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26 luglio 2020

Il problema della legge Zan è la legge Zan


A poche ore dall’inizio del dibattito parlamentare, direi che possiamo concederci il lusso della chiarezza sottolineando che il problema del ddl Zan è il ddl Zan. Non si tratta, cioè, di una legge “solo” «inutile» – come timidamente dichiarato dalla Cei – o “solo” «liberticida» – come coraggiosamente evidenziato da fior di giuristi -, no: è proprio una legge cattiva, inaccettabile, scandalosa. I pur corretti rilievi sulla dubbia costituzionalità e sulla certa natura ideologica del provvedimento, infatti, non rendono giustizia di un aspetto capitale, e cioè che la vera ratio di tale norma è quella di metter definitivamente fuorilegge la famiglia.

Sì, definitivamente. Perché già con le unioni civili – dire le cose come stanno è uno sporco lavoro, ma qualcuno lo deve pur fare – il primato della cellula fondamentale della società è stato eclissato. E tanto, visto che ormai in tv si passa per preistorici a ribadire verità elementari. Ma se passasse la legge Zan la cultura della famiglia nel suo insieme – dalla celebrazione della differenza sessuale che ne è alla base fino all’affermazione del diritto di ogni bambino ad un padre e una madre – verrebbe almeno potenzialmente (e neppure potenzialmente, visti certi giudici) equiparata a propaganda omotransfobica. Vogliamo scommettere? Anzi, no: non scommettiamo neppure.

La realtà delle cose è difatti già lampante e non serve altro, ripeto, per affermare che il problema della legge Zan è la legge Zan. Per questo fanno bene quanti ne sono contrari ad andare nelle piazze e per questo dovrebbero pensarci non una ma mille volte, i nostri parlamentari, prima di approvare una legge che da un lato non risolverebbe alcun problema (la mancata tutela degli omosessuali è un problema solo per chi ignora la Costituzione) ma, dall’altro, ne creerebbe uno gigantesco: un clima intimidatorio a danno di chi crede in valori autentici, che non animano ma sorreggono la civiltà. Attenzione: non una civiltà, ma ogni civiltà. Perché senza ddl Zan siamo stati millenni, ma senza una cultura della famiglia la vita è breve per tutti.
 

05 maggio 2017

Bruce Reimer, vittima della follia gender


di Giuliano Guzzo

L’ideologia gender, come ogni ideologia, ha dei nemici giurati: i fatti. Così, l’idea secondo cui i caratteri maschili e femminili sarebbero costruzioni sociali, per giunta un po’ sessiste – uomini e donne si diventa, per dirla alla Simone de Beauvoir (1908–1986) –, regge finché la realtà non dimostra il contrario. Ebbene, si dà il caso che lo abbia già fatto. E non in un laboratorio, nel corso di una trasmissione televisiva o in un’aula di tribunale, bensì attraverso la drammatica testimonianza di vita di una persona che ha scontato sulla propria pelle gli effetti della teoria gender: David Reimer (1965 –2004). La nostra storia inizia il 22 agosto del 1965 a Winnipeg, Canada. Ron e Janet Reimer hanno due figli, due gemelli: Bruce e Brian. I due neonati presentano una fimosi piuttosto marcata, così i genitori optano per un intervento di circoncisione. La data dell’intervento, fissato per il 27 aprile 1967, segnerà per sempre la vita di Bruce. Infatti quella che doveva essere una banale operazione avrà un esito tragico: al posto del medico, quel giorno assente, operò un sostituto che, impiegando un cauterizzatore con voltaggio eccessivo, bruciò il pene del piccolo.

Un incidente, un errore, una tragica fatalità che sconvolse i coniugi Reimer, i quali si chiusero in un radicale e sofferto isolamento. La loro storia, già triste, sarebbe potuta finire così ma nessuno poteva immaginare che il peggio, purtroppo, doveva ancora venire. La svolta arrivò una domenica sera come tante altre dalla televisione, quando i Reimer furono rapiti dal carisma di un uomo elegante, sicuro di sé, che aveva tutta l’aria di persona autorevole, che sa perfettamente quel che dice. Un uomo che ad un certo punto chiamò in studio un’affascinante donna chiedendole di sedergli vicino. E poi, colpo di scena: quella che vedete accanto a me, disse il carismatico ospite della trasmissione, quattro anni prima si chiama Richard. A parlare, in effetti, non era uno qualsiasi bensì John William Money (1921–2006), chirurgo del Johns Hopkins Hospital di Baltimora, intento ad illustrare ai telespettatori i propri successi nel campo del cambio di sesso. I genitori di Bruce non si fecero scappare l’occasione per presentarsi al luminare e così, nel giro di poco, gli sottoposero il difficile caso del figlioletto mendicando aiuto e consigli.

Per Money, il quale non solo effettuava interventi di cambio di sesso, ma era intimamente convinto – al pari di molti altri sostenitori della teoria gender – della derivazione prevalentemente ambientale dell’identità sessuale, il bimbo dei Reimer era molto più di un semplice paziente: era l’esperimento perfetto, l’inattesa ed irripetibile occasione per consacrarsi come scienziato e per provare la fondatezza delle proprie convinzioni. Fu così che, pur senza tradire l’entusiasmo che verosimilmente avvertiva in cuor suo, scelse senza titubanza alcuna di seguire quel sfortunato bambino come paziente consigliando ai genitori di crescerlo come una bambina. Un indirizzo che Ron e Janet accettarono, scegliendo di crescere Bruce come se fosse nata Brenda, il nuovo nome che gli diedero. Anzi, convincendosi loro stessi che non poteva che essere il bene del loro piccolo, altrimenti costretto ad un’identità sessualmente incompiuta. Morale: il dottor Money seguì a suon di sedute, interventi e dosi ormonali la trasformazione di Bruce, mentre i Reimer traslocarono cambiando aria e facendo così in modo che nessuno potesse sapere che la loro bambina, in realtà, era nata maschio. Tutto a posto, dunque? Non esattamente. Infatti, nel corso quella che doveva essere la definitiva dimostrazione della teoria gender, qualcosa iniziò ad andare storto.

Pur cresciuta sin dai primi mesi di vita come femmina e da tutti ritenuta tale, col suo comportamento Brenda dava infatti segnali imprevisti: voleva fare la pipì in piedi, cosa che in effetti faceva soprattutto se sicura di non essere vista; manifestava atteggiamenti maschili nella scelta dei giocattoli ed arrivando persino, una volta, ad alzare le mani per difendere Brian dalle provocazioni di altri bambini. Inoltre era introversa e con un rendimento scolastico scadente. Insomma, l’esperimento che Money sognava da una vita non filava affatto liscio. La cosa spinse i Reimer a sottoporre al dottore il problema. Ma Money non solo fece sostanzialmente finta di nulla, ma arrivò anche a pianificare per Brenda un incontro con un transessuale. La cosa sconvolse la ragazzina di casa Reimer, la quale disse ai genitori che si sarebbe uccisa se solo fossero continuati gli incontri con quel dottore alle cui visite, almeno una volta l’anno, era costretta da sempre. La ribellione e la sofferenza di Brenda turbarono non poco padre e madre, che a quel punto scelsero di vuotare il sacco raccontandole chi fosse veramente. Una confessione che non stupì affatto la quattordicenne, la quale replicò con una confessione altrettanto spiazzante, dicendo d’aver sempre avuto la sensazione di non essere femmina.

«Per la prima volta ogni cosa ebbe un senso, ed io ho capito chi e cosa ero», disse più avanti. Di lì a poco Brenda si sottopose a diversi interventi, fra cui quello di ricostruzione del pene, e tornò quello che era sempre stata: un maschio, scegliendo David come nome. Successivamente, nel 1989, si sposò ed adottò tre figli. Purtroppo però la sua esistenza fu presto segnata da un nuovo dramma: il suicidio del gemello Brian, affetto da schizofrenia. Poco dopo David si separò dalla moglie, perse il lavoro e il 5 maggio 2004, all’età di trentotto anni, si tolse la vita. Incurante di tutto ciò, nei convegni internazionali a cui partecipava il dottor Money – nel frattempo dichiarato professore emerito di Psicologia Medica e Pediatria alla John Hopkins University e premiato dal National Institute of Child Health and Human Development per le sue ricerche – seguitò a presentare come riuscito l’esperimento su Brenda, nonostante la natura umana – e maschile – di Bruce gli avesse dato torto. D’altra parte, non poteva che fare così, dato che – lo dicevamo in apertura – l’ideologia gender, come ogni ideologia, ha dei nemici giurati: i fatti. E la ragione ad un nemico non la si dà mai. Neppure se si tratta della realtà.

https://giulianoguzzo.com/2017/05/05/bruce-reimer-vittima-della-follia-gender/

 

14 giugno 2016

La strage di Orlando e la nostra fine


di Giuliano Guzzo

Strage di Orlando. In breve, abbiamo Obama che, parlando alla nazione, commenta l’accaduto senza mai nominare l’ISIS (che pure ha rivendicato l’attacco e a cui Omar Mateen, il responsabile dell’orrore, aveva giurato fedeltà, come confermato dal Capo della polizia, John Mina). Abbiamo un killer interpellato già tre volte dall’FBI (ma che girava libero) e suo padre, che nega il figlio fosse animato da fondamentalismo (ma sul web lui, il padre, simpatizza per i talebani). Ed abbiamo pure politici italiani, dulcis in fundo, che invocano leggi contro l’omofobia (ma poi elogiano come «riformatore» il Presidente dell’Iran, Paese dove, secondo l’art. 233 del Codice Penale, ai gay vanno 99 frustate).

Che brutta fine ci stanno facendo fare, signori, politicamente corretto e islamofilia. Siamo pronti – come Occidente – a minimizzare ogni elemento che ricordi i rischi dell’immigrazione (Mateen era di origine afgana), e anche gli orrori del terrorismo (la cui matrice islamista viene minimizzata ai limiti del surreale), pur di non ammettere che qualcosa, nel nostro gioioso festival multiculturale, sta andando storto. Certo: la strage di Orlando non è purtroppo la prima che avviene negli Usa; e non è che per compiere orrori simili occorra essere simpatizzanti dell’ISIS (Breivik dice niente?). Ma proprio per questo non si capisce la fretta di nascondere la realtà che sta dietro questi 50 morti: o meglio: la si capisce fin troppo bene.

Il che ci fa ammettere che, se questa è una guerra, l’abbiamo già persa senza combatterla: perché non possiamo – se non vogliamo passare per gente di cattive letture – riconoscere di avere un nemico; perché ci vendono la frottola che, in questi e altri casi, la colpa è delle «armi facili» (e poco importa che qui il mostro fosse un vigilante, e una rapida analisi basta e avanza a far a pezzi il presunto legame fra diffusione delle armi e numero di omicidi); perché ci viene continuamente ripetuto che il problema son loro, i lerci populisti, i mercanti della paura, e tutto il resto è un mondo che, in fondo, non vede l’ora di abbracciarsi, che l’immigrazione è una manna e il terrorismo islamista solo una scheggia impazzita.

Sarei tentato di dire, alla luce di quanto ricordato, che ciao, siamo una civiltà spacciata, ma non lo farò. Preferisco dare una chance alla Speranza e soprattutto alla possibilità che si arrivi presto a comprendere anzi a riscoprire come Patria, Identità e Cristianesimo non siano parolacce o clave, ma ingredienti essenziali e interdipendenti rimossi i quali a noi occidentali resta ben poco, e come controllare e all’occorrenza limitare l’immigrazione non equivalga ad odiare alcuno, bensì solo ad amare il proprio Paese dato che – come ricorda Régis Debray nel suo Eloge des frontières, esiste anche, per ogni popolo, un «diritto alla frontiera, per far fronte agli scivoloni mortali del va bene tutto, tutto si equivale, dunque nulla ha valore».

Del resto, l’alternativa a questa urgente riscoperta dei valori fondamentali è continuare come si sta facendo, spettatori coi paraocchi una tragica realtà della quale, almeno in parte, siamo ubbidienti complici senza però che questo ci scuota minimamente: dunque, oggi tutti gay, domani tutti immigrati, e dopodomani, chissà, di nuovo tutti Charlie, in un pazzesco cortocircuito buonista. L’alternativa, insomma, è campare da struzzi, non vedere o meglio ostinarsi a non vedere facendo le pulci ai modi poco urbani con cui altri, forse meno ingessati, denunciano l’avanzare del Caos. Ora, sinceramente a me questa alternativa – ancorché strombazzata dai media e benedetta dal gregge degli intellettuali presentabili – proprio non piace. A voi?


https://giulianoguzzo.com/2016/06/14/la-strage-di-orlando-lisis-e-la-nostra-brutta-fine/

 

13 giugno 2016

La strage di Orlando e l'ennesimo cortocircuito progressista


di Alessandro Rico

Cortocircuito progressista: un immigrato di seconda generazione, figlio di un afgano simpatizzante per i talebani, massacra cinquanta persone in un locale gay. Gli illuminati sostenitori della tolleranza universale adesso devono scegliere: contraddire il verbo dell’accoglienza scagliandosi contro il fondamentalismo islamico, o scaricare la comunità LGBT per non somigliare a un Donald Trump qualsiasi. Nel dubbio, Obama se l’è presa con le armi. Luogocomunismo demenziale che non tiene conto della realtà (un po’ di numeri li abbiamo già forniti in questo vecchio articolo) e che non spiega come mai, pure nell’Europa che desidera droga libera, eutanasia e aborto, ma inorridisce al pensiero che qualcuno si diverta nei poligoni (date uno sguardo alla delirante proposta abolizionista in discussione presso gli organi UE), i terroristi del Bataclan non abbiano faticato a procurarsi gli AK47 di contrabbando.
Dove c’è puzza di cadavere, piombano gli avvoltoi. Come Ivan Scalfarotto, che a poche ore dall’eccidio in Florida già approfittava del clamore mediatico per rilanciare su Twitter il ridicolo disegno di legge sull’omofobia. Lui, che qualche mese fa fiancheggiava Renzi durante gli accordi con l’Iran, il Paese dove i gay vengono lapidati sulla pubblica piazza, specula sulla morte dei ragazzi di Orlando per convincerci che uno psicoreato fermerà i barbari alle nostre porte – anzi, ormai ci sono già entrati in casa.
C’è uno scontro di civiltà? Direi piuttosto che c’è uno scontro di in-civiltà. Da una parte si staglia la smania autodistruttiva dell’Occidente liberal, che prima incensa i leader politici che portano guerra e destabilizzazione in Medio Oriente, disseminando i germi dell’odio antiamericano; poi si batte il petto e spalanca le frontiere, sperando che welfare e diritti politici comprino la simpatia dei mamelucchi; e alla fine conta le proprie vittime, versando qualche lacrima posticcia e riconsegnandosi ai politicanti banditi tipo Obama e Clinton, così il ciclo ricomincia. Dall’altra parte ci sono ondate di uomini oggettivamente sofferenti (ma le guerre in Siria e in Libia le ha scatenate Trump?), attratti dall’opulenza occidentale che i media pubblicizzano fino alle più marginali periferie del mondo. La prima generazione di immigrati cerca di rifarsi una vita, con una condotta generalmente tranquilla e appartata. Ma i frutti di una cultura mai accantonata, respirata in famiglie più affezionate alla sharia che al diritto occidentale, radicalizzatasi nei luoghi dell’esclusione e della segregazione etnica, che proprio le metropoli all’apparenza accoglienti alla fine riservano agli ospiti che avevano irretito, maturano nelle menti scalmanate dei giovani. E quando il classico figlio di immigrati si mette a combattere il suo jihad contro il nichilismo del mondo “libero” che lo aveva illuso, spargendo una scia di sangue, gli opinionisti progressisti si giustificano così: «Era un cittadino francese/belga/americano». Come se la nazionalità, l’identità, l’appartenenza, fossero trasmesse dall’inchiostro di un documento. E invece Benedetto XVI ci aveva già spiegato tutto a Ratisbona: l’Islam è la fede dei fanatici, Allah è un Dio imperscrutabile, che non si rivela e che non può essere compreso, tanto al di sopra della ragione umana da fomentare l’irrazionalismo. Non c’è manualetto del perfetto corteggiatore che possa assicurarci che un episodio come lo stupro di Colonia non si ripeta ancora, specie man mano che le orde si ingrossano – anche perché, mentre i musulmani figliano come conigli, nessuna compravendita di bambini sembra in grado di salvare la nostra gloriosa “civiltà” dall’annientamento demografico.
Da domani, tutto tornerà come prima. Obama avrà convinto un americano in più che le armi vanno bandite (se le togliessero pure al Pentagono farebbero un favore a mezzo mondo). La Clinton ricomincerà a dare del razzista a Trump. La comunità gay proseguirà ad allestire la sua empia inquisizione, punendo con la galera chi osasse contestare il “matrimonio egualitario”, ma continuando a genuflettersi al mantra dell’accoglienza. Tra qualche mese un altro pazzo aprirà il fuoco e il Parlamento Europeo, in risposta alla minaccia terroristica, ci sequestrerà l’archibugio del trisavolo. E infine tutti sapranno che il vero mandante del massacro di Orlando era Mario Adinolfi.
 

14 novembre 2014

La vigliaccheria degli intolleranti


di Francesco Filipazzi

La macchina di Gianfranco Amato, presidente dei Giuristi per la Vita, è stata devastata l’8 novembre a Viareggio, mentre il proprietario stava tenendo un convegno “Omofobia o Eterofobia? Gendercrazia: a rischio la libertà di espressione”. Quasi per una beffa del destino dunque, coloro che vorrebbero precludere all'avvocato Amato la sopraccitata libertà, hanno pensato bene di dare ragione al titolo. La macchina è stata rovinata, i vetri rotti e una portiera sfondata. Il contenuto non è stato rubato, segno del fatto che l’atto era volto a intimidire i giuristi per la vita e non era un tentativo di furto. L’intolleranza dei sedicenti tolleranti dunque torna a colpire in modo ben poco pacifico con uno schema ormai collaudato. Le vittime non sono persone belligeranti, ma persone che come Amato semplicemente esprimono la propria idea. Lo stesso è ormai vittima di contestazioni continue quando si sposta.

La tolleranza a colpi di bastonate negli ultimi mesi è piuttosto in voga. Le Sentinelle in Piedi sono state attaccate fisicamente in modo indegno, durante la manifestazione di Cento Piazze Per l’Italia e un paio di casi alcuni veglianti sono stati feriti e hanno dovuto ricorrere a cure mediche. A Rovereto ad esempio una sentinella è stata pacificamente colpita al volto e ha riportato la rottura del setto nasale, mentre un anziano prete, anche in questo caso pacificamente, è stato ricoperto di uova e buttato per terra.

Questo genere di azioni è purtroppo tollerato dalle autorità italiane da anni, mentre invece si può finire alla sbarra per una frase sbagliata. La condizione di totale impunità per i militanti pro gender è storia antica. Nel 2011 per festeggiare l’elezione di Pisapia, alcuni giovani dei centri sociali fecero incursione in una chiesa, interrompendo la Santa Messa e urlando porcherie di ogni tipo. A quanto pare il prete si era espresso contro i matrimoni gay. Anche in quel caso di arresti e processi nemmeno l’ombra.

La situazione è violenta in tutta Europa e anche in Nord America. Le autorità, completamente soggiogate al politicamente corretto e ai capitali di chi sostiene la teoria del gender (come Soros, uno degli uomini più ricchi di Wall Street e finanziatore dei Radicali e dunque di Bonino e Pannella), sembrano accettare qualsiasi forma di violenza da parte di persone che cianciano di libertà e tolleranza e poi si comportano come scimmie selvagge. D’altronde i loro maestri sono gli illuministi e i giacobini che parlavano di libertà mentre tagliavano teste e spargevano fiumi di sangue.
In Francia ad esempio, le Femen che hanno profanato Notre Dame, entrando a urlare porcate, nude e sporche, sono state assolte e sono neanche state condannate a pagare i danni materiali che avevano provocato agli arredi sacri. D’altronde queste ragazzine, finanziate anch’esse da Soros, sono note per le loro azioni volgari e violente, contro chiunque. L’arcivescovo di Bruxelles, Andre Joseph Leonard, ad esempio è stato vittima di un’aggressione, impunita, ma la sua risposta è stata una preghiera, che ha depotenziato totalmente l’azione delle donnacce che se ne andarono con le pive nel sacco, per poi ritornare qualche mese dopo tirando una torta in faccia, sempre al povero Leonard. Quest’anno ci è andato di mezzo il cardinal Rouco, arcivescovo di Madrid, che ha avuto l’ardire di parlare di aborto.

Purtroppo la situazione non è delle più rosee, in quanto oltre alle pressioni psicologiche e le ripercussioni lavorative pesanti, i non allineati alla propaganda gender, che va di pari passo con quella abortista ed eutanasista, sono dei bersagli indifesi. Chiunque li attacchi e faccia loro del male, danneggi le loro macchine, rompa i loro nasi e li aggredisca in altra maniera, è sicuro di rimanere impunito e ciò è molto grave, perché pone i militanti contrari al gender e pro life di fronte a una scelta. Smettere di far sentire la propria voce o continuare a proprio rischio e pericolo. Alcuni probabilmente abbandoneranno la battaglia, temendo ripercussioni per i propri familiari e per sé stessi, ma il grosso della Compagnia rimarrà dritta a difendere pacificamente la posizione, a prendersi uova e schiaffi, solo per aver parlato delle proprie idee.

Fra questi siamo sicuri che ci sarà anche Gianfranco Amato, uomo di grande coraggio, che sta sacrificando molto per la causa in cui crede e a cui va tutta la solidarietà della redazione, dei collaboratori e dei lettori di Campari&DeMaistre.

 

06 ottobre 2014

10 mila Sentinelle in piedi invadono le piazze italiane


di Alessio M.P. Calò

Grande successo e partecipazione per la manifestazione nazionale delle Sentinelle in piedi, “Cento piazze per l’Italia”, durante la quale il movimento, apartitico ed aconfessionale (nonostante i media continuino a darci degli ultracattolici e dei forzanovisti, ma conosciamo bene il livello indegno del giornalismo italiota), ha vegliato a favore della libertà di espressione, per la famiglia fondata sull’unione tra un uomo e una donna, per la libertà di educazione, per il diritto di ogni bambino ad avere un padre e una madre; e contro l'impossibilità di manifestare il proprio pensiero, contro l’ideologia gender, contro il cosiddetto “matrimonio” omosessuale, contro l’adozione di bambini a coppie omogenitoriali, contro la fecondazione eterologa e contro l’aberrante pratica dell’utero in affitto.

 

03 ottobre 2014

Omofobia, l'abietta mania (IV parte)



di  don Mauro

Il confronto con uno dei video omosessualisti più offensivi della rete arriva alla sua ultima e quarta tappa, la più difficile. Parla Nicla Vassallo, filosofa di corrente anti-metafisica, scettica, analitica e omosessualista. A lei la parola sul “Matrimonio” (3.42 a fine).


 

02 ottobre 2014

Domenica 5 ottobre: Sentinelle in piedi in 100 piazze d'Italia!


di Giulia Tanel

È passato poco più di un anno da quando, in una piccola cittadina del nord, uno sparuto gruppo di persone ha deciso di scendere per la prima volta in piazza sullo stile dei Veilleurs debout francesi, i cosiddetti “Veglianti in piedi” che, con il loro semplice stazionamento in posizione eretta davanti a luoghi simbolo del potere, si opponevano a provvedimenti non conformi alla loro coscienza. Eppure in pochi mesi la situazione ha subito un’evoluzione molto rapida, tanto che nel corso di quattordici mesi sono state migliaia le persone che hanno vegliato in oltre 150 d’Italia. Un intero popolo di giovani, adulti, genitori, nonni, insegnanti, avvocati, medici... si è mobilitato in favore della libertà di espressione, per la famiglia fondata sull’unione tra un uomo e una donna, per la libertà di educazione, per il diritto di ogni bambino ad avere un padre e una madre; e contro il ddl Scalfarotto, contro l’ideologia gender, contro il cosiddetto “matrimonio” omosessuale, contro l’adozione di bambini a coppie omogenitoriali, contro la fecondazione eterologa e contro l’aberrante pratica dell’utero in affitto.

Stiamo parlando delle Sentinelle in Piedi, una rete aconfessionale e apartitica pronta a dimostrare pubblicamente, in maniera silenziosa e assolutamente pacifica, che in Italia sono ancora molte le persone ad avere a cuore i princìpi – non a caso definiti “non negoziabili” – che costituiscono la base della nostra società: la vita, la famiglia e l’educazione. “Mentre il relativismo dilaga e molti sembrano rimanere indifferenti – scrivono le Sentinelle in Piedi –, c’è una rete da Nord a Sud che non solo informa e forma, ma che è pronta a farsi vedere, uscendo dalle sale dei convegni e dalle sagrestie, uscendo allo scoperto per rivolgersi al cittadino comune e svegliare le coscienze sopite. [...] In silenzio, leggendo un libro come simbolo di formazione continua, le Sentinelle in Piedi invadono le piazze in un modo del tutto nuovo e pacifico, e si mobilitano ogni volta che è minacciata la natura dell’uomo della civiltà. Da Trento a Salerno, da Bisceglie a Trieste passando per Firenze, Napoli e Milano, da Genova a Venezia, questa resistenza di cittadini, pacifica silenziosa e sempre più numerosa, scende in piazza per ribadire che non è possibile zittire le coscienze di chi ha gli occhi aperti”.

Domenica 5 ottobre questo straordinario movimento di popolo vivrà un momento particolarmente importante dal momento che, per la prima volta, le Sentinelle in Piedi manifesteranno contemporaneamente in circa cento città d’Italia. Tante persone saranno simbolicamente unite per riaffermare – con G. K. Chesterton – che “le foglie sono verdi in estate”: ossia che la famiglia è una sola, che i bambini hanno bisogno di un papà e di una mamma, che essere maschio o femmina non è frutto di una scelta o di un’influenza culturale, che la libertà di coscienza e di espressione vengono prima di qualsivoglia ideologia e non possono essere messe a tacere troppo facilmente.

In tutto questo le Sentinelle in Piedi sono confortate dalla consapevolezza che la loro mobilitazione sta producendo i frutti desiderati: non è infatti un caso se la discussione al Senato del ddl Scalfarotto è momentaneamente “congelata”, così come non è stata vana la mobilitazione delle Sentinelle trentine, alla cui presenza va in parte attribuita la sospensione delladiscussione, presso il Consiglio Provinciale di Trento, del ddl locale sull’omofobia.

Mantenere desta la coscienza e avere il coraggio di portare avanti le proprie idee è quindi necessario, oggi più che mai. Ma soprattutto, oltre che per la società nel suo complesso, è un’azione utile innanzitutto per chi decide di “metterci la faccia” vegliando in piazza, in quanto comporta una nuova presa di coscienza circa i valori sui quali vale ancora la pena scommettere. Ed è anche per questo motivo che, in chiusura, ci sentiamo di rivolgere a tutti l’appello a scendere in piazza con le Sentinelle in Piedi domenica 5 ottobre. 


 

Omofobia, l'abietta mania (III parte)


di  don Mauro

«Gli omofobi, che lo siano in modo esplicito o implicito, necessitano di venir curati, anche con la cultura. Il loro intendere gli amori omosessuali è caratterizzato da ignobilità e viltà». Così recita la didascalia al nostro video “Questa fobia è una abietta mania”.
 

01 ottobre 2014

Omofobia, l'abietta mania (II parte)



di  don Mauro

Il secondo capitolo del pregiato video che stiamo analizzando, “Questa fobia è un’abietta mania”, si intitola “Famiglia” (1.48 – 2.54) ed è svolto da Chiara Saraceno, docente di sociologia tra Torino e Berlino.
 

30 settembre 2014

Omofobia, l'abietta mania (I parte)


di  don Mauro

Mentre le Sentinelle in Piedi vegliano silenziose nelle piazze italiane, accusate per ciò stesso di essere fasciste e discriminanti, i fautori della gender theory possono permettersi di diffondere video aggressivi e offensivi a danno di chi non la pensi rigidamente come loro. L’omofobo è imputato. E’ il caso del video diffuso su You Tube “Questa fobia è una abietta mania”.
 

13 settembre 2014

La gaya cialtronata

di Paolo Maria Filipazzi

Apprendiamo dal sito “Notizie Pro Vita” il lieto annunciodelle nozze fra Travish McIntosh e Matt McCormick, entrambi maschi, che hanno detto il fatidico “Si” il 12 settembre 2014 a Dunedin in Nuova Zelanda. A loro le nostre migliori felicitazioni.

No, tranquilli, non siamo impazziti. Il fatto è che il “matrimonio” fra Travish e Matt è molto, ma molto particolare: i due, infatti, non si amano, anzi, non sono neppure omosessuali. Il loro sarà il primo matrimonio fra eterosessuali dello stesso sesso. Galeotto fu il concorso “The Edge Radio Station”, che mette in palio un viaggio in Gran Bretagna in occasione della prossima Coppa del Mondo di rugby che ivi si terrà l’anno prossimo. Il problema è che tale concorso è riservato alle coppie sposate. Ecco, allora, che i due amici hanno deciso per il grande passo.
Eppure, non tutti, inspiegabilmente, sembrano accodarsi ai festeggiamenti. Le associazioni omosessuali, per esempio, sono su tutte le furie. Per esempio, un tal Neil Ballantine, della “Otago University Students’ Association Queer” ha tuonato che tale matrimonio è un “insulto”. A sua detta, infatti, la battaglia per il matrimonio dello stesso sesso era stata combattuta solo per i gay.

Come, come? E dove è finita tutta la retorica dei nuovi diritti, delle nuove libertà, offerte a tutti? Adesso si scopre che il matrimonio fra persone dello stesso sesso era solo un privilegio per una cerchia ristretta? Ma come, signor Ballantine, ma non lo sapeva che, da che mondo è mondo, il matrimonio combinato è sempre stato praticato? Quanta gente si è sempre sposata per interesse? Ha minimamente idea di quante signore si siano trovate a dividere, ahiloro, il letto con un consorte un po’ frou-frou e quanti uomini abbiano dovuto, loro malgrado, constatare che la loro mogliettina preferiva la migliore amica a loro? Possibile che davvero non se lo aspettasse, che ci sarebbero stati uomini che avrebbero sposato altri uomini solo per vincere un concorso, persone che avrebbero diviso il letto con persone dello stesso sesso pur essendo eterosessuali? Ma signor Ballantine, in che mondo vive? Se lo lasci dire: lei proprio non è un buon conoscitore dell’umana natura.
E poi, mi scusi, dovrei chiederle un chiarimento: in base a quello che lei dice, ne deduco che si dovrebbe ora introdurre una nuova norma di legge che riserva ai soli omosessuali la possibilità di usufruire dell’istituto. Ma come si fa a capire a priori se uno che vuole sposare una persona dello stesso sesso è davvero gay, a meno che non lo dica egli stesso, come i novelli sposini neozelandesi? Gli si fa firmare una dichiarazione giurata, paventando conseguenze penali se ha dichiarato il falso? Gli si fa la fatidica prova del campanello, di cui parlano tante barzellette? Ma si, facciamo così: un bel campanello legato al membro, si fa entrare un bel maschione nerboruto e se il campanello suona si da il nulla osta al matrimonio. Se non suona, cartellino giallo e si fa entrare un’avvenente e provocante fanciulla. Se a quel punto, il campanello si mette ad andare all’impazzata, cartellino rosso e a casa senza matrimonio! E poi, mi scusi, l’identità sessuale non era mica mutevole, sicchè un uomo sposato con una donna può diventare gay di punto in bianco? Ed allora, perché un uomo sposato con un uomo non potrebbe diventare gay dopo il matrimonio? Boh…

Evidentemente, mister Ballantine non deve avere questo grande senso dell’umorismo. Non pago di quanto riportato più sopra, egli ha sbraitato: “Questo evento banalizza ciò per cui abbiamo combattuto”. Ecco, forse il punto sta proprio qui. La verità è che Travish e Matt sono forse i primi al mondo a trattare il matrimonio omosessuale per ciò che è effettivamente: una delle tante sfaccettature dell’atavica tentazione dell’uomo ad escogitare cialtronate. Perché, alla fin fine, l’idea che due uomini si sposino cos’è se non uno dei massimi prodotti della cialtroneria di tutti i tempi? I gay tremano: una risata fragorosa potrebbe travolgere tutte le loro battaglie in un colpo solo. Per quanto ci riguarda, abbiamo già iniziato a ridere.

 

10 agosto 2014

Omosessualità controcorrente


di don Mauro

Come promesso, ecco la recensione di Omosessualità controcorrente. Vivere secondo la Chiesa ed essere felici, di Philippe Ariño. Accessibile, agile, divulgativo, leggero da portare in sacca, ma pesantissimo da digerire, l’opuscolo di Ariño – che mi attirerà una marea di biasimi, già lo so – andrebbe letto in pendant con il resto della produzione divulgativa del nostro, particolarmente coi suoi blog araigneedudesert.fr e cuch.fr (Cathos Unis Contre l’Hétérosexualité).

Omosessualità controcorrente presenta un merito e un limite; il merito è di essere scritto da un omosessuale che ha attraversato nella sua vita varie fasi, dalla pratica omosessuale attiva con frequentazione del “giro omosessuale” ab intra, alla scelta di continenza cristiana, alla propaganda anti-lobbistica, unendo nel tempo esperienze personali dirette o indirette con un impego di approfondimento scientifico serrato; il limite è che, a fronte delle 80 pagine scarse del volumetto, risulta ampiamente sacrificata la componente di rimandi scientifici, mentre il baricentro argomentativo è molto spostato sulla testimonianza personale dell’autore, cui al lettore è chiesto di dare fiducia. Provo dunque a dargli fiducia e vi riporto il più precisamente possibile il contenuto del pamphlet spesso duro e scomodo.
Il testo si divide in tre grandi sezioni: cos’è l’omosessualità; come affrontare in se stessi l’emergere del desiderio omosessuale; come armonizzare fede cattolica ed omosessualità.

PRIMA PARTE
Si comincia dall’attestare che «dietro il “banale” tema dell’omosessualità c’è molta sofferenza umana vera», e ciò inquadra il senso di ogni dichiarazione successiva. Anche le posizioni più taglienti sono tutte mosse da un pensiero fondamentale: l’omosessualità implica sofferenza, e il miglior sollievo alla sofferenza non è edulcorarla né negarla, bensì parlarne e indicarne possibili vie di alleviamento. Importante definire lo statuto ontologico dell’omosessualità: «la sola cosa che esiste nell’omosessualità è il desiderio omosessuale», il che dice di una qualche impalpabilità dell’omosessualità stessa. Come posso infatti definire tale desiderio? «E’ un desiderio duraturo o passeggero? Non si sa… E’ innato o acquisito? Anche questo non si sa»; non posso nemmeno incasellare la situazione omosessuale, «non si è mai totalmente omosessuali… la sessualità è un cammino evolutivo e complesso», un cammino che significa «una sensibilità prima ancora di esprimersi in una sensualità e in atti sessuali». Da subito però essa si presenta segnata dalla fatica, dalla fragilità dell’amore omosessuale, particolarmente evidente «quando vedo intorno a me la difficoltà delle coppie omosessuali di durare, e di durare nella gioia», e se questo non autorizza a ripristinare l’accusa di “malattia”, si impone pur sempre quale «spia di un’incompiutezza… Penso che la parola più adeguata sia quella di ferita». Tale ferita comporta che il desiderio omosessuale risulti «più sincero che vero» perché «fa fatica ad incarnarsi in maniera non problematica», potendo esser considerato per ciò stesso «“naturale” solo dal punto di vista di un desiderio psicologico» ma non nella prospettiva di una riuscita globale della persona. La ragione radicale di simile disagio è dovuta al fatto che «il desiderio omosessuale non è prioritariamente sessuato, appunto perché vuole fuggire la dualità sessuale e rigetta la differenza dei sessi».
Philippe cerca poi di inquadrare l’omosessualità – anzi, il desiderio omosessuale – attraverso sette caratteristiche fondamentali:
1. Per cominciare «il desiderio omosessuale è il segno di uno stupro reale… più in generale di una fantasia di stupro, condivisa da tutte le persone omosessuali senza eccezione». Ciò vale per la percentuale di omosessuali che hanno subito stupri o violenze effettive, attorno a cui – attestano i ricercatori – si stende un velo di silenzio impenetrabile come i peggiori tabù, sicché può capitare che di tali stupri lo stesso partner non «ne sia stato messo al corrente»; ma vale in generale per coloro che di stupri non ne hanno subiti, ma per i quali «dichiararsi omosessuali è stata la soluzione alla loro paura di esistere o alla loro sensazione di essere disprezzati». La costatazione è forte, ma Ariño ritiene che riconoscere tale verità e smascherare simili tabù valga più di qualsiasi pudore inautentico o rispetto socialmente controllato.
2. Il desiderio omosessuale si presenta poi sempre come «un desiderio lontano dal reale, che si basa su fantasie e pulsioni piuttosto che sul reale che umanizza». Parlando di reale si intende riconoscere che la vita umana «rispetta tre differenze che la fondano: la differenza dei sessi, la differenza generazionale, la differenza spaziale», e di queste il desiderio omosessuale viene a infrangere la prima e più profonda, quella che peraltro «viene maggiormente rimessa in discussione» in tutta la nostra società.
3. In terzo luogo il desiderio omosessuale materializza «la paura di essere unico. Per rendersene conto basta studiare nelle opere omosessuali il numero di volta in cui appare la figura della metà, dei visi spezzati in due…». Anche in tal caso, l’omosessuale Ariño non vuole giudicare con disprezzo gli altri omosessuali o se stesso, quanto indicare l’origine della fatica omosessuale per meglio disporne la cura. Anche in tal caso non si va a condannare o giudicare la persona nella sua globalità, ma si va a indicare la radice da sanare, che è la capacità di amare; del resto – per restare sul dilemma dell’unicità – il problema è proprio che «se si ritiene di non essere unici, si finisce per considerare di non poter né amare né essere amati».
4. Una persona che non si senta amabile tende a perdere la propria personalità, e con ciò si chiarisce il quarto aspetto del desiderio omosessuale, «segno del desiderio di essere un oggetto», il quale da un lato maschera e complica alcune sofferenze sbagliate, per esempio venendo a immaginare «lo sfruttamento dei corpi tra due partner come un magnifico sacrificio d’amore», dall’altro apre uno squarcio di morte sul sentimento vitale della persona omosessuale, in quanto «desiderare di reificarsi non è altro che desiderare la morte».
5. Non stupisce, ad un quinto step, scoprire che «le persone che se ne lasciano [dal desiderio omosessuale] prendere finiscono per sentirsi come Dio… o come Gesù Cristo, angeli, geni, poeti divini marginali…». L’esito di una vita che non si sente amata e tende a farsi reificare è lo sbilanciamento su di un fronte opposto: «il complesso di inferiorità e quello di superiorità si specchiano negli estremi».
6. Gli ultimi due punti di tale caratterizzazione del desiderio omosessuale sono, a mio giudizio, i più innovativi introdotti dall’autore. Dapprima si procede a una requisitoria breve ma irremovibile contro la «divisione del mondo in “omosessuali/eterosessuali”», considerata come «una cantonata antropologica monumentale, in quanto la sola divisione reale dell’umanità, quella che in più dà la vita, è tra uomo e donna!». Il punto è che la vera risposta al desiderio omosessuale, già per sé incline a fuggire dal reale, è un ritorno al reale. Al contrario negli ultimi due secoli l’occidente ha rimarcato il distanziamento dalla realtà, perdendo di vista l’unico dato evidente – la divisione tra uomo e donna, che dà la vita – e introducendo una finzione ideologica – la divisione tra eterosessuali e omosessuali, categorie del tutto fittizie, ambigue ed arbitrarie, come dimostra l’evoluzione stessa del termine “eterosessualità”, che all’inizio «veniva classificata tra le perversioni».
7. L’insieme dei sei caratteri precedenti – la percezione di disprezzo radicale (stupro), la lontananza dal reale, il non sentirsi unici e quindi neppure amabili, l’inclinazione ad auto-reificarsi e a sacrificarsi a perdere, l’iper-esaltazione illusoria, la prevalenza di un modello ideologico arbitrario di auto-comprensione (omo/etero) – pone la premessa al generarsi di una violenza interiore che colora nella sua interezza il desiderio omosessuale. Da qui l’affermazione dirompente dell’autore: «l’omofobia è l’altro nome del desiderio omosessuale». Il primo omofobo è l’omosessuale, ed è un tratto costante che «può essere applicato sia alle persone che reprimono il loro desiderio omosessuale, sia alle persone omosessuali cosiddette non-represse». Omofobo è chiunque non si senta a posto con la propria sessualità, e i sei caratteri suesposti implicano l’impossibilità per chi alimenti in sé il desiderio omosessuale di sentirsi a posto con se stesso. Tale scacco è piuttosto incrementato che non superato dall’insistenza relativa ai «due pilastri ideologici sui quali si regge tacitamente questa povera comunità contrabbandiera, e cioè il credo nell’identità omosessuale eterna e quello nella forza dell’amore omosessuale». Anche qui però conviene una puntualizzazione, peraltro evidente dalla scelta terminologica finora applicata, «è la coppia omosessuale, quindi l’atto omosessuale, che rende violenti, non la persona omosessuale in se stessa», la violenza non è un elemento costitutivo del singolo omosessuale, bensì il prodotto di scelte d’amore inadeguate alla base, inumane: «il rigetto della differenza dei sessi nella coppia omosessuale, sia essa gay o lesbica, è in sé universalmente violento».

Interessante l’affondo al mondo del gay friendly, il quale mentre giustifica e rinfocola la ferita intrinseca del desiderio omosessuale, apre di fatto la strada al dilagare di insoddisfazioni e di violenza: «oltre alle persone omosessuali represse, e a quelle non represse, c’è una terza categoria di persone omofobe, forse la peggiore: coloro i quali si dicono “non omosessuali e gay friendly”». Che l’interesse dei gay friendly non sia il bene degli omosessuali è presto dimostrato: «sognano di imporre all’umanità la loro visione disincarnata, edonista, relativista e disincantata dell’amore e vogliono, in conclusione, che tutti possano godere senza limiti. Questa concezione della società obbliga tacitamente a due cose: essere bisessuali di fatto e “amorevoli” a parole». Il relativismo edonistico sessuale e non l’amore autentico guida il movimento gay friendly, da ciò l’appello: «vorrei che le persone omosessuali si rendessero conto che la folla che le applaude non le ama». E qui si coglie anche il senso della parola “eterosessualità”, essa non ha a che fare con l’amore tra uomo e donna, bensì con la mera pratica sessuale libera e consumistica, configurandosi all’estremo quale mera «bisessualità desessualizzante».

SECONDA PARTE
La seconda sezione del testo offre alcuni suggerimenti pratici per affrontare il desiderio omosessuale nel suo emergere. Philippe raccomanda di non muovere «nessuna conclusione affrettata sulla tua omosessualità» in quanto «nell’80% dei casi è semplicemente la reminiscenza di una bisessualità adolescenziale», purtroppo aggravata da una irresponsabile e maliziosa propaganda sociale la quale «colpevolizza gli adolescenti e li forza a definirsi gay o lesbiche», sicché «la maggior parte dei giovani che vivono le prime esperienze omo-erotiche non sono omosessuali, ma credono di diventarlo a causa della pressione bisessuale dei media». L’omosessualità assunta significa in ogni caso impegnarsi in un percorso impegnativo in cui dunque «il coming out dovrebbe essere vissuto non come il punto di arrivo ma come l’inizio di una scelta di vita non facile», e ciò perché – è quanto esposto fin dall’incipit – «il desiderio omosessuale non è qualcosa di banale, è segno di drammi», quei drammi che anche il genitore è invitato giustamente a piangere, in quanto piange «per l’intimo malessere di un adolescente che non ha saputo percepire in tempo». Questa sofferenza accompagna l’interiorità di tutte le relazioni omosessuali, le quali perciò saranno sempre deludenti in ragione della natura propria «dell’atto omosessuale, della struttura amorosa omosessuale stessa», facendo sì che le coppie omosessuali possano in qualche caso dirsi soddisfatte, ma mai «pienamente felici». Così testimonia Philippe.
Quattro in particolare i limiti delle coppie omosessuali, sostanzialmente corrispondenti alle sette caratteristiche del desiderio omosessuale: la mancanza di solidità, la mancanza di radici nel reale, la carenza di apertura alla vita, la mancanza di gioia. Dunque l’amore omosessuale è «obiettivamente poco soddisfacente, limitato, destinato all’insoddisfazione generale», e per quanto «nella sua globalità» non sia solo questione di sesso «in via di fatto sì. E’ triste dirlo, ma è la genitalità che alla fin dei conti ha la priorità nella formazione».

Concludendo questa sezione l’autore sviluppa due tematiche: la sua posizione rispetto ai diritti gay attualmente rivendicati e i consigli per alleviare e migliorare la vita delle persone omosessuali.
Circa il primo ambito, partendo dalla richiesta del matrimonio omosessuale, Philippe dichiara di non poter «certo essere contro il matrimonio per le coppie dello stesso sesso, per la semplice ragione che non si può essere contro una realtà che non esiste», posto peraltro che «il permesso a sposarsi non aggiungerà amore alle coppie omosessuali», cosa di cui esse stesse sono ben consapevoli, il che probabilmente spiega come mai queste per lo più desiderino «il diritto al matrimonio e non il matrimonio in se stesso!». La stessa frattura che rende impossibile il matrimonio omosessuale toglie plausibilità all’idea di una adozione per coppie gay, le quali non rappresentano l’ambito adeguato «né per vivere l’amore, né per far crescere qualcuno nel rispetto delle differenze, perché l’omosessualità ha escluso la differenza dei sessi, quella che apre la porta a tutte le altre». Tutto ciò significa che nell’interesse degli omosessuali non ci sono né matrimonio né adozioni, cose che sembrano al contrario pericolose per «tutto il genere umano che viene orientato verso una bisessualità asessuata».
Infine Ariño conclude chiarendo la questione dell’uguaglianza di diritti: «l’uguaglianza dei diritti non è l’uguaglianza delle identità… ci sono delle giuste ineguaglianze, così come possono esserci delle uguaglianze molto ingiuste», e secondariamente illustra le quattro scelte possibili e non equivalenti per vivere il più possibile felicemente la propria omosessualità:
1. La via del deserto, scegliere un tempo di disintossicazione in cui evitare qualsiasi rapporto o flirt.
2. Impegnarsi ad accogliere la cultura omosessuale, non negare il suo funzionamento, non rigettarla, scoprire quanto di ricco essa porti con sé, stando al di qua dell’esercizio sessuale.
3. Sviluppare l’amicizia, lo stare insieme non erotizzato: essa sembrerebbe l’unica barriera contro l’omofobia, il contesto in cui cogliere la ricchezza del comune vissuto, purificati dalle frustazioni implicate dall’esercizio genitale omosessuale.
4. Al livello più alto si colloca la continenza, cioè la rinuncia alla genitalità e alla sensualità omosessuali, l’assunzione del programma cristiano di castità, intesa quale luogo fecondo per una vocazione specifica di cui gli omosessuali sono portatori nel mondo.

TERZA PARTE
“Se sono credente omosessuale come faccio?” Questa è la domanda che guida l’ultima parte del libro. In essa Philippe presenta la dottrina cattolica, mettendone in rilievo tutta la ragionevolezza e posatezza. Si nota quanto siano rari i riferimenti all’omosessualità nella Bibbia, come essa denunci le pratiche genitali (sodomia) e non l’orientamento personale; quanta carità la religione cristiana mostri verso gli omosessuali, valutandoli come persone ben al di là di singoli atti; in particolare viene sottolineato il tesoro che ha da offrire la Chiesa quando propone senza timore la verità, ben sapendo che ogni uomo – ma soprattutto chi è più ferito – abbia bisogno anzitutto di una parola di verità, a partire dalla quale provare a ricostruire il proprio cammino. La Chiesa che non ti giudica, la Chiesa che ti dice la verità da sempre custodita nel tuo cuore, la Chiesa che ti mostra quale sia il vero amore e a quali condizioni tu possa realizzarlo nella tua vita, questa Chiesa – che nell’esperienza di Philippe è stata provvidenzialmente la Chiesa guidata da Benedetto XVI – questa Chiesa è l’ultima e unica mano tesa che possa colmare il desiderio ferito degli omosessuali. Per ciò suona un po’ tragica la domanda «se il mio amico omosessuale non è credente e non sa chi sia Dio, come faccio? Ah…, sei fregato! Parlando seriamente, senza Gesù, da chi andremo?». Al contrario per chi si affida a Dio l’omosessualità stessa smette di essere un problema cui reagire in vario modo, e diviene la più grande occasione della propria vita, il mezzo che può rendere santi: «Dio si serve di qualsiasi legno per accendere un fuoco… Se apriamo il nostro cuore, se accogliamo senza rivolta lo scandalo della Croce del Cristo e quello della verginità di Maria, siamo e saremo tutti, omosessuali e no, santi, non perché senza macchia, ma perché santificati».

Fin qui Philippe. Aggiungo solo una considerazione. Concordi o meno con quello che il nostro amico scrive, predica e diffonde, una cosa è certa: egli ci insegna che è possibile guardare in modo nuovo all’omosessualità, un modo che non ha a che fare con ideologie, edonismi, relativismi, rancori, disegni di legge imposti dall’alto, paure; un modo che considere l’altro non come omosessuale/eterosessuale, ma come persona; un modo che non cerca di nascondere i problemi dell’uomo cacciandoli entro le soluzioni anguste dei media e delle lobby, ma che ha il coraggio di rivolgersi a Dio per scoprire la grandezza di ogni individuo. Merita meditarci sopra.

 

08 agosto 2014

Spagna, dove la legge antiomofobia non funziona


di Giuliano Guzzo
 
L’aggressione omofoba è avvenuta in Spagna, per la precisione a Minorca, gioiello delle Baleari, ma il problema è, manco a dirlo, l’omofobia che regnerebbe in Italia. E’ la valutazione – assai originale, per non dire incomprensibile – effettuata da un giornalista di Repubblica che, mentre stazionava in spiaggia col suo compagno, nei giorni scorsi si è ritrovato bersaglio delle minacce di un energumeno i cui violenti propositi sono stati fermati solo grazie agli altri presenti alla scena. «Se nell’almodovariana e post zapateriana Spagna questo può ancora accadere – è la considerazione di Federico Bitti, vittima dell’aggressione e firma della testata debenedettiana - che cosa può e deve ancora accadere nell’Italia di Giovanardi, della Binetti, dei Dico mai fatti, per capire che uno straccio di legge contro l’omofobia […] è urgente, non tanto per le pene che comminerà, ma per unire quella spiaggia, per sentire più forte quell’applauso che in parte oggi ci ha salvati» (La Repubblica, 1/8/2014).
 

26 giugno 2014

27 giugno: le Sentinelle in piedi tornano a Roma



 
Appuntamento in “notturna” venerdì 27 giugno, dalle 21 alle 22, nella suggestiva cornice di Piazza San Silvestro per la seconda veglia romana delle Sentinelle in Piedi.

Di nuovo in piedi, per un’ora, leggendo un libro per difendere la libertà di pensiero e di espressione e tutelare la famiglia naturale fondata sull’unione tra uomo e donna, minacciate dal ddl Scalfarotto e dal testo sulle unioni civili, in discussione al Senato, che introduce un regime simile al matrimonio fra persone dello stesso sesso.

In particolare il ddl Scalfarotto è ideologico perchè non definisce cosa debba intendersi per omofobia e transfobia, lasciando così al giudice il più ampio arbitrio sul punto. E perché già oggi il Codice penale offre adeguate tutele, prevedendo anche aggravanti, per fenomeni di intolleranza a sfondo sessuale.

Il ddl Scalfarotto dopo l’approvazione alla Camera è ancora fermo in Commissione Giustizia del Senato, rallentato forse, tra le altre cose, anche dalla rapida diffusione delle Sentinelle, realtà che in poco tempo è riuscita a organizzare decine di veglie in tutta Italia, con il coinvolgimento di migliaia di cittadini.

Dopo aver riempito con 400 persone piazza del Pantheon, le Sentinelle in Piedi di Roma veglieranno pacificamente – con l’auspicio che non ci siano disturbi e provocazioni da esponenti di associazioni LGBT, come invece successo a Lecce, Siena e Modena – per far sentire, in silenzio, la loro voce, consapevoli che questo è il modo migliore per stimolare la riflessione su importanti tematiche e contrastare pericolose derive ideologiche.

(Comunicato Stampa delle Sentinelle in piedi - Roma)

 

13 giugno 2014

Fra moglie e marito non mettere il dito



di Alessio Calò

Come sempre il blog del Corriere della Sera la27esimaora (il cui sottotitolo “il tempo per sopravvivere tra casa e lavoro” viene quotidianamente disatteso con sparate su femminicidio, abortismo, gender, femminismo, ecc.) ci propone delle gustosissime chicche. L’ultima è la storia di Alessandro e Alessandra, coniugi bolognesi che hanno chiesto e ottenuto il ripristino del loro matrimonio, sciolto dall’anagrafe a causa del “cambiamento di sesso” di Alessandro, perpetrato con terapie ormonali e interventi-zaczac chirurgici.
Ora, presentata la storia strappalacrime, il solito specchietto per allodole a fini sovversivi (vedremo quali), porrei alcune questioni.
 

04 aprile 2014

Sabato tutti al Pantheon!

a cura di Luigi Corsello

Sabato 5 aprile, dalle 17 alle 18, le Sentinelle in Piedi veglieranno in Piazza del Pantheon per difendere la libertà di espressione, messa in pericolo dal ddl Scalfarotto. Ne parliamo con Enrico, il giovane portavoce dell’incarnazione romana delle Sentinelle in Piedi.