuscire, pur dovendolo fare, ad approvare leggi a maggioranza assoluta dei suoi componenti. Senza trascurare il fatto che, con questa riforma, diventeranno una decina le diverse modalità possibili di approvazione di una norma, cosa che oltre a prevedibili rimpalli potrebbe generare conflitti sulla tipologia di appartenenza di un disegno di legge: tutto fuorché una semplificazione e un gran risparmio di danaro, dunque.

Venendo alla pericolosità della riforma, evidenzio – in relazione anche alla nuova legge elettorale – come lo scenario probabile sarà quello di un partito che non solo, conquistato il 40% dei voti, avrà il pieno controllo della Camera e potrà conferire la fiducia al governo (anche se eletto, considerando l’affluenza prevedibile degli elettori di appena 20% dei cittadini), ma che in ragione della maggioranza alla Camera godrà di uno strapotere assoluto sulle opposizioni. E non solo numerico, se si pensa che lo Statuto delle opposizioni, elemento fondamentale di tutela di queste, è approvabile a maggioranza assoluta e non qualificata. In breve, questa riforma aumenterà in modo enorme il potere della maggioranza e del governo senza peraltro che quest’ultimo, con l’assetto attuale, sia poi così difficoltà ad approvare i suoi provvedimenti; le leggi che convertono i decreti legge, ad oggi, vengono difatti approvate in modo fulmineo essendo necessari appena 28 giorni al Senato e 14 alla Camera.

Si fatica insomma a comprendere gli elementi di riduzione dei costi, di semplificazione e di stabilità (già assicurata dalla nuova legge elettorale) che la riforma costituzionale dovrebbe regalare al Paese. Ma anche sbagliassi, anche se la nuova riforma della Costituzione fosse perfetta – e non avesse quindi gli enormi limiti che ha – c’è un punto, il secondo dopo quello sostanziale, che a mio avviso rende inaccettabile una sua approvazione. Il punto è quello formale: parliamo infatti di una riforma costituzionale assai pesante, di oltre 40 articoli (peraltro non sempre leggibili e con frasi lunghe talvolta anche cinque e sei volte quelle, in media, del testo vigente), approvata da una maggioranza variabile ed ondeggiante prevalsa nel voto parlamentare al di là delle logiche di ampia convergenza che hanno contrassegnato quasi tutti i trentacinque interventi finora effettuati in materia di revisione costituzionale e di leggi costituzionali. Una prova muscolare, fra l’altro, capitanata da un Premier mai neppure eletto parlamentare.

E’ accettabile un simile metodo? Dal mio punto di vista no, affatto. Ed anche se ritengo (come la maggior parte degli Italiani, secondo quanto rilevato dai sondaggi) urgente una riforma della Costituzione italiana, credo che il fine – men che meno su queste materie – non giustifichi i mezzi. Diversamente, se si accetta questo metodo, e quindi una maggioranza risicata possa approvare riforme costituzionali tanto poi il popolo verrà interpellato (magari, nel frattempo, abbondantemente terrorizzato dalle aspettative dei «mercati») si imbocca una strada molto pericolosa; la strada che, se oggi consente l’approvazione di una riforma costituzionale giusta – e ammesso e non concesso che tale sia quella in questione – domani, essendo già stata battuta, non potrà in alcun modo frenare riforme pessime e ancora più preoccupanti. Ecco perché il fine non giustifica i mezzi e al referendum di ottobre, assieme – ne sono convinto – alla maggioranza degli Italiani, andrò democraticamente a bocciare questo antidemocratico pasticcio.

http://www.vvox.it/2016/06/12/65578/

 

06 giugno 2016

La famiglia fatta a pezzi dalle amministrative


di Alessandro Rico

Un giudizio sintetico sulle amministrative: male, malissimo. Male innanzitutto per il centrodestra, che a Roma, dopo la prova penosa della giunta Marino e contro un candidato squallido come Giachetti, riesce nel capolavoro di prendere, tra Meloni e Marchini, il 31% dei voti, senza poter accedere al ballottaggio. Pesa il tonfo di Forza Italia (poco più del 4%) e del suo candidato, pressoché doppiato dalla sfidante Meloni che pure si è attestata a quattro punti percentuali dal PD. Male perché nonostante il consistente arretramento del fronte renziano, il dualismo Berlusconi-Salvini ha riconfermato lo scenario tripolare, con la destra fanalino di coda dietro al Movimento 5 Stelle. Insomma, l’alternativa a Renzi sono i grillini, quelli del baratto, del benecomunismo e della funivia tra Boccea e Casalotti, statalisti fino al midollo e naturalmente pro-unioni gay, pro-adozioni, pro-eutanasia e chi più ne ha ne metta. Peggio: dentro il centrosinistra si afferma come leader anti-renziano il famigerato Giggino Flop, che a Napoli va al ballottaggio ma prende quasi il doppio dei voti dell’avversario di centrodestra. Vince la protesta e fatica la proposta.
Dove la coalizione di destra ha costruito una piattaforma fatta di serietà, rigore e credibilità istituzionale, però, le cose sono andate diversamente: a Milano Parisi è arrivato a un soffio da Sala, un candidato forte, che veniva da EXPO e sul quale per questo Renzi aveva puntato molto. Forza Italia ha ottenuto un lusinghiero 20%, surclassando la Lega che si è fermata all’11%. Se ciò sarà di lezione a livello nazionale è tutto da vedere, visto che da un lato Berlusconi non vuole rinunciare a un moderatismo che sa più di ambiguità e Salvini non sembra rendersi conto che la strategia della radicalizzazione non paga (si veda l’Austria).
Male, malissimo, dal punto di vista di noi cattolici, anche per le liste del Popolo della Famiglia. Alla luce del magro risultato, resta da capire il senso di questa operazione promossa qualche mese fa da Mario Adinolfi. Era un tentativo di pressing sulla CEI, ormai defilata e tentennante sui temi etici? O si trattava solo di una imprudente smania di protagonismo del direttore di La Croce? Fatto sta che a Roma, dove si presentava il suo leader, il PdF è allo 0,6% (per intenderci, meno di Casapound); a Milano ha preso meno voti dei Radicali; a Bologna, la città più difficile e dove Sentinelle in Piedi, Manif e altre associazioni hanno più volte subito persino aggressioni fisiche, il risultato di Mirko De Carli è stato migliore – ma sempre poco più dell’1% e al di sotto persino del Partito Comunista dei Lavoratori. Con questi numeri Adinolfi e soci si sono consegnati a un peraltro prevedibile fallimento, finendo con lo screditare pure l’enorme lavoro fatto dai comitati in difesa della famiglia e culminato nel successo indiscutibile dei Family Day di giugno 2015 e dello scorso gennaio. L’errore strategico è stato a nostro avviso mostruoso; ma pur non lesinando critiche ai nostri amici, che con noi combattono per la buona battaglia, continuiamo a sostenere quelle iniziative, da La Croce ai movimenti attivi nella cosiddetta società civile, che soli possono sperare di influenzare i pochi partiti che difendono valori non negoziabili.
Per chiudere, qualche nota retroscenista. Innanzitutto, non è detto che il risultato di Roma finisca col penalizzare il governo. Al Movimento 5 Stelle sta succedendo quello che proprio i grillini temevano: si concretizza la possibilità di guidare una città grande e importante, con ciò che ne consegue sul piano delle responsabilità amministrative e politiche. Visti i clamorosi fallimenti nelle realtà provinciali, da Parma a Livorno a Quarto, dove l’avventura grillina si è ridotta a epurazioni interne e inchieste giudiziarie, l’eventuale giunta Raggi partirebbe con pessime premesse. È il rischio che corre un’Italia disperata e disillusa, che si affida a guitti dilettanti, un rischio sul quale Renzi potrebbe giocare in vista delle elezioni politiche del 2018, presentandosi come l’unico leader capace di governare. Ci sarebbe poi da farsi due domande sul comportamento di Berlusconi, evidentemente stretto tra i falchi alla Brunetta e la tentazione verdiniana di inaugurare un consociativismo a trazione renziana. In ballo l’ex Cavaliere ha ancora parecchi affari e il destino delle sue varie aziende, squadra di calcio inclusa, che non vivono certo un momento roseo. L’impegno che ha profuso nel rovinare la partita romana potrebbe significare qualcosa di più che semplice miopia politica: favorire Giachetti e quindi Renzi nella prospettiva di lungo termine cui si accennava sopra. Tenendo presente che a quel punto qualsiasi scenario potrebbe avvantaggiare Berlusconi: un plateale fallimento dei grillini potrebbe riconsegnare al centrodestra il ruolo di alternativa a Renzi, mentre in caso di débâcle del PD il Cavaliere tornerebbe a far leva sull’ala intransigente di Forza Italia. In tutto ciò, ovunque avanza un fronte laicista che minaccia di realizzare l’agenda dirittocivilista a livello dei Comuni, proprio dove il cambiamento sarebbe più pervasivo e con il pieno sostegno delle leggi nazionali e della magistratura. Male, malissimo.
 

01 giugno 2016

Dove finirà l'anima di Renzi, apostata e spergiuro?

di Francesco Filipazzi
“Ho giurato sulla Costituzione, non sul Vangelo”, questo ha risposto Renzi a Bagnasco e a chi lo interrogava sulla sua compatibilità di (sedicente) cristiano cattolico con le leggi che distruggono l’ordine familiare e sociale appena varate dal suo governo.

Una frase cretina, che però denota la cifra dell’uomo Matteo Renzi, un personaggio ambiguo che ha fatto dell’opportunismo e del cinismo la propria ideologia. Una persona che intimamente crede ben poco in Gesù Cristo, ma che ha usato il voto dei cattolici, alla pari del suo sodale Guerini, per arrivare nelle stanze del potere. Per poi tradire le istanze cattoliche al primo stormir di fronde. Non avendo una vera formazione cristiana, l’ex sindaco di Firenze non può rendersi conto che con la frase da lui pronunciata ha di fatto commesso apostasia, ponendo al di sopra del Vero Dio, un altro dio, lo stato.

Uno statolatra, come tanti ce ne sono, che fa derivare la propria autorità certamente non dall’Alto, ma nemmeno dal popolo (viste le modalità con cui è andato al potere). E’ lo stato, per questo signore e i suoi degni compari, che dà dignità all’individuo e quindi dà ai governanti il diritto di stravolgere l’ordine sociale. Questo ragionamento è molto sottile ma spiega esattamente il modo di pensare progressista, che è fermamente convinto di poter cambiare la società tramite le leggi positive.

L’apostata Renzi forse a questo tipo di ragionamento non ci arriva e proprio mentre dichiara di venerare l’idolo statale con la sua bibbia costituzionale, in realtà è il primo a delegittimarsi, in quanto lui stesso vuole stravolgere la Costituzione su cui dice di aver giurato. Costituzione peraltro che avrebbe veramente bisogno di essere rifatta da capo, ma che tuttavia riesce a garantire, a differenza di questa riforma scritta con i piedi, alcune piccole prerogative ai cittadini, nonostante queste non vengano più fatte rispettare e lo stesso Presidente della Repubblica non ha problemi a firmare leggi anti-costituzionali, approvate in modo anti-costituzionale.

Renzi dunque oltre che apostata è anche spergiuro, della peggiore specie. O semplicemente, avendo giurato su una Costituzione modificabile, ammetta inconsciamente di essere un abile trasformista. La riforma costituzionale che questo signore vuole approvare è infatti creata apposta per permettere ai padroni del fumo, di cui egli è servo, di compiere la loro opera tecnocratica di ingegneria sociale, introducendo le ultime porcate nel nostro ordinamento. Eutanasia, divorzio lampo, utero in affitto e chissà quali altre assurdità le loro menti potranno partorire. Rimane da capire se l’anima di Renzi sarà poi giudicata in base alla Costituzione o in base alla Legge di Dio. Noi un’idea ce l’avremmo.
 

25 febbraio 2016

Passano le unioni civili. La fine di democrazia e decenza

di Francesco Filipazzi
E infine le unioni civili al Senato sono passate, certificando dunque che per portare avanti l'agenda del consumismo si può passare sopra a tutto. Democrazia e decenza sono andate perdute definitivamente, in questo parlamento di nominati che, come abbiamo visto, terrorizzati dalla perdita delle poltrone, sono pronti ad accettare di tutto.

La legge Cirinnà, oggi Renzi-Alfano-Verdini-Cirinnà, nasce nella menzogna. La strategia è diventata chiara solo negli ultimi giorni ed era tutta nel fare una legge pesantissima, con dentro norme inaccettabili (loro direbbero all'avanguardia), con il chiaro intento di focalizzare l'attenzione sul rifiuto di quelle, per poi stralciarle e far passare una legge più “leggera”. Quindi il dibattito è stato spostato, forse anche per un errore di valutazione del nostro mondo, su utero in affitto e “stepchild adoption”, tralasciando il nocciolo del discorso, che era l'opposizione alle unioni civili tout court. Stralciare quelle norme quindi rende la legge digeribile all'opinione pubblica, perché si è alzata l'asticella. Alfano e i senatori dell'NCD e di Area Popolare che hanno votato questa legge, al posto di cantare vittoria vadano a nascondersi. Hanno aperto il vaso di Pandora e adesso non potremo più richiuderlo. La truffa è riuscita alla grande e adesso non sappiamo cosa succederà, visto che il passaggio di approvazione alla Camera, dati i numeri, sembra scontato.

Gli stessi promotori hanno già detto che sperano in un intervento dei giudici per arrivare dove il parlamento non riesce ed è questo un ragionamento allucinante. Alle elementari, quando ci spiegano la democrazia, ci dicono che essa si basa sulla distinzione fra potere esecutivo, legislativo e giudiziario. In questo caso abbiamo un Governo (esecutivo) che mette una fiducia a un emendamento, sforando quindi nel campo parlamentare (legislativo), con la speranza che una corte (cioè il potere giudiziario), si carichi sulle spalle il ruolo del parlamento. Siamo all'assurdo. Tanto più che il passaggio al Senato ha subito più di una forzatura.

Il Nuovo Centro Destra è colpevole di tutto questo e difficilmente potrà essere perdonato. L'indecenza quindi si è consumata con i voti di Verdini, che per la sinistra era alla stregua di Al Capone, fino a qualche anno fa. Ora invece si trasformerà in paladino dei diritti? Di sicuro è sostenitore del governo Renzi. Nessuno lo ricorda, ora che c'è bisogno di far passare le leggi pro lobby.
L'Italia dunque è entrata anche lei nel grande Occidente della coercizione universale. Sappiamo chi ringraziare.
 

21 febbraio 2016

Renzi, ma ci faccia il piacere...

di Paolo Maria Filipazzi

“La sai l’ultima di Renzi?”. Ormai è la frase che ci viene spontanea ogniqualvolta la conversazione ci porta a commentare le perle di saggezza del nostro non entusiasmante Presidente del Consiglio. Almeno Berlusconi non faceva nulla per nascondere che le sue erano barzellette…
Dunque, apprendiamo che, riunita in assise l’ intelligencija (si fa per dire…) del PD, l’uomo più intelligente d’Italia ha deliziato gli astanti con una sortita da quel consumato cabarettista che il caro leader notoriamente è, in materia di unioni civili . Dopo avere meccanicamente ripetuto la solita manfrina a base di “amore” e “odio” (“che paura possono fare due persone che si amano, vogliono dei diritti e sono pronti a darvi dei doveri. A me fanno paura quelli che odiano non quelli che si amano”) eccolo toccare una vetta mai raggiunta finora nemmeno da lui: “C’è un’unica cosa che noi non ci possiamo permettere. Ve lo dico avendo ricevuto alcune lettere commoventi in queste ore. Non ci possiamo permettere di frustrare la speranza come abbiamo fatto con i Di.co dieci anni fa”.

Se mai qualcuno avesse dubitato dell’effettiva influenza su Renzi della cultura cattolica, questo “numero” fuga definitivamente ogni sospetto. Come ricordato da Andreas Hofer in un recente articolo, pubblicato il 19 settembre 2015 su La Croce: “Nell’ormai lontano 1978 Alain Besançon ha descritto, nel suo libro "La confusione delle lingue", la progressiva diffusione nella cattolicità di uno stato d’animo romantico, con i suoi inevitabili corollari: la preminenza del sentimentalismo, il disprezzo per la ragione analitica, una spiritualità evanescente che si compiace di stati d’animo.” Ecco, tutta la pochezza culturale che Besançon denunciava già 38 anni or sono nel mondo cattolico la troviamo ora, condensata, nelle parole di un “politico cattolico”, figlio fin troppo legittimo di quel mondo sempre più diluito.

Fa davvero cadere le braccia sentire un capo di governo liquidare una questione come quella delle unioni civili, in cui è in gioco la visione della stessa natura umana che una collettività sceglie di adottare, con le “lettere commoventi” che avrebbe ricevuto. Vediamo un uomo adulto, su cui per giunta grava la responsabilità di reggere le sorti di uno Stato, che non prova nemmeno a fare uso della propria razionalità, vagliando analiticamente le ragioni per cui approvare o meno un provvedimento. Lo vediamo manifestare una percezione della realtà ludica, magica, fiabesca, e di interpretare il proprio ruolo come quello di un Babbo Natale fuori stagione intento a depositare nella calza appesa al camino di bambinoni, ormai adulti solo anagraficamente, ciò che gli è stato chiesto con commoventi letterine.

Disse una volta San Giovanni Paolo II: “I capi non si improvvisano, soprattutto in un’epoca di crisi. Trascurare il compito di preparare nei tempi lunghi e con severità d’impegno gli uomini che dovranno risolverla significa abbandonare alla deriva il corso delle vicende storiche.” . Il Santo Papa allora parlava avendo ben presente lo scenario desolante che, nell’ambito educativo e formativo, presentava il mondo cattolico. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: il mondo delle parrocchie non ha prodotto niente di meglio di Matteo Renzi…

Soffermiamoci ora su alcuni stralci di un’intervista al Nostro pubblicata su Avvenire il 16 febbraio 2007: “Non ritengo quella della coppie di fatto la questione prioritaria su cui stare mesi a discutere per poi trovare una faticosa mediazione. Mi sembra un controsenso rispetto alle vere urgenze del paese. E poi perché si tratta essenzialmente di una battaglia mediatica intorno alla presunta laicità della politica. Mentre il tasso di laicità politica non si misura su questo tema, ma sul grado di dare risposte non ideologiche ai reali problemi della gente. Questi provvedimenti sono carichi di forza ideologica, sono un compromesso politico, ma toccano la minoranza delle persone. Basti pensare all’assoluta inutilità dei registri civili nei Comuni che ne hanno approvato l’istituzione”.

Il 2007 sarebbe stato l’anno del primo Family Day, a cui Renzi partecipò, unendosi alla schiera di quelli che, dieci anni fa “delusero la speranza”, secondo le parole del Renzi nuova versione.
Caro Matteo, già Tolkien ci metteva in guardia dai pericoli dell’Anello del Potere, sappiamo quanto esso possa corrodere dentro, riducendo chi lo porta all’ombra di se stesso. Ricordati, però, che il cinismo, contrariamente a quanto si pensi, non paga, e si ritorce sempre, rovinosamente, contro chi se ne fa guidare.
E se proprio non riesci a fare a meno del cinismo, almeno, per favore, smettila di prenderci in giro tutti! Ma facci il piacere!


 

24 gennaio 2016

Cosa nasconde il nuovo moralismo italiano


di Nicola Tomasso

L’Italietta liquida estorta nei suoi bassifondi dalla volgare vanità di Renzi e dal cicalio ronzante di Grillo in questi giorni mostra il suo vero volto, sfigurato quasi ineluttabilmente e ridotto a carcassa in mano a stupide iene. Il caso di Quarto dipinge in modo assai eloquente l’imbruttimento socio-culturale (e aggiungerei antropologico) italiano, gettando nel pentolone mediatico il peggiore moralismo mai manifestato fin’ora. Di più, lo scontro sui gradi di perfezione tra M5S e PD è quanto di più rivoltante si potesse assistere in apertura di 2016 (se si apre così!). Non sono solo dei superficialotti improvvisati alla politica, sono anche rei, turpi assassini delle parole e dei valori. Sono colpevoli di aver cancellato dal vocabolario la parola “garantismo” dando inizio alla dittatura del moralismo ideologico; di aver gettato nell’oblio il concetto di dignità dell’uomo, estendendo la voglia matta di sangue dai feti al palcoscenico elevato del pubblico patibolo; di dare in pasto ai ventri degli italiani lamentosi e invidiosi ogni sorta di porcheria giustizialista, con tanto di eco ecclesiastica; sono colpevoli di aver sovvertito la morale cristiana, quella del peccato veniale e mortale, quella della piena avvertenza e del deliberato consenso, quella fondata sulla legge naturale e sui dieci comandamenti, con la morale della pubblica indignazione. E così ci si indigna come lorsignori decidono, per la corruzione sì, per l’uccisione dell’innocente no, per l’avviso di garanzia sì, per il sovvertimento omosessualista no. L’indignazione si delinea come un goffo tentativo di recupero di un’etica a colpi di imperativi morali ormai basati sul nulla; un’etica priva di fondamento metastorico, ad uso e consumo delle ondate mediatiche e delle lobby che, all’occasione, stabiliscono a tavolino il nuovo decalogo. Una corsa perversa e demolitrice, sotto le cui macerie c’è sempre lui, l’uomo, agitato e sbatacchiato nella bufera solve et coaugula del nichilismo sminuzzatore di menti e di anime.  Persino dalla Chiesa riescono a farsi inseguire in questa gara a chi la spara più grossa, a chi meglio calpesta la ragione. E via tutti in coro, vescovi, pseudo-politici, comici e animi benigni ad indignarsi, a turbarsi poveri loro per quanto avviene a Quarto, a casa del boss che fa cent’anni, per l’attico di Bertone, per quel mascalzone che ha ricevuto l’avviso d’una indagine. L’integrità della vita sembra essere un motto singhiozzato: va bene appellarsi ad essa per inventare nuovi diritti come quelli tra omosessuali (diritti già esistenti), non va bene per la tutela delle garanzie di un imputato o presunto tale; va bene per il suicidio (può esistere un diritto alla morte?), non va bene per gli embrioni destinati a sopire congelati; per i diritti degli animali sì, per quelli degli allevatori no. L’elenco sarebbe lungo, ma è bene tornare a Quarto, un piccolo comune campano dove è andata sinteticamente in scena l’Italia di oggi. È l’Italia figlia di Tangentopoli, l’Italia apostata, l’Italia scurrile e sgarbata, l’Italia smidollata e devirilizzata, incapace ormai del rispetto e del garbo che si devono ad una donna prima ancora che ad un (ormai ex) sindaco

 

14 gennaio 2016

L’eutanasia arriva in Parlamento. Le balle sulla «dolce morte» pure


di Giuliano Guzzo

Il Presidente del Consiglio su questo punto era stato piuttosto chiaro: il 2016 sarà l’ «anno dei valori». Il dibattitto sempre più acceso sulle unioni civili, in questi giorni, dimostra come Renzi non scherzasse anche se quello della famiglia pare non essere l’unico campo di battaglia di questo anno appena iniziato ma già incandescente. Lo prova l’avvenuta calendarizzazione, per il prossimo mese di marzo, di una proposta di legge presenta da Sinistra italiana che sostanzialmente ricalca la proposta di legge di iniziativa popolare depositata nel settembre 2013 e sottoscritta da oltre 105.000 cittadini nell’ambito della campagna «Eutanasia legale» promossa, com’è noto, soprattutto dalla galassia del Partito radicale.

Per la prima volta nella storia i nostri parlamentari si confronteranno su una proposta di legge per la legalizzazione della “dolce morte” di quattro articoli e che, in breve, prevede che ogni cittadino possa rifiutare l’inizio o la prosecuzione di trattamenti sanitari, nonché ogni tipo di trattamento di sostegno vitale così come della terapia nutrizionale; che il personale medico e sanitario sia tenuto a rispettare la volontà del paziente se arriva da un maggiorenne capace di intendere e di volere, salvo in alcuni casi particolari; che ciascuno possa «stilare un atto scritto, con firma autenticata dall’ufficiale di anagrafe del comune di residenza o domicilio, con il quale chiede l’applicazione dell’eutanasia per il caso in cui egli successivamente venga a trovarsi», il “testamento biologico” insomma.

Ora, se si pensa che divorzio e aborto volontario, in Italia, furono introdotti in anni di governo democristiano e che Palazzo Chigi e il Quirinale sono occupati da politici di provenienza democristiana con lo sguardo rivolto a sinistra, c’è davvero poco da stare tranquilli. Quello che però dovrebbe allarmare maggiormente sarà il bombardamento martellante di menzogne al quale il cittadino medio sarà sottoposto nelle prossime settimane. Dato che più che una possibilità questa è una certezza, e poiché i radicali godono sì di una massiccia copertura mediatica per le loro campagne propagandistiche ma non hanno poi questa gran fantasia, è facile immaginare sin d’ora quali saranno gli argomenti che verranno rispolverati ed è bene che ciascuno, per non abboccarvi ingenuamente, sappia come smascherarli.

Primo argomento: ogni anno, in Italia, vi sono 1.000 suicidi di malati e più di 1.000 tentativi di suicidio. Perché – dato che il fenomeno esiste – non provvedere quindi a legalizzarlo consentendo a costoro una morte più dignitosa? Ora, è vero che vi sono stati 1.316 suicidi aventi la malattia come movente (Istat 2008), ma non va dimenticato come questi suicidi riguardino in prevalenza malattie psichiche (1.010) e non malattie fisiche (306); stesso discorso per i tentativi 1.382 tentativi di suicidio: quasi tutti causati da malattie psichiche (1.259) anziché da malattie fisiche (123). Posto che pure il dato sui suicidi per malattie fisiche andrebbe preso assai cautamente (quante di queste morti si sono verificate nonostante cure adeguate e quante, purtroppo, in carenza di esse?), meraviglia che si taccia sulla prevalenza statistica delle malattie psichiche, che certo non hanno un legame diretto col dolore fisico che tanto, giustamente, spaventa.

Raccontare che a suicidarsi sono soprattutto malati psichici guasterebbe ad una campagna che tenta di attirare l’attenzione sull’insopportabilità del dolore fisico? Evidentemente sì. Argomento pro-eutanasia numero due: sarebbe incivile – come si è fatto finora – continuare a chiudere gli occhi dinnanzi al fenomeno dell’eutanasia clandestina, che riguarda almeno 20.000 casi l’anno. Questo ripetono i sostenitori della «dolce morte» che, per dimostrarsi seri, sottolineano come questo dato dei 20.000 casi di eutanasia clandestina non sia farina del loro discutibile sacco ma provenga nientemeno che della «ricerca più autorevole sulla eutanasia clandestina». Qui le opzioni sono due: o uno crede a questa affermazione oppure va a verificare cosa realmente dica questa presunta «ricerca sulla eutanasia clandestina; e se lo fa, scopre sul portale del Gruppo Italiano per la Valutazione degli interventi in Terapia Intensiva, responsabile di questo studio, un comunicato stampa assai curioso.

«Purtroppo i dati di quella importante ricerca – scrive il dottor Bertolini, responsabile di GiViTI – sono stati riportati in maniera distorta e scorretta, travisando completamente la loro portata e il loro significato. Cerchiamo quindi di fare un po’ di chiarezza […] La ricerca del GiViTI ha mostrato che nel 62% dei decessi avvenuti in Terapia Intensiva, la morte è stata preceduta da una qualche forma di limitazione terapeutica, dopo che è stata verificata l’inefficacia delle cure. In questo senso, è frutto di ignoranza, di superficialità o peggio di malafede porre sullo stesso piano l’eutanasia e la desistenza da cure inappropriate per eccesso, come purtroppo si è visto fare in queste ore. Questa campagna di grave disinformazione non solo è lesiva di un comportamento virtuoso da parte di tanti medici intensivisti, ma impedisce lo sviluppo di una corretta discussione su temi tanto delicati e sensibili all’interno della società civile» (03.05.2013).

A questo punto, ai promotori dell’eutanasia di Stato non resta che un ultimo argomento: l’autodeterminazione assoluta dell’individuo. Legalizzare l’eutanasia – si dice – non costringe nessuno a ricorrervi, ma lascia semplicemente libero ciascuno di scegliere diversamente da quanto avviene ora con una morale cattolica imposta per legge che vuole infliggere ai malati penose e inumane sofferenze. Anche questa tesi, tanto per cambiare, è del tutto priva di fondamento. Iniziando dalla crudeltà cattolica e dal presunto “dovere di vivere”, si sottolinea come nessuno abbia mai affermato niente del genere, anzi: il Catechismo stesso condanna l’accanimento terapeutico (CCC, 2278) e che già quel cattivone di papa Pacelli (1876-1958), nel lontano 1957, precisava che se «la somministrazione dei narcotici cagiona per se stessa due effetti distinti, da un lato l’alleviamento dei dolori, dall’altro l’abbreviamento della vita» essa è da ritenersi «lecita».

Quanto al supposto legame fra autodeterminazione e desiderio di morire, va osservato come questo sia qualcosa di più astratto che reale. Infatti in letteratura vi sono molte evidenze – come la significativa diffusione della depressione fra i malati di cancro (European Journal of Cancer Care, 1998) o l’accertato legame fra presenza di sintomi depressivi e disperazione e richiesta di morire (Journal of the Royal Society of Medicine, 2002) – alla luce delle quali diviene difficile associare la richiesta di morire ad un gesto di libertà anziché ad una richiesta di maggiore assistenza non tanto e non solo terapeutica, ma soprattutto umana. E si può affermare con sicurezza che tutti, in Italia, abbiano pieno accesso ad una assistenza sanitaria di alto livello? Si può seriamente escludere che l’eutanasia legale, in un Paese che sta già applicando e sempre più applicherà la mannaia della spending review – e che nel 2015 ha totalizzato quasi 70.000 decessi in più rispetto all’anno precedente , possa diventare un pretesto per eliminare anziché curare i malati?

Qui i sostenitori della “dolce morte” ribatteranno che intendono promuovere il diritto e non certo il dovere di eutanasia. Se però guardiamo a quanto già accade in Europa c’è da rabbrividire: nei decessi di malati terminali – dice uno studio che ha preso in esame, fra gli altri, il caso della Svizzera – in ben sette casi su dieci la morte è preceduta da decisioni rilevanti da parte dei medici e non dei pazienti (Lancet, 2003) e nei Paesi Bassi, dove non si è affatto introdotto l’obbligo di morire, le persone che scelgono l’eutanasia aumentano in modo esponenziale: dai 1923 casi del 2006 ai 3695 del 2011 ai 4188 del 2012, con un’impennata del 13% in un solo anno. Forse l’eutanasia prima di una legge è una cultura? Forse introdurla – in tempi di spending review – colpevolizzerebbe di fatto i malati? Prima di votare o sostenere certe leggi, sarebbe bene farsele certe domande. Evitando di credere alle tantissime menzogne che, su questo argomento, si sentono e si sentiranno.


 

07 settembre 2015

«Formazioni sociali specifiche», tre parole per un inganno


di Giuliano Guzzo

La decisione di definire le unioni civili “formazioni sociali specifiche” – che, conoscendo l’andazzo, potrebbero diventare presto F.s.s. – ha amareggiato non poco il mondo Lgbt: «In effetti la definizione non è entusiasmante, ma rimane nella premessa la dicitura Unioni Civili», commenta sul proprio profilo Facebook, nel tentativo di arginare la delusione, Franco Grillini, presidente onorario dell’Arcigay. Coloro che più di tutti, però, dovrebbero sentirsi offesi da questa mossa, sono i contrari al riconoscimento delle unioni civili e, in particolare, i cattolici.

Per due ragioni, una più legata all’attualità e l’altra di carattere storico. La prima è dovuta al fatto che questa espressione “formazioni sociali specifiche” è farina del sacco proprio dell’area cosiddetta cattolica del Partito Democratico che, pur di non far affondare l’istituto delle unioni civili ha pensato bene di cambiargli il nome. Ma le parole dicono fino ad un certo punto del male reale che poi effettivamente nascondono: anche Little Boy, per dire, sarebbe un nome simpatico, non fosse stato quello della bomba atomica.

Un secondo motivo, stavolta di carattere storico, per cui i cattolici – e più in generale coloro che si riconoscono come pro-life – farebbero bene a diffidare dell’espressione “formazioni sociali specifiche” è che sono decenni che si fanno prendere per i fondelli a suon di giri di parole. Come non ricordare l’aborto procurato, divenuto prima interruzione volontaria di gravidanza e quindi Ivg? Non si tratta di cosa di poco conto, se si pensa che detta manipolazione linguistica venne denunciata nientemeno che da san Giovanni Paolo II (1920-2005): Evangelium Vitae, n. 58. E con la fecondazione extracorporea sbrigativamente definitiva Fivet, come la mettiamo? E l’utero in affitto, che si vorrebbe sempre più definire Gestazione Per Altri, quindi Gpa? Il giochino è insomma sempre quello e puntualmente, in molti, ci cascano. Per cui, se da un lato bene fanno – dal loro punto di vista – i militanti gay che aspirano alle nozze a dichiarare di sentirsi presi in giro dall’espressione “formazioni sociali specifiche”, dall’altro i primi a protestare dovrebbero essere proprio i cattolici, i quali invece crederanno d’aver vinto la battaglia per la famiglia per il semplice fatto che, pure lei, ha cambiato nome: ora si chiama “mediazione politica”.

http://giulianoguzzo.com/2015/09/04/formazioni-sociali-specifiche-tre-parole-per-un-inganno/