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21 luglio 2017

L'istigazione al suicidio: un crimine minore


di Daniele Barale

Il 27 febbraio è morto in Svizzera nella struttura dell'associazione Dignitas a Forch Fabiano Antoniani, in arte dj Fabo, a seguito della sua richiesta di somministrazione di una sostanza letale che ponesse fine alla sua sofferenza, procurandogli la morte. Nella vicenda ha avuto un ruolo significativo il leader radicale Marco Cappato che nei giorni precedenti lo aveva accompagnato in Svizzera con un mezzo attrezzato. Tornato in Italia, Cappato si è autodenunciato ai carabinieri ed è stato indagato per il delitto punito dall'articolo 580 del Codice Penale (istigazione e aiuto al suicidio) per aver agevolato il suicidio di dj Fabo. In data 2 maggio scorso, i media hanno riportato la notizia che la Procura di Milano ha fatto una richiesta di archiviazione del procedimento contro Cappato. Il gip per il momento non si è espresso, e lo farà soltanto dopo l'udienza del 6 luglio.

Considerando la delicatezza del tema, chiediamo a Carmelo Leotta, avvocato del foro di Torino e professore associato di diritto penale presso l'università Europea di Roma, di illustrarci il contenuto della richiesta d'archiviazione e i rischi che possono derivare qualora le motivazioni su cui tale richiesta si fonda venissero accolte e condivise.

Che cosa dispone l'articolo 580 del Codice Penale e che significato ha?

L’art. 580 punisce chi determina un'altra persona al suicidio, ne rafforza il proposito, oppure agevola in qualsiasi modo il compimento di tale atto. L'art. 580 c.p., così come l’art. 579 c.p. che punisce l’omicidio del consenziente, è un segnale di come, per la legge italiana, la volontà di morte del titolare del bene vita non escluda la responsabilità penale di chi la morte gli procura, ovvero di chi lo aiuta a togliersi la vita.
Prevedere, come fanno gli artt. 579 e 580 c.p., che è penalmente responsabile chi asseconda la volontà di morire di un’altra persona vuol dire affermare che il bene della vita non è solo inviolabile da parte di soggetti terzi, ma è anche un indisponibile da parte del titolare. Indisponibilità vuol dire che se il titolare del bene vita distrugge tale bene non esercita un diritto tutelato dall'ordinamento.

Dal momento che esiste l'art. 580 c.p. che punisce l'aiuto al suicidio, sulla base di quale ragionamento i due Pubblici Ministeri di Milano chiedono l'archiviazione?

I PM milanesi richiedono l’archiviazione poiché, come si legge nella richiesta, a loro dire, «le pratiche di suicidio assistito non costituiscono una violazione del diritto alla vita quando siano connesse a situazioni oggettivamente valutabili di malattia terminale o gravida di sofferenze o ritenuta intollerabile o indegna dal malato stesso».

Cosa può fare, secondo quanto si legge nella richiesta, il malato che ritenga che la sua vita non è più degna?

Secondo la prospettiva fatta propria dai due PM che chiedono l'archiviazione del procedimento contro Cappato, il malato che ritiene non più tollerabile la propria vita, ha diritto a porre fine alla propria esistenza non solo in via indiretta con la rinunzia alla terapia, ma anche in via diretta, con l’assunzione di una “terapia finalizzata allo scopo suicidario”. In altre parole: se il malato percepisce le proprie condizioni e la propria sofferenza come non più compatibili con il proprio senso di dignità, l’aiuto al suicidio, si legge nella richiesta, “diviene una condotta radicalmente inoffensiva del bene giuridico tutelato dall’art. 580 Codice penale”.

Secondo lei quali conseguenze può portare l'impostazione che sta alla base della richiesta di archiviazione?

L’impostazione alla base della richiesta dei due P.M. – secondo cui non c’è violazione del diritto alla vita se il malato ritiene indegna la propria – presenta, a mio modo di vedere, tre punti di profonda debolezza, sul piano giuridico.
Cominciamo a dire qual è il primo: se si accoglie l'impostazione dei due PM, che riconduce il "se" della tutela della vita ad un concetto di dignità auto-percepita dal titolare del bene, si modifica il fondamento di tutela del bene vita: l’ordinamento non protegge più la vita in sé e per sé, ma il bene vita fintantoché il suo titolare lo vuole.
In questo modo, però, il diritto è solo più l'espressione della volontà individuale e può anche prevalere sul soggetto, distruggendolo.

Quali sono le altre due criticità che, secondo lei, si rinvengono nell'impostazione su cui si fonda la richiesta di archiviazione?

La seconda criticità è una diretta conseguenza della prima: il passaggio dalla tutela della vita, bene oggettivo, alla tutela della volontà di vivere, bene soggettivo e mutevole, pone questo ulteriore dilemma: se il malato non è in grado di dire se la sua vita è degna di essere vissuta, servirà qualcuno che "parli" al posto suo. Proprio come è successo nel caso di Eluana Englaro, in cui il padre-tutore ha espresso la volontà in nome della figlia. Peccato che lo si sia fatto sulla base di una frase pronunciata dalla diretta interessata oltre 17 anni prima.

E la terza criticità in che cosa consiste?

La terza criticità che si rinviene, a mio avviso, nella richiesta di archiviazione è forse la più radicale. I due PM, infatti, non affermano che esiste un diritto generalizzato di disporre della vita, cioè un diritto al suicidio per tutti; titolari di tale presunto “diritto”, sono, invece, solo coloro che si trovano “in situazioni oggettivamente valutabili di malattia terminale o gravida di sofferenze o ritenuta intollerabile o indegna dal malato stesso”.
Secondo me, una simile affermazione che riconosce il diritto al suicidio al malato e non al sano, suona come dirgli: "la tua vita vale meno di quella del sano, perché tu, e solo tu, che sei malato, puoi disporne". Questo comporta una vistosa violazione del principio d'eguaglianza.

https://labaionetta.blogspot.it/2017/07/conversazione-al-fronte-intervista.html

 

24 aprile 2017

Gli abortisti hanno un vizio: la menzogna


di Giuliano Guzzo
 
Pochi giorni fa si è avuta la conferma che la storia della povera donna veneta costretta a 23 tentativi a vuoto prima di trovare un ospedale che la facesse abortire, era – per dirla con una espressione di moda – tutta una bufala. Certo, per trovare il giusto spazio alla notizia occorreva andarsi a spulciare la stampa locale o le edizioni regionali dei grandi quotidiani, ma c’era da aspettarselo. Semmai il fatto vero, su cui a questo punto vale la pena interrogarsi, è il seguente: perché gli abortisti mentono sempre? Cosa spinge così sistematicamente i favorevoli alla cosiddetta interruzione volontaria di gravidanza alla menzogna? La domanda, si badi, è tutto fuorché provocatoria dal momento che è chiara, in Italia ma non solo, una consolidata tradizione menzognera abortista.
Una tradizione che ha preceduto la legalizzazione dell’aborto dato che risale a quando si diceva che ogni anno, a causa dell’aborto clandestino, in Italia morivano circa 20.000 donne. Peccato che l’Annuario Statistico del 1974 quantificasse le donne in età feconda (dai 15 ai 45 anni) decedute nell’anno 1972, prima cioè della Legge 194, in 15.116 e spiegasse come le morti riconducibili a dinamiche legate alla gravidanza o parto fossero 409: sempre troppe, intendiamoci. Tuttavia, inutile negarlo, un numero svariate decine di volte più contenuto di quello propagandato dagli abortisti per terrorizzare gli Italiani sull’emergenza degli aborti clandestini, pure quelli stimati – tanto per cambiare – abbondando alla grande con gli zeri. Un’altra bufala clamorosa sull’argomento era quella sul numero degli aborti clandestini. Per plagiare l’opinione pubblica, negli anni Settanta del secolo scorso, sugli aborti clandestini si davano infatti i numeri. Il Corriere della Sera del 10 Settembre 1976 li stimava essere da 1,5 a 3 milioni; in un numero de L’Espresso del 9 Aprile 1967, si parlava addirittura di 4 milioni! Mentre i quotidiani pubblicavano queste cifre assurde, uno studioso serio come il professor Bernardo Colombo, demografo dell’Università di Padova, in una ricerca elaborata con gli statistici Franco Bonarini e Fiorenzo Rossi, stimò che gli aborti clandestini, in Italia, fossero al massimo 100.000. Questo significa che le stime degli aborti clandestini che campeggiavano sulle prime pagine dei giornali dell’epoca, erano ingigantite in modo esponenziale, talvolta persino del 4000%. Chiamarle fake news, a ben vedere, sarebbe quasi un complimento!
Un’altra tesi di dubbio fondamento, per usare un eufemismo, è quella secondo cui opporsi all’aborto sarebbe da cristiani retrogradi e legalizzarlo da amanti del progresso. Peccato che tra le file antiabortiste si contino, da sempre, molti non cattolici – da Bobbio a Pasolini, con quest’ultimo che un giorno ebbe a dire: «Sono traumatizzato dalla legalizzazione dell’aborto, perché la considero, come molti, una legalizzazione dell’omicidio» -, e che i primi Stati, in epoca contemporanea, a rendere legale l’aborto furono l’URSS di Lenin, nel 1920, e la Germania di Hitler, coi nazisti ascesi al potere da neanche sei mesi quando, nel 1933, stabilirono per legge l’impegno a prevenire «le nascite congenitamente difettose». Due precedenti, converrete, non semplici da portare a modello. Ora, l’elenco delle balle abortiste potrebbe continuare, ingrandendo il dilemma da cui siamo partiti: perché gli abortisti più incalliti sentono – da decenni – il bisogno di mentire, sparare numeri a casaccio e inventare notizie di sana pianta? Le ipotesi sul tappeto potrebbero essere tante. Nel mio piccolo, ne avanzo una: quella che l’aborto volontario stesso, come diritto o facoltà contemplata da un ordinamento giuridico, sia già – di suo – una menzogna. Una finzione che si basa sull’ipotesi che si possa tollerare la soppressione di un essere umano già formato (con le sue gambe, le sue manine, il suo cuoricino, il suo Dna unico e irripetibile) ed essere contemporaneamente contrari all’omicidio. Ipotesi che, chiaramente, non sta in piedi. Una menzogna, appunto. Che impone a quanti la sposano, e non se la sentono di ammettere l’orrendo inganno, di proseguire sulla stessa cattiva strada.

https://giulianoguzzo.com/2017/04/23/perche-gli-abortisti-mentono-sempre/
 

24 marzo 2017

Suicidio assistito. Alcuni interrogativi


di Daniele Barale

Da poco è iniziato presso il parlamento l'esame del ddl sul fine vita/dat-dichiarazioni anticipate di trattamento, ai primi di marzo Fabiano Antoniani, in arte dj Fabo, è stato accompagnato dal radicale Cappato per ricevere la morte in una clinica svizzera. Fatto accaduto poco prima dell'esame parlamentare, nel tentativo di influenzarlo, al fine di trasformare le dat in vere e proprie apripista dell'eutanasia. Cosa confermata dai promotori del ddl sul fine vita, i quali hanno un obiettivo preciso, chiarito da radicale Marco Cappato, tesoriere dell'Associazione Luca Coscioni, sulle pagine di Repubblica: “Il vero passaggio sarà definire l'obbligo dei medici nel rispettare la volontà del paziente ed evitare ad ogni caso i tribunali”. In questo modo non solo si manda a quel paese il giuramento di Ippocrate, l'articolo 32 della Costituzione, bensì anche l'eventuale ripensamento del paziente.

Detto fra noi: vedere un radicale amante della libertà senza limiti, libertino e anarchico, così poco attento a non soddisfare la volontà delle persone, anche quando si contraddicono, è proprio un controsenso.

Tornando alla questione principale, è chiaro che non è da condannare Fabiano Antoniani, ma l'associazione Luca Coscioni - guardate il video ove “cercano malati terminali”, una vergogna che grida vendetta! - e il partito radicale, che hanno convinto lui e la sua famiglia che suicidarsi è un diritto e un bene. Sono da condannare le cliniche svizzere ove è possibile ricevere la morte e con essa mantenere un bio-business, che vive mentre uomini veri muoiono; condannare i politici i giornalisti e gli intellettuali alla Saviano, ché strumentalizzano la morte di Fabiano per trasformare definitivamente la "dat" in eutanasia. Insomma, così l'umanità non fa un passo avanti, ma torna indietro, molto indietro, prima del 33 d.C., quando le persone (malate e non) erano considerate oggetti... nulla.

Di fronte ad uno scenario di questo tipo torna alla mente il romanzo distopico La morte moderna di Carl-Henning Wijkmark; egli immaginò un futuro in cui la dolce morte fosse intesa come il rimedio più efficace per sfatare quel vecchio tabù che si chiama rispetto dell'esistenza umana. Non ci siamo ancora, ma quasi. Se mettiamo in fila le tappe che hanno contraddistinto in questi anni l'introduzione delle pratiche eutanasiche in stati come Oregon, Washigton, Olanda, Belgio, vedremo dipanarsi un filo che, partito con la richiesta di intervenire su casi rari e terminali, s'è sfilacciato sempre più verso un'interpretazione fumosa di che cosa significhi ciclo vitale completo. E, ovviamente, in questo grande inganno libertario, i primi a farne le spese sono stati i deboli: depressi, vecchi, down, bambini. Wijkmark terminava il suo romanzo immaginando che un giorno la morte sarebbe diventata produttiva, coi morituri inseriti in un programma di riciclo per la creazione di medicinali, concimi e mangimi.

Ma per quanto il male possa essere forte, mai riuscirà a negare che l'uomo è fatto per compiere il bene: in ogni momento può tornare indietro e bloccare la deriva antropologica in atto.

Dunque, vale la pena porsi ancora queste domande: se uno non ce la fa più, è libero di uccidersi? A prescindere dalla legge: uccideremmo uno che non ce la fa più? A riguardo della legge: uno è libero di uccidersi quando vuole. Per esempio buttarsi da un ponte se gli muore un figlio. Ma la sua scelta sbagliata non può diventare un diritto esigibile presso lo stato. Ovviamente, è una provocazione, e si continua a desiderare che nessuno faccia quella scelta.

Se di fronte ad una persona disperata, che non vuole più vivere, pensiamo che sia giusto che metta fine alla sua vita con l'eutanasia (frutto della neolingua per nascondere “suicidio assistito"), perché il soffrire non rende la vita umana degna di essere vissuta, allora ognuno potrà avere diverse situazioni in cui la vita è intollerabile. Per esempio, uno potrebbe decidere che la sua vita è finita poiché il compagno di una vita lo ha abbandonato per un'altra. O se un figlio muore; o se ha perso tutti i risparmi di una vita perché la banca lo ha imbrogliato.

Nasce spontanea la domanda: chi decide quando una condizione personale fa diventare una vita intollerabile? Solo la persona stessa può stabilirlo. E se poi le persone dovessero essere manipolate, come il Belgio e l'Olanda, paesi all'avanguardia per le leggi eutanasiche, ci ricordano: la vicenda di Marcel Ceuleneur docet; uccisa in Belgio senza che neanche fosse malata, ma plagiata da un medico: rivolgersi a un tribunale è stato inutile, non ha avuto giustizia, ma la storia è raccontata in un terrificante documentario. Purtroppo, una delle tante storie terribili. Nonostante siano paesi in cui costantemente si rassicura che “non mancano l'esperto indipendente, l'equipe di boni viri, la commissione incaricata di vagliare puntigliosamente le richieste di suicidio. E ogni volta questa “perfezione” viene meno. Ad ogni modo, l'occidente attraverso i media le istituzioni ogni giorno si presenta come una civiltà disumana, della morte.

Le leggi sull'eutanasia sono molto pericolose, possono trasformare in maniera terrificante la dimensione tragica ma umanamente suprema del momento della morte, possono desacralizzarla e portarla in un territorio brutale di calcolo costi-benefici. Ma se rifiutiamo ciò e accettiamo il nefasto criterio di cui sopra, vuol dire che siamo pronti a vivere in una società in cui ci si può far uccidere on-demand. Voi ci vorreste vivere? Io personalmente no. Diciamoci la verità. L'eutanasia non è un problema di sofferenze fisiche, la scienza le ha sconfitte. Il dolore è sconfitto. L'eutanasia adesso è il diritto a morire quando voglio, quando penso che non vale più la pena vivere, per motivi personali. Le condizioni per cui la vita può diventare intollerabile, possono essere le più diverse, e sono indubbiamente soggettive. Ma ci rendiamo conto di che società rischia di venir fuori e che in Altri Paesi si sta rafforzando? Questo è il punto. Riflessioni di un cattolico, certo, ma credo che possano essere accettate e condivise anche dai non credenti, perché frutto della ragione; purché essi non siano ideologicamente prevenuti.

Qualcosa di cattolico, ora sì, vorrei rivolgere ai miei fratelli che alla Hans Kung provano qualche simpatia per la tentazione dell'eutanasia. Leggiamo cosa dice il Catechismo:

"2280 Ciascuno è responsabile della propria vita davanti a Dio che gliel'ha donata. Egli ne rimane il sovrano Padrone. Noi siamo tenuti a riceverla con riconoscenza e a preservarla per il suo onore e per la salvezza delle nostre anime. Siamo amministratori, non proprietari della vita che Dio ci ha affidato. Non ne disponiamo.

2281 Il suicidio contraddice la naturale inclinazione dell'essere umano a conservare e a perpetuare la propria vita. Esso è gravemente contrario al giusto amore di sé. Al tempo stesso è un'offesa all'amore del prossimo, perché spezza ingiustamente i legami di solidarietà con la società familiare, nazionale e umana, nei confronti delle quali abbiamo degli obblighi. Il suicidio è contrario all'amore del Dio vivente.

2282 Se è commesso con l'intenzione che serva da esempio, soprattutto per i giovani, il suicidio si carica anche della gravità dello scandalo. La cooperazione volontaria al suicidio è contraria alla legge morale." (Per Marco Cappato e coloro che lo vedono come un “eroe”).

Non dimenticare questi punti è trovare l'aiuto prezioso per non cadere vittima delle sirene del mondo, le quali desiderano la caduta e la fine dell'umano, quindi dell'uomo.

Il dibattito sul “diritto alla morte” ci ponte di fronte a tale realtà, che vale sia per i credenti che per chi non lo è: dobbiamo decidere come guardare a noi stessi e agli altri. Dobbiamo decidere se la vita è un dono, che è il punto di partenza della nostra civiltà, o un problema da risolvere. In questo caso c’è solo una risoluzione vera al problema della vita: la morte. Però, per quello che sappiamo non possiamo e non dobbiamo arrenderci ad essa.

A Fabiano avremmo dovuto dire di avere fiducia e che anche stando su quel letto avrebbe potuto ancora scoprire tantissime meraviglie. Sì, e solo perché Cristo ci ha mostrato che il male non ha mai l'ultima parola. Ora, preghiamo per Fabiano, chiedendo a Dio che la sua anima non si sia dannata.

Ciò è quanto Don Antonio Surighi, parroco della parrocchia di Sant'Idelfonso a Milano, avrebbe dovuto ricordare a Fabiano e alla sua famiglia; e non fare semplicemente la cerimonia in memoria del ragazzo. Non basta una cerimonia per far riscoprire il senso della vita, ci vuole la presenza cristiana, sacerdotale e laica, ogni giorno e in tutti gli ambienti della vita umana. La nostra missione ci impedisce di stare fermi e di non intervenire quando il mondo diviene troppo buio. Il caso di dj Fabo ci renda vigili e ci sproni a non dimenticare chi ha bisogno. Saremo giudicati per ciò. Lo ricordiamo: “Tutto quello che avete fatto a uno di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me”. (Matteo, 25,40).

https://labaionetta.blogspot.it/2017/03/suicidio-dat-legalizzazione.html

 

02 marzo 2017

Tutte le balle radicali sull’eutanasia


di Giuliano Guzzo

Avanti il prossimo. Dj Fabo se n’è andato, ma i promotori dell’autodeterminazione assoluta sono nuovamente all’opera. «Ci sono altre due persone che stiamo aiutando», ha infatti dichiarato nelle scorse ore Marco Cappato, uscendo dalla caserma dei Carabinieri di Milano dov’è andato per autodenunciarsi. E tra un’autodenuncia e un viaggetto in Svizzera, interviste a raffica. Ieri, per esempio, l’amicone di Fabo era al Tg5 a spiegare che loro, filantropi votati a nobili cause, non fanno che battersi per il diritto di ciascuno scegliere della propria morte; che non vogliono imporre nulla ma solo lasciare a ciascuno la libertà; che legalizzare è l’unico modo per contrastare l’eutanasia clandestina; che regole certe potranno impedire abusi; che questa è una battaglia per i deboli della società. Tutto molto bello, davvero. Peccato siano tutte – ma proprio tutte – balle sesquipedali.

Primo: il diritto di morire con dignità esiste già ed è sacrosanto. Ma qui, signori, stiamo parlando di altro, e cioè del “diritto” di esser uccisi. Cambia nulla? No, cambia tutto. Se difatti esiste il mio “diritto” di essere ucciso, significa che sulle spalle di qualcun altro – alla faccia della libertà – grava il dovere di farmi fuori. Una cosa semplicemente assurda. Tanto è vero che il “diritto” di esser uccisi è riconosciuto e/o consentito, sia pure con modalità differenti, da pochissimi Stati al mondo (Belgio, Cina, Colombia, Lussemburgo, Olanda, Oregon, Svizzera). Questo non perché la quasi totalità degli altri Paesi sia cattolica, ultracattolica o segretamente nelle mani di Mario Adinolfi, ma solo perché “diritto” di esser uccisi è una follia totale, che umilia la professione medica e diffonde nella società un senso di colpevolizzazione del disabile e del malato.

Balla numero due. Non è vero che riconoscere il “diritto” di essere uccisi lasci tutti liberi di scegliere. La verità è che così si innesca un’inquietante china scivolosa, come mostrano i casi di Belgio e Olanda per l’eutanasia e di Oregon e Svizzera per il suicidio assistito, dove coloro che chiedono di morire continuano ad aumentare di anno in anno, talvolta vertiginosamente. Come mai? Per la ragione che si diceva poc’anzi: perché il riconoscimento del “diritto” di essere uccisi non è culturalmente neutro. Comporta il dare una chance alla disperazione, lanciando – sia pure non in modo diretto –  a disabili gravi e malati un messaggio molto chiaro: ma chi te lo fa fare? Perché vuoi tener botta? Pensaci bene: non potrai più riprenderti, tanto vale chiuderla una volta per tutte con questo inferno. Non puoi riprenderti la salute, almeno riprenditi la libertà, no?

Una terza bugia clamorosa è quella dell’eutanasia clandestina. Dove? Quando? Perché? I promotori del diritto” di esser uccisi non lo dicono. Loro insinuano e basta, da buoni professionisti della menzogna. Del resto, uno dei pochi studi seri effettuati sull’argomento afferma che appena il 13% dei medici italiani di rianimazione ha somministrato sostanze col deliberato intento di accelerare il processo di morte (cfr. Critical Care Medicine, 1999; Vol.27(8):1626-1633). Il che, fosse vero, vorrebbe dire che quasi il 90% dei medici non ha mai effettuato nessuna operazione con fini eutanasici, e che non può essere certo il 10% o poco più di loro, vale a dire un’esigua minoranza, a determinare lo stravolgimento della normativa vigente. Ma anche la cosa fosse di più diffusa, da quando in qua è la diffusione di un fenomeno a sancirne la legittimità? Perché se il ragionamento è questo, tanto vale legalizzare pure il traffico di armi e l’evasione fiscale, no?

La panzana numero quattro è quella degli abusi. Qui i fautori del “diritto” di essere uccisi, primatisti mondiali di faccia tosta, danno il meglio di sé. Infatti, proprio loro che, della legge che punisce l’omicidio del consenziente, se ne infischiano, ci vengono a spiegare che – con suicidio assistito ed eutanasia legale – tutto avverrebbe alla luce del sole. E’ come se la camorra venisse a spiegare che, con la legalizzazione della corruzione, non ci sarebbe più bisogno di fare tutto di nascosto, con rischi annessi e connessi. Solo che per qualche misteriosa ragione, che chiaramente esula dal radar della logica, da una parte la camorra viene considerata come malvagia e assassina, mentre coloro che portano disabili a suicidarsi degli eroi civili, infaticabili benefattori da lasciar pontificare ai telegiornali all’ora di pranzo.

L’ultima bugia – tra le più importanti, eh, perché ad elencarle tutte verrebbe notte fonda – concerne il fatto che quella per il “diritto” ad essere uccisi è una battaglia per deboli e malati. Tutto il contrario: è una battaglia voluta anzitutto dai sani sulla pelle dei più fragili. Lo dimostra il fatto che, per esempio, appena il 7% dei soggetti affetti dalla sindrome locked-in (condizione durissima, che comporta la paralisi completa di tutti i muscoli volontari del corpo) abbia pensieri o intenzione di morte, mentre gli italiani favorevoli all’eutanasia, secondo alcuni sondaggi, sono 10 volte tanti. Perché noi “sani” ci presteremmo allora a questa battaglia a scapito dei deboli? Per due ragioni, essenzialmente. Primo perché malati e disabili – inutile fare gli ipocriti e negarlo – costano, e costano tanto. Secondo perché viviamo nel terrore di ritrovarci, un giorno, a vivere una condizione simile, di paralisi o di totale dipendenza dal prossimo.

Il guaio vero, insomma, è che siamo – soprattutto i più giovani – allevati al culto dell’uomo vincente, forte, affermato. Nelle pellicole cinematografiche, nelle canzoni, nelle trasmissioni televisive, fateci caso, non c’è infatti quasi mai spazio al malato o al disabile, se non in una quota sufficiente a farci scendere qualche effimera lacrimuccia. Ci fanno una testa così per educarci contro l’omofobia vera e presunta, e contro razzismi reale e immaginari, ma sull’importanza di immedesimarci nel nostro fratello inchiodato ad un letto o a una carrozzina, solo briciole mediatiche. Solo miserabili contentini. Altrimenti il vestito da supereroi che vogliono culturalmente cucirci addosso, salvo poi lasciarci soli nella depressione conseguente allo scontro con la complessità del reale, ci andrebbe di colpo stretto. E scopriremmo al volo che non vi sono – mai – vite indegne di essere vissute, ma solo menzogne degne, queste sì, di essere abbandonate. Per tornare a dare un senso vero, e non più solo retorico, al concetto di umanità.

https://giulianoguzzo.com/2017/03/02/tutte-le-balle-radicali-sulleutanasia/

 

28 febbraio 2017

Dj Fabo, la morte e quello che ci nascondono


di Giuliano Guzzo

La morte di Fabiano Antoniani, 40 anni compiuti il 9 febbraio scorso, il dj rimasto cieco e tetraplegico dal 2014, in seguito ad un incidente stradale – e recatosi in Svizzera per porre fine a quella che considerava «una lunga notte senza fine» – è al centro, come prevedibile, di un dibattito inteso, senza dubbio appassionato, ma estremamente disonesto, nel quale le imprecisioni abbondano a tutto vantaggio di una lettura emotiva e non ragionata dei fatti. Per cercare di rimettere ordine, ritengo opportuno mettere a fuoco alcuni aspetti fondamentali, al di là dei quali l’intera vicenda continuerà ad essere equivocata.  Anzitutto, c’è da dire che Dj Fabo non era un paziente terminale dilaniato dalle sofferenze fisiche. Era, certo, una persona colpita da una condizione molto grave e senza, sulla base delle conoscenze attuali, concreta prospettiva di ripresa, ma non stava morendo. Versava cioè in una situazione serissima, ma la malattia e l’accanimento terapeutico – che si concreta nella somministrazione di cure inutili, sproporzionate o addirittura controproducenti per la salute di un paziente – non c’entravano affatto col suo stato. Sostenere il contrario, molto semplicemente, significa ignorare i contorni dell’intera vicenda.

Una vicenda – secondo aspetto da considerare – che non si è conclusa con un’eutanasia ma, più precisamente, con un suicidio assistito. L’eutanasia propriamente detta, infatti, è legale solo nei tre paesi del Benelux (Paesi Bassi, Belgio e Lussembugo), mentre Dj Fabo era stato accolto per morire nella clinica Dignitas di Forck, ad una decina di chilometri da Zurigo, poiché in Svizzera il suicidio assistito è legale. Come mai i media, da bravi, preferiscono parlare di eutanasia? La risposta è semplice: perché sono molti più gli italiani favorevoli all’eutanasia che al suicidio assistito. E chi vuole condizionare l’opinione pubblica, lo sa benissimo.

Un terzo aspetto da considerare è strettamente procedurale. Dignitas stessa, infatti, tiene a precisare che «per ogni singolo caso, un viaggio di questo genere, il colloquio con un medico, la redazione di una ricetta e il suicidio assistito è preceduto da un iter che normalmente richiede fino a tre mesi, ma che può durare anche più a lungo. Solo dopo questa procedura preparatoria, entro tre o quattro settimane, potrà aver luogo il suicidio assistito» (Come funziona Dignitas, p.4). Ora, come sappiamo Dj Fabo è morto ieri, lunedì 27 febbraio. Ecco, anche se molti non lo fanno osservare, non si tratta di una data casuale. Per un motivo semplice: è lo stesso giorno in cui era stato calendarizzato dalla conferenza dei capigruppo della Camera dei Deputati, l’inizio della discussione del disegno di legge sulle direttive anticipate e sul consenso informato. Ora, possibile che una morte che richiede – secondo Dignitas – un iter di diverse settimane, sia avvenuta proprio in questa data, o forse tutto ciò risponde ad un disegno politico? Pare il caso di chiederselo. Di certo la tempistica, come si è visto, dà da pensare. Inclusa quella di diffusione della notizia. A chi non l’avesse notato, infatti, ricordiamo che dj Fabo è morto alle 11:40, neppure dieci minuti dopo – alle 11:48 – Marco Cappato, che lo aveva accompagnato in Svizzera, ha twittato “la notizia”, che alle 11.55 era già il titolo di apertura di tutte le grandi testate nonché quella di tutti i telegiornali. Nessun complottismo, sia chiaro, ma se qualcuno avesse cinicamente pianificato a tavolino il tutto, per dare una eco mediatica massima a questo fatto, non avrebbe potuto fare di meglio.

A questo punto, uno potrebbe intelligentemente obiettare che si sta parlando di una morte per suicidio assistito, mentre il Parlamento si sta occupando di biotestamento. Ebbene, questo qualcuno coglierebbe nel segno nell’evidenziare che o le due cose – il suicidio assistito di Fabo e il testamento biologico – sono disgiunte, oppure strettamente connesse pur sembrando distinte. L’ipotesi corretta è la seconda. Infatti, anche se formalmente il suicidio assistito in Italia è punito (smettiamola, per piacere, di mentire dicendo che in Italia una legge non c’è: esiste eccome, e sanziona quello che correttamente definisce omicidio del consenziente), introducendo il biotestamento, apripista dell’eutanasia omissiva, si mira a renderlo presto legale, magari grazie a qualche sentenza “creativa” della magistratura. Morale della favola, al di là del dolore per la morte del quarantenne italiano, quella che resta è la sensazione d’aver assistito ad un macabro teatrino allestito per condizionare l’opinione pubblica. Nascondendo alla gente molte curiose coincidenze così come il fatto che laddove si riconosce il diritto a morire, la morte si fa cultura e porta oltre l’immaginabile. Cito due esempi soltanto. Il primo è quello dell’Oregon, dove il suicidio assistito è legale dal 1998, il tasso di suicidi nella popolazione generale è del 49% più elevato rispetto alla media nazionale; la stessa Svizzera ha un tasso di suicidio circa doppio a quello italiano. Il suicidio assistito può favorire una tendenza al suicidio? Così sembrerebbe, ma non ve lo raccontano: i dubbi seri, a chi fa propaganda, non interessano. Secondo esempio per riflettere. E’ la storia di Anne, un’insegnante britannica recatasi pure lei nella clinica Svizzera Dignitas per ottenere il suicidio assistito. Il motivo? Non riusciva ad adattarsi alle tecnologie e ai tempi moderni, ai computer e alle e-mail, e anche al consumismo e ai fast food. Perciò ha chiesto di morire ed è stata accontentata: ne parlava Repubblica il 7 aprile 2014. Non è una bufala. Le bufale le raccontano i promotori della cosiddetta autodeterminazione assoluta, che da una parte allestiscono teatrini di morte, e dall’altra ci fanno credere che la contrarietà al suicidio sia un valore cattolico, quando basterebbe leggersi Immanuel Kant: «Chi si toglie la vita […] si priva della sua persona. Ciò è contrario al più alto dei doveri verso se stessi, perché viene soppressa la condizione di tutti gli altri doveri» (Lezioni di etica, Laterza, Bari, 2004, pp. 170-171). Che dire? Mentono, mentono sempre. Ed hanno i media dalla loro. Ma non il buon senso, che rimane esclusiva degli apoti, quelli che non la bevono.

https://giulianoguzzo.com/2017/02/28/dj-fabo-la-morte-e-quello-che-ci-nascondono/

 

24 febbraio 2017

Seguire lo «spirito» di Pannella? No, grazie


di Giuliano Guzzo

Houston, abbiamo un problema: la Chiesa, o comunque una parte non trascurabile dei suoi esponenti, si è innamorata persa dei radicali. Sì, proprio di quelli che – battendosi per divorzio, aborto, figli in provetta, spinelli liberi, eutanasia – hanno dato e continuano a dare un contributo decisivo alla devastazione culturale, demografica e spirituale dell’Italia; per capirci, l’Erode, con la sua strage degli innocenti, a confronto era uno sprovveduto. Esagero? Non è vero niente? «La CEI guarda con attenzione a questa iniziativa e come Segreteria generale dà una convinta adesione». Queste le parole con cui il sottosegretario e portavoce della CEI comunicava l’adesione della Chiesa italiana alla Marcia per l’Amnistia, la Giustizia, la Libertà promossa dal Partito Radicale il 6 novembre scorso a Roma. Vorrei tanto sbagliarmi, ma di fronte ad «una convinta adesione» è la lingua italiana ad inchiodare alla realtà chiunque non viaggi coi paraocchi.

Un caso isolato? Nient’affatto. Lo scorso 17 febbraio, direttamente dalla sede del Partito Radicale, è arrivata non da parte di un pretino di periferia bensì da un arcivescovo, oltretutto Presidente della Pontificia accademia per la vita, un’apologia di Marco Pannella: «Credo che il Marco pieno di spirito continua a soffiare. Un uomo che […] che sa aiutarci a sperare […] Questo nostro mondo ha bisogno più che mai forse più di prima di uomini […] come lui […] mi auguro che lo spirito di Marco ci aiuti a vivere in quella stessa direzione». Purtroppo, in questa sbornia radicaleggiante, anche il Santo Padre in persona ci ha messo del suo. Il riferimento, qui, è all’inserimento papale di Giorgio Napolitano ed Emma Bonino «tra i grandi dell’Italia di oggi», effettuato – senza più smentita -, nel febbraio dello scorso anno, in un’intervista concessa da Casa Santa Marta al Corriere della Sera.

Avessero potuto parlare, Eluana Englaro e i nascituri aspirati dal ventre materno con una pompa di bicicletta avrebbero dissentito, ma c’è la concreta speranza che il pontefice, essendo argentino, ignori la storia d’Italia o la segua piuttosto distrattamente. Tuttavia, il fatto grave resta: della politica radicale, tra uomini di Chiesa, pare non sia più possibile parlare, se non con commossa riconoscenza. In tempi normali, anziché parlare del bisogno di farsi guidare dallo «spirito» di Pannella, si sarebbe vigorosamente evidenziato quello di pregare per l’anima del leader radicale; «tra i grandi dell’Italia di oggi» si sarebbero richiamati Massimo Gandolfini e Paola Bonzi; si sarebbe data «una convinta adesione» al Family Day, che invece il giorno dopo ottenne più spazio sulla prima pagina di Repubblica, ed è tutto dire, che su quella di Avvenire. Gli attuali, dunque, non sono affatto tempi normali, anzi pare si faccia a gara a chi la spara più grossa ed è questo, Houston, il nostro peggior problema.

https://giulianoguzzo.com/2017/02/24/seguire-lo-spirito-di-pannella-no-grazie/

 

21 ottobre 2016

Se la Chiesa marcia con i Radicali


di Giuliano Guzzo

«La CEI guarda con attenzione a questa iniziativa e come Segreteria generale dà una convinta adesione». Le parole con cui il sottosegretario e portavoce della CEI, don Ivan Maffeis, ha comunicato l’adesione della Chiesa italiana Marcia per l’Amnistia, la Giustizia, la Libertà promossa dal Partito Radicale il 6 novembre a Roma, non chiedono di essere interpretate né contestualizzate, perché sono chiarissime. E con estrema chiarezza attestano come la stessa CEI che ieri ha ritenuto di non appoggiare eventi come la Marcia per la Vita o il Family Day, abbia fatto una tragica scelta di campo e oggi giaccia, scodinzolante, alla corte dei nipotini di Marco Pannella cui peraltro questa Marcia è dedicata. Certo, poi si potrà sempre dire come l’adesione – pardon, la «convinta adesione» – ad un evento non implichi per forza la condivisione dell’intero progetto politico di chi la promuove. Si potrà pure arrampicarsi sugli specchi affermando che Marcia per l’Amnistia, la Giustizia, la Libertà, in realtà, oltre che a Pannella è intitolata pure a Papa Francesco.
Il punto però, mi si passi l’espressione poco aulica, è che non siamo tutti scemi. E sappiamo bene che la Segreteria generale della CEI è nelle mani di un monsignore secondo cui Sodoma non è stata mai distrutta, che ha “contestato” le unioni civili con decisione impercettibile (ci sono «altre priorità», diceva…) e la cui ascesa a quella posizione è coincisa con uno scadimento palese del quotidiano Avvenire, ieri più battagliero che mai e oggi appiattito sul politicamente corretto, ridotto ad una surreale equidistanza tra il comunque discutibile Trump e l’abortista e guerrafondaia scatenata Clinton, a parlare male della Brexit nonché a dare ad eventi come il citato Family Day minor spazio, in prima pagina, di quello riservato da testate laiciste come Repubblica. Dunque la triste notizia dell’adesione della Marcia dei Radicali stupisce fino ad un certo punto, inserendosi in un percorso purtroppo già segnato e rispetto al quale risulta impossibile non porsi degli interrogativi: dove stiamo andando? E dove andremo a finire? Il prossimo passo? Una trasmissione della Bonino sulla tv dei vescovi italiani? Una rubrica di Cappato su Avvenire? Che cosa?
Sono dubbi che avanzo senza ironia, anzi con dispiacere. Perché so – come lo sanno in tantissimi – che la Chiesa italiana è anche, anzi soprattutto, composta da bravissimi sacerdoti, da pastori che hanno davvero, per dirla con Papa Francesco, l’«odore delle pecore» e non quello di Confindustria, sul cui giornale il Segretario generale delle CEI è casualmente editorialista. So pure che molti che leggono ancora Avvenire – inclusi alcuni che tutt’ora vi scrivono e collaborano – sono ottime persone nonché, in alcuni casi, cari amici. Tuttavia di fronte ad una Chiesa i cui vertici sbandano tanto clamorosamente, di fronte ad un disorientamento che si traduce in scandalo quasi quotidiano, credo sia impossibile tacere. Di più: credo sia doveroso alzarsi in piedi e scandire la propria indignazione. Scriveva l’indimenticabile Giovannino Guareschi (1908-1968) che «quando i generali tradiscono, abbiamo sempre più bisogno della fedeltà dei soldati». Beh, credo che vi sia mai stato bisogno, come oggi, di questa fedeltà. Non per coerenza fine a se stessa né per l’orgoglio di credersi migliori, ma per quel che, come cattolici, siamo chiamati a testimoniare. Senza l’obbligo di piacere a nessuno, figurarsi ai Radicali.

https://giulianoguzzo.com/2016/10/21/se-la-chiesa-rincorre-i-radicali/
 

21 maggio 2016

La dittatura del Partito Radicale di Massa


di Giuliano Guzzo
Il coro pressoché unanime seguito alla morte di Marco Pannella, non ancora sepolto e già risorto nelle celebrative e nostalgiche parole di politici, giornalisti e – addolora dirlo – persino sacerdoti ed alti prelati, è qualcosa di troppo vasto e imbarazzante, per impedire a chiunque di cogliere che si sta celebrando la nascita di un nuovo, travolgente soggetto politico: il PRM, il Partito Radicale di Massa. Previsto con enorme anticipo, su tutti, dal grande Augusto Del Noce (1910–1989) nel suo Il suicidio della rivoluzione (1978) – in cui spiegava che «l’esito dell’eurocomunismo» non avrebbe potuto «essere che quello di trasformare il comunismo in una componente della società borghese ormai completamente sconsacrata» -, il PRM non è solo un soggetto politico nuovo ma del tutto monopolizzante, che oltre a superare sta annientando quel che resta di Destra e Sinistra inglobandole sotto le insegne del Pensiero Unico.
Dell’esistenza di questo Partito – esistenza oggi constatabile sulla base di tantissimi elementi, primo fra tutti l’impressionante prossimità che, a livello parlamentare, le forze politiche fanno registrare sui temi etici, sui quali le divisioni sono, salvo rarissimi casi, pura finzione – si vociferava da tempo, ma il decesso del suo italico profeta è stata l’occasione della fondazione ufficiale. Del resto, solo con una morte poteva esordire un Partito che di morte odora lontano un miglio, radunando tutti i favorevoli all’aborto di Stato, alla fecondazione extracorporea, alla legalizzazione delle cosiddette droghe leggere nonché – per restare in tema – alla “dolce morte”, appunto. Ma la forza di questo nuovo soggetto non nasce solo dal numero dei suoi adepti, ma anche dal quello delle sue sedi territoriali. Quante sono? Quanti sono i suoi adepti.
Il PRM, infatti, è completo sia di una dimensione religiosa individualistica – condensata nel culto, come osserva il filosofo Marcello Veneziani, alla divinità cinica ed egoista di Kazzimiei – sia di un potere talmente esteso da non temere alcuna competizione elettorale. Del resto, che bisogno dovrebbe avere di elettori, un Partito che vanta già sudditi? Perché dovrebbe preoccuparsi del consenso, un Partito che controlla già coscienze omologandole su tutti i temi antropologicamente decisivi? Per quale ragione affannarsi a raccogliere iscrizioni quando si hanno già milioni di adesioni inconsapevoli e volontarie al tempo stesso? Il PRM non segue i sondaggi, non teme le urne, né i referendum costituzionali. Solo di una cosa ha enorme paura: della Verità, intesa come svelamento di tutte le menzogne sulle quali un’antropologia individualistica si sostiene propagando il verbo di Kazzimiei.
La forza della Verità – senza dubbio irresistibile – non deve però far credere che il PRM sia a rischio di sconfitta né, tanto meno, di scioglimento dato che il suo radicamento, oggi, è persino superiore alle previsioni di Del Noce, che probabilmente non immaginava un arruolamento massiccio, nel Partito, anche di uomini di Chiesa. Inoltre, la Verità – a differenza delle menzogne – abbisogna di testimoni, di gente disposta a perderci; ma la gente disposta a perderci per la Verità è oggi molta meno, purtroppo, di quella disposta a perdersi per il Partito. Viene così facile pronosticare, almeno nel breve termine, una ulteriore espansione di questa entità omologante, che seguiterà  orwellianamente a collezionare nuove reclute quasi agli stessi ritmi con cui colleziona errori. Tanto, il solo scopo che si prefigge è il Caos, lo svuotamento etico foderato di filantropia.
Non sentirete infatti mai esplicite parole d’odio o di rabbia da parte di uomini del Partito, non perché odio e rabbia oggi siano scomparsi – tutt’altro , ma perché i sentimenti forti, qualunque essi siano, rischiano di rianimare l’elettroencefalogramma di una massa che deve essere anestetizzata, che non deve più vivere ma vegetare. Il PRM propone così una solidarietà al ribasso, uno stare insieme che sia coesistenza senza essere fratellanza, convivenza senza essere comunione, tutti insieme eppur tutti soli, senza radici né in Cielo né in terra: non in terra per non ricordarsi di avere una memoria da coltivare, non in Cielo per non sognarsi un futuro da costruire. Purtroppo per il PRM, però, l’uomo ha desideri più grandi delle sue minime necessità e, per quanto il Pensiero Unico prosperi come prospera oggi, ci saranno sempre alcuni con nostalgia di Verità, di cose grandi e pure. Una nostalgia destinata, un domani, ad incenerire il PRM, che finirà nel Nulla per cui si è sempre battuto.

 

19 maggio 2016

Marco Pannella, una vita contro la Vita.


di Francesco Filipazzi

Marco Pannella è morto poco fa, dopo aver lottato contro due tumori. La stampa è già in procinto di santificarlo e non è detto che qualcun altro possa prendere la proposta sul serio (anche in Vaticano). Da cattolici, non possiamo fare altro che sperare che si sia convertito in punto di morte, e pregare che Dio lo accolga al suo cospetto.

Il suo impegno per i “diritti civili”, a parte quello per le condizioni nelle carceri, ha contribuito a creare gravi ferite nella società italiana, poiché le sue battaglie sono traducibili in droga, divorzio, aborto ed eutanasia, ma noi vogliamo sottolineare che non si può certo addossare tutta la colpa di ciò che è accaduto negli ultimi 50 anni ad un uomo solo. E’ vero, Pannella ha condotto molte battaglie, ma in Parlamento non c’era, o aveva un peso irrisorio.

Per questo, pensiamo che nonostante tutto, nonostante si sia battuto a favore di tutto ciò contro cui noi ci battiamo, il leader radicale almeno è stato coerente, mentre dietro di lui si sono trincerati molti incoerenti, traditori e infami. Per questo, la morte di Pannella può essere un buon motivo per ricordare che mentre lui si batteva per certe “conquiste”, altri lo hanno usato come testa di ponte, si pensi a vasti settori della Democrazia Cristiana, mentre altri ancora - soprattutto negli ultimi anni - hanno deciso di abbandonare la battaglia a favore della vita, preferendo accomodarsi sull’ideologia pannelliana, che ormai è diventata ideologia di riferimento, nell’Italia del 2016.

Ma la colpa, diciamo noi, è di chi vince la battaglia o di chi, senza valide motivazioni, per starsene tranquillo, rinuncia a combattere? La colpa che in Italia vengano praticati milioni di aborti è colpa di Pannella o di chi li pratica? Il divorzio non è forse stato in qualche modo approvato anche da chi diceva di stare dalla parte della famiglia? E la Chiesa oggi dov'è?

Facile, diciamo noi, dare tutte le colpe ad un uomo solo. E’ vero, ha vissuto tutta la sua vita a battersi contro la vita, ma la colpa, signori miei, è collettiva. Nell’Italia del 2016 ben pochi possono dirsi innocenti. La foglia di fico che si chiamava Pannella è caduta ed oggi tutta la nazione, sempre più dannata, è nuda davanti a Dio con i suoi orribili peccati.
 

02 febbraio 2016

Cosa succederà dopo il 30 gennaio?


di Alessio Calò

Il 30 gennaio è stato un grande giorno, come hanno scritto su questo blog Salvatore Cammisuli e Giuliano Guzzo: un popolo da tutta Italia (interessante la genesi che ne ha offerto la Miriano) si è mosso e ritrovato a Roma per difendere la famiglia dallo smembramento, concretizzato in questi tempi dal ddl Cirinnà. Un popolo che, dopo le prime titubanze e paure, sta crescendo e si sta organizzando per "avviare processi" (EG) che proseguiranno dopo il Family Day, perché la guerra è appena iniziata. Proponiamo ai nostri elettori qualche spunto di riflessione.

Il primo riguarda la "profanazione" di piazze storicamente simbolo delle rivendicazioni della sinistra. Prima San Giovanni, teatro del Family Day del 20 giugno, poi il Circo Massimo. Piazze che un tempo venivano riempite dalla sinistra (pare che nel 2002 Cofferati ci avesse portato - con l'apparato iper organizzato e iper finanziato della CGIL - 3 milioni di persone; fatto ben strano se l'ANSA ha dichiarato che al Circo Massimo ne entrano al massimo 300 mila), la stessa sinistra che oggi riesce a riempire a mala pena qualche autobus (forse perché preferisce i trenini).
Ci spiace poi che la sinistra abbia cambiato target di riferimento, passando dai diritti sociali a quelli (in)civili: la sinistra vera dovrebbe tornare a pensare al lavoro, ai poveri, alle difficoltà delle famiglie, piuttosto che ai capricci degli alto-borghesi. Dovrebbe difendere il proletariato (ovvero coloro che hanno come ricchezza solo i propri figli) e combattere il capitale, arricchito dal commercio dell’utero in affitto (con la compravendita di donne e bambini) e dai lauti profitti dell’industria contraccettiva e abortista. Ma forse questa sinistra, ormai tristemente avviata sul sentiero radical-chic (come intuì il grande filosofo Del Noce), non è che l'utile idiota dell’oligarchia finanziaria al potere.

Il secondo spunto riguarda il ruolo della CEI (e appendici), rispetto al Family Day del 2007: il passaggio dalla gestione trainante di Ruini a quella trainata (quando non zavorrante) di Bagnasco ha rivelato come, grazie anche agli interventi provocatori del segretario Galantino (lo ringraziamo davvero per averci permesso di farla finita con certo clericalismo cattodem), l’autonomia dei laici sia cresciuta, fino ad ottenere ex post la benedizione della CEI. Che dire? Abbiamo risposto al meglio alla richiesta del Santo Padre di lasciarci alle spalle qualsiasi tipo di "input clericale", anche se il sostegno morale dei pastori ci sarebbe di grande conforto (ringraziamo mons. Bregantini per la sua preziosa presenza al Circo Massimo).

Dal punto di vista della politica, regno del cinismo e della furbizia, al Circo Massimo abbiamo assistito ad una testimonianza e ad un segnale importanti: un popolo stanco di fuffa renziana e poltronismo alfaniano reclama una considerazione seria, e non ha più paura di farsi sentire. Renzi non faccia il furbo né l'arrogante, sappiamo bene che sta spostando l'attenzione su temi mediaticamente sensibili per mettere in secondo piano i lavori sulla riforma costituzionale (che dire anti-democratica è poco) e nascondere il fallimento della sua politica economica eterodiretta (inutile far finta di battere i pugni sul tavolo della Merkel quando questa ti tratta da sub-umano), che sta trasformando l'Italia in un deserto industriale popolato da un esercito di riserva.
Ora rimaniamo comunque in attesa (non passiva ovviamente) di vedere il percorso del ddl Cirinnà: cerchiamo di resistere fino all'estate e poi aspettiamo che Renzi si logori con il referendum costituzionale, quando i i grillini – e non solo – lo massacreranno.

Intanto ci dovremo sorbire la martellante campagna omosessualista iniziata sui media (abbiamo avuto un bell’esempio domenica: pomeriggio con la d'Urso tutto pro-gender, tribunale giacobino a La7 per la Miriano, le Iene a declamare la bellezza delle coppie omo-genitoriali, la notte su Rai3 con le continue prese in giro al Family Day), che comunque conferma il successo del Family Day: ci ripropineranno le palle dei figli del principe della menzogna, come i 100.000 figli di coppie gay, la madre come "concetto antropologico", la superiorità delle coppie gay rispetto alle famiglie nell'educazione dei bambini, quel che conta è l'amore, ecc.

Cari amici, siamo "strumenti insufficienti", ma "il Signore ci aiuterà e Maria Sua Santissima Madre sta dalla nostra parte"!
 

10 novembre 2014

Due (enormi) balle per promuovere l’eutanasia


di Giuliano Guzzo

«Due delle ragioni che giustificherebbero da sole la legalizzazione della eutanasia in Italia sono il fenomeno della eutanasia clandestina (circa 20mila casi l’anno) e quello dei suicidi di malati (1.000 l’anno, e più di 1.000 tentativi di suicidio)», si legge sul sito de L’Espresso in un intervento a firma di Carlo Troilo, intervento forte e persuasivo sin dal titolo: “Se mille suicidi vi sembran pochi”. Ora, chi si limitasse alla lettura integrale dell’articolo, potrebbe anche sposarne le ragioni. Legittimamente. Del resto non s’intende, qui, esprimere parere alcuno sulla “dolce morte” né sull’autodeterminazione ma solo segnalare come i due argomenti principali prodotti – 1.000 suicidi e 20.000 casi di eutanasia clandestina l’anno – siano non solo poco corretti, ma totalmente destituiti di fondamento.
Partiamo dai «suicidi di malati (1.000 l’anno, e più di 1.000 tentativi di suicidio)». E’ vero che ci sono stati 1.316 suicidi aventi la malattia come movente, ma non va dimenticato – come del resto precisa la stessa tabella Istat a cui rimanda il sito de L’Espresso (Dati 2008) – come la stragrande maggioranza di questi riguardino malattie psichiche (1.010) e non malattie fisiche (306); stesso discorso per i tentativi 1.382 tentativi di suicidio: quasi tutti causati da malattie psichiche (1.259) anziché da malattie fisiche (123). Posto che pure il dato sui suicidi per malattie fisiche andrebbe preso con le pinze (quante di queste morti si sono verificate nonostante cure adeguate e quante, purtroppo, in carenza di esse?), meraviglia che si taccia sulla prevalenza statistica delle malattie psichiche, che certo non hanno un legame diretto col dolore fisico che tanto, giustamente, spaventa.
Abbiamo cioè soggetti che magnificano l’autodeterminazione, ma poi ci nascondono il fatto che i dati che loro chiamano in causa riguardano per lo più persone che, in conseguenza di un disagio mentale, non sono state affatto così libere di scegliere. Bella presa per i fondelli. Ma non è la sola, dato c’è un altro dato da smascherare: quello sul «fenomeno della eutanasia clandestina (circa 20mila casi l’anno)». Qui L’Espresso neppure rinvia alla fonte, ma solo ad un pezzo di Repubblica che presenta un’indagine dell’Istituto Mario Negri. Si tratterebbe, secondo Troilo, della «ricerca più autorevole sulla eutanasia clandestina». Peccato che sul sito degli autori della ricerca, curata dal GiViTI – acronimo che sta per Gruppo Italiano per la Valutazione degli interventi in Terapia Intensiva -, un comunicato stampa del dottor Bertolini, responsabile di GiViTI, prenda le distanze proprio dalle manipolazioni radicali.
«Purtroppo i dati di quella importante ricerca – scrive il dottor Bertolini - sono stati riportati in maniera distorta e scorrettatravisando completamente la loro portata e il loro significato. Cerchiamo quindi di fare un po’ di chiarezza […] La ricerca del GiViTI ha mostrato che nel 62% dei decessi avvenuti in Terapia Intensiva, la morte è stata preceduta da una qualche forma di limitazione terapeutica, dopo che è stata verificata l’inefficacia delle cure. In questo senso, è frutto di ignoranza, di superficialità o peggio di malafede porre sullo stesso piano l’eutanasia e la desistenza da cure inappropriate per eccesso, come purtroppo si è visto fare in queste ore. Questa campagna di grave disinformazione non solo è lesiva di un comportamento virtuoso da parte di tanti medici intensivisti, ma impedisce lo sviluppo di una corretta discussione su temi tanto delicati e sensibili all’interno della società civile» (03.05.2013).
Se sono queste le «ragioni che giustificherebbero da sole la legalizzazione della eutanasia in Italia» il fronte a favore della “dolce morte” è messo davvero male. Non solo: se c’è bisogno di arrivare a mentire, a manipolare numeri e a farsi persino sconfessare dagli autori delle ricerche citate a supporto delle proprie tesi, le possibilità sono due: o queste tesi sono fallaci e truffaldine come gli argomenti che le dovrebbero supportare, oppure c’è parecchio da fare. Che i lettori si facciano, giustamente – e in vera libertà, almeno loro -, l’idea che credono; ma stiano bene attenti perché questi signori che oggi la sparano grossa sull’eutanasia clandestina sono culturalmente figli e nipoti, se non fratelli, di coloro che ieri la sparavano grossa sull’aborto clandestino che in Italia, ogni anno, si sarebbe ripetuto milioni di volte. Poi è l’aborto clandestino e divenuto aborto di Stato e a diventare clandestina, da allora in avanti, è stata la stessa che oggi si tenta di nascondere ancora: la verità.

 

25 giugno 2014

I Radicali bacchettano Papa Francesco

di Giuliano Guzzo

Sembra già passato un secolo da quando Papa Francesco, lo scorso mese di aprile, ha telefonato a Marco Pannella mentre costui era impegnato nel suo ennesimo digiuno. Ora però tutto è cambiato ed i rapporti fra Santa Sede e Radicali sono decisamente più freddi, o almeno così sembra a giudicare dalle parole arroventate che Marco Perduca, rappresentante all’Onu del Partito Radicale, ha riservato al Santo Padre reo, nei giorni scorsi, d’essersi apertamente schierato contro ogni regolamentazione delle cosiddette droghe “leggere”, una delle battaglie radicali per eccellenza.
 

13 febbraio 2014

Le bufale sulla Fini-Giovanardi

di Giuliano Guzzo
La Consulta ha bocciato la Fini-Giovanardi. La notizia era tutta qui, poi sono fioccati i commenti, le dichiarazioni o meglio le divagazioni per non dire le stupidaggini tipiche di un sistema, quello politico, dove vince chi la spara più grossa. In effetti, la notizia dell’incostituzionalità di questa legge, oltre a sollevare prevedibile entusiasmo, ha fatto sì che più si qualcuno si sia lasciato prendere la mano e le abbia sparate grosse. Dato che però non tutti, comprensibilmente, hanno tempo e voglia di verificare la fondatezza di certe uscite, chiamiamole così, ecco una sintesi delle tre bufale peggiori circolate ieri a commento del verdetto della Consulta.
 

13 ottobre 2013

“Eutanasia legale”, le 5 bufale radicali

di Giuliano Guzzo

Condensare tante bugie ed imprecisioni in poche righe è impresa difficile. Occorrono abilità, determinazione e soprattutto esperienza di propaganda; tutte qualità di cui i radicali sono maestri indiscussi, a partire da quando, decenni fa, non si fecero problemi a divulgare cifre del tutto surreali a proposito degli aborti clandestini e del numero di donne morte per mano delle mammane. Per questo non stupiscono i molti errori presenti nel testo della Proposta di legge di iniziativa popolare su: Rifiuto di trattamenti sanitari e liceità dell’eutanasia, per la quale è avviata, a livello nazionale, una raccolta firme. Errori che, per comodità di chi legge, ci permettiamo di sintetizzare e presentare in cinque punti, iniziando dalla relazione introduttiva.
 

19 settembre 2013

"Fine pena mai" o "mai pena senza fine"?

di Alfredo De Matteo
Uno dei dodici quesiti referendari proposti dai radicali di Pannella riguarda l’abolizione del carcere a vita. L’idea che sia addirittura immorale condannare alla pena dell’ergastolo l’autore di crimini particolarmente brutali è circoscritta a poche persone e a sparuti gruppi di pressione oppure, in realtà, è una ipotesi che circola con una certa insistenza da diversi decenni nell’ambito culturale italiano e mondiale? Basti dire che una discreta parte della classe politica si è già schierata per l’abolizione e che lo stesso mondo cattolico non sembra scartare a priori tale irragionevole tesi. D’altra parte, Papa Francesco, seppur con diverso spirito, ha recentemente firmato un “motu proprio” in materia penale che tra le altre misure prevede l’abolizione del “fine pena mai” nello Stato della Città del Vaticano, sostituito con la detenzione dai trenta ai trentacinque anni.
Quali sono i presupposti filosofici su cui si basa la tesi dell’illiceità dell’ergastolo? E’ utile a questo punto fare una premessa: in una società che sembra avere come unico punto di riferimento il relativismo etico e morale, in cui non esistono valori assoluti ma tutt’al più soggettivi punti di vista, risulta contraddittorio e paradossale (ma estremamente significativo) che soprattutto sui temi etici si ricorra da più parti ad affermazioni assolute, non soggette a verifica o a dibattito, come quella in base a cui la pena ha come principale o unica finalità il reinserimento sociale del condannato. E’ infatti in quest’ottica che trova giustificazione la tesi secondo cui privare l’autore di un delitto della possibilità di potersi reinserire nella società civile una volta scontata la pena, costituisca una inutile quanto crudele punizione.

Ma è proprio così? Qual è lo scopo principale della pena? L’argomento è complesso e merita ben altro approfondimento. Tuttavia, già il ricorso al buon senso e al corretto uso della ragione ci consente di far emergere l’evidente illogicità di un siffatto modo di ragionare. Infatti, posto che sia indice di civiltà abolire l’ergastolo è giocoforza necessario sostituire tale misura con un’altra che renda possibile il reinserimento sociale del condannato (a meno che non si voglia abolire completamente il carcere …). Già emerge un primo problema: quanti anni vanno comminati al posto del carcere a vita? Trenta, venti, quindici o dieci? Dipende senz’altro dall’età del reo perché se trent’anni non sono troppi per un ventenne lo sono per un cinquantenne o un sessantenne. Infatti, se è possibile un reinserimento nella società a cinquant’anni (anche se tale ipotesi rimane solo teorica) è logicamente impossibile per un ottantenne o un novantenne, o almeno è estremamente improbabile, sia per l’età molto avanzata sia per il fatto che è alquanto probabile che egli muoia prima di riuscire a scontare tutta la pena. Dunque, dovremmo prevedere per i medesimi delitti pene sempre diverse a seconda dell’età del condannato (e aggiungerei del suo stato di salute e delle sue risorse caratteriali): può questo corrispondere alle autentiche esigenze di giustizia di uno Stato? Certamente no, dal momento che la pena deve essere proporzionale alla gravità del crimine commesso. A conferma di ciò, è facile constatare il frequente verificarsi della situazione seguente: quando viene condannato ad una pena relativamente blanda l’autore di un delitto efferato o di particolare rilevanza sociale (ad esempio i crimini connessi con la mafia o col cosiddetto femminicidio) sia i parenti delle vittime, sia l’opinione pubblica reclamano giustizia e chiedono a gran voce l’applicazione di una sanzione maggiore, indipendentemente dall’età del reo.
Pertanto, sembra proprio che la tesi abolizionista non poggi su alcuna base razionale ma che anzi sia il prodotto, tra l’altro, di una visione della vita orizzontale e materialista, priva di ogni riferimento al trascendente nonché di una reale attenzione alle esigenze spirituali del condannato. E’ infatti tramite la pena che il detenuto può emendarsi ed abolire la possibilità di scontare il carcere a vita (e aggiungerei anche quella di venire giustiziato) nel caso dei delitti più gravi, riduce le possibilità di una sua completa guarigione spirituale (più la colpa è grave maggiore è il tempo necessario per espiare).

Giova, a questo punto, riportare il Catechismo della Chiesa Cattolica:
2266 Corrisponde ad un'esigenza di tutela del bene comune lo sforzo dello Stato inteso a contenere il diffondersi di comportamenti lesivi dei diritti dell'uomo e delle regole fondamentali della convivenza civile. La legittima autorità pubblica ha il diritto ed il dovere di infliggere pene proporzionate alla gravità del delitto. La pena ha innanzi tutto lo scopo di riparare il disordine introdotto dalla colpa. Quando è volontariamente accettata dal colpevole, essa assume valore di espiazione. La pena poi, oltre che a difendere l'ordine pubblico e a tutelare la sicurezza delle persone, mira ad uno scopo medicinale: nella misura del possibile, essa deve contribuire alla correzione del colpevole.

Dunque, confidando sulla ragione e su quanto riportato nel Catechismo (che ad essa è sempre conforme) è possibile affermare, senza paura di smentita, che il reinserimento sociale del condannato non è lo scopo principale della pena, sia perché vengono prima le esigenze di giustizia sia perché, in realtà, ciò che conta veramente è che egli si emendi dalla colpa e non semplicemente che “si rifaccia una vita” una volta in libertà, come vorrebbero i pluriomicidi Marco Pannella ed Emma Bonino …
 

04 settembre 2013

Berlusconi e i radicali: storia di una brutta amicizia

La firma di Berlusconi a favore dei 12 quesiti referendari proposti dai Radicali non può essere assolutamente giustificata. Su questo noi camparini siamo tutti d'accordo. Tuttavia, sulla figura e il ruolo di Silvio e sull'atteggiamento di certi cattolici "di destra" al suo riguardo, il dibattito ferve e, forse, ferverà sempre. Ecco qui due riflessioni. Certamente una è più dura con Berlusconi e l'altra tenta di "assolverlo". Ad ogni modo, come potrete leggere, trattasi in realtà di due visioni complementari, utili per una riflessione seria e pacata. (F.C.)

 

24 agosto 2013

Accompagnare, non sopprimere

di Marco Gabrielli

Siamo nel pieno di una campagna in favore dell’eutanasia: dopo anni di pubblicità unidirezionale su alcuni casi limite siamo arrivati alla raccolta di firme per la sua legalizzazione. Il tutto abilmente condito da dati statistici non confermati (nessuno studio scientifico è mai stato commissionato su larga scala per conoscere l’effettiva opinione degli italiani) e portando casistiche poco credibili e comunque non confermabili quali quelle relative alla cosiddetta “eutanasia clandestina”. 
Ci troviamo davanti a militanti che sanno coprire bene l’odore della morte parlando di libera scelta, di sofferenze evitate, di dignità della vita e di libertà fino alla fine, ma tacciono su cosa sia l’eutanasia, intesa anche come suicidio assistito ed abbandono terapeutico, e a cosa potrebbe portare la sua legalizzazione soprattutto in un momento di grave crisi economica che porta ai tagli alle spese sanitarie. Il tutto aggravato dall’inverno demografico che ci siamo creati che vede un numero sempre più esiguo di giovani dover prendersi cura di un numero sempre maggiore di anziani e dove, non avendo più figli,  viene meno il primo livello di solidarietà, quello famigliare. 
Facile l’analogia con precedenti campagne quali quella in favore dell’aborto. Chi si sarebbe mai aspettato che in 35 anni in Italia quasi sei milioni di bambini non sarebbero nati perché uccisi legalmente nell’utero materno con la legge 194/78? E dire che solo una minima parte dei bambini abortiti fa parte dei “casi limite” tanto pubblicizzati in occasione del referendum del 1981. Se viene meno un principio, tutto crolla. L’aborto è ormai un fatto routinario perché la vita di un feto non è più considerata un valore con tutte le conseguenze che non sempre si hanno presenti: si è smesso di cercare soluzioni alternative in termini di aiuti, anche economici, ai genitori; si è smesso di ricercare terapie in grado di trattare eventuali patologie fetali; è venuta meno una rete di solidarietà in grado di aiutare le madri e le famiglie a cui fosse capitata una “gravidanza indesiderata”. L’aborto è considerato la soluzione migliore e chi non vi ricorre viene pesantemente commiserato: non sarà “obbligatorio”, ma è “fortemente consigliato” e, in assenza di aiuti concreti, come quelli erogati dal volontariato, non lascia spesso alternative.
Facile l’analogia con l’eutanasia. Perché continuare a ricercare cure quando c’è una via diversa? Perché dovrebbe continuare a vivere una persona quando un’altra affetta dalla stessa malattia ha deciso di morire? Meglio: perché lo Stato dovrebbe continuare a pagare cure per chi ha l’eutanasia come alternativa? Il passo che porterà a chiedere l’eliminazione di tutte le vite “non degne di essere vissute” è brevissimo. Lo abbiamo già visto in un triste passato che ora cerchiamo di dimenticare. Lo vediamo quotidianamente con l’aborto eugenetico.
Dai paesi europei ed extraeuropei in cui già è legale l’eutanasia giungono notizie allarmanti. Per brevità accenno solo all’estrema facilità di accesso al “suicidio assistito” che viene erogato anche per patologie non in fase terminale, alla sospensione delle cure e dei trattamenti salvavita per i pazienti più anziani o affetti da un elenco crescente di patologie per le quali è sufficiente non assumere dei farmaci per alcuni giorni per arrivare al decesso, all’eutanasia del non consapevole quale può essere un malato di Alzheimer, agli errori diagnostici su persone avviate verso protocolli eutanasici e alla sempre più diffusa “eutanasia pediatrica”. Anche fosse vero che una esigua minoranza di medici pratica l’eutanasia non sarebbe sufficiente per far approvare una legge che la consenta: questo varrebbe anche per tutti gli altri reati, pensiamo, ad esempio, alla frode fiscale. 
Non è cosa esclusiva dei cristiani riconoscere che è insito nell’uomo quell’istinto di sopravvivenza che ci accomuna agli animali e che eliminiamo solo facendoci violenza. In più l’uomo, con la ragione, dovrebbe riconoscere la vita come valore assoluto. Non possono essere dimenticate tutta quella serie di relazioni che danno scopo e dignità alla vita, anche se questa attraversa momenti difficilissimi ed è particolarmente fragile, vulnerabile, dipendente e, per questo, richiedente aiuto e sostegno. Voler eliminare con la morte queste fasi fa venir meno l’umanità di chi soffre e di chi accompagna nella sofferenza. Accompagnare non è semplice, ma sicuramente più umano che sopprimere.
Non è detto che si debba per forza soffrire, accusa gratuita che viene spesso rivolta verso la Chiesa Cattolica: già nel 1957 papa Pio XII precisò che è da ritenersi moralmente lecita una terapia antidolorifica anche se, al fine di alleviare i dolori, di fatto abbrevia la vita. Insegnamento ribadito anche nel Catechismo della Chiesa Cattolica, che pure vieta espressamente l’accanimento terapeutico. La “morte imposta nella sofferenza” di cui i  cattolici vengono accusati è una menzogna pretestuosa di chi si batte per la legalizzazione dell’eutanasia.
Da ultimo qualche brevissima considerazione sulle dichiarazioni anticipate di trattamento (DAT). Le DAT sono lo strumento culturale per far accettare ed approvare l’eutanasia. In assenza di una legislazione nazionale non ha alcun senso istituire dei registri a livello locale che le raccolgano. Non si deve temere che i medici pratichino il tanto temuto accanimento terapeutico perché questo è vietato tanto dal Codice Penale quanto dal Codice di deontologia medica. Lo stesso dicasi per l’eutanasia. Che valore può avere una dichiarazione resa in giovane età, davanti ad un funzionario non preparato a raccoglierla in un mondo in veloce cambiamento anche dal punto di vista terapeutico? Tutti noi possiamo cambiare le aspettative di vita e magari quello che oggi ci sembrerebbe insopportabile un domani potrebbe non esserlo più e quanto oggi non è curabile un domani potrebbe diventarlo. Desta preoccupazione leggere il testo di alcune DAT sottoscritte da giovani e rese pubbliche attraverso Internet. Chi firma queste dichiarazioni, spesso tratte dallo stesso canovaccio, dichiara di rifiutare trattamenti quali “rianimazione cardiopolmonare” o “intubazione tracheale”, trattamenti che, se accompagnati al trattamento risolutivo delle cause che li hanno resi necessari, possono portare alla piena guarigione. Il rifiuto aprioristico di questi trattamenti può causare la morte della persona che avrebbe potuto riprendere una vita normale. Stiamo attenti a quello che firmiamo…